Posts tagged ‘Brambilla’

25 agosto 2011

La casta dell’Aci, garantisce Brambilla

In questi giorni di stangate e rigore, di forbici che tagliano ovunque, tranne che nei pressi della Casta, la storia dell’Aci e del fantomatico decreto firmato dal ministro Brambilla diventa ancor più interessante. L’Aci è infatti un “ente pubblico non economico”, con circa un milioni di iscritti e partecipazioni in parecchie società: Sara assicurazioni, Ala assicurazioni, Aci Mondadori, Ventura e altre ancora. Insomma, l’Aci non è una robetta da niente, e il suo presidente Enrico Gelpi ogni anno intasca un’indennità da circa 300mila euro. Ai suoi tre vicepresidenti, invece, ne spettano circa 100 mila. A vigilare sulla correttezza di questo ente pubblico, è il ministero Michela Vittoria Brambilla, poiché l’Aci è soggetta al controllo del ministero del Turismo. La stessa Brambilla che vede Eros Maggioni, il suo compagno, sedere al consiglio direttivo dell’Aci Milano.

LA BRAMBILLA avrebbe dovuto controllare, quindi, la regolarità delle elezioni e, soprattutto, l’applicazione dell’art.6 comma 5 del decreto legge 78/2010, che prevede la riduzione dei costi degli apparati pubblici e avrebbe dovuto ridurre il Consiglio Generale da 43 a soli 5 membri.Ma questo non è mai accaduto.    Il Consiglio Generale dell’ente è scaduto a dicembre 2010, ma le nuove elezioni prevsite dallo statuto non si sono mai viste. Rischiava anche il Comitato Esecutivo, una specie di doppione dunque ulteriore fonte di costi da eliminare. A otto mesi dal novembre 2010, nulla è cambiato. L’avvocato potentino Giuseppe Nolé, presidente della federazione italiana karting – associazione sportiva interna ad Aci Csai – a maggio diffida l’Aci a rispettare le norme: chiede nuove elezioni e riduzione dei costi e dei componenti. Scrive anche al ministero, finché si vede recapitare una lettera, con l’intestazione “Presidenza del Consiglio dei ministri”. Il contenuto è doppiamente interessante.    Si scopre che l’8 settembre la Brambilla, invece di prendere provvedimenti per la mancata riduzione dei costi, passa la palla al Consiglio di Stato, chiedendo un suo parere. Un conto è eleggere 43 membri, un altro è eleggerne solo 5 e quindi, nel frattempo, le elezioni rischiano di slittare. E infatti: la data delle elezioni si avvicina e – in assenza del parere, sebbene lo Statuto dell’Aci prevedesse le elezioni, – si giunge alla scadenza del mandato per l’intero consiglio generale. Come dire: la democrazia interna, il diritto dei soci a eleggere i propri rappresentanti, si sospende d’incanto. Il 16 dicembre 2010, l’Aci modifica alcuni articoli dello Statuto, e differisce a marzo 2012 la scadenza del Consiglio generale: una proroga di ben 14 mesi. La delibera viene trasmessa al Gabinetto del Ministro Brambilla. E qui viene il bello.

IL GABINETTO del ministro istruisce la pratica per un decreto di approvazione. È la stessa presidenza del Consiglio a scrivere, nella lettera indirizzata a Nolé, che “il Gabinetto dell’Onorevole Ministro ha seguito direttamente la vicenda predisponendo i relativi atti”. Sappiamo quindi, da una fonte ufficiale, che questa vicenda è stata seguita direttamente dal ministro. Ecco come. Negli atti del ministero si legge che l’Aci ha modificato gli articoli 6, 13 e 18 dello Statuto. Con questa modifica, in teoria, si sarebbe sanata una grave irregolarità, l’omesso svolgimento delle elezioni. A mettere un sigillo sull’operazione, arriva il decreto, istruito dal gabinetto della Brambilla che, da vigilante sull’Aci, firma l’atto il 23 dicembre 2010. Per essere una “vigilanza”, c’è qualche distrazione di troppo, visto che il testo degli articoli 13 e 18 del vigente Statuto, approvato con decreto 23 dicembre 2010, è identico al testo precedente.    Le modifiche riguardavano gli articoli 12 e 19, che nel decreto non vengono neanche menzionati. Se non bastasse, bisogna ricordare che un decreto, per essere efficace, deve essere pubblicato. Ebbene: dal 23 dicembre a oggi, sulla Gazzetta Ufficiale, di quel decreto non c’è traccia, dunque è tuttora inefficace. ma c’è di più: l’Aci lo mette sul proprio sito web e – addirittura che è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 18 marzo 2011. Falso.    Eppure l’Aci è tenuta a rispettare le norme sulla trasparenza degli atti. E il ministero dovrebbe vigilare sulla sua correttezza. Non è ancora tutto. Il fantomatico decreto viene utilizzato, ufficialmente, in un altro atto pubblico: il 27 giugno, l’Aci, lo utilizza per difendersi, in una vertenza con l’Agcm. Un decreto che, di fatto, non c’è, ma nessuno fa una piega. Tanto meno la Brambilla. E ancora: Se il decreto non è efficace, gli organi Aci – che continuano a lavorare senza essere stati eletti – dovrebbero essere decaduti. Se così fosse, l’ente dovrebbe essere commissariata. Da chi? Sempre dalla Brambilla, che però ha avallato tutta l’operazione, con il suo decreto, scritto sì, ma inefficace.    A questo punto non si capisce chi controlla chi. Neanche i parlamentari possono controllare la situazione. Da mesi, il senatore dell’Idv Felice Belisario, chiede un chiarimento al governo, ma dalla Brambilla, nonostante diverse interrogazioni parlamentari , non è mai arrivata una risposta. Nel frattempo è arrivata la risposta del Consiglio di Stato che, a luglio, ha emesso il proprio parere. Il parere non sposta di una virgola il pasticcio del decreto non pubblicato. Ma almeno offre un indirizzo: la riduzione degli organi – quindi l’applicazione dell’art.6 comma 5 del decreto legge 78/2010 – per l’Aci può anche non essere applicata, in quanto facendo parte del Coni, risponde alle regole delle federazioni sportive.

A DIRLA TUTTA, le categorie sportive dell’automobilismo riconosciute non costituiscono, con i loro rappresentanti, il Consiglio Generale ed il Comitato Esecutivo della propria federazione sportiva Aci. Il Consiglio di Stato, però, aggiunge un altro “dettaglio”: le cariche collegiali e monocratiche degli enti pubblici devono essere ricoperte a titolo onorifico: non può essere erogata alcuna indennità di carica. Se l’interpretazione venisse accolta, il Presidente dell’Aci non potrebbe più percepire l’indennità da circa 300 mila euro, i tre Vicepresidenti quella da 100 mila annui, ma né l’Aci, né la Brambilla, a questa parte del parere, sebbene ufficialmente chiesto al Consiglio di Stato, hanno mai mostrato alcun interesse. Tutto è rimasto com’era.

di Antonio Massari, IFQ

Il ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla (FOTO EMBLEMA) 

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25 agosto 2011

Brambilla (con rispetto parlando)

Di questa Brambilla, praticamente ministro, non si sa più che dire, né pensare. Appena la nomini, ti ha già querelato. Appena la pensi, ti ha già fatto causa. L’altro giorno il direttore e alcuni redattori del Fatto ricevono dall’Avvocatura dello Stato un atto di citazione per conto della suddetta, che chiede 1 milione di danni per la “campagna di stampa” nientepopodimenochè contro il ministero del Turismo, a proposito dei suoi viaggi in elicotteri di Stato, del fidanzato al vertice Aci e di altri amici ingaggiati come consulenti, naturalmente a carico nostro: gente proveniente anche dalla Tv della Libertà, da lei fondata e affondata con un modico buco di 14,5 milioni. Dando la notizia, ci domandiamo che diavolo c’entri l’Avvocatura dello Stato, che dovrebbe difendere le istituzioni a spese della collettività, con i nostri articoli sulle strabilianti imprese della ministra, che dovrebbe difendersi da sola e soprattutto a sue spese. Vicende che han destato l’attenzione della Corte dei Conti. Ora apprendiamo dal Giornale che la gentildonna di Calolziocorte (Lecco), vuole denunciarci un’altra volta, privatamente e per 500mila euro, per il commento alla precedente denuncia da 1 milione, che ne seguiva una terza – la prima in ordine di tempo – fatta anch’essa privatamente per 500mila euro. E che prelude a una quarta, annunciata ma non ancora notificata, per avere noi citato (come tutti gli organi d’informazione, escluso dunque il Tg1) un’intercettazione dell’inchiesta P4: quella in cui Luigi Bisignani, ministro ad honorem, la definiva – nella sua speciale classifica – “mostro” e “mignotta come poche”. Totale provvisorio dei soldi che Madame pretende da noi: 2 milioni. Il nostro delitto, stavolta, non è neppure la “campagna di stampa” (che ad avviso dell’Avvocatura dello Stato libero di Bananas costituisce di per sé reato): è l’avere scritto che nella seconda causa Ella si fa difendere dall’Avvocatura dello Stato. E questa – scrive il Giornale di Olindo Sallusti – è “una bufala di Marco Travaglio”. Siamo subito corsi a verificare: vuoi vedere che abbiamo preso un abbaglio e che la Brambilla si fa difendere da un avvocato pagato da lei e non dall’Avvocatura dello Stato pagata da noi? Niente da fare: l’atto, alla 37esima e ultima pagina, reca le firme dell’“avvocato dello Stato Massimo Salvatorelli” e del “viceavvocato generale Massimo Mari”. Di avvocati privati, nemmeno l’ombra. Dunque, non volendo nemmeno immaginare che Brambilla e Giornale mentano sapendo di mentire (sarebbe la prima volta a memoria d’uomo), non restano che tre spiegazioni. 1) Che l’Avvocatura dello Stato abbia fatto causa al Fatto per conto della Brambilla senz’avvertire la Brambilla: un caso di denuncia all’insaputa del denunciante. Una proiezione giuridica di quel che capitò a un collega della Brambilla, il compianto Scajola, quando Anemone gli pagò la casa a sua insaputa. 2) Che la Brambilla abbia incaricato l’Avvocatura dello Stato di farci causa, ma inavvertitamente, mentre era soprappensiero, insomma senz’accorgersene. Casi del genere si verificano in ostetricia con le gravidanze isteriche: ora avremmo la prima denuncia isterica della storia del Diritto. 3) Che né la Brambilla né l’Avvocatura abbiano nulla a che vedere con quella denuncia, presentata da alcuni buontemponi che si spacciano per avvocati dello Stato e per ministri del Turismo, tipo i ragazzi di Livorno che scolpirono i falsi Modigliani. Nel qual caso, meglio così: se la denuncia è finta, ce ne restano solo tre. A meno che non ne arrivi un’altra per questo articolo. Ma non vogliamo neppure pensarci: vorrebbe dire che la diffamazione consiste nel pronunciare il termine Michela Vittoria Brambilla che, lo riconosciamo, è un po’ forte. Ma allora quanti milioni chiederà la ministra Granturismo al povero Bisignani?

di Marco Travaglio, IFQ

21 aprile 2011

Sindacato Brambilla. Il ministro inventa “Pdl al servizio degli italiani” per offrire assistenza gratuita. Ma c’è il bluff

Un’azienda di imballaggi a Fidenza, provincia di Parma. Una cooperativa di giardinaggio a Messina, e poi una merceria e una agenzia di viaggi. Sono, elenco telefonico alla mano, alcune delle sedi di “Pdl – al servizio degli italiani”, l’ultima arma politica inventata dal ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla.

DOPO I CIRCOLI e i promotori della libertà, sabato scorso di fronte alla platea dell’Eur il “cane da polpaccio” del premier, come lui la definì, ha presentato le prime mille sedi. Una via di mezzo tra Caf e patronati, una serie di sportelli destinati, nelle parole del ministro, a “gestire gratuitamente i servizi sociali a favore dei cittadini, al posto di una burocrazia costosa e ritardataria. Intendiamo rafforzare ancora di più – ha detto – il legame che ci unisce ai cittadini e alle famiglie. Sulla strada del radicamento del Popolo della libertà nell’intero territorio nazionale”.    Nella povertà del dopoguerra napoletano Achille Lauro divenne sindaco donando la scarpa sinistra prima delle elezioni e promettendo la destra a conti fatti. Cinquant’anni dopo la campagna del presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo è passata anche attraverso i patronati del lavoro di Catania che esponevano i simboli del futuro governatore (e perché no – come documentò Exit – consegnavano le buste della spesa ai bisognosi). Nell’epoca delle iniziative movimentiste targate Pdl, il ministro del Turismo ha cercato di unire il populismo del primo e la sostanza del secondo. Per l’occasione ha usato toni altisonanti: “Pdl – al servizio degli italiani rappresenta nei fatti una vera e propria rivoluzione liberale. È l’attuazione concreta del principio di sussidiarietà previsto dalla Costituzione”.    Ma le cose non stanno esattamente così. Innanzitutto le sedi: Brambilla ne aveva promesse mille il primo marzo, più o meno quante ne hanno Cgil e Cisl, per intendersi. Alla fine ne ha presentata persino qualcuna in più. Secondo il sito dell’iniziativa, un successo dovuto alla grande mole di partecipazione popolare: una rete di professionisti animata dalla volontà di fare del bene alla collettività. Ma non c’è solo quello: tra le sedi dei servizi risultano, infatti, anche società che con l’erogazione dei servizi non hanno niente a che fare: oltre alla merceria e alla cooperativa di giardinaggio, ad esempio, anche un grossista di abbigliamento in provincia di Perugia e una ditta di poste private.

IN REALTÀ, poi, molte delle sedi esistevano e operavano prima dell’avvento dell’iniziativa: fanno riferimento ad un’altra rete, i Centri di assistenza fiscale della ConfLavoratori, Caf con sede a Palmi (Rc) gestita da Giuseppe Carbone, segretario nazionale di ConfLavoratori, sindacato a dire il vero assai misconosciuto. Basta incrociare le sedi dell’una e dell’altro per vedere che la sovrapposizione è pressoché completa.    Diversamente del resto non potrebbe essere, visto che Carbone è consigliere d’amministrazione di “Al servizio degli italiani Srl – in breve Asdi”. Dal canto suo Brambilla non compare in nessuna dicitura legale dell’Asdi Srl. È, invece, solo presidente della associazione che fa capo, senza alcun mandato esecutivo. In compenso, assieme a Carbone in cda siedono la cugina acquisita del ministro, Renata Pizzamiglio, e la sua portavoce, Laura Colombo. A completare la squadra ci sono poi l’amministratore di ConfLavoratori, Domenica Bagalà e la deputata Mariarosaria Rossi, quella che nelle carte del caso Ruby viene intercettata mentre dice a Emilio Fede: “Ah che palle che sei, due amiche, quindi bunga bunga, due de mattina, io ve saluto eh?!”. Di Carbone, invece, si sa che è tra i fondatori del Club della Libertà a Palmi insieme a Bagalà e che nel 2009 gli fu sequestrato un complesso abitativo di circa 4 mila metri quadrati costruito abusivamente – dice la procura – e per giunta in zona sismica.    Ma torniamo ai Caf. Qui si svela il secondo bluff della “rivoluzione liberale” prospettata dal ministro Brambilla. Con buona pace della sbandierata sussidiarietà, i servizi erogati li pagava e li pagherà proprio lo stato, leggi i contribuenti. Esattamente come accade con tutti gli altri Caf, a prestazione erogata corrisponde rimborso: 16,03 euro per un 730, 13 euro mediamente per un Isee, 8 per un Red. Tutti servizi che sulla carta il Pdl propone di offrire. E per giunta su larga scala. Tanto per dare un’idea, Cgil e Cisl, i due più grandi fornitori di servizi fiscali, veleggiano sui 5/6 milioni di pratiche all’anno. Nel caso della Cgil, i 730 da soli sono circa tre milioni all’anno, vale a dire circa 50 milioni di euro.    I due sindacati maggiori non sembrano preoccupati della concorrenza. “Parliamo di cose serie – obietta il presidente dei Caf Cisl, Valeriano Canepari – per offrire un servizio bisogna anche essere in grado di svolgerlo. Non è solo questione di quanti sportelli hai, ma di professionalità, tempo; per gestire una rete di questo tipo bisogna essere precisi come degli orologi”. Senza contare, specifica Canepari, che i rimborsi tardano molto ad arrivare, in media almeno un anno.    L’OBIEZIONE è pertinente: come fa una struttura organizzata in quattro e quattr’otto ad offrire un servizio all’altezza della mirabolante offerta? Vale la pena di sottolineare però che un successo dell’iniziativa converrebbe economicamente a tutti i soci. Difficile spiegare in altro modo la partecipazione di Francesco Casaburo al meeting romano dello scorso sabato. La sua presenza – scoperta dal sito napolimetropoli.it   – ha destato la curiosità dei giornali. Perché Casaburo è il capogruppo del Pd a Caivano, comune dell’hinterland napoletano. Che ci faceva a Roma con il ministro Brambilla, si è chiesto il Corriere del Mezzogiorno? Lui ha risposto: “Ero lì per lavoro”, seccato di doversi giustificare con il suo partito e “pronto a lasciare di fronte all’imbarazzo” democratico. Le voci si sono subito diffuse: “Casaburo lascia”, “Casaburo va con il Pdl”. Sarà, ma la realtà è che Casaburo non ha mentito, e che la politica per una volta non c’entra niente, visto che di Giuseppe Carbone è socio per davvero: consigliere di Caf Conflavoratori. Il denaro, del resto, è bipartisan per natura.

di Fabio Amato, IFQ

21 febbraio 2011

Immigrati, ci pensa la Brambilla

Per reagire agli sbarchi dei tunisini, la ministra del turismo proporrà presto una controinvasione di italiani a Djerba, con buffet tutto compreso. Marchionne invece ha avuto l’idea di assumerli tutti, per farli lavorare 36 ore ore al giorno

Sbarchi a Lampedusa La nuova ondata di migranti pone seri problemi alle autorità italiane. “Sono solo pochi radical chic addestrati nei salotti di Tunisi”, ha dichiarato il ministro Gelmini. Ma secondo le prime verifiche i radical chic infiltrati sarebbero solo tre su cinquemila, subito identificati dalla polizia perché erano fradici di sudore a causa del kaftano di cachemire. Secondo indiscrezioni, si tratterebbe di tre latitanti di Mazara del Vallo travestiti, giunti in Italia per partecipare al Festival di Sanremo su invito di Fabrizio Corona.
Quanto agli altri migranti, non chiedono lo status di rifugiati politici ma quello, molto più efficace in Italia, di nipoti di Mubarak, presentando documenti falsi. Alcuni hanno anche ritoccato la fotografia, aggiungendo un paio di tette, considerate il vero lasciapassare per il nostro Paese. Poiché il Parlamento, approvando una proposta del Pdl, ha appena sancito che soccorrere i nipoti di Mubarak è doveroso, il governo italiano si vede costretto a regalare a ogni nuovo immigrato un ciondolo Swarovsky e una busta con settemila euro, trattabili secondo l’uso arabo.

Rapporti con la Tunisia Il ministro Maroni ha reagito indignato alla nota ufficiale del governo tunisino, che l’ha definito “rappresentante della destra razzista”. “Io non parlo con gli arabi”, la sua secca replica. Per rimediare all’impasse, la Lega ha rilanciato l’idea di inviare in Tunisia forze di polizia italiane: un corpo speciale, con fez e moschetto, è già pronto al porto di Lampedusa, ma a causa dei tagli di Tremonti si dovranno riutilizzare gli stessi gommoni a remi usati dai migranti. L’arrivo degli italiani in Tunisia è previsto per il prossimo Natale.

Reciprocità Il nostro governo insiste sul principio della reciprocità. Per ogni sbarco di maghrebini in Italia, verrà allestito uno sbarco di migranti italiani nel Maghreb. Già pronti decine di migliaia di ricercatori e borsisti, con la caratteristica sacca Vuitton completamente vuota che ci rende riconoscibili all’estero. Per ristabilire la parità anche negli annegamenti, saliranno a bordo di appositi barconi già bucati con il succhiello dal Genio militare.

di Michele Serra – L’espresso

15 febbraio 2011

“Panorama” e gli allegri bastonatori

Eppure non c’era bisogno di aspettare domenica 13 febbraio per sapere. Direte che basta vivere in qualunque luogo, in qualunque giorno della presente e non lietissima vita italiana per sapere un po’ di più. Bastava domandare. Lo ha fatto per esempio il giovane regista Lorenzo Buccelli in un suo riuscito documentario: decine di donne incontrate a caso, scelte negli incontri più occasionali della vita quotidiana. A questa inchiesta, divenuta un dvd dal titolo perfetto “Sorelle d’Italia” è toccato il compito di vedere e prevedere. In quel film dignità, compostezza, la naturale opposizione di chi non fa politica ma non accetta il varietà della politica, sono un messaggio chiaro che non vuole e non cerca pretesti. E allora arriviamo all’evento così splendidamente riuscito e così malevolmente giudicato da alcuni. Un milione di donne in piazza hanno fatto perdere la testa a molti recensori. La cosa incuriosisce   perché in sé non è politica. Di questa idea si può pensare bene o male. Ma puntare sulla stroncatura preventiva è strano e insolito. Non per i politici, naturalmente. Parlo di giornali e giornalisti. Penso con tristezza a Panorama. A che cosa si è ridotto (umiliando, suppongo, l’ottima redazione   )? Pubblica una serie di dichiarazioni di donne che chiedono e dichiarano di non andare in piazza. Legittimo. Ma deve esserci una penuria di normali argomenti (tipo: mai andata, non credo a quel modo di manifestare; oppure: no, perché non condivido) . Infatti il settimanale pubblica una serie di dichiarazioni come questa (attenzione): “Quando si manifesterà contro la morte della meritocrazia, allora sì, quel giorno aderirò”. Oppure: “Come donna, come laureata, come precaria, come mamma, mi sento più umiliata da tutte queste arrampicatrici di dubbio gusto che dall’uomo di potere che le compra con soldi, visibilità e poltrone politiche”. Oppure: “E poi diciamocelo: queste ragazze hanno fatto una scelta chiara, favori in cambio di soldi. Chi sfrutta chi?”. E ancora: “Per quanto riguarda le ragazze che frequentavano Arcore, io farei una manifestazione   contro di loro per sfruttamento del premier”. E infine: “La violenza genera altra violenza. È successo fuori di Arcore, accadrà alla manifestazione del 13 febbraio. Volete combattere il premier? Fatelo sulle questioni reali e non su patetici gossip”.    Come ormai tutti sappiamo non c’è stata alcuna violenza in alcuno degli eventi in decine e decine di città. E questa volta, dopo tante prove riuscite, e nonostante i tentativi del locale ministero della Propaganda, la parola “gossip” in luogo di reato non ha fatto strada neppure sulle pagine di Libero. Eppure l’audace critica preventiva – nel tentativo non riuscito di far stare a casa le protagoniste di domenica 13 febbraio – non ha salvato le piazze italiane piene come un uovo da vivaci e persuase stroncature. Per avere il senso, anche comico, dell’evento suggerisco di confrontare la fotografia aerea di piazza del Popolo sulla manifestazione   di Roma (Herald Tribune,  pag. 3  , quasi un terzo della pagina) con la frase del ministro dell’Istruzione Gelmini: “Sono scesi in piazza i salotti radical chic”. Poi c’è la riflessione cauta e saggia di Fabrizio Cicchitto: “Un milione in piazza? Ma le donne italiane sono trenta milioni. Dunque la stragrande maggioranza non ha partecipato”. E tutti devono ascoltare il giudizio severo del presidente del Consiglio che può telefonare quando vuole a una rete televisiva (in questo caso ha usato roba sua, Canale 5, ma tutti hanno subito ritrasmesso) che, dopo avere visto in onda severe suore che si occupano delle giovani prostitute abbandonate in strada come i cani di ferragosto, riflette e dice: “Manifestazione faziosa, vergogna!”. Subito Michela Vittoria Brambilla si mette al sicuro: “Come donna e madre, ancorché ministro della Repubblica, rivendico la   mia totale non adesione a questa passerella”. Si apre così l’epoca della “totale non adesione” che, presumibilmente, è molto più assoluta del semplice non andare. Resta la critica, completamente diversa, e tuttavia difficile da capire, di Beppe Severgnini (Corriere della Sera, 14 febbraio). Sentite: “Davanti a vicende nuove, gravi e imprevedibili le risposte non possono essere vecchie , rituali e prevedibili. Microfono e buone intenzioni, lettura delle dichiarazioni, studentesse e sindacaliste, francarame (scritto così) e facce già viste. Si finisce per far sembrare originali perfino i professionali slalom di Giuliano Ferrara. Davanti a vicende nuove, gravi e imprevedibili, le risposte non possono essere vecchie, rituali e prevedibili”. Ma perché, Severgnini? Non è mica un gioco, e nonostante gli eventi di Arcore non è uno spettacolo per il quale occorre “new material”   come dicono i comici americani quando devono andare in tournée . I neri degli Usa sono andati in piazza per Obama proprio come avevano fatto per Martin Luther King, e non si sono domandati se il rituale era “già visto”. A loro importava di essere in tanti. Erano in tanti e hanno vinto. E quando non lo hanno fatto, perché si sono detti che era roba del passato, hanno vinto persone molto diverse, con tutte le conseguenze (certo nel caso di George W. Bush) che sappiamo e che durano ancora. Mi rendo conto: la domanda drammatica, adesso, non è più “dì qualcosa di sinistra” (o di destra, come alcuni implorano Fini). La domanda è: “Dì qualcosa di nuovo” . Ma questa domanda va rivolta ai politici. I cittadini – le cittadine – hanno fatto qualcosa di straordinariamente nuovo: erano in piazza, in tante (in questo Paese, in questo momento, non senza qualche rischio anche sul lavoro) per dire basta. Era più nuovo se non fosse accaduto?

di Furio Colombo – IFQ

5 gennaio 2011

La Brambilla paga 180mila euro (soldi nostri) per lo spot prodotto da un vecchio amico di Italia Uno

Centottantamila euro. Tanto è costato lo spot di Turisti a 4 zampe, la campagna di sensibilizzazione voluta dal ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla nel-l’estate del 2009 per contrastare l’abbandono degli animali domestici. Nobile iniziativa, tra le tante di quella campagna: un volume con la lista degli alberghi che ospitano i nostri animali (costo 77mila euro) e poi vetrofanie per gli alberghi, pubblicità, un sito, realizzato dalla Viamatica srl, società del consulente del ministro Luca Moschini.

IL FILMATO dello spot si può ancora oggi trovare in Rete: padrone e cane stanno guardando la televisione, scorrono le immagini di Fantozzi (Fantozzi va in pensione, anno 1988) alla guida della sua Bianchina, intento a cercare di liberarsi di un enorme San Bernardo. Stacco: il cane di fronte allo schermo guaisce, preoccupato di fare una brutta fine. La mano del padrone   lo tranquillizza, e una voce fuori campo racconta che nel-l’Italia di oggi Fido può venire in vacanza con noi nelle strutture contrassegnate dal marchio. Seguono scene di padrone e cane che si godono la vacanza. In tutto 30 secondi, sette dei quali passano con le immagini di Fan-tozzi, per un totale di 6mila euro al secondo.    Denaro pubblico incassato dalla Jolly Roger Sas di Milano. Jolly Roger, come il nome della tradizionale bandiera dei pirati, quella, per intendersi, con teschio   e spade incrociate su fondo nero. Oggi la società appartiene integralmente a Guido Prussia, 47 anni, genovese trapiantato a Milano. Ma quando Prussia la fonda, nel 2002, suo socio è Giorgio Medail, lo scopritore di Michela Vittoria Brambilla con il programma “I misteri della notte”, poi direttore della Tv della Libertà fondata dalla stessa e chiusa in un anno con 15 milioni di debiti, oggi dirigente – all’interno della struttura di missione per il rilancio dell’immagine dell’Italia – proprio nel ministero   della rossa di Calolziocorte che ha commissionato la produzione dello spot.    I due si conobbero proprio ai tempi della trasmissione Fininvest. Come? Lo spiega lo stesso Prussia. Sotto il titolo “Sono diventato famoso rovistando nella spazzatura, poi ho venduto mutande”, nel maggio 2010 spiega a Libero che galeotto fu   un incontro con Berlusconi, che lo spinse a inseguire i suoi sogni: “Decido di andare a Milano, a Mediaset (in verità sarebbe Fininvest ndr.), per incontrare Giorgio Medail che conduce il programma I misteri della notte”. Nascerà da quell’incontro la sua carriera televisiva: prima Studio Aperto, poi la trasmissione Hotel California, che per tre stagioni lo      porterà di fronte agli    spettatori di Italia Uno a intervistare Pamela Anderson, o setacciare la spazzatura di Brad Pitt e Marlon Brando.    Dopo l’exploit la strada con Fininvest si interrompe, non quella con il suo scopritore. Prussia infatti rimane negli States fino al 2002, e quando torna in Italia fonda con Medail la Jolly Roger, appunto, che in quel momento ha come ragione sociale la produzione e la vendita di magliette, mutande, vestiti personalizzati in genere. Prussia se ne inventa alcuni che gli danno non pochi grattacapi – “meglio sette nani che un principe stronzo” recita una maglietta – poi rileva   integralmente il capitale e cambia la ragione sociale per tornare all’amore di un tempo: produzione video.    Raggiunto dal Fatto Quotidiano, il titolare della Jolly Roger nega tuttavia che ci sia alcuna relazione tra il contratto per lo spot e le conoscenze di vecchia data: “Ho seguito tutti gli iter burocratici normali”, dice, “e non sono un prestanome, Medail non c’entra niente con la Jolly Roger”. Ha ragione: Medail è uscito dal marchio almeno dal 2005 e da allora la società è tutta sua e del fratello Giovanni.

EPPURE PRUSSIA non ricorda le circostanze in cui è venuto a conoscenza della possibilità di fare uno spot: “Dovrei andare a controllare, sono passati due anni. Forse perché vado matto per i cani. Non so nemmeno perché abbiano scelto me. Anzi, pensavo proprio che non avrei vinto”. Né ricorda l’importo complessivo percepito, 180mila euro saldati nel gennaio del 2010. Non poco, abbastanza   per conservare il dubbio: perché il ministero del Turismo ha affidato proprio a lui il progetto, e ad un costo fuori parametro? Un altro spot del ministero   per la medesima iniziativa, interamente animato, è costato ad esempio circa 110mila euro. Il valore di mercato, poi, sarebbe anche più basso: “Tra i 60mila e i 120 mila euro” spiegano i produttori cui il Fatto si è rivolto per una valutazione. La variabile più grossa la dà paradossalmente l’unica parte non girata: “I sette secondi di Fan-tozzi, a seconda degli accordi per i diritti presi con il distributore”. Ma in quel caso, spiega un produttore milanese, “un producer accorto avrebbe cambiato il soggetto. E un ministero competente non avrebbe accettato il progetto”.

di Fabio Amato e Eduardo Di Blasi – IFQ

3 gennaio 2011

Brambilla, sindrome cinese: viaggi, web, e copia-incolla

Aci, voli di Stato, spese fuori controllo, consulenze sospette, lavori mai finiti pagati a caro prezzo. Da un anno e mezzo, dalla nomina a ministro nel maggio 2009 al dicembre di quest’anno, Michela Vittoria Brambilla colleziona scandali. E il catalogo si aggiorna di continuo. L’ultimo caso è nelle nomine della Sias, la controllata di Aci Milano che gestisce il gran premio di Monza, un affare da 50 milioni di euro. Il 23 dicembre l’Automobile club meneghino ne ha rinnovato il consiglio direttivo e seguendo le disposizioni del decreto n.78 in vigore dal 31 maggio 2010, ha ridotto il consiglio a cinque persone. Tra queste Pierfausto Giuliani, uno dei tredici “uomini d’oro” di Brambilla nei Circoli della Libertà, come lei stessa definì i responsabili d’area del movimento forzista. Restano fuori da Sias, invece, i rappresentanti dei Comuni di Milano e Monza   – proprietari dell’autodromo – nonostante una convenzione valida fino al 2026 ne preveda espressamente la presenza. Coincidenze?    Difficile, considerando che nel consiglio di Aci Milano siedono, da luglio, il compagno del ministro, l’odontotecnico Eros Maggioni, e il figlio del ministro della Difesa Ignazio La Russa, Geronimo, dopo che il commissario Massimiliano Ermolli, nominato dalla stessa Brambilla e figlio del fedelissimo del premier Bruno, ha escluso dalle liste elettorali dell’Aci – per vizi di forma – l’unica   altra lista concorrente. Peccato poi che il decreto che ha imposto 5 consiglieri a Sias non sia stato recepito dalla stessa Aci Milano, che di consiglieri ne ha oggi nove. Per effetto di legge (art.6 comma 5), teoricamente, tutti i suoi atti dovrebbero essere nulli.    CHE IL MINISTRO abbia a cuore i Circoli della Libertà e in generale la sorte di tutta l’ala movimentista del Pdl, in ogni   caso è noto da quando due settimane fa la Corte dei Conti di Roma ha aperto un’istruttoria per verificare le consulenze avviate all’interno della “struttura di missione per il rilancio dell’immagine dell’Italia”. La magistratura contabile ipotizza un danno erariale: pur pagati dal ministero, i consulenti avrebbero svolto attività di partito. Era stata un’inchiesta del Fatto Quotidiano a rivelare in novembre come tra i beneficiari degli incarichi ci siano almeno una decina di persone – a partire dallo scopritore televisivo di Brambilla, Giorgio Medail – che provengono direttamente   da Mediaset o dai Circoli, dalla Tv e dai Promotori della Libertà fondati dal ministro.    Risultato: Brambilla decide di querelare questo giornale per “danno d’immagine” al ministero e chiede tre milioni di euro. L’intervento della Avvocatura di Stato in sua difesa lo pagheranno i contribuenti. Senza dir nulla della decina di stipendiati che oggi siedono al dicastero del Turismo – è la difesa – il ministro sostiene che i due consiglieri personali citati nell’articolo oggetto di querela, Edoardo Colombo e Luca Moschini, prestino il loro servizio a titolo gratuito.      Quando anche fosse vero, e non c’è motivo di dubitarne, Brambilla non chiarisce se Moschini in particolare – curatore del suo sito personale, di quello dei promotori e quello dei circoli – abbia percepito redditi per creare i siti ministeriali  Tu-   ristia4zampe.it   (per chi viaggia con animali al seguito) e  yida   linihao.it   (Ciao Italia, traduzione in cinese del portale  ita   lia.it  ), dallo stesso ministero o da soggetti terzi. Ad esempio l’Aci, che di  italia.it   ha la responsabilità tecnica e sui cui server è pubblicata la versione cinese. Di certo, la società di Moschini – Viamatica srl – risulta   intestataria dei domini. Brambilla muove poi una seconda critica: il viaggio a Shanghai per presentare il sito  yida   linihao.com   non è mai avvenuto, come riportato nell’inchiesta. Ha ragione il ministro. Peccato che a raccontare la missione sia stato lo stesso Ente per Turismo (Enit) nel suo notiziario di giugno. E che questo non cambi la sostanza: la presentazione del sito è avvenuta ugualmente condotta da Caterina Cittadino, capo dipartimento al ministero.    Da  yidalinihao.com   ai viaggi, le spese del ministero meritano un capitolo a parte. “Un sito   realizzato appositamente e non la traduzione in cinese di un sito italiano“ recita il comunicato di presentazione. Il sito in effetti non è una traduzione ma un copia-incolla. Le immagini in home page, ad esempio, sono le stesse di  www.aimiliya   luomaniehuanyingni.com  , sito in cinese dell’Emilia Romagna. Al turista distratto che dovesse imbattersi in Ciao Italia (per la verità poco o nulla frequentato), sembrerà dunque che nel Belpaese esistano solo la Duca-ti, la Ferrari e piazza Maggiore. Quanto a  italia.it  , che doveva cancellare l’onta delle spese faraoniche sostenute per le precedenti versioni, ancora oggi è in versione provvisoria e non risponde alle regole di accessibilità per disabili. Doveva essere ultimato, da dichiarazioni urbi et orbi, almeno un anno fa, alla modica cifra di 5 milioni di euro, più due milioni in tre anni per la gestione dei contenuti.      SENZA ANDARE a Shanghai, in ogni caso, il ministro Brambilla è riuscito a sforare ogni budget previsto per i viaggi: tra Italia e estero nel 2009 doveva cavarsela con 88mila euro. Ne ha spesi 350mila. Colpa, forse, anche dei viaggi in elicottero (di Stato) con cui il ministro si è spostata. Almeno due le occasioni documentate negli ultimi dodici mesi, una volta persino per raggiungere il proprio comitato elettorale. Alla faccia delle “inderogabili esigenze di trasferimento connesse all’efficace esercizio delle funzioni istituzionali” previste dal regolamento.

di Fabio Amato e Carlo Tecce – IFQ

Il ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla, immortalata nel presepe a Napoli (FOTO ANSA) 

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30 dicembre 2010

Turismo, la ricetta della Brambilla: più buche da golf e casinò ai ricchi

Brambilla sì, Brambilla no. Anzi ni. Dopo la vittoria elettorale nell’aprile del 2008, il nome della rossa di Calolziocorte appare e scompare dal totoministri diverse volte. Sottosegretario, ministro della Sanità, infine viceministro. “L’incarico mi soddisfa pienamente”, dichiara alle agenzie il 7 maggio 2008. Il presidente del Consiglio conferma: “Sanità per la Brambilla? Sì”. E invece no, le tocca un posto da sottosegretario con delega al Turismo. Colpa del fuoco incrociato dentro alla maggioranza. Dice di lei Calderoli: “E’ rossa come una Ferrari, ma è una 500 taroccata”. Ce la farà, ma ci vorranno ancora mesi perché Berlusconi faccia di lei un ministro, nel maggio 2009.

DELL’EVENTO darà una spiegazione originale Vittorio Sgarbi: “Berlusconi è un umorista e lo fa apposta a candidare quelli che non c’entrano niente, pensando ‘gli metto lì una figura impossibile e vedrai che gli elettori digeriscono anche questa’”. Il premier invece lo spiega così: “Un ministro molto efficace, un cane da polpaccio che quando ti agguanta non ti molla più fino a quando non ottiene la risposta che cerca da te”. Forse, però, la benedizione che vale di più è quella di Bernabò Bocca, amico di vecchia data, marito di Chiara Geronzi figlia di Cesare, numero   uno di Federalberghi e Confturismo, figlio di Ernesto, fondatore dei Sina Hotel che fatturano circa un miliardo di euro. La strategia del ministro Brambilla è ampia e articolata, eterogenea e rumorosa, ma ha un’attenzione ossessiva per gli alberghi di lusso. Annuncia un disegno di legge per incentivare la costruzione di campi di golf in strutture ricettive collegate, proprio qui in Italia dove 100 mila praticanti su 60 milioni di abitanti possono scegliere – pagando, nei circoli – tra 378 green. Protestano ambientalisti e leghisti. Il senatore Massimo Garavaglia è realista: “Inopportuno. Proprio ora che ci sono tante aziende costrette a mettere in cassa integrazione   operai che mai andranno a giocare a golf”. Ma la rossa presenta il progetto nel Consiglio dei ministri e trova l’approvazione in pochi minuti. Il governo che piange il portafoglio vuoto, scova   chissà dove sgravi fiscali per chi costruisce campi da golf. Attenzione: tassative le 18 buche. Per il resto, che siano piantate ovunque: senza rispetto di aree protette o riserve naturali. C’è scritto nel disegno di legge (art. 4, comma b): “Gli impianti golfisti possono essere realizzati nell’ambito delle aree naturali protette, previo nulla osta dell’ente parco nazionale e dell’ente gestore delle aree marine pro-tette”. Ora l’albergo a 5 stelle sarà circondato da 18 buche così care alla Brambilla. Basta “per trasformare il turismo da Cenerentola a principessa” (ipse dixit a Cernobbio)? No, è ancora poco, la nostra immagina alberghi con golf di pomeriggio e casinò di sera. Gioco d’azzardo soltanto negli   alberghi di lusso perché, secondo il ministro, Spagna, Germania e Francia vincono sui prezzi alti.

IL CASINÒ resta un’idea, ma la Brambilla – più del collega Calderoli – riesce a semplificare le pratiche burocratiche, guarda caso, proprio per i proprietari di alberghi. Il ministro che litiga con le agenzie di viaggio sulle vacanze all’estero, in compenso gira il mondo (per lavoro): Montenegro, Russia, Dubai, Germania. E poi l’Italia, le sette chiese televisive e quelle vere: “Dobbiamo puntare sul turismo religioso”, dice con perfetto cinismo imprenditoriale, ricordando al contempo le radici cristiane e il loro valore più terreno: 3   miliardi di euro/anno. E sembra richiamare ben altre tradizioni quando a Lecco, nel giugno 2009, saluta i Carabinieri in passerella per la loro festa con braccio teso, dita a punta, sguardo fisso in un saluto romano. Ma smentirà: “Non è vero. Mai avuto simpatia per il fascismo”. Spesso però il ministro torna movimentista, infila sotto le scarpe di Berlusconi il predellino bis: i promotori della libertà, nati a febbraio 2010, un movimento nel partito, un megafono su Internet per lanciare messaggi del presidente del Consiglio. E d’estate viene consacrata dal settimanale Chi: il ministro trascorre le vacanze in missione spagnola e francese per studiare il   modello turistico dei vincenti. E ci va con 2 dei suoi 15 cani: “Fanno a rotazione”. Del resto, nel luglio 2009 per amore degli animali Brambilla ha fatto programmare il portale Turisti a 4 zampe, dedicato   a chi viaggia con animali domestici al seguito. E dopo il nuovo logo “Italia” a novembre dello stesso anno parte il programma “Magica Italia”, mentre lo spot omonimo, con la voce del premier, viene presentato a luglio di quest’anno, diventando il cult delle parodie in Rete.

SEMPRE a luglio 2009 parte invece la rinascita, meglio sarebbe dire la resurrezione, del portale  italia.it  . Costato 45milioni di euro e una figuraccia al suo predecessore Rutelli – “biutiful maunteins, biutiful cauntrisaid“ diceva nello spot – tanto che finì per chiuderlo, nelle intenzioni del ministro “non servirà solo a far conoscere l’immagine dell’Italia, ma dovrà anche essere possibile prenotare biglietti, hotel, teatri e quant’altro”. Costo complessivo previsto per arrivare all’opera definitiva: 5 milioni di euro. E qualche protesta: alcuni dei musei inizialmente segnalati sono chiusi da anni, altri sono inagibili, Reggio Calabria diventa capoluogo di regione contro   Catanzaro, capovolgendo la storia patria. Lo strafalcione su Latina, poi, pare essere così grossolano che il presidente dell’associazione provinciale per il Turismo si rifiuta di comunicarlo ai media. La versione definitiva del sito, annunciata per l’autunno del 2009 e rilanciata ad aprile 2010, ancora non si è vista. Il bando per la gestione dei contenuti, del resto, è stato affidato solo un mese fa.

di Fabio Amato e Carlo Tecce – IFQ

Il ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla (FOTO ANSA)

29 dicembre 2010

Zucchine e cani: I crucci politici della pasionaria berlusconiana

A Michela Vittoria Brambilla la politica interessa così poco che decide di farla in prima persona. Passati i tempi un po’ snob – “Ho anche votato scheda bianca, rifletto i giovani di oggi”, diceva nel 2004 – il futuro ministro si appassiona a Silvio Berlusconi. Nel frattempo è anche la guida dei giovani di Confcommercio: presidente per quasi cinque anni, dal novembre 2003 fino al marzo del 2008. La sua presidenza di Confcommercio scivola via con due soli episodi degni di nota: una campagna sociale “Finalmente entro anch’io!” per fare aprire le porte dei negozi agli “amici a quattro zampe” e un tormentone sul prezzo delle zucchine. È categorica: “Costano troppo, comprate le carote”.   Tra i suoi vice c’è Luca Moschini, che la seguirà in tutte le iniziative fino al ministero del turismo di cui è consulente, ma che non riuscirà a farsi eleggere. Moschini oggi realizza tutti i siti di Brambilla, da quelli personali alle campagne patrocinate dal dicastero del turismo. Ma per il momento siamo al 2006, novembre: dopo la sconfitta alle politiche, Forza Italia sembra in difficoltà. Brambilla è rimasta fuori dal Parlamento, candidata in Veneto. Ma ha un coniglio nel cilindro. Si chiama Associazione nazionale Circolo della Libertà. È la nascita, per quanto vaga, dell’ala movimentista di Forza   Italia, poi Pdl. “L’azione dell’associazione – si legge nell’atto costitutivo – sarà sempre ispirata ai principi e ai valori di questa grande cultura e volta alla promozione della pace, della libertà, della sicurezza, della dignità della persona umana, dell’economia di mercato…”.

COME NON condividere? Del resto il numero dei Circoli esibiti sembra esaltante: 5mila quelli fondati in un anno. Ne apre uno persino la pornostar Federica Zarri. Linea politica: una proposta di legge per limitare il numero degli amplessi pro-capite nei film porno e salario minimo per gli attori hard. Folklore a parte, l’iniziativa comincia ad infastidire   i notabili del partito. Brambilla replica con un pezzetto da antologia politica: “Qualcuno ha avuto un mestruo doloroso, ora il flusso si è regolarizzato”. A sbottare alla fine sarà Marcello Dell’Utri   : “I suoi 5mila circoli non esistono”. Giuliano Ferrara sul Foglio ospita l’Agenda Brambilla, un breviario quotidiano sulle apparizioni della rossa, così l’oracolo del Cavaliere indica la strada ai soldati indisciplinati di Forza Italia. Il sigillo l’appunta Sandro Bondi con una poesia a “Michela Vittoria”: “Ignara bellezza/Rubata sensualità/Fiore reclinato/Peccato d’amore”. Ma nel partito c’è agitazione. Anche nel mite senatore Gaetano Quagliariello: “L’unica cosa che non è consentito al leader è di trasferire il suo carisma per successione”. E Giulio Tremonti, all’epoca vicepresidente di Fi, è più preciso: “La Brambilla? Credo di avere avuto e di avere dentro Forza Italia un ruolo che mi pone non sopra   o sotto, ma in termini radicalmente diversi: cioè, per essere chiari, non me frega un tubo”. Ma quel rapporto diretto con il Capo la rende immune da qualsiasi critica, e persino smentita. Nell’estate del 2007 annuncia la nascita di un partito delle libertà per riciclare Forza Italia, il solito Paolo Bonaiuti nega, ma la Brambilla depositerà un simbolo a cui si ispirerà il futuro Pdl che somiglia, anzi è un copia del cerchietto azzurro con graffio tricolore dei Circoli della Libertà. Così la Brambilla comincia a presidiare i salotti tv e, nonostante mostri le autoreggenti a Porta a Porta pur non volendo, la rossa colleziona tante brutte figure. Due a Ballarò. In un confronto con Renato Soru, all’epoca governatore della   Sardegna, declama numeri negativi (e finti) sulla disoccupazione e produzione industriale sull’isola. Soru replica carte alla mano e la Brambilla, colpita e sconfitta, cerca di trascinare il governatore su temi a lei più familiari: : “E allora, da animalista, le dico: parliamo del fenomeno del randagismo in Sardegna… Sì, dei cani randagi! Ce ne sono tantissimi”.

IL GIORNO dopo è il Mattina-le, la newsletter interna di Fi, a bocciarla senza appello: “La Brambilla ha abboccato a tutte le esche. Non ha saputo spiegare lo scopo dell’organizzazione che presiede, dando l’impressione che si stia occupando esclusivamente   della sua carriera politica. Nella polemica con Soru è uscita con le ossa rotte”. Un’altra volta, durante la pausa, lascerà lo studio di Ballarò per farsi dettare al telefono i dati sugli ammortizzatori   sociali. Intanto, il primo giugno 2007 comincia le sue pubblicazioni il giornale della Libertà, settimanale dei circoli. Quindici pagine in allegato gratuito obbligatorio con “Il Giornale”. Meno di un anno di vita. Almeno a vedere il sito, infatti, le pubblicazioni si fermano al 16 maggio 2008. Il titolo dell’ultimo numero – sullo sfondo la monnezza di Napoli – è profetico: “Si ricomincia da qui”. Pochi giorni dopo il giornale nasce la televisione della Libertà. Per dar vita al progetto, la Brambilla fonda una nuova società, la Vittoria Media Partners: 70% a lei, l’altro trenta nelle mani di Salvatore Sciascia, oggi deputato, una condanna passata in giudicato a 2 anni e 6 mesi, reo confesso di quattro mazzette da cento milioni di lire per ammorbidire i controlli fiscali sulle società di Berlusconi. È qui che la rossa di Calolziocorte si ricongiunge con il suo scopritore, Giorgio Medail, colui che la portò a Canale5 alla fine degli anni 80. Medail diventa direttore della   tv. Dopo vent’anni di Mediaset arriva in squadra anche Adele Cavalleri. Oggi tutti e tre siedono al ministero del Turismo, insieme a redattori e segretarie di redazione della televisione. Che però non va. Anzi, perde soldi. Nonostante Medail proclami “600-700 mila ascoltatori al giorno”, i debiti si mangiano la struttura. A metà 2008 siamo a -15milioni di euro. Così interviene Forza Italia, che rileva il 100% della Vmp e chiude tutto.

di Fabio Amato e Carlo Tecce – IFQ

Il ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla (FOTO ANSA)

Il “signor Brambilla” e la farsa delle elezioni all’Aci-Milano

Iacopo Bini Smaghi non se l’aspettava. Manager, 50 anni, una lunga esperienza all’Altea (società dell’indotto auto) tutto immaginava, quando ha presentato la sua lista per il Cda Aci di Milano, tranne che sarebbe stato eliminata, favorendo quella di un odontotecnico. Che ha una dote: è il compagno del ministro Brambilla.    Quando inizia questa storia?    Più o meno un anno fa: quando le dimissioni “sospette” di alcuni consiglieri impongono la necessità di nuove elezioni.    Perché usa questo vocabolo?    Vede, l’Aci club di Milano gestisce la Sias. E la Sias ha in mano il Gp di Monza, un affare da 50 milioni di euro. Sa cosa significa? Chi gestisce l’Aci Milano ha in mano quella partita.    Tutto interessante. Ma non ha risposto alla domanda…    Dimissioni “sospette” perché permettono al nuovo ministro di entrare nella partita del nuovo   Cda. Infatti la Brambilla nomina un commissario straordinario, Massimiliano Ermolli.    Questa nomina non va bene?    Cominciamo…. Massimiliano è consigliere di Sinergetica, società di pianificazione aziendale di famiglia, di cui è presidente il padre Bruno che svolge attività di consulenza per l’Aci, con appalti da centinaia di milioni di euro. Un conflitto di interessi in contrasto con lo statuto.    C’è dell’altro?    Eccome. Ermolli indice le elezioni, con annuncio all’ultimo giorno utile. Poi lui, che doveva essere il garante della regolarità della competizione si candida in una lista. Curioso, no?    Altro conflitto di interessi?    Basta il buonsenso per capirlo. Di più. Nella lista Ermolli c’è il dottor Eros Maggioni.    Il signor Brambilla?    Curiosamente Maggioni si è iscritto all’Aci, a Milano, malgrado risieda a Lecco, due giorni prima del termine utile. Curiosamente fa l’odontotecnico.      Voi, la lista concorrente dove vi eravate iscritti?    A Milano, facevamo parte del cosiddetto Aci club. Una tessere che secondo lo statuto equivale a tutti gli effetti alle altre.    Perché mi dice questo?    Perché una commissione, sotto la responsabilità dell’Ermolli commissario, ci contesta il diritto a partecipare alle elezioni contro l’Ermolli candidato.    E poi che succede?    La commissione che fa capo dell’Ermolli commissario non ammette la nostra lista, spianando la strada all’Ermolli candidato.    E voi che fate?    Si arriva alla farsa di elezioni bulgare. C’è solo una lista in campo, quella degli amici e del compagno del ministro. Ovviamente vince. Non ha concorrenti!    Protestate?    Di più: facciamo due esposti alla procura e uno al Tar.    Il ministero dice che quello al Tar è stato bocciato.    Non è vero. Avevamo chiesto l’annullamento della nostra   cancellazione dalla competizione, ma il giudizio è arrivato dopo il voto: il Tar dice, come è ovvio, non possiamo più intervenire su quella controversia.    Quindi partita chiusa?    Per nulla. Bisogna rivotare.    Perché mai?    C’è una norma che impone un Cda di 5 membri. In questo caso sono 9. Se quattro non si dimettono, e ne dubito, l’attuale Cda decade, e si deve rivotare.    Pazzesco…    Ermolli ha favorito una lista in cui lui stesso, e il compagno della ministra che l’ha nominato, erano candidati! Si tratta di un intervento fuori di qualsiasi norma. Ma non è finita….    C’è dell’altro?    A parte il fatto che tra i consiglieri l’unico che ha una qualche esperienza in materia è Geronimo La Russa, figlio del ministro: ha fatto il pilota!!….    A parte questo?    …Tra loro c’è il dottor Bongiardino, presidente della Camera di commercio, che ha sede in   uno dei palazzi di proprietà dell’Aci! Come Presidente della Camera di commercio chiede di comprarlo. Cosa si risponderà come consigliere Aci?    Altro conflitto di interesse?    Plateale. Ma c’è di peggio.    Mi dica…    Il Cda ha designato dei consiglieri nella Sias. Tra cui Fabrizio Turci, direttore Aci di Milano.    Come è possibile?    Non lo so. Va chiesto alla Brambilla come si possa essere sia   controllore che controllato!    C’è dell’altro?    Ciliegina sulla torta. Pier Fausto Giuliani, altro membro del Cda. Sa il suo precedente lavoro?    Quale?    Tesoriere dei Circoli della libertà la ministra l’ha definito uno dei miei “13 uomini d’oro”.    Morale della favola?    Il Cda in cui siede il marito del ministro nomina alla Sias uno dei principali collaboratori del ministro. Mica male.

di Luca Telese – IFQ

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28 dicembre 2010

Michela “sistema” a spese vostre

Dà consulenze agli amici della “Tv delle libertà”, ma vuole l’Avvocatura di Stato per zittire i giornali.

Esplode il caso Brambilla. Il ministro, sotto inchiesta per “danno erariale”, attacca Il Fatto per aver dato conto della sua gestione delle nomine nel mistero e negli enti che da questo dipendono. Curioso. In qualsiasi paese del mondo un ministro che sotto il suo mandato vede il fidanzato approdare alla guida di un ente da lui controllato chiede scusa, si dimette o perlomeno esibisce il proprio imbarazzo. In qualsiasi paese del mondo, un ministro che nomina alla guida della “struttura di missione per il rilancio dell’Italia all’estero” un drappello di amici, ex dipendenti, ex datori di lavoro la maggior parte provenienti da un organo di partito (questo giornale l’ha definito con efficacia “ufficio di collocamento Brambilla”) chiede scusa o rimette il mandato. E persino in questa Italia, il ministro Michela Vittoria Brambilla, all’inizio si era presumibilmente vergognata, o contava di ridurre il danno limitando la diffusione mediatica della notizia. Però poi qualcosa   cambia. Dopo una risposta pubblica di Silvio Berlusconi che – interrogato sull’ascesa al ruolo di commissario Aci del suo fidanzato Eros Maggioni – nella conferenza stampa di fine anno la scaricava (“Sono casi spiacevoli: quando lei prende cento persone non può pretendere che ci siano cento santi…”), la Brambilla annunciava causa civile contro questo giornale. Questa risposta del Cavaliere deve essere costata a Berlusconi qualche scudisciata, se è vero che dopo 4 ore il premier, sempre sensibile alle richieste della “ministra salmonata”   , ritratta con una nota ufficiale (“Le indicazioni esposte sono frutto di mere illazioni e personali supposizioni”).    E COSÌ, dopo due articoli del nostro quotidiano, dopo un delizioso capitoletto nel libro-inchiesta Tengo Famiglia (Aliberti) pubblicato due settimane fa dal giornalista di Panorama Carlo Puca (“Brambilla, la donna dell’Eros”), dopo una puntata di Report, e dopo l’avvio di una indagine della Corte dei conti, la Brambilla annuncia una “simbolica” richiesta di risarcimento (“solo” tre milioni di euro…) contro Il Fatto. Ne avevano scritto in molti. La nostra colpa? Raccontare per primi queste storie, e le altre che danno l’idea del Brambi-style: a partire dall’uso di elicotteri di Stato (anche per accorrere ad appuntamenti di partito) e atterrare in una area non adeguatamente attrezzata (con relativo dispiego di mezzi di soccorso pagati dal contribuente) pur di consentire al ministro di arrivare vicina a casetta. La nostra colpa è aver chiesto conto al premier dell’elezione di Maggioni. Avvenuta in condizioni   rocambolesche, visto che il commissario nominato all’Aci dalla ministra – Bruno Ermolli – aveva escluso per vizi formali la lista concorrente a quella del signor Maggioni (e sua) consentendole di gareggiare da sola e vincere per assenza di concorrenti (e dispiace). Jacopo Bini Smaghi, leader della lista esclusa, fa ricorso al Tar e si rivolge alle procure, ma intanto Maggioni (professione odontotecnico) resta nel Cda. Nel 2007 Michela disse: “Guadagno più di lui, ma sto ben attenta a non farne un campo di potere nella coppia”. Chissà oggi.    Quanto alla struttura di missione, la domanda non è arbitraria, visto che, come ha scritto Il Sole 24 Ore, “si ipotizza un danno erariale. La Procura del Lazio della Corte dei conti, guidata da Pasquale Iannantuono – scrive Il Sole – ha aperto l’istruttoria a seguito di notizie di stampa secondo cui oltre una decina di persone assunte presso il ministero come consulenti per il rilancio dell’immagine dell’Italia svolgerebbero attività di partito”. Infine, visto che alla comicità involontaria non c’è limite, la ministra ha solennemente annunciato   che si sarebbe fatta difendere dall’Avvocatura di Stato, ravvisando negli articoli de Il Fatto un danno per il ministero. Particolare grottesco, ma rivelatore: l’assunzione di una pattuglia di fedelissimi, e l’incredibile vicenda del compagno che approda al vertice della più importante sezione   Aci d’Italia (Milano gestisce il business del gran premio di Monza, 50 milioni di euro), se provato, va considerato un danno della ministra all’immagine dello Stato. Non certo un danno causato da chi scrive la notizia allo Stato. Ma la Brambilla non deve avere chiaro il concetto di distinzione fra   pubblico e privato. E così per difendere se stessa le viene istintivo pagare le spese legali con i soldi dei cittadini. Mica male per chi dichiarava spavalda: “Sono una che vive del suo. E a differenza degli altri politici, non ho chi mi paga la pagnotta. Sono libera, dico e faccio quel che voglio, lo ammetto: non dover accontentare nessuno è il mio lusso”.

ALLA STRUTTURA di missione la Brambilla ha collocato Giorgio Medail, l’uomo che l’aveva assunta a Mediaset nel lontano 1989. E che lei stessa aveva collocato alla guida di una sua impresa (fallimentare) l’indimenticata “Tv delle libertà”. Uno stile di governo che ieri ha ispirato a una senatrice del Pd, Roberta Pinotti, una sacrosanta interrogazione: “A quale titolo viene utilizzata l’Avvocatura dello Stato per un contenzioso che riguarda un personaggio politico?”. Già, persino i vecchi democristianoni dei tempi d’oro, avevano un loro stile. Aggiunge la senatrice Pinotti: “Si tratta di una vicenda del tutto privata nella quale il ministro è accusato di aver concesso consulenze   tramite il ministero del Turismo a persone che invece lavoravano per la televisione del Pdl. Di questo la stampa ha dato conto e se il ministro Brambilla ritiene di essere stata personalmente diffamata, nulla le impedisce di aprire un contenzioso affidandosi a un avvocato che l’assista. Ciò che non può fare è rivolgersi all’Avvocatura giustificando questo comportamento di protervia come lesa maestà all’immagine del ministero”. Una contraddizione chiara agli stessi dirigenti del ministero. Il giorno dopo il primo comunicato, il capo di gabinetto, Claudio Varrone, era costretto a correggere il tiro: “L’azione non è volta a tutelare l’immagine del ministro ma quella delle strutture ministeriali”. Ovvero. Un conto è l’immagine del ministro, un altro quella del ministero, e solo per queste (secondo la seconda versione) interverrebbe l’Avvocatura. La Brambilla, che a chi scrive era persino simpatica, disse di Dell’Utri e Tremonti: “Sono come le mestruazioni. All’inizio fanno male, poi, passano”. Lei invece resta. Per ora.

di Luca Telese – IFQ (  www.lucatelese.it  )

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