Archive for aprile, 2012

27 aprile 2012

Morin: «Con i tecnici meno democrazia»

Edgar Morin.

Edgar Morin.

Gli altri si indignano, il grande filosofo francese Edgar Morin, invece, 90enne, indica la via per il futuro del mondo.
Lo fa nella sua ultima opera, pubblicata di recente in Italia da Raffello Cortina dopo l’uscita nel 2011 in Francia, dal titolo La via, per l’avvenire dell’umanità (297 pagine, 26 euro), un vero manifesto del cambiamento globale, in tutti i campi dell’esistente. Può farlo alla luce di un’esistenza spesa a spiegare le ambivalenze e le contraddizioni di svolte epocali, quelle del nostro periodo storico, segnato dalla progressiva unificazione mondiale a opera della tecnica e del liberismo. Ma anche dalle crescenti regressioni e chiusure che la globalizzazione ha creato, trascurando il vero nesso transnazionale: l’appartenenza a una patria terra che ora è estremamente in pericolo.
VERSO UN NUOVO UMANESIMO. Per concepire una svolta che ci salvi, il filosofo si spinge a elaborare un nuovo umanesimo, di difficilissima costruzione, ma non privo di indicazioni pratiche. A patto però di rivedere le categorie politiche, cognitive, di potere in cui ci hanno scaraventato decenni di «cecità, di un modo di conoscenza che, compartimentando i saperi, disintegra i problemi fondamentali e globali, i quali necessitano di una conoscenza transdisciplinare».
SERVE UNA RIFORMA DELLA MENTE. Non meno importante poi la critica all’«occidentalo-centrismo che ci arrocca sul trono della razionalità e ci dà l’illusione di possedere l’universale».
Il riformismo insomma è urgente, in tutti i campi, a patto di mettere in connessione i saperi, i poteri, e le volontà, senza più riservarsi quote di competenze esclusive. Perché non può esserci la riforma dell’educazione se non vi è una riforma della mente. E non può esserci una riforma politica senza una riforma del pensiero che richiede un cambiamento etico. Che a sua volta ripristina uno spirito di responsabilità, di solidarietà.
DECIDONO SEMPRE GLI ESPERTI. In un passaggio, l’autore spiega perché viviamo in un mondo in cui il cittadino, apparentemente informato e libero, è privo di punti di vista inglobanti e pertinenti sui grandi problemi. Poi, per contrappasso, fa decidere esperti «la cui competenza in un campo chiuso si accompagna a un’incompetenza quando questo campo è parassitato da influenze esterne o da un nuovo evento».
Insomma, scrive il geniale pensatore, «se è ancora possibile discutere al Caffè Commercio della guida del carro dello Stato, non è più possibile comprendere cosa inneschi il crac di Wall Street, né cosa impedisca che questo provochi una crisi economica peggiore».
IGNORANZA BUONA E NECESSARIA. Viene alla mente la famosa scena del film di Michael Moore, Capitalism, in cui il regista interroga un accademico sul concetto economico di derivato e non riesce a ottenere risposta.
Eppure, ha riflettuto Morin, «ogni mente coltivata poteva, fino al XVIII secolo, assimilare le conoscenze su Dio, sul mondo, sulla natura, sulla vita, sulla società e nutrire così l’interrogazione filosofica, che è un bisogno di ogni individuo, almeno fino a quando gli obblighi della società adulta non lo adulterano. Oggi si chiede a ciascuno di credere che la sua ignoranza sia buona e necessaria».

Con i tecnici diminuisce la competenza democratica

Il presidente del Consiglio, Mario Monti.(© Ansa) Il presidente del Consiglio, Mario Monti.

La resa politica di un tale discorso, in Italia, farebbe fischiare le orecchie a molti e sbalordirebbe la stampa che incensa il nuovo governo: «Più la politica diventa tecnica, più la competenza democratica regredisce».
Una chiave di lettura che vale a prescindere in un mondo in cui le scelte sono sempre in mano a pochissimi, salvando l’apparenza con i meccanismi annacquati della democrazia classica: voto e rappresentanza.
BUROCRAZIA INIBISCE LA SOLIDARIETÀ. Le svolte del pensatore, anche quelle più fattive, come la riforma della burocrazia, sono utopiche, perché chiedono cose in cui troppi hanno smesso di credere, asserviti a logiche, fintamente, funzionali.
Esempio eccellente: la burocrazia che «si traduce in una rigida dicotomia dirigente-esecutore, rinchiude la responsabilità di ognuno in un piccolo settore, ma inibisce la responsabilità e la solidarietà di ognuno nei confronti dell’insieme del quale fa parte».
TEMPO PER GUADAGNARE RAZIONALITÀ. Un meccanismo esemplificato bene dall’esempio, nel libro, dell’utente che viene rimbalzato di telefono in telefono, di ufficio in ufficio, perché la cosa non si sa a chi spetti. Non basta razionalizzare i numeri e i meccanismi se poi viene meno la capacità di valorizzare anche le qualità creative e strategiche del singolo impiegato.
A chi lo dimentica, Morin lo ricorda, quasi con forza monumentale: «Una piena comprensione esige apparenti perdite di tempo, che in realtà sono guadagni di razionalità».

di Maria Rosaria Iovinella, Lettera43

27 aprile 2012

Tutti pazzi per Gramsci

The Gramscian Moment è il titolo di un recente libro del britannico Peter Thomas vincitore del Premio internazionale Sormani. E di autentico “momento gramsciano” si deve parlare, gettando lo sguardo ben oltre le frontiere. Ma sarebbe un errore ritenere che questo momento sia cominciato tra il 2011 e i primi mesi del 2012, quando un’autentica profluvie di libri, richiamati più o meno correttamente dai media, si è abbattuta nelle librerie italiane, e l’alluvione continua.    La Gramsci-Renaissance data dal 2007, quando si celebrarono, in una misura e con una intensità mai viste, i 70 anni dalla morte. Fu un anno eccezionale, con convegni che cominciarono in Australia e percorsero il globo, toccando decine di Paesi. E, mentre cominciavano a uscire a stampa i primi volumi dell’Edizione Nazionale degli Scritti, si presentava, anche grazie al lavoro nel-l’ambito di quella impresa gigantesca, e a quello svolto per la Bibliografia Gramsciana Ragionata (BGR) e per il Dizionario Gramsciano, una nuova generazione di studiosi, che a Gramsci guardava con occhi freschi, non condizionata dai dibattiti del passato. Qualcuno disse: finalmente si potrà semplicemente leggere Gramsci come “un classico”. Ma così non è e così in fondo non può essere. Antonio Gramsci fu e rimase un rivoluzionario e un comunista fino all’ultimo suo giorno – che cadde esattamente 75 anni or sono, in una clinica romana dopo un decennio di detenzione e patimenti inenarrabili – il 27 aprile 1937. Ma fu anche un pensatore, sicuramente il più profondo e originale pensatore dell’Italia del Novecento; ma anche uno dei più stimolanti analisti del “moderno”: storico e storiografo, filosofo e pedagogista, teorico della lingua e della letteratura, scienziato politico. E, last but not least, uno scrittore impareggiabile, che nelle sue lettere ha toccato altissimi vertici di umanità e di multiforme capacità letteraria.    SONO QUESTE le ragioni della rinascita di attenzione a Gramsci, oggi uno degli autori italiani di ogni epoca più tradotti e studiati nel mondo? Indubbiamente. Ma come testimoniano le polemiche ricorrenti, scatenate da sedicenti nuove interpretazioni o pretese “rivelazioni”, non si discute solo in merito al teorico e lo scrittore, ma sempre comunque sui connotati politici della sua opera teorica e pratica: dei risultati che ebbe quando egli era un giovane giornalista del Partito socialista, o quando divenne direttore del settimanale poi quotidiano L’Ordine Nuovo, colonna del Partito comunista, fondatore de l’Unità, fino a quando giunse, dopo un’aspra battaglia interna, a prendere la guida del Partito, poco prima dell’arresto nel novembre ’26. Di quei tempi fu la rottura con Togliatti, su cui poi tanta speculazione si fece. Il dissenso nasceva dalla differente valutazione, positiva per Togliatti, critica e preoccupata per Gramsci, delle lotte interne al Partito sovietico.    È la vicenda della lettera da Gramsci scritta per i compagni russi e affidata a Togliatti, che, d’accordo con Bucharin non la consegnò, suscitando l’aspra reprimenda di Gramsci e una greve risposta di Togliatti. Fu quello, dell’ottobre ’26, l’ultimo contatto fra i due, che non ebbero più modo di parlarsi. Del resto mentre Gramsci cominciava il suo calvario, Togliatti vestì i panni di dirigente dell’Internazionale Comunista, condividendone responsabilità, anche se non fu mai un piatto esecutore degli ordini di Stalin, spesso anzi cercando di portare avanti una linea di riserva. Ma certo fu completamente dentro quella storia, da cui Gramsci invece fu escluso. E non come qualcuno ha scritto, scioccamente, perché “per sua fortuna” era in carcere, ma perché il suo comunismo, su cui continuò a riflettere, era oggettivamente diverso. E lo era stato fin dal suo affacciarsi alla Torino industriale, dove conobbe gli operai, “uomini di carne ed ossa”, quando mise l’accento sul fattore umano e quello culturale. E cominciò a elaborare un socialismo che ne tenesse conto. Doveva essere un movimento di liberazione il socialismo, di uomini (e donne: la sua attenzione all’altra metà del cielo fu costante), non sostituire un’oppressione ad un’altra. Quel socialismo era umanistico, e tale rimase anche dopo la trasformazione in comunismo. Ma l’umanesimo gli giungeva non solo dal contatto diretto con i proletari, ma dalla stessa attenzione alla cultura. E anche quando, nei primi anni Venti, la bolscevizzazione toccò tanto il Pcd’I, quanto lo stesso Gramsci, egli non perse lo zoccolo duro, umanistico e insieme critico, della propria concezione di comunismo . Perciò, quando crollò il Muro, nel 1989, trascinando sotto le macerie la quasi totalità della tradizione marxista, Gramsci non solo si salvò, ma ne emerse come un trionfatore.

ERA IL PORTATORE di un altro socialismo possibile. Sconfitto politicamente, in una determinata fase storica, ma non filosoficamente ed eticamente. Dunque, il momento gramsciano, sia nel livello alto degli studi, sia in quello basso, talora infimo, e persino volgare, di polemiche spicciole, e infondate, magari ammantate di scientificità, non accenna a finire: perché dietro l’analista acuto e sofferto della sconfitta della rivoluzione in Occidente, nella lunga meditazione carceraria, emerge il teorico di un’altra rivoluzione possibile, magari attraverso gli strumenti culturali, capaci di sostituire al dominio fondato sulla coercizione l’egemonia basata sul consenso. E il suo motto fondamentale rimane pur sempre il primo dei tre che campeggiano sulla testata de L’Ordine Nuovo: “Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”.

di Angelo d’Orsi, IFQ

Sopra, Togliatti; sotto, Gramsci.

27 aprile 2012

400 nuove “auto blu”: frenata dopo la rabbia in Rete

Mentre gli italiani stringono la cinghia, sentir parlare di 400 nuove auto blu rischia di far saltare le coronarie e scatena la rabbia su Internet – e sembra importare a pochi che poi il governo cerchi di placare gli animi con un chiarimento che suona come una retromarcia.    Tutto è cominciato con una vicenda che Il Fatto aveva denunciato lo scorso gennaio. Sul sito del ministero dell’Economia viene pubblicato un bando di gara che prevede l’acquisto di 400 “berline” di cilindrata massima 1600 cc, con un tetto di spesa di 10 milioni di euro. Anche allora le polemiche furono feroci, ma si placarono presto con un chiarimento di Palazzo Chigi. Eppure, in un Paese in cui già circolano 60 mila vetture pagate apposta per scarrozzare politici e amministratori, manager pubblici e vertici delle forze armate, la vicenda è continuata a covare: è bastata pochi giorni fa l’interrogazione dell’onorevole Idv Antonio Borghesi per far divampare rabbia e polemiche.    Che il tema interessi ai cittadini, lo dicono i numeri: l’articolo sull’interrogazione di Borghesi sul sito dell’Espresso, è stata condivisa 37 mila volte, un numero record.

SU TWITTER, l’hashtag “Auto Blu” è caldissima da due giorni, e gli interventi degli utenti non lasciano spazio a dubbi: “Lo Stato compra 400 auto blu. E quando le sommergerete di monetine, ricordatevi che le avete pagate voi” twitta “@comeprincipe”; “Cioè: io devo pagare l’IMU e questi comprano 400 auto blu nuove? Poi dice che uno s’incazza” , il lineare ragionamento di @RenatoSavoia; “Lo Stato compra 400 auto blu. Gli piace essere messo alla berlina” il sempre castico commento di @LiaCeli. Anche su Facebook monta la protesta: vari, cliccatissimi gruppi di utenti, chiedono: “Portiamole a 40.000 unità” – un numero ritenuto comunque elevato da molti –, ma i “mi piace” si concentrano anche su: “Auto blu? Caro amico politico, puoi andare a piedi!”. Nel pomeriggio di ieri, l’esecutivo è costretto a intervenire: “Il governo – spiega Palazzo Chigi in una nota – non acquisterà nuove ‘auto blu’ nel 2012 e auspica, per le amministrazioni territoriali, l’adozione di un’analoga impostazione”.

IL BANDO di gara della Consip, aggiungono, “è pensato soprattutto per le esigenze delle Forze dell’Ordine e di quelle che svolgono servizi di utilità sociale e non determina automaticamente l’acquisto di nuove autovetture: è un accordo quadro che può essere utilizzato dalle pubbliche amministrazioni per soddisfare le necessità di spostamento sul territorio” e “per dare la possibilità di fare la gara era necessario valutare il fabbisogno di auto nei prossimi anni”. Vuol dire che le auto non verrano acquistate quest’anno e che il bando – l’acquisto delle vetture è centralizzato dal Consip, e non spetta ai singoli enti – fa solo una previsione per gli anni a venire. Il governo ha fatto la sua parte ora tocca alle “amministrazioni territoriali” fare lo stesso. Borghesi, l’autore dell’interrogazione, grida vittoria: “Il governo è stato beccato con le mani nella marmellata e ha dovuto fare dietrofront”. L’Italia dei Valori, aggiunge, “presenterà una mozione per ridurre le auto blu, per bloccare l’acquisto di nuove vetture e per contestare il danno erariale agli amministratori che non rispettano la normativa”. Il costo delle 60 mila auto blu italiane è stimato tra i due e i quattro miliardi l’anno. Per molti cittadini, nei social network come nelle piazze, una follia.

Federico Mello. IFQ

27 aprile 2012

Bavaglio tecnico, che idea

Ideona: una legge bavaglio sulle intercettazioni. Siccome non l’aveva ancora avuta nessuno, se ne sentiva proprio la mancanza. Ieri ci ha pensato la ministra della Giustizia Paola Severino, al Festival del giornalismo. Lì la Guardasigilli ha detto anche cose pregevoli: la cronaca giudiziaria deve riportare “non solo le voci dei magistrati, ma anche quelle della difesa”; e i danni subiti dall’accusato poi assolto sono ingigantiti dalla lunghezza dei processi, che allontana a dismisura il momento del giudizio definitivo. Purtroppo, come tutti i suoi predecessori, la Severino non fa nulla né spiega come intende abbreviare i tempi. Eppure le soluzioni sono semplici: ridurre il contenzioso (Davigo e Sisti, in Processo all’Italiana edito da Laterza, spiegano come si fa) e le fasi del giudizio, che in Italia sono almeno cinque: indagini preliminari, deposito atti, udienza preliminare, primo grado, appello e Cassazione. Basta abolire il deposito atti e l’appello (fuorché in presenza di prove nuove) e rendere convenienti i riti alternativi (patteggiamento e abbreviato) bloccando la prescrizione al rinvio a giudizio, per dimezzare i tempi della giustizia e liberare enormi risorse finanziarie e umane. Sulla cronaca giudiziaria e sulla pubblicazione di atti d’indagine e intercettazioni, la Severino una soluzione la indica: ma è quella sbagliata. La stessa già battuta (fortunatamente con scarso successo) dal centrosinistra col ddl Mastella e dal centrodestra col ddl Alfano: “Filtrare” e “limitare” le notizie pubblicabili durante l’inchiesta perché “è nelle fasi interlocutorie delle indagini che più di frequente avviene la diffusione della notizia”. Dunque il pm o il gip dovrebbero “escludere le notizie che non sono rilevanti e attengono esclusivamente alla sfera personale delle persone interessate dal provvedimento, anche quando il provvedimento viene consegnato alle parti”, cioè non è più segreto. Nel 2012, in piena comunicazione globale, siamo ancora lì a spaccare il capello in quattro per distinguere fra notizie pubbliche e pubblicabili, e fra giornali e blog (che, per la Severino, “fanno più danni dei giornali”). Una follia e una sciocchezza. Una follia perché, una volta notificati gli atti (si spera completi) agli avvocati, questi non hanno alcun dovere di mantenere il segreto, nemmeno sulle notizie non penalmente rilevanti, anzi hanno spesso l’interesse a farle trapelare. Una sciocchezza perché ciò che non è rilevante per il pm o per il gip può esserlo, e molto, per il giornalista e per i lettori, cioè per i cittadini elettori. Al magistrato interessano i reati, al cittadino (e dunque al cronista che ha il dovere di informarlo) anche le questioni etiche, deontologiche, politiche e persino personali, se si parla di un personaggio pubblico che magari predica bene e razzola male. Altro che “secretare informazioni che metterebbero in crisi le indagini” e “intercettazioni non rilevanti per il procedimento” per “salvaguardare la sfera personale”. La secretazione delle notizie a fini investigativi è già prevista dal Codice. Quanto alla sfera personale dell’indagato o, ancor di più, del non indagato, è già protetta dalla legge sulla privacy, che prevede sanzioni penali. Esempio: Bossi non è indagato, ma se il suo tesoriere tiene la sua famiglia allargata a libro paga coi “rimborsi elettorali”, gli elettori lo devono sapere. E devono sapere se Formigoni, non indagato, si fa pagare le vacanze da un faccendiere che ingrassa grazie all’amicizia con lui nella sanità convenzionata. La ricetta per garantire una cronaca equilibrata non è dunque filtrare e secretare, ma al contrario fornire ai cronisti tutte le carte dell’inchiesta non coperte da segreto, e anche delle indagini difensive. Intercettazioni comprese. Spetta poi al cronista pubblicare quelle di interesse pubblico e lasciar perdere le altre. Se sbaglia o diffama o viola la privacy, paga. Ma almeno ha il quadro completo dei fatti. E, se qualcuno ha paura dei fatti, sono affari suoi: male non fare, paura non avere.

di Marco Travaglio, IFQ

26 aprile 2012

Hollande, svolta a sinistra

La sterzata a destra di Nicolas Sarkozy si accentua ogni giorno di più, il suo linguaggio ricalca quello di Marine Le Pen, le sue proposte quelle del Fronte nazionale, anche se annuncia che non ci saranno accordi con i lepenisti per il ballottaggio. Per cominciare, il tema dell’immigrazione è tornato al centro dei suoi infiammati discorsi. Non solo intende “combattere l’immigrazione illegale e legale” riducendo della metà i nuovi arrivi, ma, esattamente come Marine e suo padre, dipinge i lavoratori stranieri alla stregua di zavorra parassita: “Se non controlliamo l’immigrazione, la prima conseguenza sarà l’aggravamento del deficit dei nostri regimi sociali”, sanità e pensioni su tutti.

BALLA colossale, ma tutto fa brodo per attirarsi le simpatie degli elettori lepenisti. Tonitruante e senza freni, Sarkozy non esita a dire cose contraddittorie rispetto al pensiero e all’azione del suo stesso governo. È il caso di un altro cavallo di battaglia del Fronte lepenista, la “preferenza nazionale”, o “i francesi innanzitutto”, per quanto concerne ogni forma di prestazione sociale: sanità, lavoro, alloggio. Ecco che cosa ne pensava, non più tardi di martedì, il ministro Bruno Le Maire: “Noi crediamo alla nazione, noi crediamo alla responsabilità… ma non si tratta certo di introdurre la preferenza nazionale. Ci sono dei limiti che la nostra famiglia politica non oltrepasserà”. Ed ecco le parole di Sarkozy ieri, a ventiquattr’ore di distanza: “Io sono per la preferenza comunitaria, ma non vedo perché non si possa essere per la preferenza nazionale”. Ha smentito uno dei suoi più stretti collaboratori (Le Maire ha redatto il suo programma presidenziale), ma soprattutto ha sdoganato di botto uno degli slogan più odiosi del lepenismo.    Tra i primi a insorgere è stato François Bayrou, il leader centrista detentore del 9 per cento dei consensi al primo turno: “Sarkozy si allinea a Marine Le Pen, svende i valori repubblicani”. Martedì, del resto, il presidente uscente aveva concesso a Marine Le Pen, senza che nessuno glielo chiedesse, un nuovo statuto: “È compatibile con la Repubblica”, aveva detto. Ieri ha precisato: “Se partecipa alle elezioni vuol dire che è compatibile. Ciò non significa che bisogna stringere accordi con il Fronte. Non c’è in vista nessun negoziato, nessun ministero per Marine Le Pen e i suoi”. Ma il brevetto di “repubblicana” glie-l’ha concesso, ed è la prima volta che accade da trent’anni a questa parte. Tra uno sproloquio anti-immigrati e l’altro, non poteva mancare l’accusa ai socialisti di voler attuare “regolarizzazioni di massa” una volta al potere, e di voler concedere il diritto di voto ai cittadini extracomunitari.

FRANÇOIS Hollande, che davanti al moltiplicarsi delle provocazioni mantiene una calma ammirevole, ha messo i puntini sulle “i”: “Nessuna regolarizzazione di massa, e per quanto riguarda il diritto di voto agli stranieri extracomunitari è uno degli obiettivi del mio futuro quinquennato, da attuarsi entro il 2014”. Ha poi specificato il socialista Arnaud de Montebourg che si parla di “persone regolarmente residenti sul territorio nazionale, che pagano le tasse e, quando lavorano, i contributi: costoro devono partecipare alla vita locale”, e quindi alle elezioni comunali e regionali. Sarebbe ora: la proposta figurava già nel programma di François Mitterrand nel 1981, ma non se ne è mai fatto nulla. Se l’uno sbraita, l’altro tira dritto. Ieri François Hollande ha assaporato con grande soddisfazione l’invito ai governi a stringere un “patto per la crescita” pronunciato da Mario Draghi, e apprezzato persino da Angela Merkel.    Il candidato socialista, che Sarkozy voleva velleitario e isolato nell’ambito comunitario, comincia a trovare sponde molto importanti, che fino a ieri gli sembravano precluse. Si è anche impegnato a ritirare le truppe francesi dall’Afghanistan, “fin dal giorno dopo la mia elezione”. Alla riconferma di Sarkozy ormai non crede più nessuno, tantomeno nelle capitali europee. I sondaggi condotti dopo il primo turno sono del resto assai unanimi: collocano François Hollande tra il 56 e il 54 per cento, Sarkozy tra il 44 e il 46. Ciò detto, ci sono ancora dieci giorni di campagna elettorale.

di Gianni Marsilli, IFQ

26 aprile 2012

A sud, bombe al Napalm e gas chimico

In ottobre, il bilancio delle azioni angloamericane raggiunse le 16.000 tonnellate di bombe sganciate. L’accanimento superò ogni limite, tanto che in quei raid vennero sperimentate miscele chimiche devastanti contenute in serbatoi da 110 galloni che sarebbero poi diventate protagoniste nella guerra del Vietnam vent’anni piu tardi: il famigerato Napalm. A Bari, la tragedia nella tragedia rivelò l’inquietante verità destinata a rimanere segreta. Era la notte tra il 1° e il 2 dicembre 1943, quando un raid tedesco di 105 aerei sul porto provocò l’affondamento di 17 navi alleate (cinque americane, quattro inglesi, tre norvegesi, tre italiane, due polacche), in gran parte della classe Liberty ships che trasportavano anche bombe, e un migliaio di vittime tra i civili. Molti di quei morti furono provocati dalla distruzione della nave statunitense John Harvey, che aveva attraccato quello stesso pomeriggio e trasportava un micidiale carico top secret di 91 tonnellate d’iprite, gas di solito utilizzato per la guerra chimica. Il gas era contenuto in 2000 bombe dal peso di 45,5 chili l’una e doveva servire a un’eventuale rappresaglia in caso di uso di armi chimiche da parte della Luftwaffe. La nave affondò con l’equipaggio non lontano dal porto barese, le bombe si aprirono e il gas contaminò le acque al largo della città (…)

I MARINAI che si gettavano in mare dalle altre navi colpite furono ben presto investiti e impregnati dalla micidiale sostanza. I vapori dell’iprite si sparsero in tutto il porto, bruciando la pelle e contaminando i polmoni dei sopravvissuti. Oltre ottocento militari furono ricoverati per ustioni o ferite. Tra questi, 617 risultarono intossicati dall’iprite. A Bari ne morirono 84, gli altri persero la vita in altri ospedali in Italia, in Nordafrica e negli Stati Uniti, dove erano stati trasferiti a causa della gravità delle loro condizioni. I civili morti per le stesse cause furono non meno di 250. L’ultima vittima si spense, fra atroci sofferenze, un mese dopo il bombardamento. Racconta Augusto Carbonara, un barese protagonista di quelle ore: “All’ospedale neozelandese installato nel non ancora finito Policlinico della città, cominciarono ad arrivare i primi feriti. Molti, piu che colpiti dalle esplosioni, erano provati dall’effetto del gas vescicante. Ma non si sapeva che fosse stato il gas a provocare tali effetti, perché, sul momento, nessuno lo intui. Chi non poté cambiarsi di sua iniziativa rimase con gli abiti zuppi d’iprite, che non solo agì sulla pelle, ma fu assunta attraverso le vie respiratorie. I primi inspiegabili collassi si ebbero dopo cinque o sei ore dalla contaminazione. Dopo, seguirono le prime morti, quasi improvvise, di gente che qualche minuto prima sembrava stesse per riprendersi. Tutti avevano la pelle piena di vesciche. Sulle ascelle, linguine e i genitali la pelle si staccava come per le ustioni piu gravi”. Gli angloamericani cercarono di coprire la verità, ma non potevano far finta di nulla: c’era chi sollecitava spiegazioni su quelle morti insolite. Così fu spedito a Bari un esperto per studiare una versione credibile sull’accaduto. A pochi giorni dal bombardamento, arrivò nel capoluogo pugliese il colonnello Stewart Alexander, già consulente medico per il settore della chimica di guerra nel quartier generale di Eisenhower. Presentò una prima relazione al quartier generale di Algeri il 27 dicembre 1943. Il rapporto, rigoroso pur senza approfondire le ragioni della presenza del gas sulla nave americana, fu approvato da Eisenhower che lo fece archiviare senza alcuna conseguenza.

WINSTON Churchill andò oltre nell’operazione di occultamento: pretese che dal testo venisse cancellata la parola “iprite” e che le ustioni fossero attribuite “ad azione nemica”. In ogni caso, il premier britannico si oppose sempre con decisione all’istituzione di una commissione d’inchiesta. Dopo tutte quelle pressioni politico-militari, la versione ufficiale di comodo fu infine che le ustioni sulle vittime si dovevano a semplici “dermatiti” provocate da cause “non ancora individuate”. Tutto ignoto, quindi con decessi avvenuti quasi per caso. Era la verità di comodo alleata, che metteva la sordina sulla presenza in una nave alleata di devastanti gas chimici vietati dalla Convenzione di Ginevra. (…) Di certo, tra il 1955 e il 2000 piu di duecento pescatori hanno presentato delle denunce per ustioni di varia entità attribuite al «gas mostarda». E quasi una mini Hiroshima italiana, nelle acque baresi. Un capitolo oscuro e silenzioso di cui gli Alleati ancora si vergognano. Solo nel 1993, in una pubblicazione ufficiale medica dell’esercito statunitense si ammise la presenza dell’iprite sulla John Harvey. In questo modo secco: “La nave statunitense John Harvey che trasportava munizioni di gas mostarda ancorata nel porto fu attaccata dai tedeschi e distrutta. La contaminazione dell’acqua e delle zone circostanti fece oltre 600 vittime”.

di Gigi Di Fiore, IFQ

della Liberazione    Gigi Di Fiore    RIZZOLI    360 PAGINE    19 EURO

26 aprile 2012

Un 25 aprile di resistenza: “Assassini e vittime non sono uguali”

Un 25 aprile questa volta diverso. Ricordato in tutta Italia da “vecchi” e “nuovi” partigiani. Ma con una novità rispetto alle ultime celebrazioni: la gente che ha partecipato ai cortei ha voluto operare una cesura netta con i revisionismi da bar dello sport in voga negli ultimi anni. Quel mettere sullo stesso piano torturati e torturatori, vittime e assassini per un malinteso senso della pacificazione nazionale. “I morti non sono sempre tutti uguali, c’era chi ha combattutto per la libertà e il riscatto del Paese e chi, invece, stava dalla parte del fascismoedelnazismo”, ci dice un ragazzo del Liceo Mamiani durante il corteo di Roma.

CINQUEMILA persone almeno, tanti anziani, tantissimi giovani, i medaglieri delle associazioni partigiane e delle brigate ebraiche, le bandiere di Pd, Sel, Rifondazione comunista, tantissima gente comune e soprattutto famiglie intere. Che dal Colosseo hanno sfilato fino ad uno dei luoghi simbolo della resistenza romana, Porta San Paolo dove l’8 settembre del 1943 iniziarono i primi scontri con le truppe naziste. C’è il cippo che ricorda i caduti, partigiani e militari, più volte imbrattato da scritte fasciste. E c’è una sola corona di alloro a ricordare il sacrificio di tanti, è quella della Provincia di Roma governata da Nicola Zingaretti e dal centrosinistra. Non ci sono quelle del Comune e del sindaco Gianni Alemanno, né quella della Regione Lazio della governatrice Renata Polverini. “Si saranno distratti”, dice un anziano dirigente dell’Anpi. Le polemiche non mancano. “Non sono stato invitato e non ne faccio un dramma”, dice il sindaco Alemanno. Renata Polverini, invece, era stata invitata, ma non ha partecipato al corteo per il timore di contestazioni. “L’Anpi – dice in una dichiarazione – mi ha fatto capire che la mia presenza non era opportuna. Ma io sono antifascista, e i fascisti sono quelli che mi hanno impedito di partecipare”. L’associazione dei partigiani taglia corto. La Presidente non è venuta e noi “la ringraziamo per il suo senso di responsabilità”. “Meglio così”, replica una donna anziana, “cosa c’entrano loro con l’antifascismo? Non dimentichiamo la croce celtica che il sindaco porta al collo, né le tante foto dove la Polverini si esibisce in saluti romani”. Nel corteo e tra i dirigenti delle associazioni partigiane gira voce che alla Polverini e ad Alemanno era stato chiesto di esprimere una condanna netta per i rigurgiti di fascismo a Roma. Scritte che inneggiano alla repubblica sociale, aggressioni a sedi di partiti e militanti antifascisti, e tanti occhi di riguardo rivolti a Casa Pound. Mario Bottazzi è il partigiano che è stato vittima di una pesante contestazione da parte dei neofascisti. Lo avevano invitato a parlare in un liceo ma è stato interrotto da alcuni giovani di Forza Nuova. “Era solo una provocazione, mentre stavo parlando della Resistenza, tre-quattro ragazzi mi hanno strappato il microfono per chiedermi dei crimini dei partigiani. Li ho affrontati”. Ma per capire che aria tira in tema di rifiuto della rilettura della storia, bastano le parole del colonnello Carlo Cadorna, figlio del generale Raffaele Cadorna, comandante del Corpo Volontari della Libertà. “Se oggi uno degli eroi morti qui si risvegliasse, troverebbe un mondo cambiato in tutto, ma allo stesso tempo troverebbe una situazione delle istituzioni uguale a quella degli anni Venti del secolo passato, quando il fascismo conquistò il potere. Abbiamo perso la nostra libertà, la corruzione e i partiti stanno uccidendo la democrazia”. La piazza applaude, come a Milano, dove parla la segretaria della Cgil Susanna Camusso. “Nessuno può permettersi di dimenticare chi ha liberato il Paese ed è stato dalla parte giusta, attenzione ai venti che stanno soffiando in Europa e nel nostro Paese, e al negazionismo”. Giornata di festa, ma anche di orgoglio. A Palermo il corteo per la Liberazione si apre con uno striscione dedicato a Placido Rizzotto, il sindacalista-partigiano ucciso dalla mafia a Corleone, e non ha voluto unirsi alle autorità e ai rappresentanti istituzionali. A Milano l’assessore regionale Zambetti è stato fischiato quando ha citato il governatore Formigoni. Contestazioni ad esponenti del Pdl anche a Salerno ed Ascoli Piceno. Mentre a Torino, alla vigilia del 25 Aprile, sono stati i “No Tav” a contestare gli esponenti dell’ Anpi al grido di “siamo noi i nuovi partigiani”.

SCONTRI a Cagliari, dove nella Piazza intitolata ad Antonio Gramsci era stata organizzata una manifestazione in ricordo dei caduti di Salò. Un gruppo di partecipanti al corteo per la Liberazione (che si è concluso con Bella ciao cantata in onore di Rossella Urru), ha occupato la piazza scontrandosi con la polizia. Polemiche a Prato per la singolare decisione di vietare l’esecuzione di “Bella ciao” durante la celebrazione ufficiale. La disposizione di non far eseguire la canzone simbolo della Resistenza nei momenti immediatamente successivi alla tradizionale deposizione della corona, sarebbe stata del direttore della banda musicale, che avrebbe recepito disposizioni della prefettura basate su una circolare del ministero dell’Interno di molti anni fa: un documento che indica quali sono gli inni da suonare durante le cerimonie ufficiali.

di Enrico Fierro, IFQ

Un momento della manifestazione di ieri a Roma (FOTO DLM) 

26 aprile 2012

“Il Quirinale parla contro i disperati che protestano”

A modo suo, Antonio Di Pietro difende l’uomo qualunque. Dice: “Giannini non so chi sia, ma io difendo l’uomo qualunque, cioè il cittadino normale. Le parole di Napolitano sono contro di lui, contro le persone disperate e che protestano. Ci manca davvero poco perché la rivolta sociale diventi violenta. Il capo dello Stato ha indicato il dito, come al solito. Non la luna”.    Qual è la luna, onorevole Di Pietro?    Lo spettacolo squallido dei partiti di oggi. L’anti-politica è l’effetto non la causa di questa situazione. Il problema non sono il dipietrismo o il grillismo campioni dell’anti-politica, il problema è questa politica squallida, che sta a guardare ed è incapace di prendere decisioni. E si arrabbia se a decidere è la magistratura.    Come nel Novantadue di Tangentopoli.    Esatto, ma c’è una differenza. Allora tra una monetina e l’altra, la gente sperò nel cambiamento. Adesso c’è solo disperazione contro questa classe politica che è al capolinea e andrebbe cacciata a calci nel sedere. La parole di Napolitano sono un attacco a questa gente. Avrebbe dovuto parlare prima, non fare come Ponzio Pilato.    In che senso?    Perché Napolitano non ha parlato nel periodo in cui ha governato il centro-destra? Berlusconi ha piegato le istituzioni ai suoi interessi, con le leggi ad personam. Questa è la vera anti-politica, non io o Grillo.    Ma lei teme Grillo?    Da me non sentirete mai una parola contro di lui. Il male è il politico che ruba non un comico che fa politica. Tra me e Grillo c’è una sola differenza.    Quale?    Io critico ma voglio costruire un’alternativa, lanciare un modello riformista e legalitario. Lui invece mira a sfasciare tutto e basta.    In ogni caso, dice Napolitano, il populismo e la demagogia di turno non lasceranno traccia. Un concetto simile a quello espresso da D’Alema qualche giorno fa.    Io non penso alla fine che faremo, non mi interessa. Penso che l’attacco di Napolitano alimenti il disegno di far disertare le urne e avere solo un voto costretto, ricattato, imposto per far eleggere questi politici. L’obiettivo è di fare tutta l’erba un fascio, ma non siamo tutti uguali. Noi facciamo politica e siamo gli unici a non prendere pomodorate nelle piazze.    Ma per il capo dello Stato c’è un filo tra i partiti e la Resistenza.    Dove sono questi partiti? I padri costituenti si saranno ribaltati nella tomba con le leggi ad personam e il Porcellum. I partiti di oggi sono traditori della Resistenza, non sono più figli di quella fase eroica. Il pericolo sono loro, non il qualunquismo o la demagogia.    Cioè l’anti-politica, secondo il Quirinale.    Chiedo al capo dello Stato: forse è anti-politica proporre l’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti, i referendum per l’acqua pubblica e contro il Porcellum e il nucleare? Perché Napolitano non prende in considerazione le nostre proposte di non candidare i condannati in primo grado, di non dare poltrone ai politici sotto processo, di reintrodurre il falso in bilancio? L’Italia dei Valori agisce secondo le regole della democrazia e fa l’opposizione.    Berlusconi non governa più.    Io sono felice che Monti abbia preso il suo posto. Ma oggi a pagare sono gli esodati e non gli evasori fiscali e le banche. Questo è il governo di don Rodrigo, che sta instaurando un nuovo feudalesimo.    Forse però si vota prima, nell’autunno prossimo.    Purtroppo e ripeto tre volte purtruppo, si voterà nel 2013 e al posto del Porcellum ci sarà una legge elettorale che consentirà ai partiti di tenersi le mani libere prima delle elezioni. Questo è il tavolo che ci stanno apparecchiando. Una nuova forma di prostituzione politica, eppure Napolitano se la prende con l’anti-politica.    Grillo a parte, il capo dello Stato sarà preoccupato anche dal voto di protesta alle presidenziali francesi.    Io avrei votato il socialista Hollande e non la La Pen. A me interessa rilanciare la foto di Vasto con Bersani e Vendola e costruire un’alternativa. Questa è anti-politica?

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

L’ex pm    Antonio Di Pietro    (FOTO EMBLEMA)

26 aprile 2012

Disinformafia

Massima solidarietà ai titolisti di Corriere, Giornale e Libero: l’altroieri se la son vista davvero brutta. Alla notizia del deposito delle motivazioni della Cassazione su Dell’Utri, non vedevano l’ora di sparare in prima pagina un bel “Dell’Utri innocente, ecco perché”, “Crolla il teorema dei pm”, “Vent’anni di gogna”. Insomma un bel replay dei titoli cubitali del mese scorso sul dispositivo e soprattutto sulla requisitoria (anzi arringa) del sostituto Pg Iacoviello. Poi han cominciato a leggere la sentenza e si son sentiti mancare: “Cazzo, ma la Cassazione è impazzita? Dice che Dell’Utri faceva da mediatore fra B. e Cosa Nostra, che è colpevole di concorso esterno, che B. pagava le cosche per star tranquillo. E ora come facciamo a titolare che non è successo niente”. Avevano anche pensato ai soliti alibi multiuso. Tipo “così fan tutti”, ma hanno rinunciato: è dura dimostrare che tutti mediano con la mafia o la pagano. O tipo “a loro insaputa”, ma han lasciato perdere: è difficile che qualcuno si beva la mafiosità per distrazione. E allora han ripiegato sulla soluzione Minzolingua: tacere la notizia in prima pagina e impapocchiare qualche frasetta nascosta all’interno. Per incredibile che possa sembrare, la Cassazione dice che B., tre volte premier, ha finanziato la mafia per 30 anni e il suo braccio destro Dell’Utri, creatore del suo partito e parlamentare da 16 anni, era il rappresentante di Cosa Nostra in casa B., ma sulla prima pagina del Corriere non c’è una sillaba. La notizia contraddice la linea del giornale, dunque va nascosta a pag. 6 (anche perché la prima è dominata da un’imperdibile foto di New York anni ‘10): a darle risalto, uno potrebbe pensare che avevano torto i vari Battista, Panebianco, Ostellino e ragione chi “demonizzava” la Banda B. Il Giornale, poi, ha già il suo daffare con le intercettazioni delle Papi Girl, affidate a un nuovo promettente giurista: Sgarbi. Ruby – sostiene – non era una prostituta perché B. “non la percepiva come prostituta” (la celebre prostituzione percepita) e “non esiste il reato di manutenzione minorile” (ma c’è un equivoco: tra i due, chi ha bisogno di manutenzione non è Ruby). La sentenza Dell’Utri invece se l’aggiudica Stefano Zurlo, a pag. 13: a suo dire la Cassazione ha smontato “18 anni di scavi di più Procure” ed è giunta a una “disarmante verità: il Cavaliere era ‘vittima’ di Cosa Nostra e Dell’Utri cercò di tenere alla larga la piovra”. In realtà i primi a sostenere che B. era vittima della mafia (consapevole, infatti la pagava) furono i pm Ingroia e Gozzo. Il fatto poi che Dell’Utri, per “tenere alla larga la piovra”, gli abbia messo un mafioso in casa per due anni, è puro avanspettacolo. Come la definizione di Mangano “stalliere al centro di mille presunti intrighi e crimini” (una condanna per mafia, una per droga, una per tre omicidi). Più comico ancora è Libero, che occulta la notizia in basso a pag. 11 e l’affida al solito mèchato. Il quale trova nella sentenza “qualche passaggio imbarazzante per B.”, tipo che nel 1974 incontrò i boss Bontate, Teresi, Di Carlo e Cinà prima di assumere Mangano, ma queste sono “rivelazioni extra-giudiziarie”. Che poi Dell’Utri lavorasse contemporaneamente per Cosa Nostra e per B. e che B. abbia finanziato Cosa Nostra per 30 anni non lo turba: i boss amici di Silvio e Marcello erano “mafiosi perdenti”, “di piccolo cabotaggio”, “poi spazzati via dalla mafia vera, i corleonesi”, mentre Mangano era solo “un mezzo mafioso di serie B”. Brava gente che si poteva tranquillamente foraggiare per “risolvere i problemi”: “Pagare il pizzo non è reato”. Libero Grassi e quelli come lui che per non dare soldi alla mafia si son fatti ammazzare sono dei poveri fessi. Se la mafia ti chiede il pizzo, è tuo preciso dovere morale pagare: “L’alternativa, ai tempi, era andare a vivere all’estero”. O chiamare i carabinieri e denunciare i mafiosi, ma il futuro statista pensò che non fosse il caso: meglio un mafioso in casa che uno sbirro alla porta.

di Marco Travaglio, IFQ

23 aprile 2012

Soltanto sobri annunci, tutti i bluff di Monti

 L’ultimo caso è quello del ministro Elsa Fornero: in teoria dovrebbe essere intenta a cercare risorse nel bilancio pubblico per salvare gli “esodati” da anni di indigenza tra lavoro e pensione, nel concreto si è limitata a suggerire alle aziende di riprenderseli, parlando di “nuove opportunità occupazionali”. Ma a misurare la distanza tra le promesse del governo Monti e la loro attuazione c’è soprattutto il negoziato partito a Roma tra Comune e la lobby dei tassisti: i conducenti non soltanto hanno evitato l’aumento delle licenze, protestando contro la legge che impone loro di garantire il servizio pubblico, ma stanno addirittura strappando un aumento delle tariffe del 20 per cento, hanno schivato perfino la ricevuta obbligatoria, già votata dal Comune di Roma e mai applicata. Non stupisce certo che le liberalizzazioni nel decreto dei tecnici siano state presentate come un miracolo da +11 per cento del Pil (nel lungo periodo) e ora, per lo stesso governo, valgano meno dello 0,3 annuo.

   Il pareggio mancato

   La divergenza maggiore tra promesse e risultati è proprio nel dominio di Monti, il bilancio: “Non è questo governo che ha sottoscritto l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013”, ha ribadito più volte il premier, pur impegnandosi a rispettare la gabbia imposta a suo tempo da Bruxelles alla demagogia contabile di Silvio Berlusconi. Soltanto pochi giorni fa Monti ha annunciato le stime ufficiali del governo, nel Documento di economia e finanza: il deficit nel 2012 sarà lo 0,5 per cento, se la recessione si aggrava può diventare almeno 0,8. Una distanza consistente, di quasi 15 miliardi, dal deficit zero promesso ad Europa e mercati. Certo, dal Tesoro ribadiscono sempre che quello che conta è l’avanzo primario, il risparmio dello Stato che erode automaticamente il debito e che dovrebbe permettere all’Italia di rispettare i vincoli europei sulla riduzione dell’indebitamento (un ventesimo all’anno per la parte che eccede il 60 per cento del Pil) dal 2015. Ma questo virtuosismo si fonda su una disciplina di bilancio che finora l’Italia non ha mai saputo rispettare nell’intera storia Repubblicana. E se i mercati non hanno attaccato di nuovo i titoli di debito italiani (lo spread è “solo” a 400), si deve alla maggior credibilità di Mario Monti rispetto a quella di Berlusconi più che ai numeri: il rapporto tra debito e Pil nel 2012 sarà al 123,4 per cento, quattro punti più di quanto previsto un anno fa. E soprattutto in crescita, invece che calante.

   Le tasse e gli evasori

   Il premier tende a non scendere mai in dettagli, quando si parla di tasse, preferisce parlare di “sacrifici”. Ma ogni timore di batosta si sta realizzando: dall’Imu, necessaria per rimediare all’abolizione dell’Ici, alla carbon tax, un salasso previsto dalla delega fiscale in discussione che potrebbe far salire il prezzo della benzina ben sopra i due euro. Perfino lLa riforma del lavoro, a sorpresa, costerà 1,8 miliardi pagati da tasse sui biglietti aerei e taglio ai bonus fiscali per le auto e le case dei professionisti. E il nobile proposito di migliorare le abitudini alimentari per ridurre i costi a carico del servizio sanitario si traduce in un nuovo balzello, sullo junk food, i cibi spazzatura, come annunciato dal ministro della Salute Renato Balduzzi. Ogni mese qualche ministro lascia filtrare ai giornali amici, che prontamente rilanciano, l’arrivo di un fondo “taglia tasse”, che dovrebbe restituire ai contribuenti onesti l’incasso dalla lotta all’evasione fiscale. Ma Monti deve sempre smentire. Anche ieri , dal salone del mobile di Milano, ha ribadito che “non ci sono margini per una deroga al rigore”. Qualche flessibilità, o deroga, però c’è: la tassa sugli evasori protetti dallo scudo del 2009, più volte citata dal premier come prova dell’equità dei sacrifici, non funziona e continua a slittare. Se ne riparla a luglio, forse, visto che sembra più complicato del previsto superare il muro dell’anonimato.

   La spesa non si tocca

   Il ministro Piero Giarda sta lavorando alla spending review, annunciata da Monti fin dal suo discorso di insediamento in Senato, il 17 novembre, come alternativa razionale ai “tagli lineari” (riduzioni in percentuale) che praticava Giulio Tremonti. Ma pochi giorni fa, alla Stampa, Giarda ha chiarito che “dalla spending review non c’è da attendersi nessun tesoretto da destinare a una riduzione delle tasse”. Non è quindi molto chiaro perché allora il ministro ci stia lavorando tanto. Eppure i soldi servirebbero, non solo per le tasse ma anche per pagare le imprese creditrici verso la pubblicaamministrazione: da Bruxelles, lato Commissione europea, guardano con un certo sospetto i tentativi dell’Italia di tenere fuori bilancio i debiti commerciali, per migliorare le statistiche mentre le aziende muoiono. Il ministro Corrado Passera aveva annunciato pagamenti in Btp, sono rimasti pochi spiccioli, ora si parla di un rating (così, forse, le banche anticiperanno il dovuto). Davanti agli investitori asiatici, a marzo, Monti ha annunciato la vendita di beni pubblici, immobili e non solo, per 35-40 miliardi. Ma quello lo ha sempre promesso anche Silvio Berlusconi. Ovviamente senza farlo mai.

di Stefano Feltri, IFQ

23 aprile 2012

Politica, affari ed esercizi spirituali: i tronisti del Meeting di Cl

Che la politica fosse una delle strade maestre del movimento di Cl lo predicava già Don Giussani. Che forse però non ne aveva previsto la deriva a 5 stelle di yacht, aragoste e consulenze a troppi zeri che l’affaire Formigoni sta scoperchiando. Il governatore lombardo sta partecipando agli annuali esercizi spirituali di Comunione e Liberazione a Rimini, forse per cercare di ricordarsi delle ricevute delle vacanze extralusso alle Antille: “C’è un attacco politico e mediatico senza fondamento, quando ti tirano vagonate di fango ti sale l’adrenalina”. Rimini è Rimini, la passione tra Cl e la politica è un tratto che accomuna deputati, senatori e ministri di destra e sinistra che agitano la foglia di fico degli universali valori cristiani. Del resto, ai funerali del fondatore, nel 2005, si presentò mezzo parlamento: Berlusconi, Bersani, Mastella, Casini, Pera, Letta jr. Palco d’onore di questi reciproci corteggiamenti, il Meeting di Rimini. Un posto dove Dio e Mammona si danno affettuosamente la mano, davanti a un passeggio misto di famiglie con prole numerosa al seguito e uomini d’affari con occhiali scuri e affamati portafogli. Basta dare uno sguardo alla sezione “il Meeting e la politica” sul sito ufficiale: quasi nessuno s’è sottratto all’evangelica passerella. A partire, naturalmente , dagli storici leader della Dc: Forlani, Fanfani, Rognoni, Goria, Gava e molti altri negli anni 80-90, Giulio Andreotti nel 2006. Negli anni della Seconda Repubblica, all’appello non manca nessuno. Certo non il generoso Berlusconi, i cui rapporti con Cl risalgono alla fine degli anni ‘70 quando il cavaliere rampante finanziò il settimanale d’area “Il sabato”.

   Il periodo coincide con la fase piduista di B, ma agli ecumenici ciellini la circostanza non dava fastidio. Al Meeting fu invitato quattro volte: nell’87, nel 2000 e nel 2006 da capo dell’opposizione e nel 2002 con le effigie di presidente del Consiglio. Nessuna meraviglia: don Giussani l’aveva benedetto e investito con un imprimatur importante: “L’uomo della provvidenza”. E infatti, all’alba del nuovo millennio, folle di ciellini accolgono entusiaste B, tanto che l’Ansa batte un lancio intitolato “Berlusconi conquista Cl”, al netto dei consueti insulti alla magistratura che animano il discorso. Ma i guai giudiziari non sono mai stati pregiudiziali per i ciellini: invitarono anche Totò Cuffaro nel 2006, presidente della Regione Sicilia (allora imputato per mafia).

   Con la Lega, che in questi giorni condivide con Cl le grane giudiziarie, i rapporti sono più tempestosi. Il primo Bossi, quello dell’era rivoluzionaria, disse nel 1996: “Dovremo stare molto attenti a come si muovono questi sporcaccioni”. Poi le cose si appianarono e nel 2009, a Rimini sfilano Calderoli, Tosi, Zaia e Cota. Cl appoggerà i candidati padani alle Regionali del marzo successivo. Cota e Zaia restituiranno il favore – come ricorda Ferruccio Pinotti in “La lobby di Dio” – con dichiarazioni pubbliche contro la pillola abortiva. E i compagni? I ciellini non hanno mai amato i comunisti, ma dopo le mille svolte democratiche ci hanno un po’ ripensato. Tant’è che Bersani è stato ospite assiduo della kermesse agostana: da governatore del-l’Emilia Romagna, da ministro dell’Industria e da capo dell’opposizione. Una volta fu invitato perfino alla conferenza stampa di presentazione a Roma, in qualità di testimonial: “Il Meeting è l’occasione per tornare a casa con qualcosa di nuovo a cui pensare”. Tipo gli affari delle coop rosse, sempre presenti al PalaFiera con imponenti stand, per nulla infastidite (anzi) dai vicini della Compagnia delle opere, con cui spartiscono gli affari del Nord. Nel 2003 Bersani e Letta si aggregarono a Lupi, Alfano e Volonté dell’Udc, formando l’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà, l’abracadabra del “modello Formigoni”. E nel 2009, mentre incombevano le primarie per la segreteria del Pd, Bersani si fece un lungo giro di padiglioni ciellini, sorrisi e strette di mano per una giornata di campagna elettorale extra-territoriale. Lo accolse il compagno di intergruppo Lupi: “Ecco il mio candidato”. Ma siccome il Meeting è uno dei luoghi delle grandi decisioni, ci sono sempre andati più che volentieri anche i tecnici governativi. Mario Monti, come commissario europeo, soprattutto Corrado Passera, negli anni di Intesa era un habitué. Vedremo se quest’anno (il tema è il rapporto con l’infinito) si concederanno di nuovo.

di Silvia Truzzi, IFQ

Roberto Formigoni sul palco del Meeting di Rimini (FOTO ANSA)

23 aprile 2012

I quattro onorevoli a piede libero in Parlamento

Nicola Cosentino “libero” da gennaio

Sergio De Gregorio si vota a metà maggio

Adesso Roberto Formigoni chiede aiuto al popolo dei fax. Proprio lui, che con i video esilaranti e i twitter compulsivi ha colonizzato la Rete, affida ai fedelissimi il ritorno al vecchio terminale: in questo momento difficile – supplicano i suoi – “inviategli un fax con scritto ‘Presidente, siamo con te!’”. Ma non è solo il mezzo a trascinarci nel passato. È che il “popolo dei fax” è nato nel ’92, quando i cittadini indignati inondavano le redazioni dei giornali con i loro messaggi carichi di ‘vergogna’. Erano gli anni di Mani Pulite, quei giorni – dall’aprile del ’92 all’aprile del ’94 – in cui durante i lavori della Camera si parlò per 896 volte di autorizzazioni a procedere. Un po’ come in Lombardia, la regione presieduta da Formigoni: in nove mesi, tra assessori e consiglieri, ha sfornato 10 indagati. Bazzeccole in confronto a quello che è successo in Parlamento : nello stesso periodo, da luglio a oggi, ci sono quattro onorevoli che secondo i giudici dovevano essere arrestati. Invece siedono ancora nelle aule di Montecitorio e palazzo Madama. E per i cittadini che al posto loro non avrebbero avuto speranze di salvezza non è esattamente un paragone rasserenante . Che sia anche questo a far passare agli elettori la voglia di partecipare? C’è chi propone, come il Pd Francesco Sanna, “una class action dei parlamentari onesti contro chi sta devastando la nostra credibilità”. Lui è nella giunta per le immunità del Senato e domani sera alle 20.30 ascolterà la difesa di Sergio De Gregorio, il deputato Pdl per cui la procura di Napoli ha chiesto i domiciliari. È accusato di truffa e false fatturazioni nel-l’inchiesta sui fondi all’editoria per l’Avanti di Valter Lavitola: i pm credono che possa fuggire o commettere altri reati, la Giunta mercoledì prossimo valuterà se proporre all’Aula l’autorizzazione all’arresto, al massimo entro metà mese il Parlamento dovrebbe decidere se Sergio De Gregorio merita la custodia cautelare o è solo un perseguitato dalla giustizia. Negli ultimi trent’anni, la prima sorte è toccata solo ad Alfonso Papa, deputato Pdl coinvolto nell’affare P4: finì a Poggioreale il 20 luglio 2011, ci rimase 101 giorni e uscì dai domiciliari alla vigilia di Natale. Un precedente che nei palazzi viene rievocato in maniera solenne: ci vorranno altri trent’anni, dicono, prima che risucceda.

   Prima di Papa, che ora è tornato a sedersi sul suo scranno nella quarta fila dell’emiciclo, era toccato al senatore Pd Alberto Tedesco. Per due volte respinto il suo arresto, chiesto dai pm di Bari che indagano sugli affari della sanità pugliese. I suoi colleghi di scranno hanno detto no prima al carcere e poi ai domiciliari. E ora che la Cassazione ha emesso il suo verdetto definitivo (Tedesco “continua a mantenere relazioni e rapporti con burocrati e funzionari rimasti all’interno dell’amministrazione sanitaria grazie anche al suo rilevante ruolo politico di senatore della Repubblica”) palazzo Madama continua ad aprirgli ogni mattina il portone con tutti gli onori del caso: il Senato si è già pronunciato e, secondo il principio del ‘ne bis in idem’, non lo rifarà più. Non ci esprime due volte sulla stessa cosa.

   Poi è stata la volta di Marco Milanese, l’ex braccio destro del ministro Giulio Tremonti accusato di corruzione, rivelazione di segreto d’ufficio e associazione per delinquere. I pm chiedevano che andasse in carcere da luglio, la Camera lo costrinse a un’estate sulle spine, poi a settembre lo salvò, anche se con soli 7 voti di scarto. Ora anche lui passa giornate serene tra il Transatlantico e la buvette. E poi c’è Nicola Cosentino, che si è concesso perfino il bis. La prima volta a dicembre 2009, la seconda a gennaio 2012, in entrambi i casi per i suoi legami con appartenenti al clan dei Casalesi. Due inchieste diverse, due volte il Parlamento ha deciso di tenerselo stretto.

di paola Zanca, IFQ

Marco Milanese salvato a settembre

Alberto Tedesco graziato a febbraio

23 aprile 2012

Qui Radio Minsk

È con viva costernazione che apprendiamo dell’intenzione di Rai1 di spostare “Qui Radio Londra” di Giuliano Ferrara dalle 20.30, dopo il Tg1 di cena, alle 14, dopo il Tg1 di pranzo. Per carità, è apprezzabile il riguardo mostratogli dalla Rai, che lo associa comunque all’ora del desinare. Ma è inaccettabile che lo voglia degradare sul campo con la scusa del crollo degli ascolti (passati dal 20% delle primissime puntate all’attuale 15 e qualcosa). Intanto perchè, se si dovesse punire chi fa perdere ascolti alla Rai, bisognerebbe cacciare quasi tutti i direttori di rete e di tg, cosa impossibile, sia perchè sono troppi, sia perchè sono stati assunti apposta. Qualcuno, per dire, ha mai obiettato alcunchè a Bruno Vespa, che nelle recenti prime serate di “Porta a Porta” con quel che resta dei leader di partito ha desertificato Rai1, portandola al 13 e poi addirittura al 10%? Un’azienda normale licenzierebbe in tronco per scarso rendimento e giusta causa sia lui sia chi ha avuto la bella idea di mandarlo in prima serata (fra l’altro, pagato extracontratto). Invece c’è pure il caso che gli arrivi il cestino a Natale. Ma che s’aspettavano i dirigenti Rai quando affidarono a Ferrara il posto che fu di Enzo Biagi? Che facesse ascolti? Basta esaminare il successo delle sue numerose imprese editoriali, televisive e politiche: una serie di fiaschi mai visti neppure in una cantina sociale. Fonda il Foglio e non lo legge nessuno (ma lo paghiamo tutti). Fonda il partito No Aborto e non lo vota nessuno. Si candida al Mugello e porta Forza Italia al minimo storico di tutti i tempi. Inventa “Otto e mezzo” e fa scappare la gente, poi arriva la Gruber e triplica gli ascolti. Lo sapevano tutti, compresi i suoi mandanti in Viale Mazzini e soprattutto a Palazzo Grazioli, che Ferrara su Rai1 avrebbe messo in fuga milioni di spettatori: addirittura più di quelli che Minzolingua e il suo degno erede Maccari, noti sfollagente, sono riusciti a far perdere in quattro anni al Tg1. In fondo, com’è noto, le reti berlusconiane han sempre sofferto gli ottimi ascolti di “Affari tuoi”: bastava sostituire al traino del Tg1 la palla al piede di Ferrara e il gioco era fatto. Al debutto, il 14 marzo 2011, “Qui Radio Londra” fece registrare il 20,63%. Il tempo di accorgersi che roba era, e due settimane dopo era già precipitata al 17. In settembre scese ancora: 16,5. Ora, nell’ultima settimana, è finita sotto il 16 per la gioia delle reti concorrenti (si fa per dire). Più in basso di così, a quell’ora e su Rai, è umanamente impossibile per via dell’effetto zapping: il riflesso condizionato del telespettatore medio, che lascia accesa la tv sul primo canale dopo il tg in attesa dei pacchi di “Affari tuoi” (che, nonostante la palla al piede che lo precede, registra ancora un ottimo 20%). Se, al posto di Ferrara, mandassero in onda il fermo immagine di un paracarro o di un radiatore spento, farebbe comunque il 15-16%. Insomma Ferrara ha svolto egregiamente il suo compito di buttafuori del pubblico. Missione compiuta. Rimproverarglielo e punirlo per questo, quando gli altri buttafuori vengono regolarmente premiati e i buttadentro vengono cacciati, sarebbe ingiusto, umiliante e impietoso. Infatti lui rifiuta la panchina pomeridiana e rilancia: “Ho controproposto al direttore di Rai1 Mazza di fare un commento di 2 minuti e mezzo in coda al Tg1”. Chissà se Mazza e gli altri papaveri Rai leggono Internazionale: qui di John Hooper del Guardian ricorda che Ferrara è un ex ministro e un impiegato di B., dunque “è grottesco che abbia dato al programma il nome della trasmissione della Bbc rivolta alla resistenza antinazista, come a dire che dà voce alle vittime di una dittatura”. Ed è “difficile immaginare un altro paese europeo, eccetto forse la Bielorussia, in cui un giornalista così sfacciatamente di parte possa ‘chiarire’ il senso delle notizie” sulla tv pubblica. Si attende ad horas una protesta ufficiale del governo di Minsk.

di Marco Travaglio, IFQ

21 aprile 2012

Per l’Europa il Tav è già archeologia (ferroviaria)

Alta velocità, addio? L’avvio del ripensamento arriva da dove meno te lo aspetti: dal presidente delle ferrovie tedesche, le più grandi ed efficienti d’Europa. Rudiger Grube annuncia in un’intervista al periodico Wirtschaftswoche, che i futuri treni veloci Ice non viaggeranno più a 300 chilometri l’ora, ma a 250. Basta e avanza per la Germania, spiega il manager. In Italia si va nella direzione opposta.    Ieri c’è stata per i giornalisti la corsa inaugurale Roma-Napoli di Italo, il treno di Ntv, la compagnia ferro-viaria privata di Luca di Montezemolo che gioca ogni sua carta sull’Alta velocità. Anche le Ferrovie dello Stato di Mauro Moretti hanno puntato da tempo tutto sull’Alta velocità, spesso trascurando il resto, dai treni regionali ai merci alle lunghe percorrenze. E prosegue    imperterrita pure la macchina per la costruzione di una linea ad Alta velocità perfino sulle Alpi, il famoso Tav Torino-Lione delle mille polemiche, nonostante i dati di traffico siano scoraggianti.    Gli scambi attraverso i valichi alpini, in realtà, non sono mai andati bene come negli ultimi tempi, nonostante la crisi. Con una vistosa eccezione, però: proprio il segmento occidentale tra Italia e Francia. Qui l’import e l’export segnano il passo, anzi, da un trentennio sono in costante e lenta caduta, salvo modeste ripresine, come a ridosso del 2000, per esempio. Dodici anni fa il traffico totale, importazione, esportazione e transito sulle Alpi italo-francesi arrivò a circa 34 milioni di tonnellate, ma nel 2010 (ultimi dati ufficiali disponibili) è stato di appena 23 milioni e mezzo, quasi un terzo in meno. Un arretramento vistoso, che dovrebbe far riflettere soprattutto i sostenitori a oltranza del Tav, ma che invece viene ignorato.

GLI ULTIMI DATI sul traffico merci attraverso l’arco alpino sono forniti da una fonte assolutamente neutra: l’Ufficio federale svizzero dei trasporti che utilizzando cifre proprie e dati acquisiti dai ministeri dei Trasporti francese e austriaco ha elaborato un report intitolato Alpinfo 2010. Il dossier riguarda tutti i tipi di traffici attraverso le Alpi: per ferrovia, per strada e autostrada, i transiti, le importazione e le esportazioni e i commerci interni di ogni singolo paese. È un lavoro accurato che dà spazio solo ai numeri e non concede nulla alle interpretazioni.    I numeri, allora, vediamoli. Nel 1980, le merci trasportate su strada o sui binari dei valichi dell’intero arco alpino da Ventimiglia al Brennero erano poco meno di 51 milioni di tonnellate, 30 anni dopo sono state 105 milioni, con una crescita percentuale di 107,2 punti. Nel-l’ultimo anno l’incremento è stato dell’11 per cento circa, ma con apporti assai diversi tra paese e paese, soprattutto per la quota di traffico di transito rispetto al volume complessivo. Mentre in Austria tale quota sfiora il 90 per cento e in Svizzera l’80, in Francia è di appena l’11,7 per cento.    La causa principale del carattere anemico degli scambi italo-francesi non è la mancanza o l’inadeguatezza delle infrastrutture ferroviarie, come qualcuno degli oltranzisti filo Tav suggerisce, e la riprova è data dal fatto che i traffici sono deboli anche su strade e autostrade. La costruzione di una nuova, moderna e costosa ferrovia tra Torino e Lione difficilmente potrebbe da sola compiere il miracolo producendo una novità e una scossa tali da invertire un andamento economico che appare consolidato.

SPIEGA ANGELO Tartaglia, esperto dei trasporti del Politecnico di Torino: “Mentre aumentano in modo considerevole gli scambi sulla direttrice nord-sud, tra l’Europa centrale e del nord e il Mediterraneo e il Maghreb fino ai paesi mediorientali, languono import ed export sulla direttrice est-ovest, quella attraversata dal Corridoio numero 5 e quindi dal Tav Torino-Lione che del Corridoio è un segmento. Su questa direttrice si sta verificando una progressiva saturazione strutturale degli scambi dovuta al fatto che questi ultimi sono sempre più collegati ai prodotti di sostituzione”.    Lo sviluppo dei commerci sulla linea nord-sud sarà favorito anche dall’allargamento del canale di Suez dove potranno transitare le grandi portacontainer da 11/12 mila teu, cioè 100 mila tonnellate. Invece di raggiungere i porti dell’Europa del nord, queste grandi navi provenienti dal Far East potranno puntare sugli scali italiani risparmiando 5 giorni di navigazione e alimentando il traffico alpino soprattutto attraverso i valichi svizzeri e austriaci.

di Daniele Martini, IFQ

Uno dei treni ad Alta velocità che circolano per l’Europa    (FOTO LAPRESSE)

21 aprile 2012

I bambini a cena alla mensa dei poveri

Sono tornati i bambini”. Quando lo racconta, ad Augusto D’Angelo si incrina leggermente la voce. Perché, per una volta, il ritorno dei bambini non è una buona notizia. Anzi. È il segno che la crisi sta colpendo anche loro. La Comunità di Sant’Egidio fornisce circa un migliaio di pasti a sera. Fino a qualche tempo fa il 90 per cento delle persone che riempivano la mensa era straniero. “Da qualche anno a questa parte – spiega D’Angelo, una delle anime di Sant’Egidio, docente universitario – la quota degli italiani è aumentata. Da essere un centinaio al giorno, oggi arrivano anche a 200. E fra loro, ci sono anche quattro o cinque bambini. Non sono tanti, ma sono il segnale che le famiglie non hanno neanche i soldi per assicurare loro un pasto al giorno, oltre quello che fanno a scuola”.

NEGLI ULTIMI decenni si è assistito a un lento scivolare nella povertà. Secondo i dati 2011 della Caritas, oltre otto milioni e 200 mila italiani (il 13,8 per cento dell’intera popolazione) vive in condizione di povertà relativa. Oltre tre milioni e 100 mila sono i poveri assoluti (con punte elevatissime nel sud Italia). I numeri degli ultimi mesi ancora non ci sono, ma l’impennata si vede senza bisogno di statistiche.    “È una povertà che coinvolge il ceto medio – prosegue da Sant’Egidio D’Angelo –, che comprende al suo interno dipendenti, ma anche commercianti e piccoli imprenditori. Lo capiamo nei centri di distribuzione dei pacchi alimentari”. Ogni pacco contiene, a seconda di quello che lasciano i donatori, un chilo di pasta, un barattolo di salsa, scatolette, ciò che serve per andare avanti qualche giorno. “Arrivano tante persone che prendono il pacco – ancora D’Angelo –, ma hanno bisogno soprattutto di parlare. Non che siano disinteressate al cibo, ma sono persone che fino a poco fa avevano un tenore di vita medio-alto e che ritengono di meritare di più di un chilo di pasta. Cercano una sponda, tentano di trovare alleati che li aiutino a resistere a una condizione di vita che non sentono propria”.

E COSÌ il disagio, oltre a essere economico, diventa anche psicologico. Perchè oltre all’umiliazione di dover ricorrere a un aiuto, concreto come un pacco di pasta, c’è il timore di non poter più migliorare le condizioni della propria famiglia. A Sant’Egidio chiedono un lavoro, una casa, tutto quello che spesso non riescono a trovare per le vie istituzionali. Perchè i servizi sociali non hanno soluzioni individuali e i percorsi sono quelli standard: la lista per la casa, il collocamento, il sussidio.    Il problema principale di chi si rivolge alle associazioni o agli enti benefici è il lavoro (chi non l’ha mai trovato o chi l’ha perso). Ma non solo: “La famiglia per anni è stata un grande ammortizzatore sociale – conclude D’Angelo –, oggi non riesce più a esserlo. Pensiamo a un padre separato, che ha dovuto lasciare all’ex moglie la casa coniugale e deve passare gli alimenti ai figli. Torna a vivere dalla madre, ma ha molti meno soldi a disposizione. Per cui deve contare sull’anziana e sulla sua pensione, che spesso non basta. O a chi si trova a dover affrontare una spesa improvvisa, magari per un accertamento medico, e non ha nè i soldi, nè una famiglia a cui chiederli” . O, peggio ancora, a una madre che si mette in fila per il pasto serale, con lo sguardo abbassato per la vergogna. Sono tornati i bambini.

di Silvia D’Onghia, IFQ

Una mensa per i poveri (FOTO ANSA) 

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