Posts tagged ‘Camorra’

19 gennaio 2012

Anti-camorra porta a porta

Bisogna eliminare il legame tra povertà e dispersione scolastica, creando un progetto ad hoc per la città e la Regione”; così Profumo un mese fa, a Napoli. Napoli-dispersione: binomio quasi automatico. Scampia – come Zen a Palermo – luogo “rinomato” solo per questa triste propensione. Qualche tempo fa un mio caro amico napoletano mi segnalava un articolo dell’Espresso sulla Festa dei Gigli, al quartiere Barra. Alla presenza della cittadinanza locale – bambini inclusi –, colonna sonora quella del Padrino di Coppola, in una festosa atmosfera da saga paesana, pericolosi boss della camorra suggellavano – stretta di mano e bacio sulle labbra – il proprio arrivo alla festa, organizzata da uomini dello stesso clan. E, nel corso della celebrazione collettiva, si ratificava il patto di sangue tra Angelo Cuccaro e Andrea Andolfi, pericolosi boss della zona. Canzoni napoletane e festa pubblica della camorra, con tanto di benedizione di devoti acclamanti e macabra liturgia da parte del parroco colluso di turno.

NON È LA rappresentazione kitsch della ‘ndrangheta semiseria di Cetto Laqualunque, sebbene ostentazione di ricchezze e volgarità siano le stesse. Non fa ridere. Ma non è un film dell’orrore, non è finzione, immaginazione, parossismo. È la rappresentazione dell’orrore, una delle tante cui sono esposti bambini e ragazzi di una zona di uno dei Paesi più ricchi del mondo, con il patrimonio artistico e culturale maggiore di tutto il pianeta. Nell’indifferenza generalizzata, considerato che la testata è ritornata ben due volte sull’increscioso argomento. Ma tutto tace. Insensibilità o rimozione, accettiamo che cittadini in formazione del nostro Paese socializzino l’opzione camorristica. Senza tutele, senza attenzione. Nella logica da catarsi collettiva che consente, impietosendosi per un giorno e dimenticando il problema per i successivi 364, di tacitare coscienze e sentirsi un po’ migliori, ha suscitato scalpore a tempo determinato (ce ne siamo già tutti scordati) la vicenda di Eugenia Carfora, dirigente della scuola media Viviani di Caivano, Napoli, che – in una solitaria opera di eroico volontariato (gli eroi di oggi sono sempre isolati volontari) – fa quasi ogni giorno un giro porta a porta per condurre in classe i figli recalcitranti di una delle zone più disperate – e più disperse – d’Italia. Questo presidio di civiltà – la scuola – è stato saccheggiato a più riprese, anche nei suoi arredi minimi, banchi e sedie; disertato a colpi di certificati medici da parte dei docenti, che in un luogo così problematico non vogliono stare, rischia di chiudere, per il numero limitato di alunni. Per il momento non riceve risposta la richiesta della dirigente di accorpamento con un alberghiero e un laboratorio di mestieri, per creare un percorso di continuità per gli alunni: l’idea che la scuola, almeno, si prende cura del loro povero futuro.

PROFUMO ha convocato a Roma Eugenia Carfora il 30 novembre, per ascoltarla. “Vedremo insieme come risolvere questo problema. Lei non è sola”. Aspettiamo. L’Italia è una, ma le sue realtà sono molte. Se la scuola è e deve rappresentare un modello di società, l’emergenza sociale di molte zone del Meridione non può non riflettersi su di essa, sul suo personale, su consapevolezza del mandato costituzionale, motivazione, disponibilità, coinvolgimento. E non può non riflettersi sugli studenti che, con gli stessi occhi con cui vanno a scuola, hanno visto lo spettacolo del tributo all’illegalità, alternativa tangibile e vincente a tutto ciò che lì dentro magari qualcuno ha ancora voglia di provare a insegnare loro. Quale forza d’impatto può avere la scuola – anche la migliore alla visione del mondo di bambini che, sin dalla più tenera età, partecipano alla luce del sole a cerimonie di investitura dei protagonisti della criminalità organizzata e dell’anti-Stato? Quanto varia da Cuneo ad Agrigento l’orizzonte di attesa di un cittadino rispetto all’amministrazione? Varia con il mutare del panorama urbano, quello che determina il modo di percepire la realtà, la dignità della cittadinanza, il sentirsi o meno membro di una comunità che tutela e che va tutelata. Molti bambini di Napoli – come in altre parti di Italia – hanno visto e guardato, vedono e guardano, l’immondizia, concreta o simbolica non importa. I loro occhi sono contaminati, come la loro possibilità di credere nella legalità.    Infine, fino a quando lo Stato intende ignorare gli enormi problemi che investono soprattutto le grandi città del Sud e continuare a confidare sulle forze di pionieri, missionari, donne e uomini di buona volontà? Fino a quando si perpetrerà lo scandalo nazionale di una catena di colpevoli e di negligenze, connivenze e rimozioni decennali?

di Marina Boscaino, IFQ

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13 gennaio 2012

Due a zero per la cosca

Due a zero per la malapolitica contro i cittadini, cioè contro la vera Politica. Ma forse è giusto così. Quando i partiti diventano cosche e fanno amorevolmente sapere alla Corte costituzionale quel che si attendono da lei; quando giudici costituzionali usano i pizzini per anticipare le loro sentenze a qualche giornale e vedere di nascosto l’effetto che fa; quando giornali autorevoli e ispirati giustificano preventivamente l’affossamento del referendum per il Bene della Patria (cioè dei partiti-cosca); quando una speciale lupara bianca seppellisce sottoterra le firme di 1.210.466 italiani per difendere una legge elettorale che lo stesso autore ha definito “porcata”; è giusto che un politico amico della camorra si salvi per la seconda volta dall’arresto. Così, dopo un paio di mesi di illusioni ottiche, qualcuno capirà che brutto paese continuiamo a essere. Conosciamo l’obiezione: chi se la prende con la Consulta parla come Berlusconi. Ma poteva reggere fino a due anni fa, quando si pensava che tutti e 15 i giudici costituzionali fossero il più alto presidio di legalità del Paese (e a buon diritto, visto che ci avevano salvati da una serie di leggi incostituzionali imposte da Berlusconi per piegare il Diritto ai suoi porci comodi). Ora non più: da un anno e mezzo sappiamo che nel settembre del 2009 sei di quei giudici, esattamente come han fatto la scorsa settimana, avevano anticipato il loro voto favorevole alla porcata Alfano ad alcuni faccendieri della P3, che disponevano di loro a proprio piacimento. Due di quei giudici addirittura organizzavano cene con i promotori della porcata (B., Letta e Alfano) che di lì a poco avrebbero dovuto valutare. Il capo dello Stato, assieme al Parlamento, avrebbe dovuto sollevare lo scandalo e fare in modo, in qualsiasi modo, che quei signori abbandonassero ipso facto i loro scranni. Invece tutti si voltarono dall’altra parte, lasciando intatta una Consulta ormai irrimediabilmente inquinata. Il lodo Alfano fu respinto per un pelo, grazie agli altri nove giudici. Ma poi i partiti hanno inserito nella Corte altri loro emissari e il risultato s’è visto ieri con il No ai due quesiti referendari. Quesiti che oltre cento fra i maggiori costituzionalisti italiani, compresi tre ex presidenti della Consulta, giudicavano legittimi, e nessuno, dicesi nessuno, aveva obiettato nulla in punto di diritto. Gli unici “giuristi” di diverso parere, guardacaso, sono quelli della Corte (o la maggioranza di essi). Ora i partiti-cosca si fregano le mani, perchè potranno nominarsi anche il prossimo Parlamento. Ma la loro è una gioia miope e passeggera: vedranno presto che cosa significa consacrare il Porcellum, la norma più impopolare dai tempi delle leggi razziali. E, se non lo vedranno, provvederanno gli elettori a farglielo vedere. Quella che lorsignori sordi e ciechi chiamano “antipolitica” esploderà alle stelle, compattando in un solo blocco chi è convinto che non esistano più vie democratiche per risanare la malapolitica e chi più semplicemente pensa che ormai tanto vale fare a meno del Parlamento e delle elezioni, lasciando per sempre al governo un gruppo di “tecnici” che nessuno ha mai eletto. Dio acceca chi vuole perdere.

di Marco Travaglio, IFQ

12 gennaio 2012

The Nick Brothers

Nicola Cosentino sarà sicuramente innocente. Sono tutti innocenti, i politici inquisiti. Anche dopo che sono stati condannati. Figuriamoci prima. Certo, se è innocente, Cosentino ha uno strano modo di difendersi, che sembra fatto apposta per farlo apparire colpevole. La sua ultima trovata davanti alla giunta della Camera, che ha votato l’autorizzazione al suo arresto anche coi voti degli ex alleati leghisti, è che è “perseguitato da un ufficio investigativo ad personam”. L’ufficio in questione è la Procura antimafia di Napoli, la stessa che negli ultimi anni ha fatto arrestare centinaia di camorristi latitanti e sequestrare i loro patrimoni, dando modo al governo di cui Cosentino faceva parte di vantare il record dei latitanti catturati e dei beni sequestrati. Naturalmente il merito era di quei pm (e delle forze dell’ordine da essi coordinate) che ora Cosentino definisce “ad personam”. La sua personam. E le personas dei camorristi latitanti dove le mettiamo? A questo punto, qualunque camorrista catturato e ora detenuto avrà lo stesso diritto di Cosentino a dirsi “perseguitato da un ufficio investigativo ad personam”. La sua personam. E poi qualcuno potrebbe timidamente notare che l’ufficio investigativo ad personam il suo arresto l’ha soltanto chiesto, mentre a disporlo è stato un gip. Ad personam anche quello? Parrebbe di sì: del resto la responsabilità penale è personale: quando un gip dispone catture, lo fa per una personam alla volta, non per gli abitanti di un intero quartiere, città, nazione, continente. Non solo: il suo mandato di cattura Cosentino l’ha impugnato al Riesame. Ma l’altro giorno quei tre giudici l’hanno confermato. Ad personam anche loro? Ma certo, come no: tre personas ad personam. E, fra quelle tre personas, Cosentino ne ha individuata una altamente sospetta: il presidente Nicola Quatrano, a suo dire “fortemente connotato politicamente”. È iscritto al Pd o all’Idv o a qualche partito comunista? No, però ha partecipato a una manifestazione no global e, quel che è più grave, si batte da anni in difesa dei diritti umani del popolo saharawi. E l’attinenza delle sorti del Sahara Occidentale con i destini del coordinatore del Pdl campano non può certo sfuggire a un attento osservatore. Il primo mandato di cattura per camorra, quello respinto dalla Camera lo scorso anno (coi voti della Lega), fu addirittura confermato dalla Cassazione, cioè da cinque giudici ad personam, a cui si deve aggiungere il gup ad personam che lo rinviò a giudizio. Ma, sul merito delle accuse, cioè sui suoi rapporti conclamati (non solo da una decina di pentiti, ma anche dalle sue imbarazzanti parentele e addirittura da foto e carte bancarie) con camorristi, Cosentino tende a sorvolare. Invece è molto interessato ai tempi dell’inchiesta “estremamente significativi”, perché la prima delega di indagine alle forze dell’ordine sarebbe stata emessa dalla Procura ad personam il 20 maggio 2008, otto giorni dopo la nomina di Cosentino a sottosegretario. Evidentemente Carmine Schiavone, il pentito dei Casalesi che già nel 1994 parlò di lui, è un medium o un indovino: aveva già previsto che 14 anni dopo “Nick ‘o mericano” (come il nostro statista è affettuosamente soprannominato nella zona di Casal di Principe) sarebbe andato al governo. Insomma la solita indagine “a orologeria”, per dirla con Silvio B., improvvisamente ridestatosi dal letargo alle parole “arresto” e “deputato”. Orologeria rispetto a che, non è ben chiaro, visto che la richiesta di arresto è giunta quando Cosentino non è più ministro e non ci sono elezioni alle viste. Orologeria a prescindere, così, a cazzo. Chissà chi ispira a Cosentino questa astuta e persuasiva linea difensiva. Nemmeno John Belushi e Dan Aykroyd nei Blues Brothers erano arrivati a tanto. Ecco, Nick potrebbe copiare il loro formidabile alibi: “Avevo una gomma a terra, avevo finito la benzina, non avevo soldi per il taxi, la tintoria non aveva portato il vestito, c’era il funerale di mia madre, l’inondazione, e poi le cavallette”. Magari qualcuno che gli crede lo trova.

di Marco Travaglio, IFQ

13 dicembre 2011

“Più facile incastrare un camorrista che un politico”

È più difficile indagare su un politico che incastrare un camorrista”. Giandomenico Lepore sorride, mentre rientra da una manifestazione anti-camorra, la prima da quando ha lasciato la procura di Napoli. Ora è in pensione. E ha soltanto un cruccio: “Sono stati sette anni splendidi, qui a Napoli, il rammarico è che mi sento ancora in grado di poter dirigere un ufficio”.    Dice che è più difficile indagare su politico che incastrare un camorrista. Intanto i suoi sostituti e la polizia giudiziaria hanno arrestato l’ultimo grande latitante dei casalesi, Michele Zagaria.    Me l’avevano promesso. Ed è stata mantenuta: l’hanno catturato prima dellamiapensione.Unadimostrazione ulteriore della professionalità dei nostri magistrati e della nostra polizia giudiziaria: il completamento di un’attività che ci ha portato ad arrestare un gran numero di latitanti, come Giuseppe Setola e Antonio Iovine.    Non siete riusciti ad arrestare il coordinatore regionale del Pdl, Nicola Cosentino, secondo voi colluso proprio con i casalesi.    Non ci siamo riusciti perché il Parlamento s’è opposto, e io non posso che rispettarne la volontà. Resto convinto che doveva essere arrestato. E ora c’è una seconda richiesta: vedremo cosa deciderà il Parlamento.    Perché è più difficile colpire un politico che un camorrista? Soltanto per i dinieghi del Parlamento?    Contro un camorrista si possono usare mezzi investigativi , come le intercettazioni, che è difficile utilizzare per un parlamentare. Ma è soltanto un esempio. Diciamo che nelle indagini sulla politica è molto più complicato raccogliere prove.    Il suo ufficio ha convocato Berlusconi, da presidente del Consiglio, per essere interrogato come parte lesa nel procedimento contro Lavitola. Il premier non s’è mai presentato e, nel frattempo, il fascicolo è stato trasferito a Bari e a Roma. Se tornasse indietro lo convocherebbe ugualmente?    Certo. Nessuno aveva intenzione di contrastare Berlusconi. Doveva essere ascoltato come parte offesa e come persona a conoscenza dei fatti: la legge non esenta Berlusconi dal testimoniare. Se il fascicolo fosse rimasto a Napoli avremmo insistito fino alla richiesta del suo accompagnamento in Procura. Che il Parlamento, immagino, avrebbe negato. Ma noi l’avremmo richiesto. Abbiamo sempre avuto la schiena dritta: per Berlusconi non abbiamo fatto eccezioni.    E le pressioni della politica, in quei mesi, si sono sentite?    Eravamo sereni. Avevamo fatto il nostro dovere. Diciamo che alcuni articoli di giornale, e alcune interrogazioni parlamentari del centrodestra, mi hanno costretto a dover ribattere punto su punto. Era tempo che dovevamo dedicare all’inchiesta su Lavitola e Gianpi Tarantini. Tempo impiegato, invece, a difenderci dall’accusa di alcuni politici del centrodestra.    L’arresto di Zagaria, l’indagine su Lavitola, poi la P4 di Luigi Bisignani e Alfonso Papa, l’inchiesta su Finmeccanica e sul braccio destro di Tremonti, Marco Milanese: in questi ultimi anni – e ne citiamo soltanto alcune – la procura di Napoli è stata davvero in prima linea. E siete stati vulnerabili all’attacco di qualche talpa eccellente: nel caso della P4, s’è scoperto che Bisignani era stato avvertito d’essere sotto inchiesta…    …e i suoi telefoni hanno finito di parlare, come si dice in gergo. Per l’indagine è stato un danno gravissimo.    Però avevate centrato un grosso obiettivo.    Le fughe di notizie sono un sistema per contrastare il nostro lavoro. Siamo stati sotto attacco più volte. E mai le fughe di notizie sono state imputabili al nostro ufficio, che ci ha soltanto rimesso. Lavitola è latitante da quando Panorama ha svelato che c’era un’indagine su di lui, per esempio, e anche su quella fuga di notizie abbiamo aperto un fascicolo. In questo caso, come per Bisignani, le conseguenze sul nostro lavoro sono state gravissime. Ma abbiamo raggiunto i nostri risultati. Bisignani ha patteggiato e Alfonso Papa, ancora ai domiciliari, è sotto processo.

di Antonio Massari, IFQ

23 novembre 2011

Gip senza scorta, sit in dei colleghi

Per la prima volta, non era mai accaduto prima, a fare da scorta al giudice Marina Tommolini, vittima di gravi minacce ignorate dalle istituzioni, ci sono i colleghi dei tribunali di Teramo, Giulianova e de L’Aquila. Un commando di camorristi, questa l’ipotesi più accreditata, ha bruciato la sua auto e quella del maresciallo Spartaco De Cicco suo amico personale e vicino di casa. Poi, visto che alla gip non era stata affidata alcuna tutela, alcuni giorni dopo, intorno alle 18:30, due persone con l’intento di minacciarla sono entrate nella sua abitazione di Martinsicuro. Ma neppure questo ennesimo grave episodio è bastato a farla proteggere. Solo ieri il comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica ha deciso che i carabinieri sorveglieranno la sua casa, ma solo di notte e che avrà diritto a una tutela a confine, e non è una battuta: tutte le mattine la sua auto verrà seguita da una pattuglia fino ai confini comunali, da dove proseguirà sola per 50 chilometri fino al Tribunale di Teramo; nel pomeriggio verrà ripresa in consegna dal punto dove è stata lasciata. Non osiamo pensare cosa sarebbe accaduto se si fossero mobilitati i colleghi della Corte d’appello de L’Aquila, Armanda Servino e Aldo Manfredi e il giudice al Tribunale di Teramo nella sezione distaccata di Giulianova, Giovanni Cirillo con in testa il presidente del Tribunale di Teramo Giovanni Spinosa. “Quando ho appreso il fatto erano le nove di sera, sono bastate alcune telefonate per far scattare una mobilitazione spontanea di grande valore umano”, dice il presidente Spinosa. Un sit-in di solidarietà, certamente, ma anche di protesta verso un comportamento degli organi preposti ad intervenire difficile da definire. Marina Tommolini è una donna di 48 anni, forte e tenace, se c’è un ruolo che non le si addice è quello della vittima.    “Hanno colpito me e il maresciallo De Cicco per colpire le istituzioni che rappresentiamo” le sue uniche parole. A tormentarla è il timore che venga minacciata la serenità degli anziani genitori che quel giorno, quando i due hanno scavalcato il cancelletto del vicino e sono entrati nella sua casa, erano appena usciti. Intanto la camorra, che nel teramano così come a Pescara, prosegue nella sua attività di riciclaggio aprendo negozi, bar lussuosi, centri commerciali, ha raggiunto il suo obiettivo: inviare un messaggio preciso: “Qua comandiamo noi”. Ne è sicuro Giovanni Cirillo, che presiede la Corte d’assise e svolge anche, a causa dell’organico insufficiente, come è accaduto quest’estate, la funzione di gip: ”È un segnale molto preoccupante che vede lo Stato lontano. Chi di dovere era a conoscenza da giorni della drammatica situazione subita dalla collega e l’ha lasciata sola. Ha avuto una tutela solo dopo la nostra protesta, ma non l’auto di scorta che deve arrivare dal ministero, dicono”. Mentre al maresciallo dei reparti investigativi, nulla. A sostenere che la Camorra sta conquistando pezzi di territori al centro Italia è un magistrato che ha lavorato molti anni alla Procura di Salerno e conosce molto bene il fenomeno: “Non è stata una cosa pensata e fatta così alla meglio, ma organizzata. Sono stati visti sei uomini scendere da due auto al rifornimento di benzina, hanno riempito le taniche di benzina e sono ripartiti. Benzina con cui hanno incendiato le macchine della collega e del maresciallo”.    L’allarme dato da alcuni passanti ha evitato che le fiamme si propagassero. Ma c’è dell’altro, continua il dottor Cirillo: “Hanno fatto tutto questo pur sapendo che vi erano indagini in corso anche sul loro conto visto che alcuni erano già stati sentiti”. Una sfida lanciata a uno Stato che non solo fatica a proteggere i suoi servitori quando vengono minacciati, ma che deve fare i conti con la mancanza di mezzi per una efficace lotta alla criminalità organizzata, al di là dei proclami: pattuglie ferme perché non ci sono i soldi per la benzina, fotocopiatrici fuori uso per mancanza di carta e di inchiostro, poliziotti che non ricevono gli straordinari, procure sguarnite per carenza di organico. Sono solo alcuni dei colori che dipingono un quadro triste e sconsolante di uno Stato che sempre più spesso si trova a subire mostrando di essere incapace di reagire e di agire.

di Sandra Amurri, IFQ

14 luglio 2011

Tina Palomba, cronista contro la camorra: una vita di minacce

“Erano passate da poco le 11 di sera. Ero sul letto a leggere un libro, all’improvviso…” All’improvviso un bagliore arancione che illumina la stanza e le grida giù in strada che ti dicono dove sei, in quale jungla campi e fai il tuo dannato lavoro di cronista di provincia. Ventidue giugno, i fuochisti della camorra ricordano a Tina Palomba, 43 anni, da una quindicina cronista di camorra in terra di camorra, che non deve più scassare il ca… con quei suoi articoli di merda. Hai scritto, hai parlato male delle famiglie che contano, hai messo in piazza le loro ricchezze pacchiane, le auto di lusso, le case che sembrano bunker, hai pure pubblicato le foto delle loro mogli che urlano maledizioni contro i poliziotti che portano via ammanettati i loro mariti, e allora paghi. Ti “appicciamo” la macchina. “È stato terribile, per la prima volta ho avuto paura. Sono venuti sotto casa mia, hanno dato fuoco alla mia auto lasciando segni chiarissimi dell’avvertimento. Due taniche di benzina circondate di copie del Corriere di Caserta, il giornale dove lavoro. Sanno dove vivo, conoscono le mie abitudini, hanno finanche beffato i carabinieri che ogni notte fanno il giro per controllare che tutto sia a posto”. Tina vive da tempo sotto vigilanza per le minacce ricevute. “Perché si scrive di camorra e si vive in una piccola comunità dove il giorno dopo ti può capitare di incontrare il fratello, la moglie, il figlio del soggetto che hai raccontato. E allora sono sguardi torvi, parole sussurrate, l’accusa di essere una infame letta sulle labbra di chi ti sta di fronte”. E così può capitare che per il tuo lavoro sali le scale del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere e incontri un “signore” che si ferma e ti dice “lei starebbe bene appesa a un albero”, o un ragazzotto con i jeans strappati, la maglietta a fior di pelle e l’orecchino luccicante che ti guarda storto e ti intima: “Tu qui non ci devi venire più”.

SI VIVE COSÌ in quella terra di nessuno che è la terra dei Casalesi. I grandi capi sono in galera, ma le giovani leve, quelle che devono riempire i vuoti della gerarchia di camorra, sono liberi. Si danno da fare, devono dimostrare a chi è a Poggio-reale che anche loro sono “uomini di conseguenza”, “e questo – dice Tina – fa ancora più paura. I giovani non hanno regole, l’incendio della mia auto dimostra che forse hanno cambiato obiettivo”. Inutile chiedere a Tina quale dei tanti articoli che ogni giorno scrive sul suo giornale possa aver scatenato la reazione della camorra. “Ho cercato di capire rileggendo il mio lavoro degli ultimi mesi, ma come si fa? Scrivo ogni giorno dei clan che dominano su questo territorio, ho dato fastidio ai casalesi come ai gruppi padroni di Mondragone, difficile dirlo”. Il Corriere di Caserta è il giornale più volte additato come “megafono” dei clan, Roberto Saviano lo cita spesso quando parla di stampa e camorra. Nella celebre puntata di Che tempo che fa? lo scrittore di Gomorra fece una rassegna stampa dei titoli più scandalosi del Corriere. Quelli sulle “amanti” di don Peppe Diana, il prete ucciso dalla camorra casalese, le lettere dalla latitanza di alcuni boss. Tina scrisse una durissima lettera allo scrittore e minacciò di restituire la tessera all’ordine dei giornalisti. “Saviano ha il grande merito di aver illuminato la realtà casertana, ma non può indicarci come vicini alla camorra. Sono stata individuata dal pentito Augusto La Torre, come la portavoce del pm Raffaele Cantone. Questo concetto è stato ripreso pari pari dal boss Bidognetti e dall’allora latitante Iovine, in una lettera al processo ‘Spartacus’. Delle due l’una: sono la portavoce della camorra, o dei magistrati antimafia? Siamo solo cronisti di provincia in una terra difficile, siamo in prima linea e dobbiamo portare questa croce”.

di Enrico Fierro, IFQ

12 marzo 2011

L’amico dei boss nella segreteria di Alemanno

Pezzi dello Stato che lavoravano duramente per sottrarre i beni alla camorra casertana vedevano vanificato il loro impegno perché altri pezzi dello Stato, di fatto, li restituivano ai clan ai quali erano stati confiscati. Tutto ciò avveniva con la regia di Giorgio Magliocca, avvocato, primo cittadino Pdl di Pignataro Maggiore, paese di 6300 anime del casertano, e fino a ieri componente della segreteria politica del sindaco di Roma, Gianni Alemanno.    All’alba di ieri, la Squadra Mobile di Caserta lo ha arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione camorristica per le collusioni con il clan Lubrano-Ligato. Secondo quanto scritto dal Gip di Napoli Antonella Terzi nell’ordinanza di circa 90 pagine con cui ne ha disposto l’incarcerazione, il 37enne Magliocca era un politico “da anni asservito ai desiderata del clan camorristico locale, grazie al quale ha potuto vincere ripetute competizioni elettorali”. Era diventato sindaco   “per graziosa intercessione del defunto Lello Lubrano, ammazzato dai casalesi, che ne sponsorizzò la candidatura nel 2002, quindi per i buoni auspici di Pietro Ligato (capo della cosca egemone di Pignataro, oggi detenuto al 41 bis, ndr) che lo appoggiò nella successiva competizione amministrativa”. E inoltre “i suoi mandati, nati in odor di camorra, si sono coerentemente caratterizzati per un fiancheggiamento tenace, privo di tentennamenti, ai boss cui l’indagato doveva le sue rapide fortune”.

PAROLE DURISSIME che interrompono l’ascesa dell’ex enfant prodige della destra casertana, già a 23 anni consigliere comunale, a 25 consigliere provinciale, a 27 anni sindaco per la prima volta con la lista “Alleanza Civica”, poi rieletto nel 2006 con   “Alleanza Civica per le libertà”, ed anche capogruppo fino all’anno scorso di An in consiglio provinciale, con solidi agganci nel Pdl casertano dove una figura di spicco è quella del mondragonese Mario Landolfi, vice coordinatore   campano degli azzurri ed ex ministro delle Comunicazioni. Fu lui che nel 2005 lo volle come consulente al ministero e che anche ieri ha diramato con il senatore Gennaro Coronella   un comunicato di solidarietà col quale si dicono “sicurissimi che Magliocca non avrà alcuna difficoltà a evidenziare la sua totale estraneità rispetto alle ipotesi di reato a lui attribuite”.    L’arresto di Magliocca, chiesto dai pm della Dda Liana Esposito, Giovanni Conzo e Alessandro Milita, coordinati dal procuratore aggiunto Federico Cafiero De Raho, arriva al culmine di un’inchiesta alimentata dalle denunce del capogruppo di opposizione Raffaele Cuccaro, sconfitto per appena 7 voti alle ultime comunali, secondo il quale il sindaco era andato a cena col boss Lubrano per stringere accordi elettorali. Ma anche dalle campagne stampa di alcuni coraggiosi giornalisti   del casertano, come Enzo Palmesano, Carlo Pascarella e Davide De Stavola, sulla anomala gestione dei beni confiscati alla camorra.

L’ATTENZIONE degli inquirenti si è concentrata in particolare sulla villa che fu il vessillo di famiglia dei Lubrano-Ligato, in località Conte, ed i terreni che si snodano intorno: i magistrati sottolineano come le vecchie proprietà dei clan “deperiscono nel-l’abbandono, dimostrando ad un paese attonito come il crimine e i biechi interessi che riesce a coagulare intorno a sé sono più forti di ogni legge”.    Magliocca è accusato di aver consentito alla sorella di un boss di   abitare per sette anni la villa già confiscata e poi di averle permesso di smontare gli infissi e ogni altra parte di valore, fino a ridurla un rudere. In un’altra parte dell’inchiesta, la Procura indaga i responsabili di associazioni no-profit a cui il comune di Pignataro ha affidato alcuni terreni confiscati, ipotizzando che i proventi delle coltivazioni siano stati percepiti indebitamente, senza essere reinvestiti in progetti finalizzati a scopi sociali. Per questo, i pm avevano chiesto altri sei arresti (cinque in carcere e uno ai domiciliari). Ma il Gip ha rigettato le istanze. Tra questi, anche quella nei confronti di un ex assessore della giunta comunale di centrosinistra di Caserta. Mentre, nel motivare l’arresto di Magliocca, il Gip scrive: “Ad oggi i beni dei Ligato, confiscati nel 1997, ben quattordici anni fa, lungi dall’essere   restituiti a una funzione sociale che possa mondarli dal sangue che li inquina, continuano a testimoniare la forza della camorra, muti eppure eloquentissimi relitti di un passato glorioso di violenza e arroganza sopraffattrice”.

Nella foto – ripresa dal sito Dagospia – Magliocca con Alemanno e Storace 

2 febbraio 2011

Napoli milionaria alla corte del clan Di Lauro

In un romanzo la faida che ha insanguinato Secondigliano

Napoli è un’isola, Secondigliano, una bolla. Nella capitale della Camorra il tempo è scandito da omicidi, estorsioni, traffici internazionali di droga, rapine e vendette a suon di mitra Uzi e granate. Ma ci sono anche gli affari, gli appalti, il totonero, vite da camorristi strette nei vicoli che tutto vedono, tutto sanno, e la bocca la tengono sempre chiusa. C’è la bella vita anche: Ferrari, milioni, serate con Maradona, “perché non compriamo il Napoli? Ce lo possiamo permettere”. Tutto questo in uno straordinario viaggio   al centro della Camorra con I Milionari, romanzo da pochi giorni in libreria per Mondadori e firmato dal pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Napoli – che ha seguito proprio le indagini sul clan Di Lauro – Luigi Alberto Carnevale, e da Giacomo Gensini, autore di reportage, sceneggiatore ed ex poliziotto.

LA STORIA è quella del clan che per trent’anni ha dettato legge a Secondigliano e Scampia: i Di Lauro, appunto, capeggiati dal super-boss Paolo, Ciruzzo ‘O milionario, e da suo figlio Cosimo. L’arresto di Cosimo, boss   trentunenne e spietato, nel gennaio del 2005 fece un terribile rumore: la guerra tra i Di Lauro e i cosiddetti “scissionisti” aveva fatto 142 morti ammazzati solo nel 2004 e quando la polizia riuscì a prendere il figlio di Ciruzzo, centinaia di donne del quartiere scesero in piazza a urlare insulti, a lanciare oggetti contro le forze dell’ordine. Lui, l’erede, sembrava il protagonista di un film d’azione girato a Hollywood: “Guardando la sua tenuta, a tutti doveva venire in mente Il Corvo di Brandon Lee” scrive Roberto Saviano che dedica uno dei capitoli più intensi di Gomorra alla faida di Scampia.    A differenza del best-seller “non fiction” di Saviano, i Milionari è un vero romanzo: dipana una trama che risucchia in un gorgo profondo chi legge. Basandosi su atti e indagini, mostra il funzionamento dei clan nei loro meccanismi oliati, nel loro culto quotidiano e assoluto della violenza. Non può non venire in mente Romanzo criminale, l’epopea di sangue della   Banda della Magliana raccontata da Giancarlo Di Cataldo. Anche ne I Milionari i protagonisti hanno soprannomi da battaglia: ‘O Sicco; Sarracino; Ciruzzo naturalmente, con i figli ‘O Chiatto e ‘O Ribelle; ma anche Capacecchia, ‘O Fascista, il Nigro, Chiapparello, Femminiella. Ma se la banda romana, con le sue trame nere, era anomalia nella criminalità di   rapine e coltello della Capitale, le famiglie de I Milionari incarnano una tradizione camorristica che è anche cultura diffusa nel mondo a parte del quartiere: “Noi abbiamo solo cento killer, lo Stato tiene migliaia di guardie. Ma se noi abbiamo anche centomila persone che ci danno una mano, gente che vive qua, allora diventiamo difficili da fermà”, spiega Ciruzzo ai suoi alla vigilia della sua ascesa.

LA TRAMA la seguiamo dagli occhi di Sicco. Il protagonista è orfano di padre e cresce col fratello maggiore, Sarracino, fin da piccolo a disposizione dei clan e presto uomo di fiducia di Ciruzzo. Per Sicco la carriera camorristica è la naturale adolescenza con la quale fare i conti. La maturità si conquista per strada uccidendo e accumulando “rispetto”. Il salto nella gerarchia del crimine appare un destino. Le estorsioni sono il punto di partenza di tutto: “Ciruzzo applicava le leggi dell’economia e ‘monopolio’ era una parola che a lui e ai suoi compagni   piaceva, una parola che conduceva subito la mente al suono di banconote fruscianti”. Si parte con il commercio spiccio: “Latte, gelati e caffè erano i prodotti su cui il clan (come tutti gli altri clan di Napoli) si era concentrato. In cambio di una tangente facevano contratti provvisori ai fornitori, ai quali garantivano, ovviamente per un periodo limitato, l’assoluto monopolio a Secondigliano nella distribuzione di questi generi di prima   necessità”. Ma le leggi dell’economia camorristica vengono imposte su tutto: “Nella droga, nel cemento, in qualsiasi cosa fosse necessaria e remunerativa”.    Secondigliano, la bolla, è un piccolo stato dove le famiglie impongono leggi speciali e governano, né più né meno come sarebbe in una feroce dittatura, col terrore. Sicco, però è diverso dai suoi compari. Non solo perché legge L’Espresso e i primi soldi li   spende per un volo “in aereo”, nella lontanissima Milano. Ma soprattutto perché si illude di poter vivere due vite parallele: una con la moglie e i figli che niente sanno della sua vita criminale, l’altro come assassino senza scrupoli. “Ma Sicco chi era davvero? – si chiede – Il padre, il marito che loro avevano avuto accanto per una vita, o il camorrista spietato che il resto del mondo conosceva?”.    Il salto, le famiglie lo fanno con la   ricostruzione post-Irpinia: non c’è appalto, non c’è ditta che non debba passare da loro per entrare nel business milionario. Poi arriva la cocaina che, attraverso canali diretti con il Sudamerica genera profitti da multinazionale: “Ciruzzo era preso da un altro problema, e quel problema erano i soldi. Intesi come una vera e propria massa di carta. Non sapevano dove ternerli – occupavano uno spazio immenso, che avrebbe richiesto svariati magazzini – e andavano periodicamente arieggiati o rischiavano di ammuffire”. Il riciclaggio diventa un imperativo: imprese edili, investimenti al Nord, centri-scommesse che nascono come funghi. Lo status quo eretto da Ciruzzo diventato “‘O milionario”, regge per anni, senza attirare grossi clamori. Poi però è del ricambio generazionale, dell’epilogo: il romanzo che, rimane sempre sul filo più alto della narrativa, arriva ai giorni nostri e ci sbatte davanti la nostra quotidianità, con le immagini viste e riviste   ai Tg solo qualche anno fa. Quando si chiude l’ultima pagina e si capisce che tutto ciò è successo davvero, che I Milionari sono realtà, proprio sotto casa nostra, ci si alza informati, e impauriti. Informati per il valore civile del libro. Impauriti perché acceca il coraggio civile di magistrati e forze dell’ordine che, al costo della loro vita, negli anni hanno dipanato questa matassa di piombo e brandelli di sangue. E sono ancora in prima linea in una guerra che non è vinta.

di Federico Mello – IFQ

L’arresto del boss Cosimo Di Lauro, figlio di Ciruzzo ‘O Milionario (FOTO ANSA)

24 novembre 2010

Così B. uccide il Sud

Smantellata la struttura che aveva gestito l’emergenza del 2008, ora il governo riversa soldi a pioggia e senza gare d’appalto. Arricchendo i sottopoteri che da queste crisi traggono il massimo vantaggio.

L’eruzione dei rifiuti, la desolazione di Pompei. Oggi come tre anni fa, in un agghiacciante deja vu che a Napoli mostra tutti i difetti dell’Italia e la sua incapacità di cambiare. E un unico punto di riferimento, che senza forzare i toni di una politica dove le urla sostituiscono i fatti cerca di salvare la credibilità delle istituzioni: il capo dello Stato.

Giorgio Napolitano ha imposto di intervenire sulla questione della spazzatura che invade le strade della terza città del Paese, la capitale di un Sud sempre più lontano dall’Europa. Ed è stato sempre il Quirinale a denunciare le condizioni della più grande area archeologica del mondo, un tesoro che non ha pari e che – come dimostra la videoinchiesta di Claudio Pappaianni per ‘L’espresso’ – continua a essere gestito in modo indecente: «È una vergogna, servono spiegazioni», ha dichiarato il presidente dopo il crollo della Domus dei Gladiatori.

Ma tre settimane dopo non ci sono state spiegazioni su come sia stato possibile arrivare a tanto degrado, né davanti alle Camere il ministro Bondi ha saputo indicare le responsabilità del disastro.

In compenso, le inchieste de ‘L’espresso’ hanno dimostrato come il commissariamento degli scavi abbia seguito il solito copione allegro della Protezione civile, con milioni di euro sprecati per iniziative effimere, per creare un’immagine di successo che occultasse la realtà, per elargire contratti a società di amici dei potenti.

Mentre Pompei va alla deriva, nelle strade di Napoli la spazzatura continua ad accumularsi. E quali sono le soluzioni del governo del fare? Evocare l’intervento dell’Esercito, come ha fatto il ministro della Difesa Ignazio La Russa.

I militari hanno avuto un ruolo chiave nella soluzione della grande crisi del 2008, quella che ferì la credibilità dell’esecutivo di Romano Prodi, e si sono occupati della regia della struttura creata da Guido Bertolaso in Campania: la struttura smantellata la scorsa primavera quando Silvio Berlusconi ha decretato il ritorno alla normalità e il passaggio di consegne alle Province, organismi amministrati da politici di centrodestra. Personaggi come Luigino Cesaro, che in gioventù frequentava i boss cutoliani; Cosimo Sibilia, figlio del discusso patron dell’Avellino Calcio; Edmondo Cirielli, che ha dato il nome a quella legge spesso chiamata “salva Previti”.

L’effetto si è visto: la normalità non esiste, i termovalorizzatori annunciati nel 2008 rimangono sulla carta, le discariche sono piene, nessuna regione sembra disposta ad accettare rifiuti campani che potrebbero nascondere qualunque genere di sostanza tossica. I no più decisi vengono proprio dai governatori di centrodestra, mentre solo la “rossa” Toscana ha mostrato un’apertura di solidarietà.

A Napoli martedì 23 novembre si stimava che 3200 tonnellate di rifiuti fossero sparse per le strade. Ma il ministro della Salute Fazio tranquillizza: la situazione è critica, ma non c’è il rischio di epidemia. Epidemia: uno spettro che oggi riguarda solo Haiti, paese tra i più poveri del globo, distrutto da uno dei terremoti più violenti mai visti. Epidemia, un termine che sembrava cancellato dai dizionari europei e che invece continua a essere evocato nel timore che l’onda della spazzatura non venga fermata.

Il decreto finalmente varato dal governo, dopo l’esplosione di una faida interna al Pdl che dalla Campania ha minacciato la stabilità dell’intero esecutivo con la sortita di Mara Carfagna, non sembra garantire soluzioni definitive. L’unico elemento concreto sono i soldi, l’ennesima pioggia di milioni assegnati senza gare che permetteranno di trovare nuovi buchi dove accumulare munnezza ed ecoballe. Denaro che andrà ad arricchire anche la camorra, protagonista di queste emergenze come dimostrano le accuse confermate dalla Cassazione a Nicola Cosentino, l’ex sottosegretario che resta il numero uno del partito di maggioranza in Campania.

Ventitre novembre. Una data che tutti dovrebbero ricordare. Trent’anni fa il terremoto devastò quattro province, uccise quasi tremila persone, ne ferì più di ottomila e ne lasciò 280 mila senza una casa. Nonostante gli scandali successivi, quella – come ricorda Antonello Caporale in uno splendido volume, ‘Terremoti Spa’ – fu una tragedia che unì l’Italia: dal Friuli al Piemonte, ci fu una gara per sostenere Napoli, Avellino, Potenza.

Oggi il disastro quotidiano della Campania invece incentiva solo le spinte verso il federalismo più esasperato, ribadite con forza in questi giorni. Colpa anche di una classe politica che – come recita sempre il libro di Caporale – dall’Irpinia all’Aquila sfrutta le disgrazie e divide il Paese.

di Gianluca De Feo – L’espresso

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