Archive for febbraio, 2008

28 febbraio 2008

Il Petrolio alla Casa Bianca.

 
Gli Stati Uniti d’America sono una repubblica fondata sul petrolio. Cosicché, quando il petrolio parla, la nazione ascolta. Il Congresso si mette sull’attenti e la Casa Bianca batte i tacchi. D’altronde la politica costa e Big Oil paga bene. Dal ’90 a oggi, tra parlamentari e candidati presidenziali, la lobby dell’oro nero ha sganciato 211 milioni di dollari molto iniquamente divisi tra democratici (un quarto) e repubblicani (tre quarti. Soldi spesi benissimo, però. Le ultime due finanziarie, nonostante un debito pubblico siderale, da 400 miliardi di dollari, hanno pensato di concedere esenzioni fiscali da 14 miliardi di dollari alle compagnie per incentivare nuove esplorazioni e trivellazioni. Un aiutino un po’ fuori bersaglio dal momento che tra le 10 aziende più redditizie del mondo, secondo la classifica di Fortune, ben sei hanno a che fare col greggio,. La mozione minoritaria, che voleva revocare i sussidi e dirottarli sullo sviluppo di energie alternative, ha perso per un solo voto. Forse andrà meglio nella prossima legislatura, quando George W.Bush lascerà la Casa Bianca mettendo fine a una luna di mile lunga otto anni con l’industria cui non ha mai smesso di appartenere. Ma non è detto. "Siamo gente piuttosto reistente" ha garantito al "San Francisco Chronicle" David O’Reilly, numero uno della Chevron, "ci sappiamo adattare al mondo che cambia". Si riferiva all’ecosistema energetico. Di cui la politica di Washington è ormai parte integrante.
oilLogo001 
Certe Amministrazioni, tuttavia, sono più uguali di altre. E questa ha un tasso di idrocarburi nel sangue senza precedenti. Rapido ripasso delle biografie: George W.Bush, dirigente di Arbusto-Bush Exploratione dal ’79 all’84 e consigliere d’amministrazione di Harken Oil dall’86 al ’90. Dick Cheney, presidente di Halliburton dal ’95 al 2000; Conoleeza Rice, dirigente di Chevron (che le ha intitolato una petroliera) dal ’91 al 2000. Se avessero potuto schizzarlo a tavolino gli amministratori delegati delle Sette sorelle non avrebbero saputo inventarsi un "dream team" migliore. Con i texani al potere, padre e figlio, la geologia diventa più che mai geopolitica. E se nella campagna elettorale del ’92 Bush senior prende oltre il quadruplo dei finanziamenti petroliferi che vanno a Clinton, non è ancora niente rispetto alla perfomance del figlio. Contro Al Gore nel 2000 W. riceve quasi 14 volte più del concorrente. Uno scarto eclatante che rompe con quel Cencelli minimo che negli Stati Uniti pur vige. D’altronde il democratico dà già preoccupanti segni di ambientalismo mentre il repubblicano, quando ancora non aveva risolto i problemi giovanili con l’acol, già cavalcava tra i pozzi con i suoi stivaloni. Una scelta obbligata.
Con un "avanti rapido" che ci porta sino a oggi, la "top ten" dei beneficiari rispetta le tradizioni, per quello hce riguarda i finanziamenti alla luce del sole fatti dai petrolieri a titolo personale (alle compagnie è proibito). Primo il candidato ritirato Rudolph Giuliani (622 mila dollari), poi Mitt Romney (268 mila), quarta Hillary Clinton (375 mila) e decimo Barack Obama (132 mila), considerato troppo vicino agli interessi del carbone nell’Illinois. E il terzo posto, però, il più intrigante.
Prima della potentissima senatrice di New York figura infatti John Cornyn, repubblicano del Texas. Che si è distinto esclusivamente per i suoi vot"contro": il divieto di trivellare l’Artico; la riduzione del 40 per cento del consumo di greggio; la rimozione dei sussidi statali alle compagnie petrolifere. Uno, per dire, che in una scala in centesimi ha fatto segnare zero sulla pagellina ecologica della League of Conservation Voters (http://www.lcv.org/). Un primato negativo che condivide col titolare della settimacasella, Pete Domenici, repubblicano del New Mexico, nominato per soprammercato "peggiore del Senato 2006" sulle facende ambientali dai Republicans for Environmental Protection (http://www.rep.org/). Sfuma, isnomma, l’illusione che il voto di scambio sia specialità italiana.
Quando non comprano direttamente gli eletti le "supermajiors", come vengono chiamati i colossi del greggio, cercano di intortarsi gli elettori. Passando per gli "opinion makers". La proposta indecente di Kenneth Green – mai cognome fu meno appropriato- è di un anno fa esatto. Il ricercatore dell’American Enterprise Institute, un "think tank" conservatore che campa grazie ai fondi di ExxonMobil (1,6 milioni di dollari) e che ha nelle sue file ben 20 studiosi consulenti dell’Amministrazione, aveva spedito una lettera a innumerevoli scineziati offrendo loro 10 mila dollari per scrivere articoli che "valorizzassero i limit del rapporto ONU sul clima". Spiega al "Guardian" Ben Stewart, portavoce di Greenpeace britannica. "L’Aei è ben più di un pensatoio, funziona come la Cosa nostra intellettuale dell’Amministrazione Bush".
Nel maggio 2006 sul fronte dei negoziati a contratto si era già distinto il Competitive Enterprise Institute. "Diossido di carbonio. Loro lo chiamano inquinamento, noi vita" recitava il suo controverso spot. Peccato che sulla sua buona fede pesasse la zavoraa di 1,6 milioni di dollari della sempre prodiga Exxon.
oil
Se Bush, Cheney e gli altri sono totalmente ciechi quando si tratta di vedere i legami ovvi tra abuso di petrolio ed emissioni nocive, anche i candidati democratici si guardano bene dal mettere il tema al centro della loro piattaforma elettorale. "Obamda però ha criticato espressamente la Exxon un paio di volte in un suo discorso" dice da Washington Massie Ritsch, del Center for Responsive POlitics (http://www.crp.org/che monitora a chi vanno i soldi delle lobby "e ha promesso che rivedrà il sistema pubblico che gli assicura questi profitti record". Basta non essere a busta paga per capire l’oscenità dei sussidi federali. Le compagnie dovrebbero versare una percentuale allo Stato per trivellare il fondo dell’oceano, demaniale, ma il Congresso li ha esentati. "Un danno ai contribuenti di svariate decine di miliardi di dollari" ha denunciato l’associazine Taxpayers for Common Sense (http://www.taxpayer.net/). Jeremy Rifkin, guru dell’economia all’idrogeno, col "Venerdì" si mette i guantoni: "Questi sussidi sono oltraggiosi e vanno eliminati. E la prima cosa che la prossima Amministrazione dovrà fare, investendo quel denaro sulle energie rinnovabili". Ce l’ha con l’ingordigia e la miopia delle "Big Oil" ma non con tutte allo stesso modo: "Mentre l’American Exxon dimostra di essere un dinosauro che addirittura nega il legame con il riscaldamenteo del Pianeta, le Europee Bp e Shell si mostrano più illuminate e hanno aperto divisioni per fonti elternative". Tra gli esperti del settore l’ttimismo resta però moneta rara. "Forse riusciranno ad abrogare qualche sussidio e impedire nuove trivellazioni sconsiderate. Niente di più" prevede al telefono da SAnta Monica Judy Dugan, specialista della Foundation for Taxpayer and Consumer Rights (http://www.consumerwatchdog.org/). Uno scandalo non meno grande, per lei, è l’abnorme  costo pubblico che deriva  dalla "difesa militare dei pozzi iracheni".
E il capitolo più torbido e incenstuoso. E uno dei più aperti. L’Iraq, con 113 miliardi di barili, ha le terze riserve del mondo. Con la riduzione dei sabotaggi la produzione a novembre è già cresciuta a 2,4 milioni di barili al giorno. "Potrebbe arrivare a 6-8 milioni con un clima politico-economico propizio" scommette uno studio del Centre for Global Energy Studies (http://www.cges.co.uk/) di Londra. Raffreddando l’apparentemente inarrestabile aumento dei prezzi. "La Casa Bianca lo sa così bene" ci racconta Linda Mc Quaig, autrice di "It’s the crude, dude" sulla greggiocentrica politica estera USA "che a maggio scorso Cheney è andato personalmente a Bagdad per cercare di sbloccare l’attesissima legge nazionale di Spartizione del Petrolio". Il piano del pur "bipartisan" Iraq Study Group da una parte raccomanda che quella ricchezza (il 70 per cento del Pil) resti al Paese, dall’altra caldeggia l’assistenza tecnica americana per favorire investimenti stranieri. "Sarà uno dei più grandi furti di tutti i tempi" ha commentato il democratico Dennis Kucinich, la cui candidatura presidenziale non è stata affatto aiutata da tanto candore.
Dl’altronde sono state desecretate le mappe dei pozzi iracheni su cui studiava la "task force" Cheney già all’indomani dell’11 settembre. "Saddam faceva accordi con tutti, Russia, Cina, Italia…tranne che con gli USA" nota McQuaig. E né Bush né Big Oil lo potevano sopportare.
Scrive, fuori tempo massimo l’ex governatore della banca centrale Alan Greenspan nelle sue memorie: "Laguerra è stata fatta largamente per il petrolio". Ad agosto 419 intellettuali iracheni hanno firmato im documento molto preoccupato che la futura "oil law" svenda le loro risorse. Intanto gli amici degli amici si portano avanti. Ray Hunt, della Hunt Oil, ha appena siglato un accordo con i curdi per trivellare la regione di Dahuk. "Illegale" ha tuonato il ministro dell’energia di Bagdad. Imbarazzando i negoziati con sunniti e sciit. La Casa Bianca interviene? Macché. E lo stesso Hunt che ha dato 35 milioni di dollare per costruire la biblioteca presidenziale in onore di George W. nella Southern Methodist University di Dallas dove ha studiato la first lady Laura. Se mai il presidente lo chiamerà, sarà solo per invitarlo a cena.
Di Riccardo Stagliano da "Il Venerdì".
 
Per saperne di più:
 
washington_US02WA008
Annunci
27 febbraio 2008

I rischi del super-parassita OGM

Roma, Italia — Uno studio – pubblicato su Nature Biotechnology – dimostra che un parassita del cotone, il lepidottero Helicoverpa Zea, ha sviluppato la resistenza alle piante che sono state geneticamente modificate per uccidere gli insetti della sua specie. Nelle piantagioni di cotone Ogm in Mississippi e Arkansas ora gli agricoltori sono costretti a fare maggior ricorso agli antiparassitari. Un pericolo che Greenpeace aveva denunciato in un rapporto del 2004.

Le piante Ogm che dovrebbero risultare resistenti agli insetti contengono di solito una versione sintetica della tossina Bt presente in natura. La costante esposizione alle tossine Bt, prodotte dalle piante Ogm, rende i parassiti resistenti ai loro effetti, favorendo la sopravvivenza di insetti nocivi che dimostrano immunità genetica al Bt.

Col passare del tempo, tutto ciò può portare alla proliferazione di individui resistenti fino al punto in cui il Bt non servirà più contro la maggior parte degli insetti nocivi.

Nella sua forma naturale, il Bt è stato utilizzato fin dagli anni ’50, nell’agricoltura biologica e sostenibile per eliminare insetti nocivi, senza danneggiare insetti non-target o altre forme di vita. Al contrario le tossine Bt prodotte da colture resistenti agli insetti – fra cui il mais Ogm della Monsanto – hanno dimostrato di essere molto nocive per altri utili insetti predatori.

La stessa sorte potrebbe toccare presto anche ad altre colture. Proprio a causa dei rischi di diversa natura legati a questi organismi il governo francese ha deciso di vietare la coltivazione del mais transgenico della Monsanto MON810.

Tratto da: www.greenpeace.it

cotone

 

25 febbraio 2008

Io, bambino killer di Pol Pot, ho più paura ora che in guerra

Nord della Cambogia, metà anni Settanta.
La fame è lo strumento con cui il regime comunista di Pol Pot rende inerte la popolazione. Un bambino vede l’abbondante mangime in una porcilaia. S’intrufola tra i maiali e riesce a ingollare del pane raffermo. La mattina seguente, un soldato grida: «E questa montagna di merda di chi é?" Nessuno risponde. "Ammutolimmo. Chath alzò la testa, mi guardò e poi disse soltanto: "É mia." Lo portarono via e non lo rividi mai più. Giorni dopo seppi che lo avevano ucciso dopo avergli fatto mangiare le sue feci, considerate "troppo abbondanti"».

Cambogia_Aki_Ra
A raccontare in Non calpestate le farfalle (libro-testimonanza di Aki Ra, raccolto da Anais Ginori) è un ragazzo che probabilmente oggi ha trentaquattro anni. Non c’è certezza sulla sua nascita, come per molto tempo non ce n’è stata sul suo nome. Orfano prima che potesse anche mormorare ma e pak (i genitori furono entrambi uccisi nei killing fields), il ragazzo viene allevato dall’Angkar, il Partito comunista di Pol Pot. Se i vecchi del villaggio l’avevano chiamato Lo (pesante), i khmer rossi lo chiamano Yeak (gigante), preparandolo a essere Klea, «più forte della tigre», quando a otto anni sarebbe diventato un ragazzo guerriero.
«Un piccolo khmer rosso come me non aveva sensi di colpa o dubbi» dice. Klea è una spia straordinaria, impara a usare le armi, a innescare mine. Soprattutto, a non avere pietà.»
Intanto, dopo meno di quattro anni, il regime di Pol Pot cade e i vietnamiti occupano la regione. Klea viene catturato e passa dalla loro parte. Ha 10 anni, diventa Teo, «bambino furbo», per la sua abilità nell’uso delle mine. «Non mangia, non dorme, non si ammala. La mina è il soldato migliore».
La brava spia ora aiuta a catturare i suoi ex compagni. «La mia vita non era cambiata poi molto. Eseguivo gli ordini, come sempre». Passano otto anni e Teo può conoscere addirittura la pace. Nella sua terza divisa, quella dell’esercito cambogiano, diventa Tamon, il «cacciatore».
Ma la svolta è dietro l’angolo. Con le Nazioni Unite, la conoscenza delle mine gli permette di avere un lavoro. Cinque dollari per ogni mina disinnescata. «Imparavo a fare del bene e mi piaceva»
É il 1993, le prime elezioni libere. Il ragazzo fa la guida turistica, colleziona armi e ha l’idea che gli cambia definitivamente la vita: un museo che testimoni la lunga guerra passata. Mortai, pistole, maschere antigas, lanciarazzi, soprattutto mine. Per mantenere viva la memoria. E l’attenzione sul presente: nel ’96 in Cambogia muoiono dodici persone al giorno saltando su una mina e innumerevoli sono i feriti.
Eppure la nuova battaglia è la più difficile. Aki Ra, eroe coraggioso dei manga giapponesi, è il suo ultimo nome, ma il coraggio serve a poco contro i nuovi nemici.
La parte finale della lunga confessione è paradossalmente la più scioccante. Non ci sono decapitazioni né torture né delazioni. C’è il trionfo di un capitalismo selvaggio che distrugge ogni cosa.
«Ho più paura adesso che durante la guerra» dice Aki Ra. Che si sposa, ha due figli e allarga la propria famiglia a 16 ragazzini mutilati dalle mine. E non si ferma davanti a nulla. Se non per guardare i bordelli che aprono ovunque, l’Aids che uccide ed emargina, i bar dove un caffé costa quanto uno stipendio, le rovine di Angkor Wat, ormai proprietà dei turisti.

di Matteo Nucci  per il "Venerdì di Repubblica"

Cambogia 
 
Probabilmente molte persone che hanno letto questo articolo non hanno conoscenza di quanto accaduto in Cambogia negli anni ’70 con la cacciata del legittimo sovrano Sihanouk che durante la guerra nel Vietnam aveva assunto una ambigua neutralità, faceva passare il confine ai militari del Vietnam del Nord e consentiva agli americani di bombardarli, ma che gli consentiva di non contrariare nessuno e rimanere fuori dalla guerra. Successivamente gli americani appoggiarano la defenestrazione del sovrano ad opera di Lon Nol per arginare l’avanzata del comunismo, col risultato di far cadere il Paese in una lunga guerra, prima combattuta dagli statunitensi in modo illegittimo sul territorio cambogiano, era definita la guerra privata di Nixon, con i suoi aerei B52 poi, quando il parlamento statunitense bloccò i bombardamenti, 15 agosto 1973, fu guerra civile tra i Khmer Rossi, i "comunisti" che all’inizio del conflitto erano poco più di 2/3000, controllati e innocui, mentre nel 1973 erano saliti a 70.000, armati e pericolosi e il regime di Lon Nol. I Khmer Rossi con a capo Pol Pot si instaurarono  in Cambogia nel 1975,  fu uno dei regimi più sanguinari che il mondo abbia conosciuto. Ma senza il contributo così astuto e strategicamente perfetto degli occidentali non sarebbe mai riuscito nell’impresa di conquistare il potere. Si sfiora il ridicolo dal 1979 al 1991, quando i vietnamiti invadono il paese e instaurano un nuovo governo, l’occidente ritiene legittimo il regime sanguinario (morirono circa un milione e mezzo di persone grazie a Pol Pot) appena destituito e non riconoscono il nuovo che è filo vietnamita. "Nel 19871989 il Vietnam abbandonò il paese, si decisero delle libere elezioni (1990) sotto la supervisione dell’ONU e nel 1991 si stilò un trattato di pace che in seguito non fu rispettato. Le elezioni per l’Assemblea Costituente si tennero nel 1993 e furono boicottate dai Khmer Rossi; ciò portò alla vittoria dei monarchici del FUNCIPEC (Fronte unito nazionale per una Cambogia indipendente, neutrale, pacifica e cooperativa) guidato da Sihanouk e seguito dai neocomunisti filo-vietnamiti del Partito del Popolo Cambogiano (PPC). L’assemblea richiamò Sihanouk, ripristinando la monarchia. Il governo fu affidato al figlio del re, Norodom Ranarridh e Hun Sen . Nel 1994 i Khmer Rossi vennero messi fuori legge dopo che avevano ripreso le azioni di guerriglia e, negli anni seguenti, si iniziarono ad avere fortissime tensioni tra i due premier che portarono all’estromissione di Ranarridh che fu costretto ad andare all’estero nel 1997. Nel 1998, dopo la vittoria del PPC nelle elezioni legislative, vide la luce un governo di unità nazionale guidato da Hun Sen, con Ranarridh presidente dell’assemblea nazionale. I Khmer Rossi indeboliti progressivamente condannavano a morte Pol Pot (si è incerti sulle cause della sua morte – aprile 1998) e deponevano le armi. Nel 1999 la Cambogia aderì all’ASEAN e nel 2001 venne accolta la proposta dell’ONU di istituire un tribunale internazionale per giudicare i crimini commessi dai Khmer Rossi. Nel 2002 le prime elezioni amministrative fecero registrare la vittoria del PPC in gran parte delle province del martoriato paese. Nel febbraio del 2002, dopo cinque anni di trattative tra l’ONU e il governo cambogiano, fallì il tentativo di istituire un tribunale, formato da pubblici ministeri internazionali e cambogiani, contro i crimini di guerra compiuti dai Khmer rossi. Tra i motivi del fallimento dobbiamo ricordare l’appartenenza di molti degli attuali comandanti e uomini politici del regime agli ex militari di Pol Pot. Sono pochi i Khmer rossi attualmente in stato di arresto ed è assai improbabile che Ieng Sary, ex ministro degli esteri e cognato di Pol Pot, venga processato, in quanto un’azione del genere potrebbe minare quel clima di stabilità che il paese ha appena conquistato. Inoltre molte voci a livello internazionale dicono che il processo contro Ta Mok (detto il macellaio) e Kang Kech Iev, comandante della famigerata prigione di Tuol Sleng, sia una messa in scena. Al vertice di Cancun, nel settembre 2003, Cambogia e Nepal sono entrate a far parte del WTO: per la prima volta l’organizzazione del commercio mondiale autorizza due nazioni in via di sviluppo a farne parte. Le condizioni per l’ingresso sono tuttavia pesantissime: tagli delle tariffe doganali, apertura totale del loro mercato interno, rinuncia immediata all’utilizzo dei farmaci generici prodotti nel paese."  Si è passati da una guerra che nessuno voleva alla leva (clava) economica. Credo che molti possano fare tranquillamente dei paralleli con quanto accade da qualche anno a questa parte in altre regioni del mondo, riconoscendo un filo sottile che collega questi fatti. Chi avesse la curiosità di avere una visione di quel momento e di cosa sia accaduto in modo più specifico, potrà leggere l’ultimo libro postumo di Tiziano Terzani che parla di questa vicenda attraverso i suoi articoli pubblicati dai giornali in quel periodo.
Cambogia_Bambino_Soldato_www
21 febbraio 2008

Il popolo Waorani (Huaorani)

 
Protagonista del conflitto petrolifero dell’Amazzonia Ecuadoriana

Waorani1
Queste sono le foto, che ritraggono il popolo Waorani in azioni di caccia, le mappe satellitari del Parque Yasunì. Tratte da http://www.saveamericasforests.org/Yasuni/
________________________________________________________________________________________________


Sviluppo nella foresta?
Le popolazioni indigene stanno ingaggiando una dura battaglia nell’intento di impedire che la globalizzazione economica distrugga la loro cultura e occupi i loro territori. Gli idrocarburi e il legno dei loro boschi sono necessari per il proseguimento della crescita economica nei paesi del nord, a migliaia di chilometri di distanza dalle loro comunità. Una crescita che, tra l’altro, non esclude lo spreco e il consumismo smisurato. Inoltre, lo sfruttamento di queste risorse trasforma la vita della foresta in desolazione. La biodiversità scompare e le popolazioni perdono i loro mezzi di sussistenza. Milioni di ettari si trasformano in questo modo in cimiteri dello sviluppo. Il bacino amazzonico è l’esempio estremo di questa situazione.
Per le popolazioni indigene la foresta è un luogo sacro perché conserva la loro storia, lo spirito dei loro antenati e migliaia di forme di vita. Per tale ragione desiderano che i loro figli ereditino la responsabilità di preservarla. Lo stesso obiettivo si pone il popolo waorani dell’Amazzonia ecuadoriana che da decenni lotta per sopravvivere alla presenza delle compagnie petrolifere.

WaoraniMap1
Cultura e biodiversità nel Parco Nazionale Yasuní (PNY)

Il popolo waorani comprende 2500 persone, organizzate in 38 comunità che vivono nelle province di Orellana, Napo e Pastaia, nella regione amazzonica situata tra i fiumi Napo e Curaray, di cui fa parte anche il Parco Nazionale Yasuní (1). Dividono il territorio con i popoli Tagaeri e Taromenane, di cui sopravvivono appena 400 persone che hanno deciso di evitare il contatto con altri gruppi umani.
I waorani sono tradizionalmente un popolo di guerrieri. Sono sopravvissuti con la caccia, la pesca, i raccolti e l’agricoltura itinerante (2). Sono entrati in contatto con il resto del mondo tardivamente e, per tale ragione, sono chiamati “Aucas”, che in lingua quechua significa “persona della foresta” (3). Il loro metodo di sussistenza, di organizzazione sociale e la loro visione del mondo sono considerati un modello sorprendente di adattamento all’ambiente amazzonico.
L’antico territorio comprendeva circa 2 milioni di ettari. Nel 1979, la creazione del Parco Nazionale Yasuní ne inglobò 982 mila. In seguito, negli anni Novanta, lo stato dell’Ecuador riconobbe legalmente come territorio waorani 716 mila ettari di quel terreno. Allo stesso modo, un’area della stessa estensione fu dichiarata Zona Intangibile dei popoli Tagaeri e Taromenani. Nel 1989, l’UNESCO dichiarò il PNY Riserva della Biosfera. Al di fuori dell’area di protezione vivono anche un centinaio di comunità quechua, riunite dal 1975 nella Federazione Unione dei Nativi dell’Amazzonia Ecuadoriana.
Il PNY si estende tra i fiumi Yasuní, Conocaco, Nushino e Tiputini. E’ un bosco umido tropicale con un terreno tra i 300 e i 600 metri sul livello del mare. E’ l’area protetta con la maggior estensione di tutta l’Amazzonia ed è considerata una delle maggiori riserve di biodiversità genetica del pianeta.
Secondo Acción Ecológica, il PNY ospita un totale di 2200 specie di alberi e arbusti, il maggior numero per ettaro del mondo. Inoltre, uno studio della compagnia petrolifera Petrobras ha riscontrato in un’area di solo 0,25 ettari ben 95 specie vegetali (4). Sono state registrate 90 specie di rane e rospi, cifra uguale al totale delle specie dell’America del Nord e il doppio di quelle dell’Europa (5). Si stima inoltre la presenza di 567 specie di uccelli, tra cui l’aquila arpia, un simbolo per i waorani per la sua abilità nella caccia. Le specie di mammiferi sono approssimativamente 173, se si includono i giaguari. Inoltre si sono registrate 83 varietà di serpenti, la più grande diversità dell’America del Sud. Le numerose lagune e i tanti pantani servono da rifugio per le 385 specie di pesci. Nella maggior parte dei casi si tratta di popolazioni endemiche, sopravvissute al Pleistocene. Pertanto, la fragilità ecologica del PNY è estrema.
WaoraniMap2
Entrano le industrie petrolifere

Il petrolio è il principale prodotto di esportazione dell’Ecuador, una delle sue maggiori fonti di finanziamento e di conseguimento di valute per il pagamento del debito estero. La produzione è aumentata costantemente dai 300 mila b/d del 1992 ai 500 mila b/d del 2004. Sono stati dati in concessione alle industrie petrolifere cinque milioni di ettari di terreno in tutto il paese. L’obiettivo della politica petrolifera nazionale è quello di aprire nuove zone di esplorazione e sfruttamento, incluse le zone protette e i territori indigeni. (6)
L’attività petrolifera ha avuto forti impatti ambientali nella regione amazzonica ecuadoriana. Anche la vita degli abitanti è stata danneggiata in modo significativo. Ad esempio, il popolo kichwa di Sarayacu deve sopportare la presenza della Compagnia Generale dei Combustibili (CGB), a cui è stata data in concessione un’area di 135 mila ettari del loro territorio da poter sfruttare. Nella regione del lago Agrio , dove la compagnia Chevron-Texaco ha operato tra il 1964 e il 1992, si assiste a un deterioramento ambientale, per la contaminazione del terreno e delle acque in cui si riscontrano residui tossici. Tutto ciò ha colpito 5 comunità indigene per un totale di circa 30 mila persone. Al momento, questa impresa sta affrontando in Ecuador una causa senza precedenti per i danni sopracitati e si stima che i costi per ripulire la zona possano ammontare a seimila milioni di dollari. (7)
Dalla fine degli anni Cinquanta, le aziende petrolifere sono iniziate a comparire anche nel territorio waorani. In seguito, sono state fatte concessioni irriguardose sia nella Zona Intangibile che nella Riserva della Biosfera del PNY. Si calcola che il 60% di quest’ultima sia stato consegnato alle compagnie in blocchi di 200 mila ettari.
Agli inizi degli anni Novanta, l’azienda statunitense Maxus ha costruito in quella zona una strada di 180 km. Allo stato attuale, le aziende che operano nei territori waorani e nel PNY includono, tra le altre, Respol-YPF, Petroecuador, Agip-Eni Oil, Petrobell, Petrobras, la Occidental e Vintage.
Nell’agosto del 2004 il Ministero dell’ambiente ha concesso alla Petrobras la licenza ambientale per iniziare i lavori nel Blocco 31 che le era stato dato in concessione. Il progetto riguarda la costruzione di 14 pozzi di produzione, un impianto di reflui, una strada di 37 km e uno molo sulla riva del fiume Napo. Di conseguenza, verrebbero colpiti circa 100 mila ettari della Riserva della Biosfera del PNY. Petrobras ha iniziato i lavori nel 2005.
Effetti sulla popolazione

L’incontro del popolo waorani con il resto del mondo è stato, di fatto, segnato profondamente dalla presenza delle compagnie petrolifere. Questo legame ha comportato, nel corso dei decenni, una trasformazione dell’ambiente e del modo di vivere della comunità. Sono comparse nuove malattie come l’epatite B e C portando gravi conseguenze, sifilide, alcolismo, infezioni della pelle nei bambini e varie tipologie di cancro soprattutto tra le donne. Uno studio condotto da Acción Ecológica ha dimostrato, infatti, che il cancro è responsabile del 32% delle morti nelle zone petrolifere dell’Amazzonia ecuadoriana, un dato superiore alla media nazionale che è del 12%.(8)
Per favorire i propri interessi, d’altra parte, le compagnie favoriscono divisioni e scontri tra le diverse comunità. Per ridurre ogni forma di resistenza da parte di queste ultime, sferrano un attacco diretto ai valori della vita comunitaria, ingannando, corrompendo, confondendo e screditando i leader delle organizzazioni. Come evidenziato dagli osservatori internazionali, le compagnie petrolifere come EnCana e Repsol-YPF sono riuscite a creare una relazione di controllo, dominazione e dipendenza con le comunità waorani, violando i loro diritti in quanto popolo indigeno.(9)
Per facilitare le operazioni, le compagnie incoraggiano la firma di discutibili accordi e patti con i leader delle comunità. Maxus, ad esempio, è riuscita ad ottenere la firma di un accordo ventennale con i waorani, in lingua inglese e alla presenza, a Quito, dell’incaricato per il Commercio dell’Ambasciata degli Stati Uniti. Nel 1993, Repsol-YPF ha partecipato ad un “patto di amicizia ”, impegnandosi a versare 600 mila dollari l’anno alla Organizzazione delle Nazioni Huaorani dell’Amazzonia Ecuadoriana (ONHAE) per sostenere progetti legati allo sviluppo. Le imprese si affidano, solitamente, a consulenti che portano a termine i negoziati. È il caso della Entrix, consulente statunitense che è intervenuto nell’accordo firmato tra la ONHAE e Petrobras. Grazie a questo accordo, l’impresa brasiliana si è impegnata a versare alle comunità200 mila dollari l’anno per un periodo di 5 anni, oltre a garantire le condizioni di sicurezza in caso di incidenti petroliferi.(10)
La maggior parte del popolo waorani, tuttavia, ha manifestato la propria opposizione a questo genere di accordi, denunciando che sono stati stipulati senza tener conto del consenso comunitario. Ritengono che il denaro generi un sistema di dipendenza che minaccia il loro tradizionale modo di vivere. Assicurano che le compagnie sono arrivate ad offrire razioni alimentari, al fine di compensare l’impatto negativo che le loro attività hanno avuto su caccia e pesca. Inoltre affermano che le imprese si mostrano molto generose quando si verificano incidenti e versamenti di petrolio greggio.
Il conflitto
Secondo Acción Ecológica, le attività previste da Petrobras nel PNY mancano di un piano effettivo di sicurezza e protezione ambientale.(11) I percorsi dell’oleodotto e della strada tagliano il bosco, otto attraversamenti di fiume e 110 paludi. Non è stato calcolato che impatto avranno i lavoratori sull’ecosistema né è stata prevista la pulizia dei rifiuti inquinanti e tossici.(12)
Nel 2004, scienziati di tutto il mondo hanno lanciato l’allarme sugli effetti derivanti dalla costruzione della strada di Petrobras nel PNY. Hanno inviato un comunicato all’allora presidente dell’Ecuador Lucio Gutiérrez, al presidente del Brasile Lula da Silva e alla Petrobras. La strada è una reale minaccia per la biodiversità e per gli abitanti del PNY.
Nel settembre dello stesso anno, il popolo waorani ha celebrato l’VIII Congresso nella comunità di Toñampari. I 400 delegati che hanno presieduto in rappresentanza delle 38 comunità hanno deciso di opporsi all’apertura di nuovi pozzi nel PNY. Sono stati concordi nel rispettare gli accordi previamente firmati dalla precedente dirigenza dell’ONHAE con le imprese petrolifere, ancorché avessero scelto un nuovo direttivo che si è compromesso a consultare le comunità prima di ogni decisione.
Petrobras, comunque, non ha adempiuto al finanziamento dei progetti come stabilito.(13) Ha provato, inoltre, a stipulare accordi separati con alcune comunità, senza la previa approvazione dell’ONHAE. Così il 1° luglio 2005, il popolo waorani ha annunciato la rottura degli accordi con Petrobras. La decisione è stata presa anche a causa dell’inizio, nel mese di maggio, dei lavori per la realizzazione della strada nel PNY da parte dell’impresa brasiliana, ignorando tutti gli avvertimenti.
Il 5 luglio, la Confederazione Nazionale Indigena dellEcuador (CONAIE) ha chiesto al governo, retto da Alfredo Palacio, la rescissione dei contratti a tutte le imprese che stavano violando i diritti ambientali e quelli delle popolazioni indigene. La CONAIE ha denunciato a sua volta Petrobras, Repsol-YPF e la Occidental per l’atteggiamento prepotente nei confronti delle comunità.
Per dar rilievo alla sua protesta contro gli abusi di Petrobras e manifestare pubblicamente la sua posizione sul conflitto petrolifero in Amazzonia, la ONHAE a sua volta, ha organizzato una manifestazione a Quito, il 12 luglio.(15) Due giorni prima sono arrivati dalla selva 120 indigeni waorani. La protesta è stata appoggiata dalla CONAIE, dalla Commissione d’Affari Indigeni del Congresso, da Acción Ecológica e da altre organizzazioni nazionali e internazionali. Ricevuti dal Congresso, hanno consegnato una lettera in cui si esige la sospensione per un periodo di 10 anni delle attività petrolifere nel PNY. Hanno chiesto, inoltre, al presidente Lula da Silva il ritiro della Petrobras dal loro territorio.
La posizione delle donne
Durante il conflitto con le imprese petrolifere, le donne waorani hanno svolto un ruolo decisivo. Hanno rifiutato gli accordi sottoscritti con le compagnie, partendo dalla convinzione che il denaro trasforma la vita comunitaria del loro popolo. Hanno manifestato, soprattutto, una chiara consapevolezza delle conseguenze della distruzione del PNY.(17) Hanno dimostrato di essere disposte, inoltre, a impedire che i propri figli si convertano in manodopera a buon mercato per le imprese. Sembra che la rottura dell’accordo con la Petrobras abbia risposto in gran parte alla pressione esercitata proprio dalle donne waorani. La manifestazione svoltasi a Quito nel mese di luglio ha registrato una massiccia presenza di donne, le quali hanno avuto una partecipazione attiva anche all’VIII congresso del 2004. Il loro rifiuto alle compagnie petrolifere significa, senza dubbio, difendere la vita e la cultura del popolo waorani.
La posizione delle donne waorani è stata chiaramente espressa nei fori nazionali ed internazionali da Alicia Cahuiya, Presidente della Associazione delle Donne Waorani della Amazzonia Ecuadoriana (AMWAE)(18) Presente alla IV Sessione del Foro Permanente per gli Affari Indigeni, tenutasi nel mese di maggio 2005 a New York, ha sollecitato il governo ecuadoriano a rescindere i contratti petroliferi, come misura di protezione dei diritti dei popoli indigeni. Ha chiesto inoltre la visita del Relatore Speciale per i Diritti Indigeni al territorio waorani, ed ha insistito nell’esigere una moratoria di 10 anni per le attività petrolifere nel PNY.
Petrobras nei guai
Dopo il rovesciamento di Lucio Gutiérrez come conseguenza della mobilitazione popolare dell’aprile 2005, il governo di Alfredo Palacio è stato costretto a considerare la posizione dei popoli indigeni sul tema del petrolio. Nel giugno 2005, l’Ispettorato delle finanze ha dato inizio ad una inchiesta in merito alla licenza ambientale rilasciata alla Petrobras l’anno precedente per operare nel PNY. Il mese successivo, dopo la marcia degli indigeni waorani su Quito, il governo si è impegnato a modificare gli accordi che riguardavano il loro territorio.
Il Ministero dell’ambiente, a luglio ha deciso infine di sospendere temporaneamente le attività d Petrobras nel PNY, inclusa la costruzione della strada e di un ponte sul fiume Tiputini. Si è discusso dell’esistenza di possibili irregolarità nel processo di concessione della corrispondente licenza, e dell’inadempimento di diverse specifiche tecniche(19). Si tratta di capire se Petrobras ha evitato di prendere in considerazione delle alternative che potessero minimizzare l’impatto ambientale del suo progetto. Il governo ha dichiarato che le relazioni tecniche decideranno in merito di fatto se sospendere definitivamente la licenza all’impresa.
La reazione di Petrobras e del governo brasiliano è stata immediata. La compagnia petrolifera ha presentato una richiesta di rigetto al Ministero dell’Ambiente, nel momento stesso in cui ha avanzato ricorso di amparo presso i tribunali ecuadoriani(20). Il governo brasiliano, da parte sua, ha esercitato una qualche pressione attraverso la sua ambasciata di Quito. Inoltre, il presidente Lula da Silva ha inviato una missiva al presidente Palacio, manifestando la sua preoccupazione per le decisioni che riguardano gli investimenti di Petrobras, stimati in 150 milioni di dollari.
La posizione del governo brasiliano, senza dubbio, ha provocato diverse reazioni nel paese. La Rete Brasiliana per la Giustizia Ambientale (RBJA)(21) e altre organizzazioni sociali in un documento pubblico, hanno espresso il proprio consenso con le decisioni del governo dell’Ecuador. La RBJA, inoltre, è stata una delle organizzazioni internazionali che nel 2004 hanno visitato l’Amazzonia ecuadoriana, dando risposta alle denunce sulle possibili violazioni dei diritti umani da parte delle compagnie petrolifere.
Nella difficile lotta del popolo waorani in nome della propria cultura e del proprio territorio è senza dubbio indispensabile l’appoggio della società ecuadoriana e della comunità internazionale. La sua resistenza è un contributo inestimabile allo sforzo che prima o poi l’umanità intera dovrà intraprendere se vuole continuare ad abitare il pianeta.

Note:

1- http://www.waorani.com
2- Luis Angel Saavedra. "Indígenas declaran guerra a Petrobras en defensa de sus tierras". Latinoamerica Press. Quito, 27 de julio de 2005
3- Lydia Rodríguez. "Entrevista al antropólogo Fernando García". AIBR. Revista de Antropología Iberoamericana. Nº. 37. Quito, marzo-abril de
4- "Ecuador: el Parque Nacional Yasuní en peligro por actividades petroleras de Petrobras" in: http://www.ecoportal.net, agosto de 2005.
5- Santiago Ron. "Anfibios del Parque Nacional Yasuní". Departamento de Ciencias Biológicas y Museo de Zoología. Pontificia Universidad Católica del Ecuador. Quito, marzo de 2001.
6- Esperanza Martínez. "Mujeres víctimas del petróleo y protagonistas de la resistencia". Movimiento Mundial por los Bosques. BOLETIN, Nº 79. Febrero,.
7- Consultare il sito: http://www.chevrontoxico.com
8 Esperanza Martínez; Art.cit.
9 http://www.ecoportal.net.; Art.cit.; http://www.mwr.org.uy/paises/Ecuador/yasuni.html.
10 Luis Angel Saavedra; Art. cit.
11 http://www.ecoportal.net; Art.cit.
12 Acción Ecológica-Oil Watch. "Petrobras en el Yusuní. Comentarios al estudio de impacto
ambiental del Bloque 31". MWR. BOLETIN, Nº 86. Mayo de 2004.
13 Esperanza Martínez; Art. cit.
15 Luis Angel Saavedra; Art. cit.
17 Esperanza Martínez; Art. cit.
18 Creata mediante la Risoluzione 825 del CONAMU (Consiglio Nazionale delle Donne Ecuadoriane), il 7 gennaio 2005. L’obiettivo principale _ quello di trovare alternative che possano migliorare la qualit_ della vita del popolo waorani. Alternative che devono necessariamente fondarsi sul rispetto della cosmovisione indigena e dei suoi valori tradizionali. In tal senso, la difesa del PNY, fonte di sostentamento e spiritualit_, _ prioritaria ed indiscutibile.
19 "Lula intercede a favor de Petrobras" in: http://www.hoy.com.ec; agosto 2005.
20 Ibid.
21 Rede Brasileira de Justiça Ambiental: "Sociedade brasileira apòia soberania equatoriana" in: http://www.justicambiental.org.br/; agosto 2005.


Per Selvas.org Mailer Mattié
Traduzione di
Loredana Stefanelli e Rossana Amico, revisione Sonia Chialastri e Daniela Cabrera dei Traduttori per la Pace.

Mailer Mattié, Economista venezuelana, esperta di Antropologia economica e Cooperazione internazionale finalizzata allo sviluppo sostenibile.

  

La storia non è finita:

Per saperne di più: http://www.globalproject.info/art-14851.html

                    http://www.fotogiulianelli.it/ecuador/huaorani/huaorani.htm

                    http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=16&idart=10078

                    http://www.giannimina-latinoamerica.it/visualizzaNotizia.php?idnotizia=115

 

17 febbraio 2008

I diamanti della Sierra Leone

sierraleone1
Un esercito di bambini soldato, da un lato, un popolo di mutilati dall’altro. Un toccante reportage dell’africanista Raffaele Masto dipinge la realtà di uno dei paesi più poveri al mondo: la Sierra Leone, dilaniato da anni di guerra civile. Tutto per una manciata di diamanti.

…in un intricato gioco di prestigio che fa sparire diamanti in Sierra Leone e fa comparire mandarini in Liberia, passando per una fabbrica di armi e per i servizi segreti Usa. Paolo Fusi ricostruisce le rotte del mercato clandestino di diamanti, le triangolazioni bancarie e lo scambio di pietre con armi, il riciclo di soldi sporchi attraverso gli aiuti umanitari…

di Raffaele Masto e Paolo Fusi su Valori Etici di febbraio 2008

Childrenmining_300

Le contraddizioni e le potenzialità di un paese fra i più poveri del mondo

Un territorio splendido, di foreste rigogliose affacciate su un mare meraviglioso. Ma sotto quella terra, dentro quei fiumi e lungo quelle spiagge si trovano ben altre gioie: titanio e diamanti. Gioielli troppo in vista per chi si illude di avere un futuro come gli altri.
La Sierra Leone raggiunge l ‘indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1962, è una nazione etnicamente composita guidata -da sempre- da un ‘oligarchia discendente dagli schiavi liberati (per lo più creoli delle Antille) reintrodotti in Africa occidentale dal paternalismo dei movimenti abolizionisti dell ‘Ottocento. La regione è potenzialmente molto ricca, votata com ‘è all ‘esportazione di materie prime importanti: legname, bauxite (alluminio), ilmenite (titanio) e soprattutto diamanti (più di mezzo milione di carati all ‘anno).

La grande crisi della Sierra Leone inizia nel ‘79 con la penuria alimentare e l’ingigantirsi della corruzione governativa. Lo stato, modellato su una incomprensibile mescolanza di schemi occidentali e di diritto tribale dei Paramount Chiefs (anziani della tribù), è in mano ad una ristretta burocrazia corrotta che fa affari con lo spregiudicato gruppo degli immigrati libanesi. I mercanti mediorientali, che hanno in mano tutto l’export, sono presenti nel paese dagli inizi del secolo, quasi in contemporanea con la scoperta dei ricchi giacimenti di diamanti. Durante gli anni settanta l ‘élite commerciale libanese si è ingrossata con nuovi arrivi dalla madrepatria, teatro di guerra civile, estendendo il suo particolare "dinamismo commerciale " a tutta l ‘economia sierraleonese.
Lentamente in Sierra Leone si avvia un processo di inesorabile impoverimento, lo stato non riesce a raccogliere i normali dazi doganali e perde il controllo delle concessioni minerarie, perciò incomincia a prendere soldi a prestito dalle banche occidentali avviandosi in una voragine infinita di debiti. Nel frattempo poche compagnie occidentali rafforzano le loro licenze minerarie, diventando di fatto proprietarie di intere zone del paese.
La situazione peggiora costantemente fino al ‘91 quando i gruppi di guerriglieri provenienti dal Burkina Faso e soprattutto dalle zone della Liberia sotto il controllo di Charles Taylor si espandono nel paese; i ribelli fanno leva sul fin troppo ovvio scontento della popolazione, sempre più sfruttata e sempre più povera. L ‘insurrezione del ’91 provoca la reazione internazionale e c ‘è il primo intervento militare delle nazioni vicine; Nigeria e Guinea-Conacry affiancano -e finiscono per guidare- il governo nella lotta contro i ribelli, senza mai dimenticare di proteggere i propri interessi. Nel ‘92 arriva il programma di stabilizzazione economica del Fondo Monetario Internazionale, una ricetta drastica: tutte le ricchezze in mano a società straniere, privatizzazioni e taglio dell’impiego pubblico, l ‘unico obiettivo del FMI è il pagamento del debito, in qualsiasi modo. Il paese precipita nell’anarchia, con un colpo di stato militare, il capitano Valentine Strasser arriva a controllare la capitale Freetown, ma è la solita lotta per il potere e per l ‘arricchimento personale. Intanto la guerriglia si consolida verso Est, si allarga nelle zone più ricche del paese, sia per l’agricoltura che per le risorse minerarie, incominciando ad operare come uno stato dentro lo stato. La guerriglia, ormai raccolta sotto la sigla RUF, Fronte Rivoluzionario Unito, è un ‘entità organizzata: il suo capo Foday Sankoh -un ex-caporale dell ‘esercito- tratta con i mercanti internazionali, preleva tasse e sfrutta i suoi territori con il solo scopo di arricchirsi assieme al suo gruppo dirigente ed al suo istruttore e mentore Charles Taylor. Intanto chi non è utile a questo sfruttamento viene spinto dalla guerra ad emigrare: più di un milione di profughi si rifugiano in zone più tranquille del paese o varcano il confine con la Guinea-Conacry e la Liberia.
Tra il ‘92 e il ‘94 ci sono vari tentativi di pacificazione, ma il RUF non cede le sue roccaforti, intanto c’è una nuova, ancor più drastica, cura economica della Banca Mondiale che da i suoi risultati: l’inflazione cala dal 120 al 15%, ma la gente vede diminuire del 90% la disponibilità di generi alimentari. Un risultato tanto vincente sulla carta quanto mortale per la tenuta del Paese.
Nel ‘95 inizia la guerra di tutti contro tutti, l ‘obiettivo è il controllo delle miniere, uno degli scontri più importanti si svolge proprio presso la miniera di titanio di Sierra Rutile, la più importante, visto che da sola rappresentava oltre il 50% del commercio estero ufficiale. Le compagnie concessionarie straniere si difendono da sole e si rafforza la presenza di mercenari sia dell’est europeo che sudafricani e britannici. Ormai il governo esiste solo per dare la paga alle varie formazioni di militari, milizie locali (Kamajoh) e altre compagnie di ventura variamente composte. Con le elezioni del ’96 fa la sua comparsa una nuova atroce forma di lotta politica: il taglio delle mani per coloro che intendono andare a votare, una terribile risposta allo slogan governativo per le elezioni che recitava "Il futuro è nelle tue mani ". Nonostante tutto le elezioni esprimono finalmente un presidente: è Ahmed Tejan Kabbah, è il primo capo dello stato eletto nei 34 anni dalla fine del dominio coloniale inglese. Le elezioni e la mancata pacificazione arrivano a produrre ben due milioni di profughi che si riversano sia verso la capitale, che diventa una gigantesca baraccopoli, sia verso le zone più tranquille, cioè quelle povere di risorse. Molte migliaia di profughi raggiungono anche gli stati vicini.
Nel ‘97 ennesimo colpo di stato, il maggiore Johnny Paul Koroma caccia Kabbah e forma un governo con esponenti del RUF di Sankoh; Kabbah dall ‘esilio chiede l’intervento dell’ONU e tra il febbraio e il marzo ‘98 grazie alle truppe dell’ECOMOG il presidente viene reinsediato. Le truppe ECOMOG (ECOMOG, ECOWAS Monitoring Group), sono espressione dell’ECOWAS (Economic Community of West African States, la comunità economica dell ‘Africa Occidentale: Benin, Burkina Faso, Capo Verde, Costa d ‘Avorio, Gambia, Ghana, Guinea-Conacry, Guinea-Bissau, Liberia, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal, Sierra Leone e Togo), ma sono composte in prevalenza da nigeriani, nigeriano è il comandante e -soprattutto- la politica che viene condotta è la mera salvaguardia degli interessi nigeriani. In pratica il paese è diviso in due, sulla costa e al sud c’è il governo di Kabbah succube dalla Nigeria, il resto è in mano al RUF di Sankoh. Il 1999 inizia con l’attacco del RUF alla capitale Freetown, una carneficina inaudita, le truppe ribelli si fanno strada verso la capitale mandando avanti centinaia di bambini armati di vecchi fucili russi, ma imbottiti all ‘inverosimile di cocaina ed altre droghe. Già da tempo sia dall ‘una che dall ‘altra parte si fa ampio uso di bambini soldato, ragazzi di otto-dieci anni sottratti alle famiglie per farne guerrieri senza paura, oggetto di sfogo sessuale, o semplicemente procacciatori di cibo. Gli scontri dei primi mesi del ’99 riportano la Sierra Leone nell ‘ottica dei mass media e quindi dell ‘opinione pubblica mondiale che finalmente comincia a premere per un interessamento attivo dell ‘ONU nella questione, il 7 luglio ‘99 a Lomé (Togo) viene firmato l’accodo di pace, amnistia e integrazione tra il RUF ed il governo di Kabbah; Sankoh e Koroma entrano a far parte del governo di transizione verso le elezioni generali previste per il 2001. In dicembre fanno la loro comparsa a Freetown i primi caschi blu della UNAMSIL (United Nations Mission In Sierra Leone) che hanno il compito di affiancare e vigilare sul meccanismo di pacificazione denominato DDR (Disarmament, Demobilisation and Reintegration), l ‘ONU però, non avendo ancora messa a fuoco tutta la situazione sul terreno, chiede ai nigeriani di rimanere, quindi l ‘ECOMOG cambia cappello, ma resta.
Con la fine di aprile del 2000 l’ECOMOG finalmente si ritira e viene sostituito dall’UNAMSIL, il contingente di oltre 13.000 uomini è molto eterogeneo e comprende truppe di Nigeria, India, Kenya, Giordania, Guinea, Zambia e Bangladesh. Il passaggio di consegne tra i due contingenti è proprio il punto debole del quale approfittare. Infatti proprio con il ritiro delle truppe ECOMOG, si è creata una finestra di disorganizzazione nella quale i ribelli del RUF e le varie milizie scatenano tante piccole azioni di disturbo in modo da modificare a loro favore -de facto- la situazione sul campo in vista dell ‘applicazione dell ‘accordo di pace di Lomé. Questo dà il via ad una nuova guerra civile che vede coinvolte le truppe ONU in quasi tutti gli scontri, addirittura si arriva all ‘assurdo di avere oltre 400 tra osservatori e funzionari tenuti in ostaggio dai ribelli nelle foreste. Il contingente internazionale che è tra i più grandi che la Nazioni Unite abbiano mai dispiegato, è vittima della sua stessa disorganizzazione e delle gelosie interne. Solo la presenza britannica -come al solito in queste cose deve intervenire l’ex-potenza coloniale – dà un po ‘ di ordine alla reazione dell ‘UNAMSIL, ma una grossa polemica interna spinge il governo laburista di Tony Blair ad un rapido disimpegno: l ‘opinione pubblica britannica non riesce a digerire la foto, pubblicata in prima pagina da molti quotidiani, di un bambino soldato Kamajoh (cioè filogovernativo) armato con un grosso fucile fornito, assieme ad altri diecimila, con gli aiuti militari inglesi.

sierraleone2

Fonte www.sierra-leone.org Sierra Leone News 25 maggio 2000

Dalla guerra civile del maggio-luglio 2000 escono sicuramente sconfitti tutti, tutti coloro che hanno creduto in una minima speranza di pace e coloro che confidavano nella panacea rappresentata dall ‘intervento militare internazionale. L’azione internazionale più utile è stata un’altra: la pressione dell’opinione pubblica sull’oligopolio dei diamanti e la stesura del cosiddetto “processo Kimberley” sulla certificazione di provenienza dei diamanti, solo che -come al solito- il tempo passa ed oggi, una maggioranza significativa dei rivenditori di gioielli continua a non essere in grado di fornire garanzie sulla provenienza delle pietre.
Questa grossomodo è la cronaca della tragedia della Sierra Leone, gli ultimi quattro anni sono stati relativamente “tranquilli”: Kabbah è stato poi rieletto nel 2002, Strasser si dice viva in povertà, Sankoh è morto in carcere nel 2003, mentre Koroma è ora latitante inseguito, come Taylor, da una condanna del Tribunale Speciale Onu per la Sierra Leone. Nel 2004 ‘UNAMSIL ha passato il controllo del territorio alle autorità locali, riducendo il contingente fino a sciogliersi nel dicembre scorso. Resta l’economia locale impazzita, drogata com’è dai dollari degli inviati a vario titolo dall’Onu, la solita ripresa della prostituzione, trafficanti e tutto ciò che i dopoguerra di oggi ci hanno abituato a vedere, ma se ci fermiamo qui non possiamo comprendere la profondità dell’abisso. In Sierra Leone non sono stati utilizzati grandi e moderni sistemi d’arma, la guerra non è costata milioni di dollari al giorno. In quindici anni di guerra si è ammazzato col machete ed il Kalashnikov, una guerra di mutilazioni, di indicibili sofferenze per le popolazioni civili, una mattanza sistematica e continua. Gli ultimi dati attendibili (2004) dicono che la popolazione della Sierra Leone è composta per il 45,5% da bambini sotto i 14 anni, sono stati loro i protagonisti della guerra. Bambini addestrati -anche dagli specialisti delle private military companies occidentali- con la droga e completamente plagiati dai loro comandanti sono stati i protagonisti –carnefici e vittime- di tutti gli episodi più cruenti. Basti pensare che nei dintorni della capitale si dice siano sepolti oltre 2000 bambini uccisi nell ‘assalto del ’99 alle trippe ECOMOG. I bambini ex-guerriglieri si riconoscono dai tatuaggi, dai buchi della droga o dalla cicatrice sulla tempia dove si facevano spargere cocaina nell’imminenza dell’azione, gli altri -le vittime- si riconoscono dalle mutilazioni…

di Paolo Busoni per http://scienzaepace.unipi.it/

  

Vedi i video: http://www.youtube.com/watch?v=Zig3Eqpf6ek&feature=related

                                   http://www.youtube.com/watch?v=5bcvpOxktI0                                  

11 febbraio 2008

LA COLOMBIA SI RIARMA E COMPRA 24 CACCIA ISRAELIANI

Caccia

Pochi mesi fa i media mainstream fecero allarmare il mondo di fronte all’acquisto di armamenti di produzione russa da parte del Venezuela che fu accusato di fomentare una corsa agli armamenti nel continente. L’acquisto di 24 aerei da guerra israeliani da parte dell’aviazione colombiana testimoniano che forse avevano ragione e una corsa agli armamenti è in atto. Ma stranamente di questo non si allarma nessuno.
La seconda tranche di 13 aerei K-fir costerà 165 milioni di dollari per una commessa totale che supera i 300 milioni di dollari. I contribuenti colombiani li pagheranno con la “tassa sulla guerra” introdotta da Uribe lo scorso anno. Secondo il ministro della difesa di Bogotà, Juan Manuel Santos, che si è riunito a Tel Aviv con il suo omologo israeliano Ehud Barak, gli aerei da guerra appena acquistati non devono allarmare nessuno e non sono diretti contro nessuno. E infatti la stampa internazionale questa volta non si è per nulla allarmata. Quello che è sicuro è che i K-fir non devono allarmare particolarmente la guerriglia delle FARC visto che su quel fronte quel tipo di aerei sono molto meno inutilizzabili degli elicotteri e nonostante Santos assicuri che a quel fine sono stati comprati.
La notizia dell’acquisto degli aerei da guerra da parte colombiana giunge al termine di due settimane particolarmente difficili nella relazione tra Colombia e Venezuela. Mentre da più parti si chiede a Hugo Chávez di proseguire con la mediazione tra governo colombiano e FARC che dovrebbe portare alla liberazione di altri tre ostaggi nelle prossime ore, sia Washington e Bogotà cercano di boicottare il processo di pace promosso dal Venezuela e dai governi integrazionisti latinoamericani. John Walters, responsabile statunitense della lotta alla droga, ha trovato la maniera di elogiare Uribe e accusare Chávez di narcotraffico. Quindi la marcia convocata contro le FARC a Bogotà il 4 febbraio, si è trasformata in una manifestazione di appoggio al regime colombiano con tratti violenti e attacchi aperti contro il Venezuela.
La scorsa settimana il presidente venezuelano Hugo Chávez si era dichiarato allarmato dal riarmo colombiano e aveva preannunciato la messa in stato d’allerta di truppe venezuelane sul confine tra le due repubbliche sorelle. La Colombia spende in difesa circa il 4% del PIL contro appena l’1.6% venezuelano, il che, considerando gli ingenti aiuti militari statunitensi e che la Colombia ha quasi il doppio degli abitanti del Venezuela, rende palese la sproporzione di forze eventualmente in campo in un conflitto.
Il presidente ecuadoriano Rafael Correa, in dichiarazioni a Quito, si è detto altrettanto preoccupato quanto il presidente Chávez per il riarmo venezuelano in corso e ha ricordato sia l’alleanza tra Colombia e Stati Uniti, sia il ruolo diretto di Washington nel colpo di stato contro il governo venezuelano democraticamente eletto, l’11 aprile 2002 a Caracas.

di Gennaro Carotenuto per http://www.giannimina-latinoamerica.it

8 febbraio 2008

Il computer che inquina

Il legame tra ambiente e informatica è più complesso e ambiguo di quanto non sembri. Da un lato c’è un rapporto stretto e reciprocamente amichevole, simboleggiato dalle reti dei siti verdi e da tutte quelle battaglie per una maggiore consapevolezza sulle tematiche ambientali che vengono combattute con efficacia nella Internet dei social network e dei blog (si pensi già solo all’opera di sensibilizzazione di Beppe Grillo). Il Web è lo strumento perfetto per far sentire la propria voce e diffondere campagne e iniziative, anche quando declinate in senso satirico e parodistico, come dimostra il successo online del brano Quanta gioia quanta monnezza e del cortometraggio Io sono molto leggenda, entrambi ispirati all’emergenza rifiuti di Napoli.

Dall’altro, i computer e l’information technology stanno rapidamente diventando una delle maggiori fonti di inquinamento del ventunesimo secolo: sia sul fronte del consumo energetico che dello smaltimento dei rifiuti. I computer succhiano una quantità notevole di energia e contribuiscono all’emissione di tonnellate di anidride carbonica. Inoltre, complice anche un ciclo di vita dei prodotti sempre più ridotto, ogni anno milioni di pc, periferiche, cartucce per stampanti, telefonini e altri gadget (spesso costruiti con materiali altamente inquinanti) vengono dismessi e gettati nella spazzatura (e a volte spediti in qualche paese in via di sviluppo trasformato in una lussuosa discarica high tech).

Il problema non è più un segreto per pochi. Da anni Greenpeace stila una classifica di (de)merito delle aziende informatiche più inquinanti. Nell’ultima versione, pubblicata a dicembre, il pollice verde (in tutti i sensi) viene attribuito a SonyEricsson, Samsung, Sony, Dell e Lenovo. Pollice invece rigorosamente rosso e critiche assortite per Sharp, Microsoft, Philips e Nintendo. Va un po’ meglio rispetto al passato Apple, a cui Greenpeace dedica però un sito ad hoc per sensibilizzarla ai problemi dell’ambiente: Green My Apple.

Le aziende produttrici non sono tuttavia le uniche responsabili dell’inquinamento legato all’IT. Ci siamo anche noi, gli utenti. “Una nostra indagine”, spiega Massimiliano Tedeschi, amministratore delegato di Lexmark Italia, società attiva nel settore delle stampanti, “ha rivelato che il maggiore impatto ambientale in relazione al mondo printing non è generato dalle fasi di produzione e distribuzione, ma è connesso alla fase di utilizzo da parte del consumatore finale. Per esempio nel consumo della carta: se venissero impilate tutte quelle pagine che vengono stampate negli uffici senza mai essere toccate, riusciremmo a coprire due volte la distanza dal Nord al Sud del nostro paese”.

L’informatizzazione della società avrebbe dovuto portarci verso un mondo senza carta? Evidentemente, così non è stato. “Bisogna imparare a stampare in modo consapevole”, dice Tedeschi, “seguendo degli accorgimenti piuttosto semplici, come l’utilizzo fronte-retro dei fogli di carta o il controllo dell’anteprima di stampa per essere sicuri di stampare il documento corretto. Piccoli cambiamenti che possono contribuire a risparmiare sia in termini economici che di impatto ambientale. Se un’azienda di cinquanta persone si mettesse a stampare in modo “intelligente”, si arriverebbe a una riduzione di emissione di anidride carbonica pari a quella di un’auto che fa il giro del mondo”.

Il parallelo con le automobili funziona molto bene e viene citato anche da Alberto Bullani, country manager di VMWare. “Noi ci occupiamo di virtualizzazione”, spiega Bullani, “cioè della trasformazione di un server fisico in un software, un server virtuale. Oggi i computer vengono sottoutilizzati, si spreca un sacco di potenza, magari ci sono dieci server in un’azienda quando ne basterebbe uno. Noi gestiamo questo passaggio, lasciando l’impressione all’utente finale che non sia cambiato niente, che abbia ancora a disposizione dieci server. Invece ce n’è solo più uno, che però viene sfruttato al cento per cento”.

                          Le automobili, dicevamo. “In un anno un server produce circa quattro tonnellate di anidride carbonica, pari a quelle immesse nell’aria da una automobile e mezza. La riduzione dell’inquinamento grazie alla virtualizzazione è evidente. Se tu riesci a portare i server di un’azienda da cento a dieci, è come se togliessi quasi centocinquanta veicoli dalla strada. Moltiplica per il numero di aziende presenti nel nostro paese e si arriva a numeri impressionanti. D’altronde ormai l’industria informatica è una delle più inquinanti al mondo”.

Non è però solo lo spirito ambientalista che dovrebbe spingere ad adottare politiche di consumo informatico più intelligenti. “Sarebbe una bugia se dicessi che VMWare è nata per salvare l’ambiente”, ammette Bullani. “Dietro ovviamente c’è anche un discorso di profitto. Ed è proprio quello che dovrebbe spingere le aziende, sia piccole che grandi, a muoversi. Riducendo il numero dei server con la virtualizzazione, il risparmio economico è ingente: si può semplificare la gestione, ridurre gli spazi dei data center, spendere meno in manutenzione e in consumo energetico. Si migliora la qualità dell’ambiente e si tagliano un sacco di spese”.

Questo per i consumi. E per i rifiuti? Anche in quel campo si può fare di più. “Nel settore delle stampanti”, dice Tedeschi di Lexmark, “un problema piuttosto grosso è quello delle cartucce esauste. Ne vengono consumate alcune decine di milioni all’anno e sono considerate un rifiuto speciale, non pericoloso ma inquinante. Noi abbiamo adottato una serie di iniziative sia per le aziende che per i singoli utenti. Non possiamo permetterci di raccoglierle porta a porta, ma almeno possiamo indicare agli utenti, tramite il sito Internet, i più vicini centri di raccolta. Negli altri paesi europei inseriamo nella confezione delle cartucce una busta preaffrancata, da utilizzare per spedire indietro la cartuccia vuota. Peccato che questa regola non valga per l’Italia, perché le poste non sono autorizzate a raccogliere i rifiuti speciali. E’ l’unico paese in Europa che ha questa limitazione”.

di LUCA CASTELLI per www.lastampa.it

pc2

 

4 febbraio 2008

CO2 sotto il tappeto

 La Commissione Europea ha varato la strategia per abbattere i gas serra . Un piano ambizioso, che entro il 2020 si pone tre obiettivi: ridurre di almeno il 20 per cento le emissioni globali di gas serra, incrementare al 20 per cento rispetto al 1990 la quota di energia rinnovabile sul totale di quella consumata e aumentare l’efficienza del 20 per cento. Tutti traguardi sui quali ora dovranno pronunciarsi il Parlamento, il Consiglio europeo e i singoli Stati. Il costo totale previsto si aggira intorno ai 60 miliardi di euro da investire entro il 2020, vale a dire lo 0,5 per cento del Pil europeo. Il paese che dovrà faticare di più per mettersi in regola è di certo l’Italia, che dovrà tagliare del 13 per cento rispetto al 2005 le emissioni di gas serra da parte di settori non industriali, come trasporti e riscaldamento domestico, e far arrivare al 17 per cento del consumo energetico nazionale quello derivato da fonti rinnovabili. Come fare? Tra i diversi strumenti a disposizione dei paesi membri, l’Unione sembra puntare molto: la cattura e il sequestro di anidride carbonica. Entro il 2015, infatti, la Commissione vuole autorizzare ben 12 impianti dimostrativi in vari paesi, tra cui due impianti a carbone in Italia, uno al Sud e l’altro non ancora localizzato da affidare ad Enel. E dal 2020 in poi chi voglia costruire un nuovo impianto industriale lo dovrà fare a impatto zero, usando il sequestro di CO2 per eliminare le emissioni.

L’idea è quella di catturare la CO2 dal camino delle centrali elettriche a combustibili fossili, ma anche dalle raffinerie e dai cementifici, di separarla dagli altri gas di combustione e quindi di trasportarla, compressa e seccata, all’interno di tubi fino al sito di stoccaggio geologico, a 800 o più metri di profondità. “Con la Ccs, la CO2 prodotta nelle centrali elettriche o in altri grandi impianti viene separata dai gas reflui come azoto e nitrati, catturata e intubata a pressione di 80-120 bar”, spiega Fedora Quattrocchi, responsabile dell’Unità Funzionale “Geochimica dei Fluidi, Stoccaggio geologico e Geotermia” dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), e membro per l’Italia della Piattaforma Europea Zeffpp (Zero Emissions Fossil Fuels Power Plants). “Si tratta di un gas reattivo che, una volta in profondità occupa il sito prescelto, per esempio, un acquifero salino o un serbatoio depleto di idrocarburi, e va incontro prima a solubilizzazione e poi a mineralizzazione, dando vita quindi a nuovi minerali”. 

Con questo sistema, applicato su scala industriale, l’Europa conta di poter ridurre del 20-30 per cento le emissioni di CO2 globali. “In Italia abbiamo alcuni impianti a carbone o a olio da riconvertire: anche solo applicare questa tecnica a 4-5 grosse centrali da 15 milioni di tonnellate di CO2/anno di emissioni permetterebbe di raggiungere la metà del target aggiuntivo di emissioni da abbattere che ci ha imposto l’Unione Europea nel 2007, che è di 150 milioni di tonnellate CO2 annui. Con 10-15 siti di stoccaggio di CO2 si abbatterebbe il 60-70 per cento delle emissioni nazionali”, va avanti la ricercatrice. Facendo qualche calcolo, quindi, a fronte di una produzione di 500 milioni di tonnellate di CO2/anno, la tecnologia Ccs consentirebbe in Italia di abbatterne circa 200 milioni di tonnellate.

Ma con quali conseguenze? “Innanzitutto bisogna dire che la CO2 non è una scoria. E’ un clima-alterante atossico, ma non velenoso, reattivo in acqua e a contatto con roccia. Basti pensare che le nostre Dolomiti sono formate da CO2 sequestrata geologicamente nel passato durante la formazione dei sedimenti marini calcarei stratificati”, spiega Quattrocchi. Eppure la prospettiva di immagazzinare enormi quantità di anidride carbonica sottoterra fa sorgere domande: cosa succederebbe se un sito non fosse perfettamente sigillato? Di fronte a questa ipotesi, gli esperti di Ccs non hanno dubbi: se da un sito di sequestro geologico dove si iniettano, per esempio, 10 tonnellate di CO2 all’anno, cioè 200 milioni in 20 anni, fuoriuscisse l’1 per cento dell’anidride carbonica iniettata (2 milioni di tonnellate in 20 anni), la conseguenza peggiore sarebbe la comparsa di un sito di degassamento in superficie dopo un periodo che può andare dai 100 ai 1000 anni. “Di siti di degassamento naturale in Italia ce ne sono circa 200 e sono spesso sede di terme e di riserve Wwf, come nel caso di Tor Caldara a Lavinio; e sono tenuti sotto controllo dall’Ingv per conto della Protezione Civile, perché associati a zone di faglia o vulcani”, spiega Quattrocchi. “Se si temono possibili fughe negli acquiferi potabili da siti di stoccaggio di CO2 scelti male, invece, ciò che si rischierebbe è la comparsa di un poco di acqua minerale gassata”.

Utilizzato con successo da circa 30 anni negli Stati Uniti, anche per aumentare la produzione petrolifera, e da una decina in Canada e Norvegia, lo stoccaggio geologico di CO2, nei piani di Barroso, dovrà diventare una realtà anche nel vecchio continente. In Germania si sta procedendo a sondare possibili siti utili vicino a Berlino, in Francia vicino al bacino di Parigi, mentre Inghilterra, Norvegia e Danimarca puntano su impianti off-shore nel Mare del Nord. L’Italia, in questo contesto, sembra favorita rispetto agli altri. “Abbiamo il vantaggio di conoscere bene il nostro territorio, vista la sismotettonica e dal momento che l’Eni ha scavato circa 7000 pozzi negli anni Sessanta e Settanta in cerca di riserve”, continua la responsabile dell’Ingv, che per conto della Cesi Ricerca S.p.a. ha realizzato il catalogo italiano dei siti di stoccaggio geologico di CO2. “Di strutture geologiche sicure in Italia ce ne sono tra 100 e 200, con potenziale di stoccaggio intorno ai 20-40 Gtonnellate di CO2 sequestrabili in sicurezza sotto gli 800 metri. Se poi si pensa che per arrivare alla potenza di 2000 megawatt di una centrale a carbone servirebbero 1000 pale eoliche in un paese tanto povero di spazi e di vento, la convenienza dei Ccs è chiara. In ogni caso entrambe le filiere tecnologiche vanno portate avanti: anzi le industrie alimentate da elettricità pulita con Ccs daranno i fondi sufficienti a mandare avanti le rinnovabili”.

Resta però il problema dei costi. Che sono ingenti: circa 70 euro/tonnellata di CO2, valore che, dicono gli esperti, è destinato a scendere solo con l’avvio di questi impianti su scala industriale. E non mancano le perplessità. “Bisogna valutare con dati alla mano se questa tecnologia è vantaggiosa in termini emissioni nette”, spiega Francesco Vaccari, ricercatore dell’Istituto di Biometeorologia (Ibimet) del Cnr. “Va bene riuscire ad abbattere le emissioni, ma se per fare questo si consuma più energia allora meglio puntare sul cambiamento degli stili di vita e sulle fonti rinnovabili”. E sui metodi tradizionali, come le biomasse, per il sequestro dell’anidride carbonica. “La possibilità di catturare CO2 attraverso le piante è ancora valida e può dare un aiuto”, conclude Antonio Raschi, agronomo e dirigente di ricerca dell’Ibimet-Cnr. “In agricoltura dovrebbero essere bandite le tecniche che impoveriscono le sostanze organiche del terreno e incentivate quelle, come la semina su sodo, che nel corso degli anni possono dare il loro contributo nel sequestro della CO2”.

di Roberta Pizzolante per http://www.galileonet.it

Per saperne di più: http://www.blogalileo.com/presto-obbligatori-i-siti-di-stoccaggio-di-co2-in-europa/

                    http://www.modusvivendi.it/blog/2006/06/28/pannicelli-caldi-e-soffocanti/

co2

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: