Archive for gennaio, 2010

29 gennaio 2010

L’integrazione a scuola e le circolari ministeriali di Mariastella Gelmini

Oltre un terzo degli alunni immigrati è nato in Italia     
Nell’anno scolastico 2008-2009 il numero degli iscritti stranieri di cittadinanza non italiana è arrivato a 628.937, con un incremento del 9,5% rispetto all’anno precedente. Un aumento, apparentemente, molto grande. Ma nel 2007-2008 l’aumento dei ragazzi immigrati nelle scuole italiane era stato del 14,4% e l’anno prima del 18,8%. Il   ritmo di crescita, insomma, è forte ma sembra essere in assestamento. In crescita, invece, il numero di alunni stranieri nati in Italia: sono 233.051. E rappresentano, di conseguenza, oltre un terzo del totale degli studenti immigrati. Dato che, presumibilmente, fa pensare conoscano l’italiano, proprio perché non sono nati nel paese d’origine. Nella scuola per l’infanzia sono iscritti 125.059   bambini non italiani e nella primaria 234.206 (l’8,3% del totale). Salendo di grado scolastico diminuisce il numero di alunni immigrati. A conferma che, oggi, il tema vero è che molti nascono qui (non arrivano, quindi, in seguito). Alle medie sono circa 140.000, alle superiori 130.000. Fino ad arrivare all’università. Dove sono stranieri solo il 2,9% degli iscritti, pari a circa 50.000 persone.
 
Alle scuole lombarde piace il tetto per i bimbi stranieri
Altro che escludere gli alunni stranieri nati in Italia dal tetto del 30 per cento, come Mariastella Gelmini ha garantito nella famosa intervista televisiva del 10 gennaio. La Lombardia fa spallucce e si attiene alla circolare ministeriale. E, anzi, la inasprisce. E a Roma, nelle scuole dell’infanzia, che come tali dipendono dal comune e non dal ministero, l’assessore alle Politiche scolastiche, Laura Marsilio, impone un tetto di cinque bambini stranieri per classe. Possibilmente dello stesso gruppo linguistico. Intanto non si trova traccia, nei piani che contano del ministero dell’Istruzione, dei 20 milioni di euro che la Gelmini ha promesso in tv per accompagnare l’operazione tetto, mentre viene scartata l’ipotesi di una nuova circolare correttiva, dopo le parole del ministro. Tutto questo mentre il 27 febbraio scadrà il termine per iscrivere a scuola gli alunni delle elementari e delle medie.  

   In Lombardia, il direttore generale scolastico Giuseppe Colosio, nella circolare “regionale” con cui ha recepito quella spedita l’8 gennaio dal ministro precisa che “il numero degli alunni stranieri non può eccedere il 30 per cento degli iscritti in ciascuna classe”. E che “deroghe in aumento o in diminuzione rispetto al limite stabilito potranno essere autorizzate dall’ufficio scrivente in casi eccezionali, debitamente documentati”. La circolare del ministro concedeva invece la possibilità di alzareiltetto   “inpresenzadiadeguate competenze linguistiche” senza parlare di eccezionalità. Quanto ai nati in Italia, è molto significativa la dichiarazione resa dall’assessore romano Marsilio: “Quando parliamo di bambini stranieri parliamo di bambini che non hanno la cittadinanza italiana in base alle norme vigenti. Dunque anche quelli nati in Italia. E sbaglia chi dice che il ministro Gelmini non applica il tetto ai nati in Italia: questa sì che è una forzatura”. Se non fosse che il protagonista della forzatura è il ministro in persona, che in tv dice una cosa, e poi nella circolare ne fa scrivere un’altra.

   Del misterioso fondo da 20 milioni di euro hanno chiesto conto, in un’interpellanza urgente al governo, le deputate del Pd Maria Letizia De Torre e Maria Coscia. Deludente la risposta, affidata al sottosegretario Giuseppe Pizza, perché   a quei soldi Pizza non ha fatto alcun riferimento. “Sono solo poche centinaia le scuole italiane in cui si supera la citata quota del 30 per cento – ha precisato nella replica Maria Coscia – e per queste andrebbe realizzato un progetto specifico di accompagnamento”. Che invece non c’è. Di qui “il nostro rammarico per le risposte che abbiamo avuto”. In un clima di incertezza applicativa, a meno di un mese dalla scadenza per le iscrizioni, anche gli altri uffici regionali stanno ultimando le loro circolari. La regione Veneto, però, ha appena annunciato un piano sperimentale che partirà dalle superiori di Vicenza: tre giorni in classe con tutti gli altri ragazzi e tre a perfezionare l’italiano. Mentre a Bologna comune e provincia hanno detto “no” al tetto della Gelmini. Piombano come macigni, intanto, le parole di Simonetta Salacone,   direttrice della scuola elementare romana Iqbal Masih: “Il tetto è uno spot ideologico. Non ci si può limitare a quello, se attorno non si costruisce niente. In alcuni piccoli paesi della Bassa padana diverse   scuole dovranno chiudere. Ed è una follia applicarlo alle scuole dell’infanzia, dove i bimbi imparano velocemente l’italiano e anzi diventano mediatori degli adulti”.  
 

 
Torino: L’integrazione possibile di "una classe a colori"
Una scuola elementare di Torino, interno giorno. Il direttore entra all’improvviso in classe con un nuovo iscritto: “Un ragazzo spaurito, di viso bruno, coi capelli neri, gli occhi grandi e neri, vestito di scuro, con una cintura di marocchino nero intorno alla vita”. Sarà albanese? Tunisino? Peruviano? Quando il direttore esce, il maestro si rivolge agli alunni: “Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella classe un piccolo italiano nato a Reggio di Calabria, a più di 500 miglia da qua. Vogliate bene al vostro fratello venuto da lontano”. Ciò detto, il maestro si alza per indicare sulla carta geografica dove si trova Reggio di Calabria.

   L’anno scolastico è il 1881-82: l’Unità d’Italia ha appena compiuto vent’anni. Il brano, tratto dal libro Cuore, è stato scelto da Vinicio Ongini e Claudia Nosenghi come incipit del loro manuale per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri Una classe a colori, appena uscito per Vallardi. Anche nell’Italia di De Amicis c’erano dunque le “classi a colori”. La scuola pubblica era investita del compito di “fare gli italiani” e il libro Cuore interpretava la missione con La piccola vedetta lombarda, Sangue romagnolo   , Il tamburino sardo, Dagli Appennini alle Ande. Il colore era quello dei cento campanili e dei mille dialetti, con la macchia nera dell’analfabetismo di massa.

   Sono passati anche stavolta vent’anni: ma da quando l’Italia è diventata multiculturale. Gli alunni di origine straniera iscritti nelle scuole italiane sono nell’anno scolastico 2009-2010 poco meno di 700 mila, provengono da 180 paesi diversi e parlano un centinaio di lingue differenti. Oggi, su quasi 58 mila scuole sparse per la Penisola, sono quasi 15 mila quelle in cui gli alunni stranieri superano il 10 per cento (due stranieri per una classe di venti alunni), e 500 quelle in cui sono oltre il 50 per cento. La punta massima, rivela il libro, è rappresentata da 24 scuole in tutto, in cui si raggiunge o si supera l’80 per cento. Ma è anche vero che in 16 mila istituti pubblici non c’è nemmeno uno straniero. Vinicio Ongini è l’inventore delle biblioteche interculturali e lavora presso l’Ufficio integrazione alunni stranieri del ministero dell’istruzione. Claudia Nosenghi è una sociologa e pedagogista genovese. Tutti e due mettono in guardia dalla psicosi dell’invasione, che induce

  a mettere ponti (le classi di inserimento agognate dalla Lega) e a fissare rigidi tetti (quello del 30 per cento deciso dalla Gelmini). In ogni caso vanno tenuti fuori da ogni contingentamento i bambini stranieri nati in Italia: consiglio che il ministro sembra aver accolto. Ma ogni pagina del manuale, che si rivolge agli insegnanti (e in fondo anche ai genitori), comunica l’entusiasmo di condurre in porto l’integrazione che, come dice un dirigente scolastico di Luzzara (Reggio Emilia) “è una strada in salita, mica una formula magica!”. Un incontro che non rende più poveri i frequentatori della scuola, ma al contrario li arricchisce. Nei primi capitoli di Una classe a colori, vi sono semplici quanto preziosi consigli prima per informare i genitori stranieri, e poi per accogliere i loro figli. Fra questi non c’è il “metodo De Amicis”, di indicare sulla carta geografica il luogo di provenienza. Prassi molto usata oggi nelle scuole, con una lezione dedicata al paese del nuovo alunno, ma che, spiegano gli autori, porta con sé il limite di un’eccessiva enfatizzazione delle differenze. Difficilmente un ragazzo appena arrivato gradisce di essere posto insistentemente al centro dell’attenzione.   Meglio trovare attività d’accoglienza che interessino tutta la classe. 

   Un ruolo molto importante, soprattutto per i ragazzi che arrivano ad anno scolastico già iniziato, viene giocato dai mediatori culturali, di cui purtroppo non esiste un profilo nazionale con requisiti precisi. Generalmente di madrelingua, al 70 per cento donne, sono circa 3 mila in tutta Italia: pochi rispetto al bisogno che la scuola ne ha. Anche perché soltanto il 40 per cento di loro è impegnato in ambito scolastico-educativo. Gli altri lavorano nel campo della salute e della giustizia. 
   Una classe a colori insegna fra l’altro a costruire biblioteche multilingue e passa in rassegna le migliori esperienze italiane, da imitare senza indugio. Quasi sempre vengono dagli istituti e dalle città “di frontiera”, dalla scuola Bay del quartiere San Salvario a Torino, a quella vicino a via Anelli a Padova. Una menzione al merito per la Prefettura di Brescia, che dà la possibilità di pre-iscrivere i bambini ben prima del loro arrivo in Italia, e una medaglia per la “scuola delle mamme”, attuata con successo in alcuni istituti di Milano e di Roma.
Jonathan, che in Perù studiava la storia italiana
Se c’è una buona organizzazione e quella volontà positiva che è una risorsa preziosa, anzi indispensabile, si riescono a risolvere anche i casi più complicati. Rappresentati, senza ombra di dubbio, dagli alunni stranieri che arrivano in Italia ad anno scolastico già iniziato. La professoressa genovese di Lettere Danila Berretti racconta, in “Una classe a colori”, il modo in cui un ragazzo peruviano di nome Jonathan è stato felicemente inserito in prima media a gennaio, subito dopo le vacanze di Natale. Siamo a Genova, dove c’è un buon affiatamento fra scuole e prefettura: “A ottobre la madre ha saputo di aver ottenuto il permesso di ricongiungimento familiare. Allo Sportello unico della prefettura le hanno consigliato di contattare la scuola. Quando è venuta qui, ci siamo fatti raccontare che percorso formativo avesse compiuto suo figlio.   Le abbiamo dato del materiale per l’auto-apprendimento dell’italiano e le abbiamo consigliato qualche libro. Lei ha spedito tutto in Perù, così Jonathan ha cominciato a studiare la lingua e a leggere libri in spagnolo sulla storia d’Italia. Nei mesi che mancavano all’arrivo abbiamo predisposto materiale specifico per lui e preparato i compagni ad accoglierlo. Quando è arrivato ha dovuto studiare molto, frequentando anche un corso di lingua pomeridiano, ma ha concluso l’anno con ottimi risultati”. Genova è una città molto organizzata per l’accoglienza degli alunni stranieri. In molte scuole c’è un incaricato all’iscrizione, che espone cartelli multilingue con orari e istruzioni per i genitori. Una maestra di grande esperienza, come Angela Maltoni, della direzione didattica di Cornigliano, ha adottato assieme alle colleghe l’insegnamento bilingue italiano-spagnolo, partendo dal fatto che i bambini della sua classe sono per l’80 per cento di altra cittadinanza, nella stragrande maggioranza dei casi latino-americani.
 
di Corrado Giustiniani IFQ
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28 gennaio 2010

Nel silenzio generale torna il Popolo Viola per salvare la costituzione

Sabato tutti in piazza per salvare la Costituzione

Sabato 30 gennaio il Popolo Viola torna a far sentire la sua voce, questa volta con dei sit-in organizzati in numerosissime città italiane, in difesa della Costituzione. Come per il 5 dicembre la proposta della mobilitazione  è partita da internet, sul social network facebook, ove è stata creata la pagina “il 30 gennaio sit-in in tutta Italia per la difesa della Costituzione”. Il tema dell’iniziativa, di estrema attualità, si declina come difesa della Costituzione Repubblicana dagli attacchi di una classe politica che ne minaccia il ruolo ed i contenuti ed in una decisa richiesta di effettiva applicazione dei fondamentali principi contenuti nella Carta, fino ad ora poco realizzati nella concreta vita della nostra società.

La mobilitazione, rispetto al No Berlusconi Day, che, in Italia, si tenne solo a Roma, avrà come caratteristica la diffusione su tutto territorio nazionale. I sit-in si svolgeranno infatti in circa 80 città italiane, dinanzi a Prefetture o ad altri palazzi istituzionali ed in diverse città straniere, con il sostegno di numerosissime tra le più importanti realtà associative e culturali a livello locale e nazionale. Le coordinate esatte di tutti gli appuntamenti sono reperibili sulla pagina facebook ovvero sul blog http://30gennaio2010.wordpress.com/. Per quanto riguarda lo svolgimento della giornata ogni gruppo locale ha organizzato la protesta in autonomia, in base alla sensibilità ed alle caratteristiche della propria realtà. In alcune città, come ad esempio a Parma, per la grossa affluenza prevista, l’evento si svolgerà addirittura in un grande corteo.

A Roma, come in moltissime altre piazze, si leggerà pubblicamente la Costituzione, almeno nei suoi articoli principali e se ne regaleranno alcune copie ai cittadini, nella speranza che la giornata possa servire anche come strumento divulgativo dello spirito costituzionale profondamente radicato nel popolo viola.

E’ stato organizzato poi un reading di testi molto toccanti e celebri nella storia della letteratura politica italiana, affidato ad attori professionisti ed a semplici cittadini. Assisteremo anche ad interventi di autorevoli personalità sul tema del rispetto e della applicazione della Carta Costituzionale. Non mancheranno poi momenti di svago e leggerezza: verranno consegnati ai partecipanti, da un simpatico Dottore Costituzionale, dei certificati di sana e robusta Costituzione, vi sarà la sfilata degli uomini sandwiches, ed un video box ove verranno raccolte interviste dei cittadini sull’attuale situazione generale del paese e sui motivi dell’individuale indignazione, che verranno poi ricomposti in un unico contenitore a disegnare, così, nell’insieme una sorta di manifesto video sul pensiero del popolo viola. Vi sarà poi l’esecuzione dell’inno nazionale in contemporanea tra tutte le città.  

di Andrea Ortolano – Il Popolo Viola Roma


Sabato 30 gennaio il popolo viola promuove una grande mobilitazione in difesa della Costituzione con sit-in davanti alle prefetture di tutta Italia. Articolo 21 sostiene l’iniziativa in tutte le piazze italiane e parteciperà ai sit-in così come deliberato anche nel corso dell’assemblea nazionale dell’associazione, svoltasi ad Acquasparta lo scorso fine settimana.
LE INFORMAZIONI SUI SIT IN AGGIORNATE SULLA PAGINA DI WORDPRESS DEL POPOLO VIOLA

Alessandria, Ancona, Anzio-Nettuno, Arezzo, Arzignano, Bari, Bassano del Grappa, Bergamo, Bologna, Bolzano, Brescia, Cagliari, Caserta, Castelli Romani, Catania, Cento, Fermo, Ferrara, Firenze, Follonica, Forlì, Genova, Isernia, Ivrea, Lecce, Livorno, Manfredonia, Matera, Messina, Milano, Modena, Monza, Napoli, Padova, Palermo, Parigi, Parma, Perugia, Pesaro, Pescara, Piacenza, Pisa, Ravenna, Reggio Calabria, Rimini, Roma, Rovigo, Salerno, Sassari, Savona, Taranto, Terracina, Torino, Toscana, Venezia, Vicenza

28 gennaio 2010

La senteza del processo “Addio Pizzo”

“Mangano era un mafioso. Farne eroe è il segno del degrado”
Una sentenza di primo grado che rappresenta un duro colpo alla mafia delle estorsioni e degli affari. Parliamo del processo Addio pizzo, proprio nel giorno in cui Confesercenti propone i suoi dati sul fatturato della mafia: 135 mld di euro ogni anno mentre i giornali pensano ai capelli di Berlusconi. La sentenza addio pizzo ha condannato, complessivamente, a oltre 150 anni di carcere 13 dei 17 imputati. La pena più alta è stata inflitta ai capimafia Salvatore e Sandro Lo Piccolo, che hanno avuto 30 anni di carcere ciascuno. Ma non si può parlare di lotta alla mafia trascurando le contumelie di molti esponenti del governo contro i magistrati in prima linea per combattere il crimine e il malaffare. A sostenere l’accusa nel processo Addio pizzo c’erano i pm Marcello Viola, Francesco Del Bene, Anna Maria Picozzi e Gaetano Paci. Paci ci racconta questa sentenza e questo clima di delegittimazione continua nei confronti delle toghe. Pochi giorni fa si è scoperto un progetto della mafia per ammazzarlo. Paci è un pm rigoroso dal 1995 alla Procura della Repubblica di Palermo, dal 1999 è stato nominato componente della Direzione Distrettuale Antimafia del capoluogo siciliano. Con le sue indagini ha portato alla cattura di latitanti, sostenuto l’accusa in processi contro malaffare e corruzione. Paci racconta questo periodo e il progetto della mafia di nuovi attentati contro le toghe. E alla domanda se il clima di odio e delegittimazione delle toghe aiuta Cosa Nostra, Paci risponde: “  Io penso che l’opera di demolizione della credibilità e della legittimità dell’azione della magistratura che negli ultimi è stata portata avanti anche da soggetti di importanti istituzioni del nostro paese, agevola obiettivamente i propositi di chi vede nella magistratura un soggetto da demolire con il tritolo. Accade a Palermo, ma può accadere anche altrove. Non c’è dubbio questi propositi stragisti che periodicamente affiorano nei confronti di singoli appartenenti alla magistratura, non maturerebbero se nei confronti dell’azione della magistratura vi fosse un sostegno corale delle istituzioni”. Paci che ispira il suo lavoro al giudice Antonino Saetta, massacrato dalla mafia nel 1988, vuole precisare un punto: “ Voglio dire una cosa. Vedo come delegittimazione dell’opera della magistratura il continuo e ricorrente riproporre all’opinione pubblica come un esempio da seguire Vittorio Mangano. Ricordiamo che Mangano era un mafioso, un mafioso. Condannato definitivamente per associazione mafiosa e in primo grado, prima che morisse, per tre omicidi. Mafioso che non ha fornito alcuna informazione alla magistratura delle verità in suo possesso. Farlo passare per eroe e proporlo come eroe spiega bene il segno di degrado a cui si è giunti e il progetto continuo di demolizione della magistratura”.
Mangano era un mafioso, ma i coreuti del capo non hanno trovato di meglio che tacere quando Berlusconi lo ha definto eroe, tacciono e votano anche leggi che metteranno in ginocchio la giustizia come le intercettazioni e il processo breve.
Sul processo addio pizzo che è arrivato a sentenza, Gaetano Paci spiega: “ Sono state accolte le richieste dell’ufficio di procura. Quello che conta è che è stato accolto il quadro probatorio presentato sulla base degli elementi documentali rinvenuti in occasione della cattura dei Lo Piccolo, nel novembre 2007”. Elementi documentali rappresentati dagli 800 pizzini dai quali è stato possibile comprendere il giro di affari che ruotava intorno al fenomeno delle estorsioni con chiari riferimenti alle imprese taglieggiate.  Paci, dopo questa importante condanna, mette in guardia da facili ottimismi. “ All’inizio del 2008 c’è stato uno slancio importante delle giovani generazioni di imprenditori palermitani. Il processo lo documenta visto che ci sono 40 imprenditori che hanno deposto e riconosciuto chi commetteva le estorsioni. Bisogna anche dire che da allora questo movimento degli imprenditori ha segnato una battuta d’arresto. Oggi è molto difficile trovare chi denuncia i fatti di cui è vittima. La sentenza del tribunale rappresenta un incentivo per chi ancora non compie questo passo”.
Paci denuncia anche le carenze di organico nel distretto di Palermo e chiede che il governo elimini il divieto di destinare magistrati di prima nomina. “ Abbiamo bisogno di uomini e mezzi. L’esempio, di certo non originale, ci manca anche la carta per scrivere gli ordini di cattura. Preoccupa molto il possibile processo breve che non rappresenta una soluzione, ma un ulteriore colpo al funzionamento della giustizia”.
di Nello Trocchia www.articolo21.org
28 gennaio 2010

Guatemala, testimonianza dall’impunità

“Sono stato un sottufficiale dell’esercito del Guatemala per 11 anni e ho raggiunto mete che in pochi riescono a raggiungere. Ho dovuto fare cose molto dure, ma era quello che andava fatto”. In un paese dove migliaia di bambini sono stati torturati, bruciati, assassinati, sono parole che aprono le porte sull’orrore. Le ‘Verapaces’ (Alta e Bassa) sono una regione abitata da popoli indigeni fatta di montagne, boschi, agricultura povera così lontana dalle ricche piantagioni di caffè della costa pacifica. Terrazzette di poche piante di mais si inerpicano tra paesaggi mozzafiato facendo da cerniera tra il Chiapas e il Centroamerica. Le ‘Verapaces’, con il Quiché, furono uno degli epicentri dell’etnocidio maya degli anni ’80 quando la dittatura militare usò senza limiti le strategie di guerra a bassa intensità contro una popolazione civile quasi totalmente inerme. Alla fine si contarono in 250.000 tra assassinati e desaparecidos, nella stragrande maggioranza maya. Di questi un buon quinto viveva nei due dipartimenti contigui di Alta e Bassa Verapaz. Il ricercatore, che pure ha risalito queste montagne sulle tracce dell’etnocidio, non avrebbe mai immaginato che la prima testimonianza dell’orrore non sarebbe venuta dalle vittime o da chi le vittime ha aiutato o studiato, storici, antropologi, sociologi, giuristi (l’agenda è carica di contatti) ma dalla voce tranquilla di uno che fu aguzzino e che ora, conscio di esser tra le fila dei vincitori, si racconta con l’asetticitá di chi si sa intoccabile. Con 6.400 omicidi nel 2008, frutto di fenomeni complessi e contigui quali l’infinita violenza e corruzione delle classi dirigenti, un modello economico fallito, il narco, le maras, il Guatemala non èsolo uno dei paesi piú violenti al mondo ma anche un paese nel quale l’impunità è entrata nel DNA. Il Guatemala compete per morti violente con paesi in guerra come l’Iraq o l’Afghanistan, oltre che con i confinanti Messico e Salvador, nel silenzio complice del complesso mediatico. “Forse – come ci stupisce una monaca asturiana che durante l’etnocidio ha rischiato costantemente la vita – oggi è perfino peggio che durante la guerra, quando il nemico, l’esercito, i paramilitari, erano riconoscibili. Adesso il nemico è ovunque”. Suor Juana neanche una settimana fa ha pianto la morte di un ragazzino di 18 anni, Alberto. Per mesi, visitandolo anche in carcere, l’aveva accompagnato nel tentativo di uscire dalla mara della quale era un piccolo boss. Lo hanno trovato seviziato e abbandonato in un burrone. Un numero in più senza che i suoi assassini rischino nulla. L’impunità sembra tenere tutto in questo paese, dal genocidio alla corruzione al narco alla microcriminalità delle maras che rende disponibili sicari per pochi euro. Per la storica Clara Arenas, che ci riceve ad Avancso, un glorioso quanto povero centro di ricerca multidisciplinare nella capitale, fondato con Myrna Mack, l’antropologa assassinata nel 1990 da un commando dell’esercito, questo paese non è mai uscito dalla fase che definisce “post-genocidio”. È lo studio del genocidio (e dell’impunità) quello che ci spiega il paese oggi, il corpo torturato di Alberto, l’avvocato Rosemberg che paga dei sicari per farsi ammazzare dando la colpa al presidente Colom, lo stillicidio delle quasi duecento morti di poveri autisti d’autobus giustiziati uno ad uno con un colpo alla nuca sul posto di lavoro (per esigere il pizzo o per destabilizzare il paese, poco cambia).

Francisco, l’ex militare, è il nostro chaffeur. Non arriva al metro e sessanta come la maggior parte degli abitanti del Guatemala e i suoi tratti somatici e la carnagione rivelano appena un lieve meticciato in geni pienamente figli di queste terre. È anche lui un “hombre de maiz” come quelli cantati dal Nobel guatemalteco Miguel Ángel Asturias. Prima che cominci a parlare spontaneamente gli abbiamo già incautamente dato una serie di informazioni su di noi: deve accompagnarci infatti in un centro culturale dominicano, non facilissimo da raggiungere, che ha lavorato per anni in difesa delle vittime dell’etnocidio e che conserva uno degli archivi e biblioteche più importanti sul tema, in un paese dove essere catechista cattolico era sinonimo di comunista e guerrigliero ed in centinaia di casi è costato la vita. Ci pentiamo presto di aver dato dettagli sui perché del nostro viaggio e i nostri interlocutori ci consiglieranno di cambiare modi e tempi del rientro.

“Ho servito nell’esercito del Guatemala perché ci credevo e perché era la cosa giusta da fare. Sono stato sotto le armi dall’82 al ’93, dai 18 ai 29 anni. Sono andato volontario, non come altri che sono stati costretti con la forza a combattere”. Il suo linguaggio è guerresco in tutto, durante il lungo colloquio parla continuamente della normalità dell’uccidere e dell’essere uccisi. Lo fa con modi pacifici, da tranquillo padre di famiglia e lavoratore. L’affabilità nell’usare un linguaggio violentissimo diviene surreale quando lungo la strada si ferma ai margini di una modesta casetta da dove lo salutano la moglie, nei panni tradizionali della cultura locale, e i tre bambini. Il maschietto, un paio d’anni, proseguirà il viaggio sulle nostre ginocchia.

“Saprei io come liberarci della criminalità di adesso. L’unica soluzione sarebbe fare come in tempo di guerra: ucciderli tutti. Purtroppo se il governo lo facesse arriverebbero immediatamente le Nazioni Unite e le ONG dei diritti umani a fare casino e impedirlo”. “Mano dura” è lo slogan del “Partito patriota”, la destra erede della dittatura che, in alleanza con i fondamentalisti evangelici, dovrebbe nel 2012 tornare al governo. “Mano dura”, ce lo ripetono quasi ad ogni angolo in Guatemala e rispetto al clima d’insicurezza, reale ma anche fomentato dai media, per tanti sembra essere l’unica soluzione.

Ma lei è di qua, invece è vero che i guerriglieri venivano da fuori? Da Cuba? “Questa era la propaganda, ma la verità è che era tutta gente indigena, tutta gente del posto, esattamente come noi che stavamo dall’altra parte. È per quello che quando abbiamo deciso di levare l’acqua al pesce siamo riusciti a farlo”. Svanisce in poche parole la retorica ufficiale da guerra fredda, quando nella più crudele epoca reaganiana l’Occidente chiudeva gli occhi su massacri senza limiti, bambini costretti a mangiare parti dei genitori prima di essere uccisi, feti estratti dai ventri delle madri, stupri metodici e decine di Marzabotto documentate nei quattro volumi del “Guatemala nunca mas” che è costato la vita a Monsignor Juan Gerardi.

“Non c’era altra soluzione. L’unica maniera per estirpare la guerriglia era eliminare il male alla radice. Noi avevamo ‘orecchie’ (spie) nei villaggi, e quando sapevamo che qualcuno poteva essere coinvolto nella guerriglia eliminavamo tutta la famiglia. Era l’unico modo per isolarli”. Nel solo paese di Rabinal (Baja Verapaz) sono state ammazzate cosí piú di 5.000 persone su meno di 30.000 abitanti. Tutto avveniva nel silenzio della comunità internazionale. Un silenzio così fitto che (a giorni saranno 30 anni) quando dal vicino Quiché un gruppo di indigeni diretti da Vicente Menchú, padre di Rigoberta, entrarono a Città del Guatemala nell’Ambasciata spagnola per chiedere disperatamente aiuto, l’esercito guatemalteco, ben consigliato, rassicurato e protetto da Ronald Reagan, violò l’Ambasciata di una democrazia Occidentalebombardando al fosforo e non facendo distinzioni nell’assassinare indigeni e diplomatici. Non serve interloquire su questi temi col nostro chaffeur. Inutile rammentare che la guerriglia in Guatemala non fu mai forte come la salvadoreña o la nicaraguense e che quella politica di terra bruciata serviva più che altro a fare spazio a multinazionali minerarie, del legno e dell’agroindustria, come avviene ancora oggi nella Colombia di Álvaro Uribe.

“Del resto dovevamo eseguire gli ordini. Era la guerra”. Come nell’ Argentina di Videla o come per Eric Priebke alle Ardeatine torna l’eterna foglia di fico dell’obbedienza dovuta. Ma non c’era chi si rifiutava? “A volte, ma venivano eliminati”. Qui il nostro interlocutore si lancia in una dotta disquisizione sulla differenza tra un capo militare e un leader. “Spesso gli ufficiali, quelli delle accademie militari, non sapevano essere leader, non sapevano stare alla testa della truppa e allora i leader sorgevano tra i soldati e [manco a dirlo] in questi casi gli ufficiali venivano eliminati”. Sono, come è stato studiato in molti altri casi e contesti, quelle solidarietà forgiate dalla guerra che permettono dopo la smobilitazione di ricostruirsi una vita in alcuni dei pochi settori funzionanti dell’economia: le onnipresenti polizie private, a volte il crimine organizzato, i trasporti: “il mio datore di lavoro è il mio capo di allora. Ancora adesso io ho fiducia totale in lui e lui ha fiducia totale in me. È così che dopo la guerra mi sono rifatto una vita e una famiglia. Altri sono impazziti”.

Lei ha vissuto [e commesso] cose molto dure, ma non le è mai sfiorato in mente che il prezzo pagato fu troppo alto e che forse se avesse vinto la guerriglia non sarebbe successo niente di così grave? Ci pensa a lungo e poi: “no, se avessero vinto loro in questo paese non ci sarebbe mai stata pace… sarebbe come l’Iraq. Ci sarebbe stata una guerra continua fino ad ora”. Però i suoi superiori le hanno chiesto di fare cose molto dure. “È vero, e forse adesso so che non è stato giusto che i figli pagassero le colpe dei padri”. Sono i massacri dei bambini indigeni, decine di migliaia. Bambini piccoli e scuri come il suo che gioca ignaro sulle nostre ginocchia. E forse pensa che anche su di suo figlio non vorrebbe che un giorno ricadessero le colpe del padre.

di Gennaro Carotenuto  www.gennarocarotenuto.it

28 gennaio 2010

Honduras: un paese normalizzato o un paese che non dimentica il golpe?

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Porfirio Pepe Lobo
 
Sembra tutto pronto a Tegucigalpa per voltare pagina. Domani con una grande festa nello stadio nazionale, ci sarà il passaggio di poteri dal dittatore di Bergamo Alta, Roberto Micheletti a Porfirio “Pepe” Lobo. Sarà una grande occasione per rappresentare la nuova “pax americana” in Centro-America e per alcuni paria, come il presidente taiwanese, che ben raramente viene invitato ad eventi internazionali. Ma molte cose non quadrano e per le strade di Tegucigalpa si vedono i segnali che da tutto il paese l’opposizione democratica saprà dimostrare ancora una volta la sua forza.
Muoversi per le strade di Tegucigalpa, anche in queste ore, vuol dire trovare una città viva, insolitamente più vivibile rispetto alle altre capitali centroamericane. Ma, rispetto alla martellante campagna dei media ufficiali, che magnificano la forza della democrazia honduregna, e non fanno parola né sul caso Zelaya, né sulla grande manifestazione dell’opposizione democratica prevista contemporaneamente al dubbioso e illegittimo trasferimento di poteri, qualcosa sembra non quadrare.
Il primo punto che non quadra è il fatto che Micheletti, il golpista del 28 giugno, non si è mai dimesso. Semplicemente è andato via dal palazzo di governo. Ieri, lunedì, non ha presenziato all’entrata in carica degli amministratori locali, anche se ha mandato una lettera e ha ricevuto un applauso a scena aperta dai politici espressione della classe dirigente honduregna che ha appoggiato il golpe. Non dovrebbe esserci neanche domani a sentenziare con la sua assenza la stravaganza di un passaggio di poteri da un golpista a un presidente eletto in elezioni non democratiche e senza opposizione né osservatori internazionali.
Da parte sua il nazionalista Porfirio Lobo ce la mette tutta per legittimarsi anche nel consesso internazionale. Firmando una amnistia (domattina) vuol chiudere le sanguinose vicende del colpo di stato con la lacrimevole retorica sulla famiglia honduregna che deve riunirsi e che travolge ogni considerazione sull’impunità per le decine di vittime del golpe. Facendo uscire Manuel Zelaya dall’ambasciata brasiliana, dove è rifugiato da mesi, per recarsi in esilio nella Repubblica dominicana, vuol risolvere la più spinosa delle questioni aperte.
Proprio il presidente dominicano Leonel Fernández, che porterà con sé Zelaya al ritorno, è probabilmente il più importante degli ospiti internazionali che presenzieranno al trasferimento di poteri. Con lui il panamense Martinelli, il guatemalteco Colom, il salvadoreño Funes e pochi altri tra i quali il presidente taiwanese, paese riconosciuto dall’Honduras fin dagli anni ’60. Non inganni però questa sparuta e poco qualificata avanguardia: in molti, gli Stati Uniti in primo luogo, ma compresi anche i paesi integrazionisti latinoamericani, aspettano da Lobo appena qualche segnale per poter salire dal cul de sac del golpe e riprendere il tran tran che dura dall’82 di una “democrazia protetta” per l’Honduras.
Chi non ci sta è l’opposizione democratica. Già nelle stazioni degli autobus incontriamo le avanguardie di quella che si preannuncia una grande manifestazione. “Saremo tanti come mai”. “Ci reprimeranno ma non ci fermeranno”. Tra le parole d’ordine continueranno a chiedere (inascoltati) un’Assemblea costituente. Saremo con loro domani.
27 gennaio 2010

Magistrati: I massoni in tribunale

Può un magistrato venir meno al vincolo di fedeltà giurato, pena la morte, per entrare in massoneria? E quali prove possono addurre quei giudici o pm che affermano di esserne usciti? Qui sentiamo alcuni esperti e passiamo in rassegna le carriere di tante toghe che sicuramente quel patto di sangue lo avevano sottoscritto. Molti sono ancora in servizio. E rivestono ruoli apicali.
Gli italiani lo hanno capito da tempo, a reggere davvero le sorti del Paese non sono nè le banche nè le istituzioni democratiche e nemmeno la magistratura: sono i massoni – regolari o, quasi sempre, appartenenti a logge coperte – che proprio in quei tre ambiti sono capillarmente infiltrati. A confermare questa consapevolezza arriva, da ultimo, il sondaggio lanciato sul sito della Voce, al quale hanno partecipato 466 lettori: un piccolo ma significativo campione, secondo il quale (56,8%) sono sempre loro, i confratelli, a detenere saldamente le leve del potere. E tutto attraverso quel vincolo di segretezza che, dopo l’iniziazione, si può cancellare solo con la morte.
Lo dicono, chiaro e tondo, le parole stesse del giuramento: «prometto e giuro di non palesare giammai i segreti della Massoneria, di non far conoscere ad alcuno ciò che mi verrà svelato, sotto pena di aver tagliata la gola, strappato il cuore e la lingua, le viscere lacere, fatto il mio corpo cadavere e in pezzi, indi bruciato e ridotto in polvere, questa sparsa al vento per esecrata memoria di infamia eterna. Prometto e giuro di prestare aiuto e assistenza a tutti i fratelli liberi muratori su tutta la superficie della terra».
Chiaro, no? Come la mettiamo, allora, con quei confratelli che rivestono ruoli apicali in settori nei quali è richiesta la loro facoltà decisionale? Basta insomma, per fare un esempio, che qualche magistrato se la cavi dicendo frasi del tipo «La massoneria? Io l’ho lasciata da tempo…», senza poterlo in alcun modo provare? E come si comporterà se l’imputato – o, più spesso, l’avvocato di quest’ultimo – è un grembiulino come lui?
Cominciamo dal primo quesito. Giuseppe De Lutiis, uno fra i più autorevoli studiosi di eversione e di poteri occulti, consulente di numerose Procure della repubblica, non ha dubbi: «dalla Massoneria si esce solo nel caso in cui si venga espulsi. Altrimenti si rimane “in sonno”, una condizione comunque revocabile in qualsiasi momento». Aggiunge un altro consulente, più volte fin dagli anni ‘80 al fianco dei pm in indagini sulle Logge segrete: «accade con una certa frequenza che un massone in sonno decida di rientrare tra i confratelli attivi, anche perché spesso la scelta dell’“assonnamento” è dovuta all’assunzione di cariche pubbliche. Il suo ritorno viene vissuto come una festa: non solo non occorre rifare tutti i complessi rituali dell’iniziazione, ma spesso riceve in dono il passaggio ad un grado superiore rispetto a quello che aveva lasciato. Questo indica che dalla massoneria non ci si puo’ “dimettere”: loro lo vivono come un battesimo, che non prevede alcuna possibilita’ di “sbattezzarsi”».
Tutto ciò riguarda le Logge regolari, con tanto di elenchi depositati, mentre sulle eventuali “norme” vigenti fra i massoni coperti non è possibile azzardare ipotesi. Di sicuro, il giuramento non viene meno ne’ potra’ essere mai svelata l’identita’ dei confratelli. Quali siano le “punizioni” per chi trasgredisce, si puo’ a questo punto solo immaginarlo.
È sulla base di questa premessa che siamo andati a cercare chi sono, dove sono ora e cosa fanno alcuni magistrati sulla cui originaria affiliazione massonica non ci sono dubbi. I 37 nomi che qui di seguito proponiamo, infatti, sono presi per buona parte dagli unici elenchi (comprensivi delle Logge coperte) che siano mai venuti alla luce: quelli sequestrati nel ‘92 dall’allora procuratore capo di Palmi Agostino Cordova. Altri nomi li abbiamo invece ricavati dall’elenco ufficiale dei massoni pubblicato nel 2008 dalla Voce, che non include la consistente fascia di vip affiliati ad obbedienze cosiddette “non regolari”, ma assai più potenti e generalmente riconosciute da Logge estere.
Sulla cima della piramide ci sarebbe in questo periodo, per fare un esempio, la “Gran Loggia Italiana Massonica”, i cui adepti, che si definiscono «un gruppo di Fratelli Massoni provenienti da varie Obbedienze, (G.O.I., Piazza del Gesu’, Gran Loggia Regolare d’Italia, Gran Loggia Massonica Italiana, Logge di San Giovanni, Gran Loggia della Repubblica di San Marino)», adducono a fondamento della loro scelta la risibile motivazione di poter affiliare anche le esponenti del gentil sesso (facoltà ampiamente prevista da una delle due principali obbedienze regolari, vale a dire la Gran Loggia d’Italia di Palazzo Vitelleschi).
Fondata ad Arezzo nel marzo 2002, la nuova compagine non poteva che essere benedetta da Licio Gelli in persona. Nessun problema, se non fosse per un piccolo particolare venuto a galla in un articolo della Nazione di fine 2006: la donazione fatta dal venerabile e dai suoi confratelli ai poveri del Sacro Cuore di Arezzo. Racconta al quotidiano il parroco, don Angelo Chiasserini: «Quello che valuto è la finalità dell’iniziativa, che è di beneficenza. È stato Tiberio Terzuoli, gran maestro della Serenissima Gran Loggia Nazionale, a contattarmi, spiegandomi successivamente che all’iniziativa avevano contribuito anche Gelli e Giuseppe Sabato, sovrano della Gran Loggia Massonica Italiana». Che di li’ a poco si sarebbe invece ribattezzata Gran Loggia Italiana Massonica.
Ma chi è Giuseppe Sabato il “sovrano”? Non sara’ per caso lo stesso rampante manager di Banca Esperia, la holding finanziaria che fa capo a Silvio Berlusconi? Impossibile affermarlo con certezza, visto il segreto assoluto che vige nella neo-Loggia aretina. Di sicuro, pero’, oggi a dominar la scena sotto i cappucci sono i maghi dell’alta finanza. Come accade a Napoli, dove dominus incontrastato della Loggia Bovio è il commercialista Giovanni Esposito, assurto nell’olimpo supermassonico dell’Arco Reale, rito di York. «Il baricentro – dice ancora il nostro esperto – ai livelli medio-alti si sta spostando dalle Logge coperte a queste consorterie non riconosciute dalle obbedienze tradizionali, ma gemellate con compagini estere come la Loggia Montecarlo, che ha sede nel Principato di Monaco».
Se questi sono ora gli assetti finanziari “globalizzati” dei confratelli, non meno interessante sarebbe definire quali e quanti magistrati vestono oggi il grembiule sotto la toga. Missione quasi impossibile, dal momento che a scoprire le carte dovrebbero essere i loro stessi colleghi, come in perfetto isolamento fece Cordova nel ‘92 e come, intorno al 2000, aveva provato a fare a Napoli un altro pm-coraggio, Luigi De Ficchy, attuale procuratore capo a Tivoli e all’epoca impegnato nell’inchiesta sulla Loggia deviata Spinello, naufragata nelle nebbie della procura capitolina. Mentre i circa mille faldoni dell’inchiesta Cordova marciscono ancora nei sotterranei di piazzale Clodio, a Roma.
Eppure, provando a scorrere le carriere delle toghe messe a nudo dal mastino di Palmi, più qualche nome venuto fuori in elenchi recenti, le sorprese non mancano. Ecco allora qui di seguito, in ordine alfabetico, alcuni esempi significativi fra i tanti magistrati che avevano giurato fedelta’ alla massoneria.

ABBADESSA Lorenzo – Classe 1939, nato a Napoli (dove gli Abbadessa sono conosciuti come influente famiglia di medici), dal 2006 si è’ iscritto all’albo degli avvocati e risulta avere lo studio a Soverato, perla costiera della provincia di Catanzaro. Con la qualifica di “Magistrato” lo si ritrova invece negli elenchi dei massoni aggiornati a tutto dicembre 2007 e pubblicati dalla Voce nel 2008. Lorenzo Abbadessa è attualmente responsabile, proprio a Catanzaro, della Procura generale della repubblica presso la Corte d’Appello, in via Falcone e Borsellino.
ALIBRANDI Tommaso – Nato a Roma l’8 agosto del 1933, è iscritto negli elenchi ufficiali della massoneria aggiornati a tutto il 2007 con la qualifica di “Magistrato al Consiglio di Stato”. Negli anni ‘90 era stato invece attivo presso la Corte dei Conti. Nel ‘93 il suo nome è fra gli indagati nell’ambito dell’inchiesta sulla telefonia dal pm della capitale Guglielmo Muntoni (giudice Maria Cordova) insieme – fra gli altri – a Carlo De Benedetti, al costruttore Mario Lodigiani e all’ex ministro Paolo Cirino Pomicino. In quegli anni Alibrandi era stato capo dell’ufficio legislativo del ministero dei Beni culturali, presidente del Tar della Val D’Aosta nonche’ ex “uomo ombra” dell’allora ministro repubblicano delle Poste Oscar Mammì. Di provata fede Pri è’ anche Alibrandi (già’ senatore del partito di Giorgio La Malfa), che nel 2003 ritroviamo in pista fra i promotori della resuscitata Voce Repubblicana. Dal 2008 esercita la professione di conciliatore bancario.
ARIOTI Alfredo – Un Alfredo Arioti nato a novembre del 1941 compare con la dicitura esplicita di “magistrato” negli elenchi ufficiali degli iscritti alla massoneria di Perugia a tutto dicembre 2007. Si tratta dello stesso Alfredo Arioti Branciforti presente nell’organico della magistratura italiana come “nato a Palermo il 26 novembre 1941”. Il che risulta fra l’altro dal suo curriculum pubblicato da E-Campus, formazione universitaria a distanza, nel quale viene specificato che «dopo essere stato uditore presso la Procura della Repubblica ed il Tribunale di Roma, veniva nominato Pretore in Valle D’Aosta a Donnaz». Nel 1969 «si trasferiva a Perugia, dove svolgeva le funzioni di Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale». Dal 1981 Arioti è «Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Perugia. In tali funzioni esplicava numerose e delicatissime inchieste anche nei confronti di varie organizzazioni terroristiche quali Brigate Rosse, NAR, Prima Linea, Ordine Nuovo, talche’ subiva un attentato terroristico, perpetrato da una organizzazione eversiva, concretizzatosi in esplosioni di colpi di arma da fuoco nei confronti della sua abitazione».
Al Csm Arioti aveva dichiarato di essersi allontanato dalla Massoneria fin dal 1992, dopo che per ben due volte l’organo di autogoverno lo aveva dichiarato non idoneo a funzioni superiori proprio a causa di quella affiliazione, che gli aveva fra l’altro fatto meritare consistenti avanzamenti all’interno del sodalizio muratorio. Ne dava notizia, nel 2004, il bollettino di Magistratura Democratica, senza peraltro precisare quali prove avesse addotto il magistrato a riprova del suo allontanamento dalla massoneria, visto che il nome compare ancora negli elenchi 2007. Di Alfredo Arioti si sono comunque più recentemente occupate le cronache locali. E’ accaduto nel 2008, quando il coordinatore Pdl Fabrizio Cicchitto (piduista) lo voleva come candidato a sindaco di Perugia; poi il diretto interessato preferi’ restare in magistratura – ci informa la Nazione il 19 novembre – e non se ne fece nulla.
ARMANI Giuseppe – Classe 1937, nato a Reggio Emilia, Armani è ancora presente in quanto “Magistrato” negli elenchi degli affiliati 2007, benché abbia da tempo lasciato la toga. Il suo nome venne alla luce già col sequestro Cordova nei primi anni ‘90 insieme a quelli di una ventina fra giudici, pretori e pubblici ministeri, tutti poi sottoposti al giudizio del Csm. Dedicatosi in seguito prevalentemente agli studi giuridici, Armani è autore di libri sulla Costituzione in uso negli istituti superiori. Nel 2006 ha pubblicato a Bologna un volume nel quale vagheggia l’idea di un’Italia laica e liberale.
CASOLI Giorgio – Compare negli elenchi 2007 pure Giorgio Casoli di Perugia, nato il 12 settembre del 1928. Anche il suo nome era rimbalzato alle cronache (e al Consiglio Superiore della Magistratura) dopo i sequestri del ‘92. Intrapresa la carriera come pretore ad Assisi e a Perugia, è a Milano come giudice di Corte d’Appello negli anni del terrorismo; passa poi in Cassazione dove diventa presidente di sezione. Di qui comincia anche la carriera politica: sindaco di Perugia dall’80 all’87, lo stesso anno entra a Palazzo Madama col Psi, dove siede nella giunta delle immunità parlamentari e nella commissione giustizia; sarà poi sottosegretario alle Poste nel governo presieduto da Giuliano Amato. Casoli torna alla ribalta nel 1996, quando conferma ai pm milanesi molte delle accuse lanciate dalla superteste Stefania Ariosto, cui e’ legato da antica amicizia. Soprannominato dagli amici “il Pertini dell’Umbria”, è considerato oggi in area Pd, dopo l’avvicinamento di qualche anno fa al Partito Popolare.
D’AGOSTINO Luciano – La sua affiliazione esplode come una bomba nel ‘92, quando il napoletano D’Agostino, classe 1955, e’ pm a Locri. «Sono sconcertato – dichiara ai giornali – queste fughe di notizie sono inammissibili». Il vero problema era che il suo nome compariva negli elenchi di una Loggia coperta, la Luigi Ferrer del capoluogo partenopeo. Anche nel caso di D’Agostino assistiamo alle affermazioni – peraltro senza prove – su una presunta uscita dalla massoneria, proprio come si fa per dimettersi da un Cral: «prima di prendere servizio a Lamezia Terme avevo scritto alla loggia Luigi Ferrer di Napoli, regolare del Grande Oriente d’Italia, per segnalare che ritenevo l’esercizio di funzioni giurisdizionali non compatibile con l’appartenenza alla massoneria. Da allora non ho avuto alcun rapporto con i massoni». Basta la parola. Sapeva che era una Loggia coperta?, gli chiede il cronista del Corriere della Sera. E lui: «Un grande oratore del GOI ha detto che è una loggia coperta. Nel breve periodo in cui ne ho fatto parte, non lo era». Non riesce a convincere il Csm, che nel ‘95 gli infligge una sanzione disciplinare, dichiarando che l’appartenenza alla massoneria è lesiva dell’imparzialita’ dell’ordine giudiziario. Fino a inizio anni 2000 D’Agostino è sostituto procuratore a Catanzaro (dove si occupa, fra l’altro, della delicata questione del testimone di giustizia Pino Masciari), nel 2002 passa alle sezioni giudicanti dello stesso Tribunale. Dal 2007 è tornato a Locri, dove attualmente e’ giudice per l’udienza preliminare. Nel frattempo era stato alle prese come imputato in un procedimento penale dinanzi al tribunale di Salerno. L’accusa (condanna in primo grado per peculato e assoluzione in appello) riguardava l’affidamento ad una ditta dell’incarico di eseguire intercettazioni telefoniche, quando D’Agostino era in servizio alla Dda di Catanzaro.
DI BLASI Salvatore – Attualmente giudice al tribunale civile di Milano, Di Blasi era fra le toghe iscritte alla massoneria dell’elenco Cordova. Nel 2001 aveva assunto anche il delicato incarico di presidente di sezione in seno alla Commissione Tributaria della Lombardia. In questo periodo il giudice Di Blasi si sta occupando invece della vicenda Innse, la fabbrica milanese del legno a rischio chiusura.
FRANCIOSI Nicolò – Anche lui presente negli elenchi Cordova del lontano ‘92, oggi il giudice Franciosi, napoletano, classe 1942, è consigliere della Corte d’Appello a Milano. Nel 2003 fa parte della terna giudicante che respinge la richiesta avanzata dai legali di Cesare Previti di ricusazione dei giudici nel processo Imi-Sir. Turbolente le vicissitudini del giudice Franciosi dinanzi al Csm per quell’antica affiliazione: dopo la sanzione disciplinare fa ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Strasburgo condanna al risarcimento in favore di Franciosi non il Csm ma lo Stato italiano, reo di scarsa chiarezza sulle norme che regolano l’appartenenza alla massoneria nel caso di un magistrato. Il Consiglio Superiore, però, nel 2002 respinge la richiesta avanzata da Franciosi di revisione della sentenza di sanzione e, due anni dopo, dice no anche all’inserimento della sentenza europea nel suo fascicolo personale.
LA SERRA Renato – Ecco un magistrato-confratello di cui si sono praticamente perse le tracce. Le ultime notizie che lo riguardano risalgono al 1998 quando, nell’ambito dell’inchiesta a carico dell’ex procuratore generale di Roma Vittorio Mele e del ras della sanità pugliese Francesco Cavallari, vennero a galla i viaggi generosamente offerti dall’imprenditore agli amici in toga, compresa la leggendaria trasferta a Parigi cui prese parte anche l’allora pretore di Trani Renato La Serra. La sua affiliazione alle Logge, emersa negli elenchi Cordova del ‘92, gli era costata, due anni dopo, una sanzione disciplinare dinanzi al Csm.
MAESTRI Angelo Massimo – Classe 1944, originario della provincia milanese, è in servizio alla Corte d’Appello del tribunale di Palermo. Un caso, il suo, analogo a quello di Nicolò Franciosi: dopo la scoperta dell’affiliazione attraverso il sequestro Cordova, riceve la sanzione disciplinare dal Csm, che sara’ confermata anche in Cassazione. Nel 2004 la Corte di Strasburgo condanna lo Stato italiano a risarcire Maestri con 10 mila euro. I problemi, nella carriera di Maestri, però, sono stati anche altri: il suo trasferimento da La Spezia (dove era stato per lunghi anni pretore) a Palermo, era stato infatti disposto nel 2001 dal Csm, che lo accusava di aver ricevuto fidi bancari di consistente importo senza garanzie. Situazione che, sommata alle contestazioni per la affiliazione massonica, non solo determinò il trasferimento, ma anche la destinazione dell’ex pretore “ad un organo collegiale”.
MARSILI Mario – Carriera brillantissima per il genero del Venerabile Licio Gelli, del quale aveva sposato la figlia Maria Grazia. Venuto allo scoperto come massone in sonno nella P2 dopo il sequestro di Castiglion Fibocchi, il dottor Marsili si è gettato alle spalle l’onta di quello scandalo, ottenendo perfino una promozione dal Csm (nell’89), fino a balzare nel ruolo apicale che riveste oggi: sostituto procuratore generale al tribunale di Roma. Una Procura del resto, quella di piazzale Clodio, che per anni aveva visto al vertice un altro pisuista di fama, il massone Carmelo Spagnuolo.
Prima giudice istruttore ad Arezzo, poi alle sezioni giudicanti del tribunale di Perugia, Marsili ebbe solo un piccolo incidente di percorso nell’84, quando fu sottoposto a procedimento penale dinanzi al tribunale di Verona (per accuse relative alla sua carriera di piduista) e, per questo, gli fu sospeso lo stipendio. In seguito all’assoluzione, riprese la sua escalation nei ranghi della giustizia italiana. Tanto che furono affidate proprio a Marsili le indagini sull’eversione nera di stampo neofascista, comprese quelle a carico di Mario Tuti e l’inchiesta sulla strage dell’Italicus. Come sono andate a finire, lo sappiamo.
MEZZATESTA Michele – No, non era un’affiliazione massonica qualsiasi, quella del magistrato Michele Mezzatesta, nei primi anni ‘90 presidente del tribunale fallimentare di Palermo. Perche’ alla stessa Loggia del capoluogo siciliano facevano capo anche fior di mafiosi (fra cui il “ragioniere” di Cosa Nostra Pino Mandalari e Salvatore Greco, fratello del “papa” Michele Greco), politici ed affaristi. “La pietra entra grezza ed esce levigata”, si leggeva all’ingresso di quel tempio, cui gli inquirenti erano arrivati seguendo le tracce di un narcotrafficante agrigentino.
La questione si è riaperta in qualche modo nei mesi scorsi, dopo che i pubblici ministeri di Caltanissetta hanno chiesto all’Aisi, attuale sancta sanctorum dei Servizi segreti italiani, di visionare gli archivi sulla strage di Capaci. In compenso Mezzatesta non figura più nei ranghi della magistratura italiana.
MONDELLO Fabio – Consigliere di Corte d’Appello a Roma, dopo il clamore seguito al ritrovamento del suo nome fra i massoni del sequestro Cordova, nel ‘96 Mondello finisce nuovamente nei guai a causa di un processo che lo vede imputato insieme all’allora presidente di Cassazione Filippo Verde per aver usufruito di viaggi offerti dalla Canon ad alti esponenti del ministero di via Arenula, dove i due magistrati avevano prestato servizio nei primi anni ‘90. Il nome di Mondello rimbalzò contemporaneamente anche nell’ambito di un altro scottante procedimento, quello che vide coinvolto il gip della capitale Renato Squillante e l’avvocato Attilio Pacifico. In seguito alla condanna in primo grado riportata a Perugia per la vicenda Canon, Mondello ha lasciato la magistratura.
MONTI David – Un caso davvero spinoso, quello di David Monti, il cui nome è legato all’inchiesta, condotta quando era pm ad Aosta, denominata Phoney Money ed incentrata su traffici intarnazionali che coinvolgevano massoni, alti prelati e pezzi dello Stato. Correva l’anno 1996 e nessuno si ricordava più che il nome di David Monti era negli elenchi sequestrati da Agostino Cordova. Anche Monti, all’epoca, aveva fatto ricorso alla solita scusa: «la mia iscrizione alla massoneria? Una semplice curiosità giovanile». Sarebbe interessante sapere come ha fatto il magistrato (e con lui diversi altri colleghi) a cancellare il complesso rituale dell’affiliazione ma, soprattutto, a rinnegare il giuramento di sangue fatto dinanzi ai confratelli. Una bella letterina di dimissioni, come al circolo del golf? Di sicuro Monti ha proseguito senza impedimenti la sua carriera nell’ordinamento della magistratura italiana. Ed oggi è gip a Firenze.
MONTI Mauro – Classe 1947, riveste attualmente l’alta carica di sostituto procuratore aggiunto al tribunale di Bologna, la città dove e’ nato. Dopo la scoperta del suo nome negli elenchi sequestrati da Cordova, di Mauro Monti le cronache non si erano più occupate. Tornano a farlo ad agosto 2009 quando, su richiesta dello stesso Monti, il tribunale accoglie le istanze avanzate in appello dai difensori di Saverio Masellis e Francesco Cardamone, esponenti del clan dei casalesi accusati per aver gestito bische clandestine nel riminese. Risultato: per i due la sentenza di condanna è stata annullata e gli atti tornano al gup.
NANNARONE Paolo – I problemi cominciano fin dall’83, perché il nome di Nannarone è già lì, negli elenchi della Loggia Propaganda 2, insieme a quelli di altri magistrati. A differenza dei colleghi, Nannarone viene assolto dal Csm. E benché lo si ritrovi nuovamente negli elenchi Cordova del ‘92, il magistrato continua la sua carriera senza problemi; quello stesso anno presiede al tribunale di Perugia (dove ha svolto la gran parte della sua attività) la Corte d’Appello che proscioglie il finanziere “a un passo da Dio” Pierfrancesco Pacini Battaglia, difeso dall’attuale parlamentare di An Giulia Bongiorno. Nel ‘96 ritroviamo Nannarone a capo della Corte d’Assise chiamata a pronunciarsi sul delitto del giornalista Mino Pecorelli. Ritenuto incompatibile, sarà sostituito dal collega Giancarlo Orzella. Nel 2000, sempre a Perugia, pronuncia una storica sentenza: i clienti delle prostitute non sono punibili per favoreggiamento. Classe 1939, lasciata la magistratura Nannarone è oggi nell’organigramma di vertice della Banca Popolare di Cortona.
PINELLO Francesco – Classe 1932, presidente del Tribunale di sorveglianza di Palermo, nel 2005 fa parlare di sé per il regime di semilibertà concesso al pluriomicida del Circeo Angelo Izzo, tanto che l’allora guardasigilli Roberto Castelli decise di inviare gli ispettori in Sicilia. In precedenza il nome di Pinello era balzato alle cronache negli elenchi massonici del ‘92, che gli costarono un procedimento disciplinare del Csm a suo carico.
PONE Domenico – In quegli elenchi del ‘92 c’era anche Domenico Pone: una cosa da poco rispetto alla scoperta, avvenuta nel lontano 1983, della sua contemporanea affliazione alla P2, proprio mentre prestava servizio alla suprema Corte di Cassazione. Segretario, all’epoca, di Magistratura Indipendente, la corrente moderata delle toghe, Pone rappresenta uno fra i pochissimi casi di magistrati rimossi dall’ordinamento giudiziario per appartenenza alla Loggia fondata da Licio Gelli.
RESTIVO Nicola – È giudice per le indagini preliminari a Perugia, Nicola Restivo. Una delle ultime operazioni che portano la sua firma risale a maggio 2009, quando convalida il sequestro di biomasse trasportate illecitamente nelle campagne umbre. Nel 2007 un altro blitz, questa volta a carico di operatori assenteisti nella locale azienda ospedaliera. Nel ‘92, quando era procuratore capo a Perugia, il suo nome rimbalzò fra quelli dei massoni nelle liste Cordova. Il che, come abbiamo visto, non ha intralciato la sua brillante carriera.
RINAUDO Antonio – Anche la iscrizione di Rinaudo alla massoneria viene a galla con gli elenchi del ‘92. Attualmente in servizio a Torino (la citta’ in cui e’ nato nel 1948) come pubblico ministero, si è recentemente occupato dell’ex giocatore della Juve Michele Padovano, sotto accusa per un presunto traffico di droga col Marocco. Nel 2006 le intercettazioni a carico di Luciano Moggi disposte dalla Procura partenopea portano alla luce la frequentazione assidua fra l’ex plenipotenziario del calcio italiano ed il pm Rinaudo, fra cene con signore e scambi di regali natalizi. Ai magistrati napoletani che lo interrogano sulla sua possibile affiliazione alle Logge, Moggi rispondera’: «Massone io? Mai»…
ROMAGNOLI Riccardo – È in servizio al Tribunale civile di Roma il dottor Romagnoli, che a gennaio dello scorso anno ha pronunciato una storica sentenza riguardante Poste Italiane. Nel 1996, a seguito del ritrovamento del suo nome negli elenchi massonici del ‘92, a Riccardo Romagnoli il Csm inflisse la perdita di due anni d’anzianità. Il che scatenò la vibrata protesta del Grande Oriente d’Italia.
ROMANO Guido – Il suo nome era presente negli elenchi del ‘92. La decisione dell’allora guardasigilli Giovanni Conso di deferire al Csm i magistrati massoni, fra i quali Romano, fu aspramente criticata dal gran maestro Eraldo Ghinoi.
SALEMI Guido – Consigliere di Stato, giudice al Tribunale superiore delle acque pubbliche e componente della Commissione tributaria centrale. Queste le attuali qualifiche di Guido Salemi, che al Consiglio di Stato ha pronunciato nel corso degli anni numerose e rilevanti sentenze. La sua iscrizione in massoneria venne alla luce con gli elenchi del ‘92.
SCARAFONI Stefano – Fra quelle carte c’era anche il nome di Stefano Scarafoni. Romano, classe 1961, all’epoca giudice al Tribunale di Tolmezzo, Scarafoni doveva essersi iscritto giovanissimo alla massoneria. Oggi è in servizio come magistrato fra i più attivi alla sezione fallimentare del Tribunale di Tivoli.
SERGIO Ferdinando – Il suo nome – al pari di quelli dei colleghi Domenico Pone, Guido Romano e Paolo Tonini – venne fuori in una lettera sequestrata nella villa di Licio Gelli in Uruguay. Dalla missiva emergeva che il venerabile avrebbe finanziato con 25 milioni di vecchie lire la campagna elettorale di quei quattro magistrati, quando nel ‘77 erano stati eletti ai vertici della Anm.
SERIANNI Vincenzo – Originario di Motta Santa Lucia, in provincia di Catanzaro, fino al 2001 è stato presidente di Corte d’Appello a Milano. Presente negli elenchi del ‘92 (quando presiedeva una sezione giudicante al Tribunale di Torino), l’anziano magistrato calabrese, classe 1929, risiede da anni nella zona di Casale Monferrato, dove frequenta il locale Rotary e presiede la Giunta esecutiva alla Camera di Commercio.
SPINA Antonio – Ad aprile ‘95 il Csm gli commina la sanzione disciplinare per l’affiliazione alla massoneria, venuta alla luce con gli elenchi del ‘92, mentre Spina esercitava la funzione di pretore a Sciacca, in Sicilia. Attualmente non risulta presente nei ranghi della magistratura.
TONINI Paolo – Il nome di Tonini era compreso nella lista dei magistrati trovata nella villa sudamericana di Gelli (vedi Ferdinando Sergio). Da tempo Tonini è passato nei ranghi accademici come docente di Diritto processuale penale, che insegna all’Università di Firenze. In tale veste organizza incontri patrocinati dal Csm per la formazione e il tirocinio delle nuove leve in magistratura.
TRAPANESE Mario – A lungo presidente di sezione al Tribunale di Ancona, dopo il ritrovamento del suo nome negli elenchi del ‘92 fu deferito – insieme ai colleghi-confratelli – alla sezione disciplinare del Csm dall’allora ministro Conso. Origini napoletane, l’anziano magistrato si dedica oggi, sempre ad Ancona, a sostenere le sorti di un’associazione benefica, la Lega del Filo d’Oro.
VELLA Angelo – Ha fatto epoca, nel 1990, la decisione di Palazzo dei Marescialli, che aveva bloccato la promozione di Vella a presidente di sezione del Tribunale felsineo per la sua dichiarata appartenenza alla massoneria. Un parere che scatenò le ire di Francesco Cossiga. Nel 1974 il giudice Vella si era occupato della strage dell’Italicus. In anni più recenti, almeno fino al 2001, è stato membro della Corte di Cassazione.
VITALI Massimo – Era sostituto procuratore a Brescia ai tempi della strage di Piazza della Loggia e proprio a lui, insieme ad altri due colleghi, furono affidate le indagini su una tragica vicenda della quale ancor oggi si cerca una verità. La affiliazione di Vitali alla Massoneria verra’ alla luce solo con gli elenchi del ‘92. Cosa fa ora? Classe 1946, originario di Grosseto, Vitali è in servizio. Sempre a Brescia. Come consigliere di Corte d’Appello.

Una annotazione finale: diamo per scontato che tutti i magistrati qui elencati e le centinaia di colleghi iscritti alla massoneria svolgano il loro lavoro con diligenza e professionalità. Quello che il cittadino (vittima, imputato, parte offesa, imprenditore a rischio fallimento) ha il diritto di sapere è che restano legati fino alla morte a quel giuramento. Che la massoneria non è un gioco di società dal quale si esce a piacimento. E che violare quel patto ha significato, per molti, perdere la vita.

di Rita Pennarola
 
Dai tribunali massonici “ordinari” fino alle regole inconoscibili delle Logge coperte o non riconosciute. Con una serie di misteri non ancora svelati.
Che il giuramento massonico non sia scherzo, ma un impegno tremendamente serio, lo confermano tanto i diversi testi “sacri” conservati nelle Logge, quanto i massimi studiosi delle regole muratorie, e non solo in Italia. Qual è, allora, la punizione per chi viene meno?
Stando alle regole ufficiali, esistono tribunali massonici che partendo dal livello regionale, in tre gradi di giudizio, emettono la sentenza. Il peggio che può capitare ad un affiliato di livello medio-basso è il provvedimento di espulsione. E’ il caso, ad esempio, delle infinite beghe all’interno del Grande Oriente d’Italia sede napoletana, con tanto di accuse reciproche di furti, appropriazioni indebite, truffe.
Il tribunale massonico è peraltro venuto alla luce nel corso dei diversi procedimenti penali (quelli della magistratura ordinaria, naturalmente) che hanno visto massoni coinvolti, come nel caso della Loggia Spinello.
Tutto questo riguarda i comuni mortali, le decine di migliaia di ragionieri, avvocati, impiegati e funzionari pubblici che troviamo regolarmente negli elenchi. Ma come funziona per i vip, quasi sempre iscritti in logge coperte o, come abbiamo visto, in obbedienze di più recente fondazione ma riconosciute all’estero e comunque avvolte dal piu’ fitto mistero? Cosa succede, insomma, ad un confratello di altissimo grado che viene meno al giuramento? Qual è il castigo per colui che, dopo aver avuto accesso al sancra sanctorum dei segreti – anche personali, giudiziari o economici – dei confratelli, decide di infrangere il patto di sostegno incondizionato ai confratelli o, peggio, di rivelare cio’ che ha appreso nelle alte sfere delle super logge?
«In questi casi – spiega un noto consulente delle Procure – non esistono regole conosciute. Cio’ che a noi risulta sono solo i giudizi dei tribunali massonici ufficiali». Ed e’ proprio lungo questo vago confine che si rincorrono le ipotesi – molte presenti anche sul web con tanto di circostanziate ricostruzioni – su alcuni stranissimi “incidenti” o improvvisi e inspiegabili “suicidi” degli ultimi anni. Si tratta, in tutti i casi che qui ricorderemo, di personalita’ non ufficialmente iscritte alla massoneria, ma sulla cui vicinanza o appartenenza alle Logge sono stati spesso avanzati dubbi.
Cominciamo da Lorenzo Necci che, grazie alla militanza nel Pri – il partito che si richiama al padre della massoneria Giuseppe Mazzini e che contava tra le sue fila il maggior numero di confratelli – e all’amicizia personale con Ugo La Malfa, da figlio di un ferroviere era diventato numero uno delle Ferrovie di Stato, dal cui portone principale era uscito lasciando nelle casse un buco da miliardi di euro. A maggio 2006 Necci muore senza un perché, in ospedale, dopo essere stato investito dalla Range Rover di un piccolo artigiano locale mentre si recava in bicicletta al campo da golf nella zona di Ostuni, dove trascorreva i week end. Senza che nessuno avverta la necessita’ di chiedere l’autopsia. Ha portato con sé, fra gli altri, tutti i segreti del colossale buco nero di denaro pubblico denominato “Treno ad Alta Velocita’”, che proprio in quegli anni stava arrivando all’attenzione della magistratura.
26 novembre. Siamo sempre nel 2006, anno maledetto. L’imprenditore televisivo Giorgio Panto si leva in volo, come fa abitualmente quasi tutte le settimane, con il suo elicottero verso l’isola di Crevan, nella laguna di Venezia. Un percorso conosciuto a menadito per un pilota, come lui, superesperto. Non ci sono condizioni meteorologiche avverse ma all’improvviso il cielo è squarciato da una fiammata. L’elicottero si schianta in laguna. Perde così la vita l’uomo che aveva osato sfidare il centro-destra italiano. Fino al punto da sancire la vittoria, alle politiche di quell’anno, del centrosinistra di Romano Prodi. Con i 92.079 voti raccolti dalla lista autonoma di Panto, infatti, la destra di Silvio Berlusconi avrebbe ottenuto il premio di maggioranza, vincendo le elezioni. Era vicino alla massoneria, Panto? Non ci sono elementi sicuri per affermarlo. A parte l’amicizia con i redattori della rivista Il Piave, cui collabora regolarmente Licio Gelli.
Meno di un anno dopo – siamo a luglio 2007 – ancora una morte, improvvisa e del tutto inspiegabile, di una personalita’ molto in vista. Dopo essere rientrato da una mattinata di udienza al tribunale di Prato il re degli avvocati milanesi, Corso Bovio, rientra tranquillamente nel suo studio di via Podgora a Milano.  È di umore normalissimo. Saluta i collaboratori e si chiude nella sua stanza.
Pochi minuti dopo si toglie la vita sparandosi un colpo di pistola in bocca. Questa la versione ufficiale, l’unica, su un caso che avrebbe meritato, per le tante stranezze, ben altri approfondimenti.
Era iscritto alla massoneria, il principe del foro Corso Bovio, sui cui manuali hanno studiato intere generazioni di giornalisti italiani? Non appare in alcun elenco ufficiale. Ma di sicuro lo era la sua famiglia, a cominciare dal nonno Giovanni Bovio, illustre giurista e senatore della repubblica, cui è intitolata una fra le più importanti logge del Grande Oriente d’Italia che ha sede a Napoli, la città dove Corso Bovio era nato nel 1948.
Difensore di personaggi come Marcello Dell’Utri, Paolo Berlusconi e, più recentemente, Stefano Ricucci, secondo indiscrezioni pubblicate dal Sole 24 Ore all’indomani della sua scomparsa Bovio custodiva un archivio “esplosivo”, dal quale sarebbe stato possibile riscrivere la vera storia del capitalismo italiano.
Dopo il sequestro da parte della Procura milanese, su quelle carte, da allora, è caduto il silenzio.
di Furio Lo Forte
Licio Gelli
27 gennaio 2010

Magistrati: La mafia li minaccia, i senatori li irridono

 
Quei coretti anti-Ingroia  
Dall’aula del Senato dovrebbe essere bandita ogni forma di inciviltà e barbarie. Non sempre accade. Lo testimonia il reso-conto stenografico della seduta dedicata alla discussione sul “giusto processo”, che registra una denunzia del senatore Li Gotti, crudamente espressa nei termini seguenti: “In quest’aula, mentre si citava il gravissimo fatto del programmato attentato distruttivo ordito contro alcuni magistrati che combattono la mafia, una parte di questa assemblea ha irriso all’evocazione dei nomi delle possibili vittime… Sapevamo dei mafiosi che brindarono alla morte di Giovanni Falcone… Eravamo a questa torbida conoscenza. Oggi abbiamo qualcosa di altro: una parte dell’aula del Senato, ieri, ha fatto un coretto di irrisione alla pronunzia del nome di Antonio Ingroia, un magistrato che la mafia vuole uccidere”   .

   Ora, nessuno pretende che chi mette quotidianamente a rischio la propria vita per servire il paese nella lotta alla criminalità organizzata mafiosa sia pensato da tutti come perennemente avvolto in una bandiera tricolore. Ci mancherebbe. In un mestiere come quello di magistrato, nel quale l’errore è un rischio immanente, l’accettazione acritica dell’operato di questo o quell’ufficio o di un singolo giudice sarebbe inconcepibile. Anche perché le critiche, se oneste, aiutano a sbagliare di meno. Ma la mancanza di rispetto, fino a schernire chi viene indicato come vittima designata di un attentato programmato dalla mafia, è fuori di ogni logica e decenza.  

   Non mi risulta che ci siano state reprimende o altre prese di distanza verso i senatori che si son permessi di scherzare – letteralmente – sulla pelle degli altri. Sarebbe utile invece che qualche amico o sodale provasse a responsabilizzarli un po’ magari rivelando   loro un fatto che mi è capitato tempo fa, di sentire proprio da Ingroia. E’ il racconto di quando (per la prima volta dopo anni) egli si trovò sull’ascensore col figlio: per caso, da solo, senza la scorta. Il figlio si guardò intorno e rivolto al padre, con tenerezza esclamò a bassa voce: “Qui noi finora non siamo mai stati da soli”, e gli mandò un piccolo bacio, senza far rumore. Per Ingroia fu un momento di profondo affetto e verità, di riflessione sul fatto che non era mai stato (e mai sarebbe stato) solo con i suoi figli fuori dalla porta di casa. Niente di patetico in questo, semplici constatazioni che non hanno mai modificato   le scelte di Ingroia (e dei tanti magistrati che in Sicilia operano e vivono come lui), ma che ormai fanno integralmente parte del suo modo di essere padre. Sono i condizionamenti sulla vita privata di un mestiere e soprattutto dei rischi di un mestiere che è faticosamente pubblico. E che dovrebbe meritare da tutti (anche dai senatori capaci invece di scandalosi coretti) considerazione e rispetto.

   Ragionare su vizi e virtù della giustizia e del sistema che dovrebbe realizzarla è doveroso e giusto. Ma su binari di razionalità. Deraglia chi irresponsabilmente   scherza, nella sacralità istituzionale della “Camera alta”, sulle possibili vittime di attentati progettati da quella feroce organizzazione criminale che tutti sanno (o dovrebbero sapere) essere Cosa Nostra. L’irrazionalità può anche generare mostri. Certo, nessuno lo vuole e non sarebbe nell’interesse di nessuno se ciò si verificasse. Per questo chi in Senato ha sbagliato, reagendo alla notizia degli attentati mafiosi contro magistrati impegnati in prima linea come se si trattasse di una cosettina da ridere, dovrebbe essere – nelle forme istituzionalmente corrette – quantomeno invitato a vergognarsi.
di Gian Carlo Caselli IFQ
27 gennaio 2010

27 gennaio, il giorno della memoria: Milano-Auschwitz

C’è un sotterraneo alla Stazione centrale di Milano, una immensa stanza segreta che riproduce tutto quello che vedete di sopra, al piano dei treni e della grande tettoia di ferro e di vetro che, ancora adesso, fa sentire la tensione del viaggio. Capisci che l’avventura comincia nell’arco di luce che si vede verso il fondo, dove i treni diventano una linea che va verso il mondo.

   Anche sotto, nella immensa stanza segreta, ci sono binari. Vanno verso un punto lontano, che non rivela niente, solo altre gradazioni di buio. Qui senti che sei lontano dal cielo come se questo luogo fosse una fenditura profonda. Pochi metri tra sopra e sotto, ma la distanza è infinita. Sopra siete liberi, sotto no.

   Come in una strana, torbida fiaba, essere qui è una condanna. Così è stato ogni giorno, ogni settimana in un periodo maledetto della nostra storia.  

   Noi siamo su un lastrone di cemento al binario 21. Siamo testimoni di un delitto italiano di cui sono restati tutti i segni e tutte le impronte. Dal binario 21 partivano i treni, mentre Milano viveva la sua difficile vita di guerra, la borsa nera, lo sfollamento, il treno per venire al lavoro e tornare in campagna per essere più al sicuro, quel tanto di solidarietà che nasce sempre nei momenti difficili. Non per tutti. Una bambina che è passata sul marciapiede buio del binario 21, in quel misterioso piano di sotto racconta: “Dopo l’arresto ci avevano rinchiuso a San Vittore, con ladri e malfattori. Quando ci hanno messi in marcia verso la stazione donne, uomini, vecchi, bambini, in uno strano corteo, soltanto i detenuti di San Vittore hanno gridato “coraggio”, hanno capito l’assurdo, ci hanno dato quel che avevano da mangiare e per stare caldi. Nelle strade di Milano non se ne è accorto nessuno, nessuno si è voltato”.

   E’ la voce di Liliana Segre che ha fatto da guida alla stanza sotterranea, ha mostrato che pietre   , cemento, umido, buio e binari ci sono ancora. Ecco il binario 21. Da qui, dalla stazione italiana, con personale italiano e scorta italiana, partivano i treni Milano-Auschwitz. Qui spingevano sui vagoni gli ebrei italiani destinati a morire. Qui il 26 gennaio, decimo anniversario del Giorno della Memoria, Marco Szulc, figlio della Shoah, ha posto la prima pietra del Memoriale italiano.
di Furio Colombo IFQ

   Milano, piano sotterraneo, binario 21. Ci sono ancora i vagoni
26 gennaio 2010

Roberto Formigoni e il piano segreto per l’Expo

 I l contratto da cui nasce l’Expo di Milano è un documento di 25 pagine e sette planimetrie che nessuno ha mai visto: non il consiglio comunale, che lo aspetta da un paio d’anni, non i cittadini milanesi che avrebbero diritto di sapere che cosa si sta progettando. È una convenzione sottoscritta, già nel giugno2007,dalcomuneedaidue proprietari dell’area su cui, nel 2015, si svolgerà l’evento: la Fiera di Milano e la società Belgioiosa (gruppo Cabassi). È il documento, finora segreto, che fa finalmente capire dov’è il trucco dell’Expo 2015: un’iniziativa intitolata “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, che nutrirà però soprattutto i proprietari dell’area, i quali potranno cementificarla con grande energia, oltre ogni regola.

   IL CONTRATTO. Che cosa   prevede, infatti, il contratto? Che quell’area sghemba a nord di Milano tra Pero e Baranzate, contigua alla nuova Fiera, prescelta per celebrare i fasti dell’Expo, resti ai proprietari. Viene data in concessione alla società Expo per sette anni (2010-2017), al termine dei quali Fiera e Cabassi se la riprenderanno. Ma, passata la festa, ci troveranno alcune gradite sorprese. Oggi l’area (circa 1 milione di metri quadri, 70 per cento della Fiera, 30 di Cabassi) è agricola. Non ci si può costruire nulla. Che cosa dice invece la miracolosa convenzione segreta? Che nel 2017 l’area sarà restituita a Fiera e Cabassi con un indice d’edificabilità 0,6: ossia puoi costruire 6 metri quadri ogni 10, per un totale di 600 mila metri quadri. Non è meraviglioso? Ma c’è di più. Il nuovo Piano di governo del territorio (Pgt) in approvazione a Milano innalza per le aree agricole l’indice di costruzione allo 0,2 (puoi costruire 2 metri quadri ogni 10); ma   l’area Expo è considerata un’eccezione (“zona di trasformazione speciale”), con un eccezionale indice 1: dunque si potrà costruire ben 1 milione di metri quadri. E con un mix funzionale libero, dice il contratto Expo, a gentile discrezione dei proprietari.

   In una prima ipotesi, c’era anche un regalo aggiuntivo, come nelle fiere di paese. Guardate l’illustrazione numero 1 in questa pagina: padiglioni, edifici, uffici, abitazioni, una grande torre… Il primo progetto prevedeva che la società   Expo costruisse molto, sull’area. Così nel 2017 i proprietari si sarebbero ritrovati una gran parte del lavoro già fatto, senza neanche la fatica di costruire a loro spese. Poi la crisi, i litigi politici, i ritardi, le incertezze, la mancanza di soldi hanno determinato un cambiamento di rotta. Il sindaco di Milano Letizia Moratti ha chiamato cinque architetti a ripensare l’Expo. Una consulta internazionale formata da Stefano Boeri, Richard Burdett (quello che sta progettando le Olimpiadi di Londra 2012), Jacques Herzog (quello dello stadio-nido di Pechino), William McDonough (collaboratore di Al Gore) e Joan Busquets (Olimpiadi di Barcellona). Il nuovo progetto, presentato in pompa magna nel settembre 2009, lo vedete nell’immagine numero 2. Niente più grandi padiglioni, ma un immenso orto botanico. Ognuno dei 120 paesi che parteciperanno all’Expo avrà una striscia di terreno larga 20   metriincuipotràpresentarelesue coltivazioni, i suoi prodotti, le sue eccellenze, con serre e terreni che riproducono le biodiversità, i climi del mondo e le loro tipicità alimentari. Ogni striscia s’affaccia su un lungo boulevard-tavola dove i paesi ospiti potranno mettere in mostra e condividere le loro colture e i loro prodotti. Un piccolo villaggio-Expo, di edifici bassi, sarà costruito discretamente sui bordi dell’area. Così, dopo l’Expo, alla città potrà restare in eredità un grande parco botanico planetario.

   L’EXPO DOPO L’EXPO. Questo dice il progetto realizzato con   la collaborazione anche di Carlin Petrini, il papà di Slowfood. Ma se le aree nel 2017 torneranno ai loro proprietari, e con la possibilità di costruirci sopra un milione di metri quadri, dove andrà mai a finire la promessa del parco botanico planetario da regalare alla città? Per non sbagliare, comunque, si sta passando dal “concept plan” al “masterplan”. Ovvero: ora che i cinque grandi architetti, sotto l’ala delsindacoMoratti,hannodettola loro (“concept plan”), la palla passa all’Ufficio di Piano dell’Expo, che dovrà realizzare il progetto vero (“masterplan”). E qui arriva il bello. L’Ufficio di Piano sta remando in direzione opposta: il sogno dei cinque super-architetti è troppo leggero, troppo agreste, troppo bucolico. Bisogna riempire, costruire, appesantire. Dare la possibilità ai paesi espositori di potersi esibire innalzando come vogliono i loro padiglioni nazionali. Ad aprile vedremo il risultato. Questo è il   primo dei durissimi scontri in atto. Il secondo è sulla proprietà dell’area. Il terzo è sul dopo: che cosa sarà l’Expo dopo l’Expo?

   LA FIERA. La Fiera (più che Cabassi) vuole mantenere il controllo dell’area, come previsto dal contratto, e dopo l’Expo avere uno spazio immenso da valorizzare, con un guadagno immenso. Case, uffici, il nuovo centro di produzione Rai (ma con quali soldi?), magari un po’ di housing sociale (abitazioni a basso costo) tanto per indorare la pillola. L’amministratore delegato di Expo spa, Lucio Stanca, sta invece provando a percorrere un’altra strada, su cui s’incamminerebbequalunquemanager serio: acquistare le aree. Perchélasciarleaiproprietari,acuiregalare un valore immenso? Oggi l’area Expo è terreno agricolo, potrebbe dunque essere comprata a prezzi ragionevoli (100-130 milioni di euro). Ma, naturalmente, la Fiera non ci sta. Preferisce il regalo miracoloso del milione di metri quadri di cemento. Se proprio costretta, potrebbe anche vendere,   ma alzando di molto il prezzo. Ma per capire questa partita, che è il vero, feroce conflitto in corso, bisogna capire la geografia del potere che si sta ricomponendo attorno all’Expo.

   Fiera vuol dire Roberto Formigoni, cioè Pdl ala Comunione e liberazione. Formigoni, eterno presidente della regione Lombardia, ha lavorato sottotraccia per diventare il vero padrone dell’Expo. Sottraendo il giocattolo a Letizia Moratti. Formigoni non solo controlla attraverso i suoi uomini la Fiera, proprietaria dell’area, ma ha anche abilmente occupato l’Ufficio di Piano, d’ora in avanti vera cabina di regia dell’Expo. Sono di area Comunione e liberazione (e formigoniani di ferro) Matteo Gatto, il direttore dell’Ufficio di Piano; Andrea Radic, responsabile della comunicazione; Alberto Mina, responsabile delle relazioni istituzionali. Il comitato scientifico è presidiato da uno dei grandi capi di Cl, Giorgio Vittadini. Nel consiglio d’amministrazione di Expo spa siede invece Paolo Alli, già capogabinetto di Formigoni. La guerra è cominciata.
 
Nell’immagine sopra, la prima versione di come sarà l’area Expo. Nell’immagine sotto, il secondo progetto con il parco (ma l’area sarà edificabile, quindi senza vincoli di conservarlo)
 
Personaggi&Interpreti delle battaglie milanesi
Chissà se è pentita, Letizia Moratti, di aver fatto vincere a Milano la gara internazionale per l’Expo 2015. Finora da quel successo le sono venuti solo guai. Ora è preoccupata, tesa. È in forse anche la sua ricandidatura a sindaco. Credeva di poter gestire l’evento con i suoi uomini senza le interferenze dei partiti. Ha imparato a sue spese che non è possibile. Ha dovuto subire subito i boicottaggi degli expo-scettici, Lega e Giulio Tre-monti. E poi gli assalti dei poteri, delle correnti, delle cordate. Umberto Bossi all’Expo non ha mai creduto, lo chiama “Expo di territorio”, vorrebbe che coinvolgesse paesi, città, territori e genti di tutta la Padania. Vorrebbe insomma che, se proprio si deve fare, fosse utile a portare consenso (ma anche poltrone, potere e soldi) alla Lega. Ha imposto un suo uomo, Leonardo Carioni a presidiare il consiglio d’amministrazione.  

   Tremonti dell’Expo avrebbe proprio fatto a meno: il suo ministero ha pochi soldi da spendere e non li vuole buttare per la gloria di Donna Letizia, che quando è andata a Roma a batter cassa si è sentita rispondere: “Letizia, il governo non è tuo marito”. Così Tremonti ha garantito per ora soltanto 133 milioni per il triennio 2009-2011, che dovrebbero diventare (chissà) 1,4 miliardi entro il 2015. Non si sa se arriveranno davvero i 600 milioni di competenza degli enti locali e i 500 dei privati. Tanto per cominciare bene, già quest’anno il bilancio previsionale di Expo spa è in rosso di 15 milioni di euro. Le grandi opere già previste einfilateaforzanelprogettoExpo(lesuperstrade Pedemontana, Tem, Brebemi, le linee di metrò M4 e M5) non si sa se saranno finite in tempo per il2015.Sisaperòchemancanoisoldi:almeno2,5 miliardi di euro. Alcune opere sono state addirittura cancellate: non sarà fatta la linea M6, non   sarà fatta la torre Landmark; non sarà fatta la via d’acqua navigabile che avrebbe dovuto portare dalla città all’Expo. Per fortuna gli orti costano meno. Del resto, alla stima iniziale di 30 milioni di visitatori previsti non crede più nessuno. E le previsioni di fatturato sono già precipitate da 44 a 34 miliardi.

   Chissà se Lucio Stanca, il mediatore imposto da Silvio Berlusconi dopo tante polemiche, tanti litigi, tanti ritardi, resisterà fino al 2015. C’è già chi lo dà per sconfitto, bruciato dal braccio di ferro in corso (lui vuole comprare l’area, la Fiera vuole mantenerne la proprietà). C’è chi fa già il nome del successore: l’uomo di Berlusconi per le imprese impossibili, il super commissario Guido Bertolaso. Intanto ha messo il suo cappellone sull’Expo anche Bruno Ermolli, a cui piace tanto essere definito il Gianni Letta di Milano. Attraverso la Camera di commercio-Promos, ha organizzato nei giorni scorsi un incontro sull’Expo per dire: occhio, ci sono anch’io.  

   Ma è la Fiera, ormai, il vero dominus dell’operazione, strappata alla povera Moratti. Dunque Roberto Formigoni, che ha occupato anche l’Expo, e non si fa certo disturbare dall’arrivo del nuovo presidente della holding di controllo della Fiera, l’ex banchiere craxiano (ora berlusconiano) Giampiero Cantoni. L’uomo forte di Formigoni che ha lavorato nell’ombra (anche) per l’Expo è – tenetevi forte – l’avvocato Paolo Sciumè. Ora ha dovuto sospendere il suo impegno, perché è statoarrestatoconl’accusadiaverpresentatoclienti mafiosi al presidente della Banca Arner, Nicola Bravetti. Il personaggio giusto, Sciumè, per lavorare a un’impresa che, già per conto suo, è a rischio infiltrazioni mafiose.
di Gianni Barbacetto IFQ
26 gennaio 2010

Renata Polverini e i saldi all’Indap e allo Ior

Renata Polverini con Storace e l’atto di compravendita
 
La furbetta del Palazzo
   Dopo avere consultato i numerosi atti di compravendita del candidato presidente, Il Fatto Quotidiano, ha scoperto che Renata Polverini ha mentito in un atto pubblico e ha evaso le imposte per circa 19 mila euro. Non solo: per risparmiare altri 10 mila euro in un secondo acquisto ha architettato una doppia donazione con la mamma, realizzando un risparmio fiscale che puzza di elusione. Siamo di fronte al classico esempio di beffa dopo il danno: in entrambi i casi gli appartamenti erano stati acquistati a prezzi di saldo, il primo dall’Inpdap e il secondo dal Vaticano. Per capire l’inghippo   bisogna partire dall’inizio. Nel 2001, Renata Polverini compra la casa del portiere di uno stabile in cortina vicino a villa Pamphili. Nel frattempo le capita un affarone.

   Già dalla fine degli anni Novanta è inquilina di “Affittopoli”. Ha ottenuto dall’Inpdap un grande appartamento al Torrino, vicino all’Eur. La casa è dell’ente previdenziale nel quale l’Ugl e gli altri sindacati sono presenti in consiglio per tutelare le pensioni dei lavoratori e non, come spesso accade, per accaparrarsi le case più belle. Come da copione quella affittata (chissà in base a quali criteri) dall’ente governato dai sindacati all’allora   vicesegretario Ugl finisce in vendita a marzo del 2002 e lei compra per un prezzo stracciato: 148 mila e 583 euro per sette vani e un box. Un terzo del valore attuale, metà del prezzo di mercato dell’epoca.

   Polverini però non vuole pagare nemmeno le tasse sulla seconda casa pari al 10 per cento del valore. Così, pochi giorni prima del secondo acquisto dall’Inpdap dona alla mamma la prima casa di Monteverde. L’atto è registrato il 28 marzo. Così, lo stesso giorno, Polverini si può presentare al fisco come una nullatenente per pagare l’aliquota del 3 per cento, risparmiando circa 10 mila euro di tasse. Ovviamente   , dopo 5 anni la mamma le restituisce la casa di Monteverde. E quella del Torrino finisce a un altro appartenente alla casta: il segretario confedera-le della Ugl, Rolando Vicari che dichiara di pagarla 234 mila euro nel 2007.

   Se, quando compra dall’Inpdap, Polverini si limita al trucchetto della donazione, quando compra dallo Ior passa del tutto il guado dell’evasione fiscale. Il 17 dicembre del 2002, 9 mesi dopo l’acquisto della casa dell’Eur dall’Inpdap, Renata Polverini non si fa sfuggire un’altra grande occasione. Le offrono un primo piano di ampia metratura a San Saba, vicino all’Aventino a un prezzo imperdibile. Anche stavolta il venditore non è un privato qualsiasi ma lo Ior, la famigerata banca del Vaticano. L’avvocato Gabriele Liuzzo, in rappresentanza dello Ior diretto da Angelo Caloia, le cede sei stanze, tre bagni, due box e tre balconi al prezzo ridicolo di 272 mila euro. Stavolta   Polverini dovrebbe pagare il 10 per cento di aliquota, ma fa la furba e dichiara al notaio Giancarlo Mazza “di non essere titolare esclusiva di diritti di proprietà di altra casa nel comune di Roma”. Le carte del catasto   però la smentiscono: Renata Polverini è stata proprietaria della casa dell’Eur fino all’aprile del 2007. Se la sindacalista non ha corretto con una dichiarazione successiva o un condono la sua posizione, è ancora debitrice verso l’Erario di circa 19 mila euro, cioè la differenza tra il 3 e il 10 per cento di 272 mila euro. Anche se non ha più nulla da temere perché è scaduto il termine per l’accertamento.

   E non si può nemmeno dire che l’allora vicesegretario dell’Ugl non avesse dimestichezza con   le regole: è stata azionista di una serie di società della galassia Ugl che si occupavano di tasse: da Consulfisco Telematica a Servizi telematici fiscali. Né si può dire che le mancavano i soldi per pagare l’Erario. Meno di due anni dopo era pronta a comprare un altro mega appartamento gemello con i soliti doppi ingressi e tre bagni, nello stesso palazzo di San Saba. Il Fatto Quotidiano ha contattato lo staff di Renata Polverini per avere una spiegazione. La candidata ha preferito non replicare.  
 
di Marco Lillo IFQ
25 gennaio 2010

11 settembre: aumentano i dubbi sulla veridicità degli accadimenti

Attacchi terroristici dell’11 settembre 2001: NOI NON VI CREDIAMO!

Un numero sempre maggiore di persone dubita della teoria ufficiale dell’11 settembre. Tra questi più di 400 scienziati
Di Oliver Janich – Focus Money N.2 /2010
È la sua ultima battaglia, ma forse la più importante. Jesse Ventura ha combattuto in Vietnam nell’UDT (Underwater Demolition Team), una squadra che eseguiva attacchi esplosivi sott’acqua che più tardi sarebbe confluita nei celebri Navy SEALs. In seguito, ha proseguito la sua lotta sul ring come wrestler, …

… fino a quando non ha deciso di entrare nell’agone politico. Dal 1999 al 2003 Ventura è stato governatore dello stato americano del Minnesota. Oggi non riesce a spiegarsi come, all’epoca in cui era governatore, abbia potuto credere alla versione ufficiale sugli attentati terroristici dell’11 settembre, nonostante possedesse già approfondite conoscenze sugli esplosivi. "Mi sono preso a calci da solo per non averlo capito subito quando è successo. Il fatto è che ero sconvolto che una cosa del genere potesse mai accadere e oggi mi devo scusare di non essere stato più attento all’epoca", racconta al conduttore radiofonico statunitense Alex Jones. Oggi lotta per portare alla luce la verità con una serie autoprodotta per il canale via cavo TruTV. Il titolo è: "Teoria della cospirazione".

Dubbi sempre più forti.

Sempre più persone la pensano come Jesse Ventura negli Stati Uniti. Stando a una serie di sondaggi, la maggioranza degli americani non crede più alla teoria ufficiale, secondo cui terroristi islamici guidati da Osama Bin Laden sarebbero i responsabili degli attacchi. In base ai dati dell’ultimo grande sondaggio effettuato nell’agosto 2007 da Zogby, uno dei principali istituti di ricerca demoscopica, il 67% degli intervistati ha dichiarato, ad esempio, che la commissione sul 9/11 avrebbe dovuto indagare anche sul crollo del World Trade Center 7 (WTC 7). Il fatto che non lo abbiano fatto alimenta i loro dubbi.

Il sito Web

www.patriotsquestion911.com conta tra i propri utenti circa 2.000 tra docenti universitari, militari, piloti, poliziotti, architetti, ingegneri, fisici, esperti di intelligence, magistrati e personaggi famosi (tra cui 400 scienziati), senza per questo prendere direttamente posizione. Oltre a Francesco Cossiga, ex Presidente della Repubblica italiana, anche lo scrittore e vincitore di un premio Nobel Dario Fo ha dubbi sulla teoria ufficiale di George W. Bush. Forse tutte queste persone, alle quali viene riconosciuto un elevato grado di credibilità nelle rispettive professioni e a cui, in parte, sono affidate anche vite umane, sono tutti impazziti? Che cosa li distingue fondamentalmente da coloro che considerano folli teorici della cospirazione tutti coloro che non credono alla versione ufficiale? Che i primi hanno analizzato i fatti, cosa che i media tradizionali quasi mai hanno fatto.

La terza legge di Newton.

"La massa segue sempre il percorso di minore resistenza", diceva il famoso fisico già più di 300 anni fa. E non è neppure possibile schiacciare un fiammifero dal basso verso il basso. Esso si piega invece nel punto che cede per primo. Così come un albero cade di lato quando viene intaccato con un colpo d’ascia. Che cosa significa questo? Che qualunque sia il punto in cui l’acciaio ha ceduto prima per effetto dell’impatto dell’aereo, l’edificio avrebbe dovuto cadere da quella parte.

"Fatevi una domanda molto semplice: Perché il blocco inferiore dell’edificio non ha opposto alcuna resistenza alla parte superiore, che pure era di gran lunga più piccola?", si chiede l’architetto Richard Gage. "Le torri sono venute giù senza interruzione alla velocità di caduta libera, in modo lineare e simmetrico, come se i 90 piani sottostanti non esistessero proprio. L’unico modo perchè ciò sia possibile è che vi sia stata una demolizione controllata". L’agenzia governativa NIST, responsabile per l’indagine sui crolli, non ha però neppure preso in considerazione la possibilità di una demolizione controllata. La motivazione è curiosa: le demolizioni controllate iniziano di solito dal basso, ossia dai piani interrati. E infatti il portiere William Rodriguez ha testimoniato in diverse occasioni di aver udito proprio queste esplosioni nei piani interrati, tra l’altro anche nella serie diretta da Jesse Ventura.

Lo stesso Ventura ha cambiato idea solo dopo che il figlio lo ha convito a guardare il film "Loose Change", che nel frattempo era stato scaricato dal Web oltre 100 milioni di volte. Film come "Zero" dell’eurodeputato italiano Giulietto Chiesa o "911 Mysteries" sono andati in onda anche su ORF o su Vox. La serie di Ventura "Conspiracy Theory" va in onda sul canale via cavo TruTV di Ted Turner. Il produttore di Hollywood Aaron Russo ("Una poltrona per due") si è occupato nel suo film-documentario "America: From Freedom to Fascism" dei retroscena del 9/11. Tutti questi film sono accessibili su Google Video.

Architects and Engineers for 911 Truth.

L’architetto Richard Gage contesta inoltre che l’incendio sia la causa del crollo dei tre grattacieli: "Nessun incendio in un grattacielo ha mai portato al crollo di un edificio in acciaio". Gage è architetto da venti anni e in questo periodo ha costruito numerosi edifici in acciaio a prova di incendio. Recentemente ha preso parte alla costruzione di un progetto da 400 milioni di euro, in cui sono state utilizzate 1200 tonnellate di acciaio. Ha fondato il movimento Architects and Engineers for 911 Truth (ae911truth.org), che conta oggi quasi un migliaio di architetti e ingegneri oltre a 5000 altri sostenitori. "Il crollo delle Twin Towers e del World Trade Center 7 soddisfa tutte le condizioni di una demolizione controllata, ma non una sola condizione di un collasso causato da incendio", ha detto Gage (vedi riquadro a sinistra). Sottolinea inoltre che vi sono numerose altre prove di una demolizione controllata. "Abbiamo trovato tonnellate di acciaio fuso. L’acciaio fonde a 3000 gradi Fahrenheit, il cherosene e il fuoco provocato dall’incendio degli uffici possono raggiungere al massimo 1400, forse 1600 gradi Fahrenheit".

Secondo Gage, le probabilità che l’incendio abbia compromesso tutti gli elementi strutturali esattamente nello stesso momento sono uguali a zero. Ma se anche le probabilità fossero, ammettiamo, del 10%, bisogna tener conto che in quella stessa giornata ben tre edifici sono implosi in modo simmetrico. La probabilità che questo evento si ripeta per tre volte nello stesso giorno sarebbe dunque 0,1 (dieci percento) x 0,1 x 0,1 x 100, ossia 0,1%. In altre parole: quand’anche aumentassimo le probabilità che un evento del genere possa verificarsi, la probabilità che la teoria ufficiale sia sbagliata è del 99,9%. Le persone tendono a valutare in modo errato le probabilità quando pensano che la presunta causa sia l’impatto degli aerei. Anche il World Trade Center 7 è crollato praticamente a velocità di caduta libera, esattamente come il WTC 1 e 2. La differenza è che in questo caso nessun aereo lo ha colpito. I video del crollo di questo edificio si sono diffusi rapidamente su Internet. L’unica spiegazione logica per un simile crollo è una demolizione controllata (vedi riquadro).

Scholarsfor911truth.

Scienziati come Steve Jones sostengono addirittura di aver trovato l’esplosivo. Jones è stato docente di fisica presso la Brigham Young University. Quando ha iniziato a creare l’organizzazione scholarsfor911truth (www. www.st911.org, Accademici per la verità sul 9/11), è stato sollecitato dalla direzione dell’Università a chiedere il pensionamento anticipato. Il professor Jones ed altri, tra cui anche lo scienziato danese Dr. Niels Harrit, hanno analizzato 20 campioni di polvere del World Trade Center e in essi hanno rilevato chiare tracce di nanotermite, un esplosivo utilizzato finora ufficialmente solo dai militari.

Numerosi pompieri e paramedici hanno testimoniato di aver udito esplosioni. "È come se fosse esploso… come se avessero pianificato di far saltare l’edificio, boom, boom, boom", raccontava ai colleghi il capitano dei pompieri Dennis Tardio mentre veniva filmato da un team. Il paramedico Daniel Rivera è ancora più specifico: "Era come una demolizione professionale, in cui gli ordigni esplosivi vengono collocati a determinati piani: pop, pop, pop". Di occasioni per piazzare le bombe ve ne sono state numerose. Ben Fountain, che lavorava come analista finanziario nella Torre Sud, ha riferito che "nelle settimane antecedenti vi sono state numerose esercitazioni insolite e senza apparente motivazione in occasione delle quali sezioni delle Torri gemelle e del WTC 7 sono state evacuate per sicurezza".

Il problema: Eliot Spitzer, all’epoca Attorney General di New York, negò un’inchiesta giudiziaria. Negli Stati Uniti esiste la possibilità di intentare un processo civile per risarcimento dei danni. Numerosi familiari delle vittime hanno cercato fino ad oggi di seguire questa strada. Uno di questi gruppi è stato rappresentato da Stanley Hilton, che è stato consigliere del candidato presidenziale repubblicano Bob Dole. La causa contro George W. Bush, Dick Cheney e altri è stata respinta nel 2004, non per mancanza di prove, ma perché gli interessati erano funzionari pubblici e godevano quindi di immunità.

Ordine di "stand down"

Un processo potrebbe, tra le altre cose, chiarire perché i caccia sono rimasti a terra (vedi riquadro a sinistra). Secondo testimoni, Dick Cheney avrebbe dato un ordine di "stand down", ossia un ordine che vietava ai caccia di decollare per qualsiasi motivo. Ciò ci consente di interpretare le dichiarazioni del ministro dei trasporti Norman Mineta e del sergente Lauro Chavez, che era in servizio l’11 settembre. Un procuratore avrebbe la possibilità di prendere visione dei piani di servizio e di chiedere ai presenti quel giorno di testimoniare sotto giuramento.

La commissione del 9/11 non sostituisce alcuna inchiesta giudiziaria. Il senatore Max Cleland si ritirò dalla Commissione con le seguenti parole: "È una truffa, uno scandalo nazionale". Numerose testimonianze non sono semplicemente state inserite nella relazione. Altri membri della Commissione, fino al Presidente Thomas Kean, hanno denunciato le continue menzogne da parte delle autorità. Anche la testimonianza di Barry Jennings non è mai apparsa nel rapporto della commissione sul 9/11. Jennings è stato vicedirettore del dipartimento dei servizi di emergenza della città di New York. Quest’uomo, che l’11 settembre salvò la vita a molte persone nel WTC 7, rilasciò lo stesso giorno un’intervista dal vivo all’ABC in cui, ancora ricoperto di polvere, sosteneva di aver udito esplosioni. Nel 2007 ha reso più esplicite le sue dichiarazioni in un’intervista con Dylan Avery, uno dei creatori di "Loose Change". Ha spiegato di aver già udito le esplosioni prima che la prima torre gemella crollasse e che, in contrasto con la versione ufficiale, la hall di ingresso era piena di cadaveri.

Morte misteriosa.

Secondo Avery, Jennings gli avrebbe chiesto di non pubblicare il materiale, poiché era stato minacciato e temeva di perdere il lavoro. Tuttavia, dopo che la BBC mandò in onda un’intervista con Jennings che, a giudizio di Avery, era stata distorta, Jennings si decise a inserire la propria testimonianza completa in "Loose Change Final Cut". Il 19 agosto 2008, due giorni prima della pubblicazione del rapporto ufficiale sul WTC 7 da parte dell’agenzia governativa NIST, le cui conclusioni erano diametralmente opposte alle dichiarazioni di Jennings, Jennings moriva all’età di 53 anni in circostanze misteriose. Un investigatore privato ingaggiato da Avery per fare indagini sulla sua morte ha abbandonato il lavoro.

Le numerose contraddizioni hanno addirittura spinto recentemente un giudice federale tedesco, Dieter Deiseroth, in un’intervista rilasciata al servizio Internet Heise, a richiedere l’apertura di una nuova indagine: "Non può esistere in uno stato di diritto che si rinunci ad adottare le misure necessarie per identificare i sospetti, ad arrestarli e a formalizzare un capo d’accusa davanti a un tribunale indipendente… È interessante notare che fino ad oggi Osama Bin Laden non è ricercato per il 9/11". L’intervista si conclude con le parole: "Tutto ciò esige assolutamente una spiegazione".

Le Torri Gemelle – Demolizione controllata?

Prove di esplosivi

Secondo l’associazione di architetti ae911truth.org, i crolli soddisfano tutte le condizioni di una demolizione controllata:

La distruzione segue il percorso di maggior resistenza.

I detriti sono sparsi in modo simmetrico.

il crollo inizia in modo estremamente rapido (rapid onset)

Circa 100 testimoni hanno parlato di esplosioni e lampi di luce.

Diverse tonnellate di pesanti frammenti di acciaio si sono staccate in modo verticale.

90.000 tonnellate di metallo e cemento sono state polverizzate nell’aria.

nuvole piroclastiche molto grosse che si espandono (vedi a destra)

nessun collasso dei piani superiori su quegli inferiori (effetto pancake)

esplosioni orizzontali isolate da 20 a 40 piani più in basso

ritrovamento di tracce di acciaio fuso ed esplosivo (termite)

Condizioni per l’incendio

Almeno tre condizioni avrebbero dovuto essere soddisfatte affinché l’edificio crollasse a causa dell’incendio:

inizio lento con grosse deformazioni visibili

collasso asimmetrico lungo la linea di minor resistenza

Presenza documentata di temperature che potessero indebolire l’acciaio

E come se non bastasse: nessun grattacielo in acciaio è mai crollato finora a causa di incendio.

World Trade Center 7 – Errori nel rapporto

Il World Trade Center 7, un massiccio grattacielo in acciaio di 47 piani, in cui si trovavano la sede di CIA e servizi segreti, è crollato circa sette ore dopo le Torri gemelle, sebbene non sia stato colpito da nessun aereo. Nel "9/11 Commission Report" ufficiale questo edificio non è neppure menzionato. Le numerose richieste da parte dei membri del movimento per la verità sull’11 settembre hanno spinto però il National Institute of Standards and Technology (NIST), un’agenzia federale, a presentare uno studio sette anni dopo il crollo. Il mistero più grande che gli esperti dovevano risolvere era quello di spiegare come mai gli edifici sono crollati praticamente alla velocità di caduta libera. Normalmente i vari piani oppongono una resistenza, pertanto l’edificio avrebbe dovuto crollare a una velocità molto più lenta. Secondo la versione ufficiale, l’edificio sarebbe stato danneggiato dalla caduta di detriti dalle Torri gemelle. Tuttavia, il WTC 7 si trovava a una distanza di circa un campo di calcio e nelle fotografie non sono visibili danni significativi. Inoltre, l’edificio avrebbe dovuto cadere sul lato in cui aveva subito danni e non implodere sulle sue fondamenta. La soluzione proposta dal NIST ha suscitato un misto di ilarità e orrore nel movimento per la verità. I commenti più cortesi sono stati "Ridicolo" e "Stronzata colossale".

La versione ufficiale è questa: l’edificio sarebbe già crollato internamente da 30 minuti quando alla fine il ricoprimento esterno sarebbe venuto giù alla velocità di caduta libera: un processo senza precedenti. Gli scienziati del movimento per la verità hanno redatto lunghi studi in cui, punto per punto, mettono in discussione lo studio ufficiale. Nessuna di queste domande ha però finora ricevuto risposta. I dati completi del modello computeristico utilizzato rimangono segreti. Per fare un esempio delle contraddizioni che si trovano nel rapporto del NIST: Vengono mostrate le temperature dei piani alle 17.30 e alle 18.00. Peccato, però, che l’edificio sia crollato alle 17.21.

Schianto sul Pentagono – Le manovre impossibili

Più di 200 piloti ed esperti di aviazione dubitano della versione ufficiale. I piloti dell’organizzazione "Pilots for 911 Truth" (http://pilotsfor911truth.org/) sostengono che è impossibile eseguire una simile manovra con un Boeing per colpire il Pentagono. Il capitano Russ Wittenberg, che ha lavorato per 35 anni sulla Pan Am e sulla United Airlines, ha dichiarato: "Ho pilotato i due tipi di aerei usati l’11 settembre. Gli aerei avrebbero dovuto superare il proprio limite di velocità di oltre 100 nodi e compiere virate strette ad alta velocità spingendo probabilmente 5, 6, 7 volte l’accelerazione di gravità. E l’aereo avrebbe dovuto letteralmente cadere dal cielo. Non avrei potuto farle io e sono assolutamente sicuro che non abbiano potute farle loro". I piloti mettono in dubbio anche che una persona che ha svolto un addestramento con un Cessna sia in grado di pilotare un Boeing. Tanto più che l’istruttore di volo ha anche raccontato che i piloti erano pessimi, uno di loro non sapeva proprio volare. Molti piloti nutrono anche dubbi sul fatto che sia possibile colpire le Torri Gemelle a piena velocità, tanto più che uno degli aerei era proprio in fase di virata. Altro aspetto insolito è praticamente l’assenza di parti visibili di un aereo al Pentagono. Ralph Omholt, che ha pilotato Boeing per molti anni, dice: "Non c’è coda, non ci sono ali, non c’è nessuna conferma dello schianto di un Boeing 757". Soprattutto i motori in titanio avrebbe dovuto resistere allo schianto.

Inoltre, i piloti fanno notare che il foro nel Pentagono è troppo piccolo. Le finestre adiacenti, ad esempio, avrebbero dovuto essere danneggiate oppure si sarebbero dovuti vedere detriti davanti. Nemmeno sull’erba ci sono tracce di danni. Altro elemento sospetto: Il Pentagono, uno degli edifici più sorvegliati al mondo, è circondato da telecamere di sicurezza. L’unico video che è stato presentato al pubblico mostra tutto tranne che un Boeing.

Difesa aerea – Dov’erano i caccia?

Uno dei più grossi misteri di quel giorno è perché gli aerei non siano stati intercettati sebbene vi fosse fino a un’ora di tempo per farlo. L’intercettazione di aerei che si discostano dalla rotta è semplice routine. Negli Stati Uniti succede almeno un centinaio di volte all’anno. Ma nel giugno del 2001 questa procedura standard è stata cambiata. In un memorandum inviato al Joint Chiefs of Staff si legge che, prima di autorizzare i caccia al decollo, da allora in poi sarebbe stato necessario consultare il Dipartimento della Difesa. Vi sono anche prove che Dick Cheney abbia dato un esplicito ordine di "stand down", il che significa che i caccia dovevano rimanere a terra. il sergente Lauro Chavez afferma quanto segue: Quel giorno era in servizio presso il Comando Centrale degli Stati Uniti in Florida ed era impegnato in esercitazioni che includevano, tra le altre cose, il dirottamento di aerei che volassero contro il World Trade Center, il Pentagono e la Casa Bianca. Queste esercitazioni sono ora state confermate da documenti ufficiali. Quando gli apparve chiaro dalle immagini in TV che stava succedendo per davvero, chiese perché i caccia non fossero decollati. Per tutta risposta gli fu detto che c’era un ordine di "stand down".

Chavez sapeva anche, prima che venisse reso noto, che pochi mesi prima degli attentati per la prima volta nella storia il comando supremo della difesa aerea (NORAD) era stato affidato a un civile: Dick Cheney. La testimonianza del Ministro dei trasporti Norman Mineta, che non emerge dal rapporto della commissione sul 9/11, supporta questa tesi: rispondendo a un giovane che gli avrebbe più volte rivolto questa domanda spiegando che un aereo che si stava avvicinando, Dick Cheney avrebbe detto che l’ordine era ancora valido. All’epoca Mineta pensò che questo ordine subintendesse un ordine di abbattere l’aereo. Il colonnello Donn de Grand-Pre ha raccontato che un generale non rispettò l’ordine di rimanere a terra e fece abbattere il quarto aereo su Shanksville, il che spiegherebbe l’assenza di detriti. Grand-Pre riferisce anche di aver redatto uno studio per lo Stato Maggiore Generale in cui si giungeva alla conclusione che parti dello stesso governo sarebbero responsabili degli attentati. Grand-Pre ha dichiarato in un’intervista radiofonica che la maggioranza dei vertici militari sarebbe disposta a organizzare un colpo di stato per portare alla luce la verità.

Oliver Janich

Fonte.

Traduzione dal tedesco di DrHouse e io_sono per luogocomune.net

 

WIR GLAUBEN EUCH NICHT!

Immer mehr Menschen zweifeln an der offiziellen Theorie zum 11. September – darunter mehr als 400 Wissenschaftler
Von FOCUS-MONEY-Redakteur Oliver Janich
Es ist sein letzter Kampf, aber vielleicht sein wichtigster. Jesse Ventura kämpfte in Vietnam im UDT (Under Water Demolition Team), einer Einheit, die Sprengstoffattacken unter Wasser ausführte und in den berühmten Navy Seals aufging. Später balgte er sich als Wrestler mit den Konkurrenten, bis er in die politische Arena einstieg. Von 1999 bis 2003 war Ventura Gouverneur des US-Bundesstaats Minnesota. Heute ist er fassungslos, dass er während seiner Zeit als Gouverneur die offizielle Geschichte zu den Terroranschlägen des 11. September glaubte, obwohl er bereits eindringliche Erfahrungen mit Sprengstoffen besaß. „Ich habe mir selbst wohin getreten, dass mir kein Licht aufging, als es damals passierte. Aber ich war so schockiert, dass dieses Ding überhaupt passieren konnte, dass ich mich entschuldige, dass ich damals nicht aufmerksamer war“, erzählte er dem US-Radiomoderator Alex Jones. Heute kämpft er mit einer eigens produzierten Serie für den Kabelsender TruTV für die Wahrheit. Der Titel: „Verschwörungstheorie“.
 
Wachsender Zweifel. So wie Jesse Ventura geht es immer mehr Menschen in den USA. Folgt man einer Reihe von Umfragen, glaubt die Mehrheit der Amerikaner nicht mehr der offiziellen Theorie, wonach islamistische Terroristen unter der Führung von Osama bin Laden für die Anschläger verantwortlich sind. Nach der letzten großen Untersuchung von Zogby, einem führenden Meinungsforschungsinstitut, vom August 2007 sagten zum Beispiel 67 Prozent der Befragten, dass die 9/11-Kommission auch den Einsturz von Word Trade Center 7 (WTC 7) hätte untersuchen sollen. Dass sie das nicht getan hat, nährt ihre Zweifel.

Die Webseite http://www.patriotsquestion911.com zählt inzwischen rund 2000 Universitätsprofessoren, Militärs, Piloten, Polizisten, Architekten, Ingenieure, Physiker, Geheimdienstexperten, Richter und Prominente auf, davon allein 400 Wissenschaftler – ohne dabei selbst Stellung zu beziehen. Mit Francesco Cossiga haben auch ein Ex-Präsident Italiens und mit dem Schriftsteller Dario Fo ein Nobelpreisträger Zweifel an der offiziellen Theorie von George W. Bush. Sind diese Menschen, denen sonst in ihren Berufen eine hohe Glaubwürdigkeit zugebilligt wird, denen zum Teil Menschenleben anvertraut werden, alle verrückt geworden? Was unterscheidet diese besorgten Bürger von jenen, die alle, die nicht an die offizielle Version glauben, für verrückte Verschwörungstheoretiker halten? Sie haben sich mit den Fakten beschäftigt, von denen in den traditionellen Medien kaum die Rede ist.

Das dritte Newton´sche Gesetz. „Masse geht immer den Weg des geringsten Widerstands“, hatte der berühmte Physiker schon vor mehr als 300 Jahren erkannt. Es ist noch nicht einmal möglich, ein Streichholz von oben nach unten zusammendrücken. Es knickt an der Stelle ab, an der es zuerst nachgibt. Ähnlich wie ein Baum zur Seite fällt, wenn mit der Axt eine Kerbe hineingeschlagen wird. Das heißt: Wo immer der Stahl durch den Aufprall des Flugzeugs zuerst nachgegeben haben mag, auf diese Seite hätte das Gebäude fallen müssen.

„Stellen Sie sich eine ganz einfache Frage: Warum bot der untere Gebäudeblock überhaupt keinen Widerstand für den weit kleineren oberen Gebäudeteil?“, fragt der Architekt Richard Gage. „Die Türme beschleunigten ohne Unterbrechung in freier Fallgeschwindigkeit, weich und symmetrisch, als ob die unteren 90 Stockwerke überhaupt nicht existierten. Der einzige Weg, das zu Stande zu bringen, ist eine kontrollierte Sprengung.“ Die Regierungsbehörde NIST, die für die Untersuchung der Zusammenbrüche zuständig ist, hat die Möglichkeit einer kontrollierten Sprengung aber gar nicht in Betracht gezogen. Die kuriose Begründung: Kontrollierte Sprengungen beginnen normalerweise von unten im Keller. Jedoch hat der Hausmeister William Rodriguez genau solche Sprengungen in den unteren Stockwerken bei mehreren Gelegenheiten unter anderem in Jesse Venturas Serie bezeugt.

Ventura selbst änderte seine Meinung erst, als ihn sein Sohn überredete, den Film „Loose Change“ anzuschauen, der im Web inzwischen über 100 Millionen Mal abgerufen worden sein soll. Filme wie „Zero“ des italienischen Europa-Abgeordneten Giulietto Chiesa oder „911 Mysteries“ wurden inzwischen auch im ORF oder auf Vox gezeigt. Venturas Serie „Conspiracy Theorie“ ist auf Ted Turners Kabelsender TruTV zu sehen. Auch der Hollywood-Produzent Aaron Russo („Die Glücksritter“) beschäftigte sich in seinem Dokumentarfilm „America: From Freedom to Fascism“ mit den Hintergründen von 9/11. Alle Filme sind bei Google-Video abrufbar.

Architects and Engineers for 911 Truth. Der Architekt Richard Gage bestreitet zudem, dass Feuer die drei Wolkenkratzer zum Einsturz brachte: „Feuer in Wolkenkratzern haben noch niemals Stahlgebäude zum Einsturz gebracht.“ Gage ist seit zwanzig Jahren Architekt und hat dabei zahlreiche feuersichere Stahlgebäude errichtet. Zuletzt arbeitete er an einem 400-Millionen-Euro-Projekt, bei dem 1200 Tonnen Stahl verbaut wurden. Er hat die Bewegung Architects and Engineers for 911 Truth (ae911truth.org) gegründet, der sich inzwischen knapp tausend Architekten und Ingenieure und 5000 weitere Unterstützer angeschlossen haben. „Der Zusammenbruch der Twin Towers und von World Trade Center 7 erfüllt alle Kriterien einer kontrollierten Sprengung, aber kein einziges Kriterium für einen Einsturz auf Grund von Feuer“ erklärt Gage (siehe Kasten links). Er verweist auch auf die zahlreichen Beweise für Sprengungen. „Wir haben Tonnen an geschmolzenem Stahl gefunden. Stahl schmilzt erst bei 3000 Grad Fahrenheit, Kerosin und Bürofeuer erreichen maximal 1400, vielleicht 1600 Grad Fahrenheit.“

Laut Gage ist die Wahrscheinlichkeit dafür, dass die Feuer exakt gleichzeitig alle tragenden Teile schädigten, gleich null. Aber selbst wenn die Wahrscheinlichkeit beispielsweise bei zehn Prozent läge, ist zu bedenken, dass an diesem Tag drei Gebäude symmetrisch in sich zusammenstürzten. Die Wahrscheinlichkeit dafür, dass das dreimal am selben Tag passiert, wäre dann 0,1 (zehn Prozent) mal 0,1 mal 0,1 mal 100, also 0,1 Prozent. Mit anderen Worten: Selbst wenn man die Chancen für so ein Ereignis vergleichsweise hoch einschätzt, liegt die Wahrscheinlichkeit dafür, dass die offizielle Theorie falsch ist, bei 99,9 Prozent. Menschen neigen dazu, Wahrscheinlichkeiten falsch einzuschätzen, wenn sie die vermeintliche Ursache – den Flugzeugeinschlag – zu glauben kennen. Das World Trade Center 7 stürzte ebenso in fast freier Fallgeschwindigkeit zusammen wie WTC 1 und 2. Der Unterschied: Es schlug überhaupt kein Flugzeug ein. Videos vom Einsturz dieses Gebäudes verbreiteten sich schnell im Internet. Die einzig logische Erklärung für so einen Zusammenbruch wäre eine Sprengung (siehe Kasten).

Scholarsfor911truth. Wissenschaftler wie Steve Jones wollen sogar den Sprengstoff gefunden haben. Der Physiker war Professor an der Brigham Young University. Als er begann, die Organisation scholarsfor911truth (www. http://www.st911.org, Akademiker für 911-Wahrheit) aufzubauen, wurde er von der Universitätsleitung dazu gedrängt, in Frühpension zu gehen. Professor Jones und andere, darunter auch der dänische Wissenschaftler Dr. Niels Harrit, haben 20 Proben aus dem Staub des World Trade Center untersucht und dabei klare Spuren von Nanothermit gefunden – einem Sprengstoff, der bisher nur vom Militär benutzt worden sein soll.

Zahlreiche Feuerwehrmänner und Rettungssanitäter bezeugten Explosionen. „Es war, als wenn es explodierte … als ob sie geplant hätten, ein Gebäude zu sprengen, boom, boom, boom“, erzählte der Feuerwehr-Captain Dennis Tardio Kollegen, während er von einem Team gefilmt wurde. Der Rettungssanitäter Daniel Rivera wird noch konkreter: „Es war wie eine professionelle Sprengung, wo sie Sprengkörper auf bestimmten Etagen anbringen: pop, pop, pop.“ Gelegenheiten, die Bomben zu platzie-ren, gab es zahlreiche. Ben Fountain, der als Finanzanalyst im Südturm arbeitete, berichtete, „in den Wochen zuvor gab es zahlreiche unbegründete und ungewöhnliche Übungen, bei denen Sektionen von beiden Zwillingstürmen und WTC 7 aus Sicherheitsgründen evaku-iert wurden“.

Das Problem: Der damals zuständige Oberstaatsanwalt von New York, Eliot Spitzer, verweigerte eine gerichtliche Untersuchung. In den USA gibt es noch die Möglichkeit, einen Zivilprozess auf Schadensersatz anzustrengen. Zahlreiche Opferangehörige versuchen bis heute, diesen Weg zu gehen. Eine Gruppe wurde dabei von Stanley Hilton vertreten, der Berater des republikanischen Präsidentschaftskandidaten Bob Dole war. Die Klage gegen George W. Bush, Dick Cheney und weitere wurde 2004 auf Grund der Immunität der Amtsträger – nicht auf Grund mangelnder Beweise – abgewiesen.

Stand-down-Order. Ein Prozess könnte zum Beispiel auch klären, warum die Abfangjäger am Boden blieben (siehe Kasten links). Laut Zeugen gab Dick Cheney eine sogenannte Stand-down-Order, also den Befehl an die Abfangjäger, auf keinen Fall abzuheben. So lassen sich die Aussagen des Verkehrsministers Norman Mineta und von Sergeant Lauro Chavez interpretieren, der am 11. September Dienst hatte. Ein Staatsanwalt hätte die Möglichkeit, die Dienstpläne einzusehen und alle an diesem Tag anwesenden Personen unter Eid aussagen zu lassen.

Die 9/11-Kommission ersetzt keine gerichtliche Untersuchung. Senator Max Cleland trat mit folgenden Worten aus der Kommission zurück: „Es ist ein Betrug, ein nationaler Skandal.“ Zahlreiche Zeugenaussagen wurden einfach nicht in den Bericht aufgenommen. Andere Kommissionsmitglieder bis hin zum Vorsitzenden Thomas Kean beschwerten sich darüber, laufend von den Behörden belogen worden zu sein. Auch die Aussage von Barry Jennings erschien nie im Bericht der 9/11-Komission. Jennings war Vizedirektor des Emergency Service Department der Stadt New York. Der Mann, der am 11. September vielen Menschen im WTC 7 das Leben rettete, gab noch am selben Tag, mit Staub bedeckt, auf ABC ein Live-Interview, wonach er Explosionen gehört hatte. 2007 konkretisierte er seine Aussagen in einem Interview mit Dylan Avery, einem der Macher von „Loose Change“. Er berichtete, dass er die Explosionen bereits miterlebte, bevor der erste Zwillingsturm einstürzte, und dass die Eingangshalle entgegen der offiziellen Darstellung mit Leichen übersät war.

Mysteriöser Todesfall. Laut Avery bat ihn Jennings, das Material nicht zu veröffentlichen, weil ihm gedroht wurde, dass er dann seinen Job verlieren würde. Nachdem aber die BBC ein Interview mit Jennings veröffentlichte, das Averys Meinung nach entstellt wurde, entschied er sich, seine volle Aussage in „Loose Change Final Cut“ zu bringen. Am 19. August 2008, zwei Tage bevor die Regierungsbehörde NIST den offiziellen WTC-7-Bericht herausgab, der der Aussage von Jennings diametral entgegensteht, starb Jennings im Alter von 53 Jahren unter ungeklärten Umständen. Ein Privatdetektiv, den Avery engagierte, damit dieser Nachforschungen anstellte, brach seine Arbeit ab.

Die zahlreichen Ungereimtheiten veranlassten kürzlich sogar einen deutschen Bundesverwaltungsrichter, Dieter Deiseroth, in einem Interview mit dem Internet-Dienst Heise eine neue Untersuchung zu fordern: „Es darf in einem Rechtsstaat nicht sein, dass man auf die erforderlichen Maßnahmen der Ermittlung von Verdächtigen, ihre Dingfestmachung und eine Anklageerhebung vor einem unabhängigen Gericht verzichtet … Interessanterweise wird Osama bin Laden vom FBI bis heute nicht wegen 9/11 gesucht.“ Das Interview schließt mit den Worten: „Das schreit geradezu nach Aufklärung.“

Die Zwillingstürme – Kontrollierte Sprengungen?

Beweise für Sprengungen

Laut der Architektenvereinigung ae911truth.org waren alle Kriterien für eine kontrollierte Sprengung erfüllt:

Die Zerstörung folgt dem Pfad des größten Widerstands.

Die Trümmerteile sind symmetrisch verteilt.

extrem schneller Beginn der Zerstörung (rapid onset)

Über 100 Zeugen berichteten von Explosionen und Lichtblitzen.

Mehrere Tonnen schwere Stahl- teile flogen vertikal heraus.

90000 Tonnen Metall und Beton wurden in der Luft pulverisiert.

sehr große, sich ausdehnende pyroklastische Wolken (siehe rechts)

keine pfannkuchenartige Aufei-nanderhäufung von Etagen

isolierte horizontale Explosionen 20 bis 40 Stockwerke tiefer

geschmolzener Stahl und Sprengstoff Thermit gefunden

Kriterien für Feuer

Drei Kriterien hätten mindestens erfüllt sein müssen, wenn das Gebäude auf Grund von Feuer einstürzte:

langsamer Beginn mit großen sichtbaren Verformungen

asymmetrischer Kollaps entlang des geringsten Widerstands

Beweis von Temperaturen, die Stahl schwächen könnten

Und: Noch nie stürzte ein Stahlhochhaus auf Grund von Feuer ein.

World Trade Center 7 – Fehler im Report

World Trade Center 7, ein 47 Stock hohes, gut gesichertes Stahlgebäude, in dem CIA und Secret Service residierten, brach etwa sieben Stunden nach den Zwillingstürmen zusammen, obwohl dort gar kein Flugzeug hineingerast war. Im offiziellen „9/11 Commission Report“ wird das Gebäude gar nicht erwähnt. Die zahlreichen Anfragen von Mitgliedern der 9/11-Wahrheitsbewegung haben aber das National Institute of Standards and Technology (NIST), eine Bundesbehörde, dazu bewegt, sieben Jahre nach dem Zusammensturz eine Studie vorzulegen. Das größte Rätsel, das die Experten zu lösen hatten, war, dass die Gebäude praktisch in freier Fallgeschwindigkeit zusammenbrachen. Normalerweise bieten die jeweiligen Etagen einen Widerstand, sodass das Gebäude viel langsamer hätte zusammenfallen müssen. Nach offizieller Lesart beschädigten herabfallende Trümmerteile der Zwillingstürme das Gebäude. Allerdings ist WTC 7 circa ein Fußballfeld weit entfernt, und es sind auf den Aufnahmen keine erheblichen Schäden erkennbar. Zudem hätte das Gebäude dann auf die Seite der Beschädigungen und nicht in sein eigenes Fundament fallen müssen. Die Lösung, die NIST dann lieferte, führte zu Ausbrüchen von Heiterkeit bis Entsetzen in der Wahrheitsbewegung. „Lächerlich“, „totaler Bullshit“, das waren noch die höflichsten Kommentare.

Die offizielle Version geht so: Innerlich wäre das Gebäude schon 30 Minuten lang zusammengebrochen, und am Schluss kam die Außenhaut in freier Fallgeschwindigkeit runter – ein noch nie da gewesener Vorgang. Wissenschaftler der Truther-Gemeinde verfassten seitenlange Studien, in denen sie Detail um Detail der offiziellen Studie in Frage stellten. Keine dieser Fragen wurde bislang beantwortet, die vollständigen Daten des benutzten Computermodells bleiben geheim. Nur ein Beispiel der Widersprüchlichkeiten im NIST-Report: Es werden Temperaturen für 5.30 und 6.00 Uhr nachmittags auf den Etagen angezeigt. Das Gebäude brach aber schon um 5.21 Uhr zusammen.

Pentagon-Crash – Unmögliche Flugmanöver

Über 200 Piloten und Luftfahrtexperten zweifeln die offizielle Version an. Piloten der Vereinigung „Pilots for 911 Truth“ (http://pilotsfor911truth.org/) sagen, es sei unmöglich, mit einer Boeing so ein Manöver durchzuführen, um das Pentagon zu treffen. Captain Russ Wittenberg, der 35 Jahre lang für PanAm und United Airlines arbeitete, sagte: „Ich flog beide Flugzeugtypen, die am 11. September eingesetzt wurden. Die Flugzeuge sollen ihr Geschwindigkeitslimit um über 100 Knoten überschritten und Hochgeschwindigkeitskurven geflogen haben, bei denen 5, 6, 7 G auftraten. Und das Flugzeug hätte buchstäblich aus der Luft fallen müssen. Ich könnte das nicht, und ich bin absolut sicher, sie konnten es nicht.“. Die Piloten stellen auch in Frage, ob jemand, der auf einer Cessna übt, überhaupt eine Boeing fliegen kann. Zumal die Fluglehrer berichten, dass es sich um miserable Piloten handelte, einer konnte gar nicht fliegen. Viele Piloten bezweifeln sogar, dass es möglich ist, die Twin Towers in voller Geschwindigkeit zu treffen, zumal eines der Flugzeuge mitten in einer Kurve lag. Ungewöhnlich ist auch, dass praktisch keine Flugzeugteile beim Pentagon zu sehen sind. Ralph Omholt, ein langjähriger Boeing-Pilot: „Da war kein Heck, da waren keine Flügel, keine Bestätigung für den Crash einer Boeing 757.“ Vor allem die Triebwerke aus Titanium hätten den Crash überleben müssen.

Außerdem weisen die Piloten darauf hin, dass das Loch im Pentagon viel zu klein sei. Entweder die Fenster daneben müssten zum Beispiel beschädigt sein, oder Trümmer müssten davor liegen. Nicht einmal der Rasen ist angekratzt. Ebenso verdächtig: Das Pentagon als eines der bestbewachten Gebäude der Welt ist umringt von Überwachungskameras. Das einzige Video, das der Öffentlichkeit präsentiert wurde, zeigt alles, nur keine Boeing.

Luftabwehr – Wo waren die Abfangjäger?

Eines der großen Rätsel dieses Tages ist, warum die Flugzeuge nicht abgefangen wurden, obwohl noch bis zu eine Stunde Zeit dazu war. Das Abfangen von Flugzeugen, die vom Kurs abweichen, ist reine Routine. Es passiert in den USA etwa hundertmal im Jahr. Aber im Juni 2001 wurde diese Standardprozedur geändert. Aus einem Memo an den vereinigten Generalstab (Joint Chiefs of Staff) geht hervor, dass zuerst das Verteidigungsministerium gefragt werden müsse, bevor Abfangjäger aufsteigen. Es gibt sogar Hinweise darauf, dass Dick Cheney eine explizite Stand-down-Order gab, die besagt, dass die Fighter am Boden bleiben müssen. Sergeant Lauro Chavez behauptet Folgendes: Er tat an diesem Tag Dienst im United States Central Command in Florida und war an Übungen beteiligt, die die Entführung von Flugzeugen, die ins World Trade Center, ins Pentagon und ins Weiße Haus fliegen sollten, beinhalteten. Diese Übungen sind inzwischen durch offizielle Dokumente bestätigt. Als ihm durch die TV-Bilder klar wurde, dass es ernst ist, fragte er nach, warum keine Abfangjäger aufstiegen. Als Antwort erhielt er, dass es eine Stand-down-Order gäbe.
 
Chavez wusste auch, bevor es bekannt wurde, dass wenige Monate vor den Anschlägen zum ersten Mal in der Geschichte einem Zivilisten das Oberkommando über die Luftabwehr (NORAD) übertragen worden war: Dick Cheney. Die Aussage des Verkehrsministers Norman Mineta, die nicht im „9/11 Commission Report“ auftauchte, stützt diese These. Dick Cheney sagte demnach einem mehrfach nachfragenden jungen Mann angesichts eines herannahendes Flugzeugs, dass die Order noch stehe. Mineta ging damals davon aus, dass damit eine Abschussorder gemeint sei. Colonel Donn de Grand-Pre berichtet, dass ein General die Stand-down-Order missachtete und den vierten Flieger über Shanksville abschießen ließ, was die fehlenden Trümmerteile erklären würde. Grand-Pre behauptet, auch für den Generalstab eine Studie erstellt zu haben, die zu dem Schluss kam, dass Teile der Regierung selbst für die Anschläge verantwortlich sind. Grand-Pre sagte in einem Radiointerview, eine Mehrheit der Militärführung wäre zu einem Staatsstreich bereit, um die Wahrheit ans Licht zu bringen.
25 gennaio 2010

27 gennaio, il giorno della memoria. Le divise naziste di Hugo Boss.

Era Hugo Boss lo stilista delle SS
Premiata ditta fondata nel 1923. Una garanzia che dura nel tempo e clienti soddisfatti da più di settant’ anni. Garantiscono Heinrich Himmler e Adolf Hitler. Lo ha scoperto la rivista austriaca Profil: l’ azienda di abbigliamento Hugo Boss, la cui maggioranza azionaria è stata assunta nel 1991 dall’ italiana Marzotto, prima e durante la Seconda Guerra Mondiale è stata fornitrice delle divise delle SS, delle SA, della Gioventù hitleriana e pure della Wehrmacht. Non solo.
Nel periodo bellico, la Hugo Boss impiegò ampiamente operai schiavizzati, prigionieri di guerra e deportati da Russia e Polonia.
La notizia è venuta alla luce dopo che il nome del fondatore della compagnia, Hugo Boss, è uscito in una lista di circa 1800 conti bancari dei quali nessuno reclama la titolarità, resi noti da un gruppo di istituti di credito svizzeri. Hugo Boss fondò l’ azienda nel ’23, ma gli affari all’ inizio arrancavano (solo venticinque dipendenti), finché i contratti stipulati con i nazisti non diedero modo all’ azienda di decollare, quadruplicando le maestranze e acquisendo e inglobando un’ altra impresa. Lo conferma un vecchio conoscente di Boss, Albert Fischer, che si fece sei anni nel campo di concentramento di Buchenwald con l’ accusa di essere comunista.
"Prima la ditta andava male – racconta Fischer – e fu solo dopo quel contratto per confezionare le divise che si rimise in piedi". Lo stesso Boss si iscrisse al partito nazista, il che gli provocò dopo la guerra un processo al termine del quale venne dichiarato un "opportunista del Terzo Reich" e gli fu tolto il diritto di voto, oltre che condannarlo a pagare una multa di 80.000 marchi. Ma l’ azienda continuò il suo lavoro, divenendo pian piano uno dei produttori più apprezzati di abiti maschili, con un fatturato odierno che supera il miliardo di marchi. Il fondatore è morto nel 1948, e il suo posto era stato preso fino a qualche anno fa dal genero Eugen Holy e dal figlio Siegfried, oggi ottantaduenne. Che dice: "Ovvio che mio padre fosse membro del partito nazista, ma chi non lo era allora? E poi, l’ industria intera tedesca lavorava per l’ esercito". Monika Steilen, portavoce dell’ azienda, che ha sede a Metzingen, nel sud della Germania, non smentisce né conferma la notizia che la Hugo Boss fosse fornitrice delle SS: "I nostri archivi non arrivano a quel periodo – dice la Steilen – Quello che sappiamo per certo è che sono stati prodotti per decenni tute da lavoro e impermeabili". Ma continua: "Abbiamo però il sospetto che l’ azienda veramente producesse queste uniformi. Assumeremo uno storico per investigare su questo aspetto". I rischi per l’ immagine della Hugo Boss sono evidenti. Soprattutto perché sembra che le basi delle sue fortune stiano proprio nei contratti con i nazisti e con lo sfruttamento del lavoro dei deportati. Pietro Marzotto, vice-presidente della Hugo Boss, getta acqua sul fuoco: "Tutto questo non ha più niente a che fare con il nostro marchio".
Uniforme SS
25 gennaio 2010

27 gennaio, il giorno della memoria. Come l’IBM aiutò i nazisti.

Herman Hollerith
 
SHOAH Le schede della morte compilate dall’ Ibm
 
Un saggio accusa la multinazionale di aver fornito i macchinari per l’ organizzazione dei campi di concentramento. E già si annunciano richieste collettive di indennizzo SHOAH Le schede della morte compilate dall’ Ibm L’ Ibm, che assunse vari nomi prima di quello definitivo, fu inventata da un tedesco: Herman Hollerith, nato nel 1860 e ben presto emigrato nello stato di New York. È lui a ideare una scheda con fori standardizzati, ciascuno dei quali rappresenta un tratto diverso: sesso, nazionalità, ecc. È ancora lui nel 1910 a conferire i suoi brevetti per la Germania a Willy Heidinger, un commerciante di macchine addizionatrici che fonda la Deutsche Hollerith Maschinen Gesellschaft, in breve Dehomag, collegata strettamente con l’ America. Poi Hollerith vende l’ intera attività a Charles Flint e questi passa il testimone a Thomas J. Watson, che trasformerà il vecchio nome dell’ azienda americana in Ibm. Rimarranno però «sistema Hollerith» e la tedesca Dehomag, che importerà le continue innovazioni tecnologiche dagli Usa. Rimarrà anche la medaglia che Watson riceve nel 1937 da Hitler. Ora, tutto ciò entra in una storia terribile: quella della Shoah ebraica. Edwin Black (figlio di ebrei polacchi che vive a Washington) in un saggio in uscita, intitolato «L’ Ibm e l’ Olocausto» (Rizzoli, pp. 606, lire 36.000), la racconta. Noi, in anteprima per l’ Italia, offriamo due estratti della ricerca dal libro: dal capitolo sull’ incontro tra l’ Ibm e Hitler e da quello sull’ uso della tecnologia ideata da Hollerith nei campi di concentramento. Già si annunciano richieste miliardarie di indennizzo con denuncie collettive al tribunale di New York di ex lavoratori forzati. Ciascun sistema Hollerith doveva essere personalizzato dagli ingegneri della Dehomag. Questi ultimi progettavano i sistemi per inventariare i pezzi di ricambio degli aerei della Luft waffe, controllare gli orari ferroviari per la Reichsbahn e registrare gli ebrei all’ interno della popolazione per l’ Ufficio di statistica del Reich in modo che fossero del tutto diversi tra loro. Naturalmente, le punzonature non potevano essere eseguite a caso. Ciascuna scheda doveva essere personalizzata con colonne e campi di dati studiati appositamente per i lettori. I dipendenti del Reich dovevano essere addestrati a utilizzarle. La Dehomag doveva conoscere i dettagli più segreti della destinazione d’ uso, progettare le schede e quindi creare i codici. Per via dell’ esigenza quasi illimitata di tabulatrici che caratterizzava le guerre razziali e geopolitiche di Hitler, l’ Ibm New York reagì con entusiasmo alle promesse del nazismo. Mentre altri uomini d’ affari americani, spaventati o umiliati, riducevano o annullavano i rapporti con la Germania, Watson diede il via a un’ espansione storica della Dehomag. Solo qualche settimana dopo la salita al potere di Hitler, l’ Ibm New York investì oltre sette milioni di Reichs mark (più di un milione di dollari) per incrementare drasticamente la capacità della filiale tedesca di fabbricare macchine. I dirigenti della Dehomag erano devoti al movimento nazista quanto i soldati scientifici di Hitler. L’ Ibm New York lo comprese sin dall’ inizio. Heidigner, un fanatico del nazismo, considerava quasi una vocazione divina la capacità unica della Dehomag di saturare il Reich di informazioni demografiche. Il suo trasporto rapito per il nuovo ruolo che la Dehomag avrebbe svolto si manifestò durante l’ inaugurazione di uno stabilimento dell’ Ibm a Berlino. «La considero quasi una missione sacra – dichiarò enfatico – e prego affinché la benedizione del cielo scenda su questo luogo». Quel giorno, mentre stava accanto al rappresentante personale di Wat son e dell’ Ibm, in presenza di numerosi funzionari del partito nazista, Heidinger annunciò pubblicamente quanto lui e la Dehomag si trovassero d’ accordo con gli scienziati nazisti della razza, che consideravano le statistiche demografiche come lo strumento fondamentale per sradicare i segmenti contaminati e inferiori della società: «Il medico esamina il corpo e verifica che tutti gli organi funzionino in modo da garantire il benessere dell’ intero organismo. Noi (della Dehomag, ndr) siamo molto simili a medici perché sezioniamo, cellula dopo cellula, il corpo della cultura tedesca. Indichiamo ogni singola caratteristica su una piccola scheda. Non si tratta di schede morte. Al contrario, si risvegliano alla vita più tardi, quando vengono selezionate alla velocità di 25.000 l’ ora in base a determinate caratteristiche. Siamo orgogliosi di poter contribuire a tale compito, un compito che fornisce al Medico della nostra nazione (Hitler, ndr) il materiale necessario ai suoi accertamenti. Egli potrà allora stabilire se i valori calcolati sono tali da garantire la salute del nostro popolo. In caso contrario, potrà prendere misure correttive per guarire il male». Il discorso di Heidinger e la lista dei funzionari nazisti invitati furono trasmessi in tutta fretta a Manhattan e tradotti immediatamente per Watson. Il leader dell’ Ibm telegrafò a Heidinger un sollecito messaggio di congratulazioni per la qualità del suo lavoro e la chiarezza con cui aveva espresso i propri sentimenti. In quasi tutti i campi di concentramento nazisti operava un dipartimento Hollerith noto come Hollerith Abteilung. In certi campi, come Dachau e Storkow, erano installate non meno di due dozzine di selezionatrici, tabulatrici e stampanti Ibm. Altri campi effettuavano solo la perforazione e mandavano le schede in centri come Mauthausen o Berlino. Il macchinario Ibm era quasi sempre sistemato all’ interno dello stesso campo, affidato a un ufficio speciale addetto all’ assegnazione del lavoro, in tedesco Arbeitseinsatz. Dall’ Arbeitseinsatz uscivano quotidianamente le importantissime assegnazioni ai posti di lavoro e l’ ufficio era anche incaricato dell’ elaborazione delle schede di tutti i prigionieri e dei ruolini dei turni di trasferimento. Necessitava quindi di un continuo traffico di elenchi, schede perforate e documenti codificabili dal momento che ogni gesto dei prigionieri era controllato e seguito con cura maniacale. Il Reich creò campi in tutta Europa, ma non erano tutti uguali. Alcuni, come Flossenbürg in Germania, erano campi di lavoro in cui i prigionieri dovevano lavorare fino alla morte per spossatezza. Altri, come Westerbork in Olanda, erano campi di transito, cioè tappe sulla strada della destinazione finale. Un certo numero, come per esempio Treblinka in Polonia, erano stati creati unicamente allo scopo di eliminare immediatamente i prigionieri nelle camere a gas. Infine campi come quello di Auschwitz univano tutti e tre gli elementi. Senza i macchinari dell’ Ibm, la manutenzione continua e il rifornimento di schede perforate, i campi di Hitler non avrebbero mai potuto eseguire i loro terrificanti compiti come invece fecero. Ai campi più grandi era stato assegnato un numero in codice Hollerith per il lavoro d’ ufficio: Auschwitz 001, Buchenwald 002, Dachau 003, Flossenbürg 004, Gross-Rosen 005, Herzogenbusch 006, Mauthausen 007, Natzweiler 008, Neuengamme 009, Ravensbrück 010, Sachsenhausen 011, Stutthof 012. Auschwitz, codice 001, non era solo un campo, ma un immenso complesso comprendente posti di transito, fabbriche e fattorie in cui lavoravano schiavi, camere a gas e crematori. Nella maggior parte dei campi l’ Ar beits einsatz non si limitava a classificare i posti di lavoro, ma anche gli elenchi dell’ ospedale del campo e le statistiche delle morti e dei reclusi da consegnare alla Sezione politica. È però possibile che ad Ausch witz le attrezzature Hollerith fossero utilizzate, e pertanto collocate, in altri uffici. Nell’ agosto 1943 un commerciante di legname di Bendzin in Polonia arrivò con un gruppo di quattrocento reclusi, per la maggior parte ebrei. Un medico polacco lo visitò rapidamente per stabilire se fosse adatto al lavoro. Il suo stato fisico fu annotato su un registro medico per l’ «indice dell’ ospedale del campo». Poi la sua registrazione di prigioniero fu completata con tutti i particolari personali. Il suo nome fu controllato sugli indici della Sezione politica per vedere se fosse stato sottoposto a particolari efferatezze. Infine fu registrato su un’ attrezzatura Hollerith nell’ indice della manodopera per l’ Arbeitseinsatz e gli fu assegnato un tipico numero Hollerith a cinque cifre, il 44673. Questo numero lo avrebbe seguito in assegnazione mentre il sistema Hollerith reperiva la sua disponibilità ai vari lavori e la riportava nell’ archivio centrale dei reclusi conservato dal dipartimento DII. Il Dipartimento DII dell’ ufficio di economia delle SS di Oranienburg dirigeva tutte le assegnazioni di lavori per gli schiavi. Più tardi lo stesso numero Hollerith a cinque cifre del commerciante di legname gli fu tatuato sull’ avambraccio. Alla fine, quella stessa estate, tutti i non tedeschi di Ausch witz furono tatuati con i numeri Hollerith. Ma i numeri tatuati si svilupparono rapidamente ad Auschwitz. Ben presto non ebbero più alcuna relazione con la compatibilità Hollerith per un semplice motivo: il numero Hollerith era destinato a individuare un recluso che lavorasse, non un recluso morto. Quando il tasso di mortalità ad Auschwitz aumentò, i numeri basati sulle Hollerith semplicemente non servirono più. Ai cadaveri venivano subito tolti gli abiti, rendendo difficile l’ identificazione per gli elenchi dei decessi basati sulle Hollerith. Perciò i numeri furono scritti con l’ inchiostro sul torace dei reclusi. Ma siccome era difficile scorgerli tra i mucchi sempre più grandi di cadaveri, si decise che gli avambracci fossero più visibili. Furono subito inaugurati sistemi di numerazione ad hoc. Diverse serie di numeri, spesso anche con lettere, furono assegnate ai reclusi in ordine crescente. Il dottor Josef Mengele, che eseguiva orribili esperimenti, tatuava il suo personale numero di serie sui suoi pazienti. La numerazione con i tatuaggi continuò con una sua caotica incongruenza come sistema d’ identificazione specifico di Auschwitz. Ma i numeri Hollerith rimasero il metodo principale per identificare e rintracciare i prigionieri ad Ausch witz, in particolare quando il campo doveva rispondere agli ordini di Berlino. Per esempio, alla fine del 1943, le SS ordinarono di gassare circa seimilacinquecento ebrei in salute e in grado di lavorare. Ma l’ uccisione fu rimandata di due giorni quando la Sezione politica controllò meticolosamente ogni numero con il suo stesso indice delle schede. La Sezione aveva ricevuto l’ ordine di risparmiare momentaneamente gli ebrei che avessero tracce di discendenza ariana.

di Black Edwin

La perforatrice IBM a noleggio usata dai nazisti

 
22 gennaio 2010

L’Italia che non si vede

 

UNA LEGGE INAPPLICABILE

Si può convenire sul fatto che il presidio dei confini è una dimensione costitutiva della sovranità degli Stati moderni, per quanto democratici. Tutti dispongono di polizie di frontiera, richiedono passaporti, espellono all’occasione stranieri indesiderati. Nello stesso tempo, si obbligano a esaminare le istanze dei richiedenti asilo e ad accogliere quelli che ne hanno diritto, anche se arrivano, come in genere accade, violando le frontiere o usando documenti falsi. Come osserva Seyla Benhabib, “le democrazie liberali hanno sempre l’onere, allorché vigilano sui propri confini, di dimostrare che i modi in cui mettono in atto la propria vigilanza non violano diritti umani fondamentali”.
Altra cosa è una legge che definisce reato la permanenza sul territorio con un permesso turistico scaduto, da parte di persone che spesso lavorano. Non so dire se sia conforme alla Costituzione, ma la sua eventuale bocciatura non equivale all’apertura indiscriminata delle frontiere, come sostiene Angelo Panebianco. Il mio dubbio è semmai sull’efficacia: l’Italia dispone in tutto di 1.220 posti nei centri di identificazione ed espulsione, e riesce a espellere ben pochi immigrati. La legge è inapplicabile per mancanza di strutture e mezzi adeguati. Rischia di intasare la macchina della giustizia, di spingere gli immigrati irregolari verso condizioni ancora più marginali e contigue all’illegalità, di confermare alla fine il messaggio che in Italia le leggi sono severissime sulla carta, ma poco applicate nei fatti.
Qui si innesta un’altra questione. Gli immigrati irregolari non si insediano in Italia per colpa dei preti troppo accoglienti o degli intellettuali liberal, ma perché sono richiesti da molti datori di lavoro italiani, famiglie comprese, e non solo a Rosarno calabro. Infatti anche l’attuale governo, dopo tanti proclami di lotta senza quartiere all’immigrazione “clandestina”, è stato costretto a varare una sanatoria, la sesta in poco più di vent’anni, senza contare le sanatorie mascherate da decreti flussi. La fermezza di facciata è contraddetta dall’inefficacia dei controlli sui luoghi di lavoro. In Francia sono stati arrestati in un anno 900 datori di lavoro di immigrati non autorizzati, in Italia questo non avviene.

FONDAMENTALISMO E DISCRIMINAZIONE

Quanto ai mussulmani, il problema della penetrazione del fondamentalismo in queste comunità esiste. Ma vanno colti tre aspetti: 1) è un problema tipicamente europeo, negli Stati Uniti i circa 6 milioni di mussulmani non sono percepiti come una minoranza chiusa e ostile, non vivono in quartieri-ghetto, sono in gran parte istruiti e professionalmente qualificati. 2) Il fondamentalismo si nutre della discriminazione e dell’esclusione economica e sociale. I mussulmani in Europa non vivono in ghetti per loro scelta, ma perché non riescono a uscirne. E nei ghetti l’identità culturale e religiosa, l’unica risorsa accessibile a tutti, diventa facilmente un simbolo di opposizione a una società ostile ed escludente. In quei contesti la predicazione fondamentalista attecchisce più agevolmente. 3) Non è possibile, in un ordinamento democratico, né comprimere la libertà di culto, né impedire l’accesso alla cittadinanza per motivi religiosi, né indagare le opinioni di chi chiede di lavorare in Italia, di ricongiungersi con la famiglia o di diventarne cittadino. I criteri di accesso tendono oggi a insistere maggiormente sul fattore linguistico, o sulla conoscenza dei fondamenti storici e normativi dell’identità nazionale, ma in nessun caso possono vagliare gli atteggiamenti di chi, avendone i requisiti (anzianità di soggiorno, fedina penale pulita, eccetera) presenta istanza per acquisire la cittadinanza.
Il dubbio che sorge è che il problema dell’integrazione dei mussulmani venga sollevato per chiudere le porte della cittadinanza a tutti gli immigrati, compresi filippini e peruviani. Va allora notato che una differenza troppo marcata tra la popolazione di fatto insediata sul territorio e quella ammessa al voto è una disfunzione pericolosa per una democrazia. Fa pensare all’antica Atene, dove la democrazia valeva per gli ateniesi (maschi), non per le donne, gli schiavi, ma neppure per i meteci, gli immigrati stranieri di allora. Discriminare o ritardare l’accesso alla cittadinanza (impedirlo in una democrazia non è possibile, la questione riguarda i tempi: cinque o sette o dieci anni) rischia di portare acqua al mulino di quel fondamentalismo che si vorrebbe contrastare. Semmai, credo si dovrebbe ragionare su due possibili punti: 1) se si vuole evitare il fenomeno dei “cittadini di carta”, ossia dell’accesso strumentale alla cittadinanza per ricavarne dei benefici, bisognerebbe attenuare le distanze tra i benefici accordati ai cittadini e agli immigrati lungo residenti. Per esempio, concedere l’accesso all’impiego pubblico, salvo alcune funzioni di particolare importanza per la sicurezza dello Stato; 2) se si vuole incentivare l’impegno nell’integrazione, occorrerebbe premiare, con un riduzione dei tempi di accesso, chi si dedica a comportamenti meritevoli, come il volontariato (per esempio, la protezione civile), il dono del sangue, la partecipazione con esito positivo a percorsi formativi in Italia.
Lascio da parte il problema dei giovani. Riesce difficile capire come si possa sperare di veder crescere lealtà e attaccamento al nostro paese a chi viene lasciato a lungo fuori della porta della cittadinanza, e costretto a lunghi e complicati procedimenti per accedervi, magari perché arrivato in Italia a due anni, o perché, nato qui, per un anno o due è stato accudito dai nonni al paese d’origine dei genitori.
La società italiana non sta diventando multietnica perché qualche scriteriato ha aperto le porte. Il cambiamento avviene per dinamiche ed esigenze che hanno origine all’interno della nostra società, e in modo specifico nel mercato del lavoro. In realtà noi produciamo ogni giorno la società multietnica, quali che siano le nostre opinioni al riguardo. Non è possibile utilizzare le braccia e rifiutare le persone, o negare loro di poter entrare un giorno a pieno diritto nella comunità dei cittadini di cui ormai, di fatto, fanno parte.

di Maurizio Ambrosini  Lavoce.info

22 gennaio 2010

Emma Marcegaglia e i problemi giudiziari di famiglia

Dietro il lungo silenzio forse ci sono i problemi giudiziari della famiglia
 “Lo scudo fiscale è un male necessario”, aveva dichiarato Emma Marcegaglia il 17 dicembre scorso, a margine di un incontro organizzato dal Centro studi di Confindustria. Il giorno prima era intervenuta alla presentazione del Fondo per le piccole e medie imprese, invitata dal ministero dell’Economia. Poi un lungo silenzio interrotto solo da un’intervista pubblicata dal Corriere della Sera alla vigilia di Natale: “L’Italia ha bisogno di riforme politiche, ma soprattutto economiche che possano realizzare un progetto-paese di medio termine”, aveva spiegato la presidente di Confindustria alla giornalista Raffaella Polato. Da allora nessuna dichiarazione, nessun intervento pubblico, almeno fino a ieri, quando la Marcegaglia ha detto che Confindustra “sta ragionando” sulla riforma del fisco. La donna che il Sole 24 Ore ha messo al terzo posto nella classifica dei “personaggi   del 2009” (dopo il ministro dell’Economia Giulio Tre-monti e l’amministratore delegato Fiat Sergio Marchionne) si avvia alla conclusione di un mese anomalo, lontano dalle scene. Starà forse dedicando più tempo agli affari di famiglia? Gli eventi degli ultimi mesi suggeriscono che questa ipotesi potrebbe essere la più plausibile.

   GUARD RAIL. Basta tornare indietro di qualche mese per capire quali possono essere le   priorità di Emma Marcegaglia in questo periodo. Leggendo gli atti della Procura di Trento, citati dal Corriere del Veneto e dal quotidiano l’Adige lo scorso agosto, si viene a sapere che Antonio, fratello di Emma, è indagato per associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta. Come amministratore delegato della Marcegaglia Building Spa, Antonio Marcegaglia compare in una lista di imprenditori e società che “si suddividevano il mercato nazionale della vendita delle barriere stradali ad altre imprese o enti pubblici, mediante la ripartizione in quote predeterminate” e si “accordavano su quale delle aziende consorziate avrebbe dovuto approvvigionare il compartimento Anas (azienda nazionale autonoma delle strade)”. Un vero e proprio cartello del guard rail, riunito nel consorzio Comast, che avrebbe pilotato gli appalti per le barriere stradali delle autostrade italiane fino al maggio del 2007, data di   scioglimento del consorzio. E’ questa l’ipotesi del pubblico ministero di Trento Giuseppe De Benedetto che ha avviato le indagini già nel 2007, in seguito alla scoperta di irregolarità in un appalto per l’Autobrennero. Tra il 2003 e il 2007 le “sorelle del guard rail” si sarebbero aggiudicate in modo fraudolento   almeno 16 gare d’appalto per circa 180 milioni di euro, con un profitto illecito di 8 milioni e mezzo di euro. Cifra per la quale il giudice per le indagini preliminari Giulio Adilardi ha concesso in agosto il sequestro preventivo. Sui conti correnti di Marcegaglia sono stati congelati 2,1 milioni di euro, in attesa di dipanare la matassa delle barriere stradali.

   CONTI SVIZZERI. Di altri diciassette conti dei Marcegaglia, domiciliati in Svizzera presso la banca Ubs, si sta invece occupando il pm di Mantova Antonino Condorelli. L’ipotesi questa volta è di falso in bilancio. I conti, secondo quanto riportato in luglio da Repubblica, sarebbero stati utilizzati per depositare milioni di euro in fondi neri dal 1994 al 2004. Per dieci anni la Marcegaglia Spa, specializzata nella trasformazione dell’acciaio, non avrebbe comprato la materia prima direttamente dai venditori, ma da una serie di società di trading che   gonfiavano le fatture per permettere alla famiglia di far uscire dall’Italia fondi neri. Un vecchio trucco, utilizzato da molte imprese italiane, per portare comodamente oltre confine milioni di euro. In tutto il saldo dei fondi neri avrebbe toccato nel   2004 i 22 milioni di euro anche se fonti svizzere, citate da Repubblica, parlano di un tesoretto da 400 milioni.

   LA TANGENTE ENIPOWER. I conti svizzeri dei Marcegaglia li aveva scoperti già nel 2004 la Procura di Milano, indagando sulle tangenti Enipower. Uno scandalo, quello delle centrali Enipower, che ha coinvolto la Marcegaglia Spa e una serie di altre società (come la multinazionale francese Alstom) che avrebbero pagato tangenti da milioni di euro a manager di Enipower in cambio di appalti per la fornitura di servizi di manutenzione, caldaie, valvole, torri di raffreddamento nelle centrali termoelettriche di Mantova, Brindisi, Ferrera Erbognone (Pv) e Ravenna. A Milano il caso si è chiuso nel marzo   del 2008 con il patteggia-mento di Antonio Marcegaglia. Il fratello della presidente di Confindustria ha ammesso di aver versato, nel dicembre del 2003, una tangente da 1 milione 158 mila euro al manager di Enipower Lorenzo Marzocchi per assicurarsi una fornitura di caldaie da 127 milioni di euro. Come si legge nella sentenza depositata il 28 marzo del 2008 al Tribunale di Milano, la tangente è stata pagata “ad aggiudicazione avvenuta” mediante la “copertura formale di fittizi contratti di consulenza” stipulati con società off-shore come la Potz Sa di Lugano e la Daggie Engineering Ltd, registrata nell’Isola di Man.   La corruzione dei manager Enipower è costata alla Marcegaglia Spa la confisca di 250 mila euro oltre a 500 mila euro di pena pecuniaria, mentre la Ne Cct Spa (controllata da Marcegaglia al 70 per cento) ha dovuto versare a Eni ed Enipower 4 milioni di euro come risarcimento danni. La condanna a 11 mesi per corruzione comminata ad Antonio Marcegaglia è stata di conseguenza sospesa.  

   GRUPPO VACANZE. Un altro grattacapo per Emma potrebbe arrivare dalle indagini su Massimo Caputi, ex numero uno di Sviluppo Italia (oggi Invitalia), la società per azioni del ministero dell’Economia creata nel 1999 “per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, in particolare nel Mezzogiorno”. Alla fine di luglio Caputi si è dimenticato una busta con 45 mila euro in contanti in un hotel di Milano ed è finito sotto inchiesta per riciclaggio. Se è ancora presto per dire dove potrebbero portare le indagini, un fatto è chiaro: Caputi, fin dal 2005 – quando guidava ancora Sviluppo Italia – è in stretti rapporti con la famiglia Marcegaglia, a cui ha venduto alcune perle del turismo italiano, un tempo in mano allo Stato. Dal 2008 è anche entrato direttamente in affari con la presidente di Confindustria, diventando socio e vicepresidente di Mita Resort Srl (di cui Emma è presidente).   Una società che i Marcegaglia controllano al 50 per cento tramite Gaia Turismo Srl. Mita Resort gestisce oggi il lussuoso resort di Castel Monastero, sulle colline senesi, e il Porto Arsenale la Maddalena. Un complesso da 109 camere e 600 posti barca che si è visto soffiare sotto il naso gli ospiti del G8, ma potrà presto ospitare quelli della Louis Vuitton Cup. Come ha annunciato a novembre Guido Bertolaso.  
di Marco Atella IFQ
In primo piano Antonio Marcegaglia
 
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