Archive for settembre, 2010

30 settembre 2010

Dimmi dove sei web

Pronto ad esplodere il fenomeno Foursquare il social network che riesce a trovarti ovunque sei.

Il prossimo botto, “The next big thing”. Nella Silicon Valley invasa da nerd, creativi, ingegneri e smanettoni, gli analisti finanziari cercano risposta a un unico interrogativo: quale sarà la prossima creatura digitale che riuscirà a sfondare, la prossima Next Big Thing? In questi mesi il candidato principe al botto è “Foursquare”. Il social network progettato ai tempi della “geolocalizzazione” e dell’Internet ovunque è nato New York, città che ormai sfida apertamente la California sul terreno dell’innovazione. Foursquare è una piattaforma integrata per Web e smartphone (per ora disponibile su iPhone e Android) sulla quale, come ogni social network che si rispetti, ogni utente ha il suo account, i suoi “amici”, dice “cosa gli piace” e cosa no. Ma il cuore di questo   nuova rete sociale sono i “luoghi”: “Abbiamo voluto creare qualcosa che rendesse migliori le nostre città” ha dichiarato Nadeen Selvadurai, il co-fondatore della start-up in un recente incontro a Roma.

Per usarlo serve  lo Smartphone

TUTTOPARTEdaunsemplice datodifatto:glismartphonesono oggi in grado di indicare in ogni momento la nostra posizione geografica e di pubblicarla su Internet. Con il nuovo social network,perciò,possiamodiredove siamo e gli amici possono fare la stessa cosa – magari scoprendo che siamoa pochi isolati di distanza. Non solo, ci sono i luoghi, appunto. Appoggiandosi su Google Maps, Foursquare permette di lasciare i propri commenti (“tip”) sui posti che frequentiamo: com’è il caffè in quel bar?; sono gentili i commessi di quel negozio? “Ho appena preso una ‘coppa Portofino’: il miglior pranzo che si possa fare in questa zona, tantafruttaeottimogelato”recita un “Tip” su un bar in Piazza Cola di Rienzo, vicino alla redazione del Fatto Quotidiano, a Roma: è lo stesso Foursquare ad indicarcelo sull’iPhone appena siamo nello stesso isolato. Una piccola rivoluzione. Prendete questo meccanismo, moltiplicatelo per tutti i luoghi della vostra città e quindi per   tutte le città del mondo: ecco una gigantesca “mappatura sociale” dei luoghi generata dagli utenti. Va chiarito che la localizzazione non è automatica ma sempre volontaria. Foursquare si basa sul meccanismo del “check-in”. Per indicare se siamo in luogo specifico, dobbiamo fare “check-in” con l’applicazione del telefonino: lo smarphone ci geolocalizza e, una volta verificata la nostra posizione, la pubblica online (volendo anche su Facebook e Twitter). Un meccanismo interno, inoltre, prevede un articolato sistema di   reputazione: se si fa check-in per primi in un certo luogo, e si ripete l’operazione per alcuni giorni, c’è la possibilità di guadagnarsi la qualifica di “sindaco”; se si “scoprono” nuovi luoghi, invece, ecco che si sale di livello. Il geo-network per ora è soltanto in inglese, quindi sono ancora pochi i luoghi mappati e commentati ne lnostro Paese. Ma se gli utenti italiani sono appena quarantamila, nel mondo gli iscritti sono tre milioni e mezzo: la start-up, fondata un anno fa con due soli dipendenti, adesso conta su uno staff di 40   persone e su un venti milioni di dollari appena arrivati da un fondo di “venture capital”.

Gli sviluppi futuri    nelle mani di chi lo usa

RIMANE DA CAPIRE come il geo-social-network potrà generare introiti. “Non è ancora particolarmentechiaro–aggiungeConti – Ma adesso stanno pensando soprattutto a sviluppare la piattaforma: hanno già annunciato che per i prossimi due anni non puntano ad incassare. Ciò che crea valore per il futuro è il numero di utenti: già adesso Foursquare viene valutato 95 milioni di dollari”. Saranno però gli utenti, come sempre, ad avere l’ultima parola: “Com’è successo per tutte le altre piattaforme che in questi anni si sono affermate in Rete – conclude il blogger – sono poi gli utenti a reinventare, adattandolo alle loro esigente, l’evoluzione dello strumento: Twitter ora è completamente diverso dalla sua prima versione. Gli sviluppatori sono stati dietro ai bisogni degli utenti: a Foursquare sembrano in grado di seguire la stessa strada”. Dove ci porterà la geo-localizzazione sociale? Verso un nuovo grande fratello? In Italia, per esempio, verso una mappatura dell’evasione fiscale? Lo capiremo nei prossimi mesi. Appena saremo sicuri cheèproprioFoursquarela“next big thing”.

di Federico Mello

30 settembre 2010

Cinque Terre, inchiesta sui lavori al rustico di Brunetta

Aperto un fascicolo: violazioni urbanistiche e falso.

L’appartamento sul Colosseo. Poi l’immobile a Montecarlo. Il filone politico-immobiliare si arricchisce di una nuova vicenda: il rustico alle Cinque Terre di Renato Brunetta. È già stato aperto un fascicolo per falso e violazioni urbanistiche (il ministro non è indagato), questione non da poco in un Parco Naturale. Con un paradosso. Scajola si dimise sostenendo che “la cricca” gli aveva pagato la casa a sua insaputa. Pochi gli credettero. Brunetta avrebbe potuto trovarsi nella stessa situazione. Ma stavolta, sembrano convinti gli investigatori di La Spezia, davvero il ministro potrebbe essere stato all’oscuro che la “cricca al pesto” voleva pagargli il restauro del rustico con finanziamenti pubblici.    Un comodo    trenino    NON BASTA: il Comune, come accusa l’associazione “Per Rio-maggiore”, intende costruire un trenino da oltre 600 mila euro che partendo dal paese arriva al Santuario di Montenero, a due passi dalla casa del ministro. Un progetto approvato proprio 5 mesi dopo l’acquisto del rustico. Ma qui bisogna ricostruire tutte le tappe che hanno portato Brunetta a Riomaggiore. Racconta un parente strettissimo di Stefano Pecunia, il venditore del rustico: “Stefano è stato avvicinato da Alexio Azzaro”. È il geometrachelavoraperilComune di Riomaggiore, arrestato con il   sindaco, Gianluca Pasini, e il presidente del Parco, Franco Bonanini di cui era fedelissimo. Prosegue il parente di Pecunia: “Chiesero a Stefano se voleva vendere il suo terreno a Brunetta”. Ma in che stato era il rustico?  “Macché rustico, erano quattro pietre, appena la base dei muri. A noi, gente comune, chissà se avrebbero consentito di fare quei lavori di ristrutturazione”. Fatto sta che il geometra Azzaro e Bonanini trovano il rustico a Brunetta e curano i passi successivi per ottenere le autorizzazioni. Del resto, raccontano a Riomaggiore,“il ministro era spesso ospite del presidente negli appartamenti di proprietà del Parco”. Brunetta e Pecunia arrivano così a un compromesso. È qui il nodo della questione:“La domanda per il restauro   – raccontano persone vicine a Pecunia – sarebbe stata presentata dal venditore, ma dopo che aveva siglato il compromesso”. Par di capire: la scomoda domanda per i lavori (oggetto dell’inchiesta per falso e violazioni urbanistiche) porta la firma del venditore, ma poi il restauro viene pagato da Brunetta: “Il ministro mi ha versato circa 50 mila euro con due assegni e due bonifici”, assicura il costruttore Daniele Carpanese. Circostanza confermata dal ministro: “Ho già versato 50 mila euro per i lavori, due terzi del totale”. Ecco le domande che avremmo voluto porre al ministro (ma Brunetta ha scelto di non rispondere): il preliminare di acquisto è stato precedente ai lavori effettuati dal venditore? Perché i lavori – oggetto di accertamenti da   parte della magistratura – sono stati eseguiti a nome del venditore, ma pagati dal ministro? Una cosa è certa: all’atto della vendita nello studio del notaio era presente Bonanini, quasi un agente immobiliare del ministro.    Un affarone, adesso    vale 200 mila euro

C’È POI la questione della congruità del prezzo pagato da Brunetta: 40 mila euro per un terreno con ruderi. Dopo i lavori (75 mila euro) diventerà un rustico di due piani. In tutto 115 mila per 40 metriquadraticonterreno.Unesperto interpellato dal Fatto attribuisce all’immobile un valore di 200 mila euro.

Il ministro ha fatto uno ttimo affare.

C’è poi un “regalo” che la “cricca”, secondo i pm, voleva fare a Brunetta. I magistrati nell’ordinanza sottolineano che il ministro   forse non ne sapeva davvero nulla, che si tratta di una strategia per conquistare la sua gratitudine. Una storia che emerge dalle intercettazioni. Il 13 maggio 2010 negli uffici del Parco è il panico. Sono stati sequestratiiregistri.Annotano i pm: “Nel dialogo con Azzaro dopo   aver parlato della casa di Stefano Pecunia – notoriamente acquistata dal ministro – e della versione che Pecunia dovrà dare in merito alla ricezione di 5 mila euro, si commenta l’interrogatorio della polizia giudiziaria all’impresario Daniele Carpanese”. Bonanini ostenta tranquillità: “Non credo che facciano più niente, io oggi a Brunetta gliel’ho mandato a dire”. Più avanti si parla del finanziamento pubblico richiesto dagli indagati per realizzare lavori nella zona delCanneto.Ilsospettocheemerge dall’ordinanza è che la somma fosse poi destinata a lavori realizzati da Pecunia, forse proprio nel rustico di Brunetta. Graziano Tarabugi, direttore dell’ufficio tecnico del Comune, dice: “Giochi con i soldi di Brunetta e hai ragione. Chi glieli dà adesso?”. Risponde un’impiegata del Comune: “Se va in porto quella fattura di Canneto…omissis”.Gli inquirenti annotano: “Sempre nel corso delle indagini venivano intercettate anche ulteriori conversazioni attinenti il rustico di Stefano Pecunia   ed afferenti in particolare a una strana contrattazione che gli interlocutori manifestavano di voler tenere segreta… Una possibile spiegazione di tante disponibilità verso Stefano Pecunia potrebbe essere riconducibile all’acquisto del suo rustico da parte di Brunetta”. Intanto sono cominciati gli interrogatori. Bonanini dovrà rispondere anche di centinaia di falsi che sarebbero stati compiuti nei suoi uffici. Il Faraone – così viene chiamato a Riomaggiore – non avrebbe agito per arricchirsi. Altri della “cricca al pesto”, secondo le accuse, si sarebbero gonfiati le tasche. E negli interrogatori si parlerà molto della casa di Brunetta. Di chi ha effettivamente commissionato quei restauri oggetto di indagine per abusi edilizi.

di Ferruccio Sansa IFQ

Il rustico oggetto delle indagini.

30 settembre 2010

Protesta dei disoccupati tra i rifiuti

Allegria. Il sindaco di Terzigno, Domenico Auricchio, ieri in serata ha annunciato che il premier Silvio Berlusconi “verrà tra sei giorni e ha assicurato che la seconda discarica qui non si aprirà”. La giornata era passata tra crisi spazzatura e proteste anti-discarica, con i comuni dell’area Vesuviana risvegliati tappezzati di manifesti mortuari: “Dopo una lenta e lunga agonia è morto avvelenato dai rifiuti tossici della discarica il Parco del Vesuvio”. Firmato ‘le mamme vulcaniche per la salute’, che da giorni stanno occupando le scuole, e i cittadini ‘morituri’. Antipasto della giornata di lutto proclamata per oggi dai sindaci per dire no all’apertura di un secondo invaso nel Parco. Negozi chiusi, luci spente, uffici pubblici aperti solo per le pratiche indifferibili, scioperi e astensioni. Sarà paralisi. Tutti in strada per partecipare a quello che sarà un vero corteo funebre stamane da piazza Vargas a piazza Pace a Boscoreale.    I manifesti a lutto sono stati affissi dopo l’ennesima notte di tafferugli tra polizia e dimostranti. In mattinata strade e stradine vicino a Cava Sari a Terzigno erano disseminate di cilindretti di alluminio lunghi circa 3 centimetri e mezzo. Tracce concrete di uno scontro il cui livello si sta alzando. Il bilancio: un autocompattatore in fiamme, 4 agenti del Reparto mobile feriti in modo non grave, un dimostrante in ospedale con una tibia rotta. Colpito – affermano i comitati anti-discarica – da uno dei cilindretti, forse residui dei fumogeni lanciati per disperdere i facinorosi   che cercavano di spegnere il faro che illumina la piazza della Rotonda su via Panoramica, punto quasi obbligato del passaggio dei mezzi.    È IL CAOS tra Napoli e le città della provincia. Emergenza rifiuti, e non soltanto quella. Urlano i disoccupati, che hanno messo a ferro e fuoco il capoluogo campano. Assaltato il Palazzo Reale (un gruppo si è arrampicato fino al fortino dell’orologio e per far scendere   uno di loro è stato necessario l’intervento dei vigili del fuoco), occupata piazza Municipio da una cinquantina di manifestanti del progetto Bros, erede del vecchio progetto Isola che forniva sussidi a migliaia di senza lavoro. Altri hanno occupato le sedi del Partito Democratico   in via Toledo e dell’Udeur-Popolari per il Sud in via Melisurgo. Ormai nemmeno si contano le minacce ricevute in questi mesi dall’assessore regionale al Lavoro, il mastelliano Severino Nappi, nel mirino per aver annunciato di voler smantellare il progetto. Diversi disoccupati sono andati ad Acerra e hanno risolto a modo loro la crisi spazzatura: sversandola sui binari della stazione ferroviaria. In tilt la circolazione dei treni tra Napoli e Caserta. Sul versante politico dell’emergenza rifiuti, è prevista per oggi alle 18 l’apertura del tavolo tecnico convocato dalla Provincia di Napoli con lo scopo di individuare un’alternativa all’apertura di Cava Vitiello. Il sindaco di Boscoreale Gennaro Langella ha pure cessato lo sciopero della fame. Ma non ha cancellato il calendario di iniziative anti-discarica. Ieri sera ha ospitato in piazza Pace, sede del Municipio occupato da giorni dai comitati civici, una veglia alla quale ha partecipato il vescovo di Nola. Poi un corteo è partito verso via Panoramica. Dove ogni notte contestatori e polizia si sfiorano e i disordini sono sempre in agguato.

di Vincenzo Iurillo IFQ

30 settembre 2010

Dal sonno ai sogni ad occhi aperti lo spettacolo di B. per nascondere la crisi

Il governo Berlusconi ottiene il voto favorevole anche del Senato. Ma a tenere banco è il premier, con un intervento fuori dalle righe che tradisce la tensione e il timore di un esecutivo ostaggio delle continue trattative.

174 a 129. La fiducia c’è, come atteso, e il governo va avanti anche al Senato. Con il sì di Fli, ma non determinante come alla Camera. Il voto di oggi del resto era solo un passaggio formale dopo la tensione di ieri. A tenere banco nella giornata politica sono le parole. Nell’ordine: l’Italia è influente nel mondo per il suo “intervento di esperto tycoon”. E’ stato lui a convincere gli Usa a salvare il sistema bancario mondiale. E’ stato sempre lui a risolvere e fare fermare il conflitto tra Georgia e Russia e a convincere Medvedev a non chiudere i rubinetti del gas all’Europa. E poi ancora: nessun “inginocchiamento a Gheddafi” che, dice per inciso, è liberissimo di venire in Italia e incontrare chi vuole, e comunque ci garantisce petrolio “per i prossimi 40 anni”. E poi l’inceneritore di Acerra che “funziona benissimo”, il problema rifiuti definitivamente risolto, non fosse per la presenza del sindaco di Napoli Iervolino che non sa come farli raccogliere. La scuola, infine, è risanata, da “quell’immenso ammortizzatore sociale”, fabbrica di disoccupati creata “dalla sinistra”.

Lui ovviamente è sempre Berlusconi. Ma il Berlusconi che si presenta nel pomeriggio per rispondere agli interventi prima della fiducia è completamente diverso rispetto a quello sonnacchioso di stamattina. O forse è il sogno che continua, ma ad occhi aperti, come chioseranno i maligni subito dopo. Arrabbiato, a tratti alza la voce per rispondere ai rumori e ai commenti che vengono dall’emiciclo, va alla prova di forza sfruttando la diretta televisiva. Sorride e ostenta sicurezza. Si placa solo per riparare alla gaffe di Ciarrapico, reo di avere detto “una parola di troppo”: l’Italia è amica di Israele, e lui la vuole portare “alle nazioni unite” (sic).

Dietro l’immagine, tuttavia, la giornata politica racconta un’altra realtà. E il Berlusconi di lotta e di governo appare più l’anticipo di una campagna elettorale che il superuomo condottiero che interpreta. Colpa del voto di ieri alla Camera, del ruolo determinante di Futuro e Libertà pronto dalla settimana prossima a diventare partito. La maggioranza incassa il voto ma accusa il colpo, e Berlusconi è costretto ad alzare la voce per nascondere le crepe che cominciano a formarsi con l’alleato leghista.

Dopo che ieri sera le telecamere de la7 hanno ascoltato il ministro Maroni pronunciare un sibillino “si vota a marzo”, oggi Umberto Bossi ha abbozzato, quasi negato e poi ammesso la difficoltà: “al primo errore si va a voto”, proprio mentre B. diceva “oggi la maggioranza è più forte”. In quel caso, se i sondaggi che vogliono la Lega in crescita fossero esatti, Berlusconi dovrebbe farei conti con un nuovo equilibrio di forze e l’alleato leghista assumerebbe un peso ancora maggiore.

Ma neanche il voto è una opzione così scontata. Il premier conosce la posizione in merito del presidente della Repubblica e sa che di fronte alla possibilità di varare una nuova legge elettorale, l’opposizione insieme a Futuro e Libertà – a quel punto sciolta da ogni vincolo – potrebbe trovare i numeri in Parlamento per far passare un governo tecnico e cambiare la legge elettorale.

Di qui lo show, e il premier che si aggrappa al racconto della sua Italia. Poi però l’intervento si chiude e fioccano le repliche. Belisario, Italia dei Valori, ricorda la spina Cosentino. L’Udc, un tempo alleato, smonta i cinque punti per voce di D’Alia e infila il dito nella piaga della “maggioranza lacera” e nella “crisi istituzionale”. Solo l’intervento di Bricolo della Lega sembra riportare l’aula per un momento ai sogni di B, ma ha l’effetto di ricordare a tutti che il presidente del Senato, come anticipato dall’Espresso, è indagato per mafia. “Il presidente ha dimostrato negli anni il suo impegno contro la mafia anche nella sua attività parlamentare. E questo è risaputo ed è un dato oggettivo che tutti possono verificare. Perciò gli schizzi di fango che qualcuno cerca di gettargli addosso non lo toccheranno”. Si torna all’ironia quando interviene Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd: “Benvenuto presidente, era da tempo che non la vedevamo, dal primo voto di fiducia. Ne abbiamo fatte tante nel frattempo”. Poi Finocchiaro ringrazia il “presidente fantasy”. Tocca a Gasparri e via via gli altri. Si vota. Finisce 174 a 129. Il governo va avanti, per oggi.

di Fabio Amato IFQ

30 settembre 2010

Marea nera. Catrame sulla spiaggia dell’isola di Horn

Missisipi, International — La nostra spedizione nel Golfo del Messico ha documentato con foto e video il petrolio sulle spiagge dell’Isola di Horn, al largo della costa del Missisipi, a pochi metri dai siti protetti di nidificazione di tartarughe. Il coordinatore scientifico Adam Walters, scavando piccolo buchi sulla spiaggia, ha scoperto strati di sabbia impregnata di petrolio poco sotto la superficie. Il catrame è stato trovato sulle spiagge di entrambi i versanti dell’isola, a pochi metri da siti protetti di nidificazione di tartarughe. Il petrolio ritrovato su quest’isola mostra che l’area è ben lontana dall’essere stata ripulita dalla marea nera, che continua a minacciare gli habitat costieri del Mississipi. Intanto BP continua a raccontarci che il petrolio è stato completamente ripulito. L’isola di Horn rappresenta un habitat particolarmente importante per uccelli e tartarughe marine. Metodi di pulizia particolarmente invasivi usati da BP, come l’utilizzo di ruspe, aggiunti al petrolio e ai disperdenti chimici, rischiano di spingere questi ecosistemi particolarmente sensibili sull’orlo del collasso. Quello che vediamo sulle coste del Golfo è giusto la parte di catrame spiaggiato. Una gran quantità non arriverà mai sulle coste e, quindi, non sarà mai ripulita. Questo petrolio dissolto in acqua è quello che sta causando e causerà danni significativi e non misurabili all’ecosistema acquatico del Golfo. Questo nostro lavoro di ricerca sull’isola di Horn è parte di una spedizione di tre mesi nel Golfo del Messico a bordo dell’Arctic Sunrise, con ricercatori indipendenti che stanno analizzando e studiando i veri impatti del petrolio e dei disperdenti sull’ecosistema del Golfo.

Greenpeace.it

30 settembre 2010

Mazzetta leghista, arrestato assessore

Si è fatto lasciare i soldi nella sua macchina parcheggiata sotto il municipio, mentre lui dalle finestre dell’ufficio controllava che tutto andasse bene e poi, dall’alto ha azionato il telecomando e chiuso l’automobile per mettere al sicuro la busta con dentro i 15 mila euro. Ma qualcosa è andato storto. Quando David Codognotto, 31 anni, assessore targato Lega Nord del Comune di San Michele al Tagliamento in provincia di Venezia, è sceso per prendersi il malloppo ad aspettarlo c’era la Guardia di Finanza di Venezia. Il giovane assessore allo sport, bilancio e turismo è stato arrestato in flagrante con l’accusa di concussione per aver estorto una mazzetta di 15 mila euro al presidente del Portogruaro calcio che da poco milita in Serie B. Tutto è iniziato quando Francesco Mio, erede del gruppo Dino Mio-Faram azienda storica che da più di mezzo secolo si occupa di arredi per ufficio con oltre 100 milioni di fatturato all’anno, si è rivolto a Codognotto per avere il nulla osta per ottenere la sponsorizzazione per la sua squadra di calcio da poco promossa in serie B. Ed è in quel momento che è scattato il ricatto e la pretesa da parte di David Codognotto di avere in cambio 15 mila euro da intascarsi comodamente per far ottenere alla squadra del Portogruaro la sponsorizzazione. LA GIUNTA sta per cadere, avrebbe detto Codognotto, e tu hai bisogno di me per ottenere quel nulla osta, se mi dai i soldi te lo faccio avere subito. Ma il presidente del Portogruaro calcio non si è fatto intimidire, e senza pensarci su due volte di fronte ad una richiesta di questo tipo si è rivolto al suo avvocato. Ed è scattata la denuncia. La guardia di finanza ha seguito tutte le operazioni per la consegna del denaro. I soldi sono stati prima fotocopiati davanti agli ufficiali giudiziari e poi riposti nella busta come accordato. Così ieri mattina Francesco Mio seguito dai finanzieri, ha lasciato sul cruscotto della macchina di Codognotto, parcheggiata aperta davanti al municipio, la busta con i 15mila euro, mentre l’assessore si godeva la scena dall’ufficio, ma la vicenda si è conclusa pochi minuti dopo con l’arresto in flagranza. David Codognotto è stato eletto nelle file della Lega Nord Liga veneta Padania nel 2008, in una giunta che da sempre ha scricchiolato. Commissariata due volte nel 2009, retta da Giorgio Vizzon del Pdl, ora la giunta rischia di cadere dopo l’arresto per concussione del leghista Codognotto. Altro che questione morale, se per il ministro Umberto Bossi sono proprio porci questi romani, la Lega nord nel ricco Veneto deve ora fare i conti con i suoi. La Guardia di finanza e la Procura della repubblica di Venezia stanno indagando anche per altri favori che David Codognotto sembra abbia chiesto in cambio per rilasciare altri nulla osta.

di Ivana Gherbaz IFQ

30 settembre 2010

“Stupro della democrazia”

L’intervento di Antonio Di Pietro scatena la bagarre Ma B. prova a sedurre Donadi: “Guardate che sono buono”.

“Ho capito, non la convinco, ma mi consenta almeno di dire che sto passando un compleanno di merda!”. Nel tentativo di accaparrarsi qualche voto in più, Silvio Berlusconi c’ha provato anche con l’Italia dei Valori. Il primo intervento in Aula, dopo quello del presidente del Consiglio, è toccato a Massimo Donadi. “Ci aveva abituati al monologo – ha detto il presidente dei deputati Idv riferendosi al discorso appena pronunciato – adesso siamo arrivati alle barzellette”. Non sapendo che Berlusconi una battuta gliel’avrebbe fatta davvero. Non appena Donadi è sceso dallo scranno per raggiungere il Transatlantico, il premier l’ha seguito e apostrofato: “Perché ce l’ha tanto con me?”. “Non ce l’ho con lei, ce l’ho con quello che fa, con gli atti del governo” ha replicato Donadi. Ma il Cavaliere non l’ha mollato: “Guardate che io sono buono, me lo diceva mia mamma che ero troppo buono. E anche Cossiga mi disse nel ‘94 che non avrei mai potuto fare politica proprio perché sono troppo buono”. A quel punto Donadi ha usato l’ironia: “Avrebbe dovuto dargli ascolto…” gli ha risposto allontanandosi. Il discorso incriminato È L’AULA delle grandi occasioni, pronta ad ascoltare il secondo intervento di Berlusconi in due anni e mezzo. Nonostante le richieste dell’opposizione, il premier non si era mai più presentato a Montecitorio per riferire al Parlamento. Soffre, costretto ad ascoltare quattro ore di dibattito, e va oltre i limiti durante l’intervento di Antonio Di Pietro. Si alza, chiede al presidente della Camera di farlo smettere, fa il gesto della follia sventolando la mano davanti alla fronte finché Giulio Tremonti non gli blocca il braccio e lo ferma. “Lei è uno spregiudicato illusionista, anzi un ‘pregiudicato’  illusionista– dice Di Pietro all’inizio del suo discorso – che ha raccontato un sacco di frottole agli italiani, descrivendo un’Italia che non c’è e proponendo azioni del governo del tutto inesistenti e lontane dalla realtà”. I deputati del Pdl rumoreggiano e cominciano ad avventarsi verbalmente contro il leader dell’Idv alla frase successiva: “Lei, signor Berlusconi non è un presidente del Consiglio ma uno ‘stupratore della democrazia’ che, dopo lo stupro, si è fatto una legge, anzi una ventina di  leggi ad personam per non rispondere di stupro. Lei non è,  come alcuni l’hanno definito, uno dei tanti tentacoli della piovra. Lei è la testa della piovra politica che in questi ultimi vent’anni si è appropriata delle istituzioni in modo antidemocratico e criminale per piegarle agli interessi personali suoi e dei suoi complici della setta massonica deviata di cui fa parte”.

Il premier perde la pazienza A QUESTO punto l’aula diventa una bolgia, il Pdl è in piedi ad urlare contro Di Pietro ma anche contro Gianfranco Fini che chiede al leader Idv di “assumersi la responsabilità delle proprie parole”. C’è chi lascia l’emiciclo e chi continua a urlare mentre Berlusconi si alza e cerca lo sguardo di Fini affinché fermi l’intervento di Di Pietro. Ma siamo in democrazia e tutti possono parlare: “Lei ci ha detto della volontà del governo di implementare la lotta alla corruzione, all’evasione fiscale e alla criminalità economica delle cricche – ha continuato l’ex magistrato – e che fa, si arresta da solo? O ha deciso di prendersi a schiaffi tutte le mattine appena si alza e si guarda allo specchio? Lei controlla il sistema bancario e finanziario del Paese, le nomine degli organi di controllo che dovrebbero controllare il suo operato, si è impossessato dell’informazione pubblica e privata e lamanipola in modo scientifico e criminale”. Poi incalza: “La magistratura che lei ha corrotto le piace. Non le piace quella che vuole giudicarla per i suoi misfatti, tanto che al primo punto del suo ‘vero programma’, quello di cui oggi non ha parlato, c’è la reiterazione del Lodo Alfano, cioè di quella legge che deve assicurarle l’impunità per un reato gravissimo che lei ha commesso : la corruzione di giudici e testimoni” . Alla fine dell’intervento dal Pdl continuano le urla di chi è rimasto in aula. A sentire certe parole non sono ancora abituati.

di Caterina Perniconi IFQ

30 settembre 2010

Garimberti, in arte Ponzio Pilato

Ieri il presidente Paolo Garimberti (indicato dal Pd) si è astenuto con grave sprezzo del pericolo sulla “circolare Masi” che imbavaglia i programmi d’informazione e approfondimento del cosiddetto “servizio pubblico”, fissando regole ferree e ridicole e stabilendo quale faccia devono fare i conduttori, quale espressione deve assumere il pubblico in studio, quanti minuti devono parlare gli ospiti invitati e addirittura quelli intervistati. Ma soprattutto calzando le mutande della “par condicio” (nata per garantire pari opportunità ai partiti in campagna elettorale) e di un non meglio precisato “contraddittorio” a qualunque essere vivente si affacci sulla televisione pubblica. Sappiamo bene cosa significa questo regolamento liberticida: è il degno corollario del blocco dei contratti di Travaglio e Vauro ad Annozero. Ora, se il giornalista e il vignettista che, assieme alla squadra di Santoro hanno garantito per 4 anni sontuosi indici di ascolto e introiti pubblicitari all’azienda che li boicotta, dovranno essere affiancati da un altro giornalista che dica e un altro vignettista che disegni il contrario. Il tutto a scapito del pubblico, della decenza, ma soprattutto dell’autonomia del giornalista, tutelata – se non è caduto in prescrizione anche quello – dal Contratto nazionale di lavoro giornalistico. Se non andiamo errati, in una precedente vita, Garimberti era un giornalista. Lo è ancora?

Il Fatto Quotidiano

30 settembre 2010

AAA offronsi senatori prezzi modici

Ultimissime da Mediashopping.

1) Giovedì scorso, ad Annozero, il finiano Bocchino racconta che Valter Lavitola, il direttore dell’Avanti! che lui accusa per la patacca anti-Fini, “ci fu raccomandato da Berlusconi per una candidatura nel 2008 perché, insieme a Sica, l’aveva aiutato a far cadere il governo Prodi”. 2) Ernesto Sica è l’ex assessore campano del Pdl arrestato per lo scandalo P3: l’ex craxiano Arcangelo Martino, pure lui in carcere, parla di Sica ai pm romani sempre a proposito della compravendita di senatori del centrosinistra che nel 2008 propiziò la caduta di Prodi. Secondo Martino, Sica spinse un amico imprenditore a offrire denaro al diniano Giuseppe Scalera e ad altri senatori in bilico per passare con B.: poi avrebbe usato il proprio ruolo per ricattare B. in cambio della candidatura a governatore della Campania e, sfumata quella, per diventare assessore regionale della giunta Caldoro. “Sica – dice a verbale Martino – mi disse che conosceva bene Berlusconi e che aveva dormito a lungo a via del Plebiscito (Palazzo Grazioli, ndr) da cui era stato allontanato per gelosia da Bonaiuti e Ghedini. Disse che Berlusconi doveva a lui la caduta del governo Prodi, in quanto egli si era adoperato con l’aiuto di un imprenditore amico di Sica e ben conosciuto da Berlusconi a convincere previo esborso di ingenti somme di denaro, alcuni senatori del centrosinistra a votare contro Prodi. Mi fece i nomi di Andreotti e Scalera”. Martino avvertì Dell’Utri e Sica fu convocato da Verdini, che gli garantì una sistemazione: puntualmente Sica divenne assessore. Ma Verdini assicurò che il vero sponsor della nomina di Sica era B.. Strano. Visto che Martino racconta: “Berlusconi riteneva Sica un ricattatore. Più volte Sica mi annunciò una denuncia sulla corruzione dei senatori, ma non l’ha mai presentata”. 3) L’altroieri Repubblica ha scoperto che due ex parlamentari friulani, Marco Pottino e Albertino Gabana (nomen omen), hanno un contratto di lavoro “a progetto” con il gruppo Pdl alla Camera “fino al termine della XVI legislatura” per “120.516 euro annui lordi in 12 rate di 10.043”. Tanto quanto guadagna un parlamentare. E con soldi pubblici. Ma dei due preziosi “collaboratori”, a Montecitorio, non c’è traccia. Perché li pagano senza lavorare? Perché i due furono eletti l’uno deputato e l’altro senatore con la Lega, ma ben presto passarono al gruppo Misto e iniziarono a votare col centrosinistra. Finché, a fine 2007, B. avviò la compravendita di senatori per ribaltare Prodi: i due furono avvicinati dal forzista Elio Vito e passarono armi e bagagli al Pdl, votando contro il governo. Ma a patto – pretese Bossi – che non venissero rieletti. I due accettarono, ma a condizione di seguitare a guadagnare come se fossero parlamentari. Ora, queste tre vicende ricordano da vicino quelle che nel 2007 portarono la Procura di Napoli a indagare B. per istigazione alla corruzione di alcuni senatori, in base alle intercettazioni del “caso Saccà”. Il sistema era lo stesso ora descritto da Martino: un fedelissimo di B. contatta un imprenditore che offre denaro o altri vantaggi a un senatore dell’Unione. Così pareva aver fatto, tramite il commercialista Pilello, per agganciare il senatore Randazzo eletto in Oceania; e, tramite il produttore De Angelis e il commissario Agcom Innocenzi, per annettere Willer Bordon. Lo stesso copione usato, tramite Sica, per arpionare Scalera, che alla caduta di Prodi si astenne (al Senato equivale a voto contrario), mentre Dini votò contro. Poi un imprenditore amico di Sica donò 295 mila euro al partito diniano. La Procura di Roma, nel 2008, ha fatto archiviare l’inchiesta ereditata da Napoli perché mancava la prova delle promesse di “denaro o altre utilità” in cambio dei voltafaccia dei senatori. Ora però Martino e Repubblica portano elementi proprio sui soldi e Bocchino potrebbe forse portarne. Dunque la Procura di Roma, di fronte alle nuove notizie di reato, riaprirà l’inchiesta archiviata l’anno scorso su B. & C. O no?

di Marco Travaglio IFQ

30 settembre 2010

End the total abortion ban in Nicaragua and safeguard women’s and girls’ human rights

All forms of abortion have been criminalized in Nicaragua since July 2008.
Women and girls who seek an abortion, even those pregnant as a result of rape or those whose lives or health are in danger if the pregnancy continues, now face long prison sentences.

The law also leaves women and girls who have suffered a spontaneous miscarriage vulnerable to prosecution, since they may be wrongly suspected of having induced an abortion.

Health professionals who provide abortion services to save women’s and girls’ lives and health face the same punishment – even though the Nicaraguan Ministry of Health’s recommended best practice for the management of specific complications during pregnancy is termination.
By banning access to abortion services to victims of sexual violence, the law condemns all pregnant rape victims, even those who are still children themselves, to carry such pregnancies to term regardless of their wishes or the risks to their physical or mental wellbeing.
For many child rape victims the abuser is a member of their own family, meaning that the current law obliges girls in many cases to give birth to their own brother or sister.
The impact of such draconian bans falls most severely on women and girls from less affluent backgrounds. Women with few economic resources and fewer safe options may feel compelled to act outside the law and seek a “back street” abortion, endangering their health and risking imprisonment. Laws like the total abortion ban in Nicaragua lead to an increase in the number of such unsafe and illegal abortions.
The criminalization of abortion and the denial of access to safe and legal abortion services in cases where continuing with pregnancy endangers a woman’s or girl’s life or health, or where the pregnancy is the result of rape, is a grave human rights violation.
The Nicaraguan government has taken an extremely regressive step with the introduction of this law. The authorities must take urgent action to repeal the law, and to guarantee access to safe and legal abortion services where continuing with a pregnancy endangers a woman’s or girl’s life or health, or where the woman or girl is the victim of rape.
On 28 September, Amnesty International is adding its voice to a regional call for the decriminalization of abortion in Latin America and the Caribbean. Women and girls in Nicaragua and throughout the region have the right to life, to live with dignity, and not to be obliged under the threat of imprisonment to continue with pregnancies that are the result of sexual violence or that put their health or lives at risk.

30 settembre 2010

Amnesty International chiede all’Unione europea di sospendere i rimpatri forzati dei rom in Kosovo

In occasione del lancio di un nuovo rapporto intitolato “Benvenuti da nessuna parte: stop ai rimpatri forzati dei rom in Kosovo”, Amnesty International ha chiesto ai paesi dell’Unione europea (Ue) di sospendere il rimpatrio forzato dei rom e di altre minoranze etniche in Kosovo.

Il rapporto descrive come rom e appartenenti ad altre minoranze, anche coi loro bambini, siano costretti con la forza a rientrare in Kosovo, spesso coi soli vestiti che indossano, verso un possibile futuro di discriminazione e violenza.

“I paesi dell’Ue rischiano di violare il diritto internazionale rinviando persone verso paesi dove potrebbero subire persecuzione. L’Ue, invece, dovrebbe continuare a dare protezione internazionale ai rom e alle altre minoranze kosovare, fino a quando non potranno tornare in condizioni di sicurezza” – ha dichiarato Sian Jones, esperto di Amnesty International sul Kosovo. “Le autorità del Kosovo, a loro volta, devono garantire che i rom e le altre minoranze possano rientrare in modo volontario e reintegrarsi a pieno nella società”.

Nel rapporto, Amnesty International descrive come molte persone rimpatriate in Kosovo siano state fermate dalla polizia alle prime luci del giorno e trasferite spesso coi soli vestiti che indossavano. Una volta rientrate in Kosovo, poche ricevono assistenza e molte incontrano problemi nell’accesso all’istruzione, alle cure mediche, agli alloggi e ai servizi sociali.

Sono pochissimi i rom in grado di trovare un lavoro e il livello di disoccupazione in questa comunità raggiunge il 97 per cento. All’interno del 15 per cento della popolazione kosovara che vive in condizioni di povertà estrema, i rom costituiscono il doppio degli altri gruppi etnici.

La violenza interetnica in Kosovo continua e la discriminazione contro i rom rimane massiccia e sistematica, anche a causa della percepita associazione di questi con i kosovari di etnia serba. Poiché la maggior parte di loro parla il serbo e spesso vive nelle aree serbe, i rom sono visti come alleati della comunità serba.

“Nonostante il governo del Kosovo abbia recentemente introdotto alcune misure destinate a migliorare le condizioni in cui i rom vengono rimpatriati e reintegrati, le autorità non hanno fondi, capacità, risorse e volontà politica per assicurare loro un ritorno sostenibile” – ha precisato Jones.

Si stima che il 50 per cento delle persone rimpatriate a forza lascerà nuovamente il Kosovo.

Questi rimpatri forzati avvengono sulla base di accordi bilaterali negoziati, o in corso di negoziazione, tra le autorità del Kosovo e gli stati dell’Ue più la Svizzera. Le autorità della Germania hanno intimato di lasciare il paese a quasi 10.000 rom, che sono dunque a rischio di rimpatrio forzato.

Anche se non si può escludere che vi siano stati casi di rimpatrio volontario, Amnesty International si è detta preoccupata per le notizie secondo cui l’assenso sia stato ottenuto solo con la minaccia del rimpatrio forzato.

“Fino a quando le autorità del Kosovo non saranno in grado di garantire il rispetto dei diritti umani fondamentali dei rom e delle altre minoranze, queste persone andranno incontro a un clima di violenza e di discriminazione” – ha concluso Jones.

Due casi

Irfan aveva lasciato il Kosovo, insieme alla sua famiglia, nel 1992, all’età di 5 anni. Quest’anno ad aprile la polizia tedesca si è presentata senza preavviso alle 3.30 di mattina, lo ha ammanettato, fatto salire su un furgone e portato all’aeroporto di Baden Baden. Non ha fatto in tempo a prendere alcun oggetto personale. Ha ricevuto 300 euro da un’organizzazione non governativa. Arrivato all’aeroporto, è stato registrato, gli sono stati dati 50 euro e una stanza d’albergo per due notti. Giunto in Kosovo, si è recato dove una volta c’era la casa di famiglia, a Plemetina, e ha tentato di renderla abitabile. Ha rimosso le macerie ma non aveva denaro per sostituire tetto, finestre e porte di casa. “E adesso che devo fare?”- ha chiesto ad Amnesty International.

Anche Luli, 20 anni, fuori dal Kosovo da quando ne aveva due, è stato rimpatriato dalla Germania nell’aprile di quest’anno. Svegliato dalla polizia in piena notte, gli sono stati concessi solo 10 minuti per vestirsi e radunare le sue cose. Non parla serbo né albanese e coi pochi rudimenti di romanes non riesce a comunicare neanche col fratello maggiore, rimpatriato in Kosovo diversi anni prima. Gli sono stati forniti sei mesi di assistenza, 350 euro e un appartamento in affitto. Nessuno si è offerto di aiutarlo ad apprendere il serbo o l’albanese.

Ulteriori informazioni

Dopo la guerra del 1999, molti serbi e rom hanno lasciato il Kosovo diretti in Serbia, in paesi dell’Ue e in Svizzera. Nel marzo 2004, i serbi e i rom sono stati di nuovo costretti alla fuga, a seguito delle violenze interetniche tra albanesi e serbi, che hanno interessato anche le comunità rom.

Molti di coloro che ora subiscono rimpatri forzati hanno lasciato il Kosovo persino all’inizio degli anni ’90, quando scoppiò la guerra nell’allora Repubblica federale socialista di Jugoslavia.

Dopo la dichiarazione unilaterale d’indipendenza del febbraio 2008, le autorità del Kosovo hanno subito pressioni sempre più insistenti da parte degli stati membri dell’Ue affinché accettassero i rientri dei rom e delle altre minoranze.

30 settembre 2010

Gaza, ancora fuoco sui civili

Un giovane di 20 anni colpito dai cecchini israeliani durante la manifestazione contro gli insediamenti illegali.

Ha lottato tutta la notte in un letto d’ospedale in bilico fra la vita e la morte, ma alla fine pare averla scampata Sliman, lo studente palestinese di vent’anni colpito ieri al confine da un cecchino israeliano.

L’ultima vittima civile di un confine a Est della Striscia di Gaza che pressoché quotidianamente s’inghiotte vite umane, tramite le torri di sorveglianza munite di mitragliatrici dal grilletto facile, i carri armati, le jeep, i droni, gli elicotteri Apache, i caccia F16. Saliman Abu Hanza di Abbasan Jadida è stato centrato da un tiratore scelto durante le manifestazioni che ieri mattina hanno visto riversarsi dinnanzi al reticolo di filo spinato centinaia di palestinesi accompagnati da alcuni giornalisti e dagli attivisti dell’International Solidarity Movement, per chiedere a gran voce la fine dell’assedio criminale, lo stop al proliferare delle colonie israeliane illegali in West Bank, e per rivendicare il diritto a calpestare la loro legittima terra dinnanzi al confine.

Le manifestazioni non violente si sono svolte in contemporanea alle 11 in tre diverse aree della Striscia: a Nord-Est a Beith Hanoun, e nel centro-Est ad Al Maghazi, i militari israeliani hanno sparato a in direzione dei dimostranti fortunatamente senza ferirne alcuno, mentre ad Faraheen vicino a Khan Younis i cecchini entravano in azione. Kamal, un amico di Sliman, descrive l’accaduto: “Ero con Sliman e stavamo camminano assieme verso la linea di confine con in mano le nostre bandiere. Quando le jeep sono accorse i soldati israeliani hanno iniziato immediatamente a spararci addosso e io sono fuggito indietro cercando un riparo. All’improvviso ho visto il mio amico cadere colpito allo stomaco. E’ stato un colpo singolo, chiaramente mirato, partito dal fucile di precisione di un cecchino.”
Con altri ragazzi Kamal si è preso in spalle il corpo dell’amico ferito che perdeva copiosamente sangue e per 500 metri lo hanno trascinato fino ad un motocarro, sul quale Sliman è stato trasportato fino all’ospedale Europa di Khan Younis. Entrato in sala operatoria verteva in una situazione critica: “Seri danni interni al suo addome, tre lesioni all’ intestino, alla vena iliaca sinistra e al retto. Ha subito giù una serie di operazioni chirurgiche e molte trasfusioni di sangue, le prossime 24 ore sono cruciali.” A detta del dottore che lo ha preso in cura. Come avvenne per l’omicidio di Ahmed Deeb, il 28 aprile scorso sempre durante una manifestazione non violenta al confine, anche contro Sliman Abu Hanza. Il cecchino israeliano ha utilizzato un particolare tipo di proiettile, comunemente detto “dum dum”, che si frantuma al momento dell’impatto producendo gravissime lesioni interne e causando spesso la morte della vittima. L’uso dei dum dum è stato vietato dalle Convenzioni di Ginevra dopo la prima guerra mondiale, così come il fosforo bianco, le bombe dime e le “flechettes”, armi illegali che l’esercito israeliano non lesina di adoperare contro la popolazione civile di Gaza, come dimostrato ampiamente dalle maggiori organizzazioni per i diritti umani.
Interpellato questa mattina un dottore dell’ospedale Europa mi ha confermato che Sliman è in cura intensiva e le sue condizioni sono stabili.
Sliman è la soltanto l’ultima vittima dell’esercito israeliano dal 2 settembre, data che se da un lato ha visto la ripresa dei colloqui fra Netanyahu e Abu Mazen, qui Gaza è coincisa con una escalation di violenza contro la popolazione civile. Sono sette morti ammazzati dai soldati israeliani dall’inizio di questo mese nella sola Striscia. Venerdì, il giorno dopo il verdetto con cui la Commissione per i Diritti Umani dell’ONU condanna Israele per “omicidio e tortura” in riferimento al massacro della Freedom Flotilla, un giovane pescatore, Mohamed Bakri, è stato assassinato dalla marina di Tel Aviv mentre con la sua minuscola imbarcazione stava pescando poco distante dalla costa.
Una ulteriore riprova di ciò che andava affermando il compianto Edward Said: “I negoziati di pace sono i primi ostacoli alla pace”. Dopo oltre 15 anni di colloqui farsa, che hanno sortito come unico risultato meno terra e meno diritti per i palestinesi e il proliferare delle colonie illegali israeliane, non è più riposta molta fiducia nella comunità internazionale e nei giochi politici.
Semmai i palestinesi guardano con più speranza verso le mobilitazioni della società civile mondiale in loro sostegno, alla campagna di boicottaggio del BDS Movement, alle missioni umanitarie che cercando il modo con cui spezzare l’assedio riportano la tragedia di Gaza in auge sui media occidentali, come il convoglio Viva Palestina attualmente in viaggio, e l‘Irene, l’imbarcazione di pacifisti ebrei in navigazione in queste ore verso Gaza.
Restiamo Umani.

di Vittorio Arrigoni da Gaza city per Peacereporter.net

30 settembre 2010

L’Islanda chiede il conto all’ex premier

Geir Haarde, ex capo del governo di centro destra, è stato deferito dal parlamento a un tribunale speciale per “negligenza” nel crack delle banche nel 2008. E’ la prima volta che un leader politico affronterà un processo simile.

L’ex primo ministro islandese Geir Haarde è stato deferito a un tribunale speciale con l’accusa di “negligenza” nella prevenzione della crisi economica globale. È la prima volta nella storia che un ex capo di governo subirà un processo in base a questo capo d’accusa.
Votazione. Dopo aver accolto all’unanimità le conclusioni del rapporto nero di 2,300 pagine, stilato da una commissione governativa e che raggruppa tutti gli errori politici legati al crack bancario del 2008, i 63 parlamentari islandesi si sono pronunciati sulla mozione di processabilità di Haarde. L’ex premier, a differenza di tre ministri del suo governo, ha subito una sconfitta per 33 voti favorevoli all’impeachment contro 30 contrari. “Voglio rispondere a tutte le accuse davanti al giudice e sarò vendicato” ha commentato a caldo l’ex leader del partito Indipendentista. Oltre alla sua imputabilità i membri della Althingi, il parlamento islandese, dovevano anche pronunciarsi su quella di Arni Mathiesen, Ingibjorg Gisladottir e Bjorgvin Sigurdsson, rispettivamente ex titolari dei dicasteri di Finanza, Affari Esteri e Commercio. Le loro responsabilità sarebbero, secondo i legislatori, inferiori rispetto a quelle del loro ex numero uno dimessosi lo scorso 25 gennaio all’indomani dello scoppio della crisi. La parola sulle sorti di Haarde, che nove mesi fa aveva annunciato anche di essere affetto da un tumore maligno alla gola, passerà alla magistratura a cui, per ora, spetta il compito di fissare la data della prima udienza del processo.
Tribunale ad hoc. Oltre l’inedito capo d’imputazione il processo prevede anche un’altra novità: il tribunale giudicante. L’organo, chiamato a pronunciarsi sul caso, sarà composto da cinque giudici della Corte suprema, dal presidente di una corte distrettuale, da un professore di diritto costituzionale e otto persone selezionate dal parlamento. In caso di colpevolezza l’ex capo del governo di Reykjavík potrebbe essere condannato fino a due anni di reclusione. Pena che, secondo i rappresentanti del popolo, sarebbe appropriata per chi ha permesso che lo Stato isolano passasse da una situazione di crescita economica prodigiosa a un crack finanziario di proporzioni internazionali. Il fallimento di due delle tre più grandi banche nazionali, la Kaupthing e la Landsbanki, aveva infatti coinvolto direttamente l’economia della Gran Bretagna, dai patrimoni dei privati agli investimenti delle grosse società finanziarie. Solo i 300mila i risparmiatori privati inglesi che avevano aperto un conto on-line, attratti dalle promesse dei loro alti tassi d’interesse, hanno visto nel tempo sparire dalle casse delle loro banche di fiducia ben 4.5 miliardi di sterline. Non è andata meglio alle aziende. La Chelsea Building Society, una delle 13 imprese di costruzione che si erano affidate alla Landsbanki, ha visto andare in fumo i fondi dei suoi depositi, 50 milioni di sterline, nel giro di poche ore. E ancora enti locali, multinazionali e perfino il West Ham United, squadra di calcio della Premier League inglese, sarebbero state coinvolte nel crack delle banche islandesi. Ma il primo ministro continua a respingere tutte le accuse sostenendo “Ho la coscienza pulita. Queste denunce a mio carico trovano fondamento su una tattica persecutoria di carattere politico”.
Non credono a questa versione gli islandesi che, afflitti da un tasso di disoccupazione sempre crescente, chiedono a gran voce che anche i tre ex ministri di Haarde siedano al banco degli imputati del Tribunale speciale.

di Antonio Marafioti

30 settembre 2010

Usa, dopo 35 anni Kissinger ammette: ”In Vietnam è andata male per colpa nostra”

L’ex Segretario di Stato parla per la prima volta del conflitto più umiliante nella storia degli States. “Gli Stati Uniti volevano il compromesso. Hanoi la vittoria” ha detto.

“La maggior parte delle cose che sono andate storte in Vietnam sono state dovute a noi stessi. A cominciare dal fatto di aver sottovalutato la tenacia dei leader nord-vietnamiti”. Henry Kissinger, ex Segretario di Stato di Richard Nixon, e principale ideatore della politica statunitense nel Vietnam durante anni più bui della guerra, ritorna a parlare della guerra più umiliante nella storia degli Usa.

Lo ha fatto, a 35 anni dalla fine del conflitto, ad una conferenza del Dipartimento di Stato sulla storia del coinvolgimento degli Usa nel sud-est asiatico, con una sorta di lista degli errori di valutazione dell’amministrazione e dei vertici militari del Pentagono a partire da quello che l’ex super consigliere ha reputato il maggiore: l’obiettivo. “Preservare uno Stato sud-vietnamita indipendente e vitale – ha sostenuto Kissinger – era una soluzione irraggiungibile e il nostro avversario è stato inflessibile”. Poi una battuta che poco ha lasciato all’immaginazione e che, in parte, è suonata come l’ammissione di un’errore: “L’America voleva un compromesso. Hanoi voleva la vittoria” ha chiosato.
L’attuale Segretario di Stato Hillary Clinton, presente all’incontro, ha ricordato come in quegli anni da studentessa universitaria partecipò a più di un sit-in di opposizione a una guerra che ha influenzato la visione del mondo da parte della sua generazione.
Il conflitto in Vietnam, consumatosi tra il 1961 e il 1975, costò agli Stati Uniti la vita di più di 58.000 militari.

peacereport.net

29 settembre 2010

Pronto, è Nicola Cosentino? Qui parla Gomorra

Le intercettazioni inedite tra il sottosegretario e i boss

Uè Peppino, uè Gianni, onorevole carissimo, ti abbraccio forte forte. Così Nicola Cosentino salutava i suoi quattro amiconi, tutti arrestati e uno di loro ucciso dalla camorra per il suo tradimento del patto con i boss. I padroni e i manager delle imprese camorristi-che avevano confidenza con Cosentino perché, almeno secondo i pm, era lui il vertice della cupola. E per capirlo bisogna ascoltare le sue telefonate. Eccole le intercettazioni insabbiate, le 46 chiamate di Nicola Cosentino con gli uomini di Gomorra sulle quali volevano che calasse il silenzio. I magistrati di Napoli avevano chiesto di usarle per sostenere l’accusa contro il coordinatore del Pdl in Campania, ma la Camera ha negato l’autorizzazione il 22 settembre scorso. Eugenio Scalfari su Repubblica ha commentato: “La macchina da guerra berlusconiana si è mossa, togliendo dalle mani dei giudici un elemento decisivo … quell’elemento non soltanto non sarà reso noto alla pubblica opinione ma non potrà essere utilizzato in processo”. In realtà se per il processo ormai non c’è nulla da fare, per la pubblica opinione qualcosa sì.Il Fatto a partire da oggi, pubblica il contenuto della richiesta dei pm napoletani con le 46 telefonate di Cosentino perché ciò che è stato scippato ai giudici sia restituito ai lettori.

È inquietante la confidenza di un politico nazionale con gli imprenditori di Gomorra, Gaetano Vassallo, Michele e Sergio Orsi, e con Giuseppe Valente, il presidente del consorzio dei rifiuti in mano alla camorra, il CE4.

Proprio con Giuseppe Valente (poi condannato per concorso esterno in associazione camorristica in due processi) l’onorevole concorda le mosse per impedire che il Prefetto sciolga il comune di Mondragone, infiltrato dalla camorra. Sempre con Valente, Cosentino parla di discariche e di affari. Mentre con Michele Orsi, che poi confesserà i suoi rapporti con i clan e sarà ucciso dal boss Setola, Cosentino organizza incontri alla pompa dell’Agip.

Nessuno tocchi Mondragone

IL SINDACO di Mondragone, Ugo Conte del Pdl è stato arrestato nel 2008, poi scarcerato dal Gip, è tuttora sotto processo. Nel 2002 l’ex senatore Lorenzo Diana del Pd conduceva una battaglia soltaria e dura contro le giunte vicine alla camorra. Dopo Castelvolturno la commissione prefettizia si stava interessando di Mondragone.Il sindaco Conte corre ai ripari.  Il 30 giugno 2002, ore 10 e 24, Nicola Cosentino chiama Valente. “Quest’ultimo”, scrivono i pm, “riferisce le perplessità da lui espresse in altre telefonate e della presenza di alcuni esposti che secondo lui hanno come regista l’Onorevole Diana. Dice ancora che secondo lui stanno facendo di tutto per dar luogo a un omicidio politico come quello che anni fa si verificò in Castelvolturno. Cosentino riferisce che lui si sta già muovendo”.

Poi c’è la telefonata del 4 luglio 2002 alle 20 e 35 Giuseppe Valente, presidente del consorzio Ce4 che gestiva la raccolta dei rifiuti, chiama l’onorevole Nicola Cosentino e gli chiede se per la questione del sindaco di Mondragone si è sentito con Mario Landolfi.  Cosentino: Pronto?

Vassallo: onorevole?

Cosentino: uhè Peppino! Vassallo buonasera , come stai? Cosentino: bene, bene. Vassallo: ma stai in zona o stai a Roma ancora?  Cosentino: no, sto in zona. Vassallo: (…..) oh, poi un’altra cosa ti volevo chiedere. Per quanto riguarda la questione qui di Mondragone con Mario Landolfi ti sei sentito per caso? Cosentino: domani a mezzogiorno. Vassallo:ah, domani a mezzogiorno?  Perfetto! quindi ci sentiamo sabato mattina dai. Va bene, ti abbraccio. Cosentino: tutto sotto controllo, non ti preoccupare.

La discarica da allargare

LA TELEFONATA che riguarda ladiscaricadiSantaMariaLAFossaè la conversazione del 05 luglio del 2002 alle ore 13.14. In quel periodo si sta decidendo la localizzazione della discarica. I proprietari dei terreni, ovviamente, sperano di essere inseriti nell’area prescelta in modo da guadagnare più soldi. Scrivono i pm Giuseppe Narducci e AlessandroMilita“CosentinochiamaValente e riferisce che è opportuno l’allargamento più consistente della discarica di Santa Maria La Fossa. Valente risponde di aver capito già tutto e che a Sebastiano aveva riferito che se ci fosse stata una possibilità su un miliardo sarebbe stato accontentato. Inoltre riferisce che si è messo subito a disposizione quando ha capito chi era e degli amici in comune che avevano”.

Non è chiaro quale sia la discarica che interessava a un tal Sebastiano, amico di Cosentino. Nell’ordinanza di arresto contro Cosentino si legge: “dagli accertamenti…risulta che Corvino Sebastiano cederà al Consorzio CE4, a titolo oneroso, una superficie persino maggiore di quella originariamente prevista (mq. 22 mila e 750 in luogo degli originari 13mila e 140) il tutto sulla base di un nuovo piano particellare datato 21 febbraio 2003 che non risulta neppure trasmesso al Commissariato di Governo”. I pm Narducci e Milita nella loro richiesta di uso delle intercettazioni di Cosentino scrivono anche: “con riguardo alla questione dell’autorizzazione per la discarica di Lo Uttaro, deve menzionarsi il seguente colloquio del 22 luglio 2002, nel quale Cosentino dice a Valente “senti, domani mattina alle nove e mezzo ci possiamo vedere all’Holiday Inn?….E insomma perché parliamo un pò diffusamente pure delle emergenze Cave, n ‘somma, ci sono alcune questioni, ti voglio . .. con un esperto, ti voglio”.

Il termovalorizzatore di Cellole

“LE CONVERSAZIONI che seguono”,  scrivono i pm Narducci e Milita, “riguardano il progetto di realizzazione di un termovalorizzatore nel comune di Cellole, progetto per il quale Cosentino ha offerto la copertura politica”. Il 5 luglio 2004 alle 21 e 7 minuti Michele Orsi chiama Cosentino e gli chiede di incontrarlo perché deve parlargli di  cose molto importanti. Il giorno dopo Orsi richiama M: Michele Orsi N: Nicola Cosentino M: Nicola N: Ueh. allora M: Eh, allora, ti stavo chiamando, ma era sempre occupato N: Dove stai? M: lo sto a Casa le; dove ti raggiungo? Cosentino: E ci vediamo sulla pompa di ..,; Orsi: Ah, ho capito, dai, va bene Cosentino: Eh; va bene? Orsi: Oka y Il 13 luglio 2004 alle 12 e 37 Michele Orsi richiama Nicola Cosentino e, inizialmente, lo informa di e s s e re stato contattato dall’Onorevole Capuano per una richiesta di assunzione e di aver riferito a quest’ultimo che”ilnostroriferimento” è NICOLA Cosentino.  Cosentino gli risponde che Capuano ha imbrogliato mezzo mondo. Quindi Cosentino Nicola dice che bisogna parlare con Valente Giuseppe perché il progetto di Cellole quello riguardante la costruzionedeltermovalorizzatore,staprocedendo nel giusto verso. Per comprendere perché queste telefonate sono importanti bisogna ricordare che l’Onorevole Nicola Cosentino è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, perché ha aiutato consapevolmente il “clan dei casalesi” e in particolare perché:

1) si attivava con prefettura e Ministero dell’Interno “al fine di impedire , come nel caso del Comune di Mondagrone, il corretto dispiegarsi della procedura finalizzata allo scioglimento dell’ente per infiltrazione mafiosa”;

2) creava e cogestiva il monopolio in attività controllate dalle famiglie mafiose, quali l’Eco4 spa nella quale il Cosentino esercitava – in posizione sovraordinata a Giuseppe Valente, Michele Orsi e Sergio Orsi – il reale potere direttivo” 3) sfruttava le imprese suddette per scopi elettorali, anche mediante l’assunzione di personale”.

Altro che telefonate irrilevanti.

di Marco Lillo e Antonio Massari IFQ

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