I bambini a cena alla mensa dei poveri

Sono tornati i bambini”. Quando lo racconta, ad Augusto D’Angelo si incrina leggermente la voce. Perché, per una volta, il ritorno dei bambini non è una buona notizia. Anzi. È il segno che la crisi sta colpendo anche loro. La Comunità di Sant’Egidio fornisce circa un migliaio di pasti a sera. Fino a qualche tempo fa il 90 per cento delle persone che riempivano la mensa era straniero. “Da qualche anno a questa parte – spiega D’Angelo, una delle anime di Sant’Egidio, docente universitario – la quota degli italiani è aumentata. Da essere un centinaio al giorno, oggi arrivano anche a 200. E fra loro, ci sono anche quattro o cinque bambini. Non sono tanti, ma sono il segnale che le famiglie non hanno neanche i soldi per assicurare loro un pasto al giorno, oltre quello che fanno a scuola”.

NEGLI ULTIMI decenni si è assistito a un lento scivolare nella povertà. Secondo i dati 2011 della Caritas, oltre otto milioni e 200 mila italiani (il 13,8 per cento dell’intera popolazione) vive in condizione di povertà relativa. Oltre tre milioni e 100 mila sono i poveri assoluti (con punte elevatissime nel sud Italia). I numeri degli ultimi mesi ancora non ci sono, ma l’impennata si vede senza bisogno di statistiche.    “È una povertà che coinvolge il ceto medio – prosegue da Sant’Egidio D’Angelo –, che comprende al suo interno dipendenti, ma anche commercianti e piccoli imprenditori. Lo capiamo nei centri di distribuzione dei pacchi alimentari”. Ogni pacco contiene, a seconda di quello che lasciano i donatori, un chilo di pasta, un barattolo di salsa, scatolette, ciò che serve per andare avanti qualche giorno. “Arrivano tante persone che prendono il pacco – ancora D’Angelo –, ma hanno bisogno soprattutto di parlare. Non che siano disinteressate al cibo, ma sono persone che fino a poco fa avevano un tenore di vita medio-alto e che ritengono di meritare di più di un chilo di pasta. Cercano una sponda, tentano di trovare alleati che li aiutino a resistere a una condizione di vita che non sentono propria”.

E COSÌ il disagio, oltre a essere economico, diventa anche psicologico. Perchè oltre all’umiliazione di dover ricorrere a un aiuto, concreto come un pacco di pasta, c’è il timore di non poter più migliorare le condizioni della propria famiglia. A Sant’Egidio chiedono un lavoro, una casa, tutto quello che spesso non riescono a trovare per le vie istituzionali. Perchè i servizi sociali non hanno soluzioni individuali e i percorsi sono quelli standard: la lista per la casa, il collocamento, il sussidio.    Il problema principale di chi si rivolge alle associazioni o agli enti benefici è il lavoro (chi non l’ha mai trovato o chi l’ha perso). Ma non solo: “La famiglia per anni è stata un grande ammortizzatore sociale – conclude D’Angelo –, oggi non riesce più a esserlo. Pensiamo a un padre separato, che ha dovuto lasciare all’ex moglie la casa coniugale e deve passare gli alimenti ai figli. Torna a vivere dalla madre, ma ha molti meno soldi a disposizione. Per cui deve contare sull’anziana e sulla sua pensione, che spesso non basta. O a chi si trova a dover affrontare una spesa improvvisa, magari per un accertamento medico, e non ha nè i soldi, nè una famiglia a cui chiederli” . O, peggio ancora, a una madre che si mette in fila per il pasto serale, con lo sguardo abbassato per la vergogna. Sono tornati i bambini.

di Silvia D’Onghia, IFQ

Una mensa per i poveri (FOTO ANSA) 

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