Posts tagged ‘Violenza’

25 novembre 2011

Se una donna su tre è vittima di violenze

Non sono tanti a saperlo o a ricordarselo. Ma il 25 novembre è la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. È stata l’Assemblea Generale dell’Onu a istituirla il 1999, invitando i governi, le organizzazioni internazionali e le ong ad organizzare ogni anno incontri ed eventi per sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti di questo dramma.

Perché è assurdo che, ancora oggi, tante donne siano capro espiatorio dell’aggressività maschile. E che in molti non ci facciano nemmeno più caso, come se si trattasse di un problema minore, che concerne solo alcuni Paesi, determinati ambienti sociali, poche persone insomma. E invece no! Nonostante i progressi nel campo dell’uguaglianza  di diritti dei due sessi, il rapporto che gli uomini intrattengono  con il mondo femminile resta estremamente complesso. E la violenza che subiscono le donne continua ad essere uno dei più grandi flagelli contemporanei. Secondo il Consiglio d’Europa, sono proprio le violenze fisiche, sessuali e psicologiche che subiscono le donne una delle cause principali della mortalità femminile e negli Stai membri. In Italia, secondo gli ultimi dati dell’Istat, una donna su tre è vittima della violenza di un uomo, almeno una volta nella propria vita. Chi sono allora questi uomini violenti? Perché non si riesce ancora a far prendere coscienza a molte persone della gravità del problema?

Grazie a numerosi studi sociologici, oggi sappiamo che “l’uomo violento” non è più solo un pazzo, un mostro, un malato; un uomo che proviene necessariamente da un contesto sociale povero e incolto. L’uomo violento può essere di buona famiglie avere un buon livello di istruzione. Non conta il lavoro che si fa o la posizione sociale che si occupa, ma l’incapacità ad accettare l’alterità e l’autonomia femminile. Si tratta per lo più di uomini che diventano violenti per paura di perdere il potere  sulla donna. E che percepiscono il proprio atteggiamento come “normale”: fa parte del copione della virilità cui in genere aderiscono profondamente. Anche se la maggior parte delle volte sono uomini insicuri e che hanno poca fiducia in loro stessi. Uomini che, invece di cercare di capire cosa esattamente non funzioni nella propria vita, accusano le donne e le considerano responsabili dei propri fallimenti. Talvolta fino al punto di trasformare la vita delle donne che li circondano – mogli, madri, sorelle o figlie – in un incubo. Come racconta la filosofa americana Susan Brison in un bellissimo libro autobiografico, la violenza che una donna subisce dall’uomo distrugge l’essere stesso di chi le subisce, perché elimina ogni valore, distrugge ogni riferimento logico. È proprio questo il messaggio del 25 novembre: fa capire che è estremamente difficile, per una donna che subisce violenze e umiliazioni, parlare di ciò che ha vissuto o continua a vivere.

Le parole mancano, si balbetta, non si riesce a spiegare esattamente ciò che è successo. Ci vogliono anni per poter riuscire ad integrare questi “pezzi di vita” all’interno di un racconto coerente. Soprattutto quando l’autore è il padre o il marito. Per poterlo fare, c’è bisogno che qualcuno ascolti veramente, senza pregiudizi e senza diffidenza, anche quando i ricordi paiono incongrui e l’atteggiamento nei confronti dei carnefici sembra ambivalente. Certo, non si potrà  mai definitivamente eliminare l’ambiguità profonda che ogni essere umano si porta dentro. Nessuno di noi è immune dall’odio, dall’invidia, dalla volontà di dominio. Ma il carisma e l’autorità non hanno mai bisogno di utilizzare la prevaricazione e la violenza. Al contrario. La vera autorità è sempre calma senza per questo essere debole.

di Michela Marzano, La Repubblica

24 novembre 2011

Violenza contro le donne, è pandemia In Italia 651 omicidi in cinque anni

Sei donne su dieci, in tutto il mondo, hanno subito aggressione sessuale nel corso della loro vita, quasi sempre ad opera di mariti e familiari. La violenza domestica è una realtà quotidiana per oltre seicento milioni di donne. Domani la giornata internazionale contro la violenza fissata dall’Onu.

Sebbene in 125 paesi esistano leggi che penalizzano la violenza domestica, e l’uguaglianza tra uomini e donne sia garantita in 139, sei donne su dieci, in tutto il mondo, hanno subito violenza fisica e sessuale nel corso della loro vita, quasi sempre a opera di mariti e familiari. Lo ha sottolineato Michelle Bachelet, direttore di UN Women, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, che si celebra in tutto il mondo il 25 novembre.

“La violenza contro le donne ha la portata di una pandemia  –  sottolinea  nel suo messaggio l’ex presidente cileno, che chiede ai governi di intervenire in modo deciso. – Oggi due paesi su tre hanno leggi specifiche che puniscono la violenza domestica, e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite indica nella violenza sessuale una tattica deliberata di guerra, eppure le donne continuano ancora a essere vittime di abusi. E questo non per mancanza di consapevolezza, ma perché manca la volontà politica di venire incontro ai bisogni delle donne e di tutelare i loro diritti fondamentali”.

“Quando ero ragazzina in Cile c’era un detto, quien te quiere te aporrea, chi ti vuole bene ti picchia. E’ sempre stato così, sospiravano le donne; ma oggi questa violenza non può più essere considerata inevitabile e va identificata per quello che è, una violazione dei diritti umani, una minaccia alla democrazia, alla pace e alla sicurezza, un pesante fardello per le economie nazionali. E invece è uno dei crimini meno perseguiti nel mondo”.

Seicentotre milioni di donne vivono in paesi nei quali la violenza domestica è considerata un fatto strettamente privato. Oltre 60 milioni di bambine vengono costrette a sposarsi, e sono tra i 100 e i 140 milioni le donne che hanno subito mutilazioni genitali; mancano all’appello, in tutto il mondo, 100 milioni di bambine che non sono venute al mondo perché vittime della pratica dell’aborto selettivo; almeno 600mila donne ogni anno sono vittime della tratta a sfondo  sessuale.  Tutto questo in un mondo in cui due su tre adulti analfabeti sono donne, in cui ogni 90 secondi, ogni giorno, una donna muore durante la gravidanza o per complicazioni legate al parto, nonostante esistano conoscenze e risorse per rendere il parto sicuro.

E da noi? E’ di pochi mesi fa la sentenza di un tribunale italiano che riconosce le attenuanti a un uomo che aveva stuprato una ragazza minacciandola con un’ascia, in quanto la vittima “sapeva che l’uomo aveva un debole per lei”. Ed è di questi giorni la notizia dell’assalto al tribunale di Velletri messo a segno da parenti e amici di tre ventenni, tutti italiani, condannati a 8 anni e sei mesi per lo stupro di una ragazza minorenne. Tutto questo in un paese in cui i femminicidi accertati sono stati negli ultimi cinque anni 651 (92 nei primi nove mesi di quest’anno).

In occasione della mobilitazione internazionale, AIDOS, Associazione italiana donne per lo sviluppo, si unisce alla richiesta di Amnesty International, che esorta l’Unione Europea e tutti i membri del Consiglio d’Europa a firmare e ratificare la Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica del Consiglio d’Europa. La Convenzione, adottata dalla Commissione dei Ministri del Consiglio d’Europa a Istanbul nel maggio 2011, è un trattato internazionale giuridicamente vincolante che contiene norme per la protezione delle vittime e il preseguimento dei colpevoli. La Convenzione, aperta agli stati membri del Consiglio d’Europa, all’Unione Europea e a qualunque paese la voglia adottare, entrerà in vigore con il deposito della decima ratifica. Fino ad ora la Convenzione ha ricevuto la firma solo di 17 paesi e dell’Unione Europea, e nessuna ratifica.

“Affinché le donne si possano sentire sicure per strada, in ufficio e nelle loro case, Stati e Unione Europea devono potenziare tutte le misure per eliminare la violenza contro le donne, inclusa la prevenzione, la protezione, il procedimento giudiziario e il risarcimento. Il primo passo è aderire alla Convenzione, mettendo in primo piano il problema della violenza contro le donne”, dice Nicolas Beger, Direttore dell’ufficio istituzioni europee di Amnesty International.

“È inaccettabile- sottolinea Daniela Colombo, Presidente di AIDOS –  che ogni giorno in Europa 5 donne subiscano tuttora violenza. È prioritario che gli Stati del Consiglio d’Europa e l’Unione Europea ratifichino al più presto la Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e pongano in atto misure per eliminare la violenza tra le mura domestiche, che costituisce la parte più consistente di tutte le violenze ai danni delle donne”.

Molte le iniziative indette per celebrare la dodicesima edizione della Giornata internazionale. Il Nobel per la pace Shirin Ebadì, a Roma per la presentazione del libro “Tre donne una sfida. Da Kabul a Khartoum, la rivoluzione rosa di Shirin Ebadì, Fatima Ahmed, Malalai Joya”, della giornalista Marisa Paolucci, patrocinato da Telefono Rosa,  incontrerà gli studenti delle scuole romane al Teatro Quirino (un recente sondaggio ha rivelato che il 65 per cento dei ragazzi delle scuole superiori ignora il significato del termine stalking).

di Emanuela Stella, Repubblica.it

21 ottobre 2011

La violenza della disperazione

Sulla violenza “incappucciata” che ha impedito a duecentomila “indignati” di manifestare come volevano si è scatenata la prevedibile orgia di ipocrisia. Pochi hanno infatti le credenziali per affrontare il problema, e nessuno tra i soloni e le cheerleader di un regime che teorizza l’eversione costituzionale e quotidianamente la pratica. Tra la violenza di “er Pelliccia” – che tale è – e la violenza di Berlusconi che programma l’assedio al quotidiano La Repubblica e l’assalto al Palazzo di giustizia di Milano, c’è un abisso, una sproporzione ciclopica: quella che intercorre tra la violenza di una puntura di zanzara e la violenza delle fauci di un caimano. Chi non ha condannato e non condanna la seconda (infinitamente più grave) non può impalcarsi a censore della prima. Questo giornale è perciò tra le poche voci ad avere le carte in regola, moralmente e politicamente, per discutere sulla violenza. Che va analizzata, oltre che condannata, altrimenti si contribuisce per omissione al suo replicarsi. Capire non è giustificare (è perfino assurdo doverlo ricordare), ma condannare senza cercare di capire può essere perfino peggio che giustificare .

PERCIÒ, RIGOROSAMENTE: la disperazione produce violenza. Una più grande disperazione non può che accrescere la violenza. Solo chi opera concretamente per diminuire la disperazione sociale e aprire di nuovo alla speranza è legittimato a condannare la violenza: gli altri di fatto l’alimentano e incentivano. Ma la disperazione di oggi è il prodotto diretto di una smisurata diseguaglianza (lo scrive perfino il Corriere della Sera, per la penna di Massimo Mucchetti) che ogni giorno cresce mostruosa e spudorata, grazie a un establishment che ha per unica bussola un’avidità senza freni, spacciata addirittura per “libertà”. E un disprezzo per la legalità che non ha precedenti.    Perciò, se vogliamo porre un argine alla violenza prossima ventura dobbiamo colpire subito la metastasi della diseguaglianza impazzita. Ogni altro atteggiamento è connivente con la violenza, anche se contro di essa invoca leggi eccezionali. Questa è l’emergenza: la diseguaglianza impazzita. Non affrontarla significa mettere a repentaglio la convivenza civile nelle sue basi più elementari. È dunque improrogabile dare vita ad una “alleanza per la speranza”, che abbia come obiettivo IMMEDIATO una grande redistribuzione della ricchezza. Nell’antico Israele era previsto ogni sette anni l’anno sabbatico: i debiti venivano cancellati. Un freno, una difesa immunitaria, una compensazione contro la dismisura di Mammona che mette a repentaglio la convivenza di un popolo. Di questo abbiamo bisogno ora: una re-distribuzione che tolga SUBITO a chi in questi anni si è arricchito oltre ogni decenza (e quasi sempre contro ogni legalità) per dare a chi è stato espropriato del futuro, del lavoro, della dignità. Una redistribuzione immediata di almeno cento miliardi di euro, dai troppo ricchi ai nuovi poveri. Cento miliardi di redistribuzione riaprirebbero effettivamente alla speranza, contrasterebbero l’emergenza di una spirale diseguaglianza/disperazione/violenza/repressione/più diseguaglianza/più violenza che altrimenti trascinerà nel baratro l’Italia, già stremata da un regime che dell’illegalità e della menzogna ha fatto il suo lucro quotidiano. Come realizzare questa redistribuzione d’emergenza? I mezzi tecnici per l’operazione speranza non mancano certo. Basta volerli usare. E prelevare (in modo progressivo, non in modo proporzionale) sulle ricchezze reali accumulate (portandole TUTTE alla luce, non solo quelle immobiliari: quelle espatriate in primis). Ai finti liberali che comincerebbero a starnazzare di “esproprio proletario ” andrebbe risposto che si tratterebbe semmai di una (parzialissima) restituzione civica, visto che l’unico esproprio avvenuto nei decenni trascorsi lo hanno operato cricche, caste e grandi evasori, contro i cittadini che non hanno evaso, falsificato bilanci, truccato appalti. Contro i lavoratori dipendenti, i disoccupati, i precari, i pensionati, insomma. Sul “come” realizzare tale restituzione potrebbe esercitarsi utilmente l’immaginazione sociologica ed economica, i talenti non mancano. Purché la restituzione sia tangibile, in detassazione immediata dei salari, in servizi di welfare direttamente fruibili, in potenziamento di beni comuni (le uniche “grandi opere” urgenti: il wi-fi per tutti e dappertutto, ad esempio). Un volano virtuoso di consumi/investimenti/consumi, oltretutto.Quali sono le forze che dovrebbero appoggiare questa misura d’emergenza? Tutte quelle che sono estranee all’iceberg del privilegio impazzito (e sempre più spesso illegale), che sta provocando l’inabissamento dell’Italia. Tutte le forze che dicono di voler salvare l’Italia, senza distinzione tra partiti, movimenti, sindacati. Non dovrebbe essere difficile, per questa “emergenza speranza”, trovare un afflato di responsabilità e di elementare equità che accomuni da Bersani a Landini, da Camusso a Raparelli (passando per qualche “ricco” cui ancora residui qualche carato di sensibilità civica).

OGNI DISTINZIONE deve venir meno, di fronte all’emergenza civile che stiamo vivendo, e alla necessità stringente della “grande redistribuzione”. In fondo, cento miliardi sono meno di quanto viene evaso ogni anno: la ricchezza c’è, è solo la smisurata avidità di alcuni che produce la crescente disperazione di molti. A parole tutti riconoscono la barbarie morale e anche l’assurdità economica del baratro di diseguaglianza che sta lacerando il paese. Mettiamo perciò tutti di fronte alla responsabilità di far seguire alle parole i fatti. O di confessarsi mallevadori della catastrofe incombente.

di Paolo Flores d’Arcais, IFQ

Berlusconi con Angela Merkel, durante un incontro a Berlino il 12 gennaio scorso (FOTO LAPRESSE) 

19 ottobre 2011

Quando i violenti erano loro

Giuliano Ferrara con i manici di piccone, La Russa capopopolo quando morì l’agente Marino, Alemanno arrestato negli scontri per la visita di Bush senior. Oggi si scagliano contro la piazza e chiedono il pugno di ferro.

In una foto c’è Giuliano Ferrara con un bastone in mano a Valle Giulia nella battaglia simbolo della rivolta studentesca del ‘68. Nell’altra, è il 1977, lo stesso è chiamato a “risolvere” una bega interna alla sinistra davanti all’Università di Torino. Il 2 marzo di quell’anno, la Fgci le aveva prese dai compagni di Lc e dell’Autonomia. Il giorno dopo gli uomini del servizio d’ordine del Pci e della Cgil capitanati da Ferrara scaricano da un furgone un fascio di manici di piccone da distribuire ai compagni. Per qualche ora, sulla scalinata e nel-l’atrio di Palazzo Nuovo, le due sinistre se le suonano di santa ragione. Poi le cariche e i lacrimo-geni della polizia. Altra epoca. Come sembra appartenere al secolo passato, non fosse per i protagonisti, quello che accadde il 12 marzo 1973 a Milano. Durante una manifestazione non autorizzata del Msi, dal corteo armato di molotov, pistole e mazze ferrate, furono lanciate contro la polizia due bombe a mano: una ferì un passante e un celerino, l’altra lasciò a terra senza vita Antonio Marino, poliziotto 22enne. Ignazio La Russa, segretario del Fronte della Gioventù in Lombardia e oggi ministro della Difesa, era lì in prima fila.

PASSANO GLI ANNI, ma la piazza rimane una palestra politica importante per chi è destinato a ricoprire incarichi istituzionali. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno e il deputato Pdl Fabio Rampelli finirono in carcere nel maggio 1989, quando provarono a bloccare il corteo presidenziale di Bush padre diretto al cimitero di Nettuno, sacrario degli americani morti nel Secondo conflitto mondiale. Narrano le cronache che prima furono caricati dalla polizia (Rampelli avrà 15 giorni di prognosi), poi inseguiti anche dagli abitanti che avevano a cuore l’avvenimento. Infine arrestati.    Ottobre 1996: la pm Tiziana Siciliano spedì agli onorevoli Umberto Bossi, Roberto Maroni, Roberto Calderoli, Mario Borghezio, Da-vide Caparini e Roberto Martinelli, un invito a comparire per i fatti di via Bellerio, quando gli esponenti del Carroccio impedirono alla Digos di perquisire la sede del partito così come richiesto dalla procura di Verona che indagava sulle Camicie Verdi. All’attuale ministro dell’Interno veniva contestato di aver afferrato “per le gambe” un sovrintendente e un ispettore capo intervenuto in soccorso del primo, azzannandolo ai polpacci. L’ispettore sarebbe poi stato strattonato “violentemente” da Bossi che gli avrebbe strappato “il giubbino e la giacca d’ordinanza”. Frattanto l’on. Caparini “ingaggiava una colluttazione con gli agenti per impedire loro di scendere le scale”. Maroni prese 4 mesi e 20 giorni. Altra epoca.

di Eduardo Di Blasi, IFQ

Spranga e Martello Giuliano Ferrara nel 1977 davanti all’Università di Torino scarica manici di piccone da un’auto per dare l’assalto agli occupanti di Lotta continua e Autonomia

18 ottobre 2011

Parlano i black bloc: “I cortei pacifici non servono. Noi isolati? Cazzate”

“Voi non avete capito un cazzo. Non volete capire. Ci chiamate black bloc, dite che siamo pochi, che siamo isolati e che il resto del corteo non ci voleva. Cazzate!”, mi dice Marco F. un diciassettenne romano in felpa nera. “Eravamo più di mille fin dall’inizio, dentro il corteo. E siamo diventati sempre di più. Due-tremila. Anche gente comune, che prima stava a guardare, quelli che prima ci urlavano “smettetela, il corteo è pacifico, ci feriranno e sarà colpa vostra, state rovinando tutto! Poi hanno capito”.    “E sai perché?” prosegue Jacopo G., un ragazzetto di quindici anni con la maglietta della Roma addosso, che frequenta il liceo Virgilio, quinta ginnasio. “Perché la polizia caricava, aveva bloccato tutto. A San Giovanni era guerriglia pura. Se eri pacifico o se volevi fare a botte, le cariche te le prendevi comunque. Allora la gente ha cominciato ad aiutare i manifestanti. C’era chi portava le pietre, i Cobas hanno spento la musica perché sennò gli studenti non sentivano le cariche della polizia, altri portavano secchi d’acqua per spegnere i lacrimogeni, uno col pennarello s’era disegnato una croce rossa sulla maglia e soccorreva i feriti. Un pensionato dei Cobas, avrà avuto sessant’anni, riempiva le sporte di sampietrini e ce le portava in prima linea.

HO VISTO un disabile che riempiva la carrozzina di sassi come una carriola, e ce li distribuiva. Altri ci dicevano: ‘Mostrate il volto, e fate gli scontri senza caschi o passamontagna perché siamo indignati! Non ci importa se ci schedano o no, non dobbiamo avere paura!’ Non ci dicevano più di smetterla, ora ci appoggiavano proprio”. “Vuoi sapere perché la rabbia è tanta e crescerà?”. Mi spiega Gabriele P., un compagno di scuola di Jacopo, che ha la fidanzatina al fianco. “Io ho sedici anni. Vivo a Palmarola, periferia nord di Roma. A fine luglio non avevamo più da mangiare. I miei non reagiscono, non fanno nulla, ma io vado a ogni manifestazione, faccio parte di un collettivo autonomi. Sai com’è il mio futuro? Sarò precario e farò fatica a trovare lavoro. Ci dicono che non ci sono soldiperisalaripoidannomiliardi di euro alle banche che hanno la colpa della crisi?”.

Eccoli qua, tre di quei black bloc che hanno devastato Roma sabato scorso. Sono tre fanciulli imberbi che appartengono a famiglie della media borghesia romana. Indignados, violenti, questi tre minorenni? Stenti a crederlo. Eppure hanno una lucidità, una rabbia innocente e determinata che sconcerta. Gabriele prosegue il suo racconto. “Ci stavamo preparando da tempo. Avevamo fatto assemblee a Bergamo, a Milano, a Torino e da altre parti per preparare la guerriglia. Piccole rappresentanze di dieci persone da ogni città si riunivano, decidevano i piani e poi li comunicavano al resto di noi, a voce o attraverso internet. Quelli di Lecce e di Bari sono andati in Grecia, per farsi spiegare come agire, nella guerriglia. Io ero in Val di Susa, mi sono addestrato lì.”

JACOPO RACCONTA: “Alle sei, avevo già chiamato mia madre che mi diceva di andare via. Stavo raccogliendo qualcosa, non ricordo, mi sono visto venire addosso un blindato che m’ha preso in pieno. Ho fatto un volo di due metri e sono finito sul marciapiede. Ero ferito, con la gamba spezzata. Mi hanno soccorso otto neri incappucciati, mi hanno tolto la scarpa, caricato su un’ambulanza con altri quattro e portato all’ospedale. Uno aveva un sampietrino sulla testa, una ragazza s’era beccata una manganellata sulla faccia, anche se aveva le mani alzate. In ospedale il medico ha impedito ai carabinieri di schedarmi. E se il blindato mi ammazzava?”. “Ci poteva scappare il morto!,” urla Marco, il più bellicoso dei tre. “Come Carlo Giuliani. Io manco me lo ricordo. Avevo sei anni. L’hai vista la foto di quello che lancia l’estintore? Come a Genova, paro paro. Io quello lo conosco. È uno dei No Tav, un torinese. Ha fatto bene. Un corteo pacifico non serve a niente, se ti scontri con la polizia forse capiscono qual è il tuo disagio. Tutte le rivoluzioni sono violente. Il 15 ottobre è stata una svolta. Abbiamo messo i piedi in testa alla polizia. Succederà ancora”.

di Andrea Casadio, IFQ

27 aprile 2011

Picchiare le donne? Non è poi così grave

Picchiare la moglie, secondo i nostri politici, si può. Nessuno, opposizione inclusa, ha avuto nulla da ridire sulla notizia data dal Fatto Quotidiano: l’onorevole Pdl Remigio Ceroni ha menato la consorte. Anche dopo la pubblicazione del referto medico del Pronto soccorso, che dimostra inequivocabilmente quanto accaduto, le scuse non arrivano: appare invece su Libero un’intervista al deputato Pdl in cui, poco elegantemente, Ceroni insinua che a pestare la compagna sia stato il padre (che non può replicare perché è deceduto). Il deputato, racconta, ha ricevuto tanta solidarietà, soprattutto dai colleghi di partito. E Ceroni conta anche sulla solidarietà della moglie: “Io non presenterò querela al Fatto, sarà lei ad agire nelle sedi opportune”. Ma una donna che prende le difese del marito non dimostra granché. Se i parlamentari studiassero i dati sulla violenza che si consuma tra le mura domestiche, quasi mai denunciata, forse sarebbero meno solidali con Ceroni e sentirebbero la necessità di fare (almeno) qualche dichiarazione.

IO NON PARLO. Nel mondo, oltre il 90 per cento delle violenze perpetrate su una donna dal suo partner non vengono denunciate. E, anche se in Italia mancano dati ufficiali, la tendenza a tacere sembrerebbe essere la stessa: lo confermano al Fatto sia il ministero delle Pari opportunità che le associazioni. Racconta Antonella Faieta, avvocato del Telefono Rosa: “Le donne che vengono da noi per essere aiutate lo fanno, in media, dopo oltre dieci anni di violenze subìte in silenzio”. E, per lo più, si recano nei centri di assistenza per informarsi: “Se mio marito mi prende a schiaffi dopo una lite, può considerarsi reato?”. In Italia oltre 7 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni ha subito, almeno una volta nella vita, un episodio di violenza fisica o sessuale. I legali del Telefono Rosa spiegano che non passa giorno senza che si presentino ragazze con occhi neri e nasi rotti: “Non si tratta di persone deboli. É un fenomeno trasversale”. Perché il pensiero spesso corre ai piccoli paesi, dove l’emancipazione, se è arrivata, non ha attecchito. Invece, dati alla mano, le storie che leggiamo sui giornali potrebbero capitare al nostro vicino di casa: basti pensare che il 36 per cento delle vittime di stupri, che spesso accompagnano le botte, ha una laurea. Il 64 per cento vive al Centro-Nord, il 42 per cento abita in aree metropolitane. E, soprattutto, nel 70 per cento dei casi l’autore della violenza è il convivente: ci sono circa 3 milioni di donne, in Italia, che sono state picchiate dal marito o dal compagno. Però non parlano, e in alcuni casi la legge è dalla parte degli aggressori.    Prendiamo il caso (vero) di Maria, che arriva al pronto soccorso con il labbro rotto da un pugno e un ematoma sulla fronte. É la prima volta, racconta ai medici, che il marito la picchia. Però non vuole sporgere denuncia, perché con lui ha due figli, perché lui minaccia di portarglieli via e perché, ne è certa, non capiterà più. In questa situazione non si può fare nulla: il reato di lesioni si persegue solo se la vittima sporge querela. E se denuncia e poi ritira non c’è possibilità di punire il marito.    Diverso è se i maltrattamenti sono continuati (in questi casi, come per lo stalking, la denuncia presentata non si può più ritirare): allora si può agire d’ufficio, il medico chiama la polizia e il giudice decide se allontanare il violento dalla famiglia. Oggi i divieti di avvicinamento in atto in Italia sono 2.629.    Ma quali garanzie ci sono che l’uomo non si vendichi sulla compagna che l’ha esposto? “L’allontanamento del violento – spiega l’avvocato Faieta – è una misura cautelare. Se lui torna, sta alla donna chiamare la polizia: anche per questo è nata la legge sullo stalking, così da mettere in carcere chi viola l’ordine restrittivo”.

BOTTE E STALKING. Quando una donna trova la forza di denunciare, capita spesso che subisca poi episodi di stalking (a proposito: su Ceroni il ministro Carfagna non ha nulla da dire?). Ogni mese, informa il ministero delle Pari opportunità, 547 persone vengono denunciate o arrestate per questo reato. L’85 per cento sono italiani e quasi il 90 per cento sono uomini.    Le minacce e gli insulti, raccontano nei centri di assistenza, sono sempre uguali: “Ti spezzo le gambe, ti porto via i figli, non farai più niente senza di me, quando ti vedo ti uccido”. E di solito sortiscono effetti proprio perché arrivano dopo anni di violenze. L’iter, spiega il Telefono Rosa, è questo: le botte cominciano da giovani, quando i due sono ancora fidanzati. Il periodo in cui l’uomo diventa più aggressivo è durante la gravidanza: la donna incinta è più vulnerabile, non vuole crescere un figlio da sola. Si abitua quindi più facilmente a essere picchiata, per motivi spesso futili: non ha apparecchiato la tavola, ha parlato troppo durante una cena, si è messa l’abito sbagliato. Seguono periodi di calma, ma la rabbia – dicono gli assistenti sociali – si manifesta di nuovo”.    La ribellione avviene, di solito, “quando vengono coinvolti nelle liti anche i figli che prendono le difese della madre”. Denunciare conviene. E non solo perché la violenza domestica è la prima causa di morte accidentale (nel 2009 la Banca mondiale ha anche dichiarato che “il rischio di subire violenze domestiche o stupri è maggiore del rischio di cancro o incidenti”). I tempi della giustizia, almeno per questi reati, si sono accorciati e la prima udienza viene solitamente fissata entro un anno. In quattro o cinque si può avere una sentenza di Cassazione. Nel frattempo la vittima viene assistita: il piano nazionale antiviolenza varato a gennaio ha stanziato 20 milioni di euro per aprire 80 nuovi centri distribuiti in tutta Italia.

di Beatrice Borromeo, IFQ

25 marzo 2011

Bisbetiche domate. E bastonate

Breve storia della violenza coniugale, dalla “strage delle adultere” allo stalking

Si racconta che un giorno a Saragozza il re Alfonso fu supplicato da una donna affinché intervenisse in suo favore ponendo un limite all’eccessiva frequenza dei rapporti sessuali richiestile dal marito. Pur stupito, il re pose il tetto di sei contro i trentadue pretesi dal consorte. La fonte (Pierre de Bourdeille) ometteva di precisare un particolare: in quale lasso di tempo. Ma il caso stava a dimostrare come i diritti e i doveri del talamo nuziale fossero usciti dalla sfera morale per divenire un problema pubblico.    A partire dal Basso Medioevo e per tutta l’età moderna la questione del debito coniugale fu un capitolo ineludibile di ogni trattazione intorno al matrimonio. I giuristi si impegnarono intensamente a trasferire categorie e nomenclature del diritto di proprietà sul rapporto coniugale. I teologi disciplinarono i dettagli più minuti delle prestazioni del debito. Fiorirono sul punto rigogliosi dibatti, talora fantasiosi ed eleganti. Ma mai innocui. E vennero elaborati ragionevoli parametri quantitativi, soprattutto sulla base dell’età. Se fra i 20 e i 45 anni si giudicava accettabile una frequenza di due volte alla settimana, fra i 45 e i 55 anni ci si poteva accontentare di una volta al mese. Il rifiuto del coniuge riottoso poteva essere perseguito d’ufficio, soprattutto nel caso in cui creasse scandalo, e sanzionato sino alla scomunica. Lo ius in corpus originato dal matrimonio generava insomma una sorta di titolo di possesso, che nell’amplesso a fini procreativi riconobbe il proprio fulcro dal momento in cui il rapporto coniugale divenne, col cattolicesimo, un sacramento. È questo uno degli snodi centrali nel-l’ultimo lavoro di Marco Cavina Nozze di sangue, una storia culturale della violenza domestica, costruita scavando su codici, trattati, manuali per la confessione, testi letterari.    Si trattò certo di formalizzazioni che si innestavano nell’alveo della famiglia patriarcale. Esse si configurarono nondimeno come solidi pilastri per garantire l’impunità della violenza coniugale occultandone l’anima nera. Ben oltre l’Antico Regime. Da questa visione nasce, ad esempio, l’ammissibilità dello stupro all’interno delle pareti domestiche, riconosciuta per secoli da tribunali civili ed ecclesiastici, a patto che l’atto si svolgesse «secondo natura» e non fosse praticato per lussuria extra vasum con finalità non procreative. Di qui anche il potere del marito di uccidere la moglie fedifraga o, nei migliori dei casi, di ricorrere alla rasatura dei capelli, alla flagellazione, alla reclusione in convento. Una vera e propria «strage di adultere» attraversò il Medioevo e l’età moderna, nonostante insigni canonisti come Burcardo da Worms e celebri teologi come Guibert de Nogent invitassero alla moderazione invocando il giudizio di Dio sull’uomo che si fosse macchiato di uxoricidio.    Intorno all’idea del potere maritale si coagulò un immaginario dominativo che nella cintura di castità trovò uno dei miti patriarcali più noti, anche se storicamente meno concreti. La «braga de fero» fu un’invenzione letteraria di indubbia efficacia simbolica: la moglie non aveva il possesso dei propri organi sessuali, la cui «chiave» era riposta nelle mani del marito che poteva usare per «aprire» la sua donna, proprio come una casa o uno scrigno di gioielli. Ma le radici più severe della tirannide maritale allignarono nella cultura popolare. Per secoli consuetudini e norme locali riconobbero ai mariti il potere di «bastonatura» delle mogli a fini correzionali, sanzionando – e neanche sempre – solo gli atti che giungevano all’omicidio o alla mutilazione. Tuttavia, come recitava un proverbio francese, «non appena il marito percuote la moglie, il pube di lei se la ride» al pensiero – si intende – di futuri piaceri. Le violenze potevano innestare insomma adulterii di ritorsione. E poiché, lo insegnava anche Seneca, ogni adultera è un’avvelenatrice, le paure di una società maschilista si condensarono nell’archetipo della «moglie avvelenatrice».    Fra Otto e Novecento la violenza domestica di stampo patriarcale è venuta affievolendosi nel mondo occidentale, erosa dalle critiche degli intellettuali, dai consigli degli uomini di Chiesa e soprattutto, secondo Cavina, dall’arte dei legislatori. Il campo delle aggressioni «lievi», svolte sul piano psicologico e perseguibili per legge, si è enormemente allargato sino a comprendere negli ultimi decenni lo stalking e il mobbing, denunciati non di rado anche da mariti perseguitati. Nella società globalizzata la «moglie bisbetica» finisce in tribunale. Eppure, fra simulacri antichi e dinamiche nuove, la violenza coniugale è lungi dall’essere estirpata.

di Lucia Ceci, Saturno

25 novembre 2010

La finanziaria strangola i centri antiviolenza

I Centri antiviolenza chiudono l’uno dopo l’altro ’’strangolati dai tagli della Finanziaria e dall’ostilita’ degli Enti locali, intanto 19 donne vengono uccise dai partners o ex partners solo in 26 giorni, tra ottobre e novembre di quest’anno’’.

E’ quanto denuncia D.I.RE. (Donne in rete contro la violenza), l’associazione che raccoglie 58 centri antiviolenza in Italia, alle soglie della Giornata Internazionale contro la Violenza alle Donne, che ricorre giovedi’ 25 novembre.

In una conferenza alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, le rappresentanti dei centri di Palermo, Cosenza, Viterbo, Pescara, Udine, Messina, Napoli e Roma hanno fornito la propria testimonianza per lanciare un allarme sull’inadeguatezza numerica delle strutture di accoglienza rispetto al bisogno generato dal fenomeno della violenza nel Paese e sull’esistenza di leggi regionali che non vengono finanziate.

Secondo D.I.RE., infatti, nel 2009 13.587 donne, il 67% delle quali italiane, si sono rivolte ai centri antiviolenza dell’associazione: il 14,2% in piu’ rispetto al 2008. Nelle strutture che prevedono la possibilita’ di alloggio, sono state ospitate 576 donne e 514 minori, a fronte di una capacita’ alloggiativa di 393 posti letto.

’’La realta’ del nostro Paese – ha spiegato Concetta Carrano, di Differenza Donna – è in contrasto con le indicazioni dell’Onu e dell’Unione Europea, i cui standard, fissati nel 1999, prevedono l’esistenza di almeno un centro antiviolenza familiare ogni 10.000 persone e un centro di emergenza ogni 50.000 abitanti’’.

Durante la conferenza e’ stato sottolineato, inoltre, che i centri antiviolenza costituiscono un investimento non solo sociale ma anche economico del Paese, perche’ ’’una donna accolta in un centro costa sette volte meno rispetto al caso in cui viene assistita dai servizi sociali’’. ’’Esempi virtuosi – hanno detto le iscritte a Donne in rete – sono i centri di Differenza Donna nel Lazio, fiore all’occhiello dell’amministrazione Zingaretti’’.

’’Sono anni che il ministero ci assicura l’esistenza di un fondo di 20 milioni di euro – ha concluso Carrano – ma ancora non sono chiari ne’ i tempi ne’ i modi di distribuzione’’

Ansa

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25 novembre 2010

La violenza sulle donne

25 novembre 2010

25 novembre: Mai più violenza sulle donne.

Rompiamo il circolo vizioso di povertà e violenza!

In occasione del 25 novembre, Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne, Amnesty International dà un rinnovato impulso alla campagna “Mai più violenza sulle donne”, promuovendo nuove azioni per garantire a tutte le donne il diritto a vivere una vita dignitosa e libera dalla violenza.

Questa data è stata scelta dal movimento internazionale delle donne in onore delle sorelle Mirabal, attiviste della Repubblica Dominicana assassinate il 25 novembre del 1961 perché si opponevano al regime dittatoriale del loro paese. Il coraggio e la forza dimostrate dalle sorelle Mirabal hanno contribuito a renderle delle eroine internazionali; la loro storia è stata scelta a simbolo della grave violazione dei diritti umani rappresentata dalla violenza sulle donne.

L’azione di Amnesty International si concentra quest’anno sul legame tra povertà e violenza, per spezzare questo circolo vizioso in cui moltissime donne nel mondo sono costrette a vivere. Le donne e le ragazze che vivono in povertà spesso vedono violati i loro diritti umani. Le loro vite sono segnate dalla violenza sessuale, dallo scarso accesso a un’istruzione adeguata e dalla mancata protezione dai rischi collegati alla gravidanza e al parto.
I loro diritti devono essere protetti e le loro voci ascoltate.


Povertà e istruzione

Tagikistan: donne a un corso di formazione©Archivio privato
Tagikistan: donne a un corso di formazione©Archivio privato

La violenza spesso impedisce alle donne di sfuggire alla povertà. L’istruzione può essere una via di fuga dalla povertà, perché accresce le possibilità di scelta delle donne e riduce la loro dipendenza economica, ma discriminazione e violenza negano alle ragazze l’accesso all’istruzione.

L’istruzione è un diritto umano. Ad oggi più di 55 milioni di bambine e ragazze in tutto il mondo non frequentano alcuna scuola. In Tagikistan, molte famiglie non possono affrontare le spese basilari per l’istruzione dei propri figli, quali libri scolastici, vestiti e trasporto. Raramente le bambine e le ragazze vengono mandate a scuola, perché viene data la precedenza ai figli maschi, nella convinzione che potranno guadagnare di più.

Molte ragazze non terminano il proprio percorso formativo, perché si prendono cura della famiglia, lavorano nei campi o al mercato, oppure si sposano in età precoce. Lo scarso accesso all’istruzione rende le donne estremamente vulnerabili a sfruttamento, matrimoni precoci e violenza domestica.

Firma l’appello “Tagikistan: rimuovere le barriere che ostacolano l’istruzione delle ragazze”


Povertà e mortalità materna

Perù: centro sanitario di Huancavelica © Amnesty International
Perù: centro sanitario di Huancavelica © Amnesty International

Il Perù ha il tasso di mortalità materna più alto di tutto il continente americano. La profonda iniquità della società peruviana è rappresentata dalla grandissima differenza del tasso di mortalità materna delle donne delle aree ricche e quelle delle aree povere. Secondo il ministero della Sanità peruviano, le donne nelle aree rurali hanno il doppio della probabilità rispetto a quelle delle aree urbane di morire per problemi legati alla gravidanza. Centinaia di donne incinte povere, appartenenti a popolazioni native o che vivono in aree rurali, muoiono per complicazioni evitabili, perché viene negata loro l’assistenza medica garantita invece alle donne in tutto il resto del paese.

Approfondisci il tema della mortalità materna


Povertà e mancanza di potere

Una donna trasporta della legna nel campo per sfollati di Nyala, nel sud del Darfur ©  Evelyn Hockstein/Polaris
Una donna trasporta della legna nel campo per sfollati di Nyala, nel sud del Darfur © Evelyn Hockstein/Polaris

Non c’è una società nel mondo dove le donne non rischino violenze basate sulla discriminazione di genere, violenze che impediscono alle donne di prendere parte alla vita sociale e di realizzare i loro diritti umani. Nonostante lavorino due terzi delle ore lavorative mondiali e producano la metà del cibo del pianeta, le donne guadagnano il 10 per cento del reddito mondiale e posseggono meno dell’1 per cento della proprietà mondiale. A casa o nella società in generale, le donne e le ragazze svolgono i compiti più umili e la loro voce ha una bassissima probabilità di essere ascoltata. Molte soffrono ulteriori discriminazioni a causa della loro etnia, religione, stato civile, disabilità.

La discriminazione e la violenza di cui sono vittime si aggravano in situazioni di conflitto quando le donne, private di ogni bene, scappano dalle loro terre, per vivere in campi profughi dove sono ulteriormente esposte a violenze e abusi, come accade per le tante darfuriane nei campi profughi del Ciad orientale.

Amnesty.it

19 ottobre 2010

Indonesia: in un video le torture dei militari agli indigeni papuani

Un filmato shock dell’Asian Human Right Commission mostra violenze e abusi compiuti dalle autorità indonesiane

La polizia indonesiana sta indagando su un video, caricato sul web da una associazione per la difesa dei diritti umani di Hong Kong, che ritrae soldati indonesiani torturare indigeni paupani. Non c’è ancora certezza sull’autenticità delle immagini, tra l’altro di scarsa qualità, ma il video continua a rimbalzare sul web e a far parlare di sè. Vengono mostrati uomini vestiti di uniformi militari che prendono a calci e abusano degli abitanti di un villaggio della Papua. Oltre alle violenze ci sono anche le accuse verbali rivolti agli indigeni, accusati di avere legami con gruppi di ribelli separatisti. La Papua, la provincia più grande dell’Indonesia, infatti, è martoriata dai conflitti. Nella regione, molto poco sviluppata nonostante la ricchezza di risorse natuali della zona, negli ultimi decenni un gruppo di ribelli ha condotto una guerra per ottenere l’indipendenza dall’Indonesia. Il video odierno potrebbe mettere in luce una delle tante atrocità che la caratterizzano.

COLTELLI, USTIONI, ABUSI – Nella seconda parte del video diffuso dalla Asian Human Right Commission, si vede un uomo papuano legato a terra  torturato da un gruppo di uomini non identificabili. Non mancano le armi, come i coltelli puntati al collo delle vittime e i bastoni ardenti con i quali si tenta di bruciare i genitali degli indigeni. Immagini così inquietanti che, come fa sapere il sito web che le ha pubblicate, una parte del filmato è stata modificata. Qualora venisse confermata l’autenticità del video, sarebbe la conferma di una violazioni dei dirtti umani già denunciata da tempo. “Questo è solo uno dei tanti casi di tortura che ci sono stati segnalati“, ha spiegato Wong Kai Shing, dell’AHRC. “Il governo indonesiano deve adottare un apolitica di tolleranza zero in materia di tortura, come raccomandato dalle Nazioni Unite“, ha affermato. Il portavoce della polizia, Marwoto Soeto, dal canto suo, fa sapere che il primo passo da compiere è quello di scoprire se le immagini possono essere considerate attendibili, se si tratta di gravi abusi o di un video creato ad hoc per compromettere l’immagine dell’Indonesia.

NON UNA NOVITA’ – La presenza militare nella Papua è massiccia. Il governo la ritiene indispensabile per la sicurezza della provincia. Ma le torture continuano ad essere praticate, soprattutto durante gli interrogatori o per intimidire, e a rimanere impunite.Una prassi che ha aumentato le tensioni e peggiorato i conflitti nella regione. Incentivate dal fatto che i militari possono godere di immunità speciali. Non possono essere giudicati nei tribunali civili, ad esempio. Ma solo in quelli militari, noti soprattutto per la loro propensione ad essere clementi nei confronti degli imputati.

di Donato De Sena giornalettismo.com

7 ottobre 2010

La Lega violenta

Il sindaco di Verona Flavio Tosi ha una condanna definitiva per istigazione all’odio razziale contro i rom.
Il loro veterano, il prosindaco di Treviso Giancarlo Gentilini, vanta una condanna in primo grado per lo stesso reato.
E il loro ministro dell’Interno Bobo Maroni s’è buscato 4 mesi e 20 giorni di reclusione in Cassazione per aver menato e addirittura addentato agenti della Digos impegnati, nel 1996, in una perquisizione della Procura di Verona nella sede della Lega a Milano.
L’intero stato maggiore del Carroccio è finora scampato, grazie a spericolate votazioni immunitarie del Parlamento, a un’altra inchiesta veronese per le bande paramilitari denominate ‘Guardia Padana’. Senza dimenticare le loro parole di affettuosa solidarietà agli sciagurati ‘Serenissimi’ che sequestrarono un traghetto a Venezia per occupare armi in pugno il campanile di San Marco. Come nemici dell’odio e della violenza, non c’è male.

Contro l’allora procuratore capo di Verona, Guido Papalia, che oltre alla tara della funzione giudiziaria ha pure l’origine meridionale, la Lega dell’Amore scaricò una gragnuola di minacce e insulti, culminati il 13 febbraio 2005 in un corteo di 10-15 mila fanatici capitanati dal ministro Roberto Calderoli, agghindato pagliaccescamente in toga. La squisita sfilata urlava “Papalia il tuo posto è in Turchia”, “Papalia terrone il tuo posto è in Meridione”, “Papalia il più terrone che ci sia”. Il tutto condito dal dolce stil novo di Mario Borghezio: “Magistrati facce di merda”. Gran finale con falò di immaginarie sentenze e una finta lapide dedicata al procuratore. Papalia fu poi promosso e trasferito a Brescia.
Il nuovo procuratore, Mario Giulio Schinaia, fu quasi subito aggredito da una gang di giovani facinorosi, uno dei quali l’accoltellò alla schiena. L’aggressore, 17 anni, appena arrestato dichiarò di odiare il magistrato perché indagava sulle bande giovanili violente di estrema destra.
Ora, per Natale, Schinaia ha allestito in Procura un presepe antirazzista, con la Sacra Famiglia di colore. Subito gli son saltati addosso il ministro Zaia (“inutile provocazione”) e il prosindacoprosecco Gentilini (“disprezza il presepe bianco, non è più al di sopra delle parti”). Sono fortunati a essere leghisti: fossero di sinistra, il centrodestra li avrebbe già additati come mandanti morali postumi dell’attentato al procuratore.

Le contraddizioni.Idv

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