Posts tagged ‘Libero’

26 gennaio 2012

L’orgettina

Nascosti dietro i tecnici, in uno dei loro più riusciti travestimenti, i politici autonominati vivono una stagione di libidine sfrenata. In Parlamento non vanno mai (le aule sono deserte, tanto non c’è niente da votare). Qualunque porcata facciano non se ne accorge nessuno. E hanno un sacco di tempo libero per dare sfogo alla perversione più inconfessabile: l’inciucio, sogno proibito di una vita, che negli anni passati li costrinse a spericolati e clandestini Kamasutra per non farsi notare dagli elettori. Ora invece, dietro il trompe l’oeil montiano, sono come topi nel formaggio: possono scatenarsi, come quei sadomasochisti repressi che trovano finalmente il coraggio dell’outing in gita premio a Sodoma e Gomorra. E allora vai con l’orgia, anzi al momento l’orgetta, sulla giustizia. Ad apparecchiare il talamo a tre piazze Pdl-Pd-Udc è Il Messaggero, quotidiano del gruppo Caltagirone, con la scusa della solita “riforma della giustizia” (non bastando le cento e più varate, con i risultati noti a tutti, negli ultimi 18 anni). L’idea l’ha lanciata sul Messaggero un osservatore neutrale: Casini, che incidentalmente di Caltagirone è il genero. L’indomani gli ha risposto, sempre sul Messaggero, il presunto segretario del Pdl Alfano. Poteva mancare a questa soave corrispondenza di amorosi sensi il contributo di Violante? No che non poteva. Infatti ieri è arrivato anche lui: “Per anni siamo vissuti fra due opposti giacobinismi”, ha detto, mettendo sullo stesso piano i magistrati che tentano di far rispettare le leggi e i politici che le violano o le cambiano a proprio uso e consumo. Ma ora “basta alibi, cambiare la giustizia si può”, anche perché ora “abbiamo la fortuna di avere un ministro competente, capace, onesto e stimato”. Cioè l’avvocato Paola Severino, casualmente fino a due mesi fa difensore di Caltagirone, condannato in primo grado a 3 anni e 6 mesi per la scalata Unipol-Bnl (insider trading e ostacolo alla Consob). Il genero Piercasinando propone sul giornale del suocero di “chiudere vent’anni di contrapposizione tra potere giudiziario e potere legislativo”. Lui i processi ai politici che rubano e mafiano (in gran parte amici suoi) li chiama “contrapposizione”. E vorrebbe chiuderli col disarmo bilaterale: dei politici ladri e mafiosi, ma anche dei giudici che li hanno scoperti (“La politica deve fare autocritica, ma pure il mondo della magistratura deve riflettere su certi eccessi”). E poi con una bella legge contro le intercettazioni, “su cui si deve raggiungere un equilibrio di civiltà”. Violante, sul disarmo bilaterale, concorda: “Il magistrato non è il custode della moralità… Molte volte la magistratura, esercitando un compito improprio, è stata costretta a intervenire sulla politica”, mentre è “l’elettore il selezionatore della classe politica”. Cioè: se un magistrato scopre un politico a rubare o a mafiare, deve ritirarsi in buon ordine perché non è compito suo indagare: deve lasciarlo fare agli elettori, che naturalmente non sanno nulla. In più, a giudicare i magistrati in sede disciplinare, non dovrà più essere il Csm, ma un’“alta corte di giustizia” nominata dal Parlamento, cioè dai politici, che così potranno processare i magistrati. Invece i magistrati che processano i politici “esercitano un compito improprio”. E, se questa è la posizione del Pd, siamo a cavallo. Al confronto, Angelino Jolie è una mammoletta: sulle intercettazioni teme che “il testo da me proposto non potrà ottenere la convergenza del Pd”. Uomo di poca fede: con i Violante tutto è possibile. Del resto, sulla svuotacarceri Severino, il Pd s’è già rimangiato la richiesta di abolire l’ex-Cirielli (il Pdl non vuole) e ha digerito senza un ruttino la trovata del Pdl di escludere dai benefici scippatori, ladri e rapinatori: cioè quelli che davvero affollano le carceri, mentre restano compresi i colletti bianchi, che in carcere non ci sono ma potrebbero presto finirci. Compreso Caltagirone, che in caso di condanna definitiva, rischiava di finire dentro. Invece scampato pericolo, grazie alla legge firmata dal suo ex avvocato divenuto ministro. Libidine pura.

di Marco Travaglio, IFQ

28 ottobre 2011

Pm ricusato: è nervoso

Come ampiamente previsto, dopo il Giornale e il Corriere, anche Libero che era rimasto fermo un giro è corso a difendere il codicillo ad personam post mortem contra Veronicam inserito nel decreto sviluppo (di Piersilvio e Marina): “La nuova legge sull’eredità la vogliono le aziende” (soprattutto quelle di B.). Poi tutti a elogiare la pensione baby di madama Bossi, che la percepisce da quando aveva 39 anni, ma anche la proposta del padrone di mandare gli altri in pensione a 67. E tutti a stigmatizzare la grave scorrettezza di Fini, che ha ricordato perché Bossi non vuol alzare l’età pensionabile (anzitutto della sua signora): vergogna, tirare in ballo i parenti, si dimetta. A dirlo sono gli stessi che da due anni lo tirano in ballo per l’alloggio affittato dal cognato. Pur di dare sempre ragione al padrone, qualunque cosa faccia o dica o rutti, i suoi trombettieri si venderebbero madre, moglie, sorella e figlia. Ferrara all’inizio stravedeva per Sarkozy, lo chiamava Berlusarkò o Sarkoni, poi quello s’è messo a ridere alla parola “Berlusconi” e allora dàgli ai francesi, che fra l’altro sono tutti froci. E nuvole d’incenso per le figuracce del padrone in mondovisione. Ieri, sul Foglio, Lanfranco Pace lo paragonava a Kruscev all’Onu con la scarpa in mano: “Non sappiamo che farcene delle buone maniere… Meglio il cucù, l’impulso di farsi fotografare ‘ponendo cuernos a Piqué’ (le mitiche corna al vertice di Caceres, ndr), tirare fuori il kapò… la gaffe, la battuta da caserma, lo scandalo birichino… Viva lo sberleffo, la piazzata… il gesto stravagante, clamoroso”. Un po’ come il rogo di Primavalle e i gesti stravaganti, clamorosi dei Co.co.ri di Pace, Morucci, Piperno, Maccari: le risate. Ora bisogna prepararsi alle future battaglie stravaganti, clamorose. Per esempio quella per giustificare il padrone che al processo Mills non si farà interrogare perché, spiega l’on. avv. Longo, “il Presidente risponderebbe pure, ma non a un pm nervoso come il dottor De Pasquale”. Ecco una nuova regola da inserire nella riforma epocale della giustizia. Non solo il pm non dev’essere comunista, giustizialista, golpista, cancro da estirpare, antropologicamente diverso dal resto della razza umana, né tantomeno animato da accanimento giudiziario (chi indaga su B. deve lavorare svogliatamente, con levità e spensieratezza, usando la mano sinistra, mentre gioca a battaglia navale): ma soprattutto non deve essere nervoso. Altrimenti peggio per lui: non ha diritto di interrogare il premier. Il fatto che i pm possano essere innervositi dalle carrettate di insulti subìti in questi anni, dalle mazzette pagate ai e alle testimoni perché dicano il falso, dalla vagonata di leggi fatte apposta per mandare in fumo indagini e processi, per cancellare i reati, per estinguere i dibattimenti in anticipo con la ex Cirielli, la prescrizione breve e il processo lungo, o per sfuggire alla Giustizia con i lodi Schifani e Alfano, coi legittimi impedimenti e anche con quelli illegittimi, coi conflitti di attribuzioni e così via, non rileva. Il pm dev’essere sereno a prescindere. E come si fa a stabilire se è nervoso? Decide l’unico dominus del processo: l’imputato. Viene in mente lo sketch di Corrado Guzzanti nei panni del mafioso in gabbia che si fa portare i tre giudici: “Chillu altu non mi piace, tiene la faccia di minchia, prevenuta, ha già la sentenza in testa, non mi convince. Fuori. ‘U sigalignu si girasse e facesse vedere i mani… No, non mi piace, tiene le mani prevenute, è un minchia, un quacquaracquà, che mi rappresenta? Fuori. Puro le femmina non mi piace, picchì intantu è fimmina, poi tiene i capelli rossi, prevenuti. Se ne può andare… Ma è proprio l’ambiente che non mi piace, voglio cambiare città, chiedo di essere giudicato a Honolulu”. Era il 2002, ai tempi della legge Cirami sul legittimo sospetto. E Corrado pensava di scherzare. Invece stava solo anticipando di dieci anni il prossimo editoriale unificato di Sallusti, Belpietro, Minzolingua e Ferrara.

di Marco Travaglio, IFQ

14 ottobre 2011

Segugi, dura la vitola

Massima solidarietà ai segugi del Giornale e di Libero, dopo la decisione del gip di Bari di confermare il mandato di cattura per Valter Lavitola. Mestiere usurante quant’altri mai, quello del segugio berlusconiano. Non consente ferie né riposi settimanali, vista l’attitudine a delinquere del padrone, che non si ferma mai, nemmeno di domenica e feste comandate. E impone addestramenti da truppe lagunari, viste le continue piroette, contorsioni, salti mortali carpiati con avvitamento e arrampicate sugli specchi che richiede h24. Ricapitoliamo. A settembre il gip di Napoli Amelia Primavera ordina la cattura di Lavitola e Tarantini, accusati dai pm Greco, Curcio e Woodcock di avere ricattato B. I segugi di B., sentiti i legali di B., si scatenano: il ricatto a B. non sta in piedi perché sia i ricattatori sia il ricattato negano il ricatto. Risate sullo sfondo. I pm convocano B. come testimone-vittima del ricatto e, siccome B. non si presenta e manda un memoriale, minacciano l’accompagnamento coatto. I segugi di B., sentiti i legali di B., strillano: B. non dev’essere convocato come teste, semmai come indagato, dunque con la facoltà di non presentarsi e non rispondere. Risate sullo sfondo. A furia di sentire B. e i legali di B. dire che B. dev’essere indagato, il Tribunale del Riesame l’accontenta: la Procura deve indagarlo per aver pagato Tarantini per indurlo a mentire ai pm di Bari. I segugi di B., sentiti i legali di B., tuonano: abbasso il Riesame che vuole perseguitare B. con un’altra falsa accusa, e comunque del caso non deve occuparsi la Procura di Napoli, ma quella di Roma. Il gip Primavera legge il memoriale di B., lo prende per buono, e stabilisce che i pagamenti a Tarantini e Lavitola sono avvenuti a Roma, dunque l’inchiesta passa a Roma. I segugi di B., sentiti i legali di B., esultano: il gip Primavera, che aveva firmato gli arresti e sposato la tesi del ricatto dunque era stata crocifissa assieme ai pm, diventa un’eroina che dà torto ai pm e manda finalmente l’inchiesta nella Capitale dove, visti certi precedenti, riposerà in pace in saecula saeculorum. Intanto però il Riesame dice che la competenza è di Bari, dove Tarantini prezzolato da B. ha reso le sue deposizioni farlocche. I segugi di B., sentiti i legali di B., spargono altro incenso: viva il Riesame e viva Bari, che adesso è una garanzia, Laudati sii mi procuratore. Bari non tradisce le attese: indaga Lavitola per aver indotto Tarantini a mentire su B., ma si guarda bene dall’indagare anche B. e, quel che è meglio, chiede al gip di revocare il mandato di cattura per Lavitola per mancanza di gravi indizi di colpevolezza. I segugi di B., sentiti i legali di B., srotolano le lingue felpate, a pennello. Olindo Sallusti, vedovo Rosa, titola sul Giornale: “L’inchiesta su Silvio? Una bufala. Revocato l’ordine di cattura per Lavitola… Sarebbe ora di cacciare certi magistrati e mettere alla berlina certi giornalisti”. Chiocci e Di Meo: “Crolla il teorema Woodcock: Lavitola non va arrestato”. Libero: “Sberla ai pm, Lavitola non va arrestato”. Dunque non era vero niente: B. non ha mai detto a Lavitola di restarsene all’estero, non ha mai allungato 800 mila euro in nero a Gianpi e Valterino, le telefonate intercettate non sono mai avvenute. Tutto è bene quel che finisce insabbiato. Già che ci sono, i segugi di B., sentiti i legali di B., preparano l’elenco delle cose da fare per gli ispettori di Guitto Palma e Arcibaldo Miller, perché prendano meglio la mira sui pm napoletani e sull’ex pm barese Scelsi, quello che osava indagare. Nella foga di leccare il grande capo Culo Flaccido, i poveretti trascurano un piccolo dettaglio: sui mandati di cattura non decide il pm, ma il gip. E ieri che ti fa il gip? Respinge la richiesta del pm di revocare l’arresto di Lavitola. Il pm, come lo scolaretto dietro la lavagna, è costretto a chiedere un nuovo arresto. Come dice Zio Tibia, “sarebbe ora di cacciare certi magistrati e mettere alla berlina certi giornalisti”. Tipo lui, per esempio.

di Marco Travaglio, IFQ

29 giugno 2011

Socrate era un gatto

Proseguono gli scoop degli instancabili segugi di Libero e del Giornale. In stereofonia. Alessandro Sallusti, sul Giornale, attacca i magistrati milanesi che paragonano villa B. a un bordello e accettano come parti civili due miss reduci da un’elegantissima serata arcoriana. “Due ragazze – scrive zio Tibia – una delle quali con precedenti esperienze di sesso a pagamento, riescono a farsi invitare a una serata ad Arcore”. E chissà quanto devono aver penato, le poverette, visto che com’è noto villa San Martino è letteralmente sigillata per impedire l’infiltrazione di belle ragazze. Si saranno intrufolate dal condotto di aerazione. Ma ora Olindo ha la prova del nove che smentisce il “bordello”: una delle due ospiti di Arcore “si prostituiva” quand’era ancora minorenne. Noi, nonostante i nostri rapporti organici con la P4, non sappiamo se sia vero. Ma, se fosse vero, cosa salta in mente a Sallusti di sbattere la notizia in prima pagina? Se non l’ha già fatto Ghedini, ci permettiamo di fargli osservare che la presenza di una prostituta in più ad Arcore non è un alibi, ma un’aggravante per il padrone. Al quale suggeriamo di pregare Sallusti di astenersi dal difenderlo ancora: un altro paio di alibi così, e B. si becca l’ergastolo. Il guaio è che Olindo ha seri guai con la logica aristotelica: per attaccare la Procura di Milano, la chiama “magistratura etica” (forse non sa che etica vuol dire morale, corretta, perbene; o forse, dalle sue parti, questi sono insulti sanguinosi). Poi aggiunge: “Cosa ne sa un magistrato di bordelli? Quando la sera un Pm si ritira a casa sua con l’amica che magari cambia ogni settimana, la sua abitazione come la si definisce? Commette un reato o semplicemente esercita a suo modo le libertà fondamentali e individuali, comprese quelle di divertirsi e fornicare?”. Eppure è tutto molto semplice: il Codice penale punisce chi sfrutta e favoreggia la prostituzione, ma pure gli utilizzatori finali di prostitute minorenni, ai quali un “pacchetto sicurezza” di B. ha persino aumentato le pene. Non sappiamo a quale pm con “amica” alluda Sallusti, ma ce ne sfugge l’attinenza al tema trattato: se una maggiorenne va a letto con un pm senza esservi costretta o pagata, non c’è alcun reato né alcun bordello. Sono concetti elementari, accessibili anche a persone di media intelligenza: ci rifiutiamo di credere che nella redazione del Giornale non ci sia nemmeno un usciere in grado di spiegarli, magari con l’ausilio di qualche disegnino, al direttore. Ma ecco lo scoop di Libero, che non vuol essere da meno del Giornale. L’altroieri Olindo aveva scoperto che la madre di Woodcock e quella di Sandro e Guido Ruotolo erano amiche. Pronta la risposta di Filippo Facci che, tornato in prima pagina dopo la quarantena imposta da Feltri (“cestinare un pezzo di Facci non è censura, è un’opera buona”), sfodera l’argomento decisivo per la “separazione delle carriere dei magistrati”. Un fatto gravissimo: “Un gip di Milano sta per rientrare dalla maternità, e chi è il padre? Un pm di Milano, suo compagno”. Ergo – domanda quel diavolo d’un Facci – “come può un giudice essere indipendente dal padre di suo figlio?”. La stessa questione si pone quando un magistrato si fidanza con un avvocato. E di solito viene risolta evitando che il magistrato si occupi di processi seguiti dall’avvocato. Anche perché le carriere di avvocati e magistrati sono già separate. Invece, per l’aristotelico Facci, contro il fidanzamento fra un gip e un pm non c’è altro da fare che separare le carriere di tutti i giudici da quelle di tutti i pm. Il ragionamento ricorda il falso sillogismo di Ionesco: “Tutti i gatti sono mortali; Socrate è mortale; dunque Socrate è un gatto”. Ora qualcuno potrebbe domandare a Facci, magari sotto il casco del coiffeur: scusa, caro, ma se le carriere di giudici e pm fossero separate, sei proprio sicuro che quel pm non avrebbe messo incinta quella gip? Non è che, niente niente, confondi la separazione delle carriere con la contraccezione?

di Marco Travaglio, IFQ

28 giugno 2011

Ci hanno beccati

L’altro giorno è scomparso un maestro di giornalismo, Lamberto Sechi: il suo motto era “i fatti separati dalle opinioni”. Il motto di Belpietro invece è “le balle separate dai fatti e dalle opinioni”, infatti pubblica solo le prime. Tipo i falsi attentati a Fini e a se medesimo. Leggendo Libero, uno scopre sempre particolari della propria vita ignoti persino a se stesso. Domenica, mentre i giornali veri “aprivano” sul capo di Stato maggiore della Finanza indagato, l’house organ degli Angelucci amicucci di Bisignanucci dedicava alla cosuccia 20 righe a pagina 3. La prima e la terza pagina erano occupate dal mio ritrattone in uniforme massonica (collarino, grembiulino e compassi vari) e da due titoloni per illustrare ben altro scoop: “C’è Travaglio dietro la P4”, “È Travaglio la fonte dei segreti della P4”. Se non sapessi che Libero è l’inserto umoristico di Libero, rischierei di montarmi la testa: non ho mai visto né conosciuto né sentito Bisignani, eppure sono la sua fonte, anzi il suo capo occulto. Talmente occulto da non possedere nemmeno il suo numero di cellulare, peraltro noto a cani e porci, ma soprattutto porche. Lo pilotavo con la sola forza del pensiero. Il segugio belpietresco Martino Cervo copia ciò che abbiamo scritto noi e altri giornali veri: Bisi dice di aver appreso dal Fatto l’indagine di Potenza su Letta (poi trasferita a Roma e a Lagonegro). È possibile: il Fatto pubblicò la notizia nel primo numero, il 23 settembre 2009. Ma solo perché gli altri giornali, tutti al corrente di quelle carte da mesi, non avevano osato scrivere una riga. Ma nessuno accusa Bisi di aver spifferato la notizia a Letta, che peraltro la sapeva ben prima che uscisse sul Fatto (i suoi legali erano informati della proroga delle indagini). Semmai i pm accusano Papa di essersi attivato per conto di Bisi per saperne di più alla Procura di Roma. Una persona sana di mente, a questo punto, si domanderà: che c’entra tutto ciò col titolo “C’è Travaglio dietro la P4”? Un po’ di pazienza, perché Libero ha un altro scoop: il 24 settembre 2010 la segretaria di Bisi, Rita, informa il capo che “l’ha cercato quello del Fatto, Barbacetto”. E, annota malizioso il Cervo, “non è neppure detto che il giornalista abbia poi parlato col ‘lobbista’ come chiedeva”. Ma tanto basta per dire che “C’è Travaglio dietro la P4”. Inutile spiegare a questi poveretti che, casomai, ci sarebbe Barbacetto: sempreché avesse spifferato a Bisi “i segreti della P4”. Come si fa a sapere se ci ha parlato? Basta leggere la riga seguente del rapporto investigativo, dove Bisi dice che di parlargli “non me ne frega niente”. E basta leggere le collezioni del Fatto per scoprire che Barbacetto (come Lillo) stava levando la pelle a Bisi in una serie di articoli: correttamente, chiamava la segreteria per avere la sua versione e offrirgli il diritto di replica, come fa ogni buon giornalista (quindi quelli di Libero non c’entrano). Voleva chiedere, non passare qualcosa. È questa la differenza fra un giornalista e un qualcos’altro, anche se è difficile farlo capire ai segugi berlusconidi. Prendete Gian Marco Chiocci del Giornale. L’abbiamo sfottuto per la disavventura al phonecenter per immigrati a Roma dove s’era rifugiato per chiamare Sallusti lontano da orecchi indiscreti, ignaro che il locale era intercettato in un’indagine di droga. Lui ha ricevuto la commossa solidarietà di Franco Viviano, cronista di Repubblica (lo stesso giornale che iscrive Chiocci alla “macchina del fango”). E ora minaccia di trascinarci in tribunale e all’Ordine (quello che ha appena sospeso il suo direttore) per l’accostamento con l’“apprendista spione” Farina, alias Betulla. Ma non è colpa nostra se Farina cercava notizie sul Sismi non per scriverle, ma per girarle al Sismi; e Chiocci cercava notizie sul temuto arresto di Rosa Santanchè non per scriverle, ma per girarle a Olindo Sallusti. Invece noi del Fatto siamo gente strana: le notizie le cerchiamo per pubblicarle. Non siamo proprio i capi della P4, ma ci piacerebbe tanto.

di Marco Travaglio, IFQ

3 maggio 2011

Il figlio drogato

Non è vero che leggere Il Giornale e Libero sia inutile. Anzi, è un divertente gioco di società: ricchi premi a chi trova una notizia vera. A volte qualcuna scappa anche a loro, per sbaglio. Ma la nascondono bene. L’altro giorno il Giornale pubblica un’impeccabile cronaca sull’indagine aperta dal Csm sul caso Ciancimino. Peccato che il titolo dica: “Anche il Csm sbugiarda Ingroia”. Il Csm, avendo appena iniziato a indagare, non ha sbugiardato nessuno. E quell’“anche” fa intendere che altri abbiano “sbugiardato” Ingroia, che invece non è stato sbugiardato da nessuno, ma è stato proprio lui a sbugiardare Ciancimino facendolo arrestare su due piedi per un documento falso. Altro esempio: Masi incassa una buonuscita supplementare dal Corriere, che in un’intervista imbarazzante (soprattutto per il Corriere) gli lascia raccontare una balla sesquipedale: “Santoro fa lo spiritoso. Ma non lo era l’estate scorsa quando trattava con me un contratto-quadro da 14 milioni”. Naturalmente la cifra non era per Santoro, ma per produrre 14 docufiction di prima serata (che su Rai2 costano in media 1 milione a puntata). Ma né Masi né il Corriere lo precisano. L’indomani Libero rilancia: “Santoro voleva 14 milioni… le pretese del teletribuno”. Pretese? E perché, se le riteneva scandalose, Masi le soddisfece firmando un pre-contratto che sarebbe divenuto esecutivo se Santoro non l’avesse fatto saltare quando Garimberti confermò Annozero? Ormai Libero esce solo per tentar di smentire gli scoop del Fatto (con i risultati che si son visti sul caso Ceroni-ceffoni). L’altro giorno Antonio Massari rivela che Pisanu ha smontato le accuse mosse dal Ros e da un paio di incauti pm romani a Genchi e De Magistris, imputati per aver acquisito tabulati di alcuni deputati, tra cui Pisanu, senz’autorizzazione della Camera: la presunta vittima Pisanu assicura che nessun tabulato di telefoni in uso a lui è stato acquisito in “Why Not”. L’indomani un geniale segugio di Libero scrive che “il Fatto si incarta da solo” perché la moglie di Pisanu ha dichiarato che fu acquisito il tabulato di un cellulare “in uso esclusivo a me”. Ma pensa un po’: hanno acquisito il tabulato della moglie. Embè? A Libero son convinti che le mogli e i parenti dei deputati godano, per contagio, dell’immunità degli onorevoli congiunti. Sempre più nervoso da quando abbiamo ricordato che fu Panorama diretto da lui a prendere per buone le rivelazioni di Ciancimino, Belpietro ci dedica attenzioni degne di miglior causa. Domenica ha recensito il mio nuovo spettacolo senz’averlo visto (l’aveva già fatto sul Giornale il povero Mario Cervi, addirittura prima che andasse in scena). E, non sapendo di che si tratta, ha scritto che è “il solito copione di un Montanelli tenacemente nemico del Cavaliere”, mentre quello anticomunista l’avrei occultato per non esserne “disturbato” (infatti, al centro dello spettacolo, c’è la cronaca montanelliana della repressione sovietica a Budapest, a.d. 1956: ma forse, per Belpietro, anche lì c’entrava il ventenne Silvio). E così, con comprensibili sforzi, “ho deciso di rileggermi i fondi del vecchio Indro, quelli del Giornale e i precedenti” (cioè a ritroso dal 1973 al 1948, quando Montanelli stava al Corriere). L’acuto direttore a sua insaputa ha così scoperto, non senza qualche ernia al cervello, che Montanelli ogni tanto criticava il Csm; una volta se la prese col pm Felice Casson e un’altra con Camilla Cederna; disse che la Costituzione “non è intoccabile” e che il sistema fiscale italiano è “assurdo”. Roba grossa. Ergo “il vero erede di Indro è Berlusconi”. Chissà se, nelle sue titaniche letture, Belpietro s’è imbattuto in quel brano di Montanelli a proposito del suo fu Giornale, allora vicediretto da Belpietro: “Non lo guardo nemmeno, per non avere dispiaceri. Mi sento come un padre che ha un figlio drogato e preferisce non vedere” (Corriere della sera, 12 maggio 1995). Sono soddisfazioni.

di Marco Travaglio, IFQ

27 aprile 2011

Vogliamo il canàro

Massima solidarietà ai trombettieri di B., costretti alle più spericolate acrobazie per inseguirlo nelle sue piroette ormai quotidiane. Su Ruby: non è prostituta ma nipote di Mubarak; anzi no, è prostituta ma anche nipote di Mubarak. E soprattutto sulla Libia. “Non chiamo Gheddafi per non disturbarlo”; e tutti dietro: zitti, fate piano, non bisogna disturbare Gheddafi. Poi entriamo in guerra contro Gheddafi, ma senza bombardarlo, mica siamo come quel nano di Sarkozy; e tutti dietro: viva la guerra a Gheddafi, ma solo un po’, senza bombardarlo. Poi bombardiamo Gheddafi anche noi, e tutti dietro: evvai, si bombarda Gheddafi anche noi, quando ci vuole ci vuole. Viene persino il dubbio che Lui lo faccia apposta: cioè si diverta a cambiare più posizioni di quelle del Kamasutra per vedere se i suoi pifferai riescono a tenere il ritmo. Impresa titanica, visto che, oltre ad avallare le sue panzane, i poveretti devono inseguire pure quelle dei suoi, fino all’ultimo Scilipoti. Da quando s’è saputo che l’uomo-chiave della maggioranza alla Camera ha la fissa dell’agopuntura, nelle redazioni di Libero, Foglio, Giornale e Panorama s’è scatenata la corsa all’acquisto di manuali sulle medicine alternative, non sia mai che qualcuno si faccia cogliere impreparato. Ma ora ci tocca presentare le nostre più sentite scuse anche a Mimmo Scilipoti da Barcellona Pozzo di Gotto. Si pensava che l’espressione “toccare il fondo” coincidesse con la sua faccia, poi è arrivato Remigio Ceroni da Rapagnano, quello che non si accontenta di riformare un articolo qualunque della Costituzione: lui punta al primo. Sandra Amurri ha raccontato di quando il nostro riformatore, in attesa di cambiare i connotati alla Costituzione, si allenava cambiandoli alla moglie a suon di ceffoni. E lui, sanguinosamente offeso, s’è fatto intervistare e immortalare da Libero nel suo idillio familiare. Lui: “Volgari menzogne, non farei mai del male alla donna che amo”. Lei: “Sono stata in ospedale solo per partorire. Remigio è un uomo pacifico, se mi avesse picchiata non saremmo arrivati a 38 anni di matrimonio”. Il cattolicissimo on. Maurizio Lupi fa subito tanti auguri: non alla moglie menata, ma all’onorevole marito. Purtroppo però al Fatto le notizie, prima di scriverle, si usa verificarle. E così Sandra, che sulle prime aveva preferito sorvolare su certi dettagli sanitari, estrae il referto medico con tanto di denuncia alla polizia, in cui lady Ceroni tutta tumefatta “riferisce di essere stata percossa dal marito ieri alle 22.30 circa presso la propria abitazione”. Venti giorni di prognosi. Chi lo dice, ora, al pio Lupi? Libero torna da Ceroni per la nuova verità di giornata: “Il litigio ci fu, però francamente mi vede estraneo”. Avrà litigato con la moglie a sua insaputa, come uno Scajola qualsiasi? “Io non ero neppure in casa”. L’avrà menata a distanza, con la sola forza del pensiero? “Al pronto soccorso le avranno detto: scriva lite coniugale e così hanno chiuso la partita”. Ma certo: la moglie del sindaco (Ceroni all’epoca era sindaco di Rapagnano) arriva al pronto soccorso tutta lividi, le dicono di dare la colpa al sindaco e lei, sempre a sua insaputa, lo mette nero su bianco. Resta da capire chi l’ha menata. Ceroni tira in ballo il padre, ovviamente defunto: “C’è stato un litigio familiare, lei ha risposto male a mio padre e lui, forse, offeso, ha reagito… Mio padre è pure morto”. In attesa che oggi sforni nuove versioni di giornata (forse la signora Ceroni è la cugina di Mubarak, notoriamente molto manesco) e che Lupi candidi Ceroni a sottosegretario alla Famiglia al posto del ribelle Giovanardi, ben si comprende perché Libero vanti fra i suoi columnist Pomicino e Moggi o il Foglio pubblichi le analisi sulla Libia di Pio Pompa: per sostenere certe tesi bisogna aver già perso la faccia. Essendo venuti a mancare prematuramente il gobbo del Quarticciolo e la saponificatrice di Correggio, si attende l’esordio di un nuovo editorialista di sicuro avvenire: il canàro.

di Marco Travaglio, IFQ

15 febbraio 2011

“Panorama” e gli allegri bastonatori

Eppure non c’era bisogno di aspettare domenica 13 febbraio per sapere. Direte che basta vivere in qualunque luogo, in qualunque giorno della presente e non lietissima vita italiana per sapere un po’ di più. Bastava domandare. Lo ha fatto per esempio il giovane regista Lorenzo Buccelli in un suo riuscito documentario: decine di donne incontrate a caso, scelte negli incontri più occasionali della vita quotidiana. A questa inchiesta, divenuta un dvd dal titolo perfetto “Sorelle d’Italia” è toccato il compito di vedere e prevedere. In quel film dignità, compostezza, la naturale opposizione di chi non fa politica ma non accetta il varietà della politica, sono un messaggio chiaro che non vuole e non cerca pretesti. E allora arriviamo all’evento così splendidamente riuscito e così malevolmente giudicato da alcuni. Un milione di donne in piazza hanno fatto perdere la testa a molti recensori. La cosa incuriosisce   perché in sé non è politica. Di questa idea si può pensare bene o male. Ma puntare sulla stroncatura preventiva è strano e insolito. Non per i politici, naturalmente. Parlo di giornali e giornalisti. Penso con tristezza a Panorama. A che cosa si è ridotto (umiliando, suppongo, l’ottima redazione   )? Pubblica una serie di dichiarazioni di donne che chiedono e dichiarano di non andare in piazza. Legittimo. Ma deve esserci una penuria di normali argomenti (tipo: mai andata, non credo a quel modo di manifestare; oppure: no, perché non condivido) . Infatti il settimanale pubblica una serie di dichiarazioni come questa (attenzione): “Quando si manifesterà contro la morte della meritocrazia, allora sì, quel giorno aderirò”. Oppure: “Come donna, come laureata, come precaria, come mamma, mi sento più umiliata da tutte queste arrampicatrici di dubbio gusto che dall’uomo di potere che le compra con soldi, visibilità e poltrone politiche”. Oppure: “E poi diciamocelo: queste ragazze hanno fatto una scelta chiara, favori in cambio di soldi. Chi sfrutta chi?”. E ancora: “Per quanto riguarda le ragazze che frequentavano Arcore, io farei una manifestazione   contro di loro per sfruttamento del premier”. E infine: “La violenza genera altra violenza. È successo fuori di Arcore, accadrà alla manifestazione del 13 febbraio. Volete combattere il premier? Fatelo sulle questioni reali e non su patetici gossip”.    Come ormai tutti sappiamo non c’è stata alcuna violenza in alcuno degli eventi in decine e decine di città. E questa volta, dopo tante prove riuscite, e nonostante i tentativi del locale ministero della Propaganda, la parola “gossip” in luogo di reato non ha fatto strada neppure sulle pagine di Libero. Eppure l’audace critica preventiva – nel tentativo non riuscito di far stare a casa le protagoniste di domenica 13 febbraio – non ha salvato le piazze italiane piene come un uovo da vivaci e persuase stroncature. Per avere il senso, anche comico, dell’evento suggerisco di confrontare la fotografia aerea di piazza del Popolo sulla manifestazione   di Roma (Herald Tribune,  pag. 3  , quasi un terzo della pagina) con la frase del ministro dell’Istruzione Gelmini: “Sono scesi in piazza i salotti radical chic”. Poi c’è la riflessione cauta e saggia di Fabrizio Cicchitto: “Un milione in piazza? Ma le donne italiane sono trenta milioni. Dunque la stragrande maggioranza non ha partecipato”. E tutti devono ascoltare il giudizio severo del presidente del Consiglio che può telefonare quando vuole a una rete televisiva (in questo caso ha usato roba sua, Canale 5, ma tutti hanno subito ritrasmesso) che, dopo avere visto in onda severe suore che si occupano delle giovani prostitute abbandonate in strada come i cani di ferragosto, riflette e dice: “Manifestazione faziosa, vergogna!”. Subito Michela Vittoria Brambilla si mette al sicuro: “Come donna e madre, ancorché ministro della Repubblica, rivendico la   mia totale non adesione a questa passerella”. Si apre così l’epoca della “totale non adesione” che, presumibilmente, è molto più assoluta del semplice non andare. Resta la critica, completamente diversa, e tuttavia difficile da capire, di Beppe Severgnini (Corriere della Sera, 14 febbraio). Sentite: “Davanti a vicende nuove, gravi e imprevedibili le risposte non possono essere vecchie , rituali e prevedibili. Microfono e buone intenzioni, lettura delle dichiarazioni, studentesse e sindacaliste, francarame (scritto così) e facce già viste. Si finisce per far sembrare originali perfino i professionali slalom di Giuliano Ferrara. Davanti a vicende nuove, gravi e imprevedibili, le risposte non possono essere vecchie, rituali e prevedibili”. Ma perché, Severgnini? Non è mica un gioco, e nonostante gli eventi di Arcore non è uno spettacolo per il quale occorre “new material”   come dicono i comici americani quando devono andare in tournée . I neri degli Usa sono andati in piazza per Obama proprio come avevano fatto per Martin Luther King, e non si sono domandati se il rituale era “già visto”. A loro importava di essere in tanti. Erano in tanti e hanno vinto. E quando non lo hanno fatto, perché si sono detti che era roba del passato, hanno vinto persone molto diverse, con tutte le conseguenze (certo nel caso di George W. Bush) che sappiamo e che durano ancora. Mi rendo conto: la domanda drammatica, adesso, non è più “dì qualcosa di sinistra” (o di destra, come alcuni implorano Fini). La domanda è: “Dì qualcosa di nuovo” . Ma questa domanda va rivolta ai politici. I cittadini – le cittadine – hanno fatto qualcosa di straordinariamente nuovo: erano in piazza, in tante (in questo Paese, in questo momento, non senza qualche rischio anche sul lavoro) per dire basta. Era più nuovo se non fosse accaduto?

di Furio Colombo – IFQ

11 febbraio 2011

Angelucci dovrà restituire i soldi pubblici

 

Una eloquente prima pagina di Libero sul 25 aprile

Grossi guai in vista per Libero. Il quotidiano diretto dalla coppia Feltri-Belpietro è stato pescato dall’Autorità Garante per le Comunicazioni con le mani nella marmellata mentre attingeva dalle casse pubbliche finanziamenti che non gli spettavano. Il giornale caro ai leghisti si trova in una situazione davvero imbarazzante. Come una qualsiasi impresa meridionale scoperta dalla Guardia di finanza a truccare i requisiti per accedere a una legge di agevolazione, dovrà restituire il maltolto. Secondo l’interpretazione dell’Agcom, Libero ha incassato 12 milioni di euro e chiesto altri 6 milioni di euro alla Presidenza del Consiglio che non gli spettavano e su quei soldi ha fatto affidamento per chiudere in pareggio i bilanci degli scorsi anni.   Il 9 febbraio scorso l’editore di Libero, il deputato del Pdl Antonio Angelucci, proprietario del gruppo di cliniche private Tosinvest, si è visto comminare una multa di 108 mila euro e presto potrebbe trovarsi costretto a mettere mano al portafoglio. Il provvedimento dell’Autorità Garante delle Comunicazioni è frutto di una lunga istruttoria durata un anno e mezzo, avviata in tandem con Dipartimento editoria della presidenza, diretto da Elisa Grande. La delibera colpisce anche la società editrice del quotidiano Il Riformista, diretto da poche settimane da Stefano Cappellini. Entrambi i quotidiani – a differenza del Fatto Quotidiano – ogni anno attingono all’apposito fondo della presidenza del Consiglio dichiarando di appartenere a enti (una   fondazione e una cooperativa) non collegate.    L’Agcom contesta quei finanziamenti perché i due giornali, al di là delle qualifiche formali, sono controllati entrambi dal gruppo di Antonio Angelucci. La delibera dell’Agcom è stata presa sulla base della relazione favorevole alla ‘condanna’ di Angelucci del commissario Sebastiano Sortino che è riuscito a convincere il presidente Corrado Calabrò (nominato da Silvio Berlusconi) e a strappare l’astensione di un altro membro   dell’Agcom in quota Pdl, Stefano Mannoni.    Un buon segnale per questa Autorità che finora aveva fatto parlare di sé solo per gli scandali seguiti alle intercettazioni di Trani.    Gli effetti della delibera potrebbero essere devastanti per i conti dei due giornali che – se la Presidenza del Consiglio applicherà la delibera Agcom – rischiano di saltare. Una pessima notizia anche per Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro che sono entrati con una quota del 10 per cento a testa nella società editrice per rilanciarla.      Libero dovrà restituire i 7,7 milioni incassati nel dicembre 2008, con riferimento ai conti del 2007. Non solo: non potrà incassare nemmeno i 6 milioni di euro iscritti a bilancio nel 2009 né potrà chiederne altrettanti per il 2010. Anche una parte del contributo del 2006 dovrà essere restituito. Nel marzo del 2006 Angelucci ha comprato da Claudio Velardi, ex spin doctor di Massimo D’Alema, la maggioranza del Riformista. E quindi da quel momento, secondo l’Agcom, si è verificata la situazione di incompatibilità con il finanziamento. Anche per Il Riformista, che incassa 2,5 milioni di euro all’anno, nonostante venda in edicola poco più di 3 mila copie, gli effetti della delibera dell’Agcom saranno devastanti.      Secondo l’Agcom ci sono almeno quattro buone ragioni per ritenere che – al di là della forma – sia Libero che Il Riformista sono di proprietà di Tonino Angelucci. Innanzitutto il gruppo ha contribuito con molti milioni di euro ogni anno ai due giornali stipulando dei contratti di “valorizzazione della testata” che in realtà celerebbero una forma di finanziamento all’impresa. In secondo ruolo le riunioni degli organi delle società editoriali si tengono nei medesimi uffici del gruppo Angelucci. Inoltre gli amministratori spesso sono gli stessi e infine c’è una strana cessione di credito che somiglia molto a un finanziamento. Per il 2006 Libero ha incassato 7.953.436,26 euro (parzialmente da restituire). Per il 2007 invece 7.794.367,53, che dovrebbero essere integralmente restituiti. A questi bisogna aggiungere i 6 più 6 milioni che verranno a mancare per i bilancio   già chiuso del 2009 e per quello del 2010. Per capire l’effetto di questa mazzata bisogna rileggere quello che ha scritto la società di revisione BDO, prima di certificare il bilancio: “L’equilibrio economico e finanziario della società è strettamente legato all’ottenimento dei contributi suddetti”.    Le conseguenze pratiche della delibera Agcom ora dipenderanno dall’interpretazione che ne darà il Dipartimento dell’Editoria. Se Libero avesse dichiarato subito di appartenere allo   stesso gruppo del Riformista, solo quest’ultimo avrebbe perso il contributo. Ma il fatto di avere nascosto questa situazione agli uffici dovrebbe comportare la perdita del contributo per entrambi i giornali. Per non parlare poi dei possibili effetti penali. Potrebbero esserci dei riverberi anche per il personale. Nel 2008 tutti i 98 dipendenti (compresi 83 giornalisti) di Libero sono stati pagati con i soldi dello Stato. Soldi ai quali il giornale nemico degli sprechi non aveva diritto.

Nella foto l’editore Antonio Angelucci (FOTO ANSA)

29 dicembre 2010

Su Belpietro iniziano a girare strane storie

Segnatevi questa data: 27 dicembre 2010. E questo scampolo di prosa: “Girano strane storie a proposito di Fini. Non so se abbiano fondamento, se si tratti di invenzioni oppure, peggio, di trappole per trarci in inganno. Se ho deciso di riferirle è perché alcune persone di cui ho accertato identità e professione si sono rivolte a me assicurandomi la veridicità di quanto raccontato… Toccherà quindi ad altri accertare i fatti… Vero? Falso? Non lo so. Chi mi ha spifferato il piano non pareva matto…in cambio dell’informazione non mi ha chiesto nulla… Mitomane? Ricattatrice? Altro? Boh! Perché mi sono deciso a scrivere delle due vicende? Perché se sono vere c’è di che preoccuparsi… Se invece è tutto falso, c’è da domandarsi perché le storie spuntano proprio ora”. L’autore Maurizio Belpietro, direttore di un giornale (si fa per dire: è “Libero”), inaugura una nuova frontiera: le notizie separate dai fatti, la cronaca medianica, l’informazione a cazzo, il giornalismo del “boh?”.   Funziona alla grande: tre inchieste in altrettante procure, titoloni su tutti i tg e giornali (addirittura l’apertura su Repubblica: “Finto attentato a Fini, è scontro”), Belpietro tutto giulivo: “Ho fatto uno scoop, non potevo andare dal magistrato sennò mi leggevo la notizia su qualche altro giornale. Ma ho fatto un piacere a Fini, dovrebbe ringraziarmi”. Anche noi, nel nostro piccolo, vogliamo fare uno scoop e un piacere a Belpietro. Pertanto abbiamo deciso di pubblicare le strane storie che girano sul suo conto. Un’anziana medium reduce da una seduta spiritica ci ha raccontato che, consultando l’anima di un defunto di cui non ha ben capito il nome, ha appreso che Belpietro avrebbe da anni una relazione con un opossum, non si sa se maschio o femmina, ma più carino di lui. Vero? Falso? Boh. Riportiamo la notizia perché l’anonimo poltergeist non ha chiesto soldi in cambio delle sue rivelazioni e perché vogliamo fare un piacere a Belpietro.   Un uomo incappucciato con un tanga, ma con impercettibile inflessione norvegese, ci ha consegnato un dossier fotografico che ritrae Belpietro travestito da talebano e intento a ricevere alcuni bazooka da Osama Bin Laden in una grotta del Pakistan. Mitomane? Ricattatore? Altro? Mah! Avremmo potuto verificare la notizia, ma non volevamo leggerla su qualche altro giornale. Meglio darla subito, poi Belpietro ci ringrazierà con comodo. Una signora di mezza età che indossava una pelle di giraffa e portava in testa un cotechino con lenticchie, ma non pareva affatto matta, ci ha riferito di avere le prove che i delitti di Cogne, Erba, Garlasco, Perugia, Avetrana e via Gradoli sarebbero opera del noto serial killer Belpietro, socio occulto di Bruno Vespa che poi fanno a mezzo con i fornitori di plastici. Se lo scriviamo è perché, se è vero, c’è di che preoccuparsi; se invece è falso, c’è da domandarsi perché questa storia spunta proprio ora.   Un licantropo travestito da Ciccio di Nonna Papera che parla soltanto il babilonese antico ci ha svelato, se abbiamo capito bene, che Belpietro sarebbe solito spalancare l’impermeabile nei giardinetti degli asili nido e sgranocchiare alcuni bambini con tanto di grembiulino per vincere i morsi della fame. Lo scriviamo per il bene di Belpietro, nella speranza che ci ringrazi. Un sedicente caposcorta ci ha confidato che qualche mese fa si inventò di avere sventato un attentato a un giornalista e poi, per renderlo più credibile, esplose alcuni colpi di pistola riuscendo a centrare, in mancanza dell’attentatore, il soffitto, il mancorrente della scala e un battiscopa; dopodiché il giornalista andò in tournèe in tutte le tv ad accusare la sinistra “partito dell’odio”; poi, quando la patacca stava per essere smascherata, accusò Fini di essersi organizzato un falso attentato per dare la colpa a Berlusconi. La notizia, diversamente dalle altre, ci pare talmente incredibile che abbiamo esitato fino all’ultimo a pubblicarla. Se ne diamo conto, è solo perché pare che sia vera.

di Marco Travaglio – IFQ

28 dicembre 2010

Gli spari e l’agguato nelle scale finito nel nulla

Le “strane storie” di Maurizio Belpietro rimbalzano dalle pagine di “Libero” alle stanze della procura di Milano. Il direttore del giornale a cui è appena riapprodato Vittorio Feltri è stato sentito nel pomeriggio di ieri dal procuratore aggiunto Armando Spataro. Interessato a sapere qualcosa di più della prima delle due “strane storie” raccontate nell’editoriale di “Libero” di ieri. Un personaggio misterioso, scrive Belpietro in prima pagina, gli avrebbe raccontato che ad Andria, in Puglia, sarebbe in preparazione un “piccolo attentato” a Gianfranco Fini. Il presidente della Camera dovrebbe restar ferito, ma in modo lieve: “l’operazione punterebbe al ferimento di Fini e dovrebbe scattare in primavera, in prossimità delle elezioni, così da condizionarne l’esito”. La finalità   dell’attentato, secondo quanto scrive Belpietro, sarebbe infatti di “far ricadere la colpa sul presidente del Consiglio”.    Il coordinamento delle indagini sul presunto attentato è stato assunto dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari, competente per territorio, visto che Belpietro   scrive che l’azione dovrebbe avvenire ad Andria. Ma si è subito attivata anche la procura di Milano, dove Belpietro lavora e dove “Libero” ha la sua redazione: “Lavoriamo d’intesa con la Dda di Bari”, spiegano dall’ufficio di Spataro.    Resta da spiegare come le “strane storie” siano diventate un editoriale del quotidiano della ritrovata coppia Belpietro-Feltri. Soprattutto la seconda. Sì, perché c’è una seconda storia, ancor più strana della prima, incollata nell’editoriale del direttore di “Libero”. Belpietro, messo un punto e a capo alla storia dell’attentato, racconta che una prostituta di Modena – o escort, come si usa dire un po’ ipocritamente adesso -– è andata a raccontargli di aver avuto un incontro con Fini, pagato mille euro in contanti. La signora, “che giura di essere nipote di un vecchio   camerata”, ha aggiunto anche “una serie di particolari piccanti, acconsentendo alla videoregistrazione della sua testimonianza”.    Dunque: sarebbe in preparazione un attentato a Fini, ma per incastrare Silvio Berlusconi (prima “strana storia”); e Fini sarebbe andato con una prostituta di Modena, pagandola mille euro   (seconda “strana storia”). “Degenerazione del giornalismo”, commenta il parlamentare finiano Carmelo Briguglio, “come si possono scrivere vicende solo perché qualcuno le viene a raccontare, senza alcuna verifica? Libero evidentemente   vuole riprendere alla grande la campagna di dossieraggio contro Fini, colpevole di voler far crescere il nuovo polo del moderati”.    Sulla prima “strana storia” indagano ben due procure, che ne verificheranno la   consistenza. Ma sembra quasi un’occasione colta al balzo da “Libero” per poter mettere in circolo la seconda “strana storia”, tanto utile per poter azzerare il bunga-bunga di Silvio, dicendo: vedete? anche Fini frequenta prostitute.

di Gianni Barbacetto – IFQ

27 dicembre 2010

Due direttori, tre padroni

Doppio regalo di Natale per i lettori berlusconiani: a Libero, non bastando Belpietro, arriva pure Feltri; al Giornale, invece, resta Sallusti. Tutto a causa dell’eterna transumanza di Littorio, che non riesce mai a stare fermo. Nel ’90 lascia il Corriere per l’Europeo, dove si porta il suo dioscuro, Belpietro, conosciuto a Bergamo Oggi. Poi si rompe le palle e nel ’92 rifonda l’Indipendente con Belpietro. Nel ’94 si rompe le palle e va al Giornale con Belpietro. Nel ’97 il dioscuro lo tradisce e va al Tempo, intanto Feltri si rompe le palle e lascia il Giornale a Belpietro. Nel 2000, dopo un lungo girovagare, fonda Libero senza Belpietro. Ma nel 2009 si rompe le palle e torna al Giornale, rimpiazzato da Belpietro. Ora si rirompe le palle e torna a Libero, ma con Belpietro. L’altroieri saluta sul Giornale gli sventurati lettori, rimasti nelle mani di Sallusti: “Non lascio questa gloriosa testata per motivi polemici, anzi sono grato” eccetera. Poche ore dopo, dichiara in conferenza stampa: “Sono andato via da un giorno e già il Giornale mi sta sui coglioni”. Libero saluta il ricongiungimento familiare con un sobrio articolo di Francesco Borgonovo, che descrive i Jalisse del giornalismo nostrano come fossero Marx ed Engels: “Come nelle migliori telenovele (sic, ndr), la coppia si rinsalda, l’amore vince sull’invidia e sull’odio. Ed eccoli qua, trent’anni e varie testate (in tutti i sensi) dopo di nuovo insieme, dove meno ce li si aspettava, a Libero”. In effetti ce li si aspettava come minimo all’Economist. Azionisti (10% ciascuno) e direttori   (l’uno editoriale, l’altro responsabile, si fa per dire), Littorio e Prettypeter annunciano subito un giornale “così tanto libero da permettersi di essere berlusconiano senza essere di Berlusconi”. Infatti è di Antonio Angelucci, senatore di Berlusconi. “Noi – aggiunge Feltri – potremo essere berlusconiani senza essere pagati da Berlusconi. E saremo gli unici, visto che in Italia tutti sono pagati da lui: chi scrive per Mondadori, chi fa film per Medusa…”. E chi scrive su Panorama, come Feltri. E chi ha un programma su Canale5, come Belpietro. Ma pagati da Pier Silvio e Marina, mica da Silvio. Poi ci sarebbero i fondi pubblici a Libero, che sta in piedi grazie ai parecchi italiani che non lo comprano ma lo pagano lo stesso (7 milioni l’anno fino al 2008, poi s’è bloccato tutto: persino la Presidenza del Consiglio dubita che Libero ne abbia diritto). Ma ora Belpietro vi rinuncerà di certo, diffidando il governo dal seguitare a erogarli: nel 2008, infatti, attaccò Littorio su Panorama per i “ 39 milioni in 7 anni” percepiti da Libero a spese dei contribuenti grazie al “furbo espediente” con cui si è travestito da “supplemento di Opinioni nuove, bollettino del movimento monarchico”, ergo “paga Pantalone”, dunque “Feltri si arrampica sugli specchi per giustificare il finanziamento pubblico. È uno stile libero che non gli si addice”. La rinuncia insomma s’impone. Sennò si potrebbe insinuare che i Jalisse della penna dirigano un giornale nato da “un furbo espediente” e sono talmente liberi da avere tre padroni: Angelucci, Berlusconi e Pantalone. Al   Giornale, per la dipartita di Feltri ma soprattutto per il permanere di Sallusti, si teme un calo di copie. Per arginarlo, zio Tibia fa una pagina d’intervista a Ostellino, noto trascinatore di folle, e minaccia di riprendersi pure le mèches di Facci (di cui Feltri ebbe a dire: “Cestinare un suo articolo non è censura, è un’opera buona”). Feltri gli rende pan per focaccia portandogli via il vice, Massimo de’ Manzoni, dal cognome francamente eccessivo. Intanto, su Libero, primo scoop mondiale: “Belpietro intervista Feltri”. Seguirà: “Feltri intervista Belpietro”. Poi, sulle orme della Fallaci, “Belpietro intervista Belpietro” e “Feltri intervista Feltri”, fino all’intervento degli infermieri. La rassegna stampa dell’Istituto Treccani saluta il ritorno di fiamma di Gianni e Pinotto con un lapsus freudiano: “II ‘nuovo’ Libero di Feltri e Belpietro: più commenti, meno pagine e una forte fecalizzazione sul digitale”.

di Marco Travaglio – IFQ

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