Posts tagged ‘Corriere’

19 ottobre 2012

Cos’è questo golpe? Io so

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile.
Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.
L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

Pier Paolo Pasolini – Corriere della Sera, 14 novembre 1974

Annunci
28 ottobre 2011

Pm ricusato: è nervoso

Come ampiamente previsto, dopo il Giornale e il Corriere, anche Libero che era rimasto fermo un giro è corso a difendere il codicillo ad personam post mortem contra Veronicam inserito nel decreto sviluppo (di Piersilvio e Marina): “La nuova legge sull’eredità la vogliono le aziende” (soprattutto quelle di B.). Poi tutti a elogiare la pensione baby di madama Bossi, che la percepisce da quando aveva 39 anni, ma anche la proposta del padrone di mandare gli altri in pensione a 67. E tutti a stigmatizzare la grave scorrettezza di Fini, che ha ricordato perché Bossi non vuol alzare l’età pensionabile (anzitutto della sua signora): vergogna, tirare in ballo i parenti, si dimetta. A dirlo sono gli stessi che da due anni lo tirano in ballo per l’alloggio affittato dal cognato. Pur di dare sempre ragione al padrone, qualunque cosa faccia o dica o rutti, i suoi trombettieri si venderebbero madre, moglie, sorella e figlia. Ferrara all’inizio stravedeva per Sarkozy, lo chiamava Berlusarkò o Sarkoni, poi quello s’è messo a ridere alla parola “Berlusconi” e allora dàgli ai francesi, che fra l’altro sono tutti froci. E nuvole d’incenso per le figuracce del padrone in mondovisione. Ieri, sul Foglio, Lanfranco Pace lo paragonava a Kruscev all’Onu con la scarpa in mano: “Non sappiamo che farcene delle buone maniere… Meglio il cucù, l’impulso di farsi fotografare ‘ponendo cuernos a Piqué’ (le mitiche corna al vertice di Caceres, ndr), tirare fuori il kapò… la gaffe, la battuta da caserma, lo scandalo birichino… Viva lo sberleffo, la piazzata… il gesto stravagante, clamoroso”. Un po’ come il rogo di Primavalle e i gesti stravaganti, clamorosi dei Co.co.ri di Pace, Morucci, Piperno, Maccari: le risate. Ora bisogna prepararsi alle future battaglie stravaganti, clamorose. Per esempio quella per giustificare il padrone che al processo Mills non si farà interrogare perché, spiega l’on. avv. Longo, “il Presidente risponderebbe pure, ma non a un pm nervoso come il dottor De Pasquale”. Ecco una nuova regola da inserire nella riforma epocale della giustizia. Non solo il pm non dev’essere comunista, giustizialista, golpista, cancro da estirpare, antropologicamente diverso dal resto della razza umana, né tantomeno animato da accanimento giudiziario (chi indaga su B. deve lavorare svogliatamente, con levità e spensieratezza, usando la mano sinistra, mentre gioca a battaglia navale): ma soprattutto non deve essere nervoso. Altrimenti peggio per lui: non ha diritto di interrogare il premier. Il fatto che i pm possano essere innervositi dalle carrettate di insulti subìti in questi anni, dalle mazzette pagate ai e alle testimoni perché dicano il falso, dalla vagonata di leggi fatte apposta per mandare in fumo indagini e processi, per cancellare i reati, per estinguere i dibattimenti in anticipo con la ex Cirielli, la prescrizione breve e il processo lungo, o per sfuggire alla Giustizia con i lodi Schifani e Alfano, coi legittimi impedimenti e anche con quelli illegittimi, coi conflitti di attribuzioni e così via, non rileva. Il pm dev’essere sereno a prescindere. E come si fa a stabilire se è nervoso? Decide l’unico dominus del processo: l’imputato. Viene in mente lo sketch di Corrado Guzzanti nei panni del mafioso in gabbia che si fa portare i tre giudici: “Chillu altu non mi piace, tiene la faccia di minchia, prevenuta, ha già la sentenza in testa, non mi convince. Fuori. ‘U sigalignu si girasse e facesse vedere i mani… No, non mi piace, tiene le mani prevenute, è un minchia, un quacquaracquà, che mi rappresenta? Fuori. Puro le femmina non mi piace, picchì intantu è fimmina, poi tiene i capelli rossi, prevenuti. Se ne può andare… Ma è proprio l’ambiente che non mi piace, voglio cambiare città, chiedo di essere giudicato a Honolulu”. Era il 2002, ai tempi della legge Cirami sul legittimo sospetto. E Corrado pensava di scherzare. Invece stava solo anticipando di dieci anni il prossimo editoriale unificato di Sallusti, Belpietro, Minzolingua e Ferrara.

di Marco Travaglio, IFQ

19 ottobre 2011

Prendo le distanze

Siccome in Italia siamo specializzati nel passare dalla tragedia alla farsa, va di moda lo sport di “prendere le distanze dalla violenza”. Anche se non si sono mai commessi atti di violenza né si conosce alcuno che ne abbia commessi. Io, per esempio, mi autodenuncio: mai frequentato black bloc. Se vedo Er Pelliccia armato di estintore, ne prendo le distanze, onde evitare di beccarmelo in testa. Quindi non vedo da chi dovrei prendere le distanze, né perché. Eppure ogni volta che esplode qualche caso di violenza politica, scopro di esserne un mandante morale. Lo dissero, col mio nome e il mio cognome, Sallusti e Cicchitto quando un matto tirò un souvenir in faccia a B. L’ha ripetuto l’altroieri senza nominarmi il Giornale, elencando i “cattivi maestri“ che armerebbero la mano ai black bloc: i miei amici di Libertà e Giustizia e MicroMega. Il Foglio, alla lista degli “ipocriti agitatori”, aggiunge anche il Fatto, e se lo dice Ferrara c’è da credergli: lui da sessantottino veniva giù da Valle Giulia col bastone in mano e da comunista impugnava manici di piccone per menare gli occupanti dell’Università di Torino. Del resto la giaculatoria del “prendere le distanze” ce la siamo ciucciata dopo tutte le manifestazioni pacifiche degli ultimi dieci anni, dal Palavobis ai Girotondi ai V-Day di Grillo. L’altroieri i tre tenori Cazzullo, Battista e Ostellino, i Vavà-Didì-Pelé del monito pompieresco, invitavano pensosi chiunque li leggesse a prendere le distanze dalla violenza. Chi non lo fa diventa ipso facto “indulgente”, “giustificazionista”, praticamente complice, forse mandante. Tesi curiosa, almeno da parte di Ostellino, che un mese fa definiva “delazione” l’invito dell’Agenzia delle Entrate a denunciare gli evasori fiscali. Denunciare chi brucia un cassonetto è un dovere civico, invece denunciare chi ruba milioni alla collettività è spionaggio. Poi ci sono i politici: quanto a violenza, hanno una coda di paglia talmente lunga (molti han trattato con la mafia e candidato picchiatori neri e rossi degli anni ‘70) che prendono le distanze da tutto e tutti, anche da chi tampona con l’auto sottocasa. Il Giornale e Libero invocano pene esemplari per Er Pelliccia, quello che lancia l’estintore a due metri rischiando di darselo sui piedi (il reato dovrebbe essere getto pericoloso di cose, 1 mese di arresto o 206 euro di multa) e, quel che è peggio, mostra il doppio dito medio. Noi giustizialisti siamo d’accordo, anche perché, a dar retta al Giornale e a Libero, Bossi e la Santanchè girerebbero coi moncherini. Belpietro vuole intercettare i black bloc. Perfetto. Speriamo che non dicano, come B. a Lavitola, “facciamo la rivoluzione, ma vera, portiamo in piazza milioni di persone, facciamo fuori il palazzo di Giustizia di Milano, assediamo Repubblica”, sennò l’ergastolo non glielo leva nessuno. Si auspica pure il gabbio per gli incappucciati. Bene, si proceda: ma come la mettiamo con i piduisti B. e Cicchitto e con tutti gli onorevoli massoni? Il ritorno alla legge Reale ha i suoi pro e i suoi contro. Fra i contro, il fatto che non basta autorizzare i fermi preventivi (peraltro già previsti, come le misure di prevenzione: obbligo di firma, divieto o obbligo di dimora etc.): bisogna prima individuare chi sta per commettere un reato. Cioè avere servizi di intelligence che funzionino, magari evitando che perdano tempo a trattare con la mafia. Invece qui sono tutti bravi a vantarsi di conoscere i violenti uno a uno, il giorno dopo. Mai, purtroppo, il giorno prima. Ieri Maroni ha intrattenuto il Senato con un peana ai poliziotti picchiati. Sacrosanto il peana, un po’ meno il pulpito. Maroni è stato condannato a 4 mesi e 20 giorni per aver picchiato alcuni agenti della Digos. Ed era imputato con Bossi, Calderoli e altri noti pacifisti per aver organizzato la Guardia nazionale padana armata di tutto punto, almeno finché il governo B. depenalizzò l’“associazione paramilitare a scopo politico” e li salvò tutti. Qualcuno ha preso le distanze?

di Marco Travaglio, IFQ

26 maggio 2011

Via Sonniferino

Da quand’è iniziata la campagna elettorale a Milano, i lettori del Pompiere della Sera devono munirsi di stuzzicadenti per tenere aperte le palpebre durante la lettura, pena il precipitare in un profondo letargo che potrebbe anche durare anni. Per non scontentare nessuno (mission impossible: il Giornale è riuscito ugualmente ad accusare il Corriere di tirare la volata alle Brigate Pisapia), il quotidiano di via Solferino sforna prime pagine degne di una gazzetta di fine ‘700, con titoli appetitosi come quello di ieri: “Il governo ottiene la fiducia” (come dire: cane morde uomo, l’esatto contrario di una notizia). E anche le rare volte in cui schiera editorialisti frizzanti come Ainis e Stella, li ammoscia subito con titoli emollienti tipo “La bonaccia delle Antille” o “Risse elettorali, problemi reali”. Ora, è comprensibile che il povero titolista alle prese con l’anestetico Massimo Franco – il notista politico che si addormenta mentre scrive, dunque non riesce mai a rileggersi – non ce la faccia proprio ad andare oltre un arrapante “Le ragioni di un crescente dissenso” o un eccitante “La maionese impazzita”. Idem quando il malcapitato deve dare un senso alle pippe di Alberoni, detto anche il Banal Grande: visto quel che gli tocca leggere, ben si comprende che gli escano titoli come “Competizione e solidarietà, il difficile equilibrio”, “I guai dell’Italia sono affrontabili, si deve ascoltare la gente e fare”, “Per favore non confondete la modestia con l’umiltà”. Ma la politica italiana è cabaret puro, i giornalisti esteri fanno a pugni per venire in Italia a raccontarla: solo gli equilibristi del Pompiere riescono ad appallarsi e ad appallare i lettori anche su quella, con titoli al brodino, alla vaselina, ma soprattutto al bromuro. Fior da fiore dalle prime pagine dell’ultimo mese: “Berlusconi e Bossi divisi sui pm” (wow), “Si infiamma la sfida di Milano” (slurp), “Tra polemiche e programmi” (evvai), “Berlusconi all’attacco di Pisapia” (ma va?), “Berlusconi contro la sinistra, la campagna elettorale si chiude tra accuse e tensioni” (roba da transennare le edicole), “Attacco di Bossi a Pisapia” (chi l’avrebbe mai detto), “Berlusconi in tv riaccende lo scontro” (libidine), “Libia, governo sotto pressione” (perdindirindina), “Berlusconi e Bossi trattano” (perdincibacco), “Costituzione, si riapre lo scontro” (goduria), “Ministeri, scintille tra Lega e Pdl” (scintillante), “I richiami di Quirinale e vescovi” (a chi? mah, boh). Il tutto accompagnato da sapidi editoriali che invogliano alla lettura fin dal titolo: “Un po’ di serietà” (Cazzullo), “La possibilità di un divorzio” (Romano), “La supplenza necessaria” (Galli della Loggia), “Lo sguardo miope” o “Distanti e divisi” (Panebianco), “Dialogare, la battaglia più difficile” (Polito El Drito), “Le alte cariche e il silenzio” (Verderami). Uno s’immagina i migliori cervelli fumanti del primo quotidiano italiano armati di estintore e casco giallo, impegnati in lunghi summit nella stanza del direttore dove a starci attenti si ausculta lo sferragliare delle meningi e il centrifugare dei neuroni, per partorire alfine quei capolavori di dolce dir niente. Poi dice che uno si butta su Sallusti e Belpietro: con quelli, almeno, si ride. L’altroieri, a edicole unificate, Giornale e Libero titolavano sulle multe Agcom: “Vietato intervistare Silvio” (in realtà è vietato intervistare solo Silvio). Ieri altri due titoli al ciclostile: “Fango a orologeria su Scajola”, “Giustizia a orologeria: si vota e rispuntano i veleni su Scajola”. È il modo di Olindo e Mentoliptus di raccontare che la Procura di Perugia ha chiesto il rinvio a giudizio della Cricca e, fra le carte, c’è la lista dei regalini di Anemone a Bertolaso, Balducci e anche a Scajola. Che c’entri l’“orologeria” non è dato sapere, visto che né Anemone né Bertolaso né Balducci né Scajola sono candidati. L’altro giorno zio Tibia titolava: “Proposta choc di Cappato, alleato radicale di Pisapia: Milano aperta a gay e droghe”. Passi per le droghe, ma che significa “Milano aperta ai gay”? Che oggi è chiusa? Che i gay vengono fermati alla cinta daziaria? Signorini lo sa?

di Marco Travaglio, IFQ

21 aprile 2011

Abrogare Aristotele

Anziché affannarsi a riscrivere questo o quell’articolo della Costituzione, B. e i suoi trombettieri farebbero prima ad abrogare per decreto il principio di non contraddizione. Ciò che li frega è la Logica aristotelica, per cui se A=B e B=C, C=A. Per quanti sforzi facciano, non riescono proprio a starci dentro. Ieri il Giornale di Olindo Sallusti esibiva in prima pagina un sapido commento di Mario Giordano, dal titolo: “Montezemolo ha già scelto: sta con Travaglio”. La tesi è tanto semplice quanto demenziale: “Il Fatto nasconde in una breve il processo per abuso edilizio ad Anacapri a carico del presidente Ferrari, e questi in cambio ‘presenta il suo progetto politico sul Fatto che dimentica il giustizialismo e si traveste da mensile patinato’ trattandolo con ‘affettuosità e magnanimità’”. Il pover’uomo forse ignora che la notizia del processo per i presunti abusi ad Anacapri l’ha data proprio il Fatto, in prima pagina, grazie a uno scoop del nostro Vincenzo Iurillo. Il Giornale intanto non sapeva, o se sapeva dormiva: meglio tenersi buono Montezemolo, vedi mai che entrasse in politica rubando voti al padrone. Ora che pare abbia deciso, la notizia vecchia di mesi finisce in prima pagina sul Giornale, così Montezemolo impara a dar fastidio a B. Segue lezioncina di buon giornalismo a noi che l’abbiamo scovata e svelata per primi. Naturalmente Montezemolo non ha mai “scelto il Fatto” per “presentare il suo progetto politico”. Semplicemente chi scrive, qualche giorno fa a Exit, ha rammentato che il conflitto d’interessi non ce l’ha solo B. Ce l’avrebbe anche Montezemolo, con tutti gli incarichi che ricopre, se entrasse in politica. L’indomani il manager ci ha telefonato in redazione per precisare che “ove mai entrassi in politica, metterei in un blind trust le mie azioni Ntv (la società fondata con Della Valle per treni superveloci, ndr) o le venderei a un altro socio”. L’avrebbe detto a chiunque gli avesse contestato il potenziale conflitto. Se l’ha detto a noi è perché noi gliel’abbiamo contestato. Se non l’ha detto al Giornale è perché al Giornale, comprensibilmente, la parola “conflitto d’interessi” è come “bunga-bunga”: proibita. Se qualche redattore se la lascia scappare, il correttore automatico la cancella. Ma questi ragionamenti semplici, elementari, comprensibili anche da un bambino un po’ tonto, da quelle parti non hanno cittadinanza. Del resto, sono giorni che gli house organ della Banda Larga martellano Fini perché ha incontrato i vertici dell’Anm, autorizzando così il sospetto di “collusione con la magistratura”: finirà che il presidente della Camera dovrà incontrare Totò Riina per dissipare l’infame sospetto e far contento il premier. Gli stessi trombettieri massacrano la Bindi perché ha dato del “piduista” a Cicchitto, tessera P2 n. 2232, fino a farle ammettere di aver un po’ “esagerato”. Intanto Pierluigi Battista, che non ha scritto una riga contro B. che dà dei “brigatisti” ai magistrati milanesi, seguita a massacrare Asor Rosa perché ha invocato la forza pubblica per rimuovere B. e, non contento degli amorevoli moniti di Pigi, ha ribadito il concetto del “golpe democratico”. Il che – per Cerchiobattista – è indice di “sfiducia nelle virtù del voto” e dell’“incapacità della sinistra di comprendere le ragioni delle sue molteplici e reiterate sconfitte” attribuite “alla cattiveria del Nemico o alla decadenza antropologica di un elettorato irretito dal grande ciarlatano”. Forse l’acuto tuttologo del Pompiere dimentica che B. siede abusivamente, illegalmente in Parlamento e dunque al governo da 17 anni, essendo sempre stato ineleggibile in quanto concessionario pubblico. E ciò in virtù di una legge fatta non da Asor Rosa, ma da Mario Scelba (Dc): la n. 361 del 1957. Le elezioni sono una splendida cosa, ma B. non avrebbe mai potuto parteciparvi. Dunque non avrebbe mai vinto, salvo rinunciare alle concessioni tv. Ergo non avrebbe mai vinto, punto. È abbastanza chiaro o serve un disegnino?

di Marco Travaglio, IFQ

4 aprile 2011

Credere, obbedire e leccare

Se non si professasse “liberale” ogni due per tre e non scrivesse perciò sul Corriere della sera, Piero Ostellino meriterebbe la considerazione pressochè nulla che si deve ai tipici intellettuali italiani che attaccano sempre il cavallo alla mangiatoia giusta: craxiani quando comanda Craxi, berlusconiani ora che comanda B., domani dipende da chi comanda. Invece molti lo credono un “liberale” per davvero, al punto che ha finito col crederci persino lui. Tant’è che nei suoi articoli – usati in molte sale operatorie al posto dell’anestesia totale e riassumibili quasi sempre nel motto “I love B.” – egli usa citare a sostegno delle sue corbellerie ora Tocqueville, ora Stuart Mill, ora Locke, ora Montesquieu, ora tutti e quattro insieme (ovviamente ignari e incolpevoli di tutto). Ieri, a riprova del fatto che B. dev’essere davvero malmesso, di articoli ne ha scritti addirittura due in un sol giorno: uno a pagina 1  , l’altro a pagina 57. A pag.1 sostiene che “i pm processano B più per tigna che per obbligatorietà dell’azione penale”, dunque, in ossequio a un non meglio precisato “pensiero del 700 e dell’800”, urge la “separazione dei poteri”, ergo hanno ragione B. e Alfano a mettere il potere giudiziario al guinzaglio di quello politico. Sragionamento che ricorda il celebre sillogismo di Montaigne: “Il salame fa bere, bere disseta, dunque il salame disseta”. A pag.57 Ostellino definisce “ridicola” la presunta “intenzione” della Procura di Roma di “incriminare B. per concussione a seguito di una telefonata in cui chiedeva la chiusura di Annozero”, precisando che “di tale incriminazione non me ne potrebbe (sic, ndr) fregare di meno”. Resta da capire perché allora abbia deciso di ammorbarne i lettori, già duramente provati dal primo articolo. In ogni caso la Procura di Roma non ha alcuna “intenzione di incriminare” B. per le pressioni anti-Annozero: per il semplice motivo che, per quei fatti, B. è già indagato da più di un anno (prima a Trani e poi per competenza a Roma). Ostellino trova “ridicola” l’indagine perché, “se si perseguissero i politici che telefonano ai direttori di giornali affinchè non facciano scrivere i giornalisti sgraditi, il Parlamento sarebbe vuoto e i tribunali sarebbero pieni”. Evidentemente il “liberale” de noantri, quando dirigeva il Corriere, riceveva pressioni da politici per non far scrivere giornalisti sgraditi e non faceva una piega, trovando la cosa assolutamente normale. Qui però gli sfuggono un paio di particolari. 1) La Rai non è un giornale privato: è un’azienda pubblica i cui dirigenti – diversamente dai direttori di giornale – sono “incaricati di pubblico servizio”. 2) B., per far chiudere Annozero, non chiamò un direttore della Rai, ma alcuni membri dell’Agcom, che dovrebbe essere un’“autorità indipendente”, invece B. la tratta come il cortile di casa sua. Condotta che, a un vero liberale, dovrebbe far rizzare tutti i capelli in testa. Infatti a Ostellino “non potrebbe fregare di meno”. Anche perché costui non sa nemmeno quel che è successo. Siccome le notizie smentirebbero puntualmente ciò che scrive, le rimuove. Non legge i giornali, nemmeno quello che generosamente ospita i suoi delirii. Infatti si domanda “che è stato convocato a fare George Clooney fra i testimoni del processo Ruby”. Forse “per consentire ai pm di raccontare in famiglia di aver parlato con l’uomo che fa pubblicità alla stessa marca di caffè che si beve in casa e, magari, di averlo trattato con giusto distacco?”. Non sia mai che “la giustizia diventi avanspettacolo” per “epater le bourgeois”. Ora, è affascinante il sospetto che la Boccassini arda dal desiderio di raccontare in famiglia di aver conosciuto Clooney. Purtroppo per il nostro tapino, a chiamare Clooney come teste non è stata la Procura, ma l’on. avv. Niccolò Ghedini, difensore di B. Come hanno scritto tutti i giornali. Corriere compreso. In tutte le pagine fuorchè nella numero 57. Lì è vietato l’accesso alle notizie per non disturbare Ostellino.

di Marco Travaglio, IFQ

29 marzo 2011

Bagnetto penale

Uno legge il sito del Corriere: “B. in Tribunale, bagno di folla e ‘nuovo predellino’”. E si fa l’idea che una fiumana di fans abbia risposto alla cartolina precetto dei sottosegretari-badanti Santanchè e Mantovani per scortare il Cainano tra due ali di folla al processo Mediatrade. Poi, per fortuna, il sito del Fatto informa: 49 persone, in parte noti figuranti presi a nolo dal Biscione, hanno accolto il premier all’ingresso del Tribunale e all’uscita erano saliti addirittura a un centinaio. Compresi cronisti, fotografi, cameraman, curiosi e uomini della scorta che avvolgevano l’ometto con un modello portatile di giubbotto antiproiettile, anzi antisputo. E lui sul predellino a salutare i fotografi e i passanti. Più che un bagno di folla, un bagno penale. Anzi, un bagnetto. Non male, per uno che vanta una popolarità del 110 per cento. La verità è che si sta rapidamente estinguendo: evapora pezzo dopo pezzo. Sarà per quel malaugurato 17° anniversario della prima vittoria elettorale (28 marzo ‘94), ma non gliene va bene una. In famiglia l’hanno interdetto. Al governo è commissariato da Tremonti, Bossi, Maroni e La Russa. Alla Camera è ostaggio di Romano, Pionati e Scilipoti. Chiunque passi nei suoi dintorni è colto da sfighe bibliche. Persino Maldini, il calciatore, è finito a giudizio per corruzione. E la Merkel, che dire della povera Merkel? Sabato Frattini Dry sostiene di “avere delle idee” e per dimostrarlo annuncia a Repubblica un “piano italo-tedesco” per la Libia. Un’idea come un’altra, per carità. Il guaio è che la Germania non ne sa nulla: secondo Repubblica, “il piano Frattini imbarazza i tedeschi”. Anzi, “li spiazza”. Perché, molto semplicemente, non sono stati avvertiti. Infatti fanno sapere che loro parlano “con tutti i partner internazionali”. L’asse Roma-Berlino (Tokyo ha abbastanza guai per conto suo) è un’invenzione di F.F.: un asse del water (da cui gli “imbarazzi” di stomaco tedeschi). Ma basta la nomination frattiniana per condannare la Merkel a una disfatta elettorale mai vista. Pare che ora la cancelliera abbia pregato il governo italiano di non citarla mai più, se non per dichiarare guerra alla Germania. È gelosa di Sarkozy che – da quando B. e gli house organ bombardano la Francia e Ferrara minaccia di sganciarsi su Parigi come arma batteriologica – si sta riscattando in Libia: la rivolta con le bandiere francesi va a gonfie vele, anche perché B. sta di nuovo con Gheddafi. Terrore invece a Lampedusa: si mormora che, non bastando i disastri combinati da Maroni e Frattini Dry, voglia occuparsene direttamente B. Che, nell’attesa, manda avanti la Michela Vittoria Brambilla per lanciare dalle colonne del Giornale “un ultimatum alla Tunisia”: “Basta sbarchi”. Già ci pare di sentire la risposta dei tunisini terrorizzati: “Se no?”. Se no – avverte la triglia salmonata – “si arresterà qualunque tipo di promozione del turismo in Tunisia da parte nostra”. Mecojoni, se dice a Roma. Anche il Giornale di Olindo Sallusti dà il suo contributo: rivela che i profughi sono “clandestini radical chic” e “griffati”: uno porta “il cappellino Adidas” e in un servizio di Annozero si scorge addirittura “un paio di scarpe che potrebbero essere Nike”. Ergo, bando alle ciance: questi sono ricchi sfondati (e pure “poligami”, denuncia la Maglie), ma si travestono da disperati per dar noia al governo. Dunque – spiega sempre il Giornale di zio Tibia – “la strada non può che essere quella che aveva ispirato la proposta fatta da Berlusconi, Bossi e dallo stesso Tremonti anni fa”. Una proposta preveggente, visto che fu lanciata “anni fa”, prima delle rivolte in Nordafrica: “Destinare una quota dell’Iva, via volontariato, per aiutare’ chi viene da quei paesi, ma ‘in casa loro’…”. In una parola: “Sussidiarietà internazionale”. Nessuno sa che diavolo significhi “destinare una quota dell’Iva via volontariato”, ma fa lo stesso. A Lampedusa c’è la guerra civile e il governo fa la supercazzola.

di Marco Travaglio, IFQ

18 febbraio 2011

La rana dello scandalo

Nel film Una scomoda verità Al Gore racconta un apologo: “Se una rana si tuffa in una pentola d’acqua bollente, salta subito fuori perché avverte il pericolo. Ma se si tuffa in una pentola d’acqua tiepida, che viene portata lentamente a ebollizione, non si muove affatto, rimane lì anche se la temperatura continua a salire. E alla fine muore bollita, se qualcuno non la salva. Il nostro sistema nervoso collettivo è come quello della rana: serve una scossa improvvisa perché ci rendiamo conto del pericolo. Se invece ci sembra graduale, anche se arriva velocemente, restiamo seduti senza reagire”. Difficile illustrare meglio l’assuefazione che narcotizza gli italiani. Due anni fa si scopre che Marrazzo era ricattato da tre carabinieri che l’avevano filmato illegalmente nell’alloggio del trans Natalì durante un festino con cocaina. Il Corriere, in un editoriale di Pigi Battista, scrive giustamente: “Un governatore sotto ricatto è politicamente dimezzato e azzoppato, impossibilitato a svolgere… le funzioni che vanno ben al di là delle sue privatissime vicende. Le istituzioni devono essere messe al riparo da ogni sospetto e interferenza.   Marrazzo deve valutare se fare un passo indietro non sia l’unico gesto pieno di dignità”. Ora che sotto ricatto (oltreché sotto processo) c’è B., il Corriere si guarda bene dallo scrivere che “un premier sotto ricatto è politicamente dimezzato e azzoppato, impossibilitato a svolgere le sue funzioni” e dunque B. “deve valutare se fare un passo indietro”. Anzi Sergio Romano, con l’aria di chi sta facendo una birichinata, scrive che B. deve “accettare il giudizio” e, se lo fa, “darà una prova di coraggio”. Cioè: quel che fanno ogni giorno migliaia di cittadini rinviati a giudizio, se lo fa B. diventa un atto temerario. Anche perché B. è perseguitato: la concussione è “un reato minore”, “uno dei meno perseguiti della politica italiana” (forse perché non tutti i politici chiamano le questure per far rilasciare prostitute minorenni marocchine fermate per furto). E il processo deriva non da due reati, ma da “un pericoloso cortocircuito tra politica e magistratura, un nodo che risale a Mani Pulite e non siamo ancora riusciti a sciogliere”. Ergo, diversamente da Marrazzo, che se ne doveva andare sebbene non indagato, l’imputato B. deve resistere perché “nessuno, se non in presenza di sentenza definitiva, può impedirgli di restare a Palazzo Chigi… La politica non si fa nei palazzi di giustizia, ma nei parlamenti e nei seggi elettorali”.   Questi liberali alle cozze sono talmente assuefatti al peggio da non notare nemmeno le vergogne che ogni giorno passano sotto i loro occhi. L’ultima è lo scandalo Alfano denunciato oggi dal Fatto a pag. 2: il caso pietoso di un presunto ministro della Giustizia che ogni due per tre annuncia mirabolanti “riforme organiche” peraltro mai viste, mentre si son viste due leggi bocciate dalla Consulta perché incostituzionali (lodo Alfano e legittimo impedimento) e altre disperse nei meandri parlamentari (intercettazioni, processo breve, separazione delle carriere e altre porcate). In compenso questa fronte inutilmente spaziosa entra ed esce da casa B. (le rare volte in cui è libera da escort e minorenni) per discutere dei processi a B. con gli avvocati di B., come un viceghedini qualsiasi. L’8 febbraio scorso, per esempio (vedi  ilfattoquotidiano.it  ), B. riceve a Palazzo Grazioli i suoi legali Ghedini, Longo e Pecorella, ma pure Alfano. Che, già che c’è, si porta dietro la capufficio legislativo, Augusta Iannini, giudice e consorte di Vespa. La signora non gradisce che si rammenti di chi è moglie e ci scrive piccata: “Mi pare doveroso raggiungere il ministro quanto e dove lui ritiene”. Anche quando non si discute delle leggi sulla giustizia, ma dei processi al premier? Le impietose riprese del Fatto documentano poi, il mercoledì seguente, che la Iannini sale a palazzo ben prima di Alfano e ci rimane anche dopo l’uscita di Berlusconi, quando nell’edificio rimane solo il fratello Paolo. Che fa, spegne anche le luci?

di Marco Travaglio – IFQ

2 febbraio 2011

Israele infiamma il Corriere

Non bastavano le baruffe tra gli azionisti, le proteste della Fiat per i fondi di Mucchetti, le battutacce di Della Valle contro “l’arzillo vecchietto” Bazoli, le bizze del Cdr, le proteste di redattori e redattrici per gli articoli di Ostellino sulle donne. Adesso, sul già ingombro scrittoio albertiniano di Ferruccio de Bortoli è piovuta una nuova grana: il duello (per lo più a colpi di fioretto, ma con qualche fendente sotto la cintola), tra due autorevoli editorialisti, Pierluigi Battista e Sergio Romano. Fin dal titolo, l’ultimo pamphlet di Battista Lettera a un amico antisionista (Rizzoli) sembra rifare polemicamente il verso alla famosa (e famigerata) Lettera a un amico ebreo di Romano, che tanto polverone aveva sollevato quindici anni fa. Quasi a sottintendere che il vero bersaglio è proprio l’ambasciatore. A farlo notare è stato, in una megarecensione pubblicata in prima pagina del Corriere, lo scrittore Alessandro Piperno, altra   firma di punta di via Solferino e rappresentativo esponente della comunità ebraica. Come molti libri di Battista, anche questo si inserisce nel filone delle autoanalisi tutte interne alla cultura di sinistra o ex-sinistra o post-sinistra, che in Italia sembra più impegnata a sondare il proprio inconscio che a smascherare le paranoie della cultura di destra oggi imperante nei media e nel paese.

CIÒ DETTO, l’antisionista descritto da Pigi – uno che si asciuga le lacrime dopo aver visto Schindler’s list ma non fa una piega quando Ahmadinejad convoca a Teheran l’internazionale negazionista per denunciare la “menzogna di Auschwitz” – corrisponde a una tipologia purtroppo assai familiare, che mi ha sempre provocato un’istintiva allergia   . Battista non commette l’errore di assimilare l’antisionismo all’antisemitismo. Tra questi due sentimenti individua una linea di demarcazione sottile, ma anche un nesso importante: “Seppure gli antisionisti non sono tutti antisemiti senza sfumature – spiega   – non c’è purtroppo antisionista che non sia prigioniero di un’ossessione che con l’antisemitismo, fatalmente, ha molte parentele. Di una malattia culturale il cui sintomo principale a me pare si possa definire come il ‘morbo della dismisura’. Dismisura nei giudizi, nei pregiudizi, nel lessico, nei furori inconsulti e incontrollati”. Insomma, Romano non sarà antisemita, ma degli antisemiti è parente stretto.    Di fronte a bordate così pesanti, perfino l’ambasciatore, di solito alieno da ogni dismisura, è costretto ad alzare la voce: “Quando parlo di Israele – precisa in una tagliente replica sul Corriere di ieri – non metto in discussione le sue origini e la sua esistenza.   Discuto invece il sionismo realizzato, vale a dire lo Stato sorto nel 1948, la sua configurazione e la sua politica. E constato alcune anomalie che hanno evidenti ricadute sulla situazione internazionale e rendono la questione palestinese terribilmente imbrogliata”. Nessuna ambiguità sull’Olocausto, “senza dubbio il peggior crimine del secolo, molto più grave… dei giganteschi massacri staliniani”. Ma attenzione, “se viene usato per zittire i critici d’Israele, corre il serio rischio di venire declassato a strumento politico. Il caso americano è particolarmente significativo. Ogniqualvolta il governo degli Stati Uniti si appresta ad adottare una linea politica sgradita a Israele, la lobby filoisraeliana scende in campo con tutte le forze e le alleanze di cui dispone, e riesce generalmente a trasformare   la maggiore potenza mondiale in un mediatore impotente. Che cosa accadrà il giorno in cui gli Stati Uniti si accorgeranno che gli interessi israeliani non sono sempre necessariamente quelli dell’America? Molti ebrei americani   ne sono consapevoli e provano un evidente disagio. Se queste analisi e queste preoccupazioni sono antisioniste – conclude Romano – eccomi qui. Ma la definizione non mi convince”.    CHIUSO l’incidente? Macché. A dare man forte a Battista scendono in campo gli anti-antisionisti di  Informazionecorretta.com  , implacabili censori di ogni articolo non incondizionatamente encomiastico verso la politica israeliana. “Diciamo la verità – commenta acido Giorgio Israel. – Se Sergio Romano si esprimesse sulla questione ebraica e sul sionismo con lo stile che ha usato sul Corriere, si potrebbe rimanere   in dissenso totale con lui e considerare le sue tesi come totalmente infondate ma non accusarlo di usare un linguaggio, diciamo così, ‘politicamente scorretto’. Ma non risulta che egli abbia fatto ammenda di tante espressioni spiacevoli (per usare un eufemismo), come: l’ebraismo definito ‘il catechismo fossile di una delle più antiche, introverse e retrograde confessioni religiose mai praticate in Occidente’, la definizione della Shoah come ‘polizza di assicurazione’ o dell’ebreo come ‘orgoglioso, radicale, spesso miope e intollerante’”. Se davvero ha scritto queste cose, Romano dovrebbe chiedere scusa agli ebrei.   Ma anche i militanti di Informazione corretta hanno di che fare ammenda. Anni fa pubblicai, nel giornale che allora dirigevo, un bell’articolo dell’ebraista Giulio Busi sui giovani poeti israeliani. Una recensione tutta in positivo, senz’ombra di antisionismo. Commisi l’errore di affiancarla alla fotografia, molto suggestiva, di un gruppo di bambini palestinesi. Tanto bastò per attirarmi i sarcasmi dei colleghi di Informazione corretta. E diverse mail minacciose e zeppe di contumelie da parte dei loro lettori più zelanti. Evidentemente, “il morbo della dismisura” che Battista addebita agli antisionisti è una sindrome super partes, distribuita in dosi pressoché uguali nel campo avverso.

di Riccardo Chiaberge – IFQ

5 gennaio 2011

Battista nel paese delle meraviglie

Grazie di cuore a Pierluigi Battista, editorialista del Corriere, per aver mirabilmente riassunto in un solo articolo com’è ridotto il giornalismo italiano. Il punto di partenza del noto tuttologo esperto in niente sono le cimici che Bossi dice di aver trovato un paio di mesi fa nel suo ufficio al ministero (perché non sembra, ma Bossi è un ministro) e nella sua casa a Roma, ma si guardò bene dal denunciare. Di lì Cerchiobattista parte in quarta con un excursus storico (si fa per dire) nel mondo dello spionaggio politico-giudiziario, con citazioni dotte dei film “Le vite degli altri” e “Minority Report” (ma poteva pure starci, per coerenza, “Quel gran pezzo dell’Ubalda”). Da buon orecchiante, Battista si limita a evocare vicende che gli ronzano nella memoria smemorata, senz’avere la più pallida idea di come si siano concluse e quindi dell’importanza e del significato da attribuire a ciascuna. Ne esce un blob indistinto e lattiginoso dov’è tutto uguale: intercettazioni legittime su gravi reati e dossier criminali per screditare avversari politici, verità e menzogne, delitti e patacche, complotti e bufale, tragedia e farsa. Chi legge ha la sensazione di vivere in un paese dove tutti spiano tutti, un “onnipotente stato di polizia” modello “Gpu o Stasi o Kgb”, dove lo sport prediletto è “distruggere privacy e reputazione”. Così alla fine ha sempre ragione B. (ma anche il governo brasiliano, no?). Cogliamo fior da fiore. “…Berlusconi mostrò una cimice (poi ribattezzata ‘il cimicione’) che   avrebbe violato la sua residenza…”. Battista non dice come andò a finire: il Gup di Roma archiviò il caso perché scoprì che, a piazzare il cimicione (un ferrovecchio non funzionante), era stato l’amico dell’addetto alla sicurezza di B. incaricato di “bonificargli” l’ufficio. Un caso di auto-spionaggio. Ma intanto il falso scandalo era servito a gettare un po’ di fango sulla magistratura impicciona e a tirare la volata alla Bicamerale. “…Nel magazzino di Gioacchino Genchi sono passate milioni di record riguardanti tabulati telefonici (non proprio intercettazioni dunque) della classe dirigente, fra cui innumerevoli utenze di persone non indagate… informaticamente annotate per gravare come una nube di panico per chi, politico o non, vedeva distrutto e violato, in modo perfettamente legale beninteso, l’ambito della propria riservatezza…”. In realtà, essendo un consulente informatico incaricato da procure e tribunali di incrociare dati telefonici e telematici, Genchi ha avuto per le mani anche migliaia di intercettazioni, grazie a cui ha smascherato e fatto condannare decine di stragisti, omicidi, mafiosi, trafficanti di droga e così via (Battista, giustamente, li chiama “classe dirigente”). I quali, si capisce, parlano anche con persone non indagate. Resta da capire dove stia il problema, visto che in tutto il mondo le indagini si fanno così. “…intercettazioni a strascico che finiscono ai giornali prima ancora che all’attenzione degli interessati…”.   Non è così: salvo rarissimi casi, le intercettazioni pubblicate dai giornali sono tratte da ordinanze non più coperte da segreto proprio perché già notificate agl’indagati. Ma tenetevi forte perché arriva il meglio: “…Cosa faceva il team della security Telecom accumulando dati su dati rovistando tra le mail dei malcapitati?”. Qui ci sono addirittura sentenze e confessioni: si sa, per esempio, che il team Tavaroli spiava il vicedirettore del Corriere, Massimo Mucchetti, sventuratamente non allineato con l’editore Tronchetti Provera, che secondo Tavaroli era perfettamente al corrente di tutto. L’unico non al corrente è Battista, che continua a domandarsi: “Cosa faceva il team?”. Giocava forse alla playstation? Del resto è un editorialista del Corriere, mica è tenuto a saperlo. “E cosa avvenne esattamente – s’interroga angosciato – nella storia in cui la Mussolini accusò Storace di aver messo su un apparato spionistico ai suoi danni?”. Avvenne che i responsabili dell’apparato furono condannati in tribunale, e Storace pure, come “promotore o istigatore”. Ma tutto questo Alice non lo sa.

di Marco Travaglio – IFQ

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: