Posts tagged ‘demagogia’

26 aprile 2012

“Il Quirinale parla contro i disperati che protestano”

A modo suo, Antonio Di Pietro difende l’uomo qualunque. Dice: “Giannini non so chi sia, ma io difendo l’uomo qualunque, cioè il cittadino normale. Le parole di Napolitano sono contro di lui, contro le persone disperate e che protestano. Ci manca davvero poco perché la rivolta sociale diventi violenta. Il capo dello Stato ha indicato il dito, come al solito. Non la luna”.    Qual è la luna, onorevole Di Pietro?    Lo spettacolo squallido dei partiti di oggi. L’anti-politica è l’effetto non la causa di questa situazione. Il problema non sono il dipietrismo o il grillismo campioni dell’anti-politica, il problema è questa politica squallida, che sta a guardare ed è incapace di prendere decisioni. E si arrabbia se a decidere è la magistratura.    Come nel Novantadue di Tangentopoli.    Esatto, ma c’è una differenza. Allora tra una monetina e l’altra, la gente sperò nel cambiamento. Adesso c’è solo disperazione contro questa classe politica che è al capolinea e andrebbe cacciata a calci nel sedere. La parole di Napolitano sono un attacco a questa gente. Avrebbe dovuto parlare prima, non fare come Ponzio Pilato.    In che senso?    Perché Napolitano non ha parlato nel periodo in cui ha governato il centro-destra? Berlusconi ha piegato le istituzioni ai suoi interessi, con le leggi ad personam. Questa è la vera anti-politica, non io o Grillo.    Ma lei teme Grillo?    Da me non sentirete mai una parola contro di lui. Il male è il politico che ruba non un comico che fa politica. Tra me e Grillo c’è una sola differenza.    Quale?    Io critico ma voglio costruire un’alternativa, lanciare un modello riformista e legalitario. Lui invece mira a sfasciare tutto e basta.    In ogni caso, dice Napolitano, il populismo e la demagogia di turno non lasceranno traccia. Un concetto simile a quello espresso da D’Alema qualche giorno fa.    Io non penso alla fine che faremo, non mi interessa. Penso che l’attacco di Napolitano alimenti il disegno di far disertare le urne e avere solo un voto costretto, ricattato, imposto per far eleggere questi politici. L’obiettivo è di fare tutta l’erba un fascio, ma non siamo tutti uguali. Noi facciamo politica e siamo gli unici a non prendere pomodorate nelle piazze.    Ma per il capo dello Stato c’è un filo tra i partiti e la Resistenza.    Dove sono questi partiti? I padri costituenti si saranno ribaltati nella tomba con le leggi ad personam e il Porcellum. I partiti di oggi sono traditori della Resistenza, non sono più figli di quella fase eroica. Il pericolo sono loro, non il qualunquismo o la demagogia.    Cioè l’anti-politica, secondo il Quirinale.    Chiedo al capo dello Stato: forse è anti-politica proporre l’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti, i referendum per l’acqua pubblica e contro il Porcellum e il nucleare? Perché Napolitano non prende in considerazione le nostre proposte di non candidare i condannati in primo grado, di non dare poltrone ai politici sotto processo, di reintrodurre il falso in bilancio? L’Italia dei Valori agisce secondo le regole della democrazia e fa l’opposizione.    Berlusconi non governa più.    Io sono felice che Monti abbia preso il suo posto. Ma oggi a pagare sono gli esodati e non gli evasori fiscali e le banche. Questo è il governo di don Rodrigo, che sta instaurando un nuovo feudalesimo.    Forse però si vota prima, nell’autunno prossimo.    Purtroppo e ripeto tre volte purtruppo, si voterà nel 2013 e al posto del Porcellum ci sarà una legge elettorale che consentirà ai partiti di tenersi le mani libere prima delle elezioni. Questo è il tavolo che ci stanno apparecchiando. Una nuova forma di prostituzione politica, eppure Napolitano se la prende con l’anti-politica.    Grillo a parte, il capo dello Stato sarà preoccupato anche dal voto di protesta alle presidenziali francesi.    Io avrei votato il socialista Hollande e non la La Pen. A me interessa rilanciare la foto di Vasto con Bersani e Vendola e costruire un’alternativa. Questa è anti-politica?

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

L’ex pm    Antonio Di Pietro    (FOTO EMBLEMA)

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23 aprile 2012

Soltanto sobri annunci, tutti i bluff di Monti

 L’ultimo caso è quello del ministro Elsa Fornero: in teoria dovrebbe essere intenta a cercare risorse nel bilancio pubblico per salvare gli “esodati” da anni di indigenza tra lavoro e pensione, nel concreto si è limitata a suggerire alle aziende di riprenderseli, parlando di “nuove opportunità occupazionali”. Ma a misurare la distanza tra le promesse del governo Monti e la loro attuazione c’è soprattutto il negoziato partito a Roma tra Comune e la lobby dei tassisti: i conducenti non soltanto hanno evitato l’aumento delle licenze, protestando contro la legge che impone loro di garantire il servizio pubblico, ma stanno addirittura strappando un aumento delle tariffe del 20 per cento, hanno schivato perfino la ricevuta obbligatoria, già votata dal Comune di Roma e mai applicata. Non stupisce certo che le liberalizzazioni nel decreto dei tecnici siano state presentate come un miracolo da +11 per cento del Pil (nel lungo periodo) e ora, per lo stesso governo, valgano meno dello 0,3 annuo.

   Il pareggio mancato

   La divergenza maggiore tra promesse e risultati è proprio nel dominio di Monti, il bilancio: “Non è questo governo che ha sottoscritto l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013”, ha ribadito più volte il premier, pur impegnandosi a rispettare la gabbia imposta a suo tempo da Bruxelles alla demagogia contabile di Silvio Berlusconi. Soltanto pochi giorni fa Monti ha annunciato le stime ufficiali del governo, nel Documento di economia e finanza: il deficit nel 2012 sarà lo 0,5 per cento, se la recessione si aggrava può diventare almeno 0,8. Una distanza consistente, di quasi 15 miliardi, dal deficit zero promesso ad Europa e mercati. Certo, dal Tesoro ribadiscono sempre che quello che conta è l’avanzo primario, il risparmio dello Stato che erode automaticamente il debito e che dovrebbe permettere all’Italia di rispettare i vincoli europei sulla riduzione dell’indebitamento (un ventesimo all’anno per la parte che eccede il 60 per cento del Pil) dal 2015. Ma questo virtuosismo si fonda su una disciplina di bilancio che finora l’Italia non ha mai saputo rispettare nell’intera storia Repubblicana. E se i mercati non hanno attaccato di nuovo i titoli di debito italiani (lo spread è “solo” a 400), si deve alla maggior credibilità di Mario Monti rispetto a quella di Berlusconi più che ai numeri: il rapporto tra debito e Pil nel 2012 sarà al 123,4 per cento, quattro punti più di quanto previsto un anno fa. E soprattutto in crescita, invece che calante.

   Le tasse e gli evasori

   Il premier tende a non scendere mai in dettagli, quando si parla di tasse, preferisce parlare di “sacrifici”. Ma ogni timore di batosta si sta realizzando: dall’Imu, necessaria per rimediare all’abolizione dell’Ici, alla carbon tax, un salasso previsto dalla delega fiscale in discussione che potrebbe far salire il prezzo della benzina ben sopra i due euro. Perfino lLa riforma del lavoro, a sorpresa, costerà 1,8 miliardi pagati da tasse sui biglietti aerei e taglio ai bonus fiscali per le auto e le case dei professionisti. E il nobile proposito di migliorare le abitudini alimentari per ridurre i costi a carico del servizio sanitario si traduce in un nuovo balzello, sullo junk food, i cibi spazzatura, come annunciato dal ministro della Salute Renato Balduzzi. Ogni mese qualche ministro lascia filtrare ai giornali amici, che prontamente rilanciano, l’arrivo di un fondo “taglia tasse”, che dovrebbe restituire ai contribuenti onesti l’incasso dalla lotta all’evasione fiscale. Ma Monti deve sempre smentire. Anche ieri , dal salone del mobile di Milano, ha ribadito che “non ci sono margini per una deroga al rigore”. Qualche flessibilità, o deroga, però c’è: la tassa sugli evasori protetti dallo scudo del 2009, più volte citata dal premier come prova dell’equità dei sacrifici, non funziona e continua a slittare. Se ne riparla a luglio, forse, visto che sembra più complicato del previsto superare il muro dell’anonimato.

   La spesa non si tocca

   Il ministro Piero Giarda sta lavorando alla spending review, annunciata da Monti fin dal suo discorso di insediamento in Senato, il 17 novembre, come alternativa razionale ai “tagli lineari” (riduzioni in percentuale) che praticava Giulio Tremonti. Ma pochi giorni fa, alla Stampa, Giarda ha chiarito che “dalla spending review non c’è da attendersi nessun tesoretto da destinare a una riduzione delle tasse”. Non è quindi molto chiaro perché allora il ministro ci stia lavorando tanto. Eppure i soldi servirebbero, non solo per le tasse ma anche per pagare le imprese creditrici verso la pubblicaamministrazione: da Bruxelles, lato Commissione europea, guardano con un certo sospetto i tentativi dell’Italia di tenere fuori bilancio i debiti commerciali, per migliorare le statistiche mentre le aziende muoiono. Il ministro Corrado Passera aveva annunciato pagamenti in Btp, sono rimasti pochi spiccioli, ora si parla di un rating (così, forse, le banche anticiperanno il dovuto). Davanti agli investitori asiatici, a marzo, Monti ha annunciato la vendita di beni pubblici, immobili e non solo, per 35-40 miliardi. Ma quello lo ha sempre promesso anche Silvio Berlusconi. Ovviamente senza farlo mai.

di Stefano Feltri, IFQ

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