Archive for gennaio, 2013

18 gennaio 2013

Ponte, un miliardo buttato

Quasi 500 milioni per i contratti non rispettati. Più i soldi per i terreni su cui doveva essere costruito, per i monitoraggi, per gli stipendi e le consulenze. Ecco l’incredibile conto della grande opera (mancata) sullo Stretto

Messina che aspetta chi le paghi la passeggiata a mare nuova di zecca. Il neo governatore siciliano Rosario Crocetta che promette l’alta velocità ferroviaria fino a Palermo. I NoPonte che si scaldano per una manifestazione a metà febbraio. Gli ambientalisti in ansia per l’ombra proiettata nello stretto sui delfini e per il transito degli uccelli. Quelli che vedono nell’opera un grande sacco per mafie e cosche. I 50 e più esperti internazionali – ingegneri, architetti, tecnici di gallerie del vento e di fondazioni , di aerodinamica e di geologia – che hanno lavorato dieci anni al progetto della campata unica da record mondiale, più di tre chilometri di lunghezza. Si rendono conto, tutti coloro che a vario titolo hanno prosperato o buttato sangue sul progetto Ponte, che tra un po’ saranno disoccupati, che dovranno cambiare obiettivi e agenda delle priorità? E gli italiani tutti, mentre inizia una campagna elettorale che vuol essere nuova di zecca ma che tiene la bocca chiusa sulla sorte dell’unica grande opera del Sud, lo sanno che c’è una tassa da un miliardo che il governo che uscirà dalle urne a fine febbraio finirà per farci pagare? Non la chiamerà forse la tassa del Ponte, ma a tanto ammonta il conto finale per fermare una volta per tutte la macchina che ha portato avanti il progetto, e mandarla a rottamare.

Il primo marzo scade l’out out del governo Monti per trovare una nuova intesa tra il general contractor Eurolink e la Stretto di Messina, società concessionaria dell’opera, alle condizioni imposte dalle legge. Unica via d’uscita che scongiurerebbe la fermata definitiva. Ma l’aria che tira non promette niente di buono: anche perché Eurolink, dove al 42 per cento conta la società Impregilo da poco conquistata dalla famiglia Salini, interessata dunque a un pronto rientro di capitali, ha già portato il governo italiano di fronte alla Corte di giustizia europea e di fronte al Tar per violazione dei vigenti impegni contrattuali. E si appresta a batter cassa con una salatissima richiesta di penali per 450 milioni. Che non sono solo una bella cifra, ma soprattutto superano il guadagno che l’impresa avrebbe realizzato facendo il Ponte. A portata di mano senza piantare neanche un chiodo.

L’impresa di costruzioni non è l’unica a sperare nel colpo grosso chiamando la società Stretto di Messina – e lo Stato di cui è emanazione – di fronte ai tribunali per non avere rispettato i tempi di approvazione del progetto. Perché le pretese che scatterebbero all’indomani del requiem del Ponte sono parecchie. Quando hanno visto i conti, e tirato le somme per chiudere la partita, al ministero dell’Economia hanno capito che si trovavano di fronte a un trappolone. Ci sono da pagare i proprietari dei terreni che sono stati vincolati per dieci anni alla costruzione del Ponte, più o meno mille soggetti che chiederanno i danni per essere stati bloccati inutilmente; ci sono i 300 milioni investiti nel capitale della società Stretto da Anas, Rfi, Regione Siciliana e Calabria, che di fatto diventano carta straccia, senza contare la trentina di milioni spesi per il monitoraggio ambientale dell’area che non serve più. Insomma, un miliardo o giù di lì a carico della collettività.

Metterci il timbro del governo dei tecnici? Bella medaglia al valore. Usare la spada e prendersi la responsabilità di recidere una volta per tutte il sogno del Ponte? Sai che gazzarra. Meglio spazzarlo sotto il tappeto, come ha fatto il governo Prodi in passato, tre anni di blocco costati sui 700 milioni quando sono stati riavviati i motori con il successivo governo Berlusconi. Così, tra Salomone e Don Abbondio, Monti ha scelto i panni del secondo: uno il coraggio non se lo può dare. E ha congelato tutta la partita d’imperio, contratti, rivalutazioni e indennizzi compresi – con un decreto che alimenterà le parcelle di parecchi studi legali ?€“ imponendo un’intesa tra le parti entro il primo marzo.

In caso contrario, riconoscerà al costruttore solo una mancetta di una decina di milioni (salvo avere accantonato per la bisogna una somma di 300 milioni nella legge di stabilità). Viceversa, per allettare l’impresa ad accordarsi, le prospetta altri due anni di purgatorio – a prezzi del lavoro invariati – in attesa che qualche privato sia disposto a puntare i suoi soldi sul Ponte. Prospettiva che per un costruttore sano di mente è un bell’azzardo, visto che finora di privati disposti a integrare il 40 per cento messo dal governo non se ne sono visti, e che adesso persino quel 40 si è dissolto, dopo che proprio Monti a inizio 2012 ha definitivamente cancellato i 2,1 miliardi destinati al Ponte e il suo ministro Corrado Passera ha dichiarato all’Europa (disponibile a finanziare opere importanti) che il collegamento stabile tra Calabria e Sicilia non è una priorità.

di Paola Pilati, L’Espresso

18 gennaio 2013

Guerrilla Open Access Manifesto

In questi giorni il suicidio di Aaron Swartz, attivista del movimento Open Access, ha riacceso il dibattito sui meccanismi di produzione e distribuzione del sapere scientifico. Riproponiamo qui il suo Guerrilla Open Access Manifesto, tradotto collettivamente in italiano da un gruppo di attivisti e pubblicato inizialmente sul blog Aubreymcfato. Crediamo che sia un indicatore importante di quello che c’è da cambiare, e può essere cambiato, nella cultura contemporanea.

Bertram Niessen

L’informazione è potere. Ma come con ogni tipo di potere, ci sono quelli che se ne vogliono impadronire. L’intero patrimonio scientifico e culturale, pubblicato nel corso dei secoli in libri e riviste, è sempre più digitalizzato e tenuto sotto chiave da una manciata di società private. Vuoi leggere le riviste che ospitano i più famosi risultati scientifici? Dovrai pagare enormi somme ad editori come Reed Elsevier.

C’è chi lotta per cambiare tutto questo. Il movimento Open Access ha combattuto valorosamente perché gli scienziati non cedano i loro diritti d’autore e che invece il loro lavoro sia pubblicato su Internet, a condizioni che consentano l’accesso a tutti. Ma anche nella migliore delle ipotesi, il loro lavoro varrà solo per le cose pubblicate in futuro. Tutto ciò che è stato pubblicato fino ad oggi sarà perduto.

Questo è un prezzo troppo alto da pagare. Forzare i ricercatori a pagare per leggere il lavoro dei loro colleghi? Scansionare intere biblioteche, ma consentire solo alla gente che lavora per Google di leggerne i libri? Fornire articoli scientifici alle università d’élite del Primo Mondo, ma non ai bambini del Sud del Mondo? Tutto ciò è oltraggioso ed inaccettabile.

“Sono d’accordo,” dicono in molti, “ma cosa possiamo fare? Le società detengono i diritti d’autore, guadagnano enormi somme di denaro facendo pagare l’accesso, ed è tutto perfettamente legale — non c’è niente che possiamo fare per fermarli”. Ma qualcosa che possiamo fare c’è, qualcosa che è già stato fatto: possiamo contrattaccare.

Tutti voi, che avete accesso a queste risorse, studenti, bibliotecari o scienziati, avete ricevuto un privilegio: potete nutrirvi al banchetto della conoscenza mentre il resto del mondo rimane chiuso fuori. Ma non dovete — anzi, moralmente, non potete — conservare questo privilegio solo per voi, avete il dovere di condividerlo con il mondo. Avete il dovere di scambiare le password con i colleghi e scaricare gli articoli per gli amici.

Tutti voi che siete stati chiusi fuori non starete a guardare, nel frattempo. Vi intrufulerete attraverso i buchi, scavalcherete le recinzioni, e libererete le informazioni che gli editori hanno chiuso e le condividerete con i vostri amici.

Ma tutte queste azioni sono condotte nella clandestinità oscura e nascosta. Sono chiamate “furto” o “pirateria”, come se condividere conoscenza fosse l’equivalente morale di saccheggiare una nave ed assassinarne l’equipaggio, ma condividere non è immorale — è un imperativo morale. Solo chi fosse accecato dall’avidità rifiuterebbe di concedere una copia ad un amico.

E le grandi multinazionali, ovviamente, sono accecate dall’avidità. Le stesse leggi a cui sono sottoposte richiedono che siano accecate dall’avidità — se così non fosse i loro azionisti si rivolterebbero. E i politici, corrotti dalle grandi aziende, le supportano approvando leggi che danno loro il potere esclusivo di decidere chi può fare copie.

Non c’è giustizia nel rispettare leggi ingiuste. È tempo di uscire allo scoperto e, nella grande tradizione della disobbedienza civile, dichiarare la nostra opposizione a questo furto privato della cultura pubblica.

Dobbiamo acquisire le informazioni, ovunque siano archiviate, farne copie e condividerle con il mondo. Dobbiamo prendere ciò che è fuori dal diritto d’autore e caricarlo su Internet Archive. Dobbiamo acquistare banche dati segrete e metterle sul web. Dobbiamo scaricare riviste scientifiche e caricarle sulle reti di condivisione. Dobbiamo lottare per la Guerrilla Open Access.

Se in tutto il mondo saremo in numero sufficiente, non solo manderemo un forte messaggio contro la privatizzazione della conoscenza, ma la renderemo un ricordo del passato.

Vuoi essere dei nostri?

di Aaron Swartz per Doppiozero

L’hanno tradotto insieme in italiano qui Silvia Franchini, Marco Solieri, elle di ci, Andrea Raimondi, Luca Corsato, e altri.

18 gennaio 2013

Tax evasion in Italy: Big government meets big data

DEATH may be certain in Italy, but taxes are another matter: an estimated €285 billion remained unpaid last year, about 18% of GDP. Yet this will change if a new way of assessing income, called redditometro, is a success. The system, which became law on January 4th, aims to winkle out many of the large number of Italians who cheat on their annual income tax returns.

The redditometro, which will first be used in March to examine income tax returns for 2009, is best described as big government meets big data (meaning large data bases and huge computing power). The approach is based on the sensible idea that in order to spend one needs an equivalent income. So if tax authorities can calculate how much a person has spent, they can tell how honest he was on his tax return.

Italy’s tax authorities already know a lot about what people do with their money. All residents have a unique tax number that they have to provide for a wide range of transactions, such as utilities contracts, home mortgages and insurance policies. For everything else, from food to furniture, the Agenzia delle Entrate will use national statistics and complicated formulae to estimate spending. It has divided Italy into five geographical areas and calculate the budget for eleven different family types, from a single under 35 years to a couple over 65 years.

The system will flag tax returns in which the declared income differs from the taxpayer’s estimated spending by more than 20% (although it is expected that the tax authorities will initially target only taxpayers with a much bigger difference). Those who fail the test will be asked to justify their returns. Those who are unable to do so will be given the chance to cut a deal, meaning they will have to pay the evaded tax and a reduced penalty.

Predictably, the redditometro has already proven controversial. Economists worry that it may have a dampening effect on Italy’s already depressed economy. Others take issue with the fact that the system will look at tax returns that were filed three years ago. Yet others object to the use of national statistics and question the accuracy of average spending patterns.

Schumpeter, The Economist.com

18 gennaio 2013

La guerra di Monti l’Africano

Il governo vuole dare supporto all’intervento francese nel Mali. E non sarà un aiuto ‘simbolico’: gli aerei e i satelliti italiani saranno fondamentali nel conflitto. A spese dei contribuenti, naturalmente, ma non si sa quanto

Non sarà semplicemente un ‘beau geste’. Pur ridotta nei numeri, la presenza italiana a sostegno delle operazioni francesi in Mali è la prima manifestazione del cambiamento di rotta imposto dal governo Monti alla strategia internazionale del nostro paese. Basta con le spedizioni in aree lontane dai nostri interessi, come è accaduto con il massiccio e costosissimo impegno in Afghanistan: concentriamoci verso il Mediterraneo e l’Africa.

Il contributo alla campagna di Hollande per impedire che gli oltranzisti islamici conquistino il Mali non è ancora stato definito nei dettagli. Ai francesi fanno gola alcuni dei nostri velivoli, molto più moderni dei loro. Le cisterne volanti Boeing dell’Aeronautica, che possono rifornire il  ponte aereo che alimenterà il contingente francese. E soprattutto i turboelica da trasporto C130J Hercules e C27J Spartan, che i nostri piloti hanno imparato a usare in Afghanistan su piste improvvisate, come quelle del Mali: il colossale arsenale di Parigi difetta proprio di questi mezzi fondamentali per condurre operazioni in zone desertiche.

Un aiuto discreto ma decisivo lo stanno già dando i satelliti spia italiani. La rete Cosmo- SKyMed messa in orbita negli scorsi anni è specializzata proprio nel sorvegliare il deserto e si è già rivelata preziosa durante i raid in Libia.

Questi satelliti hanno un sistema radar che permette di scrutare giorno e notte territori molto vasti, ottenendo i risultati più efficaci proprio nella zone sabbiose. Possono individuare anche le singole jeep usate dai miliziani fondamentalisti, le cosiddette ‘tecniche’ che sono diventate protagoniste dei conflitti africani, anche quando sono ferme e sfuggono ai sensori ad infrarosso delle altre vedette spaziali.

Da alcuni anni l’intelligence militare di Roma e di Parigi hanno siglato un patto proprio per condividere le informazioni raccolte dai nostri spioni satellitari: le immagini catturate dai quattro satelliti Cosmo-Skymed vengono trasmesse anche agli 007 francesi, estremamente soddisfatti per l’efficenza di questo sistema costato ai contribuenti italiani un miliardo e 137 milioni di euro.

Ma l’asse tra Francia e Italia nella stagione del governo Monti si è rafforzato anche su un altro dei focolai della regione: il Corno d’Africa, tornato al centro delle attenzioni di Roma dopo anni di disinteresse.

Le campagne contro i pirati che assaltano i mercantili e il contrasto alle fazioni fondamentaliste che continuano a resistere in Somalia sono state l’occasione per sperimentare nuove intese operative sul campo. In prima fila, la Marina con le navi che pattugliano la rotta strategica per i commerci con l’Asia e con un’attività silenziosa delle forze speciali, i commandos del Comsubin chiamati a compiere ricognizioni e raid contro le basi dei pirati.

A questo si sono unite le iniziative per contribuire alla rinascita delle istituzioni somale. L’ultimo accordo ufficiale è stato annunciato la scorsa settimana, con la decisione di affidare ai carabinieri l’addestramento dei gendarmi somali: il primo embrione di una forza di polizia autonoma a Mogadiscio.

Sono piccoli passi che testimoniano la svolta nelle direttrici della nostra politica estera, condotta essenzialmente con le missioni militari. Con il ritiro progressivo dall’Afghanistan, il baricentro sta tornando nel Mediterraneo e nei paesi africani.

Il Libano, ad esempio, dove il governo Prodi raccolse il massimo successo internazionale intervenendo proprio al fianco dei francesi per porre fine alla guerra lanciata da Israele.

Nella stagione berlusconiana il nostro contingente è stato abbandonato, senza sfruttare le potenzialità politiche e commerciali del nostro contingente sotto la bandiera dell’Onu. Invece ora la crisi siriana ha trasformato la presenza italiana nel bastione di una delle aree di crisi più delicata del pianeta. Lo Stato maggiore di Roma ha mantenuto ottimi rapporti con la Giordania, con esercitazioni comuni che potrebbero diventare la base di un futuro ingresso in Siria per ragioni umanitarie: uno scenario che negli ultimi mesi è diventato sempre più concreto.

di Gianluca Di Feo, L’Espresso
18 gennaio 2013

L’«Abenomics» batte l’Europa senza crescita

Mentre l’Europa continua a insistere su rigore fiscale e pareggi di bilancio senza crescita, il Giappone promuove una aggressiva strategia di incremento della spesa pubblica e politiche monetarie espansive per rilanciare la propria economia. È ora che anche nel Vecchio Continente le Merkenomics siano messe da parte.

Abenomics: così è stata battezzata la strategia del nuovo primo ministro giapponese, Shinzo Abe, che punta ad una politica economica della crescita con l’innovazione e gli investimenti, la domanda interna e le esportazioni.
La Abenomics, che si compone di due politiche connesse (quella di economia reale; quella di economia monetaria), ha già generato un ampio dibattito sia per le probabilità di successo sia per i rischi che ne possono derivare al Giappone ma anche ai rapporti valutari ed economici internazionali. Compresi quelli con l’eurozona che ci interessano maggiormente anche se l’analisi dovrebbe riguardare Uem, Usa, Giappone e Cina. Cioè le quattro maggiori economie del mondo.

Il programma giapponese si basa su una forte espansione di spesa pubblica con un primo intervento di circa 10 trilioni di yen ovvero di circa 85 miliardi di euro ad opera del governo centrale che dovrebbe essere affiancato da un altro analogo dei governi locali e dei capitali privati. Si arriverebbe a un intervento pari a 170 miliardi di euro finalizzati a incentivi per investimenti in tecnologie avanzate, specie in energia e ambiente, in ricerca e sviluppo, in sostegni vari alle imprese, nella ricostruzione infrastrutturale e abitativa post tsunami, nella sicurezza anti-sismica, nel sostegno ai redditi dei meno abbienti, in spese varie nelle aree più deboli del Paese. Il Governo ritiene che il programma dovrebbe portare già nell’anno fiscale 2013 (che inizia ad aprile) ad una crescita del Pil del 2% con conseguente aumento di 600 mila posti di lavoro.

Questa politica aggressiva di spesa pubblica va valutata in relazione a due aspetti dell’economia giapponese. Il primo è la deflazione di cui il Giappone soffre da 15 anni e dalla quale vuole uscire. La situazione non è tuttavia peggiorata, comparativamente all’Eurozona, nel corso della crisi iniziata nel 2008. Anzi. Infatti nel 2012 il Pil cresce intorno al 2,2% (la Uem cala dello 0,4), la disoccupazione è al 4,5% (la Uem è sopra l’11%), la bilancia dei pagamenti di parte corrente (e cioè il saldo tra esportazioni ed importazioni del Giappone per beni, servizi e redditi) è all’1,6% del Pil (nella Uem è all’1,1%). Il secondo aspetto riguarda le finanze pubbliche dalle quali verrà lo stimolo alla crescita. Nel 2012 il debito pubblico lordo sul Pil è pari al 236% e il deficit sul pil pari al 10% e qui la Uem è ben più solida. In queste condizioni avviare una politica di spesa pubblica appare un azzardo che il Governo nipponico affronta però con due ammortizzatori. Uno riguarda il finanziamento del debito pubblico che per la quasi totalità è detenuto all’interno del Giappone e sul quale si pagano tassi di interesse sui decennali allo 0,82% e quindi minori di quelli tedeschi e americani.
L’altro riguarda l’enorme entità di crediti sull’estero accumulati con i surplus commerciali.

Nella sfida giapponese vi è anche un profilo di geo-economia dove il Giappone sta arretrando rispetto alla Cina. La quota del suo Pil su quello mondiale (in termini di parità di potere d’acquisto) nel 2000 era al 7,6% e quella della Cina al 7,1%,nel 2012 è al 5,5% e quella della Cina al 14,9%, nel 2017 è prevista al 4,8% e quella della Cina al 18,2%. Anche in termini di dollari correnti la Cina ha già superato il Giappone.
Per spingere sulla crescita la Abenomics punta anche ad una forte espansione monetaria della Banca Centrale Giapponese per contribuire al sostegno dell’occupazione e della crescita alzando subito il limite di inflazione accettabile dall’attuale 1% (mentre quella effettiva è allo zero) al 2% ed in prospettiva al 3%. A ciò viene aggiunto l’obiettivo di deprezzare lo Yen per rilanciare le esportazioni che hanno subito un forte rallentamento nel 2012 anche a causa della recessione in Usa e Ue.

Sin qui la Abenomics che ha già avuto alcuni effetti come quello di indebolire lo yen e di rilanciare le quotazioni delle azioni nipponiche.
È chiaro che la Abenomics ha molti rischi sia interni che esterni al Giappone e che sarebbe molto meglio un concerto tra Uem, Usa, Giappone e Cina per evitare bolle e guerre valutarie.
In attesa del “concerto” la Uem dovrebbe però convincersi che la Merkenomics del rigore fiscale e dei pareggi di bilancio senza crescita peggiorerà con la Abenomics. Infatti l’euro da fine luglio (quando Draghi lo salvò) ad oggi ha guadagnato circa il 25% sullo Yen (e il 10% sul dollaro). Ne seguirà un calo delle esportazioni della Uem che rallenterà la nostra ripresa o prolungherà la recessione. Dalla quale non si uscirà sperando in un aumento della domanda aggregata solo in virtù delle liberalizzazioni e della politica monetaria della Bce che non arriva alle imprese.

Bisogna allora finanziare i programmi di investimenti infrastrutturali e in ricerca e sviluppo (di Europa 2020 e di Horizon 2020). A tal fine potremmo avere un sostegno dalla Abenomics che con le riserve valutarie punta anche all’acquisto di obbligazioni del Fondo Europeo Esm che andrebbe subito trasformato in Fondo Finanziario Europeo per mettere in sicurezza una parte dei debiti pubblici nazionali e per finanziare i nostri investimenti. È la nota ricetta degli EuroUnionBond che, senza correre i rischi eccessivi della Abenomics, ci consentirebbero di passare dalla Merkenomics recessiva alla Euronomics espansiva.

di Alberto Quadrio Curzio, da Il Sole 24 Ore

18 gennaio 2013

Chi tace acconsente

Un magistrato, Pietro Grasso, tre giornalisti, Massimo Mucchetti, Rosaria Capacchione e Corradino Mineo, due filosofi, Michela Marzano e Franco Cassano, ma si potrebbe continuare. Sono solo alcuni dei nomi che danno lustro alle liste del Partito democratico, personalità della società civile che hanno più che meritato nel loro campo professionale, e che dunque con le loro ineccepibili credenziali costituiscono l’atout irrinunciabile con cui il Pd prova a far dimenticare a tanti elettori, delusi e tentati dal non-voto, anni di inciuci, di subalternità, di latitanza (“Di’ qualcosa di sinistra” e “Con questi dirigenti non vinceremo mai” sono i fotogrammi indelebili di quegli anni).

Sono i fiori all’occhiello senza i quali le liste del Pd risulterebbero indigeribili anche agli stomachi più avvezzi ai grigiori di apparato e alle mediocrità di nomenklatura. Bersani ha svolto personalmente un lavoro di convincimento, perfettamente consapevole che senza questo “pacchetto di mischia” della società civile diffuso in tutte le circoscrizioni non avrebbe recuperato – malgrado il fuoco d’artificio delle primarie – neppure un’oncia dei milioni di elettori perduti negli scorsi anni.

Dunque, ciascuna delle personalità che abbiamo citato possiede, anche singolarmente e più che mai assieme alle altre, un potere enorme, una vera e propria golden share: possono dire a Bersani “o noi o loro” ed essere sicuri di vincere qualsiasi resistenza, di vedere la loro richiesta accolta integralmente.

“Loro” sono, ovviamente, gli IMPRESENTABILI, quella lunga processione di candidati che smentiscono i principi etico-politici che il Pd ricamerà su ogni manifesto e di cui il segretario Bersani e ogni altro dirigente si riempie la bocca in ogni talk show. Vladimiro Crisafulli detto Mirello è diventato il loro simbolo, ma i molti altri segnalati puntualmente su questo giornale non sono certo da meno. Non hanno condanne definitive, sfuggono alle maglie assai larghe del “codice etico” del Pd, ma costituiscono antropologicamente (e talvolta lombrosianamente) la perfetta antitesi dei Grasso, Mucchetti, Capacchione, Mineo, Marzano, Cassano…

Dipende solo da questi ultimi, se i Crisafulli & Co. entreranno in Parlamento a discreditarlo ulteriormente o saranno lasciati a casa. Basta che dicano con semplicità e fermezza a Bersani “o noi o loro”, e saranno esauditi all’istante, magari facendo felice un Segretario a cui era mancato il coraggio.

Avete in mano la carta della decisione, potete davvero far finta di nulla? In coscienza, ve la sentite?

di Paolo Flores d’Arcais, da il Fatto quotidiano

Vladimiro Crisafulli

18 gennaio 2013

Partono i sommergibili

“Rapidi ed invisibili, partono i sommergibili”, canticchiava Ugo Tognazzi -interpretando Il Federale di Luciano Salce, film del 1961- mentre a bordo di una scassata motocicletta affondava nel fiume che voleva arditamente attraversare. Perfetta metafora della vicenda attuale dei due sommergibili U 212 per i quali dobbiamo spendere quasi 2miliardi di euro, mentre l’Italia affonda sempre di più nella crisi economica, nella disoccupazione, nella povertà.

La vicenda non è recente. Il programma di costruzione dei sommergibili inizia nel 1994 e già da allora era stato aspramente criticato dalla campagna Venti di Pace (da cui ha poi tratto origine la campagna Sbilanciamoci!) e da allora l’Italia ne ha realizzati due, che ha chiamato Scirè e Salvatore Todaro. Sono sommergibili d’attacco, capaci di ospitare reparti di incursori e anche -come ha fatto Israele- armamenti nucleari. Tanto rapidi non sono visto che -fortunatamente- i tempi della loro produzione si sono allungati molto, ma sicuramente invisibili sì, e soprattutto ai fustigatori della spesa pubblica. Quando si tratta di tagliare scuola e sanità ci vedono benissimo, ma di fronte alle spese militari non si accorgono di niente: né dei sommergibili U 212, né dei cacciabombardieri F35, né di un disegno di legge delega sulle forze armate che nei prossimi vent’anni ci farà spendere più di 230 miliardi di euro per le armi.

Quello dei sommergibili è l’ultimo regalo avvelenato del governo Monti: un premier che non ha problemi a spendere 2 miliardi per due sommergibili, ma ne ha molti di più se deve destinare risorse al lavoro, alla scuola, alla sanità. Il suo è -come al solito- un rigore a senso unico. La spending review vale per i lavoratori, ma non per i generali e gli ammiragli come il suo ministro Di Paola. Tra l’altro si tratta -dal punto di vista operativo- di scelte inquietanti: sia i sommergibili U 212, sia i cacciabombardieri F35 sono dei sistemi d’arma buoni per l’attacco ed entrambi possono dotarsi di armamenti nucleari. Si tratta di armi per andare in guerra e non per difendere il paese, come invece prevedono l’art. 11 e 52 della Costituzione.

Bisogna porre fine a questo assurdo spreco di risorse. Con i soldi dei due sommergibili potremmo fare tantissime cose e molto più utili, tra le quali: mettere in sicurezza 3mila scuole che non rispettano le normative antisismiche e antincendio, far nascere 1500 asili nido, avviare un programma di ammortizzatori sociali per i lavoratori precari, fare gran parte degli investimenti che sono necessari a risanare l’ILVA di Taranto. I soldi sprecati nei sommergibili accontentano la casta dei militari (e magari qualche faccendiere) creano pochissimi posti di lavoro e ci consegnano due battelli che saranno -fortunatamente- inutilizzati e non operativi, anche perchè poi non ci sono i soldi per la manutenzione e l’addestramento. Invece di far affondare l’Italia, facciamo affondare il progetto di questi due sommergibili e destiniamo le risorse risparmiate a far uscire il paese dalla crisi.

di Giulio Marcon, Sbilanciamoci.org

 

18 gennaio 2013

14° Rapporto sulla spesa pubblica…la Controfinanziaria 2013

Presentato  a Roma,  presso la Fondazione Basso in via della Dogana Vecchia 5, il XIV Rapporto su: “Come usare la spesa pubblica per i diritti, l’ambiente, la pace”.

Il Rapporto di quest’anno, 186 pagine di proposte, analisi, soluzioni e idee concrete per uscire dalla crisi salvaguardando i diritti – oltre ad analizzare criticamente le politiche del governo italiano e di Unione e Commissione europea – formula ben 94 proposte specifiche e dettagliate (in una “manovra” da 29 miliardi di euro) sia per le entrate e per le uscite, che per le riduzioni della spesa pubblica come gli stanziamenti per la Difesa o le “grandi opere”.

La filosofia del Rapporto di quest’anno è opposta a quella delle politiche neoliberiste e di “austerity”: per fronteggiare la crisi bisogna investire nel rilancio dell’economia, nella redistribuzione della ricchezza e in un nuovo modello di sviluppo sostenibile e di qualità. Per far crescere la torta bisogna prima fare delle fette più eque per tutti. È ora che i mercati finanziari, i rentiers e le banche si facciano da parte.

Per Sbilanciamoci! cambiare rotta si può e si deve. Basta con il neoliberismo, basta con le politiche di austerity, basta con la subalternità ai mercati finanziari, basta con una politica economica che sta aumentando le sofferenze sociali e accentuando la depressione e la recessione dell’economia reale.

Il “cambio di rotta” di Sbilanciamoci! consiste, dunque, nell’uscire dalla crisi in un modo diverso da quello con cui ci si è entrati. Serve un modello di sviluppo in cui, alcune merci, consumi, pratiche economiche siano giustamente condannate alla decrescita (il consumo di suolo, la mobilità privata, la siderurgia inquinante) e altre siano invece destinate a crescere; quelle di un’economia diversa che abbia tre pilastri: la sostenibilità sociale e ambientale; diritti di cittadinanza, del lavoro, del welfare degni di un paese civile; la conoscenza come architrave di un sistema di istruzione e di formazione capace di far crescere il paese con l’innovazione e la qualità.

Analisi quindi ma anche, e soprattutto, proposte di intervento, organiche e concrete, per fornire un valido sostegno all’economia, al lavoro e al welfare interventi che vanno nella direzione di una fuoriuscita dalla crisi nel segno della giustizia sociale, della redistribuzione della ricchezza, della sostenibilità ambientale e di un nuovo modello di sviluppo.

La “controfinanziaria” di Sbilanciamoci! è frutto di un lavoro collettivo a cui, in diversa forma e per temi di rispettiva competenza, hanno collaborato:Licio Palazzini (Arci Servizio Civile), Massimo Paolicelli (Associazione Obiettori Nonviolenti), Tonino Aceti e Vittorio Ferla (Cittadinanzattiva), Roberta Carlini e Cristina Povoledo (sbilanciamoci.info), Andrea Baranes (Fondazione Culturale Responsabilità Etica), Antonio Tricarico (Re:Common), Francesco Dodaro e Maurizio Gubbiotti (Legambiente), Grazia Naletto, Sara Nunzi, Duccio Zola e Sergio Andreis (Lunaria), Giulio Marcon, Mario Pianta, Leopoldo Nascia e Chiara A. Ricci (Sbilanciamoci!), Stefano Lenzi e Mariagrazia Midulla (Wwf), Patrizio Gonnella e Susanna Marietti (Antigone), Mariano Bottaccio (Cnca), Domenico Chirico e Martina Pignatti (Un ponte per…), Alessandro Messina, Andrea Ranieri, Carlo Testini (Arci), Roberto Romano (Ires-Cgil), Stefano Trasatti (Redattore Sociale), Elena Monticelli, Federico Del Giudice e Riccardo Laterza (Link-Rete della Conoscenza), Monica Di Sisto e Alberto Zoratti (FairWatch), Valeria Bochi (Rees Marche), Riccardo Troisi e Alberto Castagnola (Reorient), Carlo Giacobini e Daniela Bucci (Fish), Elvira Ricotta Adamo (Udu), Vincenzo Comito (Università di Urbino).

sbilanciamoci.org

18 gennaio 2013

Chi ha dimenticato l’Europa dei diritti

“È l’Europa che ce lo chiede”: quante volte abbiamo sentito questa frase? A causa di essa, negli ultimi anni, l’Europa è diventata sinonimo di sacrifici e compressione dei diritti. Ma l’Europa non è solo questo: è la custode della democrazia pluralista, più che dell’ortodossia finanziaria. E’ la madre della Carta dei diritti e del trattato di Lisbona, oltre che dei parametri del Fiscal compact.

Da lontano Castello che era, affidato a guardiani poco visibili, l’Europa è divenuta in questi anni presenza più che mai tangibile. e più del previsto soverchiante. È entrata nel linguaggio di ciascuno, insediandosi imperiosa nelle nostre menti: sotto forma di incubo purtroppo, anziché di speranza. Chissà, forse il Nobel le è stato attribuito proprio per questo: perché davvero è nostra patria, anche se fatta nascere col forcipe, forza che coarta senza sostenere. Perché ci è diventata, come il dolore, in Rilke: luogo, campo, suolo, dimora, nostro cupo sempreverde. Forse era tanto più apprezzata quando era lontana dalle sue genti, quando era assente nel discorso pubblico e i popoli non la percepivano ancora come madre matrigna, ma madre pur sempre. Se c’è un vantaggio, nella crisi che sperimentiamo, è questo nostro entrare, obtorto collo, nel Castello fino a ieri così impenetrabile.

È un vantaggio perché finalmente possiamo discuterla, quest’Unione che d’un colpo irrompe nelle nostre vite e di continuo ci fa ripetere, come automi: “Ce lo dice l’Europa”. Lo abbiamo visto in Grecia, Spagna, Francia; lo constatiamo in Italia, in Germania: non c’è elezione, ormai, dove il linguaggio dei politici non sia costretto a farsi europeo. In Italia lo dobbiamo alla fine del berlusconismo, alla biografia di Monti. Ma non siamo gli unici a vivere questa trasformazione, che tanti subiscono con risentimento.
Il cambio di pelle non sembra far altro che impoverire le genti, e perfino le loro Costituzioni. Discutere l’Europa vuol dire non considerare fatale, indiscutibile, questo chiudersi di orizzonti.

Chi sente con dolore tale metamorfosi non ha tutti i torti, perché è vero che l’euro e i suoi custodi non sono affiancati da un potere politico egualmente comune, che raddrizzi squilibri e disuguaglianze fra nazioni e dentro le nazioni, che eviti la riduzione dei governi a comitati d’affari. Resta che l’Unione non è solo la moneta, come pretendono le agende dei partiti nazionali; né è solo una storia di conti da tenere in ordine, di debiti pubblici da abbattere con l’ascia fredda della Signora morte. Fin da ora essa è più ricca, vasta. Ha un Parlamento dove ci si esercita a parlare europeo. È custode della democrazia pluralista, più che di un’ortodossia finanziaria. Ha strumenti come la Carta dei diritti fondamentali, approvata nel 2000 e divenuta pienamente vincolante nel 2009, quando entrò in vigore il Trattato di Lisbona.

Sono anni che Stefano Rodotà insiste su questa realtà, volutamente negletta, se non sprezzata, dai singoli governi. Ancora di recente, il 12 gennaio su Repubblica, lo ha ricordato, parlando del diritto degli omosessuali a unirsi e adottare figli: la Carta europea dei diritti ha lo stesso valore giuridico dei trattati, dei Fiscal compact, ed esiste per proteggere ogni minoranza etnica, religiosa; ogni stile di vita che non offenda la collettività. Corregge le indiscipline democratiche, non solo quelle contabili. È colpa dei politici nazionali se tale realtà è occultata; se solo i lacci economici sono l’obbligazione che ci lega. Se la lunga, complessa storia europea si riduce a un Decalogo finanziario.

Questo significa che l’Europa ci soverchia, sì, ma in maniera selettiva. Che il suo potere è troppo debole, non troppo forte. Che ancora deve nascere e imporsi come Stato di diritto, come garante sovranazionale della laicità, chiamato a proteggere i cittadini da interferenze di chiese e sette che si nutrono della fatiscenza dei vecchi Stati nazione. In Francia tutte le religioni, esclusa la buddista, si mobilitano compatte contro un disegno di legge sul matrimonio gay. È segno che gli Stati, meno sovrani, fronteggiano più faticosamente le ingerenze di lobby e chiese. Di qui l’importanza della Carta dei diritti, adottata non a caso nel mezzo della crisi.

L’Europa è un’impresa incompiuta ma non priva di forza, se solo volesse usarla e difendere un pluralismo gravemente danneggiato. Potrebbe farsi sentire sui matrimoni gay, sui nuovi modelli di famiglia: l’articolo 9 della Carta dei diritti non vieta né impone la concessione dello status matrimoniale a unioni tra persone dello stesso sesso. Potrebbe obbligare a rispettare i diritti delle proprie minoranze etniche: in particolare i 10-12 milioni di rom e sinti che abitano l’Unione. Siamo in un’epoca di transizione, come ai tempi di Dante: “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?”. Nel maggio scorso l’Europa ha ordinato agli Stati di integrare meglio i rom, e predisposto fondi a questo scopo. Ben poco è stato fatto, disattesi sono gli articoli 15, 18, 52 della Carta, e i rom continuano a soffrire discriminazioni, soprusi, deportazioni forzate, nell’Occidente europeo e soprattutto in Est Europa.

La fine dell’impero sovietico non ha messo fine alle loro pene. Le ha enormemente acuite. In Slovacchia, Romania, Ungheria, i rom e i sinti sono trattati come reietti, man mano che dilaga la crisi, ed esposti a violenze crescenti. Risale all’inizio del 2013 un articolo di Zsolt Bayer, amico personale del Premier Viktor Orbán e fondatore con lui del partito Fidesz, che commentando una rissa di Capodanno scoppiata presso Budapest ha concluso che i rom “sono un’etnia inadatta a coesistere con le persone. Sono zingari che sfruttano i ‘progressì di un occidente idiotizzato. Sono animali e si comportano da animali. Animali che non dovrebbero avere il diritto di esistere. Una soluzione s’impone: immediatamente e quale che sia il metodo”. Il partito di governo non ha pronunciato una sola parola di condanna della soluzione finale proposta dall’amico Bayer.

Ma non solo in Est Europa i rom sono ritenuti liquidabili. Indagini europee descrivono maltrattamenti anche in Italia, Francia. Nel nostro paese già conosciamo la xenofobia della Lega: siamo i precursori di un fenomeno ormai continentale. Lo ha ricordato l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia, in una lettera pastorale del settembre scorso. Chiedendosi se sapremo garantire diritti e dignità alla più numerosa minoranza europea ha detto: “Sento la vergogna di campi più o meno autorizzati che sono al di sotto della soglia di vivibilità, in cui crescono violenza e delinquenza”. La “sempre più bassa aspettativa di vita dei Rom, in un Paese longevo come il nostro”, è indice del loro stato di abbandono e povertà. Decerebrata, l’Europa dimentica perché decise di unirsi, dopo la guerra: lo fece perché non si ripetesse l’annientamento degli ebrei, dei Rom e Sinti, dei gay, dei malati di mente. L’Europa non può, senza perdersi, fare il muso duro con Atene e non con Budapest. Minacciare di cacciare l’una, non l’altra.

Il 2013 è stato proclamato Anno europeo dei cittadini, dunque dei diritti-doveri che comporta per ognuno l’acquisizione della cittadinanza europea, accanto a quella nazionale. Bruxelles ne è consapevole quando negozia l’adesione degli Stati, ponendo condizioni democratiche stringenti. Grecia, Spagna, Portogallo, e poi tutto l’Est Europa, entrarono nella Comunità quando si liberarono delle dittature. È il dopo-ingresso che non viene seguito, vigilato. Una volta dentro tutto diventa possibile: il ritorno dell’intolleranza, le Costituzioni democratiche offese, le chiese che reclamano nuovi poteri che non dovrebbero avere (sui corpi dei cittadini in primis: nascita, sesso, morte).

La Carta dei diritti, il trattato di Lisbona, i parametri del Fiscal compact: l’Europa è tutte queste cose insieme. Solo così vien tolta centralità assoluta all’economia, e rimesso al centro quel che tocca a ogni costo salvare: lo Stato di diritto. Altrimenti non ci resta che l’Europa matrigna, e l’accidiosa rinuncia di cui parla Karl Popper: “Se la democrazia è distrutta, tutti i diritti sono distrutti. Anche se fossero mantenuti certi vantaggi economici goduti dai governati, essi lo sarebbero solo sulla base della rassegnazione”.

di Barbara Spinelli, da Repubblica

18 gennaio 2013

La casa al centro, i giovani al margine

Le tasse sulla casa al centro della campagna elettorale: in molti, infatti, si sono lanciati all’inseguimento del solito tormentone demagogico di Silvio Berlusconi. Un ritornello che oscura le vere emergenze del momento. Ma quanti giovani hanno la casa e pagano l’Imu?

Con chi parliamo quando parliamo di Imu? Il ritorno del settantaseienne Berlusconi, alla sua sesta campagna elettorale, ha portato con sé tra le altre cose anche il gran ritorno della questione delle tasse sulla casa in proprietà. In molti lo hanno seguito, e così il discorso pubblico si è concentrato sul numero più classico dell’anziano prestigiatore, che prova così a risalire la china ripetendo il colpaccio che già gli riuscì nel 2006. Nel terrore generale: la tassa sulla casa riguarda tutti si dice; perché quasi tutti sono proprietari in Italia, si aggiunge. Dimenticando vari dati di realtà, e soprattutto dimenticando i giovani (retoricamente messi al centro di tutto fino a pochi giorni prima), che è molto difficile che siano appena usciti dall’angoscia della seconda rata dell’Imu, semplicemente perché una casa non ce l’hanno. Lasciando stare quelli che vivono con i genitori, i dati di Bankitalia ci dicono che il 40% delle famiglie con capofamiglia sotto i 34 anni vive in affitto, e il 13% ad altro titolo diverso dalla proprietà. Allora: con chi parliamo quando parliamo di Imu?

L’età delle case

La tabellina che segue è contenuta in uno studio delle Finanze e dell’Agenzia del territorio, dedicato a “Gli immobili in Italia”, che tra le tante cose ha anche un’analisi della proprietà delle case dal punto di vista anagrafico.

Oltre a confermare quel che tutti i politici sanno e usano – quando incontri un cittadino che deve darti il suo voto, è molto facile che sia uno che deve pagare, o ha appena pagato, la tassa sulla casa – lo studio delle Finanze ci dice che però cotanto interesse è concentrato nella fascia d’età matura.

Vediamo i numeri. Quelli generali: in Italia ci sono 41,5 milioni di contribuenti, e il 59% di loro (26,4 milioni) è proprietario di un immobile. È in questo universo che lo studio delle Finanze, relativo ai dati fiscali del 2010, fa entrare in ballo anche la variabile dell’età. Partendo dai giovanissimi, tra i quali ovviamente la proprietà immobiliare è una rarità: tra coloro che hanno meno di 20 anni, ci sono solo 50.398 proprietari di immobili: gli under 20 sono lo 0,2% di tutti i contribuenti proprietari, mentre sono il 3% della popolazione. Salendo di un decennio, troviamo 837.158, tra coloro che hanno un’età compresa tra i 21 e i 30; confrontando questi dati con quelli Istat sulla popolazione vediamo che tra i 21 e i 30 anni si colloca l’11,1% della popolazione ma solo il 3,5% dei proprietari. Salendo invece con l’età, la proprietà della casa si diffonde: tra i 51 e i 70 anni, abbiamo il 24% della popolazione ma il 37,7% dei proprietari; e gli ultrasettantenni sono il 14,1% degli italiani, ma ben il 23% dei proprietari.

Questo per mostrare – o meglio, tornare a raccontare, attraverso i numeri – una cosa in sé abbastanza ovvia: la casa si compra dopo aver un po’ lavorato e risparmiato, e questo vale soprattutto per quelle fasce sociali che non godono di patrimoni familiari che si tramandano.

Dunque, il luogo comune per cui “in Italia tutti hanno una casa” andrebbe ridimensionato, smontato e analizzato pezzo per pezzo. Ridimensionato, perché non è del tutto vero neanche in linea generale: anche dopo i vari boom della corsa agli immobili, dagli anni ’60 del miracolo economico e dei palazzinari, ai ’70 della grande inflazione e del bene-rifugio, agli ’80-’90 del “tutti proprietari!”, ai 2000 della finanza e dei mutui facili; anche dopo tutto ciò, nella media italiana la proprietà della casa di abitazione riguarda i due terzi delle famiglie (dati Bankitalia, in questo caso). Ma tale quota scende se si va a smontare il dato anche dal punto di vista dell’età. Lo dimostrano i dati del fisco (appena citati) sui contribuenti, e quelli della Banca d’Italia sui bilanci familiari: che ci dicono invece che, al di sotto dei 34 anni, l’affitto è una condizione che riguarda il 38,7% delle famiglie. La proprietà riguarda il 47,8% delle famiglie “giovani”. Un altro 13,5% vive nella abitazione di residenza “ad altro titolo”, diverso da proprietà o affitto. Dunque, quando si parla per ore in tv o su un giornale di Imu e affini, è più che probabile che i giovani all’ascolto (ammesso che ce ne siano) cambino canale, voltino pagina o clicchino su un altro contenuto. Forse resterebbero, se si parlasse di stage, contratti cocopro, partite Iva, lavoro, maternità, part time…

Dalla casa al lavoro

Attenzione. Con questo non si vuol dire che allora è giusto stangare le case e i loro proprietari. L’Imu – così com’è scritta – è una somma di ingiustizie, ed è una somma ingiustizia. A partire dalla bugia di base che la alimenta, quella sul valore degli immobili: finché non si aggiornerà il catasto e non si porteranno i valori reali dentro quelli fiscali (operazione tecnicamente fattibile, ma evitata con cura da governi politici e tecnici), sarà impossibile conciliare qualsiasi imposta sulle case con gli articoli 3 (eguaglianza) e 53 (capacità contributiva) della nostra Costituzione. E poi, bisognerebbe mettere l’Imu dentro una patrimoniale vera, su tutte le fortune, ed esentare le fasce di reddito più povere, e coloro che sull’immobile stanno ancora pagando il mutuo prima casa (tra i quali sicuramente ci sono tutti quei giovani proprietari che hanno appena comprato, magari negli anni nei quali ancora potevano accedere a un prestito in banca).

Dunque, a chi pensa di rivincere (o di non perdere) le elezioni cavalcando di nuovo l’abolizione della tassa sulla casa, bisognerebbe rispondere a muso duro che quella tassa non va tolta ma va resa giusta. Ma, tutto ciò precisato, resta il fatto che una bella e progressiva riforma di questo tipo non cambierebbe di una virgola – se non in termini di un po’ di risorse pubbliche recuperate – la condizione dei veri protagonisti della crisi, i giovani. I senza-casa e senza-lavoro. Quelli che hanno pagato prima e di più per la gelata dell’economia: vedendo i loro aleatori contratti di lavoro saltare per aria, o trasformarsi, o inabissarsi per ricomparire in tempi migliori; e poi trovandosi alle prese con la grande riforma del mercato del lavoro, che non ha portato una maggior copertura dalle incertezze e dagli alti e bassi del lavoro e della vita (niente in termini di copertura tra un contratto e l’altro, salario minimo, giusti compensi, ammortizzatori per malattia, maternità etc), ma ha complicato notevolmente la vita a tutti tranne che ai consulenti del lavoro, in slalom tra i nuovi cavilli. Secondo gli ultimi dati Istat, il tasso di disoccupazione tra i 15 e i 24 anni è al 37,1%, solo in Spagna va peggio; e tra i 15 e i 24 anni abbiamo 641.000 ragazzi in cerca di lavoro: il 10,6% del totale delle persone in quella fascia d’età. Tra i 18 e i 29 anni è occupato il 45,8% dei maschi e il 33,7% delle donne (si legga questo utile riepilogo numerico della Repubblica degli stagisti).

Nonostante la gravità e pesantezza di questi numeri, resta sostanzialmente fuori dalla contesa elettorale il destino di questa generazione, o forse di due-tre generazioni maturate a cavallo tra la fine degli anni ’90 e il nostro presente, lanciate nel mercato del lavoro dalla legislazione più flessibile che abbiamo mai avuto, prime vittime sacrificali della crisi economica più duro dall’epoca dell'(altra) grande depressione. Si dovrebbe parlare di come farli entrare, o rientrare, al lavoro: di un piano, una domanda, una linea – che non sia il puro e ipocrita: rilanciamo l’economia, il lavoro arriverà. Sia perché si dovrebbe dire come rilanciare l’economia, che perché, in ogni caso, resta un problema di inserimento, o re-inserimento, di persone segnate e piagate dalla crisi che hanno subìto, che lo abbiano fatto salendo su un tetto o lavorando nell’ombra gratuitamente per un centro di ricerca, uno studio professionale, una testata tv.

Di tutto ciò si parla poco o niente, i “giovani”, buoni per gli slogan e le dichiarazioni solenni, in campagna elettorale tirano pochissimo. Meglio la vecchia pantomima dell’Ici-Imu, gli spauracchi della patrimoniale e gli allarmi sul ceto medio tartassato. Veri evergreen, riportati sulle scene da attori consumati e astuti; ma che a volte non si accorgono che in platea non c’è più nessuno.

di Roberta Carlini, da www.sbilanciamoci.info

18 gennaio 2013

La razionalità sostanziale è finita in Cina

Tra mezzi, fini e conseguenze non è possibile promuovere una sistemazione valevole universalmente. Ed anche la razionalità “sostanziale” può avere solo un campo “locale” di incidenza. La Cina come ultima scena dell’utopia della perfetta congiunzione fra razionalità sostanziale e strumentale.

Abbiamo letto tutti migliaia di parole spese per criticare la razionalità strumentale, quella che sembra consistere nella selezione dei fini in base ai mezzi. Se fini e mezzi costituissero un sistema ben ordinato, in cui i fini più importanti avessero sempre a disposizione i mezzi per realizzarsi, razionalità strumentale e sostanziale coinciderebbero. Se i mezzi obbedissero a una gerarchia di disponibilità e i fini a una di importanza, e le due gerarchie non coincidessero, la razionalità strumentale consisterebbe nel far valere la gerarchia dei mezzi, per selezionare i fini. Se l’ordine dei mezzi consentisse una scelta tra fini diversi, le connessioni tra mezzi e fini potrebbero essere ulteriormente valutate in base alle conseguenze che generano. Il primato dei mezzi sui fini è di solito attribuito all’utilitarismo, mentre quella che vagamente si intende con etica della responsabilità sembra consistere essenzialmente nel rilievo accordato alle conseguenze.

È difficile immaginare un sistema in cui mezzi e conseguenze determinino completamente i fini. Era un tipo di razionalità appena adombrato da Max Weber, che interpretava così l’economia marginalistica, considerandola però come un tipo ideale. Il livello elementare dei mezzi che condizionano la scelta dei fini può essere identificato con la natura. Per i filosofi antichi si trattava di un livello assai vicino a quello dei fini. Per Aristotele avrebbe avuto senso dire che non si può deliberare di volare o di andare sulla luna, cioè che non ci si può seriamente porre un fine del genere, mentre oggi volare è alla portata di molte persone e non è impossibile andare sulla luna. Si è messa di mezzo la tecnica, che può essere vista in due modi: come obbedienza alla natura, secondo la formula baconiana, o come sfruttamento della natura. Secondo la prima formula la tecnica avvicinerebbe l’uomo alla natura, sostituendo all’immagine fittizia dei mezzi naturali, costruita dai filosofi antichi, un sistema autentico di mezzi disponibili, con una pressione sempre più alta dei mezzi sui fini, via via che crescono le conoscenze tecnologiche. Questa è la prospettiva disegnata dai filosofi ossessionati dai progressi della tecnica, alimentata dalla forte crescita della conoscenza scientifica. Se la si considera uno sfruttamento della natura, si tende a vedere nella tecnica un allontanamento dalla natura, che condurrà alla sua distruzione, almeno come ambiente ospitale per la specie umana. Anziché essere uno strumento utile per arricchire il novero dei mezzi disponibili e metterli in ordine, in modo da coordinare sempre meglio fini e mezzi, la tecnica diventa l’imposizione dei fini ai mezzi naturali, che non tiene conto della loro conservazione.

Queste sono drammatizzazioni, perché, quando si prendono decisioni, si cercano compromessi tra fini, mezzi e conseguenze. L’esortazione a essere ragionevoli si riferisce talvolta ai mezzi, talvolta alle conseguenze, talvolta anche alla tolleranza verso il perseguimento di fini improbabili. Lo schema mezzi-fini, che è locale, perché spesso un termine è mezzo e anche fine, mal si presta alle generalizzazioni alle quali la teoria filosofica della ragione mira ad arrivare. Localmente i rapporti tra mezzi e fini si sistemano, ma i filosofi hanno sempre cercato di usare quello schema per costruire una sistemazione globale. Essi hanno spesso cercato la natura, che sembra costituire il limite delle scelte umane, ma anche la suggeritrice delle scelte che mettono in pericolo l’ordine naturale. Aristotele, pur ritenendo che mezzi e fini rientrassero in un ordine naturale ben costruito, in cui c’era spazio anche per i piaceri dovuti alla soddisfazione dei desideri, pensava che quell’ordine potesse essere turbato, se i desideri non stavano al loro posto.

Platone e Aristotele sapevano come si coordinano i mezzi ai fini, per esempio per costruire un tempio o per fare un calcolo, Aristotele sapeva che certe grandezze fisiche hanno tra loro un rapporto proporzionale e che, se in questi rapporti compare il nulla (lo zero), compare anche l’infinito e la situazione diventa indeterminata. Essi pensavano che questi schemi si applicassero anche in generale, dove non ci sono templi da costruire o calcoli da fare. Si chiamava logos tanto un rapporto quanto un discorso ed espressioni come  “sii ragionevole”, “ho ragione”, “è una buona ragione per”, “è un buon ragionamento” potevano essere ricondotte al logos, la facoltà per cui, a differenza degli animali, siamo capaci di parlare. I filosofi volevano trovare qualcosa di comune tra tutti questi usi, qualcosa che avesse la sicurezza e la generalità del calcolo o dell’ordine naturale, che essi credevano di riscontrare negli astri, regolatori delle stagioni e dei giorni, fondamento del calendario, punti di orientamento nella navigazione. A questo scopo occorreva tener lontane le situazioni nelle quali una componente della natura umana, quella in cui si generano i desideri e si godono i piaceri, possa turbare l’ordine generale della natura.

Platone vedeva nell’indeterminazione dei processi naturali la vera ragione per cui, come avrebbero detto gli gnostici, la natura è intrinsecamente cattiva; poi, quando la meccanica ne propose un’immagine in cui l’indeterminazione era fin troppo assente, ai filosofi, che continuavano a pensarla come un sistema di mezzi offerti alle azioni umane, la natura parve qualcosa di estraneo. Allora i filosofi si sentirono liberi di dichiarare che le norme sono del tutto svincolate dall’ordine delle cose, il dover essere dall’essere. Lo fece Hume, che dell’ordine naturale dava un’immagine debole, ma anche Kant, che ne dava un’immagine forte. Hume pensava che le regole dovessero favorire la socialità; per Kant, che considerava la storia lo scenario nel quale si collocano le regole, in una storia infinita gli uomini si sarebbero diretti sempre di più verso l’obbedienza a regole non dettate da interessi. Se la natura non può suggerire nulla che determini troppo strettamente le norme da seguire, non sarà la ricerca dei mezzi disponibili a costituire la razionalità, perché la realizzabilità di ciò che ci si propone è assicurata dalla validità della norma stessa. Lo spostamento della razionalità dalla natura alla storia, suggerito da Kant, ha avuto seguito: le ideologie ottocentesche e novecentesche sono state tutte fondate su filosofie della storia e sono state tutte progetti che pretendevano di essere autogarantiti, cioè di avere in se stessi le condizioni per la loro sicura realizzazione. Liberalismo, socialismo, democrazia, nazionalismo, comunismo sono state dottrine di questo genere. La più emblematica è la versione marxista del comunismo, per la quale il naufragio dei sistemi economici, costruiti per il miglior sfruttamento delle risorse, conduce all’instaurazione della miglior società possibile.

Quando diceva che la razionalità puramente strumentale è un tipo ideale, mentre la razionalità reale subordina la ricerca dei mezzi alla scelta di valori da realizzare, Weber teneva presenti le ideologie, che sono pacchetti di mezzi e fini preconfezionati. Con la dissoluzione delle ideologie è ricomparsa la libera articolazione, humiana e kantiana, tra l’ordine naturale delle cose e l’ordine morale dei fini, e i filosofi hanno ripreso a criticare i tentativi di vagliare le proposte di fini in base ai mezzi, considerati forme di strategia conservatrice, che mira a respingere qualsiasi correzione di una situazione storica o sociale. Così, negli anni sessanta e settanta del Novecento, si è riabilitato il concetto di utopia, intesa come un programma realizzabile per mezzo di una rivoluzione, che, nel mondo economicamente progredito, non avrebbe neppure bisogno di essere violenta, perché si tratterebbe soltanto di abolire le limitazioni sui mezzi, non più giustificate, dopo che essi sono diventati abbondanti, per l’alta produttività delle società industriali.

Le ideologie non si lasciano mescolare facilmente, perché ciascuna di esse pretende di inglobare le istanze positive presenti nelle altre. Già Weber, con l’immagine del “politeismo dei valori”, aveva preso atto dell’inconciliabilità delle ideologie e dell’impossibilità di scegliere tra esse, se non facendo intervenire la considerazione delle conseguenze: era questo il contenuto dell’etica della responsabilità, che egli aveva proposto senza entrare nei particolari. Invece John Rawls è arrivato a proporre un compromesso tra le ideologie, dopo essere partito dal confronto delle ideologie con le loro condizioni di possibilità economiche. L’economia rappresenta il punto in cui la natura si incontra con la cultura e ne fa sentire i limiti. La poca fortuna di cui gode oggi la scienza economica, dopo le promesse del keynesismo, dell’economia del benessere, del neoliberismo e del monetarismo, ha fatto dimenticare che la crisi delle ideologie è stata anche in parte dovuto alla loro incapacità di rispondere ai problemi economici. Le utopie degli economisti non hanno retto alla prova più di quelle degli ideologi, ma della teoria economica è rimasto almeno il lascito negativo, cioè la sua utilità nel mettere in luce il costo delle utopie sociali o politiche, spesso taciuto da chi le proponeva.

È possibile riprendere l’antinaturalismo di Hume e More, cui spesso i filosofi si rifanno, per celebrare l’autonomia del piano normativo, in un senso diverso da quello solito. La considerazione delle condizioni di fatto, quali per esempio le teorie economiche illustrano, non danno indicazioni positive sulle ideologie possibili, ma ne danno di negative, cioè non offrono ciò che la ragione sostanziale pretendeva di dare e tolgono credibilità alle sue finzioni. Per esempio, gli eredi di ideologie, anche di quelle che un tempo avrebbero respinto come un inganno intellettuale il concetto scolastico di bene comune, oggi lo hanno riscoperto; ma, se si richiede all’economia di dare un contenuto a quell’idea, si scopre che il sapere economico, che non voglia essere ideologico o utopistico, ci da delle certezze asimmetriche, quelle per le quali è possibile indicare di volta in volta gli interessi particolari promossi o sacrificati, ma senza poter individuare un interesse comune. Già la razionalità strumentale, più si fa particolareggiata, più si fa locale, ma le proposte fatte in nome della razionalità sostanziale, proprio perché sono costituite da un fitto intreccio di mezzi e fini, sono ancora più locali, e il farne un prodotto della ragione serve soltanto a nascondere la loro modesta estensione

Chi ha ripreso a coltivare le ideologie, messo di fronte alla “rivolta dei mezzi” contro i fini e alla loro anarchia, ha riscoperto l’idea, sempre cara ai filosofi, che esiste una classificazione di beni e di desideri. L’ideale platonico dello stato commerciale chiuso, sorvegliato da guardiani, insieme intellettuali e soldati, capaci di sopprimere sul nascere i desideri inferiori e di bloccare la circolazione dei beni che li possano soddisfare, ritorna come modo per riproporre la ragione sostanziale. Quando anche i suoi nemici pensavano che la società industriale fosse una società opulenta o potenzialmente opulenta, bisognosa soltanto di una riorganizzazione, nella razionalità sostanziale, come instaurazione di una gerarchia corretta di desideri e di beni, si scorgeva un’operazione di libertà. Oggi, che l’opulenza sembra minacciata, ritorna il sogno platonico della società commerciale chiusa, in cui vanno repressi i bisogni fittizi e vietati i beni che servono a soddisfarli; e ritorna spesso con i tratti del sogno cinese. Un tempo coloro i quali vedevano nella Cina di Mao qualcosa di simile alla società naturale di Rousseau ammiravano la capacità, imprudentemente attribuita ai cinesi, di prevedere i terremoti, di fronte ai quali l’ambiziosa scienza occidentale deve arrendersi. Adesso la Cina efficiente dei capitalisti comunisti è dipinta come quella in cui sviluppo e sensibilità ecologica vanno finalmente insieme. Che i tirannici burocrati cinesi, dopo i soldati filosofi e inquisitori di Platone, siano diventati gli ultimi sacerdoti della razionalità sostanziale?

Carlo Augusto Viano è Professore emerito di Storia della filosofia all’Università di Torino. Fra i suoi contributi più recenti Laici in ginocchio (Laterza, 2006) e Stagioni filosofiche. La filosofia del Novecento fra Torino e l’Italia (il Mulino, 2007).

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Carlo Augusto Viano

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