Posts tagged ‘Corte Costituzionale’

9 dicembre 2013

Il teatro del mondo e gli ignoti sovrani

Ue

La recente indomabile crisi ha definitivamente portato al governo della globalizzazione nuove ambigue élite economiche, le quali si sono andate via via imponendo con alterne priorità alle élite politiche.
Politica ed economia, insieme con capitalismo e democrazia, diritti, interessi e privilegi, hanno da qualche tempo subìto pericolose e devastanti derive, le quali ne hanno intaccato i valori fondamentali. Il cittadino è stato così degradato a protagonista ignaro nel teatro di un mondo governato da registi, “ignoti sovrani”. Questa realtà ha purtroppo favorito un’invasata estraneità e un incosciente distacco del cittadino nei confronti della politica e dell’esercizio dei suoi diritti, cosicché l’impeto mediatico di un becero populismo va sempre più favorendo gli “ignoti sovrani”.

Una scossa, sia pur estremamente tardiva, a tentare di risvegliare, nel nostro Paese, una democrazia politica, istituzionalmente in coma, è giunto dalla recentissima sentenza della Corte Costituzionale, che ha finalmente bocciato una legge elettorale antidemocratica, con l’adatto nome di “Porcellum”, invitando il Parlamento a rifare una legge elettorale in grado di restituire ai cittadini i loro diritti politici e democratici. Pur con tutte le riserve del caso, è una forte spinta – da parte della Corte Costituzionale che come le altre istituzioni del nostro Stato è rimasta sovente assente – contro il disinteresse verso la politica, spinta diretta soprattutto ai giovani, indotti quotidianamente a sottovalutare il loro fondamentale diritto di voto ed il loro ruolo politico.

Tuttavia, una parte meno occulta degli ignoti sovrani sta emergendo con estrema importanza e qualche trasparenza. È la nuova aristocrazia delle banche centrali, quelle che avevo qualche mese fa individuato su questo giornale come “i nuovi alchimisti”. Le banche centrali sono divenute sempre più determinanti nell’economia dei vari Paesi e nella vita di ciascuno di noi. E ciò è avvenuto con una sorta di automatismo, questo certamente non sempre trasparente, ma confermato dalle soventi ambigue clausole statutarie, che indicano come funzione principale delle banche centrali il controllare, o meglio nevroticamente tenere a bada, l’inflazione – oggi considerata corretta sotto il limite del 2% – ideologicamente ritenuta il peggior male dell’economia.

Si tratta tuttavia di un’ideologia decisamente antiquata, poiché il maggior problema che questa nuova aristocrazia deve affrontare, quanto meno nei Paesi meno poveri, è che l’inflazione è troppo bassa (con una media Ocse inferiore all’1,5% e 1,2% negli Usa), con conseguente irrimediabile caduta dei prezzi, scomparsa degli investimenti e aumento della disoccupazione. Ne è conferma la recentissima dichiarazione di Christine Lagarde, presidente dell’Fmi, che questa situazione ha avvantaggiato grandemente le banche a danno delle imprese.

Un primo importante cambiamento di rotta è preannunciato a breve dalla grande banca centrale americana, la Federal Reserve (Fed), che per decenni è stata il maggior sovrano della politica economica e mondiale dai tempi di Bretton Woods. Ebbene, dopo un’importante immissione di moneta nel sistema, oltre che coi tassi di interesse sempre più vicini allo zero e con l’abbondante acquisto dei titoli di Stato, che ha invero finora favorito il sistema bancario palese ed occulto (“Shadow banks”), sembra vicino un radicale cambiamento. La politica della Fed pare pronta a cambiare rotta a breve con l’entrata in carica, in sostituzione di Ben Bernanke, il 1° gennaio 2014, con Janet Yellen. L’attenzione si sta spostando dalla nevrosi inflazionistica all’opportunità di porre in essere decisivi stimoli per la crescita, considerato che fra l’altro il tasso di disoccupazione è diminuito al 7%, cioè al livello più basso degli ultimi cinque anni, e si è affiancato a un contemporaneo consistente aumento del Pil, dovuto alla produzione.

Su una scia solo parzialmente analoga, ma sostanzialmente diversa, pare presentarsi la situazione giapponese. Haruhiko Kurada, il governatore della Bank of Japan, ha di recente dichiarato che la banca centrale è pronta a una fase monetaria di quantitative easing, per facilitare la nuova politica del governo Abe, al fine di uscire definitivamente da quindici anni di penosa deflazione, aumentando finalmente i salari e incoraggiando spese ed investimenti.

Con specificità particolari dovute a una politica monetaria e bancaria autonoma, che più di ogni altra è influenzata dalla finanza globale, si presenta la situazione del Regno Unito, che sta attraversando una fase di ripresa sia pure accompagnata da vari timori.

S’innesta peraltro pesante nella operatività delle banche centrali lo sviluppo tecnologico dei mercati, nonché la considerazione che tutti gli operatori, dalle grandi banche agli Hedge funds e ai fondi di ogni altro genere, nonché i prodotti finanziari, sono per loro natura sempre più internazionali e internazionalmente operano. Ed è questa stessa tecnologia che ha tolto credibilità alle pretese scientificità delle élite economiche, soppiantate dai matematici, dagli ingegneri ed ora persino dai fisici, come tante altre volte ho già ricordato.

È pur vero, giova ripeterlo, che gli animal spirits degli imprenditori difficilmente possono essere racchiusi in un algoritmo ed è bene ricordare alle élites che la durata del loro potere è limitata, in ragione di quel che ha sostenuto Pareto che: “la storia è un cimitero di aristocrazie”. Ed è proprio la combinazione fra internazionalizzazione e tecnologia a tenere anche gli alchimisti delle banche centrali in continuo ambiguo rapporto con la politica dei singoli Stati, nei confronti della quale rivendicano spesso, a torto o a ragione, la loro indipendenza.

Tra queste élites e aristocrazie dei banchieri centrali, la Bce ha il compito di gran lunga più difficile, poiché è l’unica a dover svolgere una politica monetaria per tutti i Paesi dell’Eurozona senza essere legittimata da rapporti e istituzioni fiscali, economiche e politiche unitarie. Le continue pressioni sulla Bce da parte del Governo, della Bundesbank e della Corte Costituzionale tedesca, le hanno imposto una esclusiva politica di austerity favorevole, sì all’economia tedesca, ma disastrosa per i Paesi debitori dell’Eurozona, sempre più spinti verso la palude di una persistente deflazione.

È così che giovedì scorso il governatore Mario Draghi ha confermato che i tassi di interesse praticati alle banche, dello 0,25 e dello zero per i depositi overnight rimarranno invariati almeno fino al 2015, né cambierà il tasso di inflazione, che a novembre ha toccato lo 0,9%, ben al di sotto del limite del target del 2%. È pur vero che la Bce due anni fa ha fornito al sistema bancario dell’Eurozona mille miliardi di euro di prestiti triennali. E fu questa operazione che certamente salvò l’euro e gran parte delle banche europee – che stanno già ripagando il prestito – ma non fornì nessuno stimolo a prestiti alle imprese e ai cittadini di Europa, con una domanda aggregata sempre decrescente ed una ripresa lontana.

Una conferma più chiara della continuazione indiscriminata di una politica di austerity, imposta ai Paesi debitori, fra cui il nostro, e voluta soprattutto dalla Germania e dalla troika, sembrano porre la Bce in una posizione nettamente opposta a quella delle altre principali banche occidentali. Queste non univoche politiche monetarie si rivelano sempre più incerte nell’affrontare le scorribande del capitalismo finanziario globale, che aumenta le sue ricchezze speculando nei confronti degli Stati debitori e provoca effetti pericolosi sui loro assetti democratici, soffocati dal populismo da un lato e dalla povertà dall’altro. Val forse allora la pena, in conclusione, di comparare l’attuale confusissima situazione a quella che si presentò negli anni dell’immediato dopoguerra. Gli effetti del sistema sovranazionale di Bretton Woods e la politica egemonica degli Stati Uniti furono, anche attraverso le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza con le altre istituzioni internazionali, un forte strumento di stabilizzazione economica e di straordinaria crescita.

Ma proprio l’incerta e incompleta situazione dell’Unione Europea, con la cui cultura e civiltà nessun altro può competere, debbono oggi far comprendere che l’unico coordinamento sovranazionale possibile è ancora quello di completare l’Unione politica europea, dando legittimazioni democratiche alle varie istituzioni, compresa la Bce, e prendendo finalmente coscienza da parte dei cittadini europei che l’Europa, che costituisce nell’insieme una delle grandi potenze mondiali, è l’unica che ha ancora davanti a sé un processo di democrazia politica da completare, per il cui impegno singolarmente nessuno può alimentare o indurre ad alimentare l’abbandono o il distacco dei diritti politici di ciascuno

di Guido Rossi, Il Sole 24 Ore, 8 dicembre 2013

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27 settembre 2012

Sentenza vintage

Un giorno un vecchio giudice della Corte d’Assise di Torino aprì il processo a un imputato di omicidio con queste parole: “Fate entrare l’assassino”. Naturalmente la difesa lo ricusò all’istante e il processo ripartì davanti a un altro presidente. Purtroppo la Corte costituzionale non è ricusabile, anche perché non ne esiste un’altra che possa prenderne il posto. Altrimenti la Procura di Palermo avrebbe tutti i motivi per ricusarla, con tutto quel che è accaduto dal 15 luglio, quando Napolitano ebbe la bella pensata di farsi un decreto per sollevare conflitto di attribuzioni contro i pm che avevano osato intercettare Mancino senza prevedere che avrebbe parlato con lui. Da allora chiunque non sia in malafede ha capito benissimo che la Procura ha applicato la legge e il conflitto non sta né in cielo né in terra, ma per carità di patria la Consulta troverà il modo di dar ragione a Napolitano, o almeno di non dargli torto. Come ha paventato anche l’ex presidente Zagrebelsky, si teme che la sentenza sia già scritta, a prescindere dal merito e dal diritto. Speriamo di sbagliarci, ma gl’indizi sono tanti e tali da fare quasi una prova. 1) La Procura non può nominare il suo difensore naturale, cioè l’Avvocatura dello Stato, perché l’ha già sequestrato il capo dello Stato, ed è costretta a cercarsi tre avvocati privati (il terzo lavorerà gratis o dovranno pagarlo i pm di tasca propria). 2) Quirinale e Avvocatura lavorano al conflitto fin dal 15 luglio, mentre i pm non possono far nulla fino al 19 settembre, quando la Consulta finalmente lo notifica alla Procura: peccato che il testo, segreto per i pm, fosse noto a Repubblica fin dai primi di agosto. 3) Il 14 settembre fonti interne alla Consulta anticipano all’Ansa il verdetto di ammissibilità del ricorso, cinque giorni prima che i giudici costituzionali si riunissero in camera di consiglio per decidere. 4) In media la Consulta decide sui ricorsi nel giro di un anno o più: ma stavolta il presidente Alfonso Quaranta vuole chiudere tutto in quattro mesi, entro novembre, anziché l’estate o l’autunno prossimi come vorrebbe la prassi. E perché mai? “Per la delicatezza e l’importanza” del ricorso. Cioè perché c’è di mezzo Napolitano. Eppure, se fosse vero quel che assicura Napolitano, e cioè che il conflitto mira a difendere un principio e non la sua persona, sarebbe molto meglio decidere quando lui non sarà più presidente, come già fece la Consulta nell’unico precedente (il conflitto sollevato da Cossiga nel 1991 e risolto soltanto nel ’92 dopo la sua uscita dal Quirinale). Così, fra l’altro, si eviterebbe di influenzare l’udienza preliminare sulla trattativa Stato-mafia che inizia proprio a fine ottobre. A meno che l’obiettivo non sia proprio questo: abbattere la Procura di Palermo e intimidire il gup chiamato a rinviare a giudizio o prosciogliere gl’imputati, compreso il protegé del Quirinale. 5) Per abbreviare l’iter, la Consulta non comprime i tempi a entrambe le parti in conflitto, ma solo alla Procura: il Colle e l’Avvocatura hanno avuto il tempo che volevano per scrivere il ricorso, mentre i pm per rispondere hanno solo 25 giorni invece dei 50 canonici. Quasi che il diritto di difesa fosse ormai un optional. 6) Dulcis in fundo, la Consulta emette un’ordinanza ai confini della realtà in cui chiede, oltre a notizie utili sulle telefonate Mancino-Napolitano, una serie di atti totalmente estranei al tema del conflitto: quelli del procedimento-stralcio già all’esame del gip e pieno di carte ancora coperte da segreto. Vero che la Consulta può acquisire atti segretati, ma solo se attinenti all’oggetto del conflitto. E questi non lo sono. Chiederli è un’intimidazione ai pm e un abuso di potere, visto che la Consulta non può sindacare il merito di un’indagine. Ma di abusi di potere questa storiaccia è costellata fin da quando Mancino chiese protezione a Napolitano e lo sventurato rispose. Da allora, per coprire il primo abuso, sono arrivati tutti gli altri. E non abbiamo ancora visto tutto. Comprereste una sentenza usata da questa Consulta?

di Marco Travaglio, IFQ

17 luglio 2012

Il vero conflitto è fra la legge e Napolitano

Napolitano si è scritto un decreto con il quale solleva il conflitto di attribuzione con la Procura di Palermo avanti alla Corte costituzionale. Vi si dice: le intercettazioni tra me e Mancino sono irrilevanti nel processo penale come riconosciuto esplicitamente dal procuratore Messineo; dunque devono essere distrutte e ciò deve essere fatto di iniziativa della Procura; ma la Procura non lo fa; sia la Corte costituzionale a ordinarglielo. Un po’ di sano conflitto di interessi, merce già vista.    In effetti, secondo l’art. 37 legge 87/1953, il conflitto tra poteri dello Stato (in questo caso Procura e Presidente della Repubblica) è risolto dalla Corte costituzionale quando “insorge tra organi competenti a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartengono e per la delimitazione della sfera di attribuzioni determinata per i vari poteri da norme costituzionali”. Insomma, Napolitano vuole che la Procura distrugga le intercettazioni senza indugio; la Procura spiega che, per farlo (cosa a cui non è contraria, ha già detto che esse non hanno rilevanza penale), bisogna seguire la procedura prevista dalla legge. Sia la Corte a dire chi ha ragione. Che Napolitano non veda di buon occhio il nostro giornale è cosa nota; probabilmente non lo legge nemmeno perché gli dà fastidio; ed è del tutto legittimo che ciò accada. Ma certo i suoi consiglieri se lo leggono, eccome. E dunque l’articolo apparso l’11 luglio su questo giornale (in cui si spiegava quale era la procedura per ottenere la distruzione di queste intercettazioni) se lo sono letto di sicuro. Sicché, ammesso ma assolutamente non concesso che i consiglieri giuridici di Napolitano non la conoscessero, dopo quella data ne sono stati edotti.

EPPURE, oggi, Napolitano usa lo stesso strumento che ha usato B. quando un Parlamento per cui mancano gli aggettivi sollevò conflitto avanti alla Corte costituzionale sostenendo che era ragionevole ritenere che Ruby fosse la nipotina di Mubarak, che la sua interferenza in un procedimento giudiziario non poteva avere rilevanza penale, essendo stata svolta nel quadro delle sue attribuzioni istituzionali e che dunque la Procura non poteva incriminarlo. B. venne respinto con perdite. Non è ragionevole pensare che l’esito del conflitto sollevato da Napolitano sarà diverso. Il punto è che qui ci sono due profili: uno tecnico e l’altro politico. Di quello tecnico Il Fatto ha già spiegato tutto. L’intercettato è Mancino; Napolitano non è mai stato intercettato; le sue conversazioni sono qualificate dalla legge e dalla giurisprudenza come intercettazioni indirette; potrebbero essere utilizzate, se avessero rilevanza penale, previa autorizzazione; ma rilevanza penale non hanno quindi possono essere distrutte; per farlo occorre che la parte interessata, cioè Napolitano, lo chieda al pm; questi trasmetterà la richiesta al giudice con il suo parere (che, in questo caso, sarebbe favorevole); il giudice convocherà avanti a sé il pm e i difensori degli imputati e ascolterà le loro considerazioni; poi deciderà. Perché questa procedura? Perché il pm è la parte che sostiene l’accusa. Quindi bisogna sentire le ragioni della difesa; che potrebbe ritenere che quelle telefonate, contrariamente al parere del pm, servono per dimostrare l’innocenza dell’imputato e quindi non devono assolutamente essere distrutte; anzi debbono essere acquisite al fascicolo del dibattimento come prova a difesa. Sicché la decisione sulla distruzione non può essere presa dal pm senza contraddittorio, sarebbe un arbitrio. Ci va il confronto delle ragioni dell’accusa e della difesa e poi la decisione del giudice. Elementari garanzie di difesa. Che, evidentemente, secondo Napolitano e i suoi consiglieri, non valgono in presenza di interessi “superiori”; in base alla nuova (in realtà già vista) categoria delle garanzie a corrente alternata.    E qui si apre il secondo profilo, quello davvero preoccupante. Perché Napolitano non fa mistero delle ragioni che lo hanno indotto a questa improvvida (bisogna essere rispettosi con la Presidenza della Repubblica) iniziativa.

DICE IL DECRETO da lui firmato: “Comportano lesione delle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica, quantomeno sotto il profilo della loro menomazione, l’avvenuta valutazione sulla rilevanza delle intercettazioni ai fini della loro eventuale utilizzazione… la permanenza delle intercettazioni agli atti del procedimento e l’intento di attivare una procedura camerale che – anche a ragione della instaurazione di un contraddittorio sul punto – aggrava gli effetti lesivi delle precedenti condotte”. In linguaggio più comprensibile: se le mie conversazioni intercettate sono valutate dal giudice ai fini della loro rilevanza nel processo; se fino alla decisione restano negli atti; se si procede nel contraddittorio delle parti e dunque se altri ne vengono a conoscenza; tutto ciò mi pregiudica.    Napolitano non spiega perché, ma è cosa facile da intuire: al momento queste intercettazioni non sono mai venute fuori; si capisce che esistono per via del casino che ha fatto la Presidenza della Repubblica, ma nessuno ne conosce il contenuto. Se il riserbo feroce mantenuto dalla Procura di Palermo dovesse essere vanificato da eventuali indiscrezioni di altre parti (il giudice? Il cancelliere? Gli avvocati? L’acquisizione illecita del provvedimento del giudice?) allora sì che siamo nei guai. Perché il contenuto di quelle intercettazioni diverrebbe pubblico (quale giornale rinuncerebbe a pubblicare una notizia del genere? Il Fatto certamente no). E chissà cosa si sono detti Mancino e Napolitano: a giudicare dalla preoccupazione di quest’ultimo, forse non si è parlato della fioritura prematura dei mandorli. Ecco perché Napolitano vuole che le sue conversazioni con Mancino vengano sotterrate: non le deve conoscere nessuno. E dunque la Procura le bruci subito. E chi se ne frega del codice di procedura penale.    Un mio ex collega (che scrive anche sul Fatto on line, Marco Imperato) cita sempre, nelle sue mail, una bellissima frase: “Mi accorgo che si può essere sovversivi soltanto chiedendo che le leggi dello Stato vengano rispettate da chi ci governa”. Ma come sapeva, Flaiano, che ci sarebbero arrivati tra capo e collo prima B. e adesso Napolitano?

di Bruno Tinti, IFQ

13 gennaio 2012

Due a zero per la cosca

Due a zero per la malapolitica contro i cittadini, cioè contro la vera Politica. Ma forse è giusto così. Quando i partiti diventano cosche e fanno amorevolmente sapere alla Corte costituzionale quel che si attendono da lei; quando giudici costituzionali usano i pizzini per anticipare le loro sentenze a qualche giornale e vedere di nascosto l’effetto che fa; quando giornali autorevoli e ispirati giustificano preventivamente l’affossamento del referendum per il Bene della Patria (cioè dei partiti-cosca); quando una speciale lupara bianca seppellisce sottoterra le firme di 1.210.466 italiani per difendere una legge elettorale che lo stesso autore ha definito “porcata”; è giusto che un politico amico della camorra si salvi per la seconda volta dall’arresto. Così, dopo un paio di mesi di illusioni ottiche, qualcuno capirà che brutto paese continuiamo a essere. Conosciamo l’obiezione: chi se la prende con la Consulta parla come Berlusconi. Ma poteva reggere fino a due anni fa, quando si pensava che tutti e 15 i giudici costituzionali fossero il più alto presidio di legalità del Paese (e a buon diritto, visto che ci avevano salvati da una serie di leggi incostituzionali imposte da Berlusconi per piegare il Diritto ai suoi porci comodi). Ora non più: da un anno e mezzo sappiamo che nel settembre del 2009 sei di quei giudici, esattamente come han fatto la scorsa settimana, avevano anticipato il loro voto favorevole alla porcata Alfano ad alcuni faccendieri della P3, che disponevano di loro a proprio piacimento. Due di quei giudici addirittura organizzavano cene con i promotori della porcata (B., Letta e Alfano) che di lì a poco avrebbero dovuto valutare. Il capo dello Stato, assieme al Parlamento, avrebbe dovuto sollevare lo scandalo e fare in modo, in qualsiasi modo, che quei signori abbandonassero ipso facto i loro scranni. Invece tutti si voltarono dall’altra parte, lasciando intatta una Consulta ormai irrimediabilmente inquinata. Il lodo Alfano fu respinto per un pelo, grazie agli altri nove giudici. Ma poi i partiti hanno inserito nella Corte altri loro emissari e il risultato s’è visto ieri con il No ai due quesiti referendari. Quesiti che oltre cento fra i maggiori costituzionalisti italiani, compresi tre ex presidenti della Consulta, giudicavano legittimi, e nessuno, dicesi nessuno, aveva obiettato nulla in punto di diritto. Gli unici “giuristi” di diverso parere, guardacaso, sono quelli della Corte (o la maggioranza di essi). Ora i partiti-cosca si fregano le mani, perchè potranno nominarsi anche il prossimo Parlamento. Ma la loro è una gioia miope e passeggera: vedranno presto che cosa significa consacrare il Porcellum, la norma più impopolare dai tempi delle leggi razziali. E, se non lo vedranno, provvederanno gli elettori a farglielo vedere. Quella che lorsignori sordi e ciechi chiamano “antipolitica” esploderà alle stelle, compattando in un solo blocco chi è convinto che non esistano più vie democratiche per risanare la malapolitica e chi più semplicemente pensa che ormai tanto vale fare a meno del Parlamento e delle elezioni, lasciando per sempre al governo un gruppo di “tecnici” che nessuno ha mai eletto. Dio acceca chi vuole perdere.

di Marco Travaglio, IFQ

14 gennaio 2011

Ghedini sotto accusa “No, non ho perso”

Maschera bene, l’onorevole avvocato Niccolò Ghedini, l’ennesima bocciatura della politica dello scudo ad personam e quindi la sua delusione per la sentenza della Consulta, che ieri ha sostanzialmente respinto il legittimo impedimento. Si limita a dire che la Corte costituzionale “sembra avere equivocato la natura e la effettiva portata di una norma posta a maggior tutela del diritto di difesa e soprattutto della possibilità di esercitare serenamente l’attività di governo”. Aggiungendo, unica nota polemica, che i giudici non hanno considerato “la oggettiva impossibilità, come dimostrato dagli atti, di ottenere quella leale collaborazione istituzionale con una autorità giudiziaria che ha addirittura disconosciuto legittimità d’impedimento a un Consiglio dei ministri”. Ma in una nota scritta assieme all’altro legale del premier, Pietro Longo, dice che “le sentenze della Corte devono essere ovviamente rispettate”.
Per Ghedini infatti i giudici non hanno “rovesciato i cardini della democrazia”, il premier non è “palesemente perseguitato dalle procure politicizzate”, la magistratura “non è entrata a gamba tesa sulle decisioni del Parlamento” e la Consulta non è “partigiana”. La sua linea legale quindi, al contrario di quanto sostengono i ministri Bondi, Gelmini, Brambilla e Galan, non ha fallito: “Anzi, c’è da essere evidentemente soddisfatti”, spiega dalla rumorosa carrozza di un treno al Fatto Quotidiano subito dopo aver lasciato Palazzo Grazioli, dove aveva atteso la sentenza con il Cavaliere.
Onorevole Ghedini, lo sostiene mezzo governo: il legittimo impedimento è stato bocciato quasi su tutta la linea.
Non è così, l’impianto della legge ha retto bene. È stato ritenuto valido ed efficace.
Non si sente sconfitto?
No, dato che la Consulta ha confermato il primo comma: cioè l’impedimento per il presidente del Consiglio e per i ministri.
Spetterà però a un giudice valutare ogni volta se l’autocertificazione di Palazzo Chigi è da ritenersi legittima.
E dunque? Questo vuol dire solo che si vedrà caso per caso.
Lo scorso marzo i giudici di Milano non hanno concesso la sospensione del processo Mediaset, ritenendo che il Consiglio dei ministri non fosse un legittimo impedimento.
Tenga però presente che noi possiamo sempre sollevare il conflitto di attribuzione, e anche di poteri.
Questo prelude ad altri scontri con la magistratura?
Semplicemente, invece che avere un impedimento semestrale, lo dovremo dimostrare giorno per giorno.

di Beatrice Borromeo – IFQ

14 gennaio 2011

Fare il premier o il ministro non costituisce legittimo impedimento a fare anche l’imputato

Lo sapevamo tutti, fuorché gli inquilini di Palazzo Grazioli e del Quirinale: adesso lo dice anche la Consulta. Ora azzardiamo un’altra domanda: riciclare denaro costituisce legittimo impedimento a fare anche il parlamentare? L’interrogativo sgorga dalle motivazioni della Cassazione su Massimo Maria Berruti, ex ufficiale della Finanza, ex avvocato Fininvest, pregiudicato per favoreggiamento e imputato per riciclaggio di una trentina di miliardi di lire. La Corte ha appena stabilito che sbagliò il Tribunale di Milano ad assolverlo e sbagliò la Corte d’appello a dichiararlo responsabile ma prescritto. Insomma, aveva ragione la Procura. Nel momento in cui il suo capo torna imputato, pure Berruti dovrà ripresentarsi ai giudici d’appello per essere riprocessato per riciclaggio, visto che la prescrizione è stata allungata a marzo 2011 (c’è tempo per condannarlo, visto che già la Cassazione lo dichiara colpevole). Nelle motivazioni firmate dal giudice Antonio Manna e dal presidente della II sezione Antonio Esposito, si legge che l’on. Berruti, membro della commissione Attività produttive (l’uomo giusto al posto giusto), ha dato un “consapevole e volontario contributo causale nel delitto di riciclaggio”, come risulta ”da coerenti risultanze documentali e testimoniali”. Negli anni ‘90, quando lavorava per B., il noto galantuomo fece sparire miliardi su miliardi dai bilanci Fininvest, Mediaset e Reteitalia dirottandoli su conti svizzeri con un tourbillon di false fatture, operazioni inventate e società fittizie “prive di qualsivoglia concreta operatività commerciale, utilizzate come mero schermo di simulate operazioni di compravendita di diritti di sfruttamento dell’immagine di sportivi che in realtà servivano a spostare illecitamente all’esterno della Fininvest sue consistenti risorse finanziarie… Fondi che passavano da una società a un’altra… causali fittizie dei trasferimenti… allo scopo precipuo di drenare risorse economiche da Fininvest Spa al suo esterno… importi di enorme rilievo: tra il 1991 e il 1995, oltre 29 miliardi di lire”. Il tutto con la collaborazione straordinaria della Arner di Lugano, che nella filiale milanese ospita – conto corrente numero 1 – il tesoretto di Silvio B. Parola non di una toga rossa di passaggio, ma della Cassazione. Che fa pure notare come Berruti sia “incline a intervenire illecitamente”, visto il “precedente penale per favoreggiamento” per aver depistato le indagini sulle tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza. Naturalmente, nel difendersi, Berruti ha pure mentito ai giudici, e così un testimone a suo discarico. Il quale sosteneva la linea Scajola: cioè che “un amico fraterno del Berruti lo avrebbe coinvolto a sua insaputa in un delitto di riciclaggio”. Tutte balle. Ora, se esistesse un’opposizione, distribuirebbe alla Camera la sentenza della Cassazione. E chiederebbe di proibire a Berruti di mettere mai più piede a Montecitorio. Legittimo impedimento, of course.

di Marco Travaglio – IFQ

14 gennaio 2011

Bocciato e rimandato

Il Cavaliere ha deciso con calma, assieme a pochi fedelissimi , come reagire alla sentenza della Consulta. Anche perché già da giorni si intuiva che la Corte costituzionale avrebbe bocciato, almeno parzialmente, la legge sul legittimo impedimento. E da una stanza di Palazzo Grazioli, consigliato dal Guardasigilli Angelino Alfano, dal coordinatore del Pdl Denis Verdini, dal portavoce Paolo Bonaiuti e dal suo avvocato Niccolò Ghedini, Silvio Berlusconi ha impartito gli ordini. Una linea più articolata del solito, che da una parte ostenta tranquillità e indifferenza e dall’altra urla che la democrazia è stata sovvertita.
Berlusconi ieri ha giocato in tandem con Ghedini: mentre l’onorevole avvocato rivendicava la sua vittoria sull’(unico) punto che la Consulta non ha dichiarato incostituzionale – cioè che gli impegni istituzionali, e i loro corollari, possono rappresentare un impedimento legittimo – il premier ha parlato di “compromesso accettabile”. Salvo poi rinnegare tutto tramite un comunicato ufficiale di Palazzo Chigi, secondo cui “il presidente non ha commentato né commenterà la sentenza”. La smentita – mentre ieri Berlusconi chiosava che il bicchiere andava visto “mezzo pieno” – era propedeutica all’ospitata televisiva di questa mattina su Canale 5. L’aveva promesso già a Berlino, dicendo che sarebbe andato in tv per “spiegare direttamente agli italiani” quello che pensa della giustizia in Italia. Durante La Telefonata, lo spazio interno a Mattino Cinque, condotto dal direttore di Libero Maurizio Belpietro, Berlusconi dirà al suo pubblico cosa pensa davvero dei giudici che ieri lo hanno inguaiato.
Gli attacchi alla magistratura sono però cominciati ieri con le dichiarazioni dei suoi ministri. Il più duro è anche il più precario degli esponenti di governo, il titolare (per ora) dei Beni culturali Sandro Bondi, su cui pende una mozione di sfiducia: “Siamo di fronte al rovesciamento dei cardini non solo della Costituzione, ma dei principi fondamentali di ogni ordine democratico”. Altri due ministri superberlusconiani come Mariastella Gelmini e Michela Vittoria Brambilla lo seguono: “Il presidente del Consiglio continua a essere palesemente oggetto di una persecuzione di alcune procure politicizzate” e “la magistratura riesce ad entrare a gamba tesa sulle decisioni del Parlamento”. Ma il “giudice supremo” è il popolo, sintetizza con un approccio tipico del berlusconismo il ministro delle Politiche agricole Giancarlo Galan. E infatti la provvisoria flemma di Berlusconi si spiega anche così: ora che la legge ponte del legittimo impedimento non lo trasporterà fino al “lodo” Alfano costituzionale del prossimo ottobre (il precedente è stato bocciato dalla Consulta), le urne si avvicinano. E il Cavaliere sa bene che fare il perseguitato in tribunale è un modo efficace per cominciare la sua campagna elettorale. Dal Carroccio poi non perdono occasione per ribadire che se il federalismo fiscale si impantanasse in Parlamento, sarebbe meglio andare subito a votare.
“I leghisti hanno tutto l’interesse alle elezioni” spiega l’avvocato-deputato (Pdl) Gaetano Pecorella, predecessore di Ghedini nel cuore e nei tribunali di Berlusconi. “Gli scenari – dice Pecorella – sono diversi: si potrebbe fare una nuova legge ponte che recepisca le indicazioni della Consulta. Oppure, semplicemente, si va in tribunale”. Un esempio, secondo Pecorella, è il processo Mills: “Anche se arrivasse una condanna in primo grado interverrebbe subito la prescrizione, e la credibilità di Berlusconi potrebbe essere danneggiata soltanto all’estero”. Il Cavaliere da ieri è forse più debole dal punto di vista penale ma non politico: ha iniziato il 2011 con una (nuova) maggioranza in Parlamento e non si sente più minacciato né dai centristi né da Gianfranco Fini e dai suoi. E ha grandi speranze sul “gruppo dei responsabili” capitanato dall’ex finiano Silvano Moffa. Venti deputati che servono soprattutto a rimpolpare la maggioranza nelle commissioni parlamentari, quella sul federalismo in testa.
Bea. Bor.

14 gennaio 2011

Scudo bucato

La Corte costituzionale rispedisce Silvio Berlusconi davanti ai giudici dichiarando che il legittimo impedimento studiato per garantire al premier l’impunità è in gran parte illegittimo.  Riaffermato il principio che nessuno è superiore alla legge, neppure B. Lui e i suoi avvocati fanno finta di accettare questa nuova solenne bocciatura, ma in realtà si preparano a contestare le convocazioni dei tribunali sollevando continui conflitti per guadagnare tempo e mandare i processi in prescrizione. Anche se Bondi attacca la Consulta il suo capo prende tempo perché con i sondaggi a picco teme le elezioni anticipate. Di cui, però, si torna a parlare.

Berlusconi Silvio si deve rassegnare. Almeno per la Corte costituzionale è un imputato come gli altri, anche se presidente del Consiglio. Ieri a stragrande maggioranza la Consulta ha bocciato il cuore della legge, quella che aveva trasformato il giudice a un passacarte di Palazzo Chigi, costringendolo a ricevere, senza fiatare, un certificato della Presidenza del Consiglio e a sospendere un processo anche per 6 mesi consecutivi. Invece ieri la Consulta, accogliendo le tesi principali dei giudici dei processi a carico del Cavaliere a Milano (Mills, Mediaset e Mediatrade) ha deciso che la legge firmata dal presidente Giorgio Napolitano il 7 aprile 2010 è incostituzionale nella sua essenza secondo l’articolo 3 (sull’uguaglianza) e secondo il 138 (sulle norme di rango costituzionale). Ovvero non ci può essere il legittimo impedimento continuativo e automatico, ma il giudice deve decidere caso per caso. Vuol dire che può tornare a valutare (come prevede il codice) se l’impegno sia legittimo e assoluto. Quindi se, in concomitanza con un’udienza, sia impossibile rinviarlo.
La conseguenza è che riprenderanno i processi per Berlusconi non appena la sentenza, con le motivazioni, sarà trasmessa ai giudici competenti. Verosimilmente tra un mese, un mese e mezzo. E se il giudice dovesse ritenere che un impegno istituzionale, o un’attività “preparatoria”, “coessenziale ” o “consequenziale” sia una richiesta di legittimo impedimento pretestuosa, per far saltare l’udienza, può respingerla.
La sentenza di ieri è una conferma delle indiscrezioni degli ultimi giorni, ma con una sorpresa di rilievo. Non c’è stata la netta spaccatura che sembrava profilarsi. Il verdetto sarebbe stato emesso con 11 Sì e 4 No. A votare contro sarebbero stati Luigi Mazzella, Paolo Maria Napolitano (entrambi a cena con Berlusconi prima della sentenza sul lodo Alfano) , Giuseppe Frigo (in quota Pdl) e Alfonso Quaranta, il giudice stimato dal centrodestra che stava soffiando a dicembre la presidenza a Ugo De Siervo (indicato dal centrosinistra) a cui spettava per prassi, essendo il giudice più anziano di Corte. Dunque rispetto al 7 ottobre 2009, quando 6 giudici votarono contro la bocciatura del lodo Alfano, due di loro questa volta avrebbero cambiato idea. Sarebbero Alfio Finocchiaro (proveniente dalla Cassazione) e Maria Rita Saulle (nominata da Ciampi). Naturalmente sono indiscrezioni che non possono avere conferma perché il voto della Corte viene espresso nel segreto della Camera di consiglio. È il giudice più giovane di Corte (in questo caso Giorgio Lattanzi) a trascriverlo su un foglio che viene chiamato “camicia”.
Il primo punto di svolta che ha portato alla decisione di ieri, c’è stato con l’intervento del giudice-relatore Sabino Cassese in udienza pubblica, martedì scorso. Ha chiesto ai fautori dello scudo (la difesa Berlusconi e l’avvocato dello Stato) quale libertà di manovra avessero i giudici con la norma “ad premier e ministri”. La risposta è stata inequivocabile: nessuna. Infatti sia Niccolò Ghedini che Michele Di Pace hanno sostenuto che il giudice poteva accertare la veridicità del certificato di Palazzo Chigi, ma non poteva sindacare sulla natura del legittimo impedimento. Le risposte alle inappuntabili, quanto inaspettate, domande di Cassese, hanno rafforzato la posizione dei membri della Consulta che volevano la bocciatura delle legge. Ma ieri mattina, quando sono cominciati i cosiddetti “giri di tavolo”, cioè gli interventi dei singoli giudici, c’è stato un lungo botta e risposta tra chi voleva una bocciatura più “soft” per cercare di evitare gli strali di Berlusconi (con sollievo del Quirinale) e chi (in maggioranza) non voleva soppesare alcuna conseguenza politica della sentenza perché la Corte costituzionale non può essere “tirata per i capelli”, come si è cercato di fare sia con il lodo Alfano che con il legittimo impedimento ad hoc. Alla fine ha vinto sì una mediazione, ma al rialzo: nella forma è in parte bocciatura e in parte interpretazione, ma nei fatti è una bocciatura sostanziale.
Decidendo in questo modo la Corte ha voluto ribadire che è necessario coniugare le esigenze della giurisdizione di celebrare un processo con quelle del diritto alla difesa e a governare. Come già aveva stabilito nel 2001 ai tempi in cui Previti era imputato a Milano. Insomma, ci deve essere leale collaborazione fra le parti coinvolte. Alla luce della sentenza di ieri non serve uno sforzo di fantasia per ipotizzare che cosa succederà al Tribunale di Milano. Uno stillicidio di interventi della difesa Berlusconi che si appiglierà a qualsiasi attività, pre-impegno istituzionale e post impegno istituzionale. Essendogli rimasto in mano uno scudo svuotato è anche possibile che di fronte a un eventuale legittimo impedimento negato, Ghedini e Longo solleveranno per conto di Palazzo Chigi un conflitto di attribuzioni di poteri dello Stato. Con la Consulta costretta nuovamente a pronunciarsi. Sarebbe quasi solo per dispetto. B. sa che comunque, grazie soprattutto a una delle sue leggi ad personam (la ex Cirielli) godrà certamente della prescrizione per i processi Mills e Mediaset.

di Antonella Mascali – IFQ

13 gennaio 2011

Lui è sereno la Corte un po’ meno

L’anziano clown che chiamiamo convenzionalmente premier è volato a Berlino, non alla ricerca di un giudice, ma per spiegare alla cancelliera Merkel, che non ci dormiva la notte, di essere “totalmente indifferente” alla sentenza della Consulta sul legittimo impedimento perché i suoi processi sono “ridicoli, su fatti per i quali ho avuto modo di garantire che sono inesistenti, giurando sui miei figli e nipoti” e quando lui garantisce e giura sui figli e i nipoti è inutile insistere: gli si crede sulla parola. Insomma “la sentenza della Corte, qualunque sia, non comporta alcun pericolo per la stabilità di governo”. Una volta tanto, senza volerlo, B. ha detto la verità. Non perché i suoi processi siano basati sul nulla (Mills, per dirne una, è stato già dichiarato colpevole dalla Cassazione di essere stato corrotto da B.). Ma perché almeno quelli attualmente pendenti sono destinati alla prescrizione: se, com’è probabile, la Consulta li scongelasse bocciando anche solo parzialmente lo scudo, ripartirebbero tutti e tre daccapo. E riposerebbero in pace. Nel caso Mediaset (frode fiscale) tutti e tre i giudici sono stati trasferiti altrove. Nel caso Mills-B. (corruzione giudiziaria), la presidente del Tribunale è passata alla Corte d’appello e c’è poco più di un anno per celebrare primo, secondo e terzo grado. Nel caso Mediatrade (appropriazione indebita e frode fiscale), ancora in udienza preliminare, il gup è passato al tribunale dibattimentale, dunque andrà anch’esso sostituito e la prescrizione scatta nel 2015. In più B., anche col legittimo impedimento semplice (quello previsto dal Codice di procedura),   avrà mille scuse e cavilli per dimostrare o inventare impegni di governo e mandare in fumo quasi tutte le udienze. In ogni caso non rischia la galera, e nemmeno la condanna. Tutto l’allarme creato intorno alla stabilità del governo, alle sorti della nazione e ai destini dell’Umanità nel caso in cui i processi riprendessero è una truffa piuttosto dozzinale e lo capirebbero tutti, se in Italia esistesse l’informazione. L’esigenza di “consentire al presidente del Consiglio e ai ministri il sereno svolgimento delle funzioni” sbandierata dalla legge sul legittimo impedimento, attorno a cui i giudici costituzionali stanno spaccando il capello in quattro alla ricerca di tragicomici “compromessi” e “mediazioni”, è la bufala del secolo. Da 17 anni B. convive serenamente con le sue indagini e i suoi processi, come se non esistessero, e l’opposizione pure (a parte Di Pietro e pochi altri). E allora perché tutta questa drammatizzazione? Per vari motivi, l’uno più inconfessabile dell’altro. 1) Per terrorizzare i giudici della Consulta, caricandoli di responsabilità politico-istituzionali inesistenti e paventando cataclismi di pura fantasia. 2) Per una questione di principio: la concezione mafiosa del potere che B. spande a piene mani dal 1994 – chi ha il potere si giudica da solo – deve entrare a viva forza nella Costituzione al posto di quel maledetto articolo 3 che si ostina a proclamare tutti i cittadini uguali di fronte alla legge. 3) Ciò che spaventa B. non sono i processi attuali, ma quelli futuri che   potrebbero scaturire dalle indagini sulle trattative Stato-mafia e sui mandanti occulti delle stragi del 1993 (nessuno lo ricorda, ma il presidente del Consiglio è indagato per strage a Firenze con Dell’Utri) e da altre inchieste che noi ancora non conosciamo ma lui – conoscendosi – già prevede, per reati così gravi da non prevedere prescrizione né arresti domiciliari. 4) Il referendum Di Pietro pro o contro il legittimo impedimento, siccome la legge riguarda una sola persona, diventerebbe un referendum pro o contro B. E, agganciato alle amministrative di primavera, rischierebbe di raggiungere il quorum. I cittadini sono tutti uguali di fronte alla legge o uno più uguale degli altri? Per la prima volta nella sua carriera, il Cainano dovrà presentarsi agli elettori e dire finalmente la verità: “Votatemi, se no mi arrestano”.

di Marco Travaglio – IFQ

30 dicembre 2010

Una Corte à la carte

Dunque l’11 gennaio la Corte costituzionale deve decidere se la legge 51 del 7 aprile 2010 sul “legittimo impedimento” speciale per il premier e i ministri sia o no costituzionale. La Costituzione dice che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. L’art. 420-ter del Codice di procedura penale dice che il giudice, se accerta che l’imputato non può presenziare a un’udienza per “assoluta impossibilità” dovuta a “caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento”, rinvia l’udienza. La legge 51 dice che l’imputato premier o ministro è più uguale degli altri: con un certificato della segreteria di Palazzo Chigi può imporre al giudice di rinviare le udienze fino a 6 mesi (prorogabili due volte, per un massimo di 18), accampando imprecisati impedimenti dovuti alla “politica generale”, a “ogni attività coessenziale” alle funzioni di governo e addirittura all’”attività preparatoria”. Tutto e niente. Tanto il giudice non può verificare se l’impedimento c’è ed è legittimo: deve obbedire a un segretario della Presidenza del Consiglio, in barba alla Costituzione che vuole il giudice “soggetto soltanto alla legge”. Bastano queste poche note, oltre al parere di 999 costituzionalisti su 1000 (uno su mille ce la fa sempre a vendersi), per far comprendere a tutti, anche i più inesperti, che la legge è totalmente e palesemente e inequivocabilmente incostituzionale. Se la Consulta giudica in base al diritto, non c’è storia: accoglie delle tre eccezioni di incostituzionalità del Tribunale   di Milano, rade al suolo la legge e B. torna imputato. Ma, da qualche tempo, la politica s’è infilata anche nel tempio dei giudici delle leggi. Ce l’ha fatto sapere il neopresidente Ugo De Siervo (nomen omen), quando ha incredibilmente spostato l’udienza sul legittimo impedimento dal 14 dicembre all’11 gennaio perché “il clima politico è troppo surriscaldato”. Cioè perché B., con l’avallo di Napolitano e dei presidenti delle Camere, aveva fissato la fiducia al governo proprio nel giorno in cui da tempo la Corte aveva fissato la fatidica udienza: il 14 dicembre. Così, anziché rivendicare la propria impermeabilità al clima politico e protestare contro lo sgarbo di governo e Parlamento, la Corte s’è scansata e se l’è data a gambe per non disturbare il manovratore. Il quale, per gratitudine, ha seguitato a insultarla, a minacciarla, a dipingerla come un covo di comunisti eversori, nel silenzio del Quirinale improvvisamente a corto di moniti. Ora che l’11 gennaio si avvicina, gli house organ di B. mettono in giro la voce che la giudice Saulle, “orientata verso il centrodestra”, sarebbe a letto con l’influenza: impedimento più che legittimo per giustificare l’ennesimo rinvio, magari al 25, o – meglio ancora – a mai. Il giudice Mazzella invece gode ottima salute: anziché starsene schiscio per far dimenticare la cenetta con B. e Alfano alla vigilia della sentenza sul lodo Alfano, scrive addirittura ai colleghi una lettera accorata per invitarli a dichiarare costituzionale la legge incostituzionale, perché – è il messaggio che   piove ogni giorno sulla Consulta – ne va delle “sorti della legislatura e del Paese”. Intanto un giornalista molto introdotto al Quirinale anticipa il presunto orientamento del relatore Cassese (che finora s’è ben guardato dallo svelare ai colleghi il proprio orientamento): “sentenza interpretativa di rigetto”, cioè sì alla legge, ma riscritta in modo da affidare al giudice il potere di valutare di volta in volta gli impedimenti di B. Sarebbe una sentenza politica, oltreché una supersonica sciocchezza, perché questo già è previsto dal 420-ter Cpp e non c’è bisogno di ripeterlo con una nuova legge, che dunque dev’essere cassata e B. tornare imputato come un normale cittadino. Ma ciò che è normale per gli altri diventa maledettamente complicato quando c’è di mezzo B. Comunque vada l’11 gennaio, il fatto stesso che si discuta se una legge incostituzionale debba essere cancellata in toto, o solo in parte, o magari salvata ma reinterpretata, dimostra che ha già vinto lui.

di Marco Travaglio – IFQ

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