Posts tagged ‘Ghedini’

20 marzo 2012

Giustizia, l’inviato Ghedini detta le condizioni

Ecco che il governo sfiora, anzi s’appresta a toccare un tema sensibile per il Cavaliere: la giustizia, e il copione si ripete. Tale e quale. Stavolta è Niccolò Ghedini, deputato e avvocato di Silvio Berlusconi, l’inviato per le trattative ruvide e complicate con il ministro Paolo Severino: “Se decidono di presentare un testo al buio, si prendono i rischi che il buio comporta”, dice ai suoi collaboratori che aspettano a Montecitorio il maxi-emendamento del governo al testo contro la corruzione. Per televisioni e frequenze, direttamente a Palazzo Chigi, B. decise di spedire Fedele Confalonieri per parlare con Mario Monti: cioè il presidente di Mediaset, l’amico di canzoni e affari che protegge l’impero di famiglia. Al segretario Angelino Alfano, che gestisce (teoricamente) il Pdl, restano soltanto le fotografie al caminetto col professore, Bersani e Casini. Forma e sostanza . Sarà Ghedini a dettare le condizioni al ministro Severino, che ascolta di frequente al telefono e che incontrerà in settimana, mentre Alfano riposa in panchina. Ghedini chiede un paio di cose per mettere in sicurezza – e qui le finanze pubbliche non c’entrano – i conti personali del Cavaliere: niente eccessi su corruzione e dintorni; niente aumento per la prescrizione; niente revisione di quell’emendamento del Pd che spezza in tre parti il reato di concussione e può aiutare, dice la Procura di Milano, l’imputato Berlusconi nel processo Ruby. L’Italia dei Valori accusa di inciucio il Partito democratico, e Massimo D’Alema s’immola per l’emendamento firmato Pd che stravolge il reato di concussione “Le modifiche le vuole l’Ocse (un organismo internazionale, ndr). Nessun salvacondotto per Berlusconi, è l’Ocse che, in un suo recente documento, affronta il problema e avanza una serie di richieste per rendere più efficace la lotta alla corruzione”.    FONTI del ministero smentiscono che sia ufficiale, ovvero in agenda, un appuntamento fra la Severino e Ghedini – e invece il Pdl conferma – perché sarebbe imbarazzante spiegare che il ministro negozia la legge per contrastare la corruzione con l’avvocato del Cavaliere. Ma il ministro Severino deve rispettare una domanda e una promessa: entro fine marzo va depositato a Montecitorio il maxi-emendamento con o senza i colloqui. Non senza Ghedini, però. Nessuno può vincere massacrando l’avversario, neppure l’avvocato di B., perché il Senato ha approvato la Convenzione di Strasburgo appena una settimana fa e il governo deve procedere. Questo l’ha capito persino il Cavaliere, e dunque il mandato di Ghedini prevede varie concessioni (quelle che interessano poco o zero): si può discutere di corruzione privata, traffico di influenze (raccomandazioni) e auto-riciclaggio. Una precauzione, però: testi leggeri, pene ridotte. Per rafforzare il patto con il governo, Ghedini suggerirà al ministro di riprendere il disegno di legge, che risponde al nome di Angelino Alfano, per limitare l’utilizzo e la pubblicazione di quelle intercettazioni che innervosiscono il palazzo. Per clemenza, al Pdl va benissimo pure la versione di Mastella. Ora che Ghedini è in missione, il Cavaliere è tranquillo. Ci pensa il ministro Anna Maria Cancellieri (Interni) ad azionare il conto alla rovescia: “Contro la corruzione dobbiamo giocare una partita dura, come una partita di rugby. Quindi ci dobbiamo armare e andare sul campo, non avere paura di prenderle e di darle”. Squadre schierate, fischia Silvio Berlusconi di Arcore.

Illustrazione di Emanuele Fucecchi

7 ottobre 2011

Gli eunuchi e il sultano

Gli basta schioccare le dita e loro fanno retromarcia”, ha osservato l’avvocato Giulia Bongiorno a proposito del duo Alfano-Ghedini, lesti a rimangiarsi su ordine di chi ha fornito loro cospicui onorari e fulminanti carriere perfino quello straccio di accordo per rendere meno infame il bavaglio all’informazione. Un tentativo patetico finito nel nulla, come tutti i tentativi patetici che si susseguono per condizionare il sultano o addirittura sbalzarlo di sella. Sì, il sultano, termine puramente descrittivo alla luce di quanto avveniva ieri mattina nell’aula di Montecitorio. Mentre la seduta è in corso, nell’emiciclo una folla festosa circonda devotamente l’ometto a cui tutto devono e tutto dovranno se decidesse di ricandidarli. Sgomitanti deputati della Repubblica (ma anche ministri e sotto-segretari) decisi a non perdersi una sola stilla di una vecchia barzelletta. Alla fine, un boato non più a lungo trattenibile saluta qualcosa di straordinario. L’ometto annuncia che chiamerà il suo nuovo partito Forza Gnocca e loro si scompisciano riconoscenti. E anche a noi viene da ridere davanti ai congiurati alle vongole del Pdl che, attovagliati nelle taverne capitoline, studiano improbabili governi tecnici. Se ne facciano una ragione gli imprenditori del “Basta!” e quanti nel-l’opposizione vagheggiano tregue e transizioni governative (anche perché, dopo i rimbrotti del cardinal Bagnasco al bunga bunga, Santa Madre Chiesa sembra sopportare molto cristianamente l’aria viziata). Non saranno eunuchi e odalische a far cadere il sultano a cui basta uno schiocco di dita. Ci vuol altro.

di Antonio Padellaro, IFQ

29 luglio 2011

Il porto delle nebbie bis, B. impalma la giustizia

In via Arenula l’ex “insabbiatore” della Procura di Roma troverà vecchi amici come Ionta e Nebbioso

Con il giuramento di ieri pomeriggio al Quirinale, il Cavaliere ha ufficialmente impalmato la Giustizia, nel senso di Nitto, intimo dell’avvocato corruttore Cesare Previti. Palma ritorna in via Arenula dopo l’esordio da tecnico nel 1994, con la prima vittoria di Silvio Berlusconi. Ci entrò da vicecapo di gabinetto dell’allora ministro Alfredo Biondi, l’autore del decreto salva-ladri. A 17 anni di distanza, il trionfale ingresso da Guardasigilli.

Nelle sue prime uscite pubbliche, il previtiano Palma ha fatto scontato appello al “dialogo” coi magistrati e con l’opposizione. In realtà la linea dura portata avanti dal predecessore Angelino Alfano, su ispirazione dell’inventore delle leggi ad personam Niccolò Ghedini, non dovrebbe spostarsi di una virgola. Come dimostra la fiducia al Senato sul processo lungo, altro favore a B.

NEL PATTO SIGLATO a Palazzo Grazioli tra il premier, Ghedini e Palma, prima della designazione ufficiosa, non sarebbe prevista alcuna rivoluzione in via Arenula. Le pedine imposte ad Alfano, in vari casi ereditate sia da Castelli sia da Ma-stella, dovrebbero rimanere al loro posto. Del resto, in tre lustri e passa di berlusconismo, i magistrati passati al ministero avrebbero messo a punto un ingranaggio perfetto per garantire leggi ad personam e manovre ostative e punitive nei confronti dei loro colleghi pm considerati “pericolosi”. Non è un caso che, per via Arenula, sia transitato anche Alfonso Papa, deputato del Pdl arrestato per la P4 di Gigi Bisignani e Gianni Letta. Papa è stato vicecapo di gabinetto con Castelli, poi direttore degli Affari civili con Mastella. E adesso l’arrivo di Palma, ex pm “insabbiatore” della Procura di Roma, garantisce una sorta di porto delle nebbie bis.

Al ministero, il Guardasigilli troverà innanzitutto un suo vecchio amico e collega di lavoro: Franco Ionta, che guida il Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Capo di gabinetto è un altro ex pm romano: Settembrino Nebbioso, che col diminutivo di “Rino” compare nella lista dei lavori regalati dalla cricca di Diego Anemone, molto interessato al versante carceri nel settore degli appalti pubblici. Senza dimenticare che nel “sistema gelatinoso” della Protezione civile si è trovato invischiato Achille Toro, ennesimo magistrato di Roma, accusato tra l’altro di fuga di notizie. Nebbioso è stato in contatto anche con Antonio Saladino, l’imprenditore della ciellina Cdo al centro dell’inchiesta “Why Not”.

DAGLI APPALTI DEL G8    alla P3 di Verdini, Cosentino, Dell’Utri. Presidente in via Arenula dell’organismo indipendente di valutazione della performance (ex controllo interno) è infatti l’irpino Angelo Gargani, fratello di Peppino, già responsabile giustizia di Forza Italia . I fratelli Gargani figurano spesso nei verbali della P3. Così come il famigerato Arcibaldo Miller, capo degli ispettori del ministero. A dire il vero, Miller è citato anche da Papa nella P4. Proveniente da Napoli, il magistrato è stato coinvolto da indagato in molte inchieste, anche per camorra. A dimostrazione del micidiale connubio tra politica e magistratura al riparo dello scudo berlusconiano, è utile ricordare che Nicola Cosentino, sottosegretario dimessosi perché inquisito per i suoi rapporti con i Casalesi, aveva individuato in Miller il suo candidato preferito a governatore della Campania.

Altro pm di derivazione politica è l’ex sottosegretario diniano Angelo Giorgianni, presidente della commissione di valutazione dei dirigenti. Dovrebbe infine rimanere dov’è anche Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa e un tempo vicina all’ex capo dei gip di Roma Renato Squillante. Oggi la Iannini guida l’ufficio legislativo del ministero, snodo strategico per le leggi ad personam.

di Fabrizio d’Esposito e Antonella Mascali, IFQ

Nitto Palma (FOTO ANSA) 

7 aprile 2011

I cazzari

Come volevasi dimostrare, tanto rumore per nulla. Il deposito dei brogliacci con quattro telefonate fra Papi e le Papi-girl non è un reato né un errore, ma – come abbiamo scritto ieri – un atto dovuto per legge a tutela dei diritti di difesa del premier. Una mossa “garantista” spacciata dai soliti cazzari per l’ennesimo agguato delle toghe rosse al povero Silvio. I fatti, ricostruiti per filo e per segno dal procuratore Edmondo Bruti Liberati, sono di una semplicità elementare. Da agosto a ottobre, quando l’indagine sul caso Ruby è agli inizi e B. non è ancora indagato (lo sarà solo a dicembre), vengono intercettate alcune ragazze del suo giro, tra cui la Minetti, che parlano con lui della faccenda. La polizia giudiziaria riassume nei brogliacci le parti più significative, trascrivendo quelle che potrebbero avere rilevanza penale, e via via le consegna alla Procura. I pm le usano per giustificare la richiesta di proroga delle intercettazioni delle ragazze. Poi, per uno scrupolo garantista che va ben oltre la legge, ordinano agli agenti di coprire con omissis i dialoghi in cui compare la voce del premier. Se alla fine decideranno di usarle contro B., le faranno trascrivere da un consulente tecnico per inviarle alla Camera e chiedere l’autorizzazione a utilizzarle nel processo. Ma a gennaio, tirando le somme per il giudizio immediato contro B., la Procura ritiene di aver abbastanza indizi: le intercettazioni, nei confronti di B., sono superflue; ma potrebbero rivelarsi utili nel processo-stralcio a Minetti, Fede e Mora. Infatti nel fascicolo del processo a B. non vengono allegate; nell’altro si vedrà e per questo non vengono distrutte. Ma bisogna avvertire gli avvocati di B. che esistono: vedi mai che Ghedini e Longo le ritengano utili alla difesa e chiedano al tribunale di acquisirle; o che un domani ne scoprano l’esistenza nelle carte dell’altro processo e accusino i pm di averle imboscate per ledere i diritti dell’illustre cliente. Perciò, in ossequio al Codice di procedura e alla legge Boato (intercettazioni indirette dei parlamentari), la Procura deposita i quattro brogliacci e tutti gli altri file audio ai difensori di B. Non dunque nel processo a B. (lì quelle intercettazioni sono inutilizzabili). Ma nel fascicolo riservato a Ghedini e Longo. Da quel momento gli atti non sono più segreti. E guarda caso finiscono sul Corriere, che parla di errore della Procura (“Le conversazioni non dovevano essere trascritte”). Secondo voi, se quelle carte le avevano solo i difensori di B., chi le ha passate al Corriere per farle pubblicare proprio alla vigilia della prima udienza? Si ripete il copione del 21 novembre ’94, quando l’entourage di B. soffiò al Corriere la notizia che il premier era indagato per le tangenti alla Guardia di Finanza, per poi strillare contro la fuga di notizie sul Corriere. L’altroieri, replay: anziché del premier imputato di concussione e prostituzione minorile, si parla dell’errore e/o abuso e/o reato della Boccassini. Cicchitto, Leone, Napoli, Quagliariello, Brambilla, Casellati, Santanchè (e dunque Sallusti) e altri noti giureconsulti arcoriani si scatenano, mentre un Ghedini insolitamente moderato se la prende più per la pubblicazione delle telefonate che per la trascrizione. Sul carro dei mestatori salgono le solite truppe indigene di complemento. Gli ascari. Violante (mega-intervista al Giornale): “Le intercettazioni non andavano messe agli atti dalla Procura e non dovevano finire sui giornali, serve una riforma”. Latorre (al Tg3): “Fatto gravissimo”. E persino Zanda (“Grave e negativo”) e Fini (“Atto sbagliato che non doveva accadere”). Ci casca pure Mentana, che mette sullo stesso piano l’inesistente “errore” della Procura e la vergogna del conflitto d’attribuzione appena votato dalla Camera dei servi. Poi Bruti Liberati dimostra che è tutto regolare, anzi doveroso. Ma nessuno se ne accorgerà. Sono vent’anni che questi picchiatori fanno così. Menano alla cieca il primo che capita, poi, quando si scopre che stanno menando la persona sbagliata, non è che si scusano: passano subito a menarne un’altra.

di Marco Travaglio, IFQ

25 marzo 2011

Ruby disse: il mio avvocato è Ghedini

La rete attorno a Ruby si stringe presto, quando ancora nessuno la conosce, mesi prima che scoppi lo scandalo della minorenne che rivela il bunga-bunga di Arcore. È una rete fatta di persone (l’impresario Lele Mora, l’avvocato Luca Giuliante, il “fidanzato” Luca Risso, la “consigliera ministeriale” Nicole Mi-netti) e di soldi, tanti soldi. E, sopra tutti, Niccolò Ghedini, che veglia silenzioso sulle sorti del presidente del Consiglio.    La rete di protezione e di contenimento scatta dopo la notte in questura, il 27 maggio 2010, quando a tirar fuori dai guai Ruby (ma soprattutto Silvio Berlusconi) viene mandata Nicole Minetti. Poi scattano Mora, Giuliante, Risso. Il culmine dell’“attività inquinatoria” è raggiunto nella notte del 6 ottobre 2010, quando Karima El Mahrough, in arte Ruby, viene “interrogata”, e non dai magistrati. Ora le carte depositate dalla procura di Milano rivelano chi l’ascolta, quella notte, e la interrompe quando arriva “alle scene hard con il Pr…”: l’avvocato Giuliante, alla presenza di Lele Mora, dell’“emissario di Lui” e di una donna che verbalizza.

MA ANDIAMO per ordine. L’avvocato Giuliante “protegge” Ruby già nel luglio 2010. Ecco che cosa scrivono in un loro rapporto del 31 luglio 2010 i responsabili della comunità genovese Kinderheim Sant’Ilario, dove Ruby aveva l’obbligo di risiedere: “Venerdì 23 luglio 2010, Karima esce e rientra in Kinderheim con l’avvocato Giuliante intorno alle ore 19 (…). Scaricano valigie con indumenti dalla macchina, le dà danari imprecisati e dice che nei bagagli c’è l’oro della ragazza. Karima viene ripetutamente invitata a consegnare i gioielli in Direzione per metterli in cassaforte, ma la ragazza tergiversa e non li consegna. Mette le valigie in camera e lascia gli indumenti sparsi per terra senza ordinarli nell’armadio. Rubi esce e non torna per la notte, rientra il 26/7 accompagnata dall’avvocato Giuliante intorno alle ore 21”.    Continua la relazione: “Precedentemente l’Avv. aveva telefonato assicurando il suo interessamento per riportare la ragazza. Karima sale in camera mentre le educatrici (…) sono con l’Avv. La ragazza dice di aver trovato la porta rotta e che sono spariti i suoi oggetti d’oro. L’Avvocato consola la ragazza dicendole che la signora Diana Mora glieli avrebbe ricomprati ancora più belli. (…) Karima (…) viene invitata a sporgere denuncia formale presso il comando dei Carabinieri di Nervi, nel pomeriggio alle ore 16 insieme alla responsabile. Karima esce dicendo di dover andare dall’estetista e che sarebbe venuta autonomamente dai Carabinieri. Non si presenta. Si presenta dai Carabinieri in data 29/7/10 e fa la sua denuncia”.

I RESPONSABILI della comunità notano una sorta di “conversione” verso la fine del mese: “Dal 27/7/10 non è più uscita di sera. Esce con una ragazza regolare. Chiede di poter cucinare il shushi per tutte le ragazze. Invece di andare al cinema, come consentito, ritorna con due film in cassetta, ‘per risparmiare’. Mostra alla responsabile le fotografie del suo fidanzato siciliano con il quale ha convissuto per quattro anni e dice che intendono sposarsi alla fine di novembre”. La scena cambia in autunno. Ruby frequenta a Genova le discoteche Fellini e Albikokka e ha stretto un rapporto con Luca Risso, che le gestisce. “Se io vengo lì e lo sa qualcuno, son rovinato”. È il primo settembre 2010. Il caso Ruby scoppierà soltanto un mese e 26 giorni dopo. Ma Risso è già preoccupato. Karima El Mahrough, in arte Ruby , gli chiede di passare la notte con lei. “Se io vengo lì, e lo sa qualcuno, io perdo due milioni di euro”. Forse è preoccupato che lo venga a sapere la sua fidanzata, Serena, a cui ha intestato le sue proprietà. Ma Ruby lo rassicura: “Eh… dato che ho avuto una notizia non bella, ma bellissima… Visto che il mio caro Silvio mi darà altri soldi, te li posso anche dare due milioni di euro… Basta che la lasci, cazzo”. Luca frena: “No, non posso”. E Ruby, allora: “Scherzo… no, sto scherzando… No, non lo viene a sapere nessuno, non ti preoccupare”. Luca. “No Ruby, io ti giuro, io verrei, mi farebbe veramente piacere. Io ho paura però che tu poi tu mi scleri, tu ciocchi, tu lo dici a qualcuno”. Ruby: “Ma minchia, l’hai visto, sto cercando di cambiare in tutti i modi”. Luca: “Questo è vero, su questo son d’accordo, hai ragione questo è vero”. Ruby ride: “Grazie, ah meno male, dai ti sto aspettando, ciao”. Luca: “Arrivo tra un quarto d’ora, venti minuti”.

RUBY, all’inizio del settembre 2010, è dunque sicura che “il mio caro Silvio” le darà soldi, molti soldi. Otto giorni dopo, il 9 settembre, la ragazza chiede a Risso di portarla a Milano: deve riscuotere. “Lunedì… lunedì mi devi accompagna… Ahò! Mi fai parlare? Mi devi accompagnare”.Luca: “Dove?”. Ruby: “A Milano”. Luca: “A cosa fare?”. Ruby: “Eh, mi devono dare i soldi”. Luca: “Eh amore, io lunedì… A che ora?”. Ruby: “Lunediiiiii… l’importante è che sia dalla fascia delle otto del mattino fino alle cinque di pomeriggio. Hai tempo? L’ufficio della segreteria di Silvio è aperto in questo orario. deve dare 7 mila euro, sinceramente, e mi servono, perciò ci andiamo. E in treno non ci posso andare perché ci sono sempre i controllori, non voglio rischiare un cazzo”.    Intanto i “guardiani” di Ruby si danno da fare. Il 3 ottobre l’avvocato Giuliante chiede a Luca Risso di mandargli articoli di giornale su Ruby e s’informa se è stato citato anche Lele Mora. Due giorni dopo, Giuliante fissa a Risso un incontro da Lele Mora, per le ore 19 del giorno seguente: “Ciao Luca, domani alle 19 in viale Monza 9: se possibile ti chiederei di venire solo”. La mattina del 6 ottobre, Risso chiede di anticipare l’incontro alle ore 17. Ma poi arriva in viale Monza alle 17.45 e avvisa subito ,Giuliante. Alle 18.47 Ruby chiama Luca Risso e gli dice di essere arrivata anche lei a Milano. Si danno appuntamento per andare insieme da Giuliante.    Scrivono gli investigatori: “Luca chiede a Ruby dove si trova e con chi e aggiunge di essere anche lui a Milano e che tra mezz’ora passa a prenderla. Ruby di essere con Sana in corso Buenos Aires e Luca le dice che l’amica non può stare con loro quindi deve farle prendere un treno e mandarla a casa. Ruby replica che Sana non lo farà e comunque lei sa tutto. Luca le chiede cosa sa e poi aggiunge che deve smetterla. Ruby dice che l’ha visto e a quel punto Luca, che pensava altre cose, si tranquillizza. Luca dice che questa sera si devono vedere con Giuliante. Si sente Ruby che parla in arabo. Poi Luca dice a Ruby di vedersi in piazzale Loreto all’inizio con via Monza”. Si avviano così alla riunione cruciale. Raccontata in diretta da Risso, via sms e poi al telefono, alla sua fidanzata ufficiale, Serena. Alle 23.42 Risso scrive: “Io sono ancora qui… È sempre peggio quando ti racconterò (se potrò) ti renderai conto… Siamo solo a gennaio 2010 e in mezzo ci sono pezzi da 90”. Poi, alle 22.43, le spiega meglio al telefono. Risso: “Sono nel mezzo di un interrogatorio allucinante… Ti racconterò ma è pazzesco!”. Serena: “Stai attento… ricordati grano”.    Alle 23.47 Serena chiede, via sms: “Ma dove sei? Perche stanno interrogando Ruby? E perché tu ascolti tutto? C’è Le-le o solo l’avvocato?”.

RISSO RISPONDE: “C’è Lele, l’avv., Ruby, un emissario di Lui, una che verbalizza… Cmq tranquilla, è tutto molto tranquillo. Sono qui perché pensano che io sappia tutto”. Alle 12.39, Luca Risso chiama Serena. “Sono ancora qua. Ora sono sceso un attimino sotto, sono venuto a far due passi… Lei è su, che si son fermati un attimino perché siamo alle scene hard con il Pr… con con una… con la persona… Sì, si, guarda, ti racconterò tutto”. Serena: “Va bè, non dirmelo per telefono”. Luca: “No no, infatti, brava brava, perfetto”.    Il 22 ottobre, i pm Forno e Sangermano scrivono che a stare addosso a Ruby è anche Lele Mora: “I brani dialogici finora captati rendono evidente come la minore parte lesa Ruby sia oggetto di una frenetica attività di interessamento e pressione condotta nei suoi confronti da terzi, di cui uno degli epicentri è Mora Dario inteso Lele, ovvero il soggetto che si ipotizza possa averla indotta alla prostituzione. La natura di questa attività, la eventuale partecipazione ad ‘interrogatori’ della minore di soggetti controinteressati rispetto alla tutela delle ragioni della stessa (e rispetto alla tutela della stessa integrità morale della minore), quali l’indagato Lele Mora o imprecisati ‘emissari’ ivi inviati da terze persone, evidentemente preoccupate per il patrimonio di conoscenze detenuto dalla parte lesa, lascia ipotizzare che sia in atto una pregnante attività inquinatoria. Tale attività di inquinamento probatorio, di cui è ragionevole ipotizzare la sussistenza stante gli elementi sopra dedotti, influisce significativamente sulla veridicità delle dichiarazioni rese dalla minore a questa Autorità Giudiziaria; ciò perché, evidentemente, chi si attiva, nella ipotesi indiziaria quivi percorsa, per ‘inquinare’ la prova, è bene a conoscenza, sia del tenore delle dichiarazioni rese dalla minore a questa Autorità Giudiziaria, ovvero si preme su di lei per conoscerne il contenuto, sia del loro fondamento, atteso che in caso contrario, non sarebbe necessario assumere condotte così pregnanti nei confronti della sunnominata parte lesa”.

IN AGOSTO, Ruby continua a essere accudita da Giuliante e Mora. L’8 agosto parla con Diana, la figlia di Mora che ha già tentato di averla in affido, per “liberarla dalla comunità dove parla troppo. Ruby “riferisce alla Diana che Giugliante viene a prenderla il 18 con la Giulia e vanno a Portofino. Diana conferma l’appuntamento per il 18 o il 19, dipende da quello che dice Gugliante. Ruby dice alla Diana che tanto loro due si vedono mercoledì”. Ruby: “Minchia ma mi sta rompendo i coglioni quelli del dottor Forno”. Diana: “Ancora?”. Ruby: “Minchia, torna il 18, cioè manco a Ferragosto ti fa stare bene questo giudice del cazzo ou, poi si chiude nella stanza dalle 8 fino alle 8, sembra che ci ha l’orario che è apposta per me fatto per lavorare quello, ou minkia non vedo l’ora che vada in pensione”. Diana: “Va be, dai, porta pazienza”. Ruby: “Ma poi non vuole arrivare a me, cioè lui il suo interesse non è arrivare a sapere cosa faccio io, lui vuole arrivare a colpire Silvio Berlusconi, che per lui è diventata una tragedia, e Lele Mora, capito?”.    A un’amica, Ruby il 26 ottobre confessa: “È venuto il mio avvocato, ha detto: Ruby, dobbiamo trovare una soluzione… è un caso che supera quello della D’Addario e della Letizia, perché tu eri proprio minorenne… Adesso siamo tutti preoccupatissimi”. E in un’altra conversazione: “Il mio caso è quello che spaventa più di tutti… Il mio avvocato se n’è appena andato… gli ho detto: io ho parlato con Silvio, gli ho detto che ne voglio uscire di almeno con qualkcosa… cioè mi da 5 milioni”.    Ma alla fine entra in scena lui, Niccolò Ghedini. È l’avvocato di Silvio Berlusconi, ma Ruby lo considera anche il suo difensore. Lo dice apertamente a un collaboratore di Luca Risso, Marco Proverbio, che organizza “eventi” al Fellini. Ruby: “Ma guarda… guarda, tra lui e Raoul, li sto, li stooo, li sto io messa incaricati due avvocati, perchè io c’ho due avvocati migliori di Milano”.    Marco: “Ma va?”. Ruby spiega: “Uno è Dinoia, quello che era diii… l’avvocato di Di Pietro, e l’altro è Ghedini, che sarebbe anche l’avvocato diiii, di Silvio”.

di Gianni Barbacetto e Antonella Mascali, IFQ

I promessi sposi Ruby Rubacuori e Luca Risso hanno annunciato il loro matrimonio durante il programma di Signorini. Lui fino a poco prima scambiava sms con la fidanzata Serena raccontandole “le scene hard col premier” (FOTO ANSA)

 

La guerra di Fede al medico no-bunga

Gli amici del pollo da spennare sono i miei nemici. E così le due “vecchie cornacchie”, come si auto-definiscono Lele Mora ed Emilio Fede, tramano contro chi intralcia i loro festini e, quindi, i loro affari: l’avvocato del premier Niccolò Ghedini e il suo medico personale Alberto Zangrillo. “Se Lui diminuisce le serate saremo costrette a rubargli in casa”, dicono le Papi-girl intercettate dai magistrati di Milano. Ma non sono le uniche a preoccuparsi per il calo fisiologico di entusiasmo del 74enne presidente del Consiglio. Che ogni tanto, per non perire di bunga bunga, viene messo a riposo forzato da Zangrillo.    È il pomeriggio dell’11 ottobre 2010 quando Emilio Fede si lamenta con Lele Mora: “Niente, io non ho notizie di lui, è stato operato, adesso però non so dov’è ma gli ho mandato un messaggio”. “E?”, chiede Mora. “Bè, poi sai attorno io c’ho due nemici, Ghedini e Zangrillo, capito?”.    Il nemico Zangrillo infatti è inflessibile: a Silvio Berlusconi impone tranquillità assoluta. Niente balli fino all’alba nella discoteca sotterranea di Arcore, basta file per distribuire gioielli e buste di contanti, niente feste con 33 fanciulle per volta. Infermierine sì, ma quelle vere. E “Super-man” Berlusconi, anche detto (dalle ragazze) “Mr. Big” e “Al Caprone”, si trova costretto a vestire il pigiama del convalescente. La causa è l’operazione ai tendini della mano sinistra che il premier ha subito il giorno prima dell’intercettazione: un intervento di 15 minuti all’Istituto Humanitas di Rozzano, alle porte di Milano. Impegni cancellati per tutta la settimana seguente: “Il presidente è davvero tirato e stanco, ha bisogno di molto riposo – dichiarava all’epoca Zangrillo – è al limite e sfruttiamo questa occasione perché, per tanti motivi, ha bisogno di fermarsi un po’ ”.    Sulla salute di Berlusconi rovinata dai party, un mese dopo, Wikileaks pubblica 652 documenti. Uno di questi si riferisce all’anno precedente, quando l’ambasciatore americano a Roma, David Thorne, trasmetteva al presidente Barack Obama le preoccupazioni di Gianni Letta sulla salute fisica del Cavaliere. Dai dispacci diffusi sul sito di Julian Assange traspare l’inquietudine della diplomazia statunitense che comincia a considerare Berlusconi un partner poco affidabile dopo “tre collassi ed esami medici disastrosi”, pisolini involontari durante gli incontri ufficiali, problemi familiari che influiscono sulla sua “capacità di prendere decisioni”.    La fragilità fisica del Cavaliere e le attenzioni di Zangrillo sono quindi un rischio concreto per Mora e Fede: niente più prestiti milionari, né creste, né “fortuna sessuale” (parole di Fede). Dunque bisogna “occuparsi dei nemici”, che siano medici, fidanzate troppo possessive (il direttore del Tg4 vuole arginare l’ex miss Roberta Bonasia che “si vuole prendere tutto”), o avvocati. Perché Ghedini non si limita a sequestrare a Berlusconi il cellulare, ma gli ricorda più volte che le amicizie di Lele Mora rappresentano un pericolo. L’impresario dei vip è un punto di contatto tra lo scandalo Ruby e l’inchiesta sulla ‘ndrangheta a Milano che ha appena portato in carcere 35 uomini delle ’ndrine. Mora è legato a Paolo Martino, condannato per associazione mafiosa e traffico di droga, e cugino di Paolo De Stefano, boss di Reggio Calabria. Ma per Fede il problema è solo che “Niccolò è troppo severo”.

di Beatrice Borromeo, IFQ

21 marzo 2011

Processo Mills, la claque del Cav.

Nastrini azzurri sul petto e applausi all’avvocato Ghedini: in Tribunale sono arrivati i fan del premier. Dicono di essersi organizzati su Facebook e smentiscono ogni rapporto con Mediaset.

Un evento organizzato su Facebook, un giro di telefonate tra amici e il partito che dà i volantini. Questa è la dinamica ‘ufficiale’ grazie alla quale un gruppo di berlusconiani ha deciso di presentarsi all’udienza del processo Mills, a Milano, con il nastrino azzurro sul petto e applausi rumorosi quando interviene l’avvocato Ghedini.

Non giovanissimi, i fan del premier sono un centinaio e respingono sdegnati l’ipotesi che siano stati assoldati da Mediaset, attraverso i database di nomi con cui vengono scelti ‘a gettone’ i partecipanti, nel pubblico, alle trasmissioni del Biscione: «Sono qui per capire perché non si riesce ad arrivare a una soluzione e perché c’è tutto questo accanimento. Con il premier cercano sempre il pelo nell’uovo», dice ad esempio Vincenzo, 62 anni, ex ispettore di polizia. Giorgio, 79 anni, ex dirigente Ibm si dice «libero, sono qui per solidarietà».

Alcuni sono entrati ad ascoltare per pochi minuti, ma attendono la pausa per applaudire Ghedini, che quasi imbarazzato gli fa cenno con le mani di stare buoni. Giovanni Esposito, 46 anni, commerciante, organizzatore dell’evento su Fb e iscritto al Pdl, la spiega così: «E’ nato tutto spontaneamente, il partito ci ha dato solo i volantini».

Fuori dal Palazzo di Giustizia c’è il gazebo del Pdl che rimarrà attivo almeno fino al 6 aprile data di inizio del processo Ruby, quello in cui Silvio Berlusconi è accusato di concussione prostituzione minorile. Simone Piacelli, 28 anni, disoccupato, ritiene che Berlusconi, nonostante il potere politico ed economico, abbia «bisogno di supporto». E aggiunge: «E’ una questione morale». Come fa Andrea Bertone, 30 anni, leghista, venditore ambulante di abbigliamento: «I giornalisti si sono accaniti e i giudici anche».

Per molti il Cavaliere è vittima di un complotto, di macchinazioni. Lella Marini, 59 anni, architetto, all’udienza ci è arrivata dopo una telefonata con un’amica: «Non sono qui per curiosità, ma per sostenere un’idea di libertà. Ho vissuto il ’68, ricordo il movimento studentesco. La sinistra era stata promotrice della libertà femminile anche se forse sbagliavano nel merito. Oggi sono loro i conservatori». Margherita, 28 anni, dice di essersi già fatta un’idea anche senza aver ascoltato un minuto l’udienza: «Si sta perseguitando una persona, è una macchinazione dell’opposizione e dei magistrati questo e anche gli altri processi. Berlusconi è innocente senza se e senza ma».

di Giovanna Trinchella – L’Espresso

1 marzo 2011

La fabbrica degli scudi è sempre al lavoro

Il Caimano è “disperato”. Lo dice e qualcuno, nella platea amica dei commercianti milanesi, gli crede pure. È un trucco, certo, anche se stavolta un po’ disperato lo è davvero perché non è poi così sicuro di mettersi in tasca rapidamente quelle due o tre leggi ad personam che i suoi avvocati stanno studiando per proteggerlo dai processi incombenti, Ruby per primo. Il cuore del suo interesse del momento è concentrato a Palazzo Madama, dove i capigruppo Gasparri e Quagliariello presenteranno – forse proprio oggi – una leggina di un paio di articoli a parziale modifica dell’articolo 157 del codice penale (già toccato dalla ex Cirielli) per allungare la prescrizione breve anche agli incensurati. E lui, per il momento, lo è. La proposta è stata volutamente tenuta staccata dal processo breve che viaggerà   per conto suo, perché si teme un intervento di blocco da parte del Quirinale. “Il principio del processo breve è sacrosanto – ha chiosato anche Fini – ma mi scandalizza la norma retroattiva che il governo vuole inserirvi”. Necessaria al premier, ma palesemente incostituzionale e, di conseguenza, indigeribile per Napolitano. L’ha ammesso lo stesso B., buttando la croce addosso all’opposizione “non socialdemocratica, ma ancora piena di vecchi comunisti” che sul processo breve non sa proprio come finirà.

CAPZIOSA , ma efficace come propaganda, la sua spiegazione coram populo: “Siccome ci sono 103 processi avviati contro di me – ha spiegato – la sinistra pensa che faccio le leggi per me e così dice che non si devono fare sennò si fanno per Berlusconi”. Il mondo intero, insomma, congiura contro di lui, anche se aveva sperato “dopo la   diaspora di Fini”, di avere la possibilità “di fare le cose che prima non eravamo mai riusciti a fare perché – ecco il passaggio che insinua il complotto – c’era un patto con la magistratura e l’Associazione nazionale magistrati per cui tutte le cose che non andavano bene ai magistrati venivano stoppate”. Da chi? Da Fini, ovviamente. Reo anche di avergli stoppato, in prima battuta, la legge sulle intercettazioni che tornerà “prestissimo” in aula alla Camera (oggi verrà chiesta la calendarizzazione) perché “in un Paese civile non possono essere usate come prova”. Interrogato sull’argomento, Fini ha replicato lapidario: “È risibile, andiamo oltre”. Precauzionalmente, però, il Caimano gira senza cellulare; ne ha solo uno il suo scudiero Valentino Valentini per parlare con Bonaiuti e Ghedini (che a loro volta ne hanno uno solo per parlare con Berlusconi). Non deve quindi stupire se altri avvocati a Roma s’ingegnano   per raggiungere gli obiettivi d’impunità per via parlamentare.

ECCO ALLORA che Maurizio Paniz, legale neo favorito del presidente del Consiglio, tra oggi e domani consegnerà, probabilmente a Fini, la richiesta di sollevare alla Consulta il conflitto d’attribuzione tra poteri dello Stato per la questione del processo Ruby. Sul quale, giura il leader di Fli, “non ci sarà alcun conflitto tra il mio ruolo politico e quello istituzionale”. Nessun pregiudizio, dice Fini, nemmeno sul ritorno dell’immunità, a patto che per approvarla “serva la maggioranza qualificata dei due terzi” e che non venga confusa con l’impunità. Intanto, anche Luigi Vitali, altro uomo avvezzo ai codici, potrebbe presentare autonomamente un ddl contro le “ingiuste intercettazioni”, da agganciare alla responsabilità civile dei magistrati, contenuta nella riforma   della giustizia che Alfano discuterà mercoledì sera con la consulta del Pdl. Ci sarà anche Roberto Centaro che illustrerà ai colleghi la differenza tra il ddl intercettazioni uscito dal Senato e quello edulcorato dalla commissione Giustizia della Camera. L’idea è quella di tornare al testo originario stralciando le modifiche volute all’epoca dai finiani, ma anche qui il Colle ha mandato segnali tutt’altro che distensivi. In fondo, ha ragione B. a essere un po’ “disperato”.

di Sara Nicoli – IFQ

Gli avvocati-parlamentari Ghedini e Longo (FOTO ANSA) 

25 febbraio 2011

Gaffe ed errori, B. molla Ghedini?

Sibila uno dei vari e autorevoli parlamentari-avvocati del centrodestra: “Alla base di tutto, c’è un errore professionale sul processo Ruby. Berlusconi, in qualità di deputato, sarebbe dovuto andare subito da Fini e chiedere al presidente della Camera di sollevare il conflitto di attribuzioni alla Consulta. Invece sono state prese altre vie e adesso siamo impantanati”. Destinatari del severo giudizio sono i due legali del premier Niccolò Ghedini e Piero Longo, colleghi di studio.    Ghedini, in particolare. Per gli amici di Silvio “Ghe” Berlusconi, da Gheddafi a Ghedini, questo non è un grande momento. Nei capannelli di Montecitorio, fronte maggioranza, il mal di pancia per il guardasigilli ombra del premier, di   norma considerato “un geniale conoscitore del diritto” nonché un “grande esperto di labirinti procedurali”, è altissimo. Non è una novità, a dire il vero. Ma stavolta la girandola di indiscrezioni attribuisce al Caimano una seria volontà di liberarsi di Niccolò “mavalà”. Colpa di alcuni errori nella strategia su Ruby e dell’ultima gaffe del quarantenne avvocato veneto che ai tempi della D’Addario ricamò addosso al suo illustre cliente l’etichetta giuridica di “utilizzatore finale” di escort.    L’ultima gaffe risale alla metà di gennaio, nella fase iniziale del bunga-bunga. Ghedini parlò di “gravissima intromissione nella vita privata” del premier e i falchi del Pdl entrarono in allarme, leggendo quelle parole come un’ammissione sui festini a luci rosse con la partecipazione di una minorenne. Così   uno di loro, Giancarlo Lehner, già fustigatore pubblico del tradimento di Mara Carfagna (a proposito: sono in risalita le quotazioni della ministra per la candidatura a sindaco di Napoli) vergò un comunicato che merita di essere riportato integralmente: “Ghedini e Longo sono due grandi avvocati, nonché persone gradevoli, civili e perbene. Trenta e lode, magna cum laude, anche come parlamentari, ma come comunicatori risultano demenziali, apocalittici, quasi escatologici. Alla luce dell’ormai mitico infelice sintagma ‘utilizzatore finale’ ed, oggi, patita la semantica suicidaria contenuta nell’affermazione ‘gravissima intromissione nella vita privata del presidente del Consiglio’, a nome mio, di Berlusconi e del Pdl, li esorto, con affetto, gratitudine e stima, al silenzio operoso”. Comunicatore demenziale,   tout court. Una settimana fa, poi, Silvio Berlusconi si è pure sfogato con Umberto Bossi sulle bizze di Nicole Minetti, che hanno fatto temere il peggio nell’inner circle del Sultano di Arcore: “Lo so che è arrabbiata con me perché non le rispondo al telefono. Ma non ci posso fare niente. Sono quei due che me l’hanno imposto. Niente conversazioni con i coimputati”.    “Quei due”, cioè Ghedini&Longo. La clamorosa ipotesi di scaricarli porterebbe in auge un altro avvocato-deputato: Maurizio Paniz, che in aula a Montecitorio ha istituzionalizzato la favola di Ruby nipote di Mubarak. Sin da gennaio, Paniz ha criticato apertamente la linea seguita da Ghedini e Longo, suggerendo al premier una strategia più aggressiva fino al punto di presentarsi ai pm di Milano: “Una mossa di questo tipo spariglierebbe   le carte e rovescerebbe il messaggio mediatico” (‘Il Riformista’ del 20 gennaio).    Interpellato dal ‘Fatto quotidiano’, Paniz smentisce categoricamente: “Se Berlusconi mi chiamasse gli direi di no, non accetterei mai. Non sono abituato a subentrare ad altri colleghi a processo in corso. E poi Ghedini e Longo sono bravissimi. Mi creda, non esiste alcuna ipotesi di questo genere”. Anche Longo smentisce: “Sono 13 anni che io e Ghedini assistiamo il presidente e se questo rapporto venisse meno ce lo direbbe. È una voce destituita di ogni fondamento. Vorrei sapere chi l’ha messa in giro. Qualche giorno fa un amico mi ha telefonato per dirmi che a ‘La7’ aveva sentito che io avevo litigato con Ghedini e che Ghedini aveva litigato con Alfano. Non è vero nulla”. Ghedini avrebbe detto: “Mavalà”.

di Fabrizio d’Esposito – IFQ

Niccolò Ghedini visto da Emanuele Fucecchi 

16 febbraio 2011

Legittimi impedimenti e minore età. Ma ora ai legali di B. serve il miracolo

A caccia di legittimi impedimenti, seppur ordinari. E alla ricerca spasmodica di una strategia complessiva, che ancora non si trova e forse non c’è, che permetta la fuga al Cavaliere anche dal nuovo processo, possibilmente dopo aver “ucciso” definitivamente anche gli altri.    Comunque si giri, ora Berlusconi trova davanti a sé solo strade senza uscita, anche se il pool di avvocati – a partire da Ghedini, ma anche Alfano, che è ministro della Giustizia, ieri è stato molto presente e propositivo – ne ha veramente messe sul tavolo di ogni genere, anche le più ridicole e fantasiose durante l’ennesimo summit di guerra ieri pomeriggio a Palazzo Grazioli.   Idee volate in libertà, spesso prive di senso, ma che non è detto che poi non si trasformino in possibilità concrete di nuova evasione dal processo: la disperazione non conosce ridicolo.

PRENDIAMO LA DATA    di questa nuova, pesante, tegola processuale, il 6 aprile. Ecco, se passerà così com’è ora il decreto Milleproroghe, Berlusconi avrà il suo legittimo impedimento ordinario nuovo di zecca da poter sfoderare per saltare la prima udienza milanese. Il decreto, infatti, incorona quella data “giornata per la commemorazione delle vittime del terremoto de L’Aquila”; un appuntamento a cui “il capo del governo – avrebbe sostenuto Alfano – non potrà mai mancare”. Simili appuntamenti istituzionali, ma anche questioni private legate alla salute, saranno disseminate dai legali lungo il tragitto che dal 28 di febbraio fino all’11 marzo dovrebbero   vedere Berlusconi almeno tre volte alla sbarra (si parte con il processo Mediaset per poi passare al Mediatrade fino al Mills) per evitargli in ogni modo la gogna non solo giudiziaria, ma soprattutto mediatica; una strategia dal fiato corto, a cui si unirà senz’altro quella di controffensiva che i legali del Caimano, Longo e Ghedini, metteranno in atto in aula, ma sempre con l’idea di procrastinare i tempi di un’eventuale condanna. Cominciando, per esempio, con il contestare la “violazione di procedure e leggi da parte della Procura di Milano”, arrivando poi anche alla possibile contestazione della correttezza dell’operato del Gip, perché non sussisterebbe l’evidenza della prova e quindi il rito immediato non si poteva chiedere, fino a chiudere con   l’eventuale ricusazione di un collegio giudicante tutto al femminile perché “dopo un milione di donne in piazza – ha sostenuto sfrontatamente l’avvocato Pecorella – sono di sicuro pregiudizialmente contrarie all’imputato”. Roba da far tremare i polsi e tuttavia “pannicelli caldi”, come direbbe ancora Andreotti, sul fronte di una strategia di difesa organica e sulla lunga distanza.    “E comunque – ha detto ieri sera Ghedini – è chiaro che a Milano ci aspettiamo di tutto e che non c’è l’evidenza della prova, anzi il contrario, e che la competenza funzionale è del Tribunale dei ministri e quella territoriale, casomai, di Monza”.    Non finisce qui. Si sa, per esempio, che Ghedini contesterà pesantemente che Ruby fosse davvero minorenne al   momento del primo incontro con Silvio, per il fatto che non si avrebbe certezza della vera età della ragazza. In Marocco pare che gli uffici dell’anagrafe non funzionino a dovere e qualcuno è stato mandato a controllare. Una strategia che si muoverebbe in parallelo con la tattica parlamentare, lanciata anche questa volta da Ghedini, supportato da Alfano, di far lavorare d’ora in poi a marce forzate la commissione Giustizia (dove, nonostante la Bongiorno, il Pdl ha la maggioranza) per arrivare rapidamente all’approvazione dell’abbassamento della maggiore età da 18 a 16 anni. Chissà se con effetto retroattivo.

IL TUTTO condito con un processo breve che, a questo punto, diventa fondamentale approvare rapidamente per evitare a Berlusconi almeno la condanna (pressochè sicura in primo grado) nel processo Mills. Ecco, tante idee, alcune delle quali si trasformeranno in verità processuali, secondo la difesa, né più e né meno di come la fandonia di Ruby “nipote di Mubarak” è diventata una verità certificata da un voto parlamentare.    Appunto, il Parlamento. Mentre gli avvocati si arrampicano sugli specchi, con grande scorno (e forte preoccupazione) del Quirinale, Gasparri e Quagliariello, capigruppo Pdl, ieri sera hanno parlato a lungo con Berlusconi della questione del conflitto di attribuzione. È stato   appurato che qualora un deputato, per conto del premier, volesse sollevare il conflitto davanti alla Corte costituzionale, dovrebbe per forza passare dall’ufficio di presidenza dove il Pdl non ha la    maggioranza   . E solo in caso di approvazione, quasi impossibile, l’aula comincerà poi l’iter per appellarsi alla Corte, ma comunque il processo Ruby non si fermerebbe, anche se fosse Palazzo Chigi a muoversi in prima persona al posto della Camera. Insomma, un vicolo cieco, sia per la difesa processuale che parlamentare. E se stavolta, davvero, il Caimano fosse spalle al muro?

L’avvocato del premier, l’onorevole Niccolò Ghedini 

9 febbraio 2011

Lo Stato (alla memoria)

Ci sarà da divertirsi tra un mese alle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Cioè di uno Stato che, ammesso che sia mai esistito, è defunto da un pezzo. Ci sarà da pagare il biglietto per vedere le massime cariche e soprattutto scariche magnificare le virtù civiche di Cavour, Mazzini, Garibaldi, Gioberti e altri poveri ingenui che dedicarono la vita a un ideale oggi finito nelle mani che sappiamo. Sarà avvincente soprattutto ascoltare la prolusione di B. dal titolo “Cavour, il senso dello Stato e io modestamente lo nacqui”. Infatti l’altro giorno al vertice Ue non ha detto una parola di politica estera. Anzi no, una cosa l’ha detta: “Qui ci occupiamo dell’Egitto, ma c’è un altro Paese sull’orlo della catastrofe: l’Italia, dove i giudici vogliono processarmi”. Pare che la Merkel stesse chiamando l’ambulanza. Al Centocinquantenario non potrà mancare, magari per la rievocazione delle cinque giornate di Milano, il prefetto Gian Valerio Lombardi (già noto per l’immortale frase: “A Milano e in Lombardia la mafia non esiste”): quello che si mette sull’attenti quando Marysthell Polanco, la pupa del narcotrafficante Carlos Ramirez appena arrestato con 12 chili di coca e condannato a 8 anni, lo chiama sulla linea privata (il numero l’ha avuto da Palazzo Grazioli), gli dice di essere amica del premier e dunque pretende permesso di soggiorno e cittadinanza italiana. E lui che fa? Le dice di mettersi in fila alla questura con tutti gli altri? No, la riceve due volte nel suo ufficio e, siccome a Milano parcheggiare è un sogno, la fa entrare con l’auto nel cortile del Palazzo del   governo, magari accanto alle volanti che hanno arrestato il narcofidanzato. Alla fine, fantozzianamente, il servitore dello Stato si raccomanda con la pupa del gangster (Carlos, non Silvio): “Mi saluti il presidente quando lo vede”. La selezione dei prefetti della Repubblica dev’essere severissima, se si pensa alle gesta di Carlo Ferrigno, già questore di Torino e poi prefetto di Napoli, direttore centrale dell’Ucigos e commissario anti-racket. Quando Maria Makdoum, 20 anni, danzatrice del ventre, si stufa di studiare e vuol saltare la fila per andare in tv, ci pensa lui: il superprefetto chiama Lele Mora (chi non ha il numero di Lele Mora?) e affida la ragazza nelle sue sapienti mani, poi l’accompagna a Palazzo Grazioli. E ci dev’essere qualche giovin Ferrigno anche alla Questura di Milano, se è vero che Ruby fu rilasciata in tutta fretta dai funzionari che poi omisero di annotare nelle relazioni ufficiali la telefonata del premier. Pure alla Consulta la selezione dev’essere draconiana, se si pensa che riuscì a diventarne presidente persino Antonio Baldassarre, ora imputato per aggiotaggio per essersi inventato con documenti falsi una inesistente cordata per Alitalia: per dire in che mani era, fino a qualche anno fa, la Consulta. Sempre per la serie “servitori dello Stato”, si segnala l’assessore regionale al Territorio della Lombardia, il leghista Daniele Belotti, indagato con altri 103 ultrà dell’Atalanta accusati di pesanti violenze dentro gli stadi e fuori. È la famosa tolleranza zero del ministro Maroni (chissà se il Belotti aveva la tessera del tifoso). Lo sgovernatore Formigoni, già comprensibilmente orgoglioso di aver   portato al Pirellone la nota statista Nicole Minetti, aggiunge un’altra perla alla sua collezione di servitori dello Stato. Ma si può fare di meglio, come dimostra il via vai chez B. di Ghedinilongopecorellalfano per vedere come usare governo e Parlamento per abolire l’ennesimo processo al premier. All’uscita, coi pantaloni strappati in corrispondenza delle ginocchia, questi servitori dello Stato biascicano che “la Procura viola la Costituzione”. Parola dei maggiori produttori di leggi incostituzionali della storia dell’umanità. Forse, in vista del Centocinquantenario, è il caso di provvedere a una riformina linguistica: i servitori dello Stato c’erano quando c’era lo Stato; oggi ci sono i servitori.

di Marco Travaglio – IFQ

5 febbraio 2011

Ghedini sotto il letto

Dicono che B. sia un grande comunicatore. Balle: è solo il padrone dei mezzi di comunicazione. Basta vedere come gestisce gli scandali sessuali che lo inseguono da tre anni, da quando il trapianto di pompetta gli restituì almeno l’illusione del ritorno agli anni verdi. Avrebbe potuto dire, escludendo reati e sfidando i pm a dimostrarli: “La sera, dopo una giornata trascorsa con Bondi, Cicchitto, Capezzone e Bonaiuti, roba che non auguro al mio peggior nemico, mi piace allungare le mani sulle mie amiche consenzienti con un gruppo di vecchi sporcaccioni, poi alcune me le porto a letto e, se fanno le prostitute, le pago”. Il Vaticano avrebbe protestato un paio di minuti, poi sarebbe tornato a cuccia in cambio di qualche milione in più alle scuole private. Mons. Fisichella avrebbe invitato a “contestualizzare il bungabunga”, come del resto le bestemmie. E lui si sarebbe liberato di tutti i ricatti di quell’orda di velociraptor siliconate che ora vanno in giro per le redazioni a offrire foto e video col Papi desnudo. Invece, giurando a reti unificate “mai pagato una donna in vita mia” e “mai frequentato minorenni”, ha trasformato in notizie d’interesse pubblico qualsiasi particolare della sua vita privata.   Comprese le foto. Perché si tratta di stabilire se il capo del governo dice la verità o mente. Se avesse ammesso di essere un “vecchio porco”, come ha scritto l’amico Belpietro, avrebbe trasformato in violazione della privacy (dunque reato) la pubblicazione di qualunque foto o video di bungabunga & affini (salvo quelle che dimostrassero il reato di sesso a pagamento con minorenni). Non l’ha fatto e così ha reso quelle foto pubblicabili in nome del diritto, anzi dovere di cronaca, visto che sembrano sbugiardarlo. Queste cose dovrebbe saperle molto meglio di noi il Garante della Privacy: organismo solitamente sonnacchioso, riprende improvvisamente vita non appena sente le parole “foto” e “Berlusconi”. Infatti ieri ci ha inviato un fax dal titolo: “Diffusione di dati personali relativi all’on. Silvio Berlusconi”. Svolgimento: “Si trasmette l’allegata segnalazione inviata dagli avv. Ghedini e Longo, in nome e per conto dell’on. Berlusconi, al fine di acquisire ogni elemento ritenuto utile alla valutazione del caso segnalato, con particolare riguardo all’articolo ‘Un’asta per le foto’. Si prega di dare riscontro…”. In pratica il Garante fa il postino degli avvocati del premier, che in una letterina di due pagine ci avvertono che B. “ha conferito incarico a questi difensori di procedere in ogni sede a sua tutela per i fatti di cui in premessa”, cioè la notizia delle foto all’asta, perché – tenetevi forte – “foto del Presidente svestito in atteggiamenti intimi con ragazze, laddove effettivamente esistenti, devono ritenersi sicuramente false, frutto di fotomontaggi e/o di manipolazioni”. Se   ne deduce che B., quando si spoglia per fare le sue cose, tiene sempre Ghedini e Longo sotto il letto o nel guardaroba a controllare. Il guaio è che poi i due, sul più bello, si abbioccano. Ghedini giurò che la D’Addario non era mai entrata a Palazzo Grazioli e che le registrazioni della sua notte con B. erano false, poi si scoprì che era tutto vero, ma lui s’era assopito. Gli On. Avv. avvertono poi che “chi rivela o diffonde notizie o immagini indebitamente procurate che attengono alla vita privata e si svolgono nei luoghi di abitazione” commette reato. Non sanno forse, né il Garante-postino li informa, che la privacy vien meno davanti al dovere di cronaca sui personaggi pubblici. In ogni caso esprimiamo agli avvocati da spogliatoio la più sentita solidarietà. Così come al Garante, che dovrà presto occuparsi di un’altra drammatica denuncia: quella del membro leghista del Csm Matteo Brigandì, sottoposto a “perquisizione corporale” e financo “spogliato” dalla polizia. Una pratica davvero umiliante e disumana. Passi rischiare la pelle per 1.500 euro al mese, ma vedere Brigandì nudo no: questo, per un poliziotto, è davvero troppo.

di Marco Travaglio IFQ

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25 gennaio 2011

Come si fanno le indagini

A parole va forte. Anche perché le Tv sono sue e può straparlare quanto vuole. I fatti sono diversi. “Pensate che la mia casa di Arcore è stata sottoposta a un continuo monitoraggio che dura dal gennaio del 2010 per controllare tutte le persone che entravano e uscivano e per quanto tempo vi rimanevano? Hanno utilizzato tecniche sofisticate come se dovessero fare una retata contro la mafia o contro la camorra”. Proprio vero. Solo che:

1) L. 20 /2/58 n. 75, art. 3: “È punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da lire 500.000 a lire 20.000.000 …  4 ) chiunque recluti una persona al fine di farle esercitare la prostituzione, o ne agevoli a tal fine la prostituzione; 5) chiunque induca alla prostituzione una donna di età maggiore, … ? 6) chiunque induca una persona a recarsi nel territorio di   un altro Stato o comunque luogo diverso da quello della sua abituale residenza, al fine di esercitarvi la prostituzione… 7) chiunque esplichi un’attività in associazioni e organizzazioni nazionali ed estere dedite al reclutamento di persone da destinare alla prostituzione od allo sfruttamento della prostituzione… 8 ) chiunque in qualsiasi modo favorisca o sfrutti la prostituzione altrui”.

COME si fa ad identificare questo “chiunque”? Tutto quello che si sa, quando parte un’indagine di questo tipo, è che un certo numero di prostitute frequenta certi posti.   Si sa anche che, dove ci sono prostitute, ci sono i pappa (non i papi, questi sono quelli che le pagano; i pappa sono quelli che le fanno prostituire e si prendono i soldi). Quindi, per identificare i pappa, si controllano le prostitute. Come? Sorvegliandole e intercettando i loro telefoni. Dove le si sorveglia? Dovunque, si parte da dove abitano e le si   segue fino a dove vanno a prostituirsi, così si vede chi le preleva e chi le accompagna (favoreggiamento della prostituzione). Perché si intercettano i telefoni? Perché, attraverso le loro conversazioni, si capisce chi le ha portate dal Marocco (un esempio a caso) in Italia (induzione a trasferirsi in un altro Stato per prostituirsi) e a chi le prostitute consegnano i loro guadagni, in tutto o in parte (sfruttamento della prostituzione).    Quindi B. ha proprio ragione: è un’indagine che richiede un sacco di tempo, di uomini e di mezzi, proprio come le indagini per mafia o camorra. Anche   perché la prostituzione è un affare tipico di mafia o camorra. Di indagini di questo tipo se ne fanno molte, in tutta Italia, sempre con questa metodologia. E questa, cominciata a gennaio 2010, è una delle tante.    Vero, le prostitute si prostituivano nella casa di B. E allora? Extra-territorialità? Liceizzazione del reato? Occhio di riguardo per le “utilizzate” da B.? Attenzione: siccome la prostituzione in sé non è reato, è ovvio che B., che era il cliente, non era indagato, che quindi non è stato iscritto nel registro degli indagati e che l’indagine è andata avanti nei confronti dei pappa (e non di papi). Quando è stato iscritto come indagato? Quando si è scoperto che tra le prostitute che utilizzava ce ne era una   minorenne; perché questo è un reato.    Resta da chiarire un punto: come si faceva a sapere che le prostitute erano prostitute e non ragazze di buona famiglia che allietavano la tavola di B.?   Dalle intercettazioni. Si è partiti con un’informativa di polizia: quella e questa si prostituiscono ad Arcore; si sono messi i telefoni sotto controllo e si è accertato che questa, quella e tante altre si prostituivano.

QUINDI B. dice la verità; però la racconta in modo distorto. Fenomeno tipico della sua informazione, televisiva e giornalistica. “Tutto questo potrebbe capitare a chiunque di voi”. Vero. Se a qualcuno piacciono le puttane, se ha un sacco di soldi, se se le fa portare a domicilio da squallidi figuri che le sfruttano, se si scopa una prostituta minorenne   ; sì, gli può capitare quello che è successo a B. Non vi pare giusto? Oppure pensate che si tratti di una normale attività economica da gestire con le regole del libero mercato e che non deve essere intralciata da giudici comunisti?    “I Pm hanno ordinato… perquisizioni – …queste perquisizioni nei confronti di persone che non erano neppure indagate ma soltanto testimoni sono state compiute con il più totale disprezzo della dignità della loro persona e della loro intimità. Sono state maltrattate, sbeffeggiate, costrette a spogliarsi, perquisite corporalmente, fotografati   tutti i vestiti, sequestrati tutti i soldi, le carte di credito, i gioielli, i telefoni e i computer”. Parzialmente vero. Le prostitute sono state perquisite. Le perquisizioni si fanno regolarmente nei confronti di persone non indagate per cercare prove e corpi di reato. Per intenderci, gioielli e vestiti (ecco perché sequestro e fotografie, sono una parte del prezzo pagato per le loro prestazioni e bisogna accertare chi li ha comprati). E computer e cellulari: perché possono contenere file che provano i reati commessi. Ne avrò sequestrati decine. Quanto al disprezzo per la dignità ecc., la polizia di perquisizioni ne fa qualche centinaia al giorno; sono cose delicate e l’attenzione è massima. Se poi qualcuno si è comportato male, sia denunciato e sarà punito. Qualche volta è capitato.      Insomma, B. è un bugiardo pericoloso: perché non dice proprio palle (veramente anche, ma quelle sono innocue, non ci crede nessuno); però racconta le cose in maniera distorta. E i disinformati, poco intelligenti, accecati dal culto della personalità (anche se comincia a essere dura) trovano di che abbaiare in giro (specialmente in Tv) le loro salde e infondate convinzioni.

di Bruno Tinti – IFQ

14 gennaio 2011

Ghedini sotto accusa “No, non ho perso”

Maschera bene, l’onorevole avvocato Niccolò Ghedini, l’ennesima bocciatura della politica dello scudo ad personam e quindi la sua delusione per la sentenza della Consulta, che ieri ha sostanzialmente respinto il legittimo impedimento. Si limita a dire che la Corte costituzionale “sembra avere equivocato la natura e la effettiva portata di una norma posta a maggior tutela del diritto di difesa e soprattutto della possibilità di esercitare serenamente l’attività di governo”. Aggiungendo, unica nota polemica, che i giudici non hanno considerato “la oggettiva impossibilità, come dimostrato dagli atti, di ottenere quella leale collaborazione istituzionale con una autorità giudiziaria che ha addirittura disconosciuto legittimità d’impedimento a un Consiglio dei ministri”. Ma in una nota scritta assieme all’altro legale del premier, Pietro Longo, dice che “le sentenze della Corte devono essere ovviamente rispettate”.
Per Ghedini infatti i giudici non hanno “rovesciato i cardini della democrazia”, il premier non è “palesemente perseguitato dalle procure politicizzate”, la magistratura “non è entrata a gamba tesa sulle decisioni del Parlamento” e la Consulta non è “partigiana”. La sua linea legale quindi, al contrario di quanto sostengono i ministri Bondi, Gelmini, Brambilla e Galan, non ha fallito: “Anzi, c’è da essere evidentemente soddisfatti”, spiega dalla rumorosa carrozza di un treno al Fatto Quotidiano subito dopo aver lasciato Palazzo Grazioli, dove aveva atteso la sentenza con il Cavaliere.
Onorevole Ghedini, lo sostiene mezzo governo: il legittimo impedimento è stato bocciato quasi su tutta la linea.
Non è così, l’impianto della legge ha retto bene. È stato ritenuto valido ed efficace.
Non si sente sconfitto?
No, dato che la Consulta ha confermato il primo comma: cioè l’impedimento per il presidente del Consiglio e per i ministri.
Spetterà però a un giudice valutare ogni volta se l’autocertificazione di Palazzo Chigi è da ritenersi legittima.
E dunque? Questo vuol dire solo che si vedrà caso per caso.
Lo scorso marzo i giudici di Milano non hanno concesso la sospensione del processo Mediaset, ritenendo che il Consiglio dei ministri non fosse un legittimo impedimento.
Tenga però presente che noi possiamo sempre sollevare il conflitto di attribuzione, e anche di poteri.
Questo prelude ad altri scontri con la magistratura?
Semplicemente, invece che avere un impedimento semestrale, lo dovremo dimostrare giorno per giorno.

di Beatrice Borromeo – IFQ

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