Posts tagged ‘Giustizia’

19 ottobre 2012

Incandidabilità, specchio per le allodole

DOPO LA bella prova di sé che hanno dato governo e Parlamento con il ddl anticorruzione, adesso sembra si vogliano occupare della incandidabilità: i condannati non potranno fare gli onorevoli (ma va?). Ammesso che questa cosa veda mai la luce, si tratterà di uno specchietto per le allodole, come la legge anticorruzione.

1 – L’incandidabilità scatterebbe a seguito di una sentenza di condanna definitiva a pena maggiore di 2 anni di reclusione (ma si parla anche di 3).

2 – Omicidio, rapina e traffico di droga in genere sono sanzionati con pene superiori. Ma è difficile che i parlamentari commettano reati di questo tipo: hanno altri mezzi più sicuri per arricchirsi. Comunque, è vero, l’onorevole che ammazza la moglie non potrà più frequentare il Parlamento.

3 – I reati tipici di questa gente, come ognuno (e anche il governo) sa benissimo, sono concussione, corruzione, traffico di influenze, voto di scambio, falso in bilancio, frode fiscale, abuso in atti d’ufficio.

4 – A eccezione della concussione con violenza o minaccia (che non si verifica mai) tutti gli altri reati sono a prescrizione garantita. Bisogna arrivare a sentenza definitiva entro 10 anni e 8 mesi per la concussione per induzione ed entro 7 anni e mezzo per gli altri reati. Siccome le indagini, per questo genere di delitti, cominciano a distanza di qualche anno dal fatto (in media 3 o 4) gli anni che restano non sono sufficienti per celebrare i processi in Tribunale, Appello e Cassazione. Quindi la sentenza definitiva sarà: “Reato estinto per prescrizione”. Cioè che l’imputato ha commesso il reato ma non può essere condannato. Sicché niente sentenza definitiva di condanna e niente incandidabilità.

5 – Per il traffico di influenze e il voto di scambio non si possono fare le intercettazioni telefoniche. Senza di queste le indagini non partono nemmeno. I trafficanti sono uniti da un patto ferreo: nessuno denuncia l’altro perché andrebbe in prigione pure lui. Ne consegue che i processi che potrebbero portare a condanne definitive non si faranno. Niente incandidabilità.

6 – Il falso in bilancio non esiste più. Anzi esiste ma di fatto non è perseguibile; lo sanno anche i sassi. Quindi niente incandidabilità.

7 – Perché sussistano traffico di influenze, voto di scambio e abuso d’ufficio occorre che il premio dato o promesso al delinquente sia denaro o altro vantaggio patrimoniale. Insomma, soldi. Ma è ovvio che in questi casi di soldi non ne circolano. Il premio consiste nel fatto che oggi io aiuto te e domani tu aiuti me. Sono tutti “a disposizione”. Niente soldi, niente reato; niente reato, niente incandidabilità.

8 – Se, hai visto mai, a condanna definitiva si dovesse arrivare (si dice che le vie del Signore sono infinite, peccato che non sia vero) c’è sempre Santo (per restare in tema) patteggiamento. Ma non si patteggia a più di due anni perchè altrimenti niente sospensione condizionale, cioè galera immediata. Quindi niente incandidabilità.

Ma quando la smetteranno di prenderci per… il fondo dei pantaloni?

di Bruno Tinti, IFQ

19 ottobre 2012

Davigo:“L’elenco di quello che manca è infinito”

Altro che brodino, come il Financial Times ha definito la legge anticorruzione. Per Piercamillo Davigo, consigliere della Corte di Cassazione, “se uno è rigoroso, fa le cose diversamente”. A partire da un certo regalino che il magistrato di Mani Pulite proprio non si spiega.    Dottor Davigo, cosa la stupisce di più di questa legge?    Direi il fatto che hanno dimezzato le pene previste nel caso di concussione per induzione. Perché l’hanno fatto?    L’Ocse chiedeva da tempo al-l’Italia di punire il privato che    paga il pubblico ufficiale, cioè    il concussore, e questa legge    lo prevede. Non basta?    No, perché così si aggira soltanto l’obbligo di punire chi dà denaro al funzionario pubblico, traendone vantaggi. Il concusso alla fine la fa franca. Viene punito, ma la pena è ridotta. E le norme favorevoli sono retroattive. Con il risultato che molti processi in Cassazione verranno annullati.    Meglio eliminare la retroattività?    No, meglio non ridurre le pene!    Quanto ci manca per essere    conformi alle richieste del-l’Europa?    Non so cosa fosse ottenibile, ma di certo l’Italia è ancora molto indietro rispetto agli altri Paesi europei. Se solo ci fosse la volontà, basterebbe procedere in modo molto più semplice, copiando le convenzioni internazionali. Così saremmo conformi di sicuro.    Cosa cambia per quanto riguarda il traffico di influenze,    cioè quando i potenti si mettono d’accordo per darsi un    aiuto (illecito) reciproco?    In questo caso il vero problema è che la pena edittale prevista per questo reato (cioè la reclusione a tre anni) non consente le intercettazioni telefoniche. Ma come pensano di scovare questi reati? Li scopriremo solo se ce li verranno a raccontare.    Almeno, però, hanno aumentato i termini per la prescrizione da 7 anni e mezzo a 11 per i reati di corruzione, concussione per induzione e traffico di influenze. Basterà per terminare in tempo i processi?    C’è un equivoco di fondo. Non sono i termini di prescrizione a essere necessariamente troppo brevi, il problema è che in Italia la prescrizione comincia a decorrere non dalla scoperta del reato, ma da quando il reato è stato commesso. E di solito non si becca il criminale in flagrante. È ridicolo: in altri paesi, una volta che il processo comincia, i termini per la prescrizione non decorrono più. Poi c’è un’altra questione.    Quale?    Da noi ci sono 35 mila fattispecie di reati penali, e invece di ridurle, questa legge le ha ulteriormente aumentate. Rendiamoci conto che anche se abolissimo il 90 per cento dei reati, ne resterebbero ancora migliaia.    Forse però andrebbe introdotto il reato di autoriciclaggio. Oggi quelli che, ricevute le mazzette, usano i soldi per acquisti e investimenti, non vengono puniti.    Il ministro Severino ha detto che non voleva ritardare i tempi del disegno di legge, che se ne occuperà a parte. Forse ha ragione. Però noto che l’autoriciclaggio è stato inserito nella lista dei reati persino in Vaticano…    Hanno anche evitato di reintrodurre il falso in bilancio, cancellato dal governo Berlusconi.    Lasciamo stare, l’elenco di quello che manca è infinito.    Cosa pensa invece dell’incandidabilità? I condannati in via definitiva a pene superiori ai 2 anni dovranno mollare la poltrona.    Già. Peccato che oltre il 90 per cento delle condanne, anche quelle per concussione, tra rito abbreviato e attenuanti generiche vanno pesantemente sotto i due anni. E poi basta che uno patteggi per evitare la condanna. E quindi l’incandidabilità.

di Beatrice Borromeo, IFQ

Piercamillo Davigo Ansa 

27 aprile 2012

Bavaglio tecnico, che idea

Ideona: una legge bavaglio sulle intercettazioni. Siccome non l’aveva ancora avuta nessuno, se ne sentiva proprio la mancanza. Ieri ci ha pensato la ministra della Giustizia Paola Severino, al Festival del giornalismo. Lì la Guardasigilli ha detto anche cose pregevoli: la cronaca giudiziaria deve riportare “non solo le voci dei magistrati, ma anche quelle della difesa”; e i danni subiti dall’accusato poi assolto sono ingigantiti dalla lunghezza dei processi, che allontana a dismisura il momento del giudizio definitivo. Purtroppo, come tutti i suoi predecessori, la Severino non fa nulla né spiega come intende abbreviare i tempi. Eppure le soluzioni sono semplici: ridurre il contenzioso (Davigo e Sisti, in Processo all’Italiana edito da Laterza, spiegano come si fa) e le fasi del giudizio, che in Italia sono almeno cinque: indagini preliminari, deposito atti, udienza preliminare, primo grado, appello e Cassazione. Basta abolire il deposito atti e l’appello (fuorché in presenza di prove nuove) e rendere convenienti i riti alternativi (patteggiamento e abbreviato) bloccando la prescrizione al rinvio a giudizio, per dimezzare i tempi della giustizia e liberare enormi risorse finanziarie e umane. Sulla cronaca giudiziaria e sulla pubblicazione di atti d’indagine e intercettazioni, la Severino una soluzione la indica: ma è quella sbagliata. La stessa già battuta (fortunatamente con scarso successo) dal centrosinistra col ddl Mastella e dal centrodestra col ddl Alfano: “Filtrare” e “limitare” le notizie pubblicabili durante l’inchiesta perché “è nelle fasi interlocutorie delle indagini che più di frequente avviene la diffusione della notizia”. Dunque il pm o il gip dovrebbero “escludere le notizie che non sono rilevanti e attengono esclusivamente alla sfera personale delle persone interessate dal provvedimento, anche quando il provvedimento viene consegnato alle parti”, cioè non è più segreto. Nel 2012, in piena comunicazione globale, siamo ancora lì a spaccare il capello in quattro per distinguere fra notizie pubbliche e pubblicabili, e fra giornali e blog (che, per la Severino, “fanno più danni dei giornali”). Una follia e una sciocchezza. Una follia perché, una volta notificati gli atti (si spera completi) agli avvocati, questi non hanno alcun dovere di mantenere il segreto, nemmeno sulle notizie non penalmente rilevanti, anzi hanno spesso l’interesse a farle trapelare. Una sciocchezza perché ciò che non è rilevante per il pm o per il gip può esserlo, e molto, per il giornalista e per i lettori, cioè per i cittadini elettori. Al magistrato interessano i reati, al cittadino (e dunque al cronista che ha il dovere di informarlo) anche le questioni etiche, deontologiche, politiche e persino personali, se si parla di un personaggio pubblico che magari predica bene e razzola male. Altro che “secretare informazioni che metterebbero in crisi le indagini” e “intercettazioni non rilevanti per il procedimento” per “salvaguardare la sfera personale”. La secretazione delle notizie a fini investigativi è già prevista dal Codice. Quanto alla sfera personale dell’indagato o, ancor di più, del non indagato, è già protetta dalla legge sulla privacy, che prevede sanzioni penali. Esempio: Bossi non è indagato, ma se il suo tesoriere tiene la sua famiglia allargata a libro paga coi “rimborsi elettorali”, gli elettori lo devono sapere. E devono sapere se Formigoni, non indagato, si fa pagare le vacanze da un faccendiere che ingrassa grazie all’amicizia con lui nella sanità convenzionata. La ricetta per garantire una cronaca equilibrata non è dunque filtrare e secretare, ma al contrario fornire ai cronisti tutte le carte dell’inchiesta non coperte da segreto, e anche delle indagini difensive. Intercettazioni comprese. Spetta poi al cronista pubblicare quelle di interesse pubblico e lasciar perdere le altre. Se sbaglia o diffama o viola la privacy, paga. Ma almeno ha il quadro completo dei fatti. E, se qualcuno ha paura dei fatti, sono affari suoi: male non fare, paura non avere.

di Marco Travaglio, IFQ

20 marzo 2012

Giustizia, l’inviato Ghedini detta le condizioni

Ecco che il governo sfiora, anzi s’appresta a toccare un tema sensibile per il Cavaliere: la giustizia, e il copione si ripete. Tale e quale. Stavolta è Niccolò Ghedini, deputato e avvocato di Silvio Berlusconi, l’inviato per le trattative ruvide e complicate con il ministro Paolo Severino: “Se decidono di presentare un testo al buio, si prendono i rischi che il buio comporta”, dice ai suoi collaboratori che aspettano a Montecitorio il maxi-emendamento del governo al testo contro la corruzione. Per televisioni e frequenze, direttamente a Palazzo Chigi, B. decise di spedire Fedele Confalonieri per parlare con Mario Monti: cioè il presidente di Mediaset, l’amico di canzoni e affari che protegge l’impero di famiglia. Al segretario Angelino Alfano, che gestisce (teoricamente) il Pdl, restano soltanto le fotografie al caminetto col professore, Bersani e Casini. Forma e sostanza . Sarà Ghedini a dettare le condizioni al ministro Severino, che ascolta di frequente al telefono e che incontrerà in settimana, mentre Alfano riposa in panchina. Ghedini chiede un paio di cose per mettere in sicurezza – e qui le finanze pubbliche non c’entrano – i conti personali del Cavaliere: niente eccessi su corruzione e dintorni; niente aumento per la prescrizione; niente revisione di quell’emendamento del Pd che spezza in tre parti il reato di concussione e può aiutare, dice la Procura di Milano, l’imputato Berlusconi nel processo Ruby. L’Italia dei Valori accusa di inciucio il Partito democratico, e Massimo D’Alema s’immola per l’emendamento firmato Pd che stravolge il reato di concussione “Le modifiche le vuole l’Ocse (un organismo internazionale, ndr). Nessun salvacondotto per Berlusconi, è l’Ocse che, in un suo recente documento, affronta il problema e avanza una serie di richieste per rendere più efficace la lotta alla corruzione”.    FONTI del ministero smentiscono che sia ufficiale, ovvero in agenda, un appuntamento fra la Severino e Ghedini – e invece il Pdl conferma – perché sarebbe imbarazzante spiegare che il ministro negozia la legge per contrastare la corruzione con l’avvocato del Cavaliere. Ma il ministro Severino deve rispettare una domanda e una promessa: entro fine marzo va depositato a Montecitorio il maxi-emendamento con o senza i colloqui. Non senza Ghedini, però. Nessuno può vincere massacrando l’avversario, neppure l’avvocato di B., perché il Senato ha approvato la Convenzione di Strasburgo appena una settimana fa e il governo deve procedere. Questo l’ha capito persino il Cavaliere, e dunque il mandato di Ghedini prevede varie concessioni (quelle che interessano poco o zero): si può discutere di corruzione privata, traffico di influenze (raccomandazioni) e auto-riciclaggio. Una precauzione, però: testi leggeri, pene ridotte. Per rafforzare il patto con il governo, Ghedini suggerirà al ministro di riprendere il disegno di legge, che risponde al nome di Angelino Alfano, per limitare l’utilizzo e la pubblicazione di quelle intercettazioni che innervosiscono il palazzo. Per clemenza, al Pdl va benissimo pure la versione di Mastella. Ora che Ghedini è in missione, il Cavaliere è tranquillo. Ci pensa il ministro Anna Maria Cancellieri (Interni) ad azionare il conto alla rovescia: “Contro la corruzione dobbiamo giocare una partita dura, come una partita di rugby. Quindi ci dobbiamo armare e andare sul campo, non avere paura di prenderle e di darle”. Squadre schierate, fischia Silvio Berlusconi di Arcore.

Illustrazione di Emanuele Fucecchi

14 marzo 2012

Le tre bugie della requisitoria. Le assurdità del pg Iacoviello su Dell’Utri

Sostiene Iacoviello che la sentenza di condanna contro il senatore Dell’Utri non cita mai la sentenza Mannino. Ed è falso. Sostiene Iacoviello che il capo di imputazione è liquido e l’accusa mancante. Due volte falso. Sostiene anche che non è ammissibile il concorso esterno in associazione a delinquere semplice. Falso per la terza volta. C’è un solo metodo per giudicare la requisitoria del sostituto procuratore generale Francesco Iacoviello che ha chiesto l’annullamento della sentenza di condanna contro Marcello Dell’Utri: leggerla.

Invece il dibattito di questi giorni si è svolto esclusivamente sulle poche note pubblicate dai cronisti delle agenzie di stampa che hanno riportato resoconti stringati del discorso del rappresentante dell’accusa davanti alla Cassazione. Fortunatamente su Internet (pubblicata sul sito della rivista Diritto penale contemporaneo e anche sul sito del Fatto Quotidiano) si possono trovare le 18 pagine dello “schema di requisitoria integrato con le note d’udienza”: sostanzialmente la scaletta della requisitoria di Iacoviello, che non ha smentito l’attribuzione alla sua penna del canovaccio.

IL FATTO l’ha letto e ha scoperto che Iacoviello non scrive (e chissà se le ha dette davvero) le parole di condanna del concorso esterno e di para-assoluzione dell’imputato Dell’Utri riportate da tutti i giornali. Il sostituto procuratore generale sembra invece possibilista sulla sua colpevolezza: “L’annullamento con rinvio per vizio di motivazione (soluzione poi statuita dalla Corte accogliendo la sua richiesta, ndr) non vuol dire che l’imputato è innocente. Vuol dire che la motivazione è viziata, non che la decisione è sbagliata. È un annullamento fatto non a favore dell’imputato, ma a favore del diritto”. Certo, valutandolo ex post, come direbbe Iacoviello, questo rinvio – se porterà alla prescrizione – sarà oggettivamente a favore di Dell’Utri ma ex ante ancora non si può dire. Comunque Iacoviello – se anche non avesse detto le cose riportate dalla stampa – nelle sue note ha infilato una serie di imprecisioni importanti. Vediamole una a una.    1) “C’è un capo di imputazione che riempie quasi una pagina. Ebbene, dopo averlo letto, possiamo metterlo da parte.    Lì dentro non c’è il fatto per cui l’imputato è stato condannato. … In questo processo la cosa più difficile è trovare l’imputazione (…) qui abbiamo un imputato, un reato. Ma non un’imputazione.

O meglio, un’imputazione liquida. Per una condanna solida”.    L’imputazione sarà liquida e la condanna solida, come dice il pg, ma la requisitoria di Iacoviello è gassosa e si sgonfia subito. Basta leggere il capo di imputazione della sentenza per scoprire che occupa quasi tre pagine (non meno di una) ed elenca le responsabilità del senatore nel dettaglio. Dell’Utri ha “concorso nelle attività della associazione di tipo mafioso denominata Cosa Nostra …ad esempio:    1. partecipando personalmente a incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra, nel corso dei quali venivano discusse condotte funzionali agli interessi della organizzazione; 2. intrattenendo, inoltre, rapporti continuativi con l’associazione per delinquere tramite numerosi esponenti di rilievo di detto sodalizio criminale, tra i quali, Pullarà Ignazio, Pullarà Giovanbattista, Di Napoli Giuseppe, Di Napoli Pietro, Ganci Raffaele, Riina Salvatore, Graviano Giuseppe;    3. provvedendo a ricoverare latitanti appartenenti alla detta organizzazione;    4. ponendo a disposizione dei suddetti esponenti di Cosa Nostra le conoscenze acquisite presso il sistema economico italiano e siciliano.    Così rafforzando la potenzialità criminale dell’organizzazione in quanto…” e via elencando. Come si possa sostenere che questo sia un capo di imputazione “liquido” e che “l’accusa diventa fluida e sfuggente”, come sostiene Iacoviello, è un mistero.    2) La seconda imprecisione di Iacoviello è ancora più grave. Secondo il pg, infatti, la Corte di appello di Palermo avrebbe ignorato la sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione che ha assolto l’ex ministro Calogero Mannino dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Si tratta di un’accusa grave nei confronti dei giudici della Corte palermitana perché in sostanza li taccia di sciatteria se non di mala fede perché quella sentenza di annullamento è un vero e proprio punto di riferimento per chiunque si occupi di questa materia. Al riguardo nelle note di Iacoviello si legge:    “La sentenza Mannino (metodicamente ignorata dalla sentenza) ci dice che il contributo del concorrente esterno deve essere concreto, effettivo e rilevante, il quesito giuridico è: “Come è possibile un contributo concreto effettivo e rilevante a una estorsione, che però sia qualcosa di meno del concorso in estorsione ?”.E poi rincara la dose: “La sentenza nelle poche pagine cruciali in cui tratta del concorso esterno dell’imputato non cita neppure una – ripeto una – sentenza. Eppure il concorso esterno ha vissuto stagioni climatiche estreme nella giurisprudenza. Si potevano citare almeno le SS.UU. Mannino”.    Ebbene basta fare un semplice “trova” con il comando del computer per scoprire che la sentenza Mannino è citata per sei volte in tre punti diversi della sentenza di appello della Corte di Palermo. In due punti della sentenza (a pagina 81-82 e 106) la “Mannino” è citata quando si riportano le tesi della difesa del senatore a favore di Dell’Utri. Ma a pagina 260 si invoca il criterio più rigoroso richiesto dalle Sezioni Unite contro Dell’Utri proprio per motivare la condanna a suo carico: “Si trascura di considerare infatti che la condotta di Marcello Dell’Utri è risultata decisiva nell’apportare consapevolmente all’organizzazione mafiosa un contributo al suo rafforzamento avendo consentito a Vittorio Mangano e quindi a Cosa nostra di avvicinarsi a Silvio Berlusconi avviando un rapporto parassitario protrattosi per quasi due decenni. Anche con la sentenza n. 33748 del 12 luglio-20 settembre 2005 (ric. Mannino) le Sezioni Unite hanno ribadito il principio giurisprudenziale, gia’ espresso con le sentenze Demitry (Sez. Un., 5/10/1994), Mannino (Sez. Un., 261 27/9/1995 in sede cautelare) e Carnevale (Sez. Un., 30/10/2002), secondo cui per il delitto di associazione di tipo mafioso di cui all’art. 416 bis c.p. è configurabile il concorso esterno”.

LA SENTENZA di appello poi prosegue analizzando l’elemento del dolo, cioè la consapevolezza di Dell’Utri di apportare un vantaggio a Cosa Nostra con il suo comportamento, svolgendo esattamente il ragionamento che il sostituto Iacoviello sostiene che la Corte non abbia fatto in sentenza. Probabilmente il Pg non ha letto attentamente la sentenza che avrebbe dovuto difendere se solo avesse svolto in modo tradizionale il suo mestiere di pubblico accusatore, senza ergersi a giudice dei giudici e senza mimetizzarsi da avvocato degli avvocati. Solo così si spiega quello che si legge nelle sue note seguenti:    Qui la sentenza ha fatto un’applicazione rigorosa di uno dei fondamentali criteri dell’ars disputandi: non fare citazioni imbarazzanti.    3) Infine la terza inesattezza del pg riguarda un principio giuridico. Scrive Iacoviello: “Si sarebbe dovuto affrontare un tema preliminare e cruciale: il concorso esterno è ammissibile anche per il 416 c.p. (cioè l’associazione a delinquere semplice, ndr)? Gli effetti sarebbero devastanti”. Ancora più devastante per Iacoviello è però la lettura del saggio del professore dell’università di Palermo Costantino Visconti pubblicato sulla solita rivista on line Diritto Penale Contemporaneo. Visconti cita la sentenza della Cassazione del 24 gennaio 1994 contro Silveira che “riguarda l’applicazione del concorso di persone al reato associativo semplice” e chiosa “sbaglia dunque il pg Iacoviello a sostenere che nessuno aveva mai parlato di un’ipotesi del genere”.

di Marco Lillo, IFQ

Marcello Dell’Utri. Nel tondo, Francesco Iacoviello (FOTO ANSA)

3 febbraio 2012

Legge Lega-Pdl-Violante

Ma sì, forse è meglio così. Ben venga il voto della Camera sull’emendamento leghista che costringerà i magistrati a pagare di tasca propria i “danni” a ogni persona indagata e poi assolta. Ben venga perché, anche se fosse approvato anche dal Senato e diventasse legge, non entrerebbe mai in vigore, visto che è contrario alla Costituzione e alla normativa europea: serve soltanto a spaventare i magistrati che si lasciano spaventare. Ben venga perché ci sveglia dal sogno che basti un governo tecnico per ripulire una politica marcia dalle fondamenta e cancellare vent’anni di berlusconismo bipartisan. Ben venga perché così è chiaro a tutti che, sulla giustizia e sulla tv, continua a comandare B. E che il Parlamento che dovrebbe “fare le riforme”, cambiare la legge elettorale, combattere corruzione, mafia ed evasione è sempre quello che dichiarò Ruby nipote di Mubarak, varò una dozzina di leggi ad personam e salvò dal carcere Cosentino (due volte), Tedesco e Milanese. Ben venga perché costringe il governo Monti a uscire dalla comoda e ambigua “continuità” col precedente e a scegliere non fra destra e sinistra (etichette giurassiche), ma fra i due partiti trasversali che si fronteggiano da tempo immemorabile: quello dell’impunità e quello della legalità. Per fortuna, mentre il Parlamento si arrocca a difesa dei suoi delitti come quello spazzato via vent’anni fa da Mani Pulite, il partito della legalità cresce: lo testimoniano le oltre 16 mila firme raccolte in poche ore dalla legge del Fatto sulla responsabilità giuridica dei partiti dopo il caso Lusi. Ora la ministra Severino non può cavarsela con frasette alla vaselina per deplorare l’“intervento spot” che “rende poco armonioso il quadro complessivo”, auspicare “qualche miglioramento in seconda lettura”, previa “riflessione sul tema per riaprire il dialogo”, e annunciare “una seconda fase” (la solita, mitologica “fase 2”). Prendersela soltanto col Pdl e con la Lega è troppo facile: erano anni che tentavano di farla pagare (nel vero senso della parola) ai giudici per le indagini sui loro leader-lader. Ieri, fra i 261 sì alla porcata padan-berlusconiana, si annidavano – nascondendo la mano grazie al voto segreto avventatamente concesso da Fini – almeno 50 deputati dell’altro fronte (Pd, Udc, Fli e Idv). Del resto i partiti maggiori (Pdl, Pd e Lega) e qualcuno minore (tipo l’Api di Rutelli) hanno a che fare con la giustizia e, nel segreto dell’urna, non è parso vero a qualche furbastro di assestare una bella legnata ai magistrati, o almeno di metter loro paura. L’idea malata e somara che l’errore giudiziario scatti ogni qual volta un cittadino finisce sotto inchiesta o sotto processo o agli arresti e poi venga assolto, dunque debba pagare direttamente il magistrato, accomuna trasversalmente la gran parte del mondo politico e di quello intellettuale retrostante. Proprio in questi giorni l’Unità, tornata a essere l’organo ufficiale del Pd, s’è lanciata in una delirante campagna in difesa di Ottaviano Del Turco, arrestato nel 2008 per tangenti, poi rinviato a giudizio e ora a processo. Anticipando la sentenza, l’Unità ha deciso che Del Turco è innocente a prescindere. Poi l’ha intervistato per fargli chiedere “un atto riparatore dalla politica” per un’assoluzione che non c’è. Poi ha interpellato Violante, il quale ha sostenuto che siccome “non si è trovato il denaro”, Del Turco    dev’essere per forza innocente (uno come lui i    soldi non li farebbe mai sparire). E s’è portato    avanti col lavoro, dimenticando che gli arresti e i    rinvii a giudizio non li fa il pm, ma il gip e il gup: “Se Del Turco dovesse risultare innocente, è chiaro che il magistrato inquirente dovrebbe risponderne direttamente”. E certo: siccome i processi servono a stabilire se uno è innocente o colpevole, se tutti gli assolti potessero rivalersi sul pm, non si troverebbe più un pm disposto ad aprire un’indagine. Un’idea talmente demenziale che Polito l’ha subito elogiata sul Corriere. E ieri, Lega e Pdl l’hanno tradotta in legge. Per una questione di Siae, la chiameremo “legge Violante”.

di Marco Travaglio, IFQ

19 gennaio 2012

Giustizia profumo d’intesa

Zitta zitta, mentre Monti ripete che il suo è un governo “strano”, cioè a tempo e senza maggioranza precostituita, la Triade Alfano-Bersani-Casini esce dai tunnel e dalle catacombe per trasformarsi in maggioranza politica. E da quale tema comincia? Ma dalla giustizia, naturalmente. Cioè dal settore che, negli ultimi vent’anni, ha prodotto le maggiori occasioni di conflitto politico. Dunque, almeno sulla carta, dovrebbe essere il meno indicato per le larghe intese: almeno agli occhi dei tanti ingenui che ancora accarezzano il sogno manicheo di un centrosinistra legalitario contrapposto a un centrodestra impunitario. Purtroppo la realtà, come non ci siamo mai stancati di ripetere e come la storia recente dalla Bicamerale in poi s’è incaricata di dimostrare, è opposta: se c’è un comune denominatore fra i due schieramenti (salvo lodevoli ma trascurabili eccezioni) è proprio l’allergia di tutta la Casta politica ai poteri di controllo: a cominciare dalla magistratura più impegnata e autonoma. Dunque non c’è nulla di sorprendente se la Triade ha deciso di cominciare proprio dalla giustizia. Le voci – raccolte oggi dal nostro Fabrizio d’Esposito – sussurrano di imminenti larghissime intese su una qualche forma di condono penale (un’amnistia mascherata che non imponga la maggioranza qualificata dei due terzi e salvi la faccia ai partiti in vista delle elezioni), con la solita scusa del sovraffollamento delle carceri. Che, com’è noto, è sempre un ottimo alibi non tanto per far uscire di galera qualche migliaio di detenuti comuni, quanto per non far entrare in galera qualche decina di condannati eccellenti. Speriamo che si tratti di voci false e, soprattutto, che vengano smentite. Certo le prime uscite del ministro Paola Severino, portatrice di un monumentale conflitto d’interessi (basta scorrere la lista degli imputati Vip che assisteva fino all’altroieri come avvocato), fanno temere il peggio. Il suo via libera all’amnistia, subito temperato dalla precisazione che “è materia del Parlamento e non del governo”, è lì a dimostrarlo. Così come il suo silenzio di tomba sulle decine di leggi-vergogna (41 ad personam e una sessantina ad aziendas, ad mafiam e ad castam) varate nell’ultimo quindicennio dal centrodestra, ma anche dal centrosinistra. Se è vero che – come ha detto l’altro giorno la Severino, e sai che scoperta – “la lentezza dei processi costa ogni anno all’Italia 1 punto di Pil”, bisognerebbe precisare quali norme hanno allungato i processi a dismisura. E poi raderle al suolo con un solo decreto che le cancelli con un tratto di penna. Invece, almeno a sentire il ministro, non è questo l’ordine del giorno. Quali sarebbero allora i punti dell’intesa della nascente maggioranza politica intorno alla Triade? La legge anticorruzione che la stessa Severino ha annunciato in pompa magna il mese scorso? In attesa che l’apposita commissione, composta anche dal professor Spangher noto amico di Previti, partorisca le sue proposte, ci sentiremmo di escludere che Al Fano, cioè il portaborse di B., possa avallare una legge che aggravi le pene per la corruzione e per l’evasione fiscale e ripristini il reato di falso in bilancio, visto che quei reati sono la specialità del suo principale. È anche una questione d’immagine: come può un partito, il cui leader sta per farla franca al processo Mills grazie ai certificati medici del malato immaginario inglese, pronunciare la parola “anticorruzione” senza scoppiare a ridere? E allora a pensar male si fa peccato, ma s’indovina. Del resto a marzo arriva in Cassazione il processo per mafia al braccio destro di B., Dell’Utri, che rischia, in caso di conferma della condanna d’appello a 7 anni, di raggiungere a Rebibbia l’amico Cuffaro (portato in Parlamento da Casini). Poi Penati, braccio destro di Bersani, finirà alla sbarra per milioni e milioni di tangenti. Un braccio destro di qua, un braccio destro di là. E una mano lava l’altra.

di Marco Travaglio,  IFQ

21 dicembre 2011

Severino, sia severa

Pensavamo, ingenuamente, che il governo tecnico fosse lì per “salvare l’Italia” con poche misure di pronto soccorso. Invece, a sentire gli annunci e le interviste del premier e dei suoi ministri sui giornali e nei talk show (a proposito: non avevano detto che non avrebbero fatto annunci né dato interviste né frequentato talk show?), pare che vogliano riformare tutto il riformabile: welfare, pensioni, stipendi, statuto dei lavoratori, grandi opere, fisco, giustizia, carceri, sanità, università, scuole, asili, anche nidi. Una delle più loquaci è la Guardasigilli Paola Severino, che annuncia a Repubblica addirittura una legge anticorruzione. Non prima di una “revisione delle procedure decisionali e di gestione”, affidata all’immancabile “tavolo di confronto per la semplificazione dei rapporti tra Pubblica amministrazione e impresa”. Roba che, a fare presto, richiede almeno un piano quinquennale. Senza contare che quella della legge anticorruzione è diventata una gag, meglio del Sarchiapone, visto che tutti i governi che Dio manda in terra, da che mondo è mondo, ne annunciano una e poi se ne guardano bene. Noi comunque prendiamo in parola la Severino e diamo per scontato che lo stesso Parlamento che fino all’altroieri dichiarava Ruby nipote di Mubarak, salvava Cosentino, Milanese, Romano e votava leggi pro-corrotti, si convertirà in articulo mortis e con agile piroetta voterà leggi anti-corrotti. La sola proposta che la ministra anticipa è “una nuova fattispecie di corruzione, quella ‘privata’ all’interno delle imprese”. Non vorremmo deluderla, ma il reato di corruzione fra privati è già previsto dalla Convenzione internazionale sulla corruzione che tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa firmarono a Strasburgo nel lontano 1999: dopodiché tutti gli Stati membri la ratificarono, tranne l’Italia. Per informazioni, la Severino può rivolgersi ad Augusta Iannini in Vespa, che staziona al ministero di via Arenula dal 2001, sopravvissuta a Castelli, Mastella, Alfano e Palma senza mai sfiorare quella convenzione con un dito. L’altro giorno s’era sparsa la voce che la Severino l’avrebbe sostituita. Magari. Invece l’ha puntualmente confermata a capo dell’ufficio legislativo. Ottima scelta per un ministro che dice di voler “uscire dalla logica delle leggi ad personam”: proprio quelle che la signora Iannini ha contribuito a scrivere senza mai un conato di vomito: falso in bilancio, rogatorie, Cirami, ex Cirielli, senza contare quelle incostituzionali fulminate dalla Consulta (Schifani, Alfano, Pecorella, anti-Caselli). Convertirla dalla pro-corruzione all’anti-corruzione sarà dura, ma la Severino ha il piglio giusto per riuscirci. Nel qual caso le basterà prendere la Convenzione di Strasburgo e copiarla paro paro: essa già punisce – come avviene in tutto il mondo civile – non solo la corruzione fra privati (per esempio, quando il capoufficio acquisti di un’azienda prende la stecca dal fornitore per servirsi da lui, a prezzi più alti di quelli di mercato), ma anche l’autoriciclaggio (l’Italia è l’unico paese occidentale in cui chi ricicla soldi sporchi in proprio non commette alcun reato) e il traffico d’influenze illecite (quando uno si fa pagare in cambio della promessa di spendere le proprie entrature per risolvere il suo problema). Se poi la Severino volesse risparmiare tempo, l’anno scorso il Fatto preparò con l’aiuto di giudici e giuristi un articolato di legge che prevede anche di unificare corruzione e concussione e cancellare catastrofi come la Cirielli (la legge del 2005 che dimezza la prescrizione creando la figura del colpevole incensurato a vita, mentre intasa le carceri allungando inutilmente le pene ai recidivi), la salva-evasori (1999) e la depenalizzazione di fatto del falso in bilancio (2002). È una riforma a costo zero, anzi a introito sicuro, visto che intaccherebbe quell’enorme serbatoio di nero che ammonta ogni anno a 70-80 miliardi per la corruzione e a 150 miliardi per l’evasione. Poi farebbe crollare i costi delle opere pubbliche e incentiverebbe le imprese straniere a investire in Italia. Se vuol fare sul serio, signora ministra, sa dove trovarci.

di Marco Travaglio, IFQ

18 novembre 2011

Severino-pensiero, il più amato da B.

Le intercettazioni telefoniche? Invadono la vita privata dei cittadini e impigriscono i magistrati. I collaboratori di giustizia? Sono un “male” (anche se “un male necessario”). Le manette agli evasori? Sono un “uso distorto dello strumento penale”. Le condanne per gli infortuni sul lavoro? Eccessive quando l’incidente è dovuto “a scelte imprevedibili dell’infortunato”. I magistrati? Inclini alla “spettacolarizzazione del processo”. È questo il Severino-pensiero.

LE ESTERNAZIONI del neoministro della Giustizia Paola Severino, nei suoi interventi, nelle sue interviste e nei suoi editoriali sul Messaggero, negli ultimi anni riprendono e sviluppano tutti i luoghi comuni sulla giustizia del berlusconismo di destra e di sinistra. Le intercettazioni telefoniche (Il Messaggero, 6 giugno 2008) hanno “rilevantissimo costo, pari al 33 per cento delle spese di giustizia” (falso). Inducono inoltre nei magistrati una “perdita di capacità nell’utilizzo di tecniche investigative tradizionali”. Come dire ai medici: smettete di usare la tac e la risonanza magnetica, che vi fanno perdere la capacità di auscultare i pazienti con lo stetoscopio. E poi via con tutte le banalità sulle intercettazioni ripetute mille volte: invadono la vita privata, travolgono “qualunque forma di tutela della riservatezza”, vengono pubblicate “infrangendo il segreto investigativo”, fanno finire sui giornali “conversazioni del tutto prive di rilevanza penale”, nella “ricerca irrefrenabile di aspetti solo scandalistici in vicende giudiziarie”.    I collaboratori di giustizia per Paola Severino sono un “male”, benché “necessario”, e hanno effetti “simili a quelli della chemioterapia nel corpo di un ammalato di tumore, e cioè a volte peggiori delle manifestazioni della malattia” (Il Messaggero, 12 marzo 2000). Così la collaborazione di Giovanni Brusca ha avuto pessimi effetti: “l’imbarbarimento del sistema, lo svuotamento graduale della funzione investigativa” e, per i magistrati, “l’adagiamento nel comodo ruolo di collettore di confessioni mai disinteressate e a volte suggerite da scopi che nulla hanno a che vedere con la giustizia”. La collaborazione, del resto, “non può trasformarsi in un salvacondotto verso la libertà e tantomeno in una via di accesso a privilegi economici e personali assolutamente ingiustificati”. Urgono dunque riforme: “Non ci si può accontentare della semplice pluralità e concordanza” delle chiamate in correità. Sarebbe la fine delle collaborazioni di giustizia.

IL NEOMINISTRO, avvocato di Francesco Gaetano Caltagirone e di sua figlia Azzurra, è anche editorialista sul giornale di Caltagirone, Il Messaggero. Così è capitato che commentasse sulle colonne del quotidiano le sentenze del suo editore, ottenute in processi in cui lo aveva difeso in aula. Sull’evasione fiscale, Severino scavalca anche il duo Berlusconi-Tremonti. Quando il ministro uscente dell’Economia, nel settembre scorso, prova a varare una norma che per un’evasione superiore ai tre milioni di euro tolga la possibilità di ottenere la condizionale (e dunque in caso di condanna manda l’evasore in carcere, con esecuzione immediata), lei insorge e dice, lapidaria: “È un uso distorto dello strumento penale” (Il Messaggero, 6 settembre 2011). A proposito degli incidenti sul lavoro chiede “più sicurezza, ma senza eccessi” (Sole 24 ore, 25 aprile 2009). No alla giurisprudenza che rende automatica e oggettiva l’identificazione tra infortunio sul lavoro e responsabilità penale di chi deve garantire la sicurezza del lavoratore. Sì invece a “dare garanzie a chi fa rispettare le regole, se l’incidente è dovuto a scelte imprevedibili dell’infortunato”. Così parlò Paola Severino, avvocato e professore. Ora è ministro della Repubblica.

di Gianni Barbacetto, IFQ

7 ottobre 2011

Assalto finale alla Giustizia

A furia di ripeterle anche le balle finiscono per sembrare vere e, tuttavia, non si può abdicare al dovere di ragionare. Ragionando, si vedrà che l’intervento giudiziario è in espansione in tutti i sistemi democratici. Ovunque esso crea frizioni con il potere politico, fino a turbare destini di governi. Gli esempi che si possono fare sono infiniti. Eccone alcuni: Clinton è stato processato perché una previdente stagista aveva conservato una certa macchia sul suo abito; la prima elezione di Bush è stata decisa da un giudice della Florida; l’ex primo ministro De Villepin è stato coinvolto in un affare di tangenti per alcune fregate vendute a Taiwan ; in Israele il presidente della Repubblica Katsav si è dimesso (prima ancora della condanna) perché accusato di molestie sessuali.

SIAMO DUNQUE di fronte a un fenomeno che ha dimensioni oggettive, non riconducibile a mere forzature soggettive. Il caso italiano non fa eccezione, ma presenta una specificità che lo rende anomalo: il magistrato che tocca certi interessi deve mettere in conto che potrà subire un’aggressione, fatta di insulti (fresco di giornata quello che nella giustizia penale ci sono schegge impazzite che puntano all’eversione) e di ostacoli vari frapposti alla sua azione. Un accerchiamento che si risolve in un sostanziale rifiuto della giurisdizione o nel tentativo di piegarla ad interessi di parte. È questo il quadro che finiscono per disegnare alcune iniziative dell’attuale maggioranza in tema di giustizia (e si fa per dire: perché in realtà si tratta di interventi che hanno nel mirino il sereno esercizio della giurisdizione, mentre poco o nulla si continua a fare per la giustizia vera e propria, cioè per un miglior funzionamento del sistema). Il premier e i suoi epigoni (condizionati dall’ossessione del primo per i suoi problemi giudiziari) sfornano a ripetizione interventi che vanno appunto nella direzione dell’accerchiamento. Un giorno si parla di “processo breve”, ma tutti capiscono che l’obiettivo è far svanire – fra i tanti – due noti processi per frode fiscale e corruzione in atti giudiziari. Il giorno dopo si parla di “processo lungo”, con una tendenza preoccupante alla schizofrenia e comunque mettendo in cantiere un progetto assurdo visti i tempi biblici della giustizia, ma utile a far precipitare altri processi “eccellenti” nel baratro della prescrizione. Poi c’è la riforma delle intercettazioni, che mentre impedisce di conoscere i vizi (pubblici o privati) di chi non ama troppi controlli, riduce pesantemente i poteri di indagine della magistratura. Come se ai medici si togliessero le radiografie, indispensabili – come le intercettazioni – per scoprire mali che altrimenti resterebbero nascosti.

SULLO SFONDO la tempesta delle polemiche scatenate senza sosta contro i giudici. A partire dal colore turchese dei loro calzini. Proseguendo con gli ammonimenti a non parlare troppo disinvoltamente di giustizia (in un paese in cui tutti ne parlano, spesso con toni da bar dello sport): mentre proprio le asprezze della stagione richiedono ai magistrati la “parola” (che è un diritto, ma anche un contributo potenzialmente utile per una giustizia migliore). Per finire con la litania degli errori giudiziari che nessuno mai paga, quando si tratta non di errori ma di divergenze di valutazione fra le diverse fasi del giudizio. Divergenze (per quanto capaci di destare enorme scalpore) che di regola restano “fisiologiche”: salvo preferire un sistema come quello nordamericano – assai meno garantista del nostro – dove la condanna dell’imputato è decisa da una giuria popolare con un semplice bigliettino su cui sta scritto “guilty” (colpevole), senza nessuna motivazione e senza nessun controllo da parte di un altro giudice (l’appello non è ammesso, salvo che per specifiche questioni di procedura). Dunque delle due l’una: o si esclude anche da noi l’appello (così scompariranno gli “errori”, perché diventa impossibile il contrasto di giudizi) oppure, fermo restando il diritto di criticare tutte le sentenze, non si prendano più a pretesto dolorosissime vicende per agganciarvi attacchi al modo stesso di esercitare la giurisdizione, posto che le divergenze sono connaturate (“fisiologiche”) a un sistema articolato su più fasi. Invece, in Italia si registrano persino tentativi della maggioranza per ottenere dai giudici una certa interpretazione della legge o per sostituirsi a essi nell’interpretazione, rendendo così l’accerchiamento sempre più stretto e soffocante.

di Gian Carlo Caselli, IFQ

6 ottobre 2011

Marina mercantile

Siamo alle sentenze ad personam!”, tuona Marina Berlusconi in un’intervista-scendiletto gentilmente offerta dal Correre della Sera di cui, essendo consigliera di Mediobanca, è azionista. La nota giureconsulta di scuola arcoriana ignora che tutte le sentenze sono ad personam, nel senso che riguardano sempre una persona fisica o giuridica. Ma forse la signora pretende che, per condannare uno di Milano, i giudici condannino tutti i milanesi onde evitare sentenze ad personam. I suoi alti lai riguardano la sentenza della Corte d’appello di Milano che ha condannato la Fininvest (da lei presieduta) a risarcire la Cir con 564 milioni per averla scippata della Mondadori (da lei presieduta) con la celebre sentenza del giudice Metta, corrotto da Previti per conto di B. Anziché vergognarsi di presiedere un’azienda rubata grazie a un giudice corrotto coi soldi e nell’interesse del suo Papi, la Marina sostiene di avere “scoperto un tarlo, una falla clamorosa che mina dalle fondamenta un castello di ingiustizie”. Il tarlo, la falla – come spiega sul Fatto Antonella Mascali – sarebbe un taglio fatto dalla Corte d’appello nel citare il passo di sentenza della Cassazione del 2007: quella sulla richiesta dell’Imi di revocare la sentenza Imi-Sir (l’altro verdetto Metta comprato da Previti, quella volta per conto dei Rovelli) che condannava la banca a un mega-risarcimento non dovuto di 1.000 miliardi di lire. Secondo la Fininvest, i giudici di Milano, omettendo il riferimento alla revocatoria, avrebbero fatto dire alla Cassazione che non occorre revocatoria per liquidare i danni del caso Mondadori, mentre la Suprema Corte avrebbe detto il contrario. E qui la Berluschina infila uno sfondone dopo l’altro. 1) La sentenza Metta su Imi-Sir divenne definitiva, dunque aveva un senso chiederne la revoca. La sentenza Metta su Mondadori non passò mai in giudicato, perché dopo l’appello lo scippatore Berlusconi e lo scippato De Benedetti (ancora ignaro della corruzione), si accordarono per la restituzione di parte del maltolto. Dunque non c’era materia per chiedere la revoca. 2) Infatti la Cir non ha chiesto un altro processo per riavere la Mondadori: ha chiesto il danno da reato (la corruzione del giudice Metta che truccò la sentenza). 3) La Corte d’appello non cita la Cassazione del 2007 per affermare che non occorra la revocatoria, ma per dimostrare che basta un giudice corrotto su tre per rendere nulla una sentenza. Quando parla di tarlo e di falla, la signora Marina scambia le mele con le pere. 4) Per dimostrare che, per liquidare il danno, non occorre revocatoria, la Corte cita un’altra sentenza di Cassazione, la “18.5.1984 n. 3060”. Ma fa anche notare che l’eccezione della Fininvest è “tardiva”, dunque non può essere considerata: andava presentata in primo grado, dinanzi al giudice Mesiano, ma allora i giureconsulti arcoriani, capitanati dall’ex giudice costituzionale Vaccarella, se la scordarono. Ora è tardi. Infatti il presunto tarlo nella sentenza d’appello viene segnalato non nel ricorso in Cassazione, ma al ministro della Giustizia e al Pg della Cassazione perché puniscano disciplinarmente i giudici cattivi che fanno sentenze ad personam. Primo caso al mondo di una parte che perde una causa e, anziché impugnare la sentenza, va a piangere dal ministro (che, fra l’altro, dipende da Papi). Del resto è dal 1990 che l’affare Mondadori si gioca su tavoli truccati. La corruzione del giudice Metta. Le leggi ad personam per mandare in fumo il processo. Il linciaggio del giudice Mesiano per porto abusivo di calzini turchesi. L’incredibile sospensiva concessa alla Fininvest dopo la prima condanna a rifondere 750 milioni alla Cir. I maneggi della P3 per influenzare la Corte d’appello. La legge vergogna per chiudere con 8,6 milioni il contenzioso da 173 della Mondadori col fisco. E ora le minacce ai giudici d’appello in base a tarli e falle inventati di sana pianta: cose che capitano alle ragazze che, da piccole, Papi faceva accompagnare a scuola da Vittorio Mangano perché non facessero brutti incontri.

di Marco Travaglio, IFQ

29 luglio 2011

Il porto delle nebbie bis, B. impalma la giustizia

In via Arenula l’ex “insabbiatore” della Procura di Roma troverà vecchi amici come Ionta e Nebbioso

Con il giuramento di ieri pomeriggio al Quirinale, il Cavaliere ha ufficialmente impalmato la Giustizia, nel senso di Nitto, intimo dell’avvocato corruttore Cesare Previti. Palma ritorna in via Arenula dopo l’esordio da tecnico nel 1994, con la prima vittoria di Silvio Berlusconi. Ci entrò da vicecapo di gabinetto dell’allora ministro Alfredo Biondi, l’autore del decreto salva-ladri. A 17 anni di distanza, il trionfale ingresso da Guardasigilli.

Nelle sue prime uscite pubbliche, il previtiano Palma ha fatto scontato appello al “dialogo” coi magistrati e con l’opposizione. In realtà la linea dura portata avanti dal predecessore Angelino Alfano, su ispirazione dell’inventore delle leggi ad personam Niccolò Ghedini, non dovrebbe spostarsi di una virgola. Come dimostra la fiducia al Senato sul processo lungo, altro favore a B.

NEL PATTO SIGLATO a Palazzo Grazioli tra il premier, Ghedini e Palma, prima della designazione ufficiosa, non sarebbe prevista alcuna rivoluzione in via Arenula. Le pedine imposte ad Alfano, in vari casi ereditate sia da Castelli sia da Ma-stella, dovrebbero rimanere al loro posto. Del resto, in tre lustri e passa di berlusconismo, i magistrati passati al ministero avrebbero messo a punto un ingranaggio perfetto per garantire leggi ad personam e manovre ostative e punitive nei confronti dei loro colleghi pm considerati “pericolosi”. Non è un caso che, per via Arenula, sia transitato anche Alfonso Papa, deputato del Pdl arrestato per la P4 di Gigi Bisignani e Gianni Letta. Papa è stato vicecapo di gabinetto con Castelli, poi direttore degli Affari civili con Mastella. E adesso l’arrivo di Palma, ex pm “insabbiatore” della Procura di Roma, garantisce una sorta di porto delle nebbie bis.

Al ministero, il Guardasigilli troverà innanzitutto un suo vecchio amico e collega di lavoro: Franco Ionta, che guida il Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Capo di gabinetto è un altro ex pm romano: Settembrino Nebbioso, che col diminutivo di “Rino” compare nella lista dei lavori regalati dalla cricca di Diego Anemone, molto interessato al versante carceri nel settore degli appalti pubblici. Senza dimenticare che nel “sistema gelatinoso” della Protezione civile si è trovato invischiato Achille Toro, ennesimo magistrato di Roma, accusato tra l’altro di fuga di notizie. Nebbioso è stato in contatto anche con Antonio Saladino, l’imprenditore della ciellina Cdo al centro dell’inchiesta “Why Not”.

DAGLI APPALTI DEL G8    alla P3 di Verdini, Cosentino, Dell’Utri. Presidente in via Arenula dell’organismo indipendente di valutazione della performance (ex controllo interno) è infatti l’irpino Angelo Gargani, fratello di Peppino, già responsabile giustizia di Forza Italia . I fratelli Gargani figurano spesso nei verbali della P3. Così come il famigerato Arcibaldo Miller, capo degli ispettori del ministero. A dire il vero, Miller è citato anche da Papa nella P4. Proveniente da Napoli, il magistrato è stato coinvolto da indagato in molte inchieste, anche per camorra. A dimostrazione del micidiale connubio tra politica e magistratura al riparo dello scudo berlusconiano, è utile ricordare che Nicola Cosentino, sottosegretario dimessosi perché inquisito per i suoi rapporti con i Casalesi, aveva individuato in Miller il suo candidato preferito a governatore della Campania.

Altro pm di derivazione politica è l’ex sottosegretario diniano Angelo Giorgianni, presidente della commissione di valutazione dei dirigenti. Dovrebbe infine rimanere dov’è anche Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa e un tempo vicina all’ex capo dei gip di Roma Renato Squillante. Oggi la Iannini guida l’ufficio legislativo del ministero, snodo strategico per le leggi ad personam.

di Fabrizio d’Esposito e Antonella Mascali, IFQ

Nitto Palma (FOTO ANSA) 

28 luglio 2011

Palma d’Oro

Dopo tanti avvocati e alcuni imputati, abbiamo finalmente un magistrato ministro della Giustizia. D’accordo, Francesco Nitto Palma ha dovuto superare alcuni esamini facili facili, per dissipare la naturale diffidenza che la categoria delle toghe comprensibilmente suscita nel mondo politico: tipo essere un berlusconiano di ferro, avere almeno un amico pregiudicato per corruzione giudiziaria (Previti), aver fatto per lui alcune leggi per salvarlo dalla galera, aver fatto archiviare inchieste eccellenti come quella su Gladio (si può anche dire “insabbiare”, come scrisse l’Europeo, che Palma denunciò e perse la causa). Ma li ha brillantemente superati tutti. Oltretutto, ad abundantiam, ha pure sposato la figlia dell’ex capo degli ispettori ministeriali che nel 1994-‘95 perseguitò il pool Mani Pulite, Ugo Dinacci, diventando il genero dell’avvocato Filippo Dinacci, difensore di B. Un bijou. Dopo i numerosi appelli del capo dello Stato per una “figura di alto profilo”, il Cavaliere ha trovato lo statista giusto. Dal centrosinistra, del resto, nessuno ha detto una parola. Napolitano aveva storto il naso sul nome di Anna Maria Bernini, e giustamente: avvocato di Bologna, la signora è entrata in politica non grazie a B. ma a Fini (dunque è già sospetta), e soprattutto non frequenta Previti né ha legiferato per lui (dunque è doppiamente sospetta): vade retro. Così il popolare Cesarone conquista finalmente, seppure per interposta persona e con 17 anni di ritardo, quel ministero della Giustizia a cui agognava fin dal 1994. Allora era ancora incensurato, ma incontrò sulla sua strada un presidente della Repubblica piuttosto fisionomista: a Scalfaro bastò guardarlo in faccia per decidere che era meglio persino Alfredo Biondi. “Se lo conosci, lo Previti”, commentò Montanelli. Anche Ciampi nel 2001 rimandò indietro un ministro della Giustizia: Maroni, respinto per via della condanna a 4 mesi per resistenza a pubblico ufficiale, uno che visti i successori pare Cavour. Scalfaro e Ciampi avevano letto attentamente l’articolo 92 della Costituzione: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”. Cioè li nomina lui, non il premier. E, se non gli piacciono, si rifiuta di nominarli. Evidentemente Nitto Palma a Napolitano piace, come gli altri “ministri di alto profilo” nominati negli ultimi mesi: l’imputato per ricettazione Aldo Brancher (poi condannato), l’indagato per mafia Saverio Romano (ora imputato), l’attachè del Biscione Paolo Romani, per non parlare degli ultimi sottosegretari “responsabili”. Ieri, durante la gaia cerimonia della firma al Quirinale, qualcuno ha trattenuto il fiato. Vuoi vedere – sussurrava tremando qualche malpensante – che il capo dello Stato, così allergico ai magistrati che entrano in politica senza dimettersi dalla magistratura, farà una lavata di capo al neoministro, che sta in Parlamento dal 2001 senz’aver mai lasciato la toga, anzi è tuttora in aspettativa, pronto a tornare in servizio alla prima trombatura? Invece niente, per fortuna è filato tutto liscio. I severi mòniti del Colle ai magistrati che usano la toga come trampolino di lancio per la politica sono riservati a quelli come De Magistris, che quando fu eletto europarlamentare attese ben due mesi a dimettersi da magistrato, suscitando le ire di Pigi Cerchiobattista. Ora che il magistrato Palma, da dieci anni deputato, diventa addirittura ministro e, come tale, titolare dell’azione disciplinare contro i suoi colleghi, tutti zitti. Il bello della politica italiana è proprio questo: ogni volta che si pensa di aver toccato il fondo, c’è chi scava più in fondo. Palma farà rimpiangere Alfano che a sua volta ha fatto rimpiangere Mastella che da parte sua aveva fatto rimpiangere Castelli e così via, su su fino a Mancuso, Biondi, Martelli, Rognoni, Martinazzoli. Resta da capire chi, dopo Palma, riuscirà a farlo rimpiangere. Ma che lo si troverà non c’è dubbio: ci penserà il centrosinistra.

di Marco Travaglio, IFQ

28 luglio 2011

Palma alla giustizia, Previti brinda

Magistrato in aspettativa, amico dell’avvocato condannato, prende il posto di Alfano. Napolitano firma nel silenzio delle opposizioni. La Bernini nominata alle Politiche comunitarie.

Il capo dello Stato, ieri pomeriggio, ha detto sì al nuovo Guardasigilli amico dell’avvocato corruttore Cesare Previti, già ministro e deputato berlusconiano. Il successore di Angelino Alfano si chiama Francesco Nitto Palma ed è pure un magistrato in aspettativa, a dieci anni dalla sua prima elezione in Parlamento, nel 2001. Ennesima conferma che le norme punitive che B. vorrebbe per i “magistrati brigatisti e comunisti” in politica non valgono per i pm considerati amici. A tutt’oggi i giudici dimessisi per un seggio parlamentare sono solamente tre: Luciano Violante, Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris.

LA “TOGA AZZURRA”

Nitto Palma, attuale sottosegretario all’Interno, è quindi “la figura di alto profilo” chiesta dal Colle per occupare il posto lasciato libero da Alfano, eletto segretario del Pdl. La quarantenne Anna Maria Bernini, ex finiana oggi fedelissima del Cavaliere, si è invece accontentata delle Politiche comunitarie, la poltrona che fu di Andrea Ronchi. La Bernini (suo padre Giorgio, giurista di Bologna, è stato ministro nel primo governo Berlusconi nel 1994) è stata infatti bocciata qualche settimana fa per la Giustizia. “Giovane e inesperta” secondo la moral suasion del Quirinale (che nel 2008 fece le stesse osservazioni anche per Alfa-no, che però passò lo stesso). Con Palma in via Arenula, si realizza per la prima volta in 17 anni il sogno dei falchi ultrà del berlusconismo: la previtizzazione della Giustizia. Non è un caso se Palma, nel 1994, entrò nello staff giuridico dell’allora Guardasigilli Alfredo Biondi, passato alla storia per il decreto salva-ladri. Su Palma, si è rimangiata la parola anche la Lega, tanto per cambiare. All’inizio della settimana, l’ultimatum chiaro di Roberto Calderoli: “Vogliamo un ministro che non parli con gli avvocati del premier”. Ieri, il capogruppo leghista alla Camera Marco Reguzzoni ha salutato la promozione di Palma come “una nomina di alto profilo”. Fa nulla se poi il disco verde all’investitura è venuto da un decisivo colloquio a tre tra il premier, Alfano e Niccolò Ghedini, legale di B. e ideatore di gran parte delle leggi ad personam.    Da magistrato, Palma si è guadagnato la nomea di “insabbiatore” per il caso Gladio (era alla procura di Roma) e ancora prima si è occupato del maxi-processo alle Brigate Rosse, che definì “banda criminale non organizzazione politica”. In questi giorni è stato scritto anche del suo rapporto con Luca Palamara, presidente dell’Anm: il neoministro è stato suo testimone di nozze. Ieri, Palamara ha evitato domande su questo tema e si è limitato a dire: “Con il nuovo ministro ci relazioneremo dal punto di vista istituzionale come accaduto in questi anni”. Insieme con Donato Bruno, presidente della commissione Affari costituzionali alla Camera e altro candidato per via Arenula, Nitto Palma è la punta di diamante della falange previtiana nel Pdl. L’“amico Cesare”, raccontano, ieri sarebbe stato uno dei primi a fargli le congratulazioni per telefono. Specialista di leggi ad personam, Palma ha fatto di tutto per salvare Previti dalla galera. Del resto proposte e idee del nuovo Guardasigilli sono chiare da dieci anni, dal giorno in cui, cinquantenne, varcò per la prima volta il portone di Montecitorio.

NEL TOTOMINISTRI di allora, nel 2001, il Giornale di famiglia gli pronosticò un posto da sottosegretario alla Giustizia. Ma non ce la fece, nonostante un’intervista altisonante al quotidiano berlusconiano. Il suo pensiero: “La separazione delle carriere è un obiettivo di fondo che va attuato. La tesi che i pm devono avere la cultura della giurisdizione non mi convince”; “l’individuazione dei reati non può essere lasciata a chi non ha responsabilità politica”; “non ho mai ritenuto deflagranti le dichiarazioni dei pentiti, ma piuttosto l’uso che di tali dichiarazioni è stato fatto”. Un anno dopo, nel 2002, Palma propose il ritorno all’immunità totale per i parlamentari, ma B. fu costretto a fare marcia indietro per le proteste dell’alleato Casini. Previti si infuriò più di tutti. Tenace, Palma ci riprovò nel 2003. Previti fu condannato in primo grado per Imi-Sir e la sera “l’amico Nitto” era al suo fianco in una puntata di Porta a porta che scatenò numerose polemiche (la presidente Lucia Annunziata non voleva Previti in studio, ma il dg Cattaneo diede il via libera). Due settimane dopo, il tenace Palma lanciò un lodo Maccanico per legge ordinaria riservato a premier e ministri e loro coimputati. Fu ammirevole nella sua sincerità: “Parliamoci chiaro, si estende la sospensione del processo Sme al coimputato Previti”. Il 2004 è invece l’anno della ex Cirielli, denominata “salva-Previti”. Una sequenza impressionante per la “figura di alto profilo” approdata in via Arenula. Un altro pallino di Palma è stata poi la commissione d’inchiesta su Tangentopoli, “per capire come mai le indagini abbiano colpito in maniera seria alcuni partiti e solo marginalmente altri”. Nel marzo del 2010 è stato coinvolto in un caso di patenti false a Torino. La sua posizione è stata archiviata. Palma è un falco ma non disdegna l’inciucio. Nel 2005, lui e Previti osarono l’impossibile, facendo infuriare B.: accettare il nemico Violante alla Consulta in cambio del sì bipartisan a Donato Bruno. Disse Palma: “Se fossi ancora magistrato e guardassi dall’esterno rimarrei colpito e sbalordito. Dall’interno non mi scandalizzo: questa è la politica”. La stessa che ieri lo ha promosso ministro.

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

Nessuna opposizione al nuovo Guardasigilli

Perché Anna Maria Bernini no e Nitto Palma sì? Perché Renato Brunetta no e Nitto Palma sì? Il presidente della Repubblica, come stabilisce l’articolo 92, nomina i ministri su proposta del presidente del Consiglio dei ministri. E Giorgio Napolitano ha rifiutato, esercitando una marcata opera di “moral suasion”, di affidare il ministero della Giustizia sia alla Bernini, “troppo giovane e inesperta”, che a Brunetta. Ma non al “Ghedini di Previti”, l’ex pm Nitto Palma.    L’opposizione sembra aver agito di conseguenza. Nessuna indignazione, nessuna resistenza alla nomina del nuovo Guardasigilli. Forse il Partito democratico è occupato dalle questioni interne, ma di certo non si sono viste barricate di fronte all’uomo che si è distinto in Parlamento solo per le leggi ad personam destinate a salvare dalle condanne Cesare Previti.    “Tutti i nomi che sono stati proposti erano impresentabili – dice il presidente forum Giustizia del Partito democratico, Andrea Orlando – la politica di via Arenula non sarebbe certo cambiata con l’uno o con l’altro, quindi tanto vale avere una persona che si sa chi è e perché è stata messa lì, piuttosto che qualcuno sul quale discutere per tre mesi la linea da intraprendere mentre al Senato passa la legge sul processo-lungo”. Provvedimento sul quale Orlando, insieme alla capogruppo Pd in Commissione Giustizia, Donatella Ferranti, chiede a Palma di intervenire: “Mi auguro – hanno dichiarato i due deputati – che il primo atto del ministro sia quello di fermare l’obbrobriosa legge in discussione in queste ore al Senato, il cosiddetto processo lungo ovvero l’ennesima legge ad personam a favore di Silvio Berlusconi”. Certo appare piuttosto difficile che l’ex sottosegretario all’Interno che si è guadagnato sul campo il soprannome di “ultimo difensore di Previti”.    Mentre la capogruppo Pd in commissione Antimafia, Laura Garavini, già dialoga col neoeletto: “Il nuovo ministro della Giustizia – afferma – faccia subito un gesto utile: chieda più tempo per l’attuazione della delega sul Codice Unico Antimafia. Non bisogna in nessun modo compromettere l’ottimo lavoro che ogni giorno fanno le forze di polizia e la magistratura”.    In casa Idv le cose non sono andate diversamente. L’unica reazione alla nomina di Palma è quella del presidente dei deputati, Massimo Donadi, tutt’altro che barricadera: “Con la sua nomina a ministro della Giustizia – ha dichiarato Dona-di – che negli anni passati lasciò traccia di sé in Parlamento solo per essersi reso promotore di alcune norme ad personam a tutela di Cesare Previti, possiamo dire che, per quanto riguarda la giustizia, il centro-destra continua a percorrere la solita strada. Con lui o con Alfano non cambia nulla a via Arenula. Una nomina in assoluta coerenza con chi lo ha preceduto”.    Eppure quando si trattò di affidare il ministero dell’Agricoltura a Saverio Romano, sotto indagine alla Procura di Palermo per presunti rapporti con la mafia, l’opposizione si mobilitò, il segretario del Pd Pier Luigi Bersani si definì “sconcertato” per l’accaduto e anche Napolitano, prima della firma, espresse le sue riserve in merito ma senza respingere la nomina al mittente.    Contro Romano è aperto anch un processo di sfiducia alla Camera con una mozione presentata da Pd e Idv che però non sarà esaminata prima di settembre per le resistenze opposte dalla maggioranza. Che su Palma ha trovato la strada spianata.

di Caterina Perniconi, IFQ

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: