Archive for marzo, 2014

31 marzo 2014

La difesa del più debole e le origini dell’egualitarismo

Anche nelle società umane meno complesse, come quelle di cacciatori-raccoglitori, si osservano comportamenti che tendono a mitigare le disuguaglianze tra individui nella competizione tra i membri del gruppo per ottenere maggiori risorse. Un nuovo modello di teoria dei giochi mostra che la tendenza a prendere le parti del più debole porta a massimizzare i vantaggi per tutti i membri del gruppo, ponendo le basi per una spiegazione evoluzionistica dell’egualitarismo (red).

La difesa del più debole e le origini dell'egualitarismo

© Ikon Images/Corbis

L’origine dell’egualitarismo, vale a dire dell’adozione da parte dei nostri antenati di comportamenti destinati a ridurre l’iniquità nella distribuzione delle risorse tra i membri di un gruppo, è una questione dibattuta da tempo. Benché si tratti di una tendenza evidente nella specie umana, osservata anche in società meno complesse, come quelle dei cacciatori-raccoglitori, nessuna delle spiegazioni avanzate finora, che fanno riferimento all’altruismo e alla cooperazione, risulta soddisfacente se applicata a gruppi gerarchizzati come quelli dei nostri antenati.

Partendo da queste constatazioni, Sergey Gavrilets, del Dipartimento di ecologia dell’Università del Tennessee a Knoxville, negli Stati Uniti, ha indagato sulla possibile origine dell’egualitarismo usando una simulazione al computer secondo le regole della teoria dei giochi, di cui riferisce sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”.  Per quanto parziali, i suoi risultati dimostrano che in alcune condizioni evitare la prevaricazione del più forte sul più debole può portare a un vantaggio per tutto il gruppo, facendo sì che ciascun membro goda di maggiori risorse con meno costi.

La difesa del più debole e le origini dell'egualitarismo
Manifestazione del movimento Occupy Wall Street a New York:
una delle più recenti forme di richiesta di una più equa distribuzione
delle risorse nella società (© Bo Zaunders/Corbis)

Gavrilets ha posto come condizione iniziale l’esistenza di una gerarchia all’interno del gruppo che rispecchia la forza dei singoli individui e di una relazione a due in cui un soggetto incarna la figura del “prevaricatore” e l’altro quella della “vittima”. I due ruoli possono o meno contendersi un bene: nel primo caso la vittima può combattere per mantenere il possesso (in questo caso la probabilità di vittoria è in funzione della differenza di forza tra i contendenti ed entrambi pagano un “costo”) oppure cedere senza combattere. Gli individui, inoltre, possono trovarsi in entrambi i ruoli un certo numero di volte durante la vita. Dopo un certo intervallo di tempo, il successo riproduttivo viene valutato in base alle risorse accumulate. Infine, un terzo individuo, lo “spettatore”, può intervenire in favore del più debole.

Al termine della simulazione, sono emersi alcuni dati importanti, per quanto non conclusivi, che pongono le basi per una spiegazione evoluzionistica dell’egualitarismo. Il primo è che pressoché tutti gli individui del gruppo traggono vantaggio da meccanismi che inibiscono il passaggio delle risorse dal più debole al più forte, perché ciascuno ottiene mediamente più risorse con meno costi. L’egualitarismo in definitiva, porta a una società in cui le iniquità tra i membri sono fortemente ridotte. In una successiva elaborazione della simulazione, inoltre, si è visto che in un arco di tempo ampio l’evoluzione porta a un raffinamento di questi comportamenti di aiuto, fino all’emergere di schemi comportamentali di cooperazione e di altruismo più elaborati.

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31 marzo 2014

Anche un tiranno può essere altruista

Anche un tiranno può essere altruista

© Chris Hellier/Corbis

In molte specie sociali, alcuni membri di un gruppo possono arrivare in una posizione dominante grazie a tratti caratteriali aggressivi e prepotenti, pur mostrando comportamenti in apparenza altruisti. Ma la presunta dedizione al bene comune di questi soggetti tiranni si manifesta solo perché l’attenzione vessatoria viene spostata a gruppi esterni concorrenti, una volta consolidata una struttura gerarchica caratterizzata da forti disuguaglianze.

In una società gerarchia con forti squilibri sociali, il tiranno può apparire – e in un certo senso anche essere – un campione di altruismo. È il risultato di uno studio che getta nuova luce sulle radici evolutive della cooperazione e dei conflitti di gruppo, effettuato dall’antropologa Laura Fortunato, ricercatrice italiana all’Università di Oxford, e dal matematico Sergey Gavrilets, dell’Università del Tennessee.

I due hanno elaborato un modello matematico che offre una soluzione al cosiddetto problema dell’azione collettiva: se il raggiungimento di un obiettivo comune è costoso sul piano individuale e un membro del gruppo può beneficiare dell’azione degli altri, ha di fatto un incentivo a ridurre il proprio sforzo o addirittura ad astenersi dal compierlo, mettendosi in una posizione da “parassita”. Se però diversi membri del gruppo si conformano a questa logica, l’obiettivo non viene raggiunto e ne risente l’intero gruppo.

Anche un tiranno può essere altruista
I meccanismi della cooperazione sono fra i più complessi da spiegare in termini puramente evolutivi. (© Nigel Pavitt/JAI/Corbis)

Questo problema si presenta sia in un singolo gruppo sia nei conflitti fra gruppi. In un articolo pubblicato su “Nature Communications”, Gavrilets e Fortunato mostrano che nei gruppi caratterizzati da forti disuguaglianze e da una struttura gerarchica consolidata questa difficoltà può essere superata su basi puramente biologico-evolutive, facendo cioè riferimento ai tratti comportamentali geneticamente determinati, detti istinti sociali, trasmessi e selezionati di generazione in generazione.

Se la situazione sociale è instabile o i soggetti di alto rango non godono di privilegi particolarmente significativi rispetto al resto del gruppo, concentrano la loro azione all’interno della comunità di cui fanno parte, finendo per vessare gli altri membri.

Invece, quando gerarchia e disuguaglianza nel gruppo son ben stabiliti, i soggetti dominanti, o “alfa”, e la loro cerchia più stretta tendono a spostare la competizione verso i loro omologhi di altri gruppi. In questo caso il comportamento di questi soggetti alfa assume un carattere apparentemente altruistico verso i membri del proprio gruppo, dato che gli individui di alto rango si sobbarcano maggiori fatiche, pagano costi più elevati, e alla fine ottengono un beneficio netto inferiore a quello dei loro compagni di gruppo di rango più basso.

Anche un tiranno può essere altruista
Lotta fra due scimpanzé per la posizione di dominanza nel gruppo.
(© Konrad Wothe/Minden Pictures/Corbis)

I risultati sono coerenti con le osservazioni in natura in un svariate  specie sociali (dai suricati a molti primati, esseri umani inclusi). Fra gli scimpanzé, per esempio, i pochi maschi di alto rango svolgono gran parte del compito di pattugliamento dei confini del territorio e della difesa attiva; e fra i lemuri catta, che hanno una struttura sociale matriarcale in cui le femmine dominano anche sui maschi, sono le femmine di alto rango a difendere i territori di alimentazione comuni.

Gli autori sottolineano che il comportamento umano non è certo controllato solo dai geni, ma anche da altri fattori come la cultura, l’ambiente e la scelta razionale. Tuttavia, sulla base del loro modello, ipotizzano che gli esseri umani possano avere una preferenza innata per una struttura sociale ugualitaria quando il livello di conflitto tra gruppi è basso, e una preferenza innata per una struttura sociale gerarchica quando quel livello è elevato. Nel corso della storia umana, d’altra parte, gli esempi di appello all’unità intorno a un capo per fronteggiare un vero o presunto nemico esterno o di politiche del divide et impera certo non mancano.

Le Scienze

31 marzo 2014

“Il partito della polizia”, il libro sul lato violento delle forze dell’ordine

Torino G8 Università
Il water boarding a Totò Riina. Il capo di Cosa Nostra sottoposto a trattamenti non proprio ortodossi da parte della polizia. Parliamo degli anni ‘60, quando Riina era un picciotto a inizio carriera. Una storia inedita, svelata dal libro Il partito della polizia, edizioni Chiarelettere, in libreria da oggi (vai al sito), scritto da Marco Preve, uno dei migliori giornalisti d’inchiesta di Repubblica. Per rispolverare quella vecchia pagina, il cronista ha scovato un breve passaggio nelle carte di un processo di Perugia. È il 15 ottobre del 2013. Al banco dei testimoni c’è Salvatore Genova, funzionario di polizia in pensione, ma ex commissario della squadra che liberò il generale Dozier rapito dalle Br nei primi anni ‘80. Genova è stanco di portare il peso dei ricordi degli abusi di quel periodo e racconta la sua storia nel processo che si concluderà con una pesante verità: l’ex brigatista Enrico Triaca venne torturato. Genova però aggiunge altro.

Riferendosi a un colloquio sulla pratica del water boarding (versando acqua sul volto del torturato si induce una terribile sensazione di annegamento) con il capo della squadretta di torturatori, il funzionario Nicola Ciocia soprannominato De Tormentis, spiega: “Lui stesso (De Tormentis-Ciocia) diceva ‘non tutti parlano, perché ricordava quando era stato in Sicilia negli anni ’60. Avevano preso Totò Riina e un altro… E a quei tempi si usava proprio da tutte le parti questo sistema’. E allora Ciocia disse: ‘Vedi, le persone quando hanno le palle non parlano, ed era Totò Riina’”. Preve ricostruisce gli anni delle torture. E gli episodi di violenza che costituiscono una delle pagine più nere della storia recente della polizia.

Un filo unisce le vicende: il disprezzo nei confronti di alcune vittime considerate drogati o balordi come Federico Aldrovandi o Giuseppe Uva. Per l’avvocato dei famigliari Fabio Anselmo (assiste anche i Cucchi), è un atteggiamento tenuto con metodo per denigrare chi ha subìto gli abusi e renderlo così “meno vittima” agli occhi dell’opinione pubblica. Ma il cardine del Partito della polizia è rappresentato dalla ricostruzione del gruppo di potere che ruota attorno a Gianni De Gennaro. Molte pagine sono dedicate ai rapporti con la politica e il legame con esponenti della sinistra come Luciano Violante (non è l’unico, però, a coltivare amicizie a prova di condanna con i super poliziotti).

Preve non si ferma qui. Racconta le carriere di poliziotti incappati in clamorosi incidenti professionali. Tratteggia la sorprendente rete di protezione di cui hanno goduto i super poliziotti condannati per la macelleria messicana e le false molotov nella Diaz del G8; gli appalti da centinaia di milioni gestiti da detective con scarsa dimestichezza con la matematica. Fino al capitolo dedicato alle opacità nella scelta dei membri della Direzione investigativa antimafia. Una sentenza inedita rivela un lato nascosto della Dia. È quella che dopo vent’anni riconosce a un commissario dei primi anni ’90 un risarcimento per non essere entrato nei ranghi dell’Fbi italiana nonostante avesse vinto il concorso.

Gli vennero preferiti altri colleghi scelti con un metodo che i giudici del Consiglio di Stato definiscono poco trasparente. Un’inchiesta scomoda, quella di Preve, ma non contro la polizia. Anzi. Il riconoscimento dell’importanza e della delicatezza del suo ruolo esige particolare rispetto, ma anche trasparenza. Un libro che è un contributo per trasformare la polizia e ridare fiducia ai tanti commissari Montalbano che lavorano in tutte le questure d’Italia.

di

Police

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