Posts tagged ‘Casini’

8 maggio 2012

Alfanité Bersanité Casinité

Il Pdl è estinto, la Lega rasa al suolo, il Terzo Polo non pervenuto. Il Pd, per acciuffare qualche assessore, deve nascondersi dietro candidati altrui (Doria) o addirittura combatterli (Orlando). Vincono Grillo e Di Pietro, gli “antipolitici” cui la politica dovrebbe fare un monumento: senza di loro, non andrebbero più a votare nemmeno gli scrutatori. Ce ne sarebbe abbastanza per una dichiarazione congiunta dei Tre Tenori ABC, magari copiata da quella di Sarkozy: “È tutta colpa mia, mi ritiro dalla politica”. Invece è tutto un “siamo primi quasi ovunque” (Pd), “colpa dei candidati sbagliati” (Pdl), “sostanziale tenuta del Terzo Polo” (Terzo Polo). In effetti per i partiti italiani non tutto è ancora perduto. In Italia non beccano più un voto manco a pagarlo. Ma in compenso vanno fortissimo all’estero, forse per via del fatto che lì non si candidano. Il Cainano è molto richiesto in Russia, dove ha preso parte ai baccanali per l’incoronazione dell’amico Putin, tra portali di oro massiccio e gare di burlesque a base di badanti travestite da mignotte e mignotte travestite da badanti, appena in tempo per evitare che gli crollassero in testa il Milan e il Pdl. Invece A, B e C vanno fortissimo in Francia. La vittoria di Hollande non deve ingannare: senza l’apporto delle mosche cocchiere Alfano, Bersani e Casini, l’Eliseo se lo poteva sognare, specie da quando l’ex sarkozista Ferrara si era inopinatamente schierato dalla sua parte, nonostante le diffide e gli scongiuri dello staff hollandiano. Infatti Bersani ha espresso “grande soddisfazione”, a nome suo e dell’Europa tutta, per un trionfo che “non è solo una questione di rapporto personale tra me e Hollande”, ma “un dato politico, un’incredibile convergenza di idee e proposte”. Senza contare che è stato proprio Bersani a suggerire a Hollande “di non farsi condizionare dalla sinistra più radicale e a convincere i moderati come Bayrou”. Pazienza se i voti di Bayrou sono andati quasi tutti a Sarkozy, mentre Hollande ha incamerato quelli del sinistro Mélenchon; se la Francia ha il doppio turno e noi no (il Superporcellum di ABC prevede turno unico e inciucio postumo); e se Bersani sostiene Monti, che tifava Sarkozy come la Merkel. Mica si può sottilizzare sulle quisquilie. Non solo – per dirla con Fassina, che non è la moglie di Fassino ma il responsabile economico Pd – “Bersani è l’Hollande italiano”, ma soprattutto Hollande è il Bersani francese. Chi ha seguito la campagna d’Oltralpe può testimoniare con quale angoscia, dalle banlieue ai bistrot, i francesi s’interrogavano: “Mon Dieu, chissà che ne pensa Bersani di Hollande”. E con quale liberatorio entusiasmo hanno appreso che non solo Pierluigi, ma anche Piercasinando e Angelino stavano con Hollande: “Le jour de gloire est arrivé! Alfanité Bersanité Casinité…”. Ora infatti anche Casini e Alfano, che in Italia non battono chiodo, si godono il meritato trionfo parigino. Piercasinando, decisivo per il voto moderato francese (pare che Bayrou non vada nemmeno alla toilette senza consultarlo), esulta: “Hollande sarà salutare per l’Europa”. Alfano ha faticato un po’ a capire perchè mai, se lui è il leader del centrodestra italiano, dovrebbe esultare per il leader del centrosinistra francese, ma poi gliel’ha spiegato il Cainano: “Primo, tu sei il leader di ‘sta cippa. Secondo, Sarkozy è l’unico nano che si permette di essere meno basso di me e per giunta ha osato ridere di me in mondovisione con la culona inchiavabile. Terzo, di sinistra e destra non me ne fotte una mazza, infatti sto partendo per Mosca”. Allora Angelino ha capito che Sarkozy ha perso perché rideva di B. e ha diramato una dichiarazione da ernia al cervello: “Auguro buon lavoro a Hollande a beneficio dell’Europa”. Frattini Dry intanto lo scavalcava a sinistra: “Sarkozy mi ha colpito molto negativamente. Ora la Francia sarà più aperta e vicina a noi”. Solo a quel punto tutta la Francia s’è addormentata tranquilla, non prima di un ultimo grido di battaglia: “… et Frattinité!”.

di Marco Travaglio, IFQ

14 aprile 2012

Grazie, un’altra volta

Spiace per l’impegno profuso dalla ministra Severino che, dopo il pessimo inizio dell’indultino travestito da svuotacarceri, si sta dando un gran daffare per la legge anti-corruzione. Ma, se il punto di mediazione e di equilibrio fra gli appetiti e le paure del Trio Lescano (Alfano-Bersani-Casini) è l’abortino anticipato dai giornali, è meglio soprassedere e riparlarne un’altra volta: se e quando in Parlamento ci sarà una maggioranza interessata a combattere il malaffare e non a coprirlo. La cronaca politica cioè giudiziaria sforna a ogni minuto ottime ragioni per farla subito, domani anzi ieri, questa benedetta legge anti-corruzione, nel Paese che a ogni delitto fa seguire la prescrizione. I funzionari di governo chiedono le mazzette (ovviamente tecniche) addirittura nei loro uffici al ministero. Gli amichetti di Formigoni (i famosi “casi isolati”) portano in Svizzera 50 milioni a botta. Persino il rivoluzionario Vendola colleziona un avviso di garanzia al giorno. Non c’è angolo d’Italia, dalla politica alla sanità al pallone, che non sia infestato dall’illegalità (a parte i rari angoli dove la gente perbene si ammazza per mancanza di lavoro). Ma non c’è niente da fare: la cosca dei politici più stupidi (o più compromessi) della terra continua a cincischiare, a parlarsi addosso, a grufolare nella propria inconcludenza. La legge-brodino sui “rimborsi” elettorali non si fa né per decreto né per emendamento, cioè non subito: c’è tempo, campa cavallo. Non si rinuncia nemmeno alla tranche estiva di 180 milioni, perché Pd e Pdl si sono già mangiati tutto: non solo la piccola parte documentata, ma anche il resto che non risulta speso. Se ne deduce che sono peggio amministrati della Lega, che almeno aveva avanzato un sacco di soldi, tanto da spedirli a Cipro e in Tanzania: potrebbero chiedere a Belsito come si fa a risparmiare. Poi c’è la bozza di legge anti-corruzione, limata e leccata dalla Severino dopo le famose consultazioni separate con gli sherpa del trio ABC. Una barzelletta. I nuovi reati previsti dalla Convenzione di Strasburgo ’99 non ci sono (l’autoriciclaggio, chi l’ha visto?) o, quando ci sono (traffico d’influenze illecite e corruzione tra privati), sono puniti con pene finte: da 1 a 3 anni. Cioè si prescrivono prim’ancora della sentenza di primo grado. Poi c’è la corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, la più grave: la pena massima sale appena da 5 a 7 anni, cioè la prescrizione aumenta da 7 anni e mezzo a 8 anni e 9 mesi, troppo pochi per arrivare a sentenza definitiva. La soluzione è nota: sospendere la prescrizione al rinvio a giudizio. Ma così i processi giungerebbero in fondo e i colpevoli finirebbero dentro: dunque in un Parlamento di condannati, inquisiti, imputati, prescritti e avvocati, è meglio di no. Il falso in bilancio è desaparecido: non se ne può nemmeno parlare. Così come di aumentare le pene per la frode e l’evasione fiscale (così gli evasori, scoperti nei blitz, continueranno a farla franca, a parte il terribile monito di Napolitano che li chiama “indegni della parola Italia”: quando si dice la deterrenza). Infine la concussione, che resta punita fino a 12 anni. Ma tranne quella per induzione, che cambia nome (“indebita induzione a dare e promettere utilità”) e pena massima (non più 12 anni, ma 8, e niente interdizione dai pubblici uffici). Così la prescrizione per B. nel processo Ruby scende da 15 a 10 anni. E il Pdl osa pure protestare, reclamando l’abolizione tout court della concussione “come ci chiede l’Europa” (che naturalmente non ha mai chiesto una boiata del genere). Le leggi penali durano anni, decenni. Sarebbe assurdo infilare nel Codice queste norme criminogene che sembrano dire ai tangentari: rubate pure, tanto non vi facciamo niente. Ministra Severino, lasci perdere. Concordare la legge anti-corruzione con questi politici è come se Alfredo Rocco, quando scrisse il Codice penale, avesse cercato le larghe intese col gobbo del Quarticciolo e la saponificatrice di Correggio.

di Marco Travaglio, IFQ

17 marzo 2012

Uniti nel bavaglio

Berlusconi l’aveva detto chiaramente ad Alfano: “Se loro alzano il tiro sulla corruzione, tu butta sul tavolo le intercettazioni”. Così, l’altra sera alla cena-vertice a Palazzo Chigi, non appena Monti ha introdotto lo spinoso tema dell’armonizzazione del ddl anticorruzione – ora in commissione Giustizia e Affari costituzionali della Camera – con la Convenzione di Strasburgo (approvata al Senato), il segretario azzurro ha subito riproposto “l’irrisolta questione del ddl intercettazioni”. “È chiaro – avrebbe sottolineato l’ex Guardasigilli, firmatario del disegno di legge pidiellino in materia – che non possiamo aspettare il prossimo scandalo per intervenire”. Più che una minaccia, la frase è suonata come una chiamata in correità. E le orecchie di Casini e Bersani, per non dire quelle di Monti, si sono fatte attente. Perché una legge che tenga a bada le penne dei cronisti in un delicato momento pre elettorale “ci vuole – ecco il commento sempre di Alfano – e ci vuole per tutti…”. Il bavaglio alla stampa, dunque, come un toccasana per gli accordi tra politici di ogni colore.

 

E COSÌ, paradossalmente, quella che il giorno prima era stata sbandierata quasi come un avvertimento da Schifani (“è l’ora di rispolverare il ddl intercettazioni”), è diventata il punto da cui si è partiti per trovare un’intesa anche su tutte le altre “note dolenti” del capitolo giustizia. Intanto: il ddl Alfano verrà accantonato per far posto a un nuovo articolato (che nelle intese dovrebbe avvicinarsi al ddl Mastella) che porterà la firma di Paola Severino. Ieri, durante il Consiglio dei ministri, la Guardasigilli ha ricevuto ufficialmente l’incarico di stilare un testo che “tenga conto delle indicazioni dei capigruppo” e che “prenda il meglio” dei due precedenti ddl. A quanto sembra, il provvedimento dovrà essere legge prima dell’estate, in modo da arrivare “nell’imminenza della campagna elettorale” con un bavaglio nuovo e pronto. Più leggero di quelli minacciati in precedenza, certo, ma comunque un bavaglio. Portata a casa la questione intercettazioni (“un risultato ottimale” anche secondo il Cavaliere) si è poi passati a parlar di corruzione. Ma lì c’è stato poco da fare; l’Italia deve recepire la Convenzione di Strasburgo e dunque il ddl ora alla Camera (sempre a firma Alfano) dovrà essere modificato attraverso due o tre emendamenti che presenterà il governo “e che terranno conto dell’intesa raggiunta”, ha spiegato ieri Bersani. Nel dettaglio, verrà modificato il reato di concussione così com’è scritto oggi nel nostro ordinamento. Nel senso che il concusso, oggi vittima del reato, ne diventa soggetto attivo, quanto meno in relazione alla fattispecie di concussione per induzione. Verranno poi introdotte due nuove forme di reato: quello della corruzione nel settore privato (in Italia vige solo il reato contro la Pubblica amministrazione) e quello di traffico di influenza illecita. Questa norma stabilisce che chiunque millanta credito presso un pubblico ufficiale e, adducendo di doverne “comprare” il favore, chiede denaro o altro come prezzo per la propria mediazione, è punito con la reclusione da 3 a 7 anni.

 

QUELLO che preoccupa ancora Berlusconi (che, tuttavia, con la “scomparsa” del reato di concussione potrebbe veder saltare la sua imputazione al processo Ruby, ma questo lo si capirà meglio a seconda di come verrà riscritta la norma) riguarda la necessità di mettere mano anche alla struttura dei reati fiscali e del falso in bilancio (che proprio B. ha depenalizzato) nonché l’introduzione della punibilità del cosiddetto autoriciclaggio. Faccende spinose su cui, però, pare che Alfano non abbia alzato mai più di tanto il sopracciglio, ma è anche vero – per dirla con il ministro dell’Interno Cancellieri – che “su questi argomenti è appena iniziata un’attività parlamentare, vediamo come va”. In ultimo, la responsabilità civile dei magistrati. Su questo Alfano ha puntato i piedi: “Per noi resta valido il principio che chi sbaglia paga”. L’Amn ha risposto in modo netto: “Sulla responsabilità non si tratta”. Però sembra siano stati evidenziati margini di manovra. Anche su questo, Monti ha dato mandato alla Severino di trovare “una soluzione equilibrata e condivisa” e in tempi brevi, visto che la questione è contenuta nella legge comunitaria, di prossimo passaggio alla Camera per la lettura definitiva. Anche lì il governo potrebbe intervenire con un emendamento che cancelli la responsabilità dalla comunitaria per poi affrontare l’argomento con un provvedimento ad hoc. Ma non subito, prima ci sono altre priorità. Come il bavaglio.

di Sara Nicoli, IFQ

17 marzo 2012

I Tre dell’Ave Mario

A furia di citare la foto di Vasto con Bersani, Di Pietro e Vendola per dire che gli intrusi erano Di Pietro e Vendola, è stata scartata a priori l’ipotesi che dei tre quello sbagliato fosse Bersani. Ipotesi che assume una certa pregnanza alla vista della foto di Casta, twittata da un gaio Piercasinando durante l’inutile vertice con Monti. La foto di gruppo lo ritrae in compagnia del resto della Trimurti, anzi della Trimorti a giudicare dal consenso di cui godono i rispettivi partiti: l’implume Angelino Jolie e il solito Bersani, che sta diventando un po’ come Zelig e Forrest Gump: fa capolino in tutte le foto (anche in quelle dei matrimoni). Eccoli lì, sorridenti e giulivi davanti al fotografo, Casini, Alfano e Bersani, ma anche Casano, Bersini e Alfani, ma anche Alfini, Bersano e Casani. La Trimorti è uscita finalmente dalla clandestinità, dopo tre mesi di incontri clandestini in tunnel, catacombe e suburre umidicce e infestate da cimici e pantegane, e ha trovato il coraggio di fare outing sul loro ménage à trois: ebbene sì, i tre dell’Ave Mario si amano e rivendicano i loro diritti di trojka di fatto. Un tempo la politica si faceva nelle piazze, poi traslocò in televisione. Ora invece va avanti a colpi di foto e photoshop. Da quando i partiti sono appunto partiti senza più dare notizie di sé, per avvertire i loro cari di esser ancora vivi i presunti leader postano ogni tanto un autoscatto. Prossimamente manderanno una cartolina da Venezia. O magari da San Vittore, a giudicare dall’imperversare degli scandali e delle inchieste un po’ in tutta Italia, su tutti i partiti, vecchi e nuovi, di destra di centro e di sinistra. Ormai parlare di indagini è riduttivo: questi sono rastrellamenti. Li stanno andando a prendere l’uno dopo l’altro. Presto si esauriranno anche le riserve di manette ed esploderanno i cellulari (intesi come mezzi di locomozione): ci vorrà l’accalappiacani. In attesa della prossima retata, i partiti si difendono come possono. Più gli elettori si allontanano, più i politici si avvicinano, in quel Partito Unico Nazionale (Pun) che ha rinunciato pure agli ultimi pudori. Più che un inciucione, un partouze che compravende tutto: giustizia, Rai, frequenze, welfare, legge elettorale, Costituzione. Basta grattare un po’ la foto di Casta per scoprire che è tutto finto. Per evitare il linciaggio dagli eventuali elettori rimasti, Bersani giura che il Pd non parteciperà alla spartizione della Rai, ma in realtà è già d’accordo con gli altri due, dietro il trompe l’œil delle “personalità indipendenti” (tutti ottuagenari fossili da Jurassic Park). Alfano dà il via libera alla legge anticorruzione, in realtà già sa che la Convenzione di Strasburgo verrà svuotata, mentre le sole leggi sulla giustizia che passeranno sono: l’ammazza-giudici sulla responsabilità civile diretta e personale (unica al mondo); l’ammazza-intercettazioni e imbavaglia-stampa modello Mastella; e l’ammazza-concussione per salvare B. anche dal processo Ruby con la gentile collaborazione del Pd che l’ha addirittura proposta. Intanto in Cassazione si provvede a tener buone le Procure di Palermo e Caltanissetta, così imparano a indagare su stragi e politica: ma non l’hanno ancora capito che le trattative Stato-mafia si chiamano “grandi intese”? Sulla legge elettorale i partiti dicono che manca ancora un quid, ma in realtà sono già d’accordo per eliminare con sbarramenti e altre lupare bianche i pochi partiti e movimenti non allineati. La Camusso dice che l’accordo sull’articolo 18 ancora non va bene, in realtà lo sanno tutti che la Cgil è già d’accordo da un bel po’, perché così vuole il Pd, e il Pd è d’accordo perché così vuole il Quirinale. E, se qualcuno protesta, è pronta la scusa: “Ce lo chiede l’Europa”. Da questo vortice di vertici, da questo partouze a base di foto, cartoline, finzioni, tavoli e teatrini, resta fuori un piccolo dettaglio: gli elettori. Ma che saranno mai 45 milioni di italiani. Basta rafforzare le scorte dei politici. E non perché siano minacciati dai terroristi o dai mafiosi (ma quando mai): è che rischiano di incontrare un elettore.

di Marco Travaglio, IFQ

19 gennaio 2012

Giustizia profumo d’intesa

Zitta zitta, mentre Monti ripete che il suo è un governo “strano”, cioè a tempo e senza maggioranza precostituita, la Triade Alfano-Bersani-Casini esce dai tunnel e dalle catacombe per trasformarsi in maggioranza politica. E da quale tema comincia? Ma dalla giustizia, naturalmente. Cioè dal settore che, negli ultimi vent’anni, ha prodotto le maggiori occasioni di conflitto politico. Dunque, almeno sulla carta, dovrebbe essere il meno indicato per le larghe intese: almeno agli occhi dei tanti ingenui che ancora accarezzano il sogno manicheo di un centrosinistra legalitario contrapposto a un centrodestra impunitario. Purtroppo la realtà, come non ci siamo mai stancati di ripetere e come la storia recente dalla Bicamerale in poi s’è incaricata di dimostrare, è opposta: se c’è un comune denominatore fra i due schieramenti (salvo lodevoli ma trascurabili eccezioni) è proprio l’allergia di tutta la Casta politica ai poteri di controllo: a cominciare dalla magistratura più impegnata e autonoma. Dunque non c’è nulla di sorprendente se la Triade ha deciso di cominciare proprio dalla giustizia. Le voci – raccolte oggi dal nostro Fabrizio d’Esposito – sussurrano di imminenti larghissime intese su una qualche forma di condono penale (un’amnistia mascherata che non imponga la maggioranza qualificata dei due terzi e salvi la faccia ai partiti in vista delle elezioni), con la solita scusa del sovraffollamento delle carceri. Che, com’è noto, è sempre un ottimo alibi non tanto per far uscire di galera qualche migliaio di detenuti comuni, quanto per non far entrare in galera qualche decina di condannati eccellenti. Speriamo che si tratti di voci false e, soprattutto, che vengano smentite. Certo le prime uscite del ministro Paola Severino, portatrice di un monumentale conflitto d’interessi (basta scorrere la lista degli imputati Vip che assisteva fino all’altroieri come avvocato), fanno temere il peggio. Il suo via libera all’amnistia, subito temperato dalla precisazione che “è materia del Parlamento e non del governo”, è lì a dimostrarlo. Così come il suo silenzio di tomba sulle decine di leggi-vergogna (41 ad personam e una sessantina ad aziendas, ad mafiam e ad castam) varate nell’ultimo quindicennio dal centrodestra, ma anche dal centrosinistra. Se è vero che – come ha detto l’altro giorno la Severino, e sai che scoperta – “la lentezza dei processi costa ogni anno all’Italia 1 punto di Pil”, bisognerebbe precisare quali norme hanno allungato i processi a dismisura. E poi raderle al suolo con un solo decreto che le cancelli con un tratto di penna. Invece, almeno a sentire il ministro, non è questo l’ordine del giorno. Quali sarebbero allora i punti dell’intesa della nascente maggioranza politica intorno alla Triade? La legge anticorruzione che la stessa Severino ha annunciato in pompa magna il mese scorso? In attesa che l’apposita commissione, composta anche dal professor Spangher noto amico di Previti, partorisca le sue proposte, ci sentiremmo di escludere che Al Fano, cioè il portaborse di B., possa avallare una legge che aggravi le pene per la corruzione e per l’evasione fiscale e ripristini il reato di falso in bilancio, visto che quei reati sono la specialità del suo principale. È anche una questione d’immagine: come può un partito, il cui leader sta per farla franca al processo Mills grazie ai certificati medici del malato immaginario inglese, pronunciare la parola “anticorruzione” senza scoppiare a ridere? E allora a pensar male si fa peccato, ma s’indovina. Del resto a marzo arriva in Cassazione il processo per mafia al braccio destro di B., Dell’Utri, che rischia, in caso di conferma della condanna d’appello a 7 anni, di raggiungere a Rebibbia l’amico Cuffaro (portato in Parlamento da Casini). Poi Penati, braccio destro di Bersani, finirà alla sbarra per milioni e milioni di tangenti. Un braccio destro di qua, un braccio destro di là. E una mano lava l’altra.

di Marco Travaglio,  IFQ

23 novembre 2011

Innocenti a loro insaputa

C’erano una volta i politici che, accusati di prendere tangenti, sparivano dalla circolazione perché bastava il sospetto. Poi vennero quelli che si indignavano per le accuse, rivendicavano la propria onestà e querelavano gli accusatori. Poi arrivò Craxi, che prima additò Mario Chiesa come “mela marcia in un cestino di mele sane”; poi, quando Chiesa raccontò a Di Pietro “il resto del cestino”, prese la parola alla Camera e, con agile piroetta, rivendicò orgoglioso: “Qui rubiamo tutti, si alzi in piedi chi non ruba”. Poi naturalmente scappò. Andreotti invece preferì un alibi alla vaselina: di fronte alle prove schiaccianti delle sue frequentazioni con noti mafiosi, concesse – bontà sua – che forse aveva un po’ “sottovalutato la mafia”, tutto preso da ben altre emergenze (lo scirocco e il traffico). B., a parte negare persino di chiamarsi B. (“mai sentito parlare di All Iberian: vi pare che uno col mio senso estetico avrebbe chiamato una società con quel nome?”), non entrò mai nel merito delle accuse: si limitava a gridare al complotto e a giurare sulla testa dei suoi poveri figli, che ancora ne portano le conseguenze. Mastella e signora, beccati a lottizzare tutto il lottizzabile nel feudo di Ceppalonia e a minacciare chiunque si permettesse di non chiamarsi Mastella e di non appartenere all’Udeur, fecero tanto di occhi per lo stupore di essere inquisiti, visto che “così fan tutti”. E magari avevano ragione, peccato che lottizzare e minacciare sia reato. Meglio di loro fece Matteoli, che sfoderò per Bertolaso un alibi di ferro: “Non credo che prenda tangenti, ha troppe cose da fare”. Ma appena ha due minuti liberi… Quando poi un giornalista del Corriere chiese a Bertolaso se avesse intascato 50 mila euro da Anemone, quello rispose piccato: “Ma le pare che uno dei mio livello si fa comprare per 50 mila euro?”. Qualcuno ne desunse che Anemone avesse sbagliato tariffa: uno come lui non viene via per meno di 100 mila, mica è un pezzente che si vende per un tozzo di pane. Si pensava che nessuno avrebbe inventato di meglio, invece arrivò Scajola con la casa pagata da Anemone “a mia insaputa”: “Mi dimetto perché un ministro non può sospettare di abitare un’abitazione pagata in parte da altri”. Appena scopro chi mi ha regalato 900 mila euro, gli faccio un mazzo così. Ma ora il suo record mondiale vacilla, insidiato seriamente dall’Udc. Alle confessioni di Tommaso Di Lernia, il bancomat di Finmeccanica, sulla mazzetta di 200 mila euro consegnata nella sede Udc al tesoriere Pino Naro perché Casini e Cesa erano fuori, l’on. Roberto Rao, braccio destro di Piercasinando, replica: “Affermazioni ridicole: Casini non ha un ufficio al partito”. Alibi granitico, che però dimostra al massimo che Di Lernia sbagliò indirizzo. Più convincente la reazione di Casini, che annuncia una causa a Di Lernia e ricorda: “Nessun partito come l’Udc ha espresso piena fiducia nella giustizia”. Un cronista domanda: se ha tanta fiducia nella giustizia, perché ha portato in Parlamento imputati (Cesa, Cuffaro, Drago, Romano) e condannati (Naro)? E lo sventurato risponde: “Non sono io il segretario”. Bella forza, il segretario è Cesa, arrestato e reo confesso ai tempi di Tangentopoli. E Naro? “Chi lo accusa non è santa Maria Goretti”. Anche perché Maria Goretti non avrebbe nulla da raccontare: è proprio perché Di Lernia è un imprenditore che paga tangenti che la sua accusa è credibile. Ma, mentre Piercasinando si candida alla cazzata del secolo, Giovanardi gli soffia la medaglia d’oro sul filo di lana: “Sono orgoglioso di aver segnalato a Letta una professionalità da inserire in Finmeccanica. Qualcuno pensa che le indicazioni debbano farle solo massonerie, amici degli amici e faccendieri?”. Non lo sfiora l’idea che raccomandare uno per Finmeccanica a Letta (che peraltro non ha incarichi in Finmeccanica) significa comportarsi come massonerie, amici degli amici e faccendieri. Del resto, se un’idea lo sfiorasse, non sarebbe Giovanardi.

di Marco Travaglio, IFQ

9 novembre 2011

L’opposizione dirà sì a “lacrime e sangue”?

I toni alti non li so fare, ma i due bassi dell’Alleluja li posso cantare io. Dove lo fanno?”. Il segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani, scherzava ieri pomeriggio in Transatlantico sull’appuntamento che circolava in Rete in caso di dimissioni del premier, Silvio Berlusconi. La sera, aveva meno voglia di ironizzare: “Le dimissioni ci sono, adesso è necessario che si formalizzino il prima possibile”. In mezzo una legge di stabilità che potrebbe spaccare le opposizioni, scenario non previsto tra quelli ipotizzati ieri all’interno del Pd. La mattinata era infatti cominciata bene per Bersani, con la fiducia dei Radicali e una regia perfetta della mancata votazione in aula – uniti Pd, Udc, Fli, Idv e fuoriusciti Pdl – che aveva smascherato senza più alcun dubbio la debolezza numerica della maggioranza. Anche il partito di Antonio Di Pietro, restio a non pronunciarsi contro il rendiconto, aveva annunciato, dopo la riunione dei capigruppo d’opposizione, di seguire la linea condivisa.

TUTTI IN AULA quindi, al fine di assicurare il numero legale e l’approvazione del provvedimento, ma con le tessere alzate in segno di “non voto”. Alla fine i numeri gli danno ragione: 321 contro 308 fedeli a Berlusconi. “Vada al Quirinale e rassegni le dimissioni – ha detto il segretario del Pd, l’unico a prendere parola dopo il voto, davanti a Berlusconi – se lei non lo facesse le opposizioni considererebbero iniziative ulteriori perché così non possiamo andare avanti”. L’iniziativa annunciata era una mozione di sfiducia da presentare già stamattina alla capigruppo e da votare entro tre giorni. Ma non è servita.    Poco dopo, uscendo dall’aula, Bersani si è consultato col Capo dello Stato, al quale ha rimesso ogni decisione. É stato Giorgio Napolitano, infatti, a costringere il premier all’annuncio di un passo indietro, perché le opposizioni senza un voto contrario con più di 308 consensi non l’hanno obbligato a dimettersi. Questo dimostra che è ancora difficile immaginare una maggioranza per un governo tecnico o di unità nazionale, invocato da Fli e Udc, meglio lasciare che Berlusconi firmi la manovra “lacrime e sangue” richiesta dall’Europa per poi valutare le possibilità. Le “ampie condivisioni” sperate sono molto lontane.

“Vogliamo vedere il maxi-emendamento e poi ci pronunceremo – ha detto Antonio Di Pietro al Fatto – la stabilità finanziaria è diversa dalla stabilità sociale. La loro idea di stabilità è quella di macelleria sociale e noi non glielo permetteremo. Faremo una forte opposizione nel merito. E per quanto riguarda il metodo – ha precisato Di Pietro – riteniamo queste dimissioni false e ipocrite perché conosciamo il soggetto e fino a quando non le vediamo, e diventeranno irrevocabili, sono carta straccia”. Perché in dieci giorni è capace di fare di tutto.

Ma Bersani guarda avanti: “Le dimissioni sono una svolta e aprono una fase nuova”. E sulla legge di stabilità è possibilista: “Ci riserviamo un esame rigoroso del contenuto dell’annunciato maxi-emendamento alla legge di stabilità per verificare le condizioni che ne permettano, anche in caso di una nostra contrarietà, una rapida approvazione”.    Insomma, le castagne dal fuoco le deve togliere Berlusconi. Che nel frattempo aveva dichiarato a tutti i tg della sera “dopo di me c’è solo il voto”. La replica è arrivata in un baleno: “Il Pd ritiene sconcertante che con le sue prime dichiarazioni il presidente del Consiglio, battuto alla Camera e dimissionario, cerchi di condizionare un percorso che è pienamente nelle prerogative del Capo dello Stato e del Parlamento”.

ANCHE SE all’interno dei democratici c’è una frattura insanabile tra chi chiede un governo di transizione (come Veltroni), e chi si mostra, almeno apparentemente , a favore delle elezioni (come Bersani), possibilista su un esecutivo di transizione “ma non guidato da Letta o Alfano, che significherebbe continuazione”. I dubbi, tra i fedelissimi del segretario, ci sono: se si andasse a votare a marzo la campagna elettorale potrebbe coincidere col processo Penati e le dichiarazioni del pm di Monza, Walter Mapelli, di ieri – il sistema Sesto arriva fino alla direzione Pd – suona come un avvertimento. L’ostacolo potrebbe essere anche più ingombrante delle primarie, che a casa Bersani non sono viste di buon occhio. Mentre Vendola guarda al futuro dalla Cina e Renzi sta scaldando i motori.

di Caterina Perniconi, IFQ

20 luglio 2011

Vocazione minoritaria

Il Pd cresce nei sondaggi, insieme all’Idv, mentre il Pdl è in caduta libera e i dirigenti leghisti rischiano il linciaggio per mano padana. Dunque, come sempre in questi casi, i suoi leader vengono colti da un senso di vertigine che li porta a fare e a dire cazzate per gettare alle ortiche il vantaggio conquistato a loro insaputa. Hanno vinto le comunali perché non sono riusciti a candidare chi volevano loro. Hanno messo il cappello sui referendum che mai si sarebbero fatti se fosse dipeso da loro. Poi han cominciato a farsi le pippe sulla legge elettorale, litigando sulla consueta mezza dozzina di proposte. E a partorire fumisterie politichesi sul nuovo governo (istituzionale, di garanzia, di responsabilità, del presidente, tecnico, elettorale, balneare) che dovrebbe sostituire quello di B. se B. facesse la grazia di dimettersi, come chiedono loro e come non farà mai. Dialoghetti ridicoli di Bersani con Maroni e con Casini, manco un caffè con Di Pietro e Vendola, gli alleati naturali, per non indispettire gli avversari naturali. Siccome la gente è infuriata per la manovra del governo che ruba ai poveri per dare ai ricchi, il Pd ha la bella pensata di dire no, ma senza opporvisi né presentarne una alternativa. E quando Idv, Fli e persino Udc votano per abolire le province, fa quadrato con Pdl e Lega per conservare quelle greppie inutili che ci costano 14-17 miliardi l’anno. Naturalmente il Pd è per l’arresto di Papa e Milanese, ma fa melina per cinque mesi su quello del compagnuccio Tedesco, dando l’impressione di farsi ricattare dal Pdl. Così la gente inferocita, anziché rivolgere i suoi forconi contro il governo, li orienta verso tutti i grandi partiti, Pd compreso. Poteva mancare il solito contributo al disastro da parte di Max & Uolter? No che non poteva. Ecco D’Alema alla festa di Roma additare al pubblico ludibrio non i ladri della patria che se la stanno mangiando pezzo per pezzo, ma il “moralismo paranoide” di chi “ha creato un clima di odio nei miei confronti” (copyright di B.) e la “delegittimazione morale dell’avversario” (copyright di B.). Poi, per mettere in fuga qualche altra vagonata di elettori, rivendica la Bicamerale e il suo indefesso impegno contro il conflitto d’interessi. Perché allora, negli 8 anni del centrosinistra, non fu mai risolto? “La sinistra decise di dare la priorità alla riforma del titolo V della Costituzione”. Ah beh allora. I suoi amici inquisiti Morichini, Pronzato, Tedesco, Frisullo, Paganelli? “Non direi che il Pd sia coinvolto nella questione morale… Accuse di tipo maniaco compulsivo: qualunque cosa succede è colpa mia”. Intanto Veltroni, quello della “vocazione maggioritaria” del Pd, si fa intervistare da Cazzullo sul Corriere. Frasi ficcanti, icastiche, tacitiane. “Berlusconi oggi è il problema”. Oggi? E l’anno scorso? E quatto anni fa, quand’era l’“interlocutore privilegiato” per “dialogare” di “riforme condivise” per la “legittimazione reciproca”? “Oggi”, diversamente dal suo passato di noto statista, B. “si occupa di Papa e della sentenza Mondadori” anziché del Paese. Ma va? Dunque non resta che affidarsi al suo proverbiale senso di responsabilità: “Deve avere la misura minima di capire che per una volta deve far prevalere gli interessi della Nazione sui propri”. Cioè andarsene spontaneamente e cedere il passo, magari con un inchino di cortesia, a “un governo presieduto da una persona affidabile e credibile”: un “governo di decantazione” con tutti dentro (“consenso larghissimo”), già auspicato da Uolter e dall’affidabile e credibile Pisanu (ripetiamo: Pisanu). La nuova speranza è Angelino Jolie: “Quando Alfano è diventato segretario Pdl, gli ho telefonato. Gli ho detto che ha due possibilità: può fare il secondo di B. oppure può essere l’uomo di una nuova destra, civile, rispettosa delle regole”. Alfano. Nuova destra. Civile e rispettosa delle regole. Alfano. Viva sorpresa dall’altro capo del filo: “Uolter, non è che hai sbagliato numero?”.

di Marco Travaglio, IFQ

13 luglio 2011

Come si dice “inciucio” in politichese?

Sull’onda della “coesione nazionale” invocata dal capo dello Stato (e che allunga una tradizione di appelli di altri inquilini del Colle, dalla “pacificazione nazionale” alla “conciliazione nazionale”), tornano le formule in politichese del “governo tecnico” (D’Alema) e del “governo d’emergenza” (Bindi). Tra Prima e Seconda Repubblica c’è un vasto campionario per dare dignità etimologica a quelle che in genere sono manovre di potere nel Palazzo.

EMERGENZA

L’espressione usata dalla presidente del Pd Rosy Bindi è stata già lanciata alla fine di giugno dal leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini. In questa fase di crisi economica, il governo d’emergenza sarebbe sul modello ‘93 degli esecutivi di Amato e Ciampi.

TECNICO

Il governo tecnico si chiama così perché formato da professori ed esperti non eletti dal popolo sovrano. Nella Seconda Repubblica il governo tecnico per eccellenza è stato quello varato da Lamberto Dini dopo il ribaltone della Lega di Umberto Bossi alla fine del ‘94.

DECANTAZIONE

Formula tipica della Prima Repubblica: il primo governo di decantazione fu guidato dal democristiano Giovanni Leone nel 1963 in preparazione della nuova stagione di centrosinistra. Fu chiamato anche esecutivo balneare perché nacque in estate solo per approvare la legge di bilancio e gestire l’ordinaria amministrazione. Ad aprile un governo di decantazione post-berlusconiano è stato chiesto da Walter Veltroni del Pd e Beppe Pisanu del Pdl con una lettera al Corriere della Sera.

SALVEZZA NAZIONALE

Dal 2009 a oggi, il record di richieste per un nuovo governo di Palazzo appartiene a Casini, non a caso ex democristiano allievo di Arnaldo Forlani. Il capo dell’Udc ha proposto un governo di salvezza nazionale nell’autunno scorso, prima della mancata spallata del 14 dicembre, quando il Cavaliere è stato salvato dai Responsabili di Domenico Scilipoti. Salvezza nazionale oppure nuovo Cln antiberlusconiano. Il progetto prevedeva lo stesso Casini a Palazzo Chigi e Massimo D’Alema al Quirinale nel 2013. Una spartizione da autentici professionisti della politica.

SALUTE PUBBLICA

Altra formula dell’instancabile Casini, stavolta del maggio 2010. Il governo di salute pubblica prende il nome dal comitato che istituzionalizzò la rivoluzione francese e consegnò Danton e Robespierre alla storia. Il leader dell’Udc parlò di “governo di salute pubblica o di responsabilità nazionale”.

GOVERNISSIMO

In politichese, è l’esatto opposto del governo tecnico. Il governissimo prevede i partiti in prima fila in nome delle larghe intese. Tenne banco nell’estate di due anni fa, dopo le rivelazioni di Patrizia D’Addario sulle notti bianche di Palazzo Grazioli. A chiederlo fu D’Alema, che fu accusato dal centrodestra anche per la profezia della famosa “scossa in arrivo” un paio di giorni prima dello scandalo D’Addario.

ISTITUZIONALE

Si è meritato qualche riga nella lunga vigilia della fiducia del 14 dicembre scorso. Prevedendo una caduta di B. per lo strappo di Fli, venne ipotizzato un governo di transizione affidato a uno dei due presidenti del Parlamento, Renato Schifani (Senato) o il “traditore” Gianfranco Fini (Camera). Una transizione istituzionale, appunto. Una variante è costituita dal governo del presidente (della Repubblica) che pilota la crisi non solo nella forma ma anche nella sostanza, di concerto con il premier incaricato. A parlare di governo del presidente fu Rutelli quando venne bocciato il lodo Alfano dalla Consulta.

UNITÀ NAZIONALE

È la formula più classica da agitare nei momenti di crisi. Ovviamente sia Casini sia D’Alema hanno chiesto anche un governo di unità nazionale. Il concetto rimanda alla tragica solidarietà nazionale tra Dc e Pci, che si concluse con il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro. A sua volta la solidarietà nazionale basata sul concetto di compromesso storico fu preceduta da un governo della non sfiducia presieduto da Andreotti.

GROSSE KOALITION

Altro tormentone casinian-dalemiano, esportato dalla Germania nel 2005 quando i democristiani della Merkel e la Spd di Schroeder “pareggiarono” alle elezioni. Da allora è stato riproposto decine di volte in versione italiana. L’ultima all’inizio del 2011 dall’Udc.

MINORANZA

Il governo di minoranza è stata una delle ipotesi valutate dal premier prima del 14 dicembre: andare avanti con 306-308 voti alla Camera al posto dei previsti 316 (maggioranza assoluta). Poi sono arrivati i Responsabili.

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

25 gennaio 2011

Piercuffarando

Da tre giorni, fra i 70 mila detenuti stipati nelle patrie galere, c’è anche un politico. Il suo nome è Totò Cuffaro, assessore regionale siciliano col centrodestra poi col centrosinistra, due volte governatore di centrodestra, due volte senatore dell’Udc, ultimamente passato al Pdl, condannato a 7 anni in Cassazione per favoreggiamento mafioso. Prima che i carabinieri andassero a prelevarlo, s’è consegnato a Rebibbia, dove ha iniziato a scontare la pena. Trattandosi di mafia, non c’è indulto che tenga: i 7 anni, grazie alla “liberazione anticipata” prevista dalla legge penitenziaria, si ridurranno a 5 anni e 3 mesi. Il che significa che resterà dentro 2 anni e 3 mesi, poi potrà chiedere di uscire per scontare gli ultimi 3 anni ai servizi sociali. Come un cittadino qualsiasi. Ma per la nostra classe politica, profondamente mafiosa nella testa, Totò non è un cittadino come gli altri. L’idea che un politico finisca dentro come tutti i condannati è fuori dal mondo (anzi, dall’Italia: i penitenziari americani e inglesi pullulano di politici condannati per reati molto meno gravi). Infatti il sottosegretario Giovanardi esprime “preoccupazione e sconcerto” perché “si può finire in carcere se risultano agli atti un mare di dubbi”. Quali dubbi, vista la condanna in Cassazione, non è dato sapere. Forse Giovanardi pretende che la Cassazione lo interpelli prima di condannare qualcuno: “Onorevole, ha per caso dei dubbi? Ci faccia sapere”. E si sprecano i complimenti a Cuffaro (anche da parte di insospettabili come Rita   Borsellino ed Enzo Bianco) per lo squisito bon ton mostrato consegnandosi alla giustizia anziché fuggire o insultare i giudici. Oh bella, e questo sarebbe un merito? Ogni giorno centinaia di criminali entrano in galera senza fiatare. Ma, avendo avuto un ex premier latitante e avendo un premier che ogni giorno strilla al golpe giudiziario, se un senatore si comporta come un detenuto normale merita l’encomio solenne. Tanto di cappello, anzi di coppola. Così si afferma che i politici non sono uguali agli altri cittadini, anzi sono tenuti a comportamenti molto meno legalitari di quelli richiesti all’uomo della strada. Cicchitto e Quagliariello elogiano VasaVasa “per la scelta compiuta”. Scelta? Quale scelta? Pare quasi che abbia fatto un favore ai giudici consegnandosi a Rebibbia. Il Giornale critica la Cassazione che “ha rigettato la richiesta del Pg” di derubricare il favoreggiamento da aggravato a semplice, per far scattare la solita prescrizione, mentre “di norma la richiesta del Pg viene accolta”. E questo sarebbe avvenuto non perché il Pg aveva torto, ma perché i giudici han voluto “salvare la credibilità dei pm”. Cioè: Il Giornale è sempre pronto a criticare i giudici “appiattiti” sui pm, ma se bocciano una richiesta dei pm li critica perché non si appiattiscono. Tanto per ribadire che per la Casta non valgono le regole normali, nemmeno quelle della logica. Un caso a parte è Casini, che nel 2006 e nel 2008 ha portato in Parlamento Cuffaro, anche dopo la condanna in primo grado. “Per me – spiegò Piercasinando – è una persona onesta, ho   fiducia in lui. Mi assumo la responsabilità di ritenerlo una persona onesta. Quando e se verrà dimostrata una cosa diversa, vorrà dire che mi sbagliavo” (7.2.2006). Santoro gli domandò: “Lei garantisce per Cuffaro: ma se le cose si mettessero male dal punto di vista giudiziario, anche lei ne trarrebbe le conseguenze?”. E Casini: “Bè, questo è ovvio, mi assumo la responsabilità politica, l’ho detto davanti al Paese” (31 marzo 2008). Ora che la “persona onesta” è ufficialmente un favoreggiatore della mafia, Pier se la cava con un comunicato a quattro mani con Marco Follini (incredibilmente responsabile comunicazione del Pd): sono “umanamente dispiaciuti per la condanna”, “rispettano la sentenza” ma poi la cancellano: “Non rinneghiamo tanti anni di amicizia e resta in noi la convinzione che Cuffaro non sia mafioso”. Ecco, decidono loro. Nasce così ufficialmente il quarto grado di giudizio (per i politici, of course): Tribunale, Corte d’appello, Cassazione e Casinifollini.

di Marco Travaglio – IFQ

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: