Posts tagged ‘Milano’

23 ottobre 2012

Diritti tv, sentenza vicina e B. rischia

Silvio Berlusconi ha cominciato un altro conto alla rovescia per una sentenza che, al di là della volontà del Tribunale di Milano, arriva in pieno dibattito sulle candidature politiche. Tra giovedì e venerdì è atteso il verdetto del processo Mediaset sulla compravendita di diritti televisivi con presunti costi gonfiati. Un modo, sostiene l’accusa, per accantonare fondi neri. L’ex presidente del Consiglio è imputato di frode fiscale.

QUANDO LEGGERÀ la sentenza, il presidente Edoardo D’Avossa renderà note contestualmente le motivazioni. Dunque, non si dovranno attendere i soliti 60-90 giorni. Un guadagno di tempo, prezioso, in vista della prescrizione che scatterà ad aprile 2014. Se Berlusconi dovesse essere condannato, rischierebbe persino una pena definitiva. I tempi, almeno in astratto, ci sono.    Il 18 giugno scorso, i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro hanno chiesto per il leader del Pdl 3 anni e 8 mesi di carcere. “Sui fondi neri – ha detto De Pasquale – ci sono le impronte digitali di Berlusconi”. E sempre a proposito dell’ex presidente del Consiglio, l’accusa ha detto che è il beneficial owner delle società off shore. I pm hanno chiesto, inoltre, altre 10 condanne. Tra queste, quella per Confalonieri e per Frank Agrama, produttore e presunto socio occulto di Berlusconi, rispettivamente a 3 anni e 4 mesi e 3 anni e 8 mesi, sempre per frode fiscale. La pena più alta è stata avanzata nei confronti del banchiere svizzero, Paolo De Bue, imputato di riciclaggio: 6 anni e 30 mila euro di multa. Nel 1996, ha ricordato De Pasquale, “il fiduciario svizzero Del Bue fa sparire dallo studio dell’avvocato David Mills (per lui è subentrata la prescrizione, ndr) la documentazione su Universal One e Century One, riconducibili a Silvio Berlusconi”, durante la perquisizione disposta allora dal pool Mani Pulite. Per quanto riguarda il presunto riciclaggio di decine e decine di milioni di dollari (solo l’imputato Erminio Giraudi, per cui sono stati chiesti 5 anni di carcere, avrebbe riciclato 25 milioni di dollari) De Pasquale ha detto che “è stato compiuto nell’interesse di Fininvest, per non dire di Silvio Berlusconi, che poi è la stessa cosa”. Anche i presunti fondi neri confluiti sui conti bancari svizzeri e delle Bahamas, ha detto il pm, attraverso fiduciari tra cui “Del Bue, Danilo Pezzoni e Massimo Maria Berruti (parlamentare del Pdl, ndr) derivano dalla frode e quelle cifre vengono prelevate in contanti”.

SECONDO L’ACCUSA, al netto delle prescrizioni (restano in piedi le contestazioni per gli anni 2001, 2002 e 2003) l’imposta evasa ammonta a quasi 14 milioni di euro. Prima della camera di consiglio, ieri ci sono state le arringhe degli avvocati Alessio Lanzi e Vittorio Virga, difensori di Confalonieri. Hanno ricordato che i pm durante la requisitoria non hanno mai pronunciato, riferendosi al presidente di Mediaset, “la parola dolo”. “Il tutto, ha detto l’avvocato Lanzi, al massimo può ritenersi una vicenda di agenzia delle entrate. Non c’è rilevanza penale”. Gli avvocati hanno chiesto l’assoluzione “perché il fatto non sussiste o per non avere commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato”.    Durante la requisitoria, De Pasquale aveva parlato di “ruolo apicale” di Confalonieri nella vicenda dei diritti televisivi: “Aveva l’ultima parola”.

di Antonella Mascali, IFQ

Il simbolo di Mediaset Ansa

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14 ottobre 2012

A 100 passi dal letamaio nascon fiori

Pavia e Daccò. Pavia e la Maugeri assatanata di soldi. Pavia e i voti di ‘ndrangheta. Che bello scoprire a cento passi dai letamai i campi di fiori. Pavia e i giovani, Pavia e il ricordo di un Maestro in nome del quale parlare di diritto e di giustizia, di mafia e di cultura. Lo hanno fatto questa settimana per tre giorni gli allievi di Vittorio Grevi, il giurista cattolico intransigente e rigoroso, che mai si piegò alle mode e ai venti e che per questo mai fu candidato alla Corte Costituzionale come il suo prestigio avrebbe suggerito. “Mafie: legalità e istituzioni” si intitolava la rassegna, nata nel 2005 proprio per impulso di questo professore di procedura penale che per tenere la dottrina lontana dagli interessi non volle mai esercitare da avvocato.

GRAZIE A LUI l’università di Pavia è stato uno dei pochi luoghi dell’accademia italiana in cui per decenni si è discusso di mafia con profondità e continuità. Qui fece il suo ultimo intervento pubblico Giovanni Falcone su invito del professore, che non perdeva occasione di elaborare o difendere dottrina contro gli strafalcioni di un Palazzo in cerca perenne di impunità. Gli allievi di giurisprudenza sciamano nell’aula magna dell’università, nella bellissima chiesa sconsacrata di largo La Pira. Il Coordinamento per il diritto allo studio e l’Osservatorio antimafia come organizzatori. E “Jaromil” , rivista “per rabbia e per amore”. C’è chi ha conosciuto il prof nei corsi, chi lo ha appena sentito nominare ma è rimasto affascinato dalla sua fama. C’è chi ci ha lavorato insieme, come Giulia Cometti, il viso da adolescente, che con lui ha preso il dottorato di ricerca e si illumina di nostalgia al solo parlarne (“mi illudo che ci veda”). C’è anche l’ex ministro dell’interno e vicepresidente del Csm Virginio Rognoni che ne fu amico più anziano. Dirige Marco Magnani, un giovane alto e straripante boccoli da fare invidia a una signora. “Sub-comandante” sta scritto di lui sulla rivista nel tamburino redazionale, per dire che ne è il direttore vero. Distribuisce domande. “Scrivere di mafia” è il titolo della serata, che vince la sfida con la partita della nazionale, nonostante la sera prima ci sia già stato l’incontro con il sostituto procuratore Nicola Gratteri. L’aula magna si incanta nel sentire parlare Francesco La Licata della sua esperienza alla gloriosa “L’Ora” di Palermo, la foto di Liggio messa in prima pagina e la bomba contro il quotidiano a stretto giro di posta. Sente Biagio Simonetta, blogger calabrese, raccontare storie della sua terra. E i film e le fiction aiutano la mafia o la combattono ? E le scuole? E i voti, quei quattromila voti comprati dall’assessore lombardo Domenico Zambetti?. Quattromila persone hanno comunque venduto il loro voto. Le responsabilità del singolo. Ognuno deve fare il suo dovere, anche se può sembrare banale e semplice, dice Marco. Ad esempio questi imprenditori del nord che non si fanno troppe domande quando trovano qualcuno che gli smaltisce i rifiuti a un quarto o un quinto dei costi. Ascoltano Arianna e Luca, dell’Osservatorio. Ascolta Anna Dichiarante, il viso da attrice del cinema muto, una delle ultime allieve del prof, che venerdì si laureerà in suo ricordo in procedura penale e che l’anno scorso aprì “Mafie” leggendo una stupenda lettera dedicata al prof per la prima volta assente. Su “Jaromil” c’è una sua incalzante intervista al sindaco di Pavia a proposito di mafia e corruzione. Ci sono quelli del circolo Arci di Radio Aut. Ci sono anche due professoresse di Mazara del Vallo giunte qui con la loro classe in gemellaggio. Uno stage sul giornalismo. Ragazzi si parla di “scrivere di mafia”, andiamoci. Michele di Scienze politiche, Bernardo del coordinamento. La pizzeria Amalfitana diventa alla fine il luogo del ritrovo, gli allievi del prof vengono sempre qui.

LI GUARDI MENTRE ridono, mentre fanno progetti per il futuro, mentre ricordano. Hanno raccolto gli scritti giuridici del Maestro, una fatica di un anno, spiega Giulia. Tre volumi per la Cedam: uno sul vecchio codice, uno su quello nuovo, e uno sull’ordinamento penitenziario. Ci hanno lavorato tutti insieme, a decine. Molti saggi li hanno dovuti ribattere. Osservi tutto e pensi a quanto rimane di ciò che un intellettuale libero ha seminato. Al lascito di un professore che amava l’università più di se stesso. Che al medico che gli diagnosticava la leucemia fulminante chiese una cosa sola: se ce l’avrebbe fatta a iniziare le lezioni. Giulia dal viso di adolescente dice sotto voce: “Ho capito che nella vita si muore un po’ per volta, si incomincia quando ci lasciano certe persone”. Girando sugli acciottolati inumiditi si passa per corso di Strada Nuova al 65, dipartimento di procedura penale “Cesare Beccaria”, dove i ragazzi lo trovavano a ogni ora. Per questo sul sito dell’università di Pavia c’è uno spazio dedicato a lui, per icona una finestra con la luce accesa, disegnata dalla sua allieva-docente, Li-via Giuliani. No davvero, Pavia non è solo corruzione. A cento passi dal letamaio arriva il profumo notturno di gelsomini lontani.

di Nando dalla Chiesa, IFQ

7 marzo 2012

L’ultimo spenga la luce

Vent’anni fa, quando a Milano esplose Tangentopoli, c’erano i partiti dei ladri e i partiti che combattevano i ladri. Da una parte la mangiatoia trasversale e consociativa Dc-Psi-Pds-Pli-Pri-Psdi, che aveva addirittura un cassiere unico per andare a prendere le mazzette e poi spartirle fra tutti la notte, dopo aver messo in scena di giorno la commedia di maggioranza e opposizione. Dall’altra il fronte di chi non rubava, o perché non prendeva tangenti o perché non gliele offrivano: la Rete, i Verdi, il Msi, la Lega (anche se a fine ’93 fu coinvolto anche Bossi col suo tesoriere Patelli, detto “il pirla”). La gente che non ne poteva più dei ladri e tifava per le guardie aveva uno sbocco, una speranza, un partito per cui votare: a destra come a sinistra. Oggi non si sa più dove sbattere la testa, perché si avverano tutti i luoghi comuni del più vieto qualunquismo: rubano tutti, il più pulito ha la rogna, è tutto un magnamagna. Nessuno dei grandi partiti può dirsi immune dalla tangentomania. Basta un’occhiata alla foto dei cinque membri dell’Ufficio di Presidenza della Regione Lombardia: Filippo Penati (Pd, indagato per concussione e corruzione), Franco Nicoli Cristiani (Pdl, arrestato per corruzione e traffico illecito di rifiuti), Massimo Ponzoni (Pdl, arrestato per concussione, corruzione, finanziamento illecito, bancarotta fraudolenta, peculato e appropriazione indebita), Davide Boni (Lega, indagato ieri per corruzione); poi c’è Carlo Spreafico (Pd), unico intonso da guai giudiziari, al quale converrà darsi da fare per non sentirsi troppo solo. Bossi aveva appena detto che “a Formigoni gliene arrestano uno al giorno” e, sempre per risparmiargli una grama solitudine, i pm hanno acchiappato uno dei suoi fedelissimi. Naturalmente la giunta Formigoni non cadrà, anzi si rafforzerà ora che nemmeno la Lega può più dare lezioni di morale (il Pdl non ha mai potuto, per motivi statutari; e men che meno il Pd, ligio al Codice Penati). Il Celeste seguiterà a dire che non s’era accorto di nulla, tutto avveniva a sua insaputa (anche i suoi allegri conversari con don Verzé): lui quel rumore di ganasce e quel fruscio di banconote tutt’intorno l’aveva sempre scambiato per un concerto sinfonico. Il bello del caso Boni, come già del caso Penati, è che i giudici sostengono che parte della presunta mazzetta sarebbe finita al partito. Oh bella: ma non si era detto che vent’anni fa si rubava per il partito e oggi si ruba per sé? In effetti, se vent’anni fa “il convento era povero ma i frati erano ricchi” (copyright Rino Formica), oggi i partiti nuotano nell’oro dei “rimborsi elettorali” che coprono il quadruplo delle spese. Anche da morti, vedi Margherita, hanno plusvalenze che la più florida azienda tedesca se le sogna, e quando un tesoriere scappa con la cassa nessuno se ne accorge. La Lega le investiva in Tanzania. E allora che bisogno c’è di rubare per il partito? Se le accuse a Penati e a Boni saranno provate, si scoprirà che oggi si ruba insieme per sé e per il partito: non tanto per arricchirsi, quanto per fare carriera nel partito a discapito di chi non ruba. Perché i partiti, seppure ricchi sfondati, sono insaziabili e garantiscono corsie preferenziali di carriera a chi procaccia altro denaro. Non basta più nemmeno la fedeltà cieca al capo (Penati è il braccio destro di Bersani, Boni è un fedelissimo di Bossi): bisogna darsi da fare, “non stare lì a scaldare la sedia” come diceva la buonanima di Craxi ai compagni che non rubavano o rubavano troppo poco. Sennò si rischia di venire scavalcati da un servo che ruba di più. Per questo, quando i partiti organizzano i congressi, vincono sempre il capo e gli amici del capo. Ma poi, appena si interpellano gli elettori, vince sempre l’outsider: alle primarie di Palermo, Ferrandelli non era certo meglio della Borsellino: basta guardarlo. Ma ha avuto la fortuna di essere osteggiato da Bersani, mentre Rita ha avuto la sfiga di esserne appoggiata. Al posto della Fiom e dei No Tav saremmo al settimo cielo: se Bersani non va, il corteo di venerdì sarà un trionfo.

di Marco Travaglio, IFQ

26 luglio 2011

Quando la calamità è Trenitalia

Stazione centrale di Milano, domenica pomeriggio. Sul tabellone luminoso c’è uno spazio piccolissimo, dove la parola non ci sta, quindi scorre: “nce…”, “lat…”, “can…”. Gli italiani madrelingua, epistemologicamente normodotati, dopo attenta osservazione intuiscono che il treno è cancellato. I numerosi turisti stranieri non capiscono. Anche perché non sono preparati all’idea che, quando le cose non vanno, Trenitalia non li tratta come preziosi contributori della nostra arrancante economia, ma come italiani qualsiasi. Cioè male.    Nessuna informazione dagli altoparlanti. Solo la litania della cancellazione dei treni diretti verso Sud, “a causa dell’incendio alla stazione di Roma Tiburtina, ci scusiamo per il disagio”. Anche i signori di Trenitalia in fondo non sono abituati a vedere la stazione più nevralgica della rete ferroviaria italiana bruciare come un fiammifero. E affrontano i passeggeri attoniti con l’aria di quelli che non c’entrano niente, che passavano di lì per caso e si chiedono perché debbano passare la domenica pomeriggio a fronteggiare gli effetti nefasti di una calamità naturale. Alla biglietteria si forma una fila a perdita d’occhio, nel vero senso della parola: cercando di calcolare quanto c’è da aspettare l’occhio si perde.    Davanti ai binari c’è il banchetto del servizio Frecciarossa, tutti in fila per farsi dire la stessa cosa dall’esausto addetto, che se gli davano un piccolo megafono poteva fare una volta sola anziché duecento lo stesso discorso. Che suona così: “Alle 20 parte regolarmente il Freccia-rossa per Roma. Però a Firenze lascia la linea veloce, va per Pisa, poi scende lungo la linea tirrenica da Civitavecchia per entrare a Roma da sud anziché da nord, così non passa a Tiburtina. Anziché tre ore e mezza ne impiegherà cinque e mezzo-sei. Da fare forse in piedi”. Perché in piedi? “Non c’è assegnazione di posti, anche quelli che avevano la prenotazione l’hanno persa. Quando vede arrivare il treno sul binario corra e cerchi di salirci, perché ci si avventeranno tutti i passeggeri dei treni cancellati finora”. Quindi devo fare a spintoni? “È evidente”. Il problema, signor ferroviere, è che avrei tre costole fratturate: come la vede? Qui l’onesto lavoratore ha un vero lampo di umanità: “Se ha tre costole fratturate sono cazzi. Se deve andare assolutamente a Roma provi a prendere un aereo”.    Grande idea: l’Alitalia, abbiamo speso quei 4 miliardi di euro pubblici per l’italianità dell’asset strategico, approfittiamone. Solo che l’ultimo volo da Linate a Roma è alle 20, come la tradotta ferroviaria. Troppo tardi. Scusi signore del call center Alitalia, ma vista la catastrofe naturale non avete messo qualche volo in più? “Sa, è domenica, gli aerei sono sempre mezzi vuoti…”.

di Giorgio Meletti, IFQ

21 luglio 2011

I fenicotteri del San Raffaele

I fenicotteri… o erano gru? Strani animali alati, non sai se angelici o mostruosi: la prima immagine che mi colpì, mentre attraversavo il giardino della “Cascina”, la dimora di don Luigi e della cerchia più stretta e antica delle collaboratrici dell’Opera San Raffaele, cresciute alla scuola di don Verzé e poi entrate nell’ordine dei Sigilli, per consacrare la loro vita all’Opera e al Fondatore. Era la prima volta che ci mettevo piede: ero appena stata chiamata da Ginevra a insegnare Filosofia della persona alla nuova facoltà, fondata e diretta da Massimo Cacciari per volontà di don Luigi. La neonata facoltà di Filosofia era il vertice di quella sorta di trinità scientifico-umanistica che don Verzé aveva sognato, fondandola buona ultima dopo le facoltà di Medicina e di Psicologia: così che i rispettivi ambiti di ricerca – il Corpo, L’Anima, l’Intelletto o lo Spirito – rispondessero ciascuno a un aspetto della domanda del Salmo: “Che cosa è l’uomo – nel-l’immensità del cosmo?” La domanda di cui è simbolo anche l’Uomo vitruviano che nel logo del San Raffaele compare. Appresi tutto questo, allora, con meraviglia e ammirazione. I programmi di insegnamento, scritti da Cacciari, erano molto belli e nuovi, con due pilastri – il greco e la civiltà filosofica antica da un lato, la logica dall’altro – a reggere rispettivamente l’arcata umanistica e quella scientifica del ponte che doveva collegare le due rive della nostra civiltà, la grande tradizione contemplativa e la ricerca che non conosce limiti, la sapienza e la scienza.

MA POI, anche, la vocazione pratica e quella empirica della ragione: con corsi di politica, diritto, economia e, naturalmente, etica e bioetica da una parte, insegnamenti di biologia, fisica, matematica e linguistica per filosofi dall’altra, e una scuola di filosofia analitica in mezzo, a dimostrare che l’anima e l’esattezza possono felicemente sposarsi. E dar luogo al “pensiero concreto” – la formula di Cacciari che riassumeva la grande e bellissima ambizione di essere un modello di possibile riforma dell’organizzazione degli studi universitari. Davvero una formazione capace di ridare all’intelligenza il ruolo direttivo, di sentinella critica ma anche di progettatrice di nuove forme – di vita e di civiltà, che da troppo tempo l’intelligenza ha perso. Ora – e mi rivolgo ai più giovani lettori di questo giornale – la prima cosa da fare è non parlare al passato di questa ambizione. La cosa che fu allora creata c’è ancora. Vi insegnano molti innovatori, da Edoardo Boncinelli a Vito Mancuso, e poi studiosi, pensatori e ricercatori internazionalmente noti, come Giovanni Reale o Emanuele Severino, lo stesso Cacciari, un linguista come Andrea Moro, un genetista come Cavalli Sforza, vi hanno insegnato protagonisti della società civile e della spiritualità, da Guido Rossi a Enzo Bianchi. Spetta anzitutto a chi vi insegnerà e a chi vi studierà fare in modo che questo luogo di libera ricerca e libero insegnamento continui a fiorire e dar frutti, secondo la più limpida verità che mai logico abbia affermato: “Il pensiero non ha padrone” (G. Frege). Questo della libertà è davvero un principio non negoziabile che ogni frequentatore dell’Ateneo ha sovente sentito ripetere a don Verzé – il quale citava forse il Cardinal Martini: “Non ho bisogno di credenti, ma di pensanti”. Io glielo sentii dire allora, in quella sala dalle finestre affacciate sul giardino dei fenicotteri, o gru che fossero: e non solo gliene sono ancora oggi profondamente grata, ma ho sempre applicato alla lettera questo principio anche nelle relazioni interne alla vita dell’università, che credo debbano essere ispirate – su tutte le questioni che riguardano i suoi docenti, nessuna esclusa – alla più assoluta trasparenza e parresìa, anche quando questo impegno ci induca a esprimere posizioni critiche. Molte cose si dicono in questi giorni tragici su don Verzé, visionario manager di Dio.

MA QUEST’UNA non ho veduto scritta: che da lui non veniva, ne posso ben testimoniare, alcun invito a quella disponibilità a compiacere e obbedire che è nel caso migliore devozione, e nel caso peggiore servitù volontaria. Quella che prima o poi porta alla rovina tutte le autocrazie, anche le più illuminate. Infatti la critica anche aspra è sommamente necessaria alle grandi visioni, perché queste conservino quel rapporto con la realtà senza il quale non sarebbero grandi. Un pensiero che di fronte al gesto disperato di Mario Cal torna alla mente, insieme con lo sgomento e la pietà: tragico davvero il destino degli uomini devoti, quando hanno – forse – riposto in un uomo una fede e un’adorazione alle quali solo un Dio – ma non un uomo – saprebbe forse rendere giustizia. E mi è tornato allora alla mente, in questi giorni, anche il ricordo di quegli strani animali angelici o mostruosi, i fenicotteri della Cascina. Due possibilità in un essere. Come l’intreccio di bene e di male che Agostino dice inerire necessariamente alla Città Terrena, e dunque anche in questa istituzione: che ha portato la ricerca e la clinica italiana a vette di eccellenza mondiale, e che perfino alla filosofia ha consentito fossero aperte le nuove, fertili vie della ricerca naturale oltre che morale. Ma che ha forse oscure origini, e affonda radici in terreni fangosi. Il vero male, scrive Simone Weil, è la mescolanza del bene e del male. Credo sia vero solo in questo senso, che ciascuno debba esser pronto a distinguere il bene dal male nel suo qui ed ora, e a chieder ragione del male. Come qualcuno di noi ha provato a fare ( http://www.phenomenologylab.eu/  ), chiedendo ragione della nomina di un condannato in secondo grado per turbativa d’asta (Giuseppe Profiti) fra coloro chiamati a risanare la Fondazione. Ma come, soprattutto, ciascuno di noi dovrà fare nella fedeltà a quel non negoziabile principio di libertà che don Verzé aveva enunciato e difeso nella ricerca e nella clinica: in questo principio è il vero e impagabile bene che il San Raffaele ha portato al Paese e al mondo. Minarlo in questo principio vitale sarebbe peggio che ucciderlo, il grande angelo: sarebbe farne un mostro.

di Roberta De Monticelli, IFQ

14 luglio 2011

Smiracolo a Milano

Era il 4 novembre 2010 quando Giuliano Pisapia ruppe gli indugi e annunciò al corriere.it   la sua candidatura alle primarie di Milano per l’aspirante sindaco del centrosinistra. Disse di farlo per “far tornare Milano una città che sorride, che dà case e lavoro, dove l’aria è respirabile e le esigenze di tutti hanno diritto di cittadinanza”. Quando gli domandarono che differenza c’era fra lui e l’architetto-urbanista Stefano Boeri, candidato ufficiale del Pd, Pisapia dichiarò: “Boeri parla molto bene di progetti e di cose; io parlo delle persone e dei loro bisogni, delle loro necessità: su questo ho impegnato tutta la mia vita”. Chissà se immaginava che, di lì a sette mesi, una volta vinte le primarie e poi le comunali, avrebbe nominato proprio Stefano Boeri, quello che parla molto bene di progetti e molto meno delle persone, ad assessore alla Cultura, Moda, Design ed Expo. Un omonimo dello Stefano Boeri che aveva seguito il “concept plan” dell’Expo 2015, regolarmente retribuito per il suo incarico professionale? No, proprio lui. Si dirà: almeno Boeri di Expo se ne intende. Certo, almeno quanto s’intende Berlusconi di televisioni, visto che ne controlla tre da trent’anni. Il che non è un buon motivo per fargli fare il concessore e il concessionario delle stesse. Ora l’assessore Boeri deve pronunciarsi su un progetto di Expo fatto (anche) dall’architetto Boeri. E, guarda un po’, esplode fra il sindaco e il suo assessore un conflitto, solo apparentemente superato ieri, proprio sul destino dei terreni dell’Expo. L’oggetto del contendere è noto (ne abbiamo parlato più volte sul Fatto, con gli articoli di Gianni Barbacetto e con l’appello al sindaco del cantante Elio): da un lato l’idea tradizionale e speculativa di un’esposizione tutta cemento e asfalto, caldeggiata dalla lobby dei costruttori e subìta passivamente da Pisapia, nel solco delle decisioni già prese dal duo Formigoni-Moratti e dall’amministratore delegato della società Expo 2015, Giuseppe Sala; dall’altro il progetto, davvero affascinante e innovativo, degli “orti planetari” sostenuto da Boeri: un gigantesco parco verde, unico al mondo, destinato a ospitare per sempre una rassegna delle “biodiversità” esposte da tutti i paesi ospiti. Chiunque abbia un minimo di sale in zucca, a meno che non si chiami Cabassi o Ligresti o non abbia interessi nella mega-colata di cemento del piano Formigoni-Moratti, non può che auspicare la seconda soluzione. Ma ecco il paradosso: il principale alfiere della soluzione di gran lunga migliore è proprio l’assessore Boeri, che aveva collaborato a pensarla e a disegnarla nella Consulta di Architettura dell’Expo, affidandola poi ai professionisti della società che trasformarono il concept plan in masterplan. Cioè: Boeri ha ragione da vendere a difendere il parco contro il cemento, ma è l’unica persona che non ne dovrebbe parlare. Un paradosso che, è inutile girarci intorno, si chiama “conflitto di interessi” (non di soldi, ma d’immagine e gloria personale). L’altroieri Boeri ha scritto nella sua bacheca Facebook: “Stasera sono in grande difficoltà. Mi aspetta una giunta su Expo, una giunta in cui credo moltissimo che deve decidere su un accordo di programma che non condivido. Difficile”. Si era pensato che avrebbe rimesso almeno la delega all’Expo. Invece l’ha mantenuta e, pur borbottando, ha votato pure lui, insieme al resto della giunta Pisapia, l’accordo di programma sulle aree espositive (che fino all’altroieri non condivideva) che è una penosa resa senza condizioni ai poteri forti e alla linea Formigoni-Moratti. Linea clamorosamente bocciata dai milanesi non solo alle amministrative, ma anche al referendum comunale sulla destinazione a parco di quelle aree anche dopo la fine dell’Expo. Un mese dopo la cosiddetta “rivoluzione arancione”, sulle speranze di cambiamento dei milanesi cala una doccia gelata. Cambiare la faccia del sindaco è una bella cosa. Uscire dal berlusconismo, che divora la politica tutta, resta un sogno.

di Marco Travaglio, IFQ

10 giugno 2011

Expo 2015: Giuliano Pisapia come Letizia Moratti?

La luna di miele è durata soltanto dieci giorni. Poi sono arrivati i problemi reali a rompere l’incanto. Da una parte Giuliano Pisapia, neo-sindaco di Milano. Dall’altra Stefano Boeri, eletto in Consiglio comunale nelle liste del Pd con record di preferenze. Il nodo da sciogliere: l’Expo, naturalmente. Boeri aveva chiesto una moratoria: un mese di tempo per discutere come procedere. Pisapia si è invece incontrato mercoledì scorso con il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, per preparare l’appuntamento già fissato il 14 giugno a Parigi.    Un vertice pieno di sorrisi e strette di mano, quello tra il governatore e il sindaco, pienamente d’accordo sull’andare a Parigi a dire che le aree tra Milano e Rho dove realizzare l’esposizione universale del 2015 (due terzi della Fondazione Fiera, un terzo del gruppo Cabassi) saranno acquistate da una nuova società (newco) formata da Comune e Regione. Avanti tutta, dunque: il 14 sbarcherà nella sede parigina del Bie (il Bureau international des expositions) uno strano trio, composto da Pisa-pia, Formigoni e Letizia Moratti, non più sindaco di Milano, ma pur sempre commissario straordinario per l’Expo.

A MILANO resterà Boeri. Lui l’ha fatto, il progetto dell’Expo, quando era solo un architetto. Chiamato come consulente da Letizia Moratti, ha escogitato, insieme a Carlin Petrini di Slowfood e a un gruppo internazionale di colleghi archistar, il master plan dell’orto planetario, delle biodiversità, delle filiere agroalimentari, dove mostrare come le diversità agronomiche della Terra si sposano con l’intelligenza degli uomini per trasformarsi in cibo. Su quest’idea ci ha giocato la faccia e poi costruito la campagna elettorale. Dicendo che l’alternativa era l’Expo di Moratti-Formigoni, l’Expo del cemento. E ora? Si trova davanti un asse Pisapia-Formigoni che procede all’acquisto delle aree, come deciso prima della vittoria di Pisapia.    Boeri non parla. Non vuole e non può rompere con il sindaco. Ma è chiaro che se le aree (oggi ancora agricole) saranno comprate dalla newco, con un esborso di circa 120 milioni di euro (80 alla Fondazione Fiera, 40 a Cabassi), è chiaro che poi la newco, dopo il 2016, quando tornerà in possesso delle aree, dovrà rientrare dell’investimento. Come? Costruendo. Almeno 600 mila metri quadri, secondo la convenzione firmata già nel 2007, concentrati sul 54 per cento di un’area di circa 1 milione di metri quadri.

L’EXPO delle biodiversità si trasforma così in un’operazione immobiliare. Con il Comune che ci investe 38 milioni, (per avere il 51 per cento della newco), la Regione che ce ne mette 9,5 (per il suo 12,7) e la Fondazione Fiera (controllata dalla Regione di Formigoni) che paga il suo 34,9 per cento conferendo le sue aree (Provincia di Milano e Comune di Rho hanno poi due piccole quote dello 0,7 per cento).    È netto Basilio Rizzo, capolista della Sinistra e candidato a presiedere il Consiglio comunale: “Evidentemente il sindaco è stato male informato e mal consigliato. Se il progetto è lo stesso di Letizia Moratti, non cambio idea: resto convinto che non sia una bella operazione”.    Ma Pisapia ha detto sì. E ha garantito a Formigoni che entro il 14 giugno chiuderà l’accordo, con qualche eventuale piccolo ritocco. È convinto di non avere alternative: o così, oppure l’Expo non si farà, con conseguente figuraccia planetaria di Milano. Al ministro Giulio Tremonti, da sempre expo-scettico (come la Lega), in fondo non dispiacerebbe affatto chiudere quello che ritiene un inutile baraccone. Così il centrodestra potrebbe dire: vedete che cosa vuol dire dare Milano in mano alla sinistra?    Stefano Boeri aspetta. Aspetta di vedere quali deleghe gli saranno concesse (niente poltrona di vicesindaco, come pensava gli spettasse dopo il suo successo nelle urne, forse gli resterà l’assessorato alla Cultura: molta visibilità, poco potere). Aspetta di vedere se ci sono spazi per recuperare almeno in parte il suo progetto dell’orto planetario, seppure in un contesto di operazione immobiliare. Male che vada, tornerà a fare l’archistar.

di Gianni Barbacett, IFQ

1 giugno 2011

Seppelliti da una risata

Li ha seppelliti una risata. Sferzante, giovanile, contagiosa. Esplosiva e incontenibile davanti al troppo, al troppo di tutto. Che ha allagato l’altra sera piazza Duomo trasformandola in un grandioso teatro di satira popolare. Il gruppo di giovani che dirige l’occhio verso l’alto inscenando la progettazione della “più grande moschea d’Europa”. L’ingegnere che spiega alle maestranze: “Ecco, intanto le guglie devono sparire, via anche quella statuina d’oro lì in alto, e tutt’intorno spazi per i kebab”. A cinquanta metri da loro campeggia su un terrazzo pubblico un grande striscione con su scritto “Moratti, una donna fuori dal Comune”. E poi quel “Zingaropoli”, mugghiato da Bossi e rimbalzato sui cartelloni di tutta Milano, ritmato ogni dieci minuti con la giocosa cantilena degli ultrà vittoriosi. O il “Gigi D’Alessio, vogliamo Gigi D’Alessio” diventato rapidamente il tormentone della notte, una canzonatura impietosa del giovedì prima, la più discussa musica dei quartieri napoletani chiamata a benedire il futuro della capitale padana, la rivolta della Lega, l’accusa alla sinistra violenta e comunista di avere minacciato il cantante, La Russa che fa promesse a telefono e microfono unificati, fino alla reazione rabbiosa dei fan fatti salire a vuoto dalla Campania: “Pisapia, Pisapia”.

AFFONDA sotto una risata liberatoria la più grande farsa politica della storia europea del dopoguerra. Ogni tabù annunciato, ogni incubo agitato, si sono trasformati grazie alla rete in un potente sberleffo. La sinistra triste? Forse quella che Berlusconi incontrò al suo apparire sulla pubblica scena. Questa ha ironia da vendere (ci risiamo: perché la satira è di sinistra?). Mentre dall’altra parte, soprattutto a corte, sembrano capaci di ridere solo di gnocca e dintorni.    È una risata che viene da lontano quella che rimbalza tra gli annunci di vittoria che arrivano da Napoli e da Arcore, da Rho e da Trieste, da Cagliari e Gallarate. Nasce, dopo aver fatto a braccio di ferro con l’indignazione, dal repertorio di gag ineguagliabili che ci è stato rappresentato per anni. Il parlamento pronto a votare che Ruby era la nipote di Mubarak, esattamente come avrebbe potuto votare che Napoleone andò in ritiro a Lampedusa o Garibaldi a Formentera. Il palco attrezzato davanti al Palazzo di Giustizia di Milano perché l’imputato possa insultare i suoi giudici in mezzo a una folla di figuranti in estasi. I bunga bunga narrati come cene eleganti a base di coca cola light e di discussioni politiche con giovani apprendiste Cavour. Le prostitute riaccompagnate a casa con le auto della polizia. Satiri ottantenni e lenoni falliti che spuntano come spot nei luoghi più improbabili. Falsi attentati con incredibili sparatorie per le scale. Le rincorse a Obama per spiegargli come discoli pentiti che non è colpa mia, in Italia c’è una dittatura dei giudici. E quei capelli, santo cielo quei capelli. E gli strafalcioni a getto continuo, dal lontano Romolo e Remolo fino all’ultimo Goteborg al posto di Bad Godesberg.

UN GIORNO sembrerà di avere sognato, e i ragazzi ci diranno “ma non ridevate?” come dicevamo noi ai nostri genitori rivedendo il duce con le mani sui fianchi a piazza Venezia. Davvero la prima volta è tragedia e la seconda è farsa. Ora bisogna uscirne e dare il segno fulminante della differenza. Mai dimenticare che il secondo governo Prodi dilapidò il patrimonio accumulato in cinque anni di opposizione in poche settimane: i giochi miserabili (non del governo) per l’elezione del presidente del Senato; i cento ministri e sottosegretari, quasi tutti sconosciuti, lottizzati tra partiti e correnti, salvo accorgersi, dopo il giuramento, che mancava un sottosegretario in grado di reggere la Finanziaria in aula; l’indulto come prima e più assoluta urgenza. Si lavori alto per il Paese. E godiamoci questa riserva di ironia, pronti a usarla verso di noi. Come quella del giovane tifoso di Pisapia che l’altra sera ha chiesto agli amici di aspettarlo un attimo: “Vado a rubare un’auto e torno”.

di Nando Dalla Chiesa, IFQ

 

31 maggio 2011

Referendum avanti tutta

Il nuovo sindaco di Cagliari, Massimo Zedda sembra un ragazzino ma al suo avversario, una vecchia volpe, non ha lasciato scampo. A Milano, Pisapia ha spazzato via la Moratti senza mai alzare la voce. E forse neppure De Magistris pensava che a Napoli gli sarebbe arrivata addosso quella grandinata di voti. Da domani affronteranno problemi giganteschi (e non solo la spazzatura). Oggi, fanno pensare le loro facce e le loro parole così diverse, così distanti dai volti e dalle parole dei vincitori di ieri. La sconfitta di Berlusconi appare irrimediabile perché irrimediabilmente sconfitta è la contraffazione che ha dominato la politica dell’ultimo ventennio. C’è un momento in cui non le ideologie o gli schieramenti, ma il puro e semplice senso comune si ribella. E dice basta, non se ne può più del cerone, dei capelli tinti, dei fondali di cartapesta e degli slogan ripetuti a pappagallo (e che palle “meno male che Silvio c’è”). B. ha stufato persino i suoi per il semplice motivo che non intendono affondare con lui. C’è un momento in cui persino un Paese che sembrava lobotomizzato dal pensiero unico proprietario riscopre che si può parlare senza aggredire, insultare, senza la bava alla bocca. Lui resisterà ancora, aggrappato all’illusione che tutto sia rimediabile, come sempre ha fatto. Promettendo, minacciando, comprando questo o quello. Ma lo sa anche lui che è finita. Tra due settimane i referendum possono mettere fine a questa inutile agonia. Con una voglia di cambiamento così impetuosa, raggiungere il quorum non sarà impossibile. Un ultimo sforzo ed è fatta.

di Antonio Padellaro, IFQ

29 maggio 2011

Vota e fai votare

Le vittorie di Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli non sono scontate. I berluscones recuperano terreno con ogni mezzo, anche economico. Oggi e domani non bisogna sprecare neppure una scheda.

A Milano gli astenuti al primo turno delle elezioni del sindaco sono stati 339.021. Alla Moratti, nel voto del 13 e 14 maggio, sono mancati circa 80.000 voti ma, secondo il suo staff ne basterebbero 40.000 per superare Pisapia sul filo di lana del secondo turno. Non appare, purtroppo, un’impresa impossibile. Al di là delle risse e divisioni, Lega e Berluscones non hanno perso affatto il controllo sul terriotorio ambrosiano, quasi militarizzato dalla destra dopo un ventennio di egemonia “padana”. Anche a Napoli la partita non è affatto vinta dovendo recuperare De Magistris circa 8 punti al suo avversario Lettieri.    E allora non si capiscono proprio le ragioni dell’ottimismo diffuso a piene mani negli ambienti del centro sinistra come se i giochi fossero gia fatti a favore del candidato Giuliano e del candidato Luigi.    Che nelle 2 città (come nel resto del Paese) il vento sia cambiato, è fuor di dubbio. Che Berlusconi si stia picconando con le sue stesse mani e sotto gli occhi di tutti.    Che l’opposizione abbia rialzato la testa anche. Ma che senso ha riempire questa importante vigilia di speranzosi pronostici, affidati a quegli stessi sondaggi (per di più clandestini) che solo 2 settimane fa hanno illuso la destra con i risultati che sappiamo? Dai leader della sinistra ci saremmo aspettati in queste ore un appello chiaro e forte a non sprecare una sola scheda. Invece di perdersi in elucubrazioni su quel che sarà o sull’alleanza con il Terzo polo, questi politici di lungo corso avrebbero dovuto impiegare (il poco) tempo a loro destinato nei tg e nei salotti tv invitando i propri elettori a non disertare le urne essendo la situazione assolutamente in bilico.    “Vota e fai votare”, martellava la propaganda del vecchio Pci. Non era uno slogan ma una chiamata alle armi. Gli eredi di quella tradizione farebbero bene a ricordare che fine fece la gloriosa macchina da guerra di Occhetto nel ‘94. Indimenticabili furono poi i 24.000 voti che nel 2006 separarono Prodi da Berlusconi dopo che l’Unione aveva sperperato in litigi un patrimonio di consensi dando per scontata la vittoria. Lunedì prossimo speriamo di poter festeggiare la svolta tanto attesa. Non dimenticando mai, però, che liberarsi di Berlusconi non sarà nè una passeggiata nè un pranzo di gala. Se non fosse stato troppe volte dato per finito dalla sinistra, forse B. non avrebbe imperversato per quasi un ventennio. La lezione dovremmo tutti quanti averla imparata.

di Antonio Padellaro, IFQ

27 maggio 2011

Davvero c’è chi crede che con Pisapia sindaco arriveranno i cosacchi?

La faziosità politica toglie il senno. In occasione delle elezioni municipali a Milano e in altre città si è sentito dire con voce adirata e inquieta del candidato della sinistra Pisapia: è un terrorista, è stato amico dei terroristi, è un comunista. Come se la sua elezione a sindaco di Milano volesse dire una dittatura di tipo stalinista con fucilazioni all’alba dei Kulaki, alias piccoli proprietari, con deportazioni in massa verso la Siberia, come se fosse tornato l’Ottobre rosso , il dottor Divago, la fucilazione della famiglia imperiale a Ekaterinburg, una strage, un diluvio e non la vittoria elettorale di un avvocato riformista milanese della buona borghesia, dalle buone relazioni forensi. Il gentile e educato avvocato Pisapia, uno di quegli intellettuali che incontri nei circoli culturali o alle manifestazioni per la pace e contro il razzismo, viene dipinto come un terrorista, un Attila, un assetato di oro e di sangue, contro cui un’indemoniata come la Santanchè può urlare le accuse più inverosimili e ridicole.

E quanti le fanno coro: un comunista! Milano amministrata da un comunista!

Il presidente della Repubblica Napoletano e altri che hanno conservato un minimo di buonsenso invitano ogni giorno alla ragione, ma è proprio questo parlare nel deserto degli uomini di buon senso che spaventa, proprio questa mancanza di moderazione nei moderati a spaventare. Che significa gridare al comunista come nemico dell’umanità? I comunisti italiani non fanno parte della nostra storia? Non conosciamo la vicenda politica, culturale, letteraria per cui una parte dei socialisti italiani, o diventarono fascisti come Mussolini, o passarono negli anni attraverso sofferte maturazioni dalla speranza di un utopico governo mondiale dei lavoratori alla più pressante necessità di lottare contro i fascisti, alle grandi lotte unitarie per la democrazia? I comunisti italiani hanno amministrato da normali democratici in tante città?

Enrico Berlinguer e altri dirigenti di questi comunisti non hanno forse ammesso pubblicamente che la spinta rivoluzionaria si era esaurita e che la difesa della democrazia era il vero compito di una inistra moderna? Il presidente della Repubblica Napoletano non è l’esempio vivente, in carne e ossa, di questo comunismo parte integrante della democrazia? La guerra partigiana non è stata una guerra di popolo, una miracolosa guerra unitaria a cui hanno partecipato gli italiani delle più diverse ideologie?

Ma a questo mondo la ragione è una merce non solo preziosa, e quasi introvabile, la madre dei fanatici è sempre incinta, gli estremisti sono sempre pronti all’urlo e alla diffamazione.

di Giorgio Bocca, Il Venerdì

26 maggio 2011

Moratti e Pdl false accuse e finti rom, la strategia per Milano

Per scusarsi con Giuliano Pisapia, che ha accusato ingiustamente di essere un ladro d’auto, Letizia Moratti detta le sue condizioni: le scuse devono andare in diretta tv. Il candidato sindaco del centrosinistra non ci sta e rifiuta il secondo faccia a faccia a Sky. Al suo posto, questa mattina ci sarà una sedia vuota. “Domani (oggi ndr) gli avrei porto le mie scuse – ha detto Moratti – ma lui non c’è. Sui programmi scappa”.    Pisapia rivendica la sua scelta e contrattacca: “Stupisce che Letizia Moratti continui a voler dettare le regole sul come e quando chiedere scusa per una grave scorrettezza della quale è evidentemente consapevole. Sarebbe bastato, in queste lunghe due settimane trascorse dallo sgradevole episodio che l’ha vista protagonista di una diffamazione nei miei confronti, inviarmi un biglietto privato. Non lo ha fatto, e cerca in modo ossessivo un’occasione televisiva per scusarsi. Peraltro, per dimostrare che le scuse sono sincere, sarebbe utile a tutti, e in primo luogo alla trasparenza tante volte invocata, che la signora Moratti fornisse anche adeguate spiegazioni su chi si è molto agitato intorno a lei perché quelle ingannevoli informazioni venissero pubblicate”. Fu proprio a Sky, durante il primo turno elettorale, che Moratti lanciò le false accuse alla fine della trasmissione, che non prevedeva il diritto di replica. Diritto garantito questa volta, fa sapere la tv di Rupert Murdoch. Ma il portavoce di Pisapia, Maurizio Baruffi, polemizza: “Abbiamo già detto che quello di Sky è un campo squalificato e anche Letizia Moratti è squalificata. Su di lei pende una querela per diffamazione aggravata”.    E diffamazione aggravata è l’ipotesi di reato su cui lavorerà il pm Armando Spataro, in seguito all’esposto presentato ieri dai legali di Pisapia. La denuncia contiene la ricostruzione di “numerosi episodi” su persone “travestite da rom che distribuiscono volantini dal contenuto falso e diffamatorio spacciandosi per sostenitori di Pisapia” o “la presenza di ragazzi trasandati sui mezzi pubblici” che provocano i passeggeri. La richiesta alla procura è che ci sia “l’immediata identificazione dei soggetti” e la scoperta di eventuali “organizzatori e mandanti di tale campagna”.    Un testimone racconta che la settimana scorsa sul tram numero 9 (direzione Porta Venezia, zona centrale di Milano) un finto rom ha cominciato a sventolare volantini e gadget del comitato Pisapia e a infastidire pesantemente i passeggeri. Altri finti rom pro-Pisapia sono stati segnalati al mercato di viale Papiniano, nelle vicinanze del carcere San Vittore. Vengono citati anche finti operai, in quartieri periferici, intenti a prendere le misure per la fantomatica costruzione di moschee.    Il clima è da nervi tesi. Ieri la “Lista Civica X Pisapia” ha denunciato “un’aggressione intimidatoria” ai danni di un suo sostenitore, Otto Bitjoka, imprenditore camerunense. Martedì pomeriggio Btjoka stava rilasciando un’intervista in una piazza milanese, senza alcun segno distintivo per Pisapia, quando un motociclista gli ha lanciato insulti razzisti e gli ha dato una sberla.    Tra oggi e domani gli ultimi colpi di questa campagna elettorale che potrebbe segnare l’inizio della fine politica del premier. Stasera Moratti chiude in piazza Duomo con il concerto di Gigi D’Alessio, domani, sempre in Duomo, Pisapia. Sul palco Elio e le storie tese, Daniele Silvestri, Claudio Bisio, Paolo Rossi, Gioele Dix e Lella Costa.    E Bruno Vespa ieri sera ha dovuto fare un rettifica. Martedì aveva raccontato ai telespettatori di Porta a porta che Cinzia Sasso, moglie di Pisapia, aveva definito il marito “simpatico, ma inadatto a governare”. Peccato, però, che il giudizio fosse per Silvio Berlusconi.

di Antonella Mascal, IFQ

26 maggio 2011

Via Sonniferino

Da quand’è iniziata la campagna elettorale a Milano, i lettori del Pompiere della Sera devono munirsi di stuzzicadenti per tenere aperte le palpebre durante la lettura, pena il precipitare in un profondo letargo che potrebbe anche durare anni. Per non scontentare nessuno (mission impossible: il Giornale è riuscito ugualmente ad accusare il Corriere di tirare la volata alle Brigate Pisapia), il quotidiano di via Solferino sforna prime pagine degne di una gazzetta di fine ‘700, con titoli appetitosi come quello di ieri: “Il governo ottiene la fiducia” (come dire: cane morde uomo, l’esatto contrario di una notizia). E anche le rare volte in cui schiera editorialisti frizzanti come Ainis e Stella, li ammoscia subito con titoli emollienti tipo “La bonaccia delle Antille” o “Risse elettorali, problemi reali”. Ora, è comprensibile che il povero titolista alle prese con l’anestetico Massimo Franco – il notista politico che si addormenta mentre scrive, dunque non riesce mai a rileggersi – non ce la faccia proprio ad andare oltre un arrapante “Le ragioni di un crescente dissenso” o un eccitante “La maionese impazzita”. Idem quando il malcapitato deve dare un senso alle pippe di Alberoni, detto anche il Banal Grande: visto quel che gli tocca leggere, ben si comprende che gli escano titoli come “Competizione e solidarietà, il difficile equilibrio”, “I guai dell’Italia sono affrontabili, si deve ascoltare la gente e fare”, “Per favore non confondete la modestia con l’umiltà”. Ma la politica italiana è cabaret puro, i giornalisti esteri fanno a pugni per venire in Italia a raccontarla: solo gli equilibristi del Pompiere riescono ad appallarsi e ad appallare i lettori anche su quella, con titoli al brodino, alla vaselina, ma soprattutto al bromuro. Fior da fiore dalle prime pagine dell’ultimo mese: “Berlusconi e Bossi divisi sui pm” (wow), “Si infiamma la sfida di Milano” (slurp), “Tra polemiche e programmi” (evvai), “Berlusconi all’attacco di Pisapia” (ma va?), “Berlusconi contro la sinistra, la campagna elettorale si chiude tra accuse e tensioni” (roba da transennare le edicole), “Attacco di Bossi a Pisapia” (chi l’avrebbe mai detto), “Berlusconi in tv riaccende lo scontro” (libidine), “Libia, governo sotto pressione” (perdindirindina), “Berlusconi e Bossi trattano” (perdincibacco), “Costituzione, si riapre lo scontro” (goduria), “Ministeri, scintille tra Lega e Pdl” (scintillante), “I richiami di Quirinale e vescovi” (a chi? mah, boh). Il tutto accompagnato da sapidi editoriali che invogliano alla lettura fin dal titolo: “Un po’ di serietà” (Cazzullo), “La possibilità di un divorzio” (Romano), “La supplenza necessaria” (Galli della Loggia), “Lo sguardo miope” o “Distanti e divisi” (Panebianco), “Dialogare, la battaglia più difficile” (Polito El Drito), “Le alte cariche e il silenzio” (Verderami). Uno s’immagina i migliori cervelli fumanti del primo quotidiano italiano armati di estintore e casco giallo, impegnati in lunghi summit nella stanza del direttore dove a starci attenti si ausculta lo sferragliare delle meningi e il centrifugare dei neuroni, per partorire alfine quei capolavori di dolce dir niente. Poi dice che uno si butta su Sallusti e Belpietro: con quelli, almeno, si ride. L’altroieri, a edicole unificate, Giornale e Libero titolavano sulle multe Agcom: “Vietato intervistare Silvio” (in realtà è vietato intervistare solo Silvio). Ieri altri due titoli al ciclostile: “Fango a orologeria su Scajola”, “Giustizia a orologeria: si vota e rispuntano i veleni su Scajola”. È il modo di Olindo e Mentoliptus di raccontare che la Procura di Perugia ha chiesto il rinvio a giudizio della Cricca e, fra le carte, c’è la lista dei regalini di Anemone a Bertolaso, Balducci e anche a Scajola. Che c’entri l’“orologeria” non è dato sapere, visto che né Anemone né Bertolaso né Balducci né Scajola sono candidati. L’altro giorno zio Tibia titolava: “Proposta choc di Cappato, alleato radicale di Pisapia: Milano aperta a gay e droghe”. Passi per le droghe, ma che significa “Milano aperta ai gay”? Che oggi è chiusa? Che i gay vengono fermati alla cinta daziaria? Signorini lo sa?

di Marco Travaglio, IFQ

19 maggio 2011

Altro che Letizia: cornuta e mazziata

Prima l’hanno contraddetta: lei diceva “o me o Lassini”, loro lanciavano la campagna a sostegno del candidato consigliere che voleva cacciare “le Br dalle Procure”. Le dicevano di tirar fuori le unghie, ora le fanno il processo: se a Milano si è perso è tutta colpa della “borghese” che si è infilata “gli stivali da cowboy”. Il massacro di Letizia Moratti è al suo secondo giorno. E il repertorio degli errori rimproverati, adesso trova il soprannome che le mancava: “signora Rambo”. Andava così bene, finché cantava “Viva la mamma” sul palco del Palasharp. Poi ha voluto la “svolta pop”: quella – dice Il Foglio – che funziona in tv, “ma con i voti è un’altra cosa”. Non ha capito (lei o chi per lei) che Milano non è città da guerriglia, lì non c’è spazio per “una campagna elettorale estremizzata all’inverosimile, personalizzata con lo stile dell’ordalia e pasticciata in modo inglorioso”. Così, il quotidiano di Giuliano Ferrara, si è chiesto “se e come” qualcuno l’avrebbe messa in discussione . La risposta è arrivata, e ben sonora.

A COMINCIARE da Il Giornale. È lo stesso Alessandro Sallusti che ha lanciato la campagna per votare Lassini, che esortava a non chiedere scusa a Pisapia dopo lo scivolone sul “ladro”, quello che adesso dice: “Qualcosa non è girato, non tanto tra gli elettori ma proprio dentro il partito”. Glielo spiega il (milanese) vicecapogruppo del Pdl alla Camera, Maurizio Lupi, che cosa non ha girato: “La campagna elettorale nostro malgrado è iniziata con il caso Lassini che ci ha inchiodato per una settimana facendoci del male, facendo passare per estremisti noi e la Moratti”. Ci ha messo del suo, Sallusti, che ha ritrovato sintonia, dopo le divergenze passate, con il suo ex compagno di lavoro, Vittorio Feltri. Da Libero chiarisce l’antifona: la Moratti “è una sciura perbene, ma lontana mille miglia dalle esigenze del popolo, del quale non avverte gli umori”. Feltri celebra la sua “amara profezia” e ripubblica un articolo di cinque anni fa che dava al sindaco della “scema” per aver inventato l’Ecopass, la tassa per gli automobilisti che vogliono entrare a Milano. Franco Bechis, a lato, dà i numeri: su 21 esponenti del Pdl interpellati, almeno 6 danno la colpa della sconfitta al candidato sindaco. Uno è Gasparri: “Letizia ha questo atteggiamento da borgomastro europeo” che “alla gente non piace”. Va dato atto al direttore Maurizio Belpietro di averli anticipati tutti: lui, già martedì, scriveva che la Moratti per la sconfitta “ci ha messo del suo”. “Altezzosa”; “altera”, “timida”. Con poca “passione e umiltà”. Prima ha fatto campagna elettorale “come fosse un appuntamento tra vecchie zie all’ora del the”. Poi, nel famoso faccia a faccia in tv, “ha dato un calcio negli stinchi all’avversario”. Sempre su Libero, intervista a Guido Crosetto, sottosegretario alla Difesa, che in questo caso non difende per niente: “Letizia Moratti non è simpatica” : “Ora non è che in 15 giorni possiamo farla diventare una simpaticona da fare innamorare di colpo tutti i milanesi. Questo è ovviamente impossibile”.

NON LA AMANO nemmeno nel partito: il parlamentare Pdl Andrea Augello confessa che “a fatica si raccolgono coscritti e volontari” per salvare Milano e per questo invita tutti a sentirsi “ancora impegnati in questa battaglia”. Capisce lo stato d’animo, ma adesso è il momento di “sacramentare solo a bassa voce”. Ma basta voltare la pagina dello stesso giornale su cui Augello scrive, Il Secolo, per ritrovare nuovi “sacramenti”: “Ma che Br e furti d’auto, servono fatti e meno parole”. Ricordano le parole che la Lega diceva “già in campagna elettorale”: “Il Pdl deve riconoscere gli errori della Moratti, evitare di parlare sempre di tribunali e Br e e iniziare a parlare di Milano”. Analisi che il Carroccio oggi conferma parola per parola: “Se la Moratti avesse parlato delle cose fatte e da fare, se tutti fossero venuti a votare, i risultati sarebbero stati diversi”, dice il leghista Matteo Salvini. Pacche sulle spalle solo quando si parla degli errori: “La Moratti ha fatto una specie di autocritica – nota il governatore piemontese Roberto Cota – Ha detto che nella campagna elettorale si è parlato poco dei problemi della città: io la condivido”. E ancora il sindaco di Verona Flavio Tosi, il presidente veneto Luca Zaia. Su La Padania una pagina intera di risultati per dimostrare che “il Carroccio è in gran forma”. Letizia un po’ meno.

di Paola Zanca, IFQ

13 maggio 2011

Perfetta Letizia

Dice il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rispondendo a uno studente: “Qualche tempo fa ha fatto molto clamore in Gran Bretagna, mentre da noi quel clamore sembrò eccessivo, perché abbiamo una scala di giudizio un po’ diversa… Era accaduto che alcuni parlamentari avevano abusato dei loro privilegi e, quando furono scoperti, seguirono le dimissioni di alcuni di loro e dello speaker del Parlamento”. Noi lo ripetiamo da qualche anno, che nelle vere democrazie ci si dimette al primo sospetto di scorrettezza (nemmeno di reato), mentre da noi sui sospetti e addirittura sulle imputazioni e sulle condanne si costruiscono carriere. Ma il fatto che ora lo dica anche il capo dello Stato è particolarmente significativo e, pur mantenendo le nostre riserve su alcune sue scelte, gliene rendiamo merito e grazie. Per una serie di motivi. 1) In questi anni lo sdegno per un Parlamento e un governo sviliti al livello di comunità di recupero per devianti è cresciuto nel Paese grazie ad alcuni libri, a pochi giornalisti e a pochissimi politici perbene, ma anche alle battaglie di Beppe Grillo, troppo spesso scambiate per qualunquismo e antipolitica. 2) Non c’è ombra di “giustizialismo” né di “forcaiolismo” nel pretendere che la classe politica non sia lo specchio del Paese (che comunque è molto meglio di lei), ma selezioni il meglio che c’è nel Paese. È invece una doverosa aspirazione delle persone perbene, quella di essere rappresentate da persone perbene. 3) Non è detto che una persona sia per male solo perché inquisita, e paradossalmente nemmeno se è condannata. Bisogna vedere per quali “fatti” è inquisita o è stata condannata. È reato anche il blocco stradale, il picchettaggio in fabbrica, la critica ritenuta diffamatoria (per questo, e giustamente, la Costituzione rende insindacabile il politico per le opinioni espresse, purché nell’esercizio delle funzioni parlamentari): tutti fatti che non trasformano in delinquenti chi li ha commessi. E ci sono comportamenti che purtroppo non sono reati (tipo conflitti d’interessi o frequentazioni con mafiosi) o non lo sono più (favoritismi, lottizzazioni, certe fattispecie di evasione fiscale o di falso in bilancio), che invece rendono chi ne è portatore assolutamente incompatibile con la vita pubblica. 4) Quando un fatto è accertato, la politica deve prenderne subito atto e domandarsi se chi l’ha commesso può proseguire la sua carriera, o deve saltare un giro: senz’aspettare che la magistratura stabilisca se quel fatto è anche reato. Così si afferma il primato della politica, non inventando forme sempre più fantasiose e indecenti di impunità per la casta-cosca. 5) Il caso Moratti-Pisapia cade a proposito: se davvero Pisapia si fosse salvato per l’amnistia da una condanna per rapina e terrorismo, visto che si tratta di fatti di trent’anni fa, quando Pisapia era un’altra persona, non ci sarebbe alcun motivo per non votarlo come sindaco di Milano (tutt’altra faccenda se si fosse mischiato in fatti di sangue). Ma sarebbe giusto saperlo e bene avrebbe fatto la Moratti a rinfacciarglielo e nessuno potrebbe accusarla di “macchina del fango” o di “metodo Boffo”. Il guaio è che quel fatto è falso, Pisapia avendo rinunciato (rara avis) all’amnistia per essere assolto nel merito, cosa che puntualmente avvenne. Quindi quel che ha fatto la Moratti è una diffamazione bella e buona, oltretutto da parte di una signora che, lei sì, è stata condannata dalla Corte dei conti per avere sperperato i soldi dei milanesi in consulenze inutili. Ed è molto peggio del metodo Boffo, che almeno una notizia vera la conteneva (il decreto penale di condanna per molestie). 6) Il fatto che i berluscones abbiano sfidato la verità dei fatti per infangare l’avversario inventandosi accuse false sul piano penale dovrebbe far riflettere i leader del Pd e i pompieri al seguito, che da anni spiegano come sia un autogol rinfacciare a B. i suoi crimini. E, pur potendolo accusare di fatti gravi e veri senza bisogno di inventare nulla, parlano d’altro.

di Marco Travaglio, IFQ

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