Israele infiamma il Corriere

Non bastavano le baruffe tra gli azionisti, le proteste della Fiat per i fondi di Mucchetti, le battutacce di Della Valle contro “l’arzillo vecchietto” Bazoli, le bizze del Cdr, le proteste di redattori e redattrici per gli articoli di Ostellino sulle donne. Adesso, sul già ingombro scrittoio albertiniano di Ferruccio de Bortoli è piovuta una nuova grana: il duello (per lo più a colpi di fioretto, ma con qualche fendente sotto la cintola), tra due autorevoli editorialisti, Pierluigi Battista e Sergio Romano. Fin dal titolo, l’ultimo pamphlet di Battista Lettera a un amico antisionista (Rizzoli) sembra rifare polemicamente il verso alla famosa (e famigerata) Lettera a un amico ebreo di Romano, che tanto polverone aveva sollevato quindici anni fa. Quasi a sottintendere che il vero bersaglio è proprio l’ambasciatore. A farlo notare è stato, in una megarecensione pubblicata in prima pagina del Corriere, lo scrittore Alessandro Piperno, altra   firma di punta di via Solferino e rappresentativo esponente della comunità ebraica. Come molti libri di Battista, anche questo si inserisce nel filone delle autoanalisi tutte interne alla cultura di sinistra o ex-sinistra o post-sinistra, che in Italia sembra più impegnata a sondare il proprio inconscio che a smascherare le paranoie della cultura di destra oggi imperante nei media e nel paese.

CIÒ DETTO, l’antisionista descritto da Pigi – uno che si asciuga le lacrime dopo aver visto Schindler’s list ma non fa una piega quando Ahmadinejad convoca a Teheran l’internazionale negazionista per denunciare la “menzogna di Auschwitz” – corrisponde a una tipologia purtroppo assai familiare, che mi ha sempre provocato un’istintiva allergia   . Battista non commette l’errore di assimilare l’antisionismo all’antisemitismo. Tra questi due sentimenti individua una linea di demarcazione sottile, ma anche un nesso importante: “Seppure gli antisionisti non sono tutti antisemiti senza sfumature – spiega   – non c’è purtroppo antisionista che non sia prigioniero di un’ossessione che con l’antisemitismo, fatalmente, ha molte parentele. Di una malattia culturale il cui sintomo principale a me pare si possa definire come il ‘morbo della dismisura’. Dismisura nei giudizi, nei pregiudizi, nel lessico, nei furori inconsulti e incontrollati”. Insomma, Romano non sarà antisemita, ma degli antisemiti è parente stretto.    Di fronte a bordate così pesanti, perfino l’ambasciatore, di solito alieno da ogni dismisura, è costretto ad alzare la voce: “Quando parlo di Israele – precisa in una tagliente replica sul Corriere di ieri – non metto in discussione le sue origini e la sua esistenza.   Discuto invece il sionismo realizzato, vale a dire lo Stato sorto nel 1948, la sua configurazione e la sua politica. E constato alcune anomalie che hanno evidenti ricadute sulla situazione internazionale e rendono la questione palestinese terribilmente imbrogliata”. Nessuna ambiguità sull’Olocausto, “senza dubbio il peggior crimine del secolo, molto più grave… dei giganteschi massacri staliniani”. Ma attenzione, “se viene usato per zittire i critici d’Israele, corre il serio rischio di venire declassato a strumento politico. Il caso americano è particolarmente significativo. Ogniqualvolta il governo degli Stati Uniti si appresta ad adottare una linea politica sgradita a Israele, la lobby filoisraeliana scende in campo con tutte le forze e le alleanze di cui dispone, e riesce generalmente a trasformare   la maggiore potenza mondiale in un mediatore impotente. Che cosa accadrà il giorno in cui gli Stati Uniti si accorgeranno che gli interessi israeliani non sono sempre necessariamente quelli dell’America? Molti ebrei americani   ne sono consapevoli e provano un evidente disagio. Se queste analisi e queste preoccupazioni sono antisioniste – conclude Romano – eccomi qui. Ma la definizione non mi convince”.    CHIUSO l’incidente? Macché. A dare man forte a Battista scendono in campo gli anti-antisionisti di  Informazionecorretta.com  , implacabili censori di ogni articolo non incondizionatamente encomiastico verso la politica israeliana. “Diciamo la verità – commenta acido Giorgio Israel. – Se Sergio Romano si esprimesse sulla questione ebraica e sul sionismo con lo stile che ha usato sul Corriere, si potrebbe rimanere   in dissenso totale con lui e considerare le sue tesi come totalmente infondate ma non accusarlo di usare un linguaggio, diciamo così, ‘politicamente scorretto’. Ma non risulta che egli abbia fatto ammenda di tante espressioni spiacevoli (per usare un eufemismo), come: l’ebraismo definito ‘il catechismo fossile di una delle più antiche, introverse e retrograde confessioni religiose mai praticate in Occidente’, la definizione della Shoah come ‘polizza di assicurazione’ o dell’ebreo come ‘orgoglioso, radicale, spesso miope e intollerante’”. Se davvero ha scritto queste cose, Romano dovrebbe chiedere scusa agli ebrei.   Ma anche i militanti di Informazione corretta hanno di che fare ammenda. Anni fa pubblicai, nel giornale che allora dirigevo, un bell’articolo dell’ebraista Giulio Busi sui giovani poeti israeliani. Una recensione tutta in positivo, senz’ombra di antisionismo. Commisi l’errore di affiancarla alla fotografia, molto suggestiva, di un gruppo di bambini palestinesi. Tanto bastò per attirarmi i sarcasmi dei colleghi di Informazione corretta. E diverse mail minacciose e zeppe di contumelie da parte dei loro lettori più zelanti. Evidentemente, “il morbo della dismisura” che Battista addebita agli antisionisti è una sindrome super partes, distribuita in dosi pressoché uguali nel campo avverso.

di Riccardo Chiaberge – IFQ

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