Posts tagged ‘Referendum’

19 gennaio 2012

Meglio lo Scalfari-1 che lo Scalfari-2

Eugenio Scalfari mi fa la carineria di replicare su Repubblica al mio articolo dell’altroieri (“Scalfarendum”). E sostiene che non c’è contraddizione fra il suo sostegno al referendum Segni del ‘91 sulla preferenza unica e il suo plauso alla Consulta che “ha giustamente bocciato” il referendum Parisi-Segni-Di Pietro. Motivo: “I referendum elettorali sono ammissibili se si limitano a modificare la legge elettorale sopprimendone una frase ma lasciandone in piedi l’impianto. Questo fu il referendum di Segni: si limitava a portare i voti di preferenza da 5 a 1”, mentre “abrogare una legge elettorale non si può”. Nulla dice Scalfari a proposito dell’unica frase che contestavo del suo articolo di domenica: “I referendum elettorali andrebbero esclusi come quelli relativi ai trattati internazionali e alle leggi di imposta”. Una frase che contraddice platealmente le campagne di Scalfari in favore dei referendum elettorali del 1991 e del ‘93. Già, c’è anche il referendum del ‘93, che trasformò il sistema da proporzionale a uninominale (altro che “lasciarne in piedi l’impianto”!). Ma del referendum Segni del ‘93, che Scalfari sostenne con enfasi e passione come ho documentato nel mio articolo, Scalfari non parla. Perché? Per non entrare di nuovo in contraddizione con se stesso. Il referendum del ‘93 non “sopprimeva una frase” della legge elettorale precedente : cancellava di fatto quella del Senato, infatti costrinse il Parlamento a riscriverla da cima a fondo, col Mattarellum, anche per la Camera. Se dunque i sostenitori del referendum bocciato dalla Consulta sono “qualunquisti demagoghi”, come definire chi, il giorno della vittoria referendaria del ‘93, titolò a tutta prima pagina “L’Italia s’è desta”?

di Marco Travaglio, IFQ

Annunci
13 gennaio 2012

I dubbi dei giuristi “Il sì scontentava i signori del palazzo”

La legge elettorale ribattezzata “porcata” (che eleganza) non piaceva alla Consulta nel 2008, quando indicò al Parlamento sospetti di incostituzionalità. Dubbi forse fugati, se i due nuovi quesiti ieri sono finiti dritti dritti nel cestino. Accompagnati (così pare) da un “monito” al Parlamento, naturalmente privo di qualunque valore giuridico. Delusi i moltissimi cittadini che aspirano a una legge elettorale dignitosamente priva di parolacce e pure i costituzionalisti che si sono battuti a sostegno del referendum. I professori aspettano, con ansia e curiosità non solo accademica, le motivazioni.    Alessandro Pace, rappresentante legale del Comitato promotore dei referendum, parla di “evidenti difficoltà politiche”. “È chiaro che inserire il referendum in un quadro tanto delicato avrebbe portato qualche sconvolgimento. Se ci fosse stato il referendum, saremmo tornati al Mattarellum. E avremmo votato presto: questa legislatura sarebbe terminata tra il malcontento di chi aveva interesse ad arrivare fino al 2013 e chi desiderava restare con l’attuale sistema elettorale”.

IL SITO di Libertà e Giustizia, di cui il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky è presidente onorario, ospita un messaggio assai sconfortato. “La decisione della Corte costituzionale crea per la prima volta in Italia una situazione di estremo allarme istituzionale. I cittadini delusi e decisi a far valere la loro volontà potrebbero essere indotti a un drammatico sciopero del voto, cioè a non accettare di andare nuovamente alle urne con il Porcellum”. Libertà e Giustizia aveva raccolto le adesioni di 114 autorevoli giuristi, favorevoli all’ammissibilità dei quesiti. Nell’appello scrivevano: “Al di là di aspetti che il Parlamento potrà sempre correggere, il ritorno alle “leggi Mattarella” potrebbe contribuire a ricostituire, attraverso i collegi uninominali, un rapporto più diretto fra parlamentari ed elettori e potrà evitare, pur in un quadro tendenzialmente maggioritario, la formazione di coalizioni rissose, fragili ed eterogenee, artificiosamente tenute insieme dalla conquista di un premio di maggioranza a livello nazionale”. Tra i primi firmatari c’è Valerio Onida: “La decisione della Corte non è una sorpresa: è soprattutto una delusione. Era prevedibile, però. Sono ancora convinto che ci fosse una strada per arrivare all’ammissibilità, che non è stata seguita. La prospettiva di un referendum è sempre uno stimolo per le forze politiche. Se si fosse fatta la consultazione avremmo potuto conoscere la volontà popolare, che io credo si sarebbe espressa largamente contro l’attuale sistema. Una nuova legge è indispensabile, spero che le Camere ne siano consapevoli: c’è la questione delle liste bloccate, ma anche un premio di coalizione non collegato a una soglia significativa di voti. È un meccanismo inopportuno perché crea alleanze il cui collante è solo quello di raggiungere la maggioranza”.

STESSA amarezza nelle dichiarazioni di Roberto Toniatti, docente all’Università di Trento: “Come tutti aspetto le motivazioni, anche se mi dispiace che la Corte non abbia accolto la mia interpretazione. Naturalmente sono molto deluso anche sul piano politico”.

A chi dobbiamo rivolgerci, ora? A deputati e senatori, molti dei quali hanno votato il Porcellum. Giovanni Guzzetta, docente all’Università di Roma Tor Vergata, spiega che “il parlamento può fare ancora di più di quello che lo strumento referendario consente: intervenire cioè sulla legge elettorale ma anche sulla Costituzione, perché la legge elettorale da sola rischia di non bastare”. Può, ma lo farà? Andrea Manzella, direttore del Centro studi sul parlamento dell’Università Luiss è ottimista: “Quando leggeremo le motivazioni della sentenza, mi auguro troveremo un monito al parlamento ben più pesante di quello già formulato dalla Corte. Ma voglio guardare al futuro che è già cominciato quando le Camere hanno votato la fiducia al nuovo governo. Il parlamento ora deve colmare il vuoto, ben più grave di un vuoto legislativo, che è quello etico-politico tra cittadini e istituzioni. Michele Ainis aveva scritto sul Corriere che riteneva inammissibili i quesiti. Oggi festeggia? “Credo che la Corte non si potesse pronunciare in senso affermativo. Però poteva fare quel che non ha fatto: sollevare una questione di legittimità costituzionale”.    Stefano Rodotà riflette sulle dichiarazioni di alcuni politici contro la Consulta: “Mi preoccupano. Non mettiamo in discussione la Corte: è una delle istituzioni che ha tenuto in questi anni di berlusconismo, le dobbiamo molto. Non vedo nessuno scandalo in questa sentenza. Spero che metta il Parlamento di fronte alle proprie responsabilità”. Dello stesso avviso anche la professoressa Lorenza Carlassare: “Era troppo comodo farsi levare le castagne dal fuoco dalla Corte, che comunque non poteva pronunciarsi a favore. E poi il Mattarellum è una pessima legge”.

di Silvia Truzzi,  IFQ

Una manifestazione pro-referendum (FOTO ANSA) 

3 agosto 2011

“Porcata elettorale, basta” parte la missione Referendum

I moduli sono stampati, all’inizio della settimana prossima arriveranno in tutta Italia e si inizierà la raccolta delle firme, il comitato è insediato in un luogo simbolico, a piazza Santi Apostoli, a Roma, quella che fu la sede dell’Ulivo, c’è pronto anche un sito internet, attivo da qui a qualche ora. Parte così ufficialmente la battaglia referendaria per abrogare il Porcellum, la legge elettorale approvata nel 2005 con i voti dell’allora maggioranza (Fi, An, Lega Nord, Udc), così chiamata dalla esplicita definizione che ne diede il suo stesso autore, Roberto Calderoli, la “porcata”. Quella che ha reso possibile – grazie alle liste bloccate – il Parlamento dei nominati, con gli eletti scelti dalle segreterie dei partiti. Un sistema elettorale considerato ufficialmente dai più un’aberrazione, ma che fino ad ora è stato impossibile cambiare. Obiettivo dei referendari: 500mila firme entro il 30 settembre. Per un sistema elettorale bipolare: con l’abrogazione totale della legge Calderoli, tornerebbe in vigore il cosiddetto Mattarellum, sistema maggioritario ed uninominale, con recupero del 25% proporzionale. A spendersi sono Idv, Sel, i Liberali, l’Unione popolare.

E IL PD? Dopo la richiesta di Bersani di procedere per la via parlamentare e l’abbandono di alcuni considerati addirittura promotori, restano solo i cosiddetti Democratici (la componente che fa capo ad Arturo Parisi e che raccoglie “i prodiani”, come Barbi, Santagata, la Zampa). Oggi i referendari si riuniranno per fare il punto e convocare una conferenza stampa (forse già per domani) e rilanciare l’iniziativa . Tra i punti caratterizzanti del Porcellum: il premio di maggioranza (su base nazionale alla Camera e regionale al Senato), con l’indicazione sulla scheda del candidato premier, le liste bloccate, le soglie di sbarramento alla Camera del 10% per le coalizioni, 4% per i partiti non coalizzati e 2% per i partiti coalizzati (soglie raddoppiate in Senato). Tutti d’accordo, almeno sulla carta, della necessità di un nuovo sistema elettorale, ma nulla va liscio in casa dell’opposizione. E così in realtà i referendum presentati in Cassazione, con la parola d’ordine di restituire il diritto di scelta agli elettori, sono stati due. Il primo da Stefano Passigli, lo scorso 17 giugno, che si proponeva di abrogare 4 punti del Porcellum: liste bloccate, premio di maggioranza, sbarramento al 4% per i partiti, obbligo di indicazione del candidato premier. Con l’intenzione di tornare al proporzionale. Un’ipotesi gradita a una parte del Pd (D’Alema in testa, anche se ufficialmente ha negato) e all’Udc. L’ipotesi Passigli non è piaciuta a molti, ma la via referendaria sì. E dunque, ecco nascere il contro-referendum bipolarista: a depositare questo quesito sono stati l’11 luglio insieme a Di Pietro dell’Idv, Gennaro Migliore di Sel, alcuni Democratici, tra cui Veltroni, Castagnetti, Parisi e Bindi. Ma il timore di un Pd diviso ancora una volta, in una “doppia” raccolta di firme ha portato il segretario ad affrontare la questione nella direzione del 19 luglio. Quando agli esponenti del Pd ha espresso l’intenzione di procedere per la via parlamentare, ribadendo che il partito ha la sua proposta (doppio turno con collegio uninominale, recupero proporzionale e addio alle liste bloccate) e chiedendo un passo indietro, ovvero la non partecipazione ai comitati. Passigli ha sospeso la raccolta delle firme. E Veltroni e gli altri hanno fatto dietrofront. Un ennesimo accordo trovato su una non scelta di fondo, dovuta alla paura di un’ennesima spaccatura ma anche alla volontà di Bersani di non mollare l’Udc.

FATTO STA che tutto si è fermato, anche nella speranza che il Pd cambiasse idea. Ma preso atto che ciò non accade i “bipolaristi” hanno deciso di andare avanti comunque. “Vogliamo garantire il diritto ai cittadini di scegliere attraverso il collegio uninominale – spiega Andrea Morrone, che ha scritto i due referendum – il tempo è poco, ma di solito le firme vengono raccolte negli ultimi 20 giorni”. Se tutto va bene, però, non si potrà andare alle consultazioni prima della primavera 2012. “Se le firme venissero raccolte questa sarebbe un’indicazione politica: anche in caso di scioglimento anticipato delle Camere, Napolitano potrebbe dare il via a un governo solo per una nuova legge”.

di Wanda Marra, IFQ

14 luglio 2011

Smiracolo a Milano

Era il 4 novembre 2010 quando Giuliano Pisapia ruppe gli indugi e annunciò al corriere.it   la sua candidatura alle primarie di Milano per l’aspirante sindaco del centrosinistra. Disse di farlo per “far tornare Milano una città che sorride, che dà case e lavoro, dove l’aria è respirabile e le esigenze di tutti hanno diritto di cittadinanza”. Quando gli domandarono che differenza c’era fra lui e l’architetto-urbanista Stefano Boeri, candidato ufficiale del Pd, Pisapia dichiarò: “Boeri parla molto bene di progetti e di cose; io parlo delle persone e dei loro bisogni, delle loro necessità: su questo ho impegnato tutta la mia vita”. Chissà se immaginava che, di lì a sette mesi, una volta vinte le primarie e poi le comunali, avrebbe nominato proprio Stefano Boeri, quello che parla molto bene di progetti e molto meno delle persone, ad assessore alla Cultura, Moda, Design ed Expo. Un omonimo dello Stefano Boeri che aveva seguito il “concept plan” dell’Expo 2015, regolarmente retribuito per il suo incarico professionale? No, proprio lui. Si dirà: almeno Boeri di Expo se ne intende. Certo, almeno quanto s’intende Berlusconi di televisioni, visto che ne controlla tre da trent’anni. Il che non è un buon motivo per fargli fare il concessore e il concessionario delle stesse. Ora l’assessore Boeri deve pronunciarsi su un progetto di Expo fatto (anche) dall’architetto Boeri. E, guarda un po’, esplode fra il sindaco e il suo assessore un conflitto, solo apparentemente superato ieri, proprio sul destino dei terreni dell’Expo. L’oggetto del contendere è noto (ne abbiamo parlato più volte sul Fatto, con gli articoli di Gianni Barbacetto e con l’appello al sindaco del cantante Elio): da un lato l’idea tradizionale e speculativa di un’esposizione tutta cemento e asfalto, caldeggiata dalla lobby dei costruttori e subìta passivamente da Pisapia, nel solco delle decisioni già prese dal duo Formigoni-Moratti e dall’amministratore delegato della società Expo 2015, Giuseppe Sala; dall’altro il progetto, davvero affascinante e innovativo, degli “orti planetari” sostenuto da Boeri: un gigantesco parco verde, unico al mondo, destinato a ospitare per sempre una rassegna delle “biodiversità” esposte da tutti i paesi ospiti. Chiunque abbia un minimo di sale in zucca, a meno che non si chiami Cabassi o Ligresti o non abbia interessi nella mega-colata di cemento del piano Formigoni-Moratti, non può che auspicare la seconda soluzione. Ma ecco il paradosso: il principale alfiere della soluzione di gran lunga migliore è proprio l’assessore Boeri, che aveva collaborato a pensarla e a disegnarla nella Consulta di Architettura dell’Expo, affidandola poi ai professionisti della società che trasformarono il concept plan in masterplan. Cioè: Boeri ha ragione da vendere a difendere il parco contro il cemento, ma è l’unica persona che non ne dovrebbe parlare. Un paradosso che, è inutile girarci intorno, si chiama “conflitto di interessi” (non di soldi, ma d’immagine e gloria personale). L’altroieri Boeri ha scritto nella sua bacheca Facebook: “Stasera sono in grande difficoltà. Mi aspetta una giunta su Expo, una giunta in cui credo moltissimo che deve decidere su un accordo di programma che non condivido. Difficile”. Si era pensato che avrebbe rimesso almeno la delega all’Expo. Invece l’ha mantenuta e, pur borbottando, ha votato pure lui, insieme al resto della giunta Pisapia, l’accordo di programma sulle aree espositive (che fino all’altroieri non condivideva) che è una penosa resa senza condizioni ai poteri forti e alla linea Formigoni-Moratti. Linea clamorosamente bocciata dai milanesi non solo alle amministrative, ma anche al referendum comunale sulla destinazione a parco di quelle aree anche dopo la fine dell’Expo. Un mese dopo la cosiddetta “rivoluzione arancione”, sulle speranze di cambiamento dei milanesi cala una doccia gelata. Cambiare la faccia del sindaco è una bella cosa. Uscire dal berlusconismo, che divora la politica tutta, resta un sogno.

di Marco Travaglio, IFQ

17 giugno 2011

TRE QUESITI CONTRO LA LEGGE PORCATA

Tre quesiti per cambiare il porcellum, la “peggiore delle leggi elettorali possibili”. È partita ieri una nuova campagna referendaria, dopo il successo dei Sì su acqua, nucleare e legittimo impedimento. Questa volta, la legge da abrogare è quella che traduce in seggi i voti degli elettori, senza dare ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Dunque: “Riprendiamoci il voto”. Come si fa? Primo, abolire le liste bloccate e chiudere con il Parlamento dei “nominati”, dove il rischio “trasformismo” è moltiplicato all’ennesima potenza: l’eletto non risponde all’elettore ma a chi gli garantisce il mantenimento del seggio. Secondo, l’abrogazione del premio di maggioranza che con la “porcata” (Calderoli dixit) viene attribuito alla lista che ottiene anche un solo voto in più rispetto alle altre. Un “vizio”, ha spiegato ieri il politologo Giovanni Sartori, che “falsa tutto, perchè dà un premio di maggioranza a una minoranza”. Terzo, cancellare le “deroghe” alla soglia di sbarramento (ora varia se i partiti sono coalizzati o meno) e tornare al 4% valido per tutti, per evitare il proliferare dì mini-partiti. Quarto, eliminare l’indicazione del candidato premier: il Porcellum ha inserito un meccanismo dei sistemi presidenziali, senza che ci siano gli adeguati contrappesi. Nel Comitato promotore ci sono esperti di diritto e di scienza della politica (Stefano Passigli, Enzo Cheli, Giovanni Sartori, Gustavo Visentini ) che sanno perfettamente che dal referendum non uscirebbe la migliore legge elettorale possibile, ma “qualsiasi innovazione” è meglio che restare fermi. Che poi è quello che sta facendo il Parlamento. Sartori non esista a parlare di “inerzia” e pure di “malafede”. Tutti, comunque, si augurano che alla Camera e al Senato si trovi presto un accordo, perché “la via parlamentare” resta quella maestra. La campagna referendaria può servire da stimolo, anche se al Comitato sono consapevoli che non saranno i big dei partiti ad aiutarli nella raccolta firme. L’unica reazione positiva è arrivata dall’Udc, sostenitrice del proporzionale. I fan del bipolarismo del Pd, invece, l’hanno già bocciata. Si tornerebbe “alla stabile instabilità della prima Repubblica”, dice Arturo Parisi; è una proposta “in direzione opposta a quelle del Pd” anche per il costituzionalista e senatore democratico Stefano Ceccanti. Contro i referendari anche i Radicali. In compenso, hanno aderito alla proposta, tra gli altri, Umberto Eco, Alberto Asor Rosa, Dacia Maraini, Innocenzo Cipolletta, Renzo Piano. Si comincia dalla settimana prossima.

Il Fatto Quotidiano

I moduli sono scaricabili da http://www.referendumleggeelettorale.it

Obiettivo: 500 mila firme entro fine settembre.

14 giugno 2011

Liberazione

Prima di tutto, sentite condoglianze agli scudi umani Quagliariello, Gasparri, La Russa, Scajola e soci costretti (unitamente ai tre dell’Ave Maria: Feltri, Sallusti e Belpietro) a fingere in tutte le tv, che i quasi 27 milioni di ceffoni ricevuti da Silvio Berlusconi sui quattro referendum, fossero teneri buffetti. Divertente anche la scena dell’inquilino di Palazzo Grazioli impegnato in compere di anellini e farfalline nella bigiotteria di sotto, mentre tutto gli sta crollando addosso. I regimi finiscono così. Con i cortigiani che sparlano della “malattia” senile del padrone e pensano a come mettersi in salvo dalla gente che “già sta tirando le monetine” (Santanchè a Briatore). Con gli ex alleati che sparano sul monarca diventato un peso insopportabile, un “bollito” che “non sa più comunicare” (Bossi). È il governo dei morti viventi a cui manca solo l’atto finale. Come Craxi, l’uomo di Arcore travolto dal voto popolare minimizza: sperando in tempi migliori, che però possono essere solo peggiori. Non si rende conto di essere già a Salò con la Liberazione alle porte. Come sempre, è la spinta del popolo a cambiare le cose. Non le congiure di palazzo. Non le alchimie dei professionisti della politica. Adesso sono in tanti a mettere il cappello sulla vittoria. La verità dice che i referendum li hanno fortemente voluti i comitati di base per l’acqua pubblica e contro il nucleare. E Di Pietro, che ci ha creduto quando nessuno ci credeva e ha raccolto le firme. Poi, dopo Pisapia e De Magistris, è sceso in campo anche il Pd con tutto il suo peso. Cerchiamo invece di dare ascolto a ciò che dicono quei 27 milioni di italiani. Di sinistra, ma anche di destra. Ritornati a essere cittadini, consapevoli di diritti e doveri. Decisi a spazzare via illusionisti e imbonitori. Dopo diciassette anni di sultanato.

di Antonio Padellaro, IFQ

14 giugno 2011

Legittimo godimento

Siccome aborriamo il carro dei vincitori e, appena vinciamo, cominciamo a starci un po’ sui coglioni anche noi, ringraziamo gli sconfitti che invece ci stanno simpaticissimi. Grazie, B., per aver rilanciato tre anni fa il nucleare, affidandolo per giunta a quell’affidabile personcina di Scajola. Grazie, gerarchi Pd, per aver detto che Di Pietro, raccogliendo le firme, faceva il gioco di B. e per aver tenuto le mani in pasta nelle municipalizzate pubbliche e miste, favoleggiato di “nucleare sicuro di quarta generazione” e teorizzato una modica quantità di immunità. Grazie, Pompiere della Sera, per avere scritto che non bisogna demonizzare B. parlando dei suoi processi, che non interessano a nessuno perché la gente “vuole parlare di programmi”. Grazie, gerarchi Pd, per aver creduto al Pompiere della Sera. Grazie, Piercasinando, per aver inventato il legittimo impedimento così da fare un dispetto a B. che, senza processi, non farà più la vittima. Grazie, Belpietro e Sallusti, per quei memorabili titoli di Libero e del Giornale: “L’imbroglio referendum”, “Voto a perdere”, “La presa in giro”, “Facciamo saltare i referendum”, “Meglio non votare”, “Astenersi grazie”, “State a casa”, “Referendum no grazie”, trascinando alle urne i pochi dubbiosi di centrodestra. Grazie, giovine Renzi, per aver fatto campagna sul No all’acqua pubblica, trascinando alle urne i pochi dubbiosi di centrosinistra. Grazie, finiani, per aver trattenuto i cacadubbi Urso e Ronchi, fiaccando ogni residua speranza in una destra antiberlusconiana. Grazie, professor Piepoli, per aver autorevolmente vaticinato che “al 50% il quorum non si raggiungerà”. Grazie, B., per aver lasciato libertà di voto ai suoi elettori salvo poi annunciare l’astensione innescando la corsa alle urne. Grazie, Bossi, per aver detto in un raro lampo di lucidità “i quesiti sull’acqua sono interessanti”, salvo poi ripiombare in stato confusionale e invitare all’astensione. Grazie, Rai, per aver disinformato i cittadini sui referendum con spot di 6 minuti al giorno (anzi alla notte) in ostrogoto, spingendoli a informarsi su Internet, sul blog di Grillo e un po’ anche sul Fatto. Grazie, Mediaset, per Tg4, Tg5 e Studio Aperto. Grazie, Santanchè, Castelli e Brunetta, per aver detto “Celentano è meglio che canti e non parli”, ché a parlare ci pensano loro. Grazie, Testa, per farti chiamare Chicco a 60 anni. Grazie, Garimberti e Lei, per aver chiuso Annozero proprio ora. Grazie, Minzolingua, per aver dedicato negli ultimi cinque mesi 11 sole notizie al referendum anti-nucleare, per aver sbagliato le date dei referendum, per aver oscurato le immagini di Napolitano al seggio e per aver usato financo le previsioni del tempo per invitare gli italiani “a farsi una bella gita”. Grazie, Giuliano Ferrara, per aver riunito i “servi liberi” al teatro Capranichetta, ma soprattutto per averli fatti parlare e vedere. Grazie, B., per il triplice miracolo di far eleggere un comunista sindaco di Milano e un magistrato sindaco di Napoli, e di resuscitare l’istituto referendario che giaceva in coma da 16 anni. Grazie, governo, per aver sabotato l’accorpamento referendum-amministrative al modico costo di 320 milioni e poi il voto sul nucleare con il decreto-truffa. Grazie, grandi partiti, per averci convinti definitivamente che dobbiamo fare da soli. Grazie, B., per essere rimasto ostentatamente al mare mentre gli elettori (compresi i suoi) correvano ai seggi, bissando l’“andate al mare” di Craxi modello ‘91, il che fa ben sperare nello stesso epilogo: la spiaggia di Hammamet nel giro di un paio d’anni o, in alternativa, la galera.

di Marco Travaglio, IFQ

10 giugno 2011

Ragazzi anti-atomo strateghi del porta a porta

Il comitato “vota si per fermare il nucleare”, si trova proprio davanti ai palazzi del potere: governo e parlamento. La sede degli antinuclearisti è però assai modesta: una stanza nella redazione di una rivista. Non ci sono capi né capoccia, solo una coordinatrice, Maria Maranò di Legambiente. “Il comitato è formato da 80 tra associazioni, sindacati, Ong. Ma a realizzare questo immane lavoro sono stati i singoli volontari che hanno lavorato all’organizzazione degli eventi e gli altri che sono andati nelle strade a distribuire voloantini e a spiegare alla gente l’alternativa al nucleare”.

NELLA PICCOLA stanza si respira aria di allegra spossatezza. C’è anche una stagista tedesca, Ingrid, che ha portato il pathos teutonico contro il nucleare in questo scorcio tipicamente romano. “Noi non percepiamo nulla dal comitato, io continuo a essere pagata da Legambiente che ha aderito al comitato”, spiega Maria. Al contrario del comitato per l’acqua, questo non è stato promotore del referendum e dunque non avrà i rimborsi elettorali. Qualora si arrivasse al quorum. Nemmeno qua sono entrati i partiti. “La nostra campagna per fermare il nucleare si è costruita su due pilastri: l’informazione che io chiamo ‘corpo a corpo’ – dice una giovane volontaria – perché è stata fatta fermando per strada la gente e internet perché    attraverso facebook abbiamo potuto raggiungere milioni di persone”. Per una mezz’ora al comitato si aggirano solo donne. Poi dall’ascensore esce un gruppo di ragazzi, che indossano magliette nere con la scritta : “mai più nucleare”. Luca è stanco ma contento: “Ho svolantinato tutto il giorno, la gente mi sembrava davvero interessata, non possiamo gettare la spugna proprio adesso che siamo in dirittura di arrivo. Non voglio avere un peso del genere sulla coscienza”.

MA LUCA non voterà perché non ha ancora compiuto 18 anni. “Proprio perché io non posso votare sto facendo di tutto per incentivare chi può. Saranno proprio i minorenni a dover convivere con le conseguenze del nucleare se non si arrivasse al quorum”. Ragazzi responsabili come Luca ne sono passati molti dal comitato. “Sì, sono davvero sorpresa per questa partecipazione. Non immaginavo che così tanti giovani si rendessero disponibili per distribuire adesivi, spillette e soprattutto parlare con il prossimo per far conoscere i danni del nucleare”. Maria Maranò mentre parla controlla le notizie che arrivano sulla pagina facebook del comitato e quindi mostra orgogliosa la mappa dei 200 comitati regionali e comunali che si sono costituiti in questi mesi. “Penso che di molti non conosciamo nemmeno l’esistenza”, spiega Antonio, mentre entra nella stanza per prendere gli ultimi 4 pacchetti di volantini. “Ne abbiamo distribuiti 400mila solo a Roma, ogni tanto sale qualcuno, privati cittadini che ce li chiedono per distribuirli in giro”. Secondo i promotori c’è stato negli ultimi mesi un risveglio della coscienza civica degli italiani. Nessuno però si spinge a fare previsioni. “Comunque vada questa partecipazione ha cambiato lo spirito del paese e ha fatto sentire molta gente meno sola”. Italo Calvino scriveva: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà, se ce n’è uno , è quello che è già qui, l’inferno che formiamo stando tutti insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno , e farlo durare, e dargli spazio”. Durante questa campagna referendaria molti hanno imparato che l’inferno si può almeno evitare.

di Roberto Zunini, IFQ

8 giugno 2011

San Pellegrino, di pubblico c’è solo un rubinetto

Delle storiche Terme non è rimasto più nulla. Ora è tutto dei privati

Il rubinetto che vedete sotto è ciò che resta delle prestigiose fonti di San Pellegrino Terme nel cuore della Val Brembana in provincia di Bergamo. Cosa ne sia stato di uno dei principali luoghi termali è nel fermo immagine di un immenso patrimonio architettonico abbandonato.    Un complesso di splendidi edifici in stile Liberty all’interno dei quali venivano fatte le cure idropiniche (assunzione delle acque minerali) e quelle inalatorie, fanghi, bagni, idromassaggi e massaggi. In questo comune considerato un tempo tappa obbligatoria del circuito termale del Paese, come Salsomaggiore oppure Fiuggi, oggi pesa la cappa grigia di grandi progetti di trasformazioni edilizie, varianti al Pgt e accordi di programma rimasti tali.

TANTO PER intenderci: un utilizzo di suolo più o meno di 35 mila metri quadrati di cui solo 2695 riguarderà però l’aspetto termalistico addirittura mille metri quadrati in meno rispetto alla situazione attuale.    Intanto, però, a San Pellegrino le terme non ci sono più.    La rinomata località considerata nel secolo scorso un simbolo dello stile e delle strutture delle città del benessere termale oggi, nella migliore delle ipotesi, potrebbe diventare un sito su cui costruire un centro commerciale, un parcheggio multipiano e appartamenti.    Tutto insomma sulle spalle della preziosa acqua che sgorga silenziosa e costante a 26 gradi dalle profondità del sottosuolo, incanalata e imbottigliata nel nuovo stabilimento della Sanpellegrino Spa (oggi gruppo Nestlé Waters) proprietaria, con Regio Decreto del 1933, delle antiche terme e detentrice della quasi totalità delle concessioni di acque minerali. Nel frattempo la società, cede a un privato (il gruppo Percassi di Bergamo) le storiche terme, il vecchio stabilimento di imbottigliamento, l’ex hotel Terme, l’ex stabilimento termale, ma soprattutto la concessione della sorgente acqua “Vita” utilizzata per i fanghi e gli idromassaggi. Pure il famoso rubinetto dal quale i cittadini attingevano l’acqua pubblica è stato modificato e affiancato, come si vede dall’immagine, da una seconda tubazione esterna.    Insomma la storia di San Pellegrino raccontata nella settimana del quesito referendario sembra davvero un triste presagio di come, nel paese dell’acqua, questo bene venga bistrattato e soprattutto gestito non tanto come bene pubblico, ma piuttosto e sempre più come ricchezza privata. Ma cosa resta oggi delle prestigiose terme?    Il Casinò inaugurato nel 1904 è un maestoso complesso architettonico in stile Liberty. All’interno , nel vestibolo, si innalzano otto colonne in marmo rosso di Verona che introducono al monumentale scalone. Le decorazioni interne, i mosaici, le balaustre e le porte furono curate dall’architetto Romolo Squadrelli. Questo edificio è stato casa da gioco solo fino al 1917.    Il Grand Hotel invece è un colosso di sette piani su un’area di oltre 2 mila metri quadrati costruito nel 1905; allora già provvisto di ascensori, luce elettrica, acqua potabile e telefono in tutte le trecento camere. Venne chiuso nel 1979.

INFINE lo stabilimento termale inattivo e ormai al centro di una battaglia a suon di interrogazioni, denunce e ricorsi al Tar presentati da un gruppo di cittadini di San Pellegrino riuniti in comitato per la tutela dei monumenti e delle bellezze naturali e ambientali del paese.    Tra i vari progetti, infatti, c’è anche la costruzione di una depandance (con annessa sala congressi) di oltre 2 mila metri quadrati all’interno del parco la riserva verde di 7 mila metri quadrati del Gran Hotel.    Nel 2006 prende forma il famoso accordo di programma, siglato un anno dopo, per il rilancio delle terme di San Pellegrino sottoscritto da regione Lombardia, Provincia di Bergamo, Comune di San Pellegrino e gruppo Per-cassi. La sintesi dei contenuti ci viene spiegata dall’ architetto Donatella Donati, oggi consigliere di minoranza, fra i fondatori del comitato. “Il casinò rimarrà del comune, ma la gestione passerà a Percassi per 30 anni. Stesso destino attende le future nuove terme mentre l’originario edificio delle terme, vincolato dalle belle arti, verrà svuotato per far spazio a un centro commerciale per il quale, naturalmente, è stata rilasciata regolare autorizzazione paesistica a gennaio 2011”. Il Grand Hotel, invece, dovrà essere recuperato come albergo di lusso di proprietà di Comune e Provincia ma gestito, manco a dirlo, sempre dallo stesso gruppo privato. Precisa poi l’architetto: “L’atto integrativo del 2010 poi riassume, amplia in alcune parti gli impegni dei sottoscrittori anche se al momento nulla ancora è stato realizzato a parte strade e fognature pagate dalla Regione”.    Insomma, mentre le date di conclusione dei lavori vengono procrastinate di anno in anno, San Pellegrino Terme è senza le terme da 5 anni.    Ricapitolando: a disposizione della collettività di San Pellegrino c’è il famoso rubinetto, uno stabilimento termale chiuso ma, in compenso, il progetto per un nuovo centro termale la cui apertura slitta di anno in anno ed è ora prevista per novembre 2013. La spesa complessiva si aggirerebbe intorno ai 16 milioni di euro di cui metà promessi da regione Lombardia e metà a carico dall’amministrazione comunale. Ma il punto secondo Walter Ghilardi – ex consigliere di minoranza – è che l’amministrazione comunale di San Pellegrino non ha più alcuna voce in capitolo sulla gestione dell’acqua.    “SE ANCHE volesse riaprire le terme non potrebbe farlo perché tutto è transitato direttamente dalla società Sanpellegrino al gruppo Percassi”. Senza contare che oltre all’incognita sulla effettiva riapertura delle terme nessuno sembra preoccuparsi delle ripercussioni sull’intera economia del paese. Ma Ghilardi parla che di un ulteriore paradosso: “Se oggi il Comune decidesse di realizzare il centro termale, magari in una sua proprietà (per esempio nel Grand Hotel) e usufruendo dei fondi promessi dalla Regione, che acqua potrebbe impiegare? Quella dell’acquedotto comunale?”.    Attenzione, perché se non passa il referendum, potrebbe dover pagare anche quella.

di Elisabetta Reguitt, IFQ

8 giugno 2011

Professor Battaglia esperto in strafalcioni

Uno dei sostenitori dell’energia nucleare più in vista sui mezzi di comunicazione italiani è il prof. Franco Battaglia, docente di Chimica ambientale all’università di Modena ed editorialista de Il Giornale.    A Porta a Porta, Annozero, Exit e Otto e mezzo, il professore ha portato le sue tesi, generalmente drastiche, senza compromessi: “Zero morti nella popolazione intorno a Chernobyl”, “Chernobyl è una colossale mistificazione mediatica”, “Nessuna conseguenza sanitaria da Fukushima”, “Fukushima aiuterà la ripresa nucleare”, “Eolico e foto-voltaico sono una colossale truffa”, “L’uomo non c’entra proprio nulla col riscaldamento globale”, “I referendum sono una cosa antidemocratica” e “La Merkel mente”. Generalmente sono interventi che lasciano allibiti gli astanti (“Ma è un film?” si domandava esterrefatto Angelo Bonelli dei Verdi ad Anno-zero) e provocano lo scherno del pubblico televisivo, come si vede da una semplice ricerca sul web. Oltre alle tesi infondate e senza senso, gli interventi e gli scritti del prof. Battaglia sono costellati da numerosi errori. Quando cita un numero, quasi sicuramente è sbagliato. Ad Annozero ha affermato con decisione che “il fotovoltaico incide nel mondo per lo 0.001%”, commettendo un errore del 15.000%, ossia sottostimando la produzione fotovoltaica mondiale di 150 volte. Il dato sulla produzione fotovoltaica europea era sbagliato invece “solo” di 50 volte. Secondo il blog scientifico climalteranti.it  , che si diverte a collezionare gli strafalcioni del professore modenese, il record è stato raggiunto in un articolo su Il Giornale del primo dicembre scorso, in cui è riuscito a sbagliare in una sola frase 6 numeri su 7.

MA COME può essere che un docente universitario proponga, spesso con una notevole arroganza intellettuale, numeri sballati e tesi che a volte sembrano palesemente insensate? La spiegazione è semplice. Se si consultano i database delle riviste scientifiche, risulta che il prof. Franco Battaglia non ha alcun lavoro pubblicato su riviste scientifiche internazionali che trattano temi legati in qualche modo alle strategie energetiche, all’ambiente o ai cambiamenti climatici. La sua produzione scientifica ha riguardato, in anni passati, per lo più argomenti di chimica fisica teorica; sulle tematiche relative a clima ed energia, nulla. È autore invece di molti articoli su quotidiani, nonché di due libri, che hanno avuto la prefazione di… Silvio Berlusconi e Renato Brunetta. In una recente puntata di Otto e mezzo ha rinfacciato all’eurodeputata dei Verdi Monica Frassoni di avere “una formazione tecnica in un altro campo, non nel campo dell’energetica”, senza dire di essere esattamente nelle medesime condizioni. Non frequentando il mondo della ricerca scientifica sulle tematiche energetiche, è probabile che Battaglia non sia a conoscenza del fatto che sulle più prestigiose riviste internazionali si discute da anni sul ruolo importante che potranno avere nei prossimi decenni le energie rinnovabili e che l’energia nucleare non sarà così determinante. Alcuni esempi possono aiutare.

L’IMPORTANTE lavoro “ADAM comparison” pubblicato su “The Energy Journal” nel 2010, realizzato da 16 studiosi di 6 diversi centri di ricerca europei, ha confrontato i mix tecnologici proposti dai modelli economico-energetici-ambientali di diversi gruppi di ricerca, concludendo che l’energia nucleare non è indispensabile per soddisfare la richiesta energetica mondiale e per ridurre drasticamente le emissioni di gas climalteranti. La recente sintesi del “Rapporto speciale sulle energie rinnovabili ” dell’IPCC, il Comitato Onu sul clima, a cui hanno partecipato una cinquantina di esperti europei, ha concluso che fino all’80% dell’energia può essere soddisfatta da fonti rinnovabili entro il 2050. Anche in base a questa crescente evidenza sul contributo importante che potranno dare le energie rinnovabili, la Commissione europea ha da poco definito la “Roadmap al 2050”, che prevede entro 40 anni il settore della produzione elettrica sarà quasi completamente decarbonizzato, e certo senza prevedere un ruolo significativo dell’energia nucleare in Europa. Franco Battaglia però ha già scritto che le politiche europee sono dovute al fatto che “l’Europa non conosce le leggi della fisica”, ai “burocrati di Bruxelles” che “non hanno niente di meglio da fare”.

di Stefano Caserin, IFQ

31 maggio 2011

Referendum avanti tutta

Il nuovo sindaco di Cagliari, Massimo Zedda sembra un ragazzino ma al suo avversario, una vecchia volpe, non ha lasciato scampo. A Milano, Pisapia ha spazzato via la Moratti senza mai alzare la voce. E forse neppure De Magistris pensava che a Napoli gli sarebbe arrivata addosso quella grandinata di voti. Da domani affronteranno problemi giganteschi (e non solo la spazzatura). Oggi, fanno pensare le loro facce e le loro parole così diverse, così distanti dai volti e dalle parole dei vincitori di ieri. La sconfitta di Berlusconi appare irrimediabile perché irrimediabilmente sconfitta è la contraffazione che ha dominato la politica dell’ultimo ventennio. C’è un momento in cui non le ideologie o gli schieramenti, ma il puro e semplice senso comune si ribella. E dice basta, non se ne può più del cerone, dei capelli tinti, dei fondali di cartapesta e degli slogan ripetuti a pappagallo (e che palle “meno male che Silvio c’è”). B. ha stufato persino i suoi per il semplice motivo che non intendono affondare con lui. C’è un momento in cui persino un Paese che sembrava lobotomizzato dal pensiero unico proprietario riscopre che si può parlare senza aggredire, insultare, senza la bava alla bocca. Lui resisterà ancora, aggrappato all’illusione che tutto sia rimediabile, come sempre ha fatto. Promettendo, minacciando, comprando questo o quello. Ma lo sa anche lui che è finita. Tra due settimane i referendum possono mettere fine a questa inutile agonia. Con una voglia di cambiamento così impetuosa, raggiungere il quorum non sarà impossibile. Un ultimo sforzo ed è fatta.

di Antonio Padellaro, IFQ

10 maggio 2011

Spot sui referendum, l’importante è non capire

Rodotà: “Zero informazione, la Rai dia voce ai comitati”

Trovare qualcuno che lo abbia visto è un’impresa. Lo spot sui referendum del 12 e 13 giugno va in onda da tre giorni. Può capitare di incrociarlo se si sta guardando RaiUno all’una di notte. O RaiDue alle 17.41. O ancora RaiTre alle 7.25. Tre appuntamenti quotidiani per ogni rete della tv pubblica, non esattamente in orari da grandi ascolti. Ma anche i fortunati che dovessero incappare in quei tre minuti di comunicazione elettorale, sembra difficile che riescano a chiarirsi le idee. “Almeno ricordano che ci sono i referendum – dice il giurista Stefano Rodotà – Ma vedo solo una cosa: contenuto informativo vicino a zero. È la logica burocratica spinta a estreme conseguenze”. La logica burocratica prevede che il ministero dell’Interno fornisca “i dati tecnici: i quesiti referendari, l’orario di apertura dei seggi. Poi – spiegano dal Viminale – è la Rai che confeziona lo spot in piena autonomia”. L’ultima parola spetta comunque al ministero. Che, insieme alla Rai, ha scelto il burocratese stretto. Ecco come (non) si spiega ai cittadini cosa sono chiamati a votare.

ACQUA / 1    “Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica. Abrogazione”. “Il quesito – spiega lo spot – propone l’abrogazione delle norme che attualmente consentono di affidare la gestione dei servizi pubblici locali a operatori privati”. Il comitato promotore “2 Sì per l’Acqua Bene Comune” (che ha proposto alla Rai alcune modifiche) chiede che almeno venga citata la parola “acqua” e che sia chiaro che, per l’attuale legge, l’aumento del ruolo dei privati nella gestione del servizio idrico non è una possibilità teorica, ma un obbligo: o entrano nell’azionariato delle ex municipalizzate o le sfidano in una gara per la concessione del servizio.

ACQUA / 2    “Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito. Abrogazione parziale di norma”. “Il quesito – spiega il filmato – propone l’abrogazione delle norme che stabiliscono la determinazione della tariffa per l’erogazione dell’acqua, il cui importo prevede attualmente anche la remunerazione per il capitale investito dal gestore”. Tradotto per i comuni mortali, si vuole impedire che il gestore ottenga profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta un 7% che serve a ripagargli il costo del capitale investito.

NUCLEARE    “Nuove centrali per la produzione di energia nucleare. Abrogazione parziale di norme”. “Il quesito – recita lo spot – propone l’abrogazione della norma che prevede la realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare”. Qui, nonostante il quesito sia abbastanza chiaro, bisognerà aspettare la pronuncia della Corte di cassazione, che deve decidere se il referendum è ancora valido, dopo la moratoria sul nucleare approvata dal governo (e dopo la confessione di Berlusconi: “Abbiamo introdotto questa moratoria per far sì che dopo un anno o due si possa tornare a discuterne”).

LEGITTIMO IMPEDIMENTO    “Abrogazione di norme della legge 7 aprile 2010, n. 51, in materia di legittimo impedimento del presidente del Consiglio dei ministri e dei ministri a comparire in udienza penale, quale risultante a seguito della sentenza n. 23 del 2011 della Corte costituzionale”. “Il quesito – si spiega – propone l’abrogazione di norme in materia di legittimo impedimento del presidente del Consiglio dei ministri e dei ministri a comparire in udienza penale, quale risultante a seguito della sentenza n. 23 del 2011 della Corte costituzionale”. Nessun errore, è proprio così: la spiegazione è identica al quesito. Non proprio parole che chiariscono l’idea dello scudo, in parte già bocciato dalla Consulta.    Vista la “esplicazione inesistente”, dice ancora Rodotà, “è urgentissimo che il servizio pubblico dia la possibilità, con modalità e spazi adeguati, ai comitati promotori di fare la loro parte”. Finora gli interventi in radio e tv sono stati cancellati per assenza di contraddittorio. Lo denuncia una ricercatrice, Mariachiara Alberton, a cui è saltata “un’ospitata” in Rai a favore del Sì.

di Paola Zanca, IFQ

Tag: , ,
2 maggio 2011

Gli speculatori pronti a rubarci l’acqua dai rubinetti

Una torta da 64 miliardi. Da spartire tra il gruppo Caltagirone, la famiglia Benetton, gli eredi Gavio, i Pesenti e l’immancabile Ligresti. Senza gare d’appalto. Ecco perché il referendum del 12 giugno fa tanta paura.

Bicchiere ricco, mi ci ficco. Solo per gli acquedotti, dicono gli esperti, bisognerà investire qualcosa come 16 miliardi di euro nei prossimi 30 anni. E altri 19 miliardi per fognature e depuratori. Tra manutenzione del sistema idrico e opere nuove di zecca, il conto della spesa prevista supera i 64 miliardi di euro. Svanito il sogno di lavorare sul nucleare, molte imprese, italiane ed estere, incrociano le dita e sperano che non svanisca il grande affare dell’acqua. Che è prima di tutto un bel business per i costruttori, tra cemento, tubi, scavi e via dicendo. Uno dei pochi settori in cui possono arrivare denari dalle casse dello Stato. Giuseppe Roma del Censis stima che almeno l’11 per cento di quegli agognati 64 miliardi arriveranno da fondi pubblici. Ma Franco Bassanini, presidente della Cassa depositi e prestiti, suona l’allarme, sostenendo che la vittoria del “sì” al referendum anti-privatizzazione, inchiodando le società che gestiscono i servizi nell’area pubblica, collocherebbe i loro prestiti nell’alveo del debito dello Stato: col rischio che gli investimenti vengano bloccati per non sforare il patto di stabilità.

Fino a qualche settimana fa un massiccio afflusso di investimenti privati pareva ineluttabile, grazie alla prospettiva di vendere l’acqua a prezzi remunerativi, cioè crescenti. Ora però, sia i gestori che gli operatori guardano preoccupati al referendum del 12 e 13 giugno. “Se vince il sì all’abrogazione dei due articoli sull’affidamento ai privati e sulla remunerazione del capitale, ci vorranno anni per riattivare il flusso di denari per modernizzare la rete”, dice Roberto Bazzano, presidente dell’Iren, società nata dalla fusione di ex aziende municipalizzate (tra cui quelle di Genova, Torino e Reggio Emilia), e numero uno di Federutility, la federazione delle utilities che aderisce a Confindustria.

Secondo Bazzano, anche i finanziamenti già decisi dagli Ato (gli ambiti territoriali ottimali) arrivano a rilento, nella misura del 50 per cento dei 2 miliardi di euro di cui ci sarebbe bisogno ogni anno per tappare le falle di una rete-colabrodo che perde un terzo dell’acqua prima che arrivi al cliente: “Chi ha voglia di investire soldi freschi, oggi, sapendo che tra qualche mese il capitale potrebbe non essere più remunerato per legge?”, si chiede retoricamente il capo di Federutility. Un’analisi che, ovviamente, non è affatto condivisa dai referendari, che la pensano esattamente all’opposto: l’acqua è meglio pubblica.

La battaglia si fa effervescente dal punto di vista politico. Al governo piacerebbe far saltare anche questo referendum, dopo quello sul nucleare, per far mancare il quorum al quesito sul legittimo impedimento, temuto da Silvio Berlusconi. Si aggiunge lo scontro ideologico che verte sul quesito: “E’ giusto fare i soldi con l’acqua?”. Il fronte del no, mosso da sinistra, conquista adepti anche nelle fila degli amministratori locali espressi dal centro destra.

Dietro l’aspetto politico e ideologico si nasconde in realtà una questione legata agli affari possibili. I players, italiani ma anche stranieri, sono più che agguerriti. A partire dal gruppo di Francesco Gaetano Caltagirone, azionista privato sempre più “pesante” dell’Acea, e dai francesi di Gdf-Suez (che sono soci della stessa Acea ma giocano anche in proprio) o degli altri francesi di Veolia. In teoria, la torta potenziale è talmente grossa che non ci sarà bisogno di sventolare l’italianità contro i colonizzatori d’Oltralpe. I due colossi Gdf-Suez e Veolia sono già ben radicati sull’italico suolo, e anche se la stessa Acea, la Iren con l’appoggio strategico del Fondo per le Infrastrutture (F21) guidato da Vito Gamberale o la bolognese Hera aspirassero davvero a divenire dei “campioni nazionali”, ci sarebbe spazio per tutti.

“Entrare nel business dell’acqua è proficuo soprattutto per chi realizza infrastrutture. Prendiamo come esempio l’Acea: se la società decidesse di realizzare un grosso lavoro di ristrutturazione della rete idrica, probabilmente lo farà fare a Vianini Lavori, impresa controllata dallo stesso Caltagirone”, sottolinea Marco Bersani, uno dei fondatori del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua. Ma non ci sono le gare d’appalto? “Nessun problema. Anche se dal primo gennaio 2010, l’Unione europea ha abbassato la soglia minima per le gare pubbliche da 5,1 milioni di euro a 4,8, chi vuole affidare i lavori senza essere costretto a indire una gara può sempre spezzettare le opere in più parti”, afferma ancora Bersani. Tra le aziende interessate ai molti business legati all’acqua sul fronte delle opere spiccano nomi celebri di società quotate in Borsa: come Impregilo (azionisti Benetton, Gavio e Ligresti) e Trevi Group, che nel realizzare pozzi per l’estrazione d’acqua può affiancare alle macchine perforatrici le pompe e le vasche per il trattamento del fango. Amministratore delegato del Trevi Group è Cesare Trevisani, vicepresidente di Confindustria. Senza dimenticare grandi cementieri come i Pesenti, patron di Italcementi, certo attenti agli sviluppi dei futuri progetti su acquedotti, depuratori e fognature.

I bocconi potenzialmente più attraenti sono quelli che nella mappa sono evidenziati in blu. “Si tratta di città e zone dove la gestione del servizio idrico è “in house”, cioè affidata a società interamente controllate dall’ente pubblico, come Milano, Torino, Napoli, parte del Piemonte, le province di Bergamo e Verona”, spiega Luca Martinelli, giornalista di Altreconomia e autore del pamphlet anti-privatizzazione “L’acqua (non) è una merce”, appena uscito in libreria. Martinelli critica la Legge Ronchi, quella che obbliga le società che gestiscono il servizio a scendere sotto il 40 per cento di partecipazione pubblica già entro la fine del 2011 e attacca il meccanismo della gara obbligatoria per ottenere la concessione: “Negli ultimi 15 anni, alla maggior parte dei bandi ha partecipato un solo soggetto: dov’era la concorrenza tanto strombazzata?”. Martinelli sottolinea anche come due dei big nazionali della gestione come Iren ed Hera siano cresciuti non vincendo appalti “ma rilevando altre società pubbliche che avevano in pancia affidamenti ottenuti senza gara. Alla faccia della competizione”. Nonostante il 47 per cento di rincari delle tariffe tra il 1998 e il 2008, il costo dell’acqua resta mediamente inferiore, in Italia, rispetto a molti altri paesi. Secondo il Blue Book di Utilitatis, nel 2009 una famiglia di tre persone ha sborsato, a Roma, 204 euro per un consumo di 200 metri cubi, contro i 224 di Singapore, i 275 di Stoccolma, i 317 di Lisbona. Maurizio Del Re, amministratore delegato di Sorical (53,5 per cento Regione Calabria, 46,5 per cento Veolia), fa due conti: “Attualmente una famiglia italiana di tre persone spende per l’acqua 20 euro al mese, circa 7 euro a persona. Se venisse realizzato veramente il piano di investimenti da 60 miliardi, gli incrementi di tariffa sarebbero di 5 euro a persona all’anno per trent’anni”. Il che vorrebbe dire passare da 84 euro all’anno a persona a 234 alla fine del trentennio.

A dispetto dei rincari già subiti, tuttavia, almeno finora la salute della rete idrica nazionale è restata più che cagionevole, anche se non mancano situazioni ad alto tasso d’efficienza, tipo Milano (perdite inferiori al 10 per cento), dove l’acqua è peraltro saldissimamente in mano pubblica e nessuno si sogna, per adesso, di privatizzarla. Di quattrini per rattoppare e migliorare ce n’è un gran bisogno: che li caccino lo Stato o gli enti locali, finanziandosi con le tasse (come vorrebbero i referendari), o i privati per ottenere rendimenti futuri, a chi costruisce o posa condotte, acquedotti e depuratori, interessa relativamente. Si lamenta Alessandro Gariazzo, il cui gruppo lavora nell’acqua da un secolo ma da un po’ ha dovuto diversificare per carenza d’affari: “Da dieci anni con l’acqua si combina poco, per noi ormai vale il 30 per cento del fatturato. Per fortuna ha piovuto molto, sennò saremmo stati spesso in emergenza. La realtà e tragica, specie se confrontata con quello che fanno in città come Chicago, dove ogni dieci anni il comune emette un bond per finanziare la sostituzione delle tubature. Un sogno, visto da qui”.

di Maurizio Maggi e Stefano Vergine, L’Espresso

Dove il blu fa più gola

Che voraci i privati

Fare come gli inglesi? No, grazie! Anche economisti favorevoli al libero mercato storcono il naso nell’analizzare i risultati della privatizzazione dei servizi idrici in Gran Bretagna.

Partiti per primi sotto la spinta del thatcherismo, nel 1989, Galles e Inghilterra hanno finito per scaricare sui consumatori i maggiori costi del finanziamento che gravano sui capitali privati. Lo spiega uno studio della Public services international research unit dell’università di Greeenwich, intitolato “Le illusioni della concorrenza nel settore idrico”.Nella ricerca si stima che il costo aggiuntivo per gli utenti sia stato di oltre 900 milioni di sterline all’anno, nel periodo 1989-2007. L’industria britannica delle acque è posseduta per metà da fondi di private equity e fondi infrastrutturali, che, sostiene uno studio di Riskmetrics, hanno estratto dalle imprese – sotto forma di dividendi – “rendimenti superiori ai flussi di cassa delle società di cui sono proprietari: quindi consumano una parte del capitale.

Un sistema insostenibile, nel lungo termine, e che si sostiene nel breve e nel medio periodo solo grazie a esercizi di ingegneria finanziaria”. Buona parte delle concessioni, nel Regno Unito, scade nel 2014. Si prevede una revisione globale nella gestione dei servizi idrici.

Anche a Parigi è tornato di moda il pubblico. Il comune s’è ripreso la gestione diretta delle acque, dal 1985 divisa tra Gdf-Suez e Veolia. I due big globali all’assalto dell’acqua italiana.

L’Espresso
29 aprile 2011

Referendum: strategie di comitati e partiti per raggiungere il quorum

Parola d’ordine: fare casino. Picchetti, appelli, manifestazioni, una rivolta liquida e atomizzata per evitare che acqua e nucleare cadano nell’oblio necessario a proteggere dalle intemperie popolari il legittimo impedimento.

I COMITATI non mollano la presa e rispondono con la mobilitazione di massa alle belle dichiarazioni del premier: il referendum è un passaggio inutile, normeremo le materie in oggetto quando gli italiani avranno dimenticato Fukushima e la furia anti business sui beni primari. Comunicazione diffusa urbi et orbi da tg e titoloni di giornali. “Il portinaio della mia Facoltà l’altra settimana m’ha accolto così: prof, le hanno annullato il referendum eh?” dice Ugo Mattei, docente di diritto civile all’Università di Torino e co-estensore dei quesiti sull’acqua. “Dal 5 aprile è scattata la par condicio e in tutti i talk è vietato parlare di referendum. Le tribune ad hoc dovrebbero partire tra tre giorni, ma la Commissione di Vigilanza Rai ancora non ha deciso come gestirle – insiste il prof -. È pure vero che prima del decreto ammazza-referendum nessuno si filava più l’argomento: Berlusconi, con tutti i suoi maneggi, potrebbe ottenere un effetto boomerang. Chissà che il grande comunicatore stavolta non abbia combinato un pasticcio convincendo tanta gente in più a far lo sforzo di andare a votare”.

NEL DUBBIO, l’agitazione continua. Su http://www.fermia  moilnucleare.it   il calendario è già al completo fino al giorno del voto: dalla catena umana di Sessa Aurunca all’occupazione temporanea di suolo pubblico a Grosseto, l’Italia intera è pervasa da movimenti di protesta. “E meno male – aggiunge Andrea Filippi, responsabile Cgil per l’energia -. Il premier si affaccia ogni giorno alla finestra per dire che il popolo lo ama: in questo caso invece sta facendo di tutto per evitare un passaggio democratico. Ormai è chiaro che vuole sfiancare l’appuntamento sia per salvare il legittimo impedimento che per lasciar mano libera al governo sugli affari di municipalizzate e centrali nucleari. Speriamo la gente tenga botta. Perché convincere 25 milioni di persone a mettere quelle quattro ‘x’ mica è tanto facile”.    Eppure ci si prova, invadendo qualche punto nevralgico. Stamattina un coordinamento di comitati presidierà la sede Rai di piazza Mazzini con striscioni e megafoni per spiegare ad alta voce come stanno le cose. Nel pomeriggio la compagnia si sposterà in via Regina Margherita per vivacizzare l’assemblea degli azionisti Enel. Perché il sospetto diffuso tra i referendari è che gli interessi economici si saldino clamorosamente con quelli di tutela della vita giudiziaria del premier. “La politica del governo è un disatro – ha sintetizzato ieri Di Pietro -. Per mandare a casa questi soggetti ci sono due possibilità: il voto alle comunali, ma soprattutto il referendum”.    Conferma Bersani: “La nostra campagna elettorale parlerà proprio di queste cose qua. È indecente che si stia tentando di scansare il giudizio degli italiani raccontandogli bugie”. Deliri belli e buoni secondo l’autorevole parere di Peppino Calderisi, capogruppo Pdl in commissione Affari Costituzionali alla Camera: “Se tutte le norme oggetto di un quesito referendario sono abrogate da nuove disposizioni, il referendum raggiunge il suo obiettivo. E il referendum non ha più corso, perchè il quesito rimane senza oggetto. Il dibattito in corso è pertanto surreale”.    Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, non si spaventa: “Compiamo ora 25 anni, sappiamo come reggere sul lungo periodo. Il trucco messo su da Berlusconi è inaccettabile, e la gente ha capito visto che tre italiani su quattro non vogliono il nucleare. Dobbiamo solo tenere duro, comunque vada a finire la trafila tecnico legislativa. Tanto, se non è stavolta che vinciamo, sarà un’altra: non ci fermeranno mai”.    Ieri Nichi Vendola è riuscito a portare in piazza a Bari Annie Le Strat, vicesindaco di Parigi con delega alla gestione del sistema idrico, sistema a suo tempo privatizzato e recentemente restituito al controllo pubblico. “In Italia c’è una grande capacità di mobilitazione dell’opinione pubblica detto fiduciosa Le Strat -. Il referendum sull’acqua pubblica ci sarà, e io verrò a Torino nei giorni del voto per sostenere questa battaglia. Che non ha eguali in Europa”.

di Chiara Paoli, IFQ

22 aprile 2011

Referendum last minute su acqua e nucleare

Il governo ce la sta mettendo tutta. Ma, per ora, i referendum sono vivi e vegeti.    Dopo aver invaso la stampa nazionale al grido di “il quesito sul nucleare ormai non serve più”, il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani ha puntato un nuovo obiettivo: l’acqua. Nella lunga intervista concessa ieri ai microfoni di Radio anch’io, il passaggio – benché liquido – non è passato inosservato: “Anche su questo tema di grande rilevanza probabilmente sarebbe meglio fare un approfondimento legislativo”.

GIUSTE DUNQUE le preoccupazioni dell’Idv Massimo Donadi, che da qualche giorno paventava manovre sul quesito anti privatizzazione: “Ancora non è chiaro cosa abbiano in mente – spiega Donadi -, potrebbe trattarsi di un’altra moratoria last minute: dopo il nucleare, l’acqua. Ma noi teniamo duro, puntando soprattutto sulla sentenza 68/1978 della Corte Costituzionale”. Sentenza che, come spiega il costituzionalista Gaetano Azzariti, dice grosso modo così: la modifica legislativa inter-venuta nel corso del procedimento referendario non è in grado di impedire lo svolgimento del referendum qualora l’abrogazione non colpisca i principi ispiratori della complessiva disciplina preesistente oppure i contenuti normativi essenziali dei singoli precetti.

PIÙ SEMPLICE la spiegazione di Alessandro Pace, docente di diritto costituzionale e curatore dei quesiti per l’Idv: “O il governo cancella in tutto e per tutto il nucleare dal futuro italiano, o noi andiamo avanti”. Tecnicamente la questione si gioca tra una legge e un decreto legge: l’emendamento-blitz del governo interviene abrogando (parzialmente) la legge 99/2009 che delegava il governo a decidere dove costruire le centrali e i siti di stoccaggio, mentre il referendum si concentra sul decreto legge 112/2008, norma precedente e più sistematica nel concepire il rilancio del nucleare. Dunque, secondo i comitati, la consultazione popolare serve a bloccare la norma quadro, mentre l’emendamento governativo interviene su specifici aspetti logistico-gestionali consentendo di sospendere momentaneamente il progetto per ripartire col-l’entusiasmo atomico al momento giusto.

MA, ALLA FINE, chi decide se il referendum si farà davvero? L’Ufficio centrale della Cassazione, cui toccherà l’arduo compito di interpretare le reali conseguenze dell’intervento legislativo già approvato al Senato e ancora in attesa di trovare posto nell’affollato calendario della Camera (già prenotatissima per la prossima settimana). “Senza l’ok finale del Parlamento, l’alta corte non potrebbe comunque pronunciarsi – spiega Azzariti -. Oltretutto il referendum , se andasse a buon fine, impedirebbe alle Camere di approvare per i successivi cinque anni una norma contraria alla volontà espressa dai cittadini”.    Un bel rischio, che il ministro Romani esorcizza con litanie costanti: il referendum sull’atomo non s’ha da fare, l’Agenzia per la Sicurezza dovrà occuparsi solo di scorie radiattive, e sull’acqua mente spudoratamente chi racconta agli italiani che privatizzando spenderanno di più. “Il movimento che ha portato alla firma di 1 milione 400 mila persone fa paura al governo” commenta Rossella Miracapillo del Movimento Consumatori. “Questa modalità di inventarsi un emendamento all’ennesimo omnibus per non far pronunciare gli elettori è lesiva della democrazia” rincara Susanna Camusso, segretaria Cgil.

FORSE LA QUESTIONE vera è sempre la stessa: il legittimo impedimento. “Strano che il governo non s’inventi una moratoria pure su quello, vero?” ironizza Donadi. Aggiungendo: “Ormai è chiaro che, acqua o nucleare che sia, Berlusconi ha un solo interesse: far fallire i referendum e continuare a schivare i processi. Ma chissà che a palazzo Grazioli abbiano fatto le pentole e non i coperchi”. Per ora, il pentolone radioattivo continua a bollire.

di Chiara Paoli, IFQ

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: