Posts tagged ‘Tremonti’

31 agosto 2011

Una risata li seppellirà

La descrizione di ciò che è avvenuto nel mega-summit di Arcore, sette ore di discussione intensa e laboriosa fra i migliori cervelli disponibili al governo di questo Paese, è buon materiale per una ricostruzione di vecchio varietà, come la celebre gag del gatto che assiste alla furibonda lite di due amanti ed è persuaso che l’uno stia incolpando l’altro di avere dimenticato di comprare la trippa.    Ciò che è avvenuto invece è la distruzione, non si sa quanto cosciente, ma certo accurata, di ciò che forse era rimasto della credibilità e rispettabilità italiana.    Come in un incubo è avvenuto tutto ciò che un mago menagramo poteva prevedere per l’Italia: una serie di cancellazioni e di aggiunte fatte con confusione , concitazione, e senza alcuna logica, da mani diverse, deformata persino rispetto al prima, inventando ciò che non si poteva fare e dimenticando dei pezzi, tipo cinque miliardi di euro che non si trovano nella somma finale.    L’evento è da denuncia penale, perché reca all’azienda Italia un danno grandissimo.    Centra in pieno l’obiettivo di presentarci come un Paese che non ha neppure un po’ di rispetto per se stesso e la propria immagine, e non teme il ridicolo. E non parliamo di tempestive e credibili misure economiche. Pensate alla canzoncina da ripetere prima che si apra il penoso sipario del Parlamento: “Non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani”. La frase corretta è questa: “Non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani ricchi”, come sempre. Gli altri se la vedano con i 40 anni di lavoro come requisito minimo per la pensione, da tassare subito. Che italiani saranno i pensionati? Che italiani saranno i sindaci che hanno invaso le strade di Milano per far sapere che i Comuni sono a secco?    Che contributo darà, e in che modo, la cancellazione a futura memoria delle Province, e la riduzione dei parlamentari di un altro parlamento, nel momento minaccioso che grava adesso sull’Italia? Come se non bastasse, giornali e tv fanno il lancio senza ridere (o senza piangere) come se ad Arcore fossero state prese decisioni storiche. “Via la supertassa, stretta sulle pensioni, niente superprelievo, l’Iva non si tocca”, gridano giornali e tv.    I cittadini credono che sia il lavoro del Parlamento. Non è vero, non è successo niente.    Hanno solo rinnovato il contratto a Bossi e Calderoli. Si attende la risposta dei mercati.

di Furio Colombo, IFQ

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30 agosto 2011

Supertassa e aumento Iva? No, botta su pensioni e Coop

Manovra riscritta, Bossi e Tremonti sbugiardati. Buco nero sui numeri.

È uscito dalla porta secondaria di Arcore, Umberto Bossi. Quasi di soppiatto, da sconfitto. Lui che solo due giorni fa ancora strillava che le pensioni non si sarebbero toccate grazie a lui, ebbene ieri ha perso la sua battaglia e si è arreso: salta il contributo di solidarietà, che resterà solo per i parlamentari, non ci sarà alcun aumento dell’Iva, ma il vero salasso arriverà dalle pensioni, la cassa si farà tutta da lì. Con un colpo di spugna netto, il governo ha cancellato i contributi figurativi del riscatto della laurea e del servizio militare, di fatto aumentando da 2 a 5 anni il periodo necessario per raggiungere i 40 anni di contributi. È un primo passo, a giudizio di alcuni parlamentari della maggioranza, verso l’eliminazione delle pensioni di anzianità. Per il Senatùr, insomma, una sconfitta cocente. E con lui anche uno schiaffo per Calderoli e per la sua tassa sull’evasione, che pare non sia stata neppure presa in considerazione, sostituita da un giro di vite sulle società di comodo e soprattutto sulle agevolazioni fiscali alle Coop. La Lega, insomma, esce con le ossa rotte dal confronto. Con un’unica eccezione, quella di Maroni. Che ieri si era impegnato davanti ai sindaci in rivolta a Milano a portare a casa misure concrete per salvaguardare le casse degli enti locali. Ebbene, i piccoli comuni si salveranno davvero, anche se verrano unificate alcune loro funzioni fondamentali e in prospettiva (via ddl costituzionale) saranno anche abolite tutte le province, ma intanto ci sono 2 miliardi di euro di tagli in meno su questo fronte; per Maroni una promessa mantenuta da incassare sotto il profilo elettorale.

MA SOPRATTUTTO, la manovra che è uscita ieri da Arcore non è quella scritta dal ministro dell’Economia, è stata ristrutturata nel senso più profondo della sua filosofia. “Per la prima volta – ecco il commento a caldo di un ‘frondista’ soddisfatto – non abbiamo dovuto ingoiare a scatola chiusa il tonno Tremonti…”. Infatti, all’inizio dell’incontro, il ministro dell’Economia si era mosso nel solco del suo consueto clichet: non si deve cambiare nulla. Poi una battuta del Cavaliere che ha azzerato ogni velleità di protagonismo: “Quella che hai scritto tu è una manovra depressiva, io non la voglio”. Di lì scintille e grida, con Tremonti che però alla fine ha chinanto la testa.    Quello che diranno i mercati sul nuovo testo lo si vedrà, ma di certo non è rimasto nulla dell’impostazione tremontiana di tagli lineari e di nuove imposizioni “di solidarietà”. Muovendo sulle pensioni, il ministro dell’Economia non ha potuto dire di no davanti alla ferrea volontà del Cavaliere di cancellare le nuove tasse come appunto il contributo di solidarietà “contrario alla filosofia stessa del Pdl”.

Vista la sconfitta di Bossi, poi, Tremonti – che fino a ieri si era invece fatto proteggere dal Carroccio – ha immediatamente cambiato schema allineandosi su tutto il fronte al Cavaliere; il ministro ce l’ha fatta a restare in piedi anche questa volta, si vedrà ora per quanto tempo, ma sul suo riavvicinamento a Berlusconi pochi i dubbi. Uscendo a tarda sera dal salotto di Arcore, si è lasciato sfuggire un “tutto bene” impensabile solo qualche ora prima. Adesso la nuova manovra passa nelle mani degli uomini dei conti che dovranno trovare il modo di farli quadrare un’altra volta. È per questo motivo se il termine ultimo delle 20 di ieri sera per la presentazione degli emendamenti di fatto non è stato rispettato. Le nuove norme sono tutte da scrivere e il governo ha dato mandato al relatore della legge di presentare (probabilmente) un maxi emendamento con le modifiche direttamente giovedì o venerdì prossimo in aula a palazzo Madama in modo da porre la fiducia su quello e raggiungere il risultato finale senza correre il rischio di modifiche in aula. Lo stesso scenario si dovrebbe avere alla Camera, ma qualcosa, ancora, non quadra del tutto. Ed è Pierluigi Bersani a insinuare, per primo ma seguito a ruota dall’Udc, che i conti, alla fine, potrebbero “non tornare”: “Non vedo come possano quadrare questi conti”. Sempre ieri sera, da ambienti vicini a Confindustria, si faceva notare che con gli interventi annunciati, all’appello dell’invariato saldo finale (45,5 mdl di euro) ne potrebbero mancare più di 20. Ma per Berlusconi lo spettro di una crisi sulla manovra è ormai archiviato.Tanto che ieri ha concluso il vertice stappando una bottiglia di champagne (lui che è a dieta da giorni) per festeggiare “l’accordo; e adesso tutti avanti fino al 2013!”. Un brindisi con tutti i partecipanti al “conclave”, Alfano, Tremonti, Bossi, Maroni, Calderoli, Cicchitto, Gasparri, Moffa e il presidente della commissione Bilancio del Senato Azzollini. Pare che nessuno abbia bevuto un goccio, ma che abbiano comunque alzato il bicchiere davanti alla prospettiva di andare avanti con la delega fiscale e la riforma dell’architettura dello Stato.

“BERLUSCONI – commentava un ‘frondista’ pidiellino soddisfatto per aver incassato, in qualche modo, una vittoria – ha dimostrato di avere ancora in mano la golden share del governo e della maggioranza; il 2013 non è più un traguardo irraggiungibile”. Forse.

di Sara Nicoli,  IFQ

14 luglio 2011

Tremonti non risparmia sulla guerra

La manovra economica da 47 miliardi di euro taglia sanità, scuola e pensioni, ma non tocca gli stanziamenti per le missioni militari, tra cui la guerra in Afghanistan

La stangata di Tremonti da 47 miliardi prevede tagli alle spese per sanità, scuola e pensioni, ma lascia inalterate le spese per le missioni militari all’estero.

Nella bozza della manovra economica, all’emblematica voce ‘spese indifferibili’, è infatti stabilito uno stanziamento di 700 milioni di euro per proroga di sei mesi (fino al 31 dicembre 2011) della partecipazione italiana alle missioni internazionali.

Si tira la cinghia su tutto, dalla salute all’istruzione, ma non sulle guerre. La cifra di 700 milioni (che comprende la guerra in Afghanistan e le missioni in Libano, Kosovo, Bosnia, Iraq, Pakistan, Somalia, Sudan e Congo) è infatti in linea con i precedenti finanziamenti semestrali.

Questo stanziamento militare, tra l’altro, non comprende le spese per la guerra in Libia, che nei primi tre mesi è costata da sola oltre un miliardo di euro (almeno 700 milioni di spese correnti per la Difesa per bombe, missili e carburante per aerei e navi, e altri 400 milioni di finanziamenti ai ribelli provenienti dal ministero degli Esteri).

Nessun taglio, nella manovra del Tesoro, nemmeno per le spese militari di riarmo, a partire dai 3,6 miliardi di euro destinati nei prossimi tre anni (lo stesso coperto dalla manovra) al programma di acquisizione di 131 caccia-bombardieri F-35.

Se questa sola folle spesa di riarmo fosse tagliata, se si ponesse subito fine all’incostituzionale partecipazione alle guerre in Libia e in Afghanistan (che attualmente costa 800 milioni all’anno), molti miliardi di euro verrebbero risparmiati, e non ci sarebbe bisogno di toccare sanità, scuola e pensioni.

di Enrico Piovesana, PeaceReporter

8 luglio 2011

Adesso è ufficiale. “Brunetta è un cretino”.

L’irresistibile “fuorionda” di Tremonti contro il collega della Funzione pubblica interpreta finalmente un giudizio pressoché unanime nel governo e non solo. Le scuse successive servono solo a rendere più grottesca l’agonia della maggioranza

   “Questo è il tipico intervento suicida. È proprio un cretino”. I microfoni sono aperti e registrano i commenti di Giulio Tremonti su Renato Brunetta, che sta commentando la manovra da 40 miliardi in conferenza stampa. Una manovra che continua a far litigare tutto il governo.

Il miracolo di Brunetta e Tremonti: sono riusciti a far ridere gli italiani mentre annunciavano una manovra da lacrime e sangue. Mentre un ministro illustrava le novità, l’altro, davanti ai giornalisti, lo insultava: “Cretino, scemo, cretino”.

IL SIPARIETTO (raccolto da Repubblica Tv) è andato in scena mercoledì in via XX Settembre: nella paludata sede del ministero dell’Economia viene presentata la manovra. Ecco che parla Renato Brunetta, occhiali inforcati, tono vagamente professorale. Accanto a lui la formazione dei ministri: Roberto Calderoli si stropiccia la faccia; Paolo Bonaiuti ha gli occhi bassi. Poi, discosti come gli studenti più vivaci, Mario Canzio, Ragionere generale dello Stato, Giulio Tre-monti con il suo capo di gabinetto, Vincenzo Fortunato, e Maurizio Sacconi. Tremonti è il più irrequieto, tamburella con le mani sulla scrivania, si alza. Brunetta però snocciola dati, parla di un correttivo da 740 milioni per il 2014. La pioggia di numeri ha un effetto non proprio eccitante sui ministri paonazzi dal caldo.    Finché Tremonti parte in quarta. Si volge verso Canzio e credendo di non essere pizzicato sentenzia: “Questo è un tipico intervento suicida. È proprio un cretino”. Brunetta, però, tira dritto. Ma dietro il bancone dei relatori si diffondono sorrisi, ci si dà di gomito. Brunetta prosegue: “Dopo il blocco delle retribuzioni…”. Ma l’attenzione dei giornalisti è per il dibattito sottovoce degli altri relatori. Canzio sussurra: “…anche perché in una manovra complessiva da 34,9 miliardi accumulati con la spesa, il pubblico impiego 0,6 è inutile che ne parli”. Tremonti sbuffa: “Ma deve parlare…”. Nel mirino sempre il “povero” Brunetta. Neanche Fortunato lo risparmia: “È un massacro”. Ormai il vociare è chiaramente percepibile, ma Brunetta non lo ferma nessuno: “I salari pubblici non perderanno valore d’acquisto, si difenderanno di più e meglio”. Tre-monti si gira di scatto verso il collega Sacconi e sbotta: “Maurizio, è scemo, eh!”. Chissà se Brunetta sarà più offeso dalle parole di Tremonti o dalla risposta di Sacconi: “Non lo seguo neppure”, sussurra senza alzare lo sguardo.    BRUNETTA arriva ai suoi cavalli di battaglia: “Auto blu, lotta all’assenteismo, visite fiscali selettive nei giorni che precedono le festività”. Tremonti, come il discolo a scuola, lo interrompe: “O che precedono la manovra finanziaria”. Brunetta manco ci fa caso. Commento tombale di Tre-monti: “Questo è proprio cretino”. Certo, che Tremonti e Brunetta non si sopportino è strano-to. Quando spuntò l’ipotesi Tre-monti vice-premier, Brunetta si affrettò a bocciarla con una motivazione paradossale: è troppo bravo. “Tremonti ha una reputazione straordinaria ed è uno straordinario ministro del Tesoro. Non ci possiamo permettere di perderlo. Ma non ha bisogno di altre etichette, altri galloni o gradi”.

ALTRE VOLTE sono arrivate parole grosse. Nel novembre 2009 si presenta la riforma sulla Pubblica amministrazione. Tre-monti non perde l’occasione per far saltare i nervi al “professor Renato”: “Non si fa la semplificazione con una nuova regolamentazione”, chiosa impertinente. Si sfiora la rissa. Alla fine Brunetta tende la mano al ministro dell’Economia. Che risponde con un francesismo: “Non ti avvicinare, altrimenti ti prendo a calci in…”. Brunetta incassa. Poi, perfido, ribatte: solo lui è un “economista” doc, Tremonti è un “fiscalista”. In un’intervista sul Corriere della Sera addirittura rincara: “È ora di cambiare passo. Tremonti esercita veti ciechi e conservatori sull’attività di tutti noi: ha praticamente commissariato l’esecutivo”. Il premier, dal Qatar, prende le parti di Tremonti.    Uno scontro che non dà l’immagine di un governo monolitico. Ma i ministri sembrano non curarsene troppo. Come ha detto in passato, senza ricorrere al politichese, lo stesso Sacconi: “Chissenefrega delle liti personali Tremonti-Brunetta”.    Ma stavolta? Vabbè che Brunetta è di buon umore perché domenica si sposa, però… sentirsi dare del cretino davanti a milioni di italiani è dura da ingoiare. L’interessatoprimahaminimizzato:“È venuto Giulio e mi ha abbracciato, chiedendomi scusa. Io, però, non ho ancora capito cosa sia successo. Ma si sa, non sono veloce di comprendonio”. Poi forse qualcuno gli ha fatto vedere il video: “I fuori onda non li considero, come le intercettazioni illegali”.    Non serve più andare a spulciare le intercettazioni della P4 per ascoltare i ministri che si prendono a pesci in faccia. Basta andare a una conferenza stampa. O leggere le dichiarazioni ufficiali del sottosegretario alla Difesa, Guido Crosetto (Pdl): “Io condivido totalmente le parole del ministro dell’Economia. Soltanto che le avrei rivolte nei suoi confronti e non verso il ministro Brunetta che stava solo cercando di difendere l’indifendibile”. La disfida di Brunetta continua.

di Ferruccio Sansa, IFQ

15 giugno 2011

La Legione B

Pur nella sfortuna del momento, il Cainano ha una gran fortuna: è ben consigliato. Il trust di cervelli che lo contorna nell’ora della prova, la Legione B che ricorda tanto la Legione M di Salò, lo sta indirizzando nella giusta direzione verso la vittoria finale. Mutanda Ferrara lo incita a “tornare quello del ’94”, quando fece uscire 3 mila delinquenti per non far arrestare suo fratello (decreto Biondi), poi varò un condono edilizio, uno fiscale e uno ambientale. Se concede il bis, il popolo dei referendum apprezza. Anche Olindo Sallusti, creatura delle tenebre, ha capito tutto: “Ha vinto la paura” (il legittimo impedimento terrorizzava gl’italiani). E, in mancanza di meglio, ha in testa un’idea meravigliosa: licenziare Tremonti che non taglia le tasse e metterci al posto, che so, l’autorevole Brunetta, ideale per fare vetrina sui mercati internazionali (se lo prendi a pesci in faccia è impossibile centrarlo). Anche la fantasia di Maurizio Belmento è pregna di proposte preziose: “Silvio, apri la borsa e abbassa le tasse”. In fondo che ci vuole: lo dice pure Tremonti, “basta trovare 80 miliardi”. E “i soldi li abbiamo trovati”, assicura il lucido Bossi infilandosi il sigaro nell’orecchio e il dito medio in bocca: gliel’ha detto Fiorani. C’è un che di festosamente sinistro negli amorevoli consigli dei servi felici della Legione B. Come se il pover’ometto non si facesse abbastanza male da solo, tipo comprare collane e perline colorate mentre viene giù tutto, quelli lo spingono a forza verso il baratro finale. Dai, Silvio, sfasciamo i conti pubblici, regaliamo i soldi per strada e facciamogliela vedere all’Europa! Ma sì, usciamo dall’euro e torniamo alla lira, anzi alla dracma, al tallero, al doblone, alla pizza di fango del Camerun. Come dice il prestigioso ministro Saverio Romano al Giornale, tra un pranzo coi mafiosi e l’altro, “è inutile tenere i conti a posto per il prossimo governo della sinistra”: meglio arraffare quel che si può e, prima di fuggire, bruciare tutto, così chi viene dopo non trova nemmeno le sedie. Questo sì che è parlare da statisti. E poi naturalmente, siccome 27 milioni di italiani (quelli che sapevano dei referendum) han votato contro il legittimo impedimento, tra cui metà degli elettori di Lega e Pdl, sotto con processo breve, prescrizione breve e intercettazioni brevi, talmente brevi che non cominciano proprio. Così, alle prossime elezioni, fossero anche per il rinnovo di un’assemblea di condominio, la gente non si accontenterà di votargli contro: gli strapperà i capelli finti uno a uno. O forse l’avrebbe già fatto, se l’influsso nefasto della Legione B non fosse neutralizzato dai consiglieri riformisti del Pd. Tipo Polito el Drito, già fondatore e affondatore del Riformista, dunque premiato con la prima pagina dal Corriere. Ieri, dopo aver passato gli ultimi dieci anni a cercar di trasformare il centrosinistra in una fotocopia del centrodestra, solo un po’ più noiosa e senza mignotte, El Drito scopriva amaramente che gli elettori non vogliono saperne di seguirlo. Aveva sognato un bel Pd blairiano, poi purtroppo Blair venne a mancare all’affetto dei suoi cari. Si era tanto raccomandato col Pd di scaricare Di Pietro e Vendola per sposare il Grande Centro: purtroppo la gente seguita a preferire Di Pietro e Vendola, mentre del Grande Centro i radar non captano traccia alcuna. Aveva proposto, con l’autorevole Dell’Utri, una legge bipartisan anti-intercettazioni: purtroppo non osa approvarla nemmeno B. Due domeniche fa aveva esortato i napoletani ad andare al mare pur di non votare quel mostro di De Magistris: mai visto spiagge tanto deserte nell’ultimo secolo. Ora lacrima inconsolabile perché i referendum “cancellano due decisioni lungimiranti” del governo B.: nucleare e acqua privata. Fosse dipeso da El Drito, il Pd avrebbe combattuto per il No come un sol uomo, anzi con un sol uomo. E avrebbe perso. A questo punto, visto il fiuto dei rispettivi consiglieri, Pdl e Pd non hanno che un sistema per tornare a vincere: scambiarseli.

di Marco Travaglio, IFQ

14 giugno 2011

La manovrà pescherà da Sanità e statali ma di alternative ce ne sarebbero

La necessità politica di approvare in fretta qualcosa che assomigli a una riforma fiscale è un fastidio in più per il ministro Giulio Tremonti che sta lavorando a cose più serie: la manovra da 40 miliardi che deve portare al pareggio di bilancio nel 2014. Dove trovare così tanti soldi? Secondo le indiscrezioni che iniziano a circolare – ne ha dato conto ieri Repubblica – le strade seguite saranno due: tagli e risparmi di spesa. Sei miliardi dovrebbero essere risparmiati passando dal criterio della spesa storica a quello dei costi standard nella spesa sanitaria regionale: da Roma si trasferisce sul territorio quanto la Regione dovrebbe spendere e non quando spendeva in passato. Se poi le Regioni siano abbastanza flessibili da adeguarsi, non è (per ora) un problema di Tremonti. Altri 6 miliardi all’anno dovrebbero arrivare da un ulteriore blocco dei contratti e delle assunzioni degli statali. Il tutto combinato con un po’ di tagli lineari ai ministeri, cioè riduzioni di spesa in percentuale. É chiaro chi pagherà il risanamento, quindi: le Regioni e gli utenti dei servizi sanitari, oltre al pubblico impiego (e questo, secondo molti economisti, non è sbagliato visto che negli ultimi otto anni gli stipendi in Italia sono cresciuti in media del 6,8 per cento mentre nel pubblico del 22,4).

TREMONTI SA che ci deve essere anche qualche taglio alla “casta” per rendere digeribili misure così pesanti. Quanto tagliare? I precedenti dello scorso anno non fanno ben sperare, visto che i cosiddetti enti inutili non sono mai stati aboliti davvero, che le Province sono ancora tra noi e la riduzione degli stipendi pubblici è stata fatta in termini minimalisti, mentre delle riduzioni dei rimborsi ai partiti si è persa ogni traccia.    Eppure l’Italia dei Valori, con il deputato Antonio Borghesi, aveva calcolato che le misure contro la “casta” potevano avere un valore non solo simbolico. Cancellare davvero le province, pur non potendo licenziare i dipendenti, porterebbe a un risparmio di 3 miliardi all’anno. Che sui tre anni interessati dalla manovra significa 9 miliardi. La Camera ha già respinto l’idea a settembre 2010, ma cancellando il vitalizio ai parlamentari nazionali e ai consiglieri regionali (e con un intervento retroattivo sugli ex) si risparmierebbe 1 miliardo all’anno. Altri 3 recuperabili nel periodo della manovra. E siamo a un parziale di 12. Mettere un tetto massimo a 10 auto blu per le grandi istituzioni e lasciandone solo 1 ai grandi Comuni, secondo un ottimistico calcolo porterebbe a un risparmio di 5 miliardi.    Ma anche senza sperare nelle auto blu, ci sono una serie di altre cose molto concrete da fare per recuperare soldi. Sempre secondo l’Idv, eliminare completamente i progetti per il ponte sullo stretto di Messina porterebbe a un risparmio una tantum di 1,2 miliardi. Parecchi più soldi potrebbero arrivare rimediando a un errore storico: la decisione di regalare i multiplex del digitale terrestre, concedendo gratis le frequenze linberate dal cambio di teconologia. Visto che dalla vendita di quelle tolte alle tv locali si stima un incasso per lo Stato di 2,4 miliardi (già impegnati dalla Finanziaria 2011), quelle nazionali potrebbero essere cedute almeno per il doppio. Da un’asta dei multiplex, al posto del beauty contest, potrebbero arrivare almeno 5 miliardi di euro.

IL TUTTO – lo ha ricordato il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi – deve essere abbinato alla cosiddetta spending review, cioè al controllo voce per voce della spesa pubblica eliminando tutto quello che non è strettamente indispensabile, cosa che finora Tremonti non è riuscito a fare.    Altre strade che potrebbero portare facilmente denaro fresco in cassa sono poco percorribili: difficile pensare qualche forma di privatizzazione, dopo il risultato del referendum, anche se vendere un po’ di azioni delle ex municipalizzate controllate dai Comuni poteva essere un modo semplice per far rifiatare almeno le casse locali. Idem con le tasse: oltre al problema politico per il centrodestra, aumentare la pressione fiscale potrebbe soffocare l’economia. Certo, si potrebbero abbinare nuove imposte (come la famigerata patrimoniale o il ripristino dell’Ici sulle prime case di lusso, vale 1,7 miliardi l’anno) con drastiche riduzioni del peso del fisco sul lavoro dipendente. Il gettito sarebbe lo stesso, ma l’effetto redistributivo dovrebbe favorire la crescita, visto che si trasferiscono soldi da chi non riesce a spenderli perché ne ha troppi a chi invece è prontissimo a trasformare gli sgravi fiscali in cosnumi.    Ma questo significa cambiare approccio rispetto a quello usato finora dal governo: cioè preoccuparsi anche della crescita che, se fosse superiore al 2 per cento renderebbe addirittura superflua la manovra. Ma Tremonti e Berlusconi sono più concentrati sulla fotografia della situazione, invece che sulla dinamica. Anzi: ha ragione il segretario della Cgil Susanna Camusso quando dice che spostare il peso del fisco sui consumi, ipotizzando un aumento dell’Iva (che è appunto una tassa sui consumi) per compensare un taglio dell’Irpef (che è un’imposta sull reddito) penalizzerebbe la crescita. Certo, la patrimoniale (un’imposta sui grandi patrimoni) rilanciata ieri dalla Camusso non è un balsamo per il Pil. Soprattutto perché misure straordinarie come quelle si fanno senza annunciarle prima, oppure quando arriva la tassa i grandi patrimoni sono tutti fuggiti altrove.

di Stefano Feltr, IFQ

8 giugno 2011

Obbligo di lingua

Casomai servisse un vademecum per comprendere – al di là dei bei discorsi su ascolti, compensi, liquidazioni, guerre editoriali e giudiziarie, editti bulgari e postbulgari – come si lavora in Rai, capita a proposito il caso Report. Domenica Milena Gabanelli ha mandato in onda un servizio ordinato dall’Agcom, la cosiddetta Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Garanzie di chi? Del ministro Giulio Tremonti, che l’anno scorso non aveva gradito una puntata di Report (“Conti, sconti e Tremonti”, 24 ottobre 2010) piuttosto critica sulla sua manovra finanziaria e sul conflitto d’interessi che lo vede ora nei panni di consulente fiscale di grandi gruppi finanziari (alcuni in contenzioso con l’Agenzia delle Entrate per violazioni fiscali), ora in quelli di ministro dell’Economia. Invitato per tre volte da Report a dire la sua, Tremonti aveva sempre rifiutato. Ma subito dopo la messa in onda, anziché inviare una rettifica (casomai avesse qualcosa da precisare), o querelare (casomai fosse stato diffamato), o intentare una causa civile (casomai avesse subìto danni), si era rivolto all’Agcom con un esposto, lamentando la lesione dei principi di correttezza, completezza, imparzialità e obiettività dell’informazione: Report, a suo dire, avrebbe peccato di “partigianeria”, “interviste rilasciate da esperti di orientamento capzioso”, “tesi deformate e precostituite con l’obiettivo di screditare l’obiettivo messo nel mirino, adducendo la scusante di non aver interloquito con l’interessato”. Ora, Tremonti non è solo il ministro più potente del governo B. È anche l’azionista di maggioranza della Rai e come tale nomina uno dei 9 del Cda. Il 30 marzo l’Agcom prontamente obbedisce al diktat tremontiano con la delibera n. 185/11, approvata a maggioranza (contrari D’Angelo, Lauria e Sortino) e firmata dal commissario Antonio Martusciello (appena piazzato da B. per i suoi requisiti di specchiata indipendenza e competenza, essendo stato prima suo dipendente in azienda, poi coordinatore regionale del suo partito, infine deputato e viceministro del suo governo): “La Rai è tenuta ad assicurare il diritto di replica ai fini del riequilibrio della trasmissione Report… mediante la diffusione di una nuova puntata che dia spazio anche a voci e a testimonianze positive nazionali e/o internazionali, relative alla manovra economico-finanziaria del ministero dell’Economia, al fine dell’effettivo ripristino dei principi di obiettività, completezza e imparzialità dell’informazione”. Non un fatto, un dato, una frase di Report sono ritenuti falsi, inesatti o diffamatori, ma siccome Tremonti piange va accontentato con una puntata riparatoria in cui si parli bene di lui. E, siccome lui non vuole parlare, per garantire il contraddittorio bisognerà intervistare un plotoncino di suoi fans che lo lecchino in sua assenza. Strepitoso l’accenno alle “voci positive nazionali e/o internazionali” (come le sigarette di una volta: nazionali o esportazione): casomai non si trovasse nessuno disposto a leccarlo in Italia, lo si cerchi all’estero. Il 10 aprile, mentre Rai3 annuncia ricorso al Tar contro questo delirio agcomico, la Gabanelli torna a invitare Tremonti o chi ne fa le veci a Report. Ma invano. Il 9 maggio Stefania Rimini di Report raggiunge Tremonti a un convegno e, in conferenza stampa, lo invita ancora una volta a partecipare alla puntata in cantiere: “No, prima dovete fate una bella trasmissione riparatoria… Prima fate voi, poi vengo io”. L’altra sera finalmente la puntata riparatoria: Sabrina Giannini implora alcuni economisti di parlare soltanto bene di Tremonti perché, se azzardano una critica, questa non potrà andare in onda “altrimenti l’Agcom ci multa di nuovo”. La critica è lecita solo se seguita dalla leccata. E nei programmi dove si lecca soltanto, come si garantisce il contraddittorio? Sarebbe disumano chiedere a Minzolingua di violentarsi criticando il governo: al massimo, in omaggio alla par condicio, ogni tanto potrebbe leccare anche l’opposizione.

di Marco Travaglio, IFQ

27 maggio 2011

Gli spiccioli che non hanno arginato la povertà: dalla social card ai bonus

II poveri in Italia dovranno aspettare a lungo Robin Hood. La lotta contro la povertà da parte del governo Berlusconi-Tremonti, sbandierata con ampio riferimento all’eroe di Sherwood, non si è rivelata un successo. Berlusconi, e con lui Tremonti, ha elogiato l’introduzione della “social card”, del “bonus per le famiglie”, oltre che dell’abolizione dell’Ici sulla prima casa. Ma tutto questo ha avuto risultati modesti. Secondo la relazione annuale dell’Istat, illustrata lo scorso lunedì alla Camera, un cittadino su quattro è a rischio povertà. La povertà tende a ramificarsi, a farsi più complessa mentre le misure adottate non la percepiscono nella sua durezza e quindi non incidono. Di fronte a questo quadro le misure fondamentali del governo, spiega il Cies, la Commissione di indagine sull’esclusione sociale, sono state quattro: la “Carta acquisti” o “social card”, il “bonus famiglia”, l’abolizione dell’Ici sulla prima casa e il “bonus elettrico”.    Per la “Carta acquisti”, cioè quella carta da 40 euro mensili destinata a persone anziane o famiglie con bambini sotto i tre anni, erano stati previsti dal governo 1 milione e 300 mila destinatari. Nel primo anno sono state avanzate 830 mila richieste e sono state rilasciate 627 mila carte, cioè la metà di quelle previste. In seguito l’utilizzo è andato ancora diminuendo. Secondo la Cies, a beneficiare davvero della “Carta acquisti” è stato solo il 18 per cento delle famiglie “assolutamente povere” . E questo a causa dei criteri anagrafici di selezione. “Sono fuori dal suo campo di applicazione, per esempio, le famiglie numerose con figli non in piccolissima età”. L’impatto della “social card” ha così ridotto la povertà assoluta ben poco, dal 4,2 al 4,1% della popolazione italiana.    Il “Bonus straordinario per famiglie, lavoratori, pensionati e non autosufficienti” è stato introdotto dalla legge 185 del 2008 per sostenere i redditi di    e lavoratori dipendenti pensionati. Quindi con un raggio d’azione più ampio della social card. E infatti l’incidenza rispetto alla social card è stata superiore, osserva la Cies, ma l’indice di diffusione della povertà si è ridotto solo dello 0,32 per cento che equivale. Il bonus elettrico è stato introdotto nel 2009 per ridurre il peso delle bollette sulle famiglie con maggior disagio. In questo caso l’efficienza nel raggiungere le famiglie a maggior bisogno economico è stata piuttosto ampia ma l’impatto abbastanza modesto visto “il basso ammontare previsto” (per il 2011 da 56 a 138 euro annui).    Anche l’abolizione dell’Ici sulla prima casa ha inciso poco sul fenomeno della povertà perché buona parte del beneficio totale è andato a vantaggio dei redditi più alti. La misura del governo Berlusconi, infatti, ha favorito per il 70 per cento la metà della popolazione più agiata favorendo solo al 30 per cento la metà più svantaggiata. E al 10 per cento più povero della popolazione è andato meno del 4 per cento dello sgravio concesso.    La Commissione sull’esclusione sociale, nelle sue conclusioni, calcola che le “quattro innovazioni del sistema tax-benefit” applicate dal governo abbiano prodotto una riduzione complessiva della quota di famiglie assolutamente povere dal 4,27 al 3,89 per cento, cioè meno di 0,4 punti percentuali. In termini assoluti, solo 91 mila famiglie su un milione sono uscite dalla povertà assoluta. Il fatto è che, nonostante la grancassa , le risorse indirizzate alle famiglie povere sono risultate pari a 192 milioni di euro a fronte di un importo necessario che la Cies calcola in 3,86 miliardi. Quello su cui il governo ha concentrato i maggiori sforzi è stato garantire alle imprese (dati 2010 dell’Inps) 3,166 miliardi per la Cassa integrazione con un aumento del 31 per cento sul 2009 e 1,273 miliardi per la mobilità. Gran parte di queste cifre sono state recuperate dai Fondi per le aree sottoutilizzate (Fas), stanziati prevalentemente per il Meridione mentre il grosso della Cassa integrazione è al Nord. Un favore alle imprese ma anche alla Lega (oltre che una misura tampone per gli operai) dalle caratteristiche congiunturali.

di Salvatore Cannavò, IFQ

6 maggio 2011

Se vuoi crescere non disturbare gli evasori

Arriva il Decreto sviluppo del governo che sanziona i controllori del fisco

La politica economica il governo ormai la fa così: convoca una conferenza stampa per presentare un decreto il cui testo non è consultabile, perché bisogna ancora finirlo di scrivere e serve il via libera del Quirinale. Dentro ci sono delle misure a costo zero (cioè che non muovono soldi) e forse a impatto zero, visto che nessuno, anche al ministero del Tesoro, sa prevedere quale effetto avranno sull’economia. Però, garantisce il ministro Giulio Tremonti, “dentro c’è di tutto, è davvero corposo”.    In attesa di leggerne il testo, alcune cose sono già però chiare. Il governo pensa che dalla crisi si esca lasciando mano libera alle imprese: l’Agenzia delle entrate – assicura Tre-monti – sanzionerà i finanzieri che vessano gli imprenditori con troppi controlli, è in arrivo una circolare ufficiale dell’Agenzia. Intanto il direttore Attilio Befera, tremontiano di ferro, scrive ai dipendenti intimando loro di non esagerare: “Se il contribuente ha dato prova sostanziale di buona fede e di lealtà nel suo rapporto con il Fisco, ripagarlo con la moneta dell’accanimento formalistico significa venire meno a un obbligo morale di reciprocità, ed essere perciò gravemente scorretti nei suoi confronti”. E visto che anche l’occhio vuole la sua parte, “la Guardia di finanza non farà più ispezioni in divisa”, promette Tremonti. E pazienza se ci sono 120 miliardi di evasione fiscale, siamo in campagna elettorale e bisogna pur dare qualche segnale agli imprenditori che si sono rassegnati a non vedere in tempi brevi una riduzione delle tasse (lo ha ribadito anche Silvio Berlusconi, due giorni fa).    Il resto del “decreto sviluppo”, sempre per quel che se ne conosce, è una lunga lista di misure un po’ vaghe, ma che già allarmano molti. Come quella sulle spiagge: “Chi vuole – dice Tremonti – chiederà il diritto di superficie e durerà 90 anni. Il diritto sarà a pagamento e noi pensiamo che sarà pagato molto bene. Gli imprenditori però devono essere in regola con il fisco, con la previdenza e pensiamo che debbano assumere giovani”. I canoni sono già stati alzati e la proprietà resta pubblica, assicura Tremonti, ma poco importa questo, visto che il diritto di superficie secondo il codice civile consente di poter costruire e sfruttare il terreno anche se non se ne ha la proprietà (che è dello Stato). E il tempo per il quale si può sfruttare sarà di 90 anni, così da dare a chi fa consistenti investimenti immobiliari su una spiaggia un tempo notevole per trarne profitto. Ma anche in questo caso, come per le altre misure del decreto sviluppo, non è ben chiaro quanto ci guadagni lo Stato visto che nessuna delle misure è stata “cifrata”, come dice Tremonti. Anche le spiagge dovrebbero poi rientrare nelle “zone a burocrazia zero”, paradisi dell’imprenditoria con formalità da espletare ridotte al minimo. Annunci – non nuovi – che non hanno mai sedotto Confindustria, da sempre convinta che senza una riforma strutturale della Pubblica amministrazione la burocrazia che esce dalla porta rientra dalla finestra.    Visto che di soldi pubblici non se ne possono spendere – ma Tremonti giura che la manovra finanziaria che a molti sembra inevitabile non arriverà a giugno – il governo spera che la crescita la producano i privati. Unici interventi diretti: credito di imposta per chi assume a tempo indeterminato al Sud e per le piccole e medie imprese che avviano progetti di ricerca con università del territorio. Rispunta anche il “piano casa”, ormai un flop di legislatura, l’aumento delle cubature delle abitazioni che non si materializzerà mai perché le regole che fissa il governo sono incompatibili con quelle delle Regioni che lo devono applicare. È abbastanza per rassicurare gli industriali, che sono così delusi dal governo da aver organizzato il convegno di Confindustria di domani a porte chiuse perché non volevano neanche incontrare i ministri? A questa domanda Tremonti preferisce non rispondere. Di certo la Cgil è soddisfatta per il piano triennale di assunzioni (65 mila circa, ma il governo non vuole dare cifre precise) di precari della scuola. Non una misura di liberalità, ma un tentativo di evitare i maxi-risarcimenti che incassa chi fa causa allo Stato per essere messo in regola. Meno contenti i comitati promotori dei referendum di giugno: l’annuncio della nascita di una (pur necessaria) autorità di settore per l’acqua è un nuovo tentativo del governo di dissuadere gli elettori dall’andare alle urne il 12 e 13 giugno.

di Stefano Feltri, IFQ

20 aprile 2011

Scorie radioattive, resuscita la Sogin

Il sasso nello stagno lo ha lanciato Giulio Tremonti, facendo emergere un inatteso dietro le quinte sul fronte dell’ultimo, encomiabile, tentativo di Berlusconi di azzoppare il referendum sul legittimo impedimento attraverso l’azzeramento di quello sul nucleare. Ebbene, il titolare dell’Economia ha rilanciato l’idea di calcolare i costi futuri che deriveranno dallo smantellamento delle vecchie centrali nucleari e la loro messa in sicurezza, per avere un’idea più chiara dell’impatto sulle casse dello Stato.    “È stata fatta davvero una contabilità del nucleare? – si è chiesto Tre-monti – sono stati contabilizzati i costi del decommissioning? Esiste il calcolo del rischio radioattivo?”. Domande che danno quasi tutte come risposta “no”. Tranne una: i costi dello smantellamento delle centrali esistenti sono più che noti. E gli italiani li pagano da anni, attraverso la bolletta elettrica (punto A2), in una specifica voce che poi va a sovvenzionare la Sogin, la Spa a totale partecipazione statale che ha come scopo proprio quello di mettere in sicurezza e quindi smantellare le centrali di Trino, Caorso, Latina-Borgo Sabotino e Garigliano di Sessa Aurunca. Queste centrali hanno prodotto più di 100 mila metri cubi di spazzatura radioattiva, con tempi di decadimento che vanno da qualche mese o anno a centinaia di migliaia di anni (il plutonio). Ora, smaltire tutto questo ci costerà 4,5 miliardi di euro che la Sogin spenderà da qui al 2020 quando il programma sarà terminato. C’è un fatto, però. Sempre intorno a quell’anno, gli impianti francesi e britannici cominceranno a restituirci – ben impacchettate – le scorie derivanti dal riprocessamento del combustibile esaurito delle centrali. E a quel punto sarà dunque necessario avere già pronti dei depositi di scorie radioattive specifici. Che ora non ci sono.

NON È infatti un caso se nell’emendamento al decreto Omnibus, che oggi sarà approvato al Senato per svuotare il referendum sul nucleare, è stata lasciata intonsa la parte del programma che disciplina la localizzazione (e costruzione) del cosiddetto “Deposito nazionale e del parco tecnologico”, luoghi dove verranno stoccati i rifiuti nucleari anche “degli impianti a fine vita” e “del mantenimento in sicurezza degli stessi”. Insomma, la Sogin che fino ad oggi, con l’indirizzo pro nucleare del governo era destinata a sicura chiusura dopo aver svolto il proprio compito con scadenza 2020, adesso riacquista smalto con la questione della costruzione dei depositi di scorie. E si tratta della gestione di una marea di denaro, fatta non solo di introiti derivanti dai contributi dei cittadini, attraverso le bollette, ma anche della gestione degli appalti che inevitabilmente dovranno essere assegnati per la costruzione dei depositi e della messa in sicurezza delle aree limitrofe.    Sempre nell’emendamento presentato ieri dal governo si legge infatti che la Sogin spa, “tenendo conto dei criteri indicati dall’Aiea e dall’Agenzia per il nucleare, definirà una proposta di Carta Nazionale delle aree potenzialmente idonee alla localizzazione del parco tecnologico”, nonché alla “realizzazione del parco stesso”.

ECCO, se davvero il governo avesse deciso di fare marcia indietro sul nucleare, tutti questi dettagli sulla Sogin sarebbero stati inutili, così come i nostri problemi di smaltimento dei rifiuti radioattivi si sarebbero chiusi nel 2020, con buona pace della stessa Sogin che, a quel punto, non sarebbe servita più. E sarebbe stata chiusa, come voleva fare Scajola nel 2008. E invece no. E non solo per il fatto che questa società è sempre stata al centro di appetiti politici e affaristici ben superiori alla sua realtà industriale, come d’altra parte accade a tutte le società con forti sovvenzioni pubbliche continue. Con l’escamotage dell’emendamento, il collettore Sogin proseguirà dunque la propria attività, ma in modo più specifico. Se, com’è probabile, il governo ripresenterà una nuova normativa sul nucleare, superato lo scoglio dell’inabissamento del referendum, la Sogin potrà anche gestire i contributi economici destinati ai “territori circostanti” al cosiddetto “Parco Tecnologico”. Ancora denaro pubblico per una società. A questo punto, davvero una gallina dalle uova d’oro.

di s.n. IFQ

29 marzo 2011

Tutti gli uomini (inguaiati) del vicepresidente

Il suo assistente nella società Aeroporti di Roma (Adr), Roberto Mercuri, è agli arresti domiciliari da due settimane. Il suo (ex) braccio sinistro nella Global Wood Holding, Aldo Bonaldi, è in una cella del carcere di Kiev. È un momento delicato, per Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit e presidente di Adr, da quando il pm di Crotone Pierpaolo Bruni sta indagando sulla centrale turbogas di Scandale.    Un’indagine che ha già portato a cinque arresti e vede tra gli indagati, per concorso in truffa, l’ex sottosegretario alle Attività produttive Giuseppe Galati (Udc). Adesso nel-l’orbita delle indagini, sebbene non sia indagato, c’è proprio Palenzona: la procura sta accertando la natura dei suoi rapporti con Bonaldi e Mercuri . Il nesso è proprio la Global Wood Holding, della quale Palenzona è stato presidente per un anno, dal 2008 al 2009: uno dei conti esteri di Bonaldi, infatti, porta a quella società.    I pm vogliono capire come mai i signori “quasi sconosciuti”, arrestati per bancarotta nell’inchiesta “Energopoli”, siano così vicini a un uomo chiave del potere finanziario. Bonaldi tra il 1999 e il 2001 non presentò neanche la dichiarazione dei redditi. Di lì a poco però – ed è proprio il cuore dell’inchiesta – riuscì a vendere al colosso spagnolo Endesa l’autorizzazione per costruire una centrale “cogenerativa” a Scandale, provincia di Crotone, al prezzo di 40 milioni di euro.    DAL 2001 lo “sconosciuto” Bonaldi punta sulla Calabria: quando s’inizia a discutere di un “contratto di programma”. Finanziato con soldi pubblici, il progetto dovrebbe sviluppare il settore industriale di un’area depressa, quella di Crotone. La cronologia, in questa storia, è fondamentale. Ma dobbiamo guardarla da due angolazioni diverse. Quella di Bonaldi, prima. Quella di Mercuri, poi.    Il 27 febbraio 2002 Bonaldi costituisce la Eurosviluppo Industriale. Pochi giorni dopo – siamo al 28 marzo – il Cipe approva il contratto di programma nel quale Bonaldi riuscirà, più tardi, a infilarsi. Il Cipe approva il progetto con una rapidità impressionante. E in quel periodo è sotto la guida di Giuseppe Galati, sottosegretario all’Economia dell’Udc, uomo vicinissimo a Roberto Mercuri. La E.I. di Bonaldi inizia ad acquistare quote del consorzio e, in meno di un anno, riesce a controllarlo: nel dicembre 2003 il progetto finanziato dal ministero è nelle sue mani. E la sua E.I., quasi per incanto, inizia a popolarsi di pezzi da novanta: il 18 luglio 2003 nel cda entra Franco Bonferroni, politico di lungo corso.    Nato a Reggio Emilia nel 1938, Bonferroni siede tuttora nel cda di Finmeccanica. In Tangentopoli fu condannato in primo grado e poi assolto, comparve nell’elenco dei massoni iscritti alla Loggia P2, anche se ha sempre negato nega qualsiasi affiliazione. Due settimane dopo il suo ingresso, il primo agosto, alla “E.I.” arriva la prima tranche di soldi pubblici. Secondo l’accusa, però, non servono a finanziare il progetto, ma ad acquisire crediti presso le banche: il vero obiettivo è ottenere l’autorizzazione per costruire la centrale turbogas cogenerativa, far salire il valore di “E.I.”, e rivenderla a prezzi milionari.    Finora abbiamo guardato la storia dal lato di Bonaldi, ex socio di Palenzona nella Global Wood Holding, ma ora bisogna invertire la prospettiva e guardare, tutta questa vicenda, da un altro lato: quello di Roberto Mercuri, assistente di Palenzona nella Aeroporti Roma. Ricordando un dettaglio fondamentale: Bonferroni è presente anche in questo caso, come consigliere della “Pianimpianti”, società che Mercuri inizia a scalare nel 2004: gli anni più attivi, per il contratto di programma approvato, a tempo di record, dal ministero dove siede, come sottosegretario, Galati. Il ministero, nel maggio 2004, autorizza la Eurosviluppo Industriale a realizzare la centrale di Scandale. Ma a una condizione: deve funzionare in assetto “cogenerativo”, assimilabile alla produzione di energia rinnovabile. Il semplice “pezzo di carta” sviluppa un affare da 40 milioni. Senza l’esborso di un centesimo privato. Gli unici euro in circolazione: la prima tranche di soldi pubblici arrivati, alla “E.I.” di Bonaldi, il primo agosto 2003. Ma nel febbraio 2004, ben prima che arrivi l’autorizzazione dal ministero, un intimo amico di Galati si presenta in una banca, la Bibop Carire: è Roberto Mercuri. Nella riservata istruttoria della banca, che il Fatto Quotidiano ha avuto modo di visionare, si legge che Mercuri il 12 febbraio chiede un fido per acquistare il 36 per cento di una società, la “Fin. ind. Int”, con sede in Lussemburgo, per poterla controllare al 100 per cento. L’istruttoria spiega che, a sua volta, la Fin.ind.int “detiene il 66 per cento della Eurosviluppo industriale”. Parliamo della società di Bonaldi: l’affare inizia a passare nelle mani di Mercuri. Ma c’è di più.

IL 12 FEBBRAIO, dell’autorizzazione, non c’è neanche l’ombra. Eppure nell’istruttoria della banca, datata 16 maggio, si legge cosa avrebbe riferito, Mercuri, a partire da quel 12 febbraio: “C’è una trattativa estremamente riservata per la cessione del citato impianto alla Asm Brescia spa e alla Endesa Spa”. Prima ancora che l’impianto venisse autorizzato, quindi, Mercuri sa già a chi sarà venduto. L’informazione è utile per ottenere il fido da 3,7 milioni. Che viene deliberato. Mercuri poi acquista, per pochi soldi, le quote di Eurosviluppo elettrica: il suo valore salirà pochi giorni dopo. Quando arriverà l’autorizzazione per la centrale, la Eurosviluppo sarà venduta per circa 40 milioni di euro. La Bibop Carire, che offre il fido a Mercuri, oggi, è nell’orbita di Unicredit, quindi di Palenzona. Ma all’epoca era di Capitalia, che “teneva in pancia” anche la Cassa di risparmio di Reggio Emilia, terra di Bonferroni. Lo stesso Bonferroni che un testimone, parlando del suo ruolo in Pianimpianti e dei suoi rapporti con Mercuri, definisce in questo modo: “Ritengo che il Mercuri ottenesse capacità finanziarie grazie all’intercessione di Bonferroni presso le banche…”. Bonferroni non è indagato nell’inchiesta in questione, lo stralcio di verbale serve solo a delineare lo scenario, che si colora con un’altra vicenda: un anno dopo, nel 2005, quando il figlio di Bonferroni si sposa a Beirut, al matrimonio partecipano anche Fabrizio Palenzona e il sottosegretario Galati, l’intimo amico di Mercuri. Lo stesso Mercuri che Palenzona, pochi giorni fa, dopo l’arresto, in un’intervista al Corriere della Sera, ha definito un “galantuomo”, sottolineando che nel 2004 non lo conosceva. Conosceva però Galati e Bonferroni.

NEL 2004, comunque, la Eurosviluppo è passata, da circa un anno, nelle mani di Mercuri. A settembre Bonferroni esce dal cda. E Mercuri rivende le proprie quote. Resta lo “sconosciuto” Bonaldi che la vende per circa 40 milioni a Endesa e Asm Brescia. Come Mercuri aveva anticipato in banca. Nel frattempo proprio Mercuri ha scalato una grossa società, la Pianimpianti, dove siedeva il consigliere Bonferroni, che per la vicenda della centrale in Calabria ha fatturato 5 milioni per operazioni inesistenti e oggi s’è trasformata in una piccola srl con sede in Tunisia.    Mercuri è diventato il braccio destro di Palenzona in Aeroporti Roma. Bonaldi è ai vertici di una holding che produce energie a biomasse, la Global Wood, dove Palenzona è stato presidente per un anno. E la Global Wood Holding ha tentato un grosso affare – poi sfumato – con la Alerion, dove ancora una volta sedeva, nel cda, Franco Bonferroni.

di Antonio Massari, IFQ

3 marzo 2011

Una società legata a Poste e Finmeccanica taglia e i lavoratori bloccano 50 tonnellate di lettere

Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti vuole un “ritorno dello Stato”, ma se si guarda a quello che accada nel mondo delle imprese parastatali le parole del ministro appaiono illusorie: nemmeno le aziende che, sia pure indirettamente, fanno capo al governo riescono ad avere udienza al ministero dello Sviluppo economico. Lo dimostra la vicenda dei Centri di meccanizzazione postale affidati dalle Poste (di proprietà al 100 per cento del Tesoro) alla Elsag Datamat, di proprietà di Finmeccanica (posseduta al 30,18 per cento ancora dal Tesoro) è indicativa. La Elsag, a sua volta, ha concesso la manutenzione dei Centri a due società subappaltanti, la Logos e la Stac, una per il Centro-Sud e l’altra per il Centro Nord con circa 400 lavoratori impiegati.

SI TRATTA di subappalti che durano da 25 anni circa, spesso con società diverse che cambiano in continuazione anche se i lavoratori sono sempre gli stessi. A partire dal 2011, però, le Poste hanno ridotto la consegna del sabato con la conseguente diminuzione delle ore lavorate sia presso Elsag che presso le società subappaltanti. Una riduzione che in realtà, fanno notare in Fiom che segue insieme alla Fim la vertenza, era stata già assorbita sul fronte della manodopera perché le due società non avevano sostituito i dipendenti fuoriusciti nel tempo. Ma il taglio c’è stato lo stesso ed è stato esponenziale: Poste Italiane ha ridotto del 5 per cento i servizi di Elsag e questa ha tagliato di circa il 15 per cento il subappalto. Logos e Stac hanno a quel punto comunicato ai sindacati la loro intenzione di ridurre del 50 per cento la manodopera   necessaria tramite la cassa integrazione. Le lettere sono partite subito alla Stac mentre alla Logos si è messa in moto la procedura necessaria. “E questo – fa notare Augustin Breda della Fiom nazionale – nonostante la mancata consegna della posta al sabato non comporti riduzione di lavoro perché la posta si accumula negli altri giorni”.

A QUEL PUNTO i lavoratori hanno deciso di entrare in sciopero, uno sciopero continuativo che li ha visti impegnati per ben sette giorni e   che ha prodotto un accumulo di posta ai centri di meccanizzazione stimato in circa 50 tonnellate. A Roma, i dipendenti della Logos hanno effettuato anche un presidio permanente all’aeroporto di Fiumicino dove si trovano i centri di meccanizzazione postale. Sono stati anche accusati di aver interrotto “i servizi minimi”, quello postale appunto, come se fossero dipendenti pubblici. Ma lo sciopero ha visto invece una forte solidarietà tra i lavoratori e quando alla Stac l’azienda ha deciso di ritirare la cassa integrazione – è successo lunedì scorso – quei dipendenti hanno voluto continuare a mobilitarsi lo stesso accanto ai colleghi della Logos. Anche qui si sono interrotte le procedure di cassa e ora la situazione è stata   messa in sospeso in attesa di una qualche risoluzione.    In tutto questo il ministero dello Sviluppo economico, più volte interpellato, si è finora defilato. “Siamo stati convocati due volte e per due   volte, l’ultima il 1 marzo, il ministero ha disdetto l’incontro – aggiunge ancora Breda – per l’indisponibilità dei soggetti interessati che però dipendono dal pubblico”.    Finmeccanica ha appena dichiarato, il 26 gennaio scorso, di essersi aggiudicata commesse per 155 milioni di euro attraverso le sue aziende tra cui la Elsag anche se il senatore Idv Elio Lannutti ha presentato un’interrogazione parlamentare per sapere se questi annunci corrispondano al vero e soprattutto per sapere quanto sia rilevante il ruolo delle ferrovie libiche.   Nonostante il ritiro delle procedure di cassa integrazione i lavoratori rimangono guardinghi perché non hanno avuto ancora assicurazioni sul proprio futuro. E il sindacato, per cautelarsi, ha intentato una causa sollevando il problema dell’“interposizione di manodopera”, sostenendo cioè che Logos e Stac non sono davvero società autonome ma siano espressione di Elsag da cui dipendono in tutto e per tutto.

A INQUIETARE i dipendenti c’è anche il curriculum dell’amministratore delegato di Logos, Raffaele Cristaldi attivo da tempo nel mondo delle installazioni telefoniche dove il suo nome ricorre in operazioni di cessione di ramo d’azienda che hanno lasciato centinaia di lavoratori per strada. Prima con la Infotel, creata a suo tempo dalla Ericsson, che tramite la procedura di “affitto di ramo d’azienda” vide i lavoratori passare in altre società tra cui la Site dove   sono stati messi in mobilità nel 2009. E poi quello più grave della Seam, di proprietà dello stesso Cristaldi, che ha operato di nuovo la cessione di ramo d’azienda a una nuova società, la Cedif, che ha poi cessato l’attività mettendo tutti in cassa integrazione straordinaria.

di Salvatore Cannavò – IFQ

Un centro di smistamento di Poste Italiane (FOTO LAPRESSE) 

15 febbraio 2011

Nel Milleproroghe aiutini a ministri e amici, più tasse per i terremotati

Il decreto Milleproroghe, tradizione di ogni inizio d’anno, sta per essere approvato dal Senato e, come al solito, un innocuo strumento nato per evitare problemi con le scadenze amministrative – tipo il blocco degli sfratti – è diventato il veicolo per gli innumerevoli favori che il governo deve ai suoi parlamentari e questi ultimi a chissà chi: con un emendamento, per dire, il ministro del Welfare Maurizio Sacconi tenta di riformare nientemeno che la legge 40 sulla fecondazione assistita (ne parliamo più in basso). Ieri l’aula di Palazzo Madama ha cominciato a discutere di questa meraviglia: chiacchiere al vento, visto che stamattina il governo porrà la questione di fiducia su un suo maxi-emendamento (si dovrebbe votare già nel pomeriggio). Gli ultimi tentativi di assalto alla diligenza si scontrano con la decisione del governo   di porre la fiducia sul testo uscito dalle commissioni. Con una eccezione: dovrebbe saltare l’emendamento “salva-precari” del Pd, quello che riapriva i termini per i ricorsi contro i licenziamenti   ingiusti fino alla fine dell’anno. Per una cosa che manca, però, molte altre ce ne sono e quasi tutte hanno un nome.

SACCONI. Il ministero della Salute potrà conoscere i nomi di chi ricorre alla fecondazione assistita in barba a leggi e diritto alla privacy.

COSENTINO. “Nick o ’mericano” porta a casa lo stop alle demolizioni per le case abusive in Campania: anche se c’è una sentenza penale, dice il decreto, bisogna sospendere in attesa che la regione emani i nuovi piani paesistici. Come si ricorderà, il Pdl ci aveva già provato con un decreto ad hoc a giugno, poi affossato dalle assenze alla Camera.

BOSSI. Anche la Lega, ovviamente, ha le sue cambiali da pagare: gli allevatori che violarono le quote latte, per dire, otterranno una nuova proroga di sei mesi al versamento delle multe (i 30 milioni che servono arrivano dal fondo per la sicurezza, cioè la benzina dei poliziotti). Non solo. Il Carroccio incassa pure un emendamento che congela le graduatorie degli insegnanti precari fino ad agosto 2012: i lumbard pretendono che chi chiede il trasferimento   da una provincia ad un’altra venga messo in coda alla lista a prescindere dal punteggio (la Consulta ha già bocciato il principio, ma loro ci riprovano). Il senatur ottiene pure nuovi finanziamenti per l’alluvione in Veneto (e in Liguria, così è contento anche il Pd): il problema è che una parte di questi fondi – un centinaio di milioni – vengono “distratti” da quelli destinati al risanamento idrogeologico del Mezzogiorno. “Se è così, se lo votano da soli”, dice Edmondo Cirielli, salernitano e deputato Pdl.

ALEMANNO. Il sindaco di   Roma, invece, gioisce per un emendamento del suo vicesindaco, senatore Cutrufo: le grandi città, invece che 12, potranno avere 15 assessori. Tre in più: “Li useremo per le quote rosa”, dice lui.

TREMONTI. Il ministro dell’Economia ha fatto inserire nel testo una robetta assai pesante: Poste italiane potrà scorporare la società Bancoposta e, volendo, comprarsi altre banche, le quali finirebbero così – per li rami – praticamente in mano al Tesoro.

PANNELLA. Oltre a un po’   di soldi per giornali (30 milioni) e tv locali (15) e qualche spicciolo per il Fondo unico dello spettacolo (altri 15 milioni), il premier si sarebbe impegnato ad allungare di un anno (fino al novembre 2012) la convenzione con Radio radicale.

BERLUSCONI. Nel decreto c’è una strana norma che sembra fatta apposta per impedire a Sky e Telecom di investire nella carta stampata anche in futuro.

MORATTI-TOSI. Tre milioni alla Scala di Milano e altrettanti all’Arena di Verona. Gli altri   enti lirici, ciccia.

TUTTI. Un “condonino” per le multe arrivate ai partiti per l’affissione illegale di manifesti elettorali.

TERREMOTATI. Per loro qualche nuova tassa. Una particolarmente odiosa è quella che sostanzialmente obbliga le regioni colpite da calamità naturali ad aumentare le addizionali per pagarsi la ricostruzione.    Sgradevole pure l’aumento di un euro dei biglietti del cinema da luglio – sale parrocchiali escluse – per finanziare gli incentivi a chi produce film.

di Marco Palombi – IFQ

 

9 febbraio 2011

La bomba europea: mentre il governo promette aiuti all’economia Bruxelles prepara la mannaia da 50 miliardi all’anno

“Ma in Italia non discutete di quello che succede qui?”, chiedevano ieri ai negoziatori italiani al tavolo di Bruxelles dove di solito si riunisce l’Ecofin. Risposta: no, qui il tema del giorno è il Consiglio dei ministri che approva i provvedimenti di spesa del governo a sostegno dell’economia, qualche sgravio fiscale per le imprese, l’ennesimo piano per il Sud. Silvio Berlusconi attende con impazienza il momento di annunciare finalmente spese invece che tagli imposti dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Le misure saranno quasi simboliche ma a loro modo storiche, perché rischiano di essere gli ultimi provvedimenti di spesa dei prossimi trent’anni.

IL NEGOZIATO su quella che, con un eufemismo, si chiama “nuova governance europea” sta prendendo una brutta piega. Sulle posizioni dell’Italia ormai c’è soltanto la Grecia che ha fatto due conti e ha capito che forse la bancarotta è meglio del risanamento secondo i nuovi parametri del Patto di Maastricht. I tecnici che rappresentano i ministeri del Tesoro dei 27 Paesi membri dell’Unione, infatti, in queste ore stanno discutendo i dettagli del pacchetto di misure che ridisegnerà la faccia contabile dell’Europa. Al momento l’Italia tiene il veto sul più delicato dei sei provvedimenti in discussione. Un regolamento, cioè una legge europea che entra automaticamente in vigore nell’ordinamento nazionale senza ulteriori passaggi, che impone di portare il rapporto tra debito e Pil al 60 per cento. L’Italia al momento si avvia a sfiorare il 120 per cento.      Oltre alla Grecia, che rischia di non sopravvivere a una simile cura (è al 127 per cento) soltanto l’Italia si oppone all’introduzione di un parametro così vincolante, che traduce in una correzione obbligatoria annuale un parametro che nei 19 anni di storia del Trattato di Maastricht è rimasto sulla carta. Spagna e Portogallo hanno chinato la testa, privi di potere negoziale perché presto potrebbero aver bisogno del Fondo salva-Stati europeo, l’Irlanda che già sta ricevendo aiuti praticamente non può parlare. La resistenza a oltranza dell’Italia, spiega chi conosce le logiche dei negoziati europei, è destinata a cadere a breve. Perché la presidenza di turno ungherese dell’Ue conta di arrivare al Consiglio europeo di inizio marzo con una   sostanziale unanimità, così che i provvedimenti sulla governance economica possano continuare il loro percorso sul binario parallelo del Parlamento europeo. Al momento la linea di Tremonti è chiara: resistere, resistere, resistere. Ma la crisi politica interna sta togliendo all’Italia quel poco di peso europeo che le era rimasto.

IL MINISTRO è consapevole di cosa significa questo negoziato per il Paese. Basta fare due conti. La proposta della Commissione europea di settembre, che è la base per i negoziati attuali, prevede un rapido aggiustamento del rapporto tra debito e Pil fino ad arrivare al 60 per cento. Riducendo l’eccesso di debito di un ventesimo all’anno: almeno 40-50 miliardi annui. Perché, oltre   ad avere un avanzo primario (entrate meno spese) di questa colossale entità, bisogna comunque pagare gli interessi sul debito (circa 75 miliardi all’anno). Al confronto la manovra estiva da 25 miliardi, che si accontentava di limitare gli aumenti di spesa, sembrerà appena un aperitivo. Certo, se ci fosse davvero il nuovo miracolo economico promesso da Berlusconi con una crescita annuale del 3-4 per cento, la correzione sarebbe molto più leggera (ci penserebbe l’aumento del Pil a far migliorare il rapporto con il debito). Ma uno studio del Boston Consulting Group pubblicato ieri proprio sul “Consolidamento fiscale dell’Europa” avverte di non farsi illusioni: il risanamento dei conti può passare soltanto da drastici provvedimenti di austerità, non sarà la crescita   di qualche punto percentuale del Pil a risolvere i problemi. “Il consolidamento è inevitabile. Misure credibili verso un riequilibrio di spese ed entrate e, nel lungo periodo, ripagare l’eccesso di debito sarà necessario prima che i Paesi tornino all’equilibrio dei conti”, scrive il Boston Consulting Group che individua quattro Paesi in situazioni critiche: Grecia, Portogallo, Irlanda e Italia. Cosa significhi un risanamento come questo è difficile anche da immaginare. Non è certo un caso che proprio in queste settimane Giuliano Amato abbia aperto un dibattito sulla necessità di un’imposta patrimoniale.

LA TATTICA di Tremonti è chiara: guadagnare tempo. L’unica cosa su cui può intervenire l’Italia è la finestra concessa prima che scattino i nuovi parametri, che sarà tra uno e tre anni. Si tratta anche sul peso da dare ai “fattori rilevanti” nel calcolo della cura da somministrare: Tremonti ha ottenuto che si considerasse l’indebitamento privato (che in   Italia è basso). Ma si definirà in un secondo momento quale effetto mitigante avrà sulla correzione. Piccolo problema: i vantaggi tattici dell’Italia su questo tavolo sono messi in pericolo dalla linea oltranzista nel mantenere il veto sul regolamento sul debito. E quando il Consiglio europeo di marzo darà il via libera politico – se l’Italia toglierà il veto – i mercati finanziari faranno quello che fanno sempre: anticipare a oggi gli effetti di eventi futuri. Cioè si aspetteranno che se un Paese prevede di dover tagliare 50 miliardi tra due anni inizi a risparmiare e a mettersi in riga da subito, invece che continuare come se niente fosse. Se il risanamento non comincia, insomma, gli investitori concluderanno che l’Italia non è in grado di risanarsi. Con le inevitabili conseguenze sul mercato obbligazionario   : riduzione del prezzo dei titoli in circolazione e aumento del rendimento (cioè del costo per lo Stato) dei titoli di debito da emettere nel 2011, pari a poco più di 150 miliardi di euro. Francia e Germania hanno imposto   che a marzo si parli assieme di debito e del futuro del Fondo Salva Stati che scade nel 2013: se non si accettano le regole sulla finanza pubblica, niente protezione europea in caso di perdita di fiducia degli investitori. Meglio cedere, quindi, altrimenti collocare quei 150 miliardi e i quasi 200 del 2012 sarà parecchio più complicato.

MEGLIO QUINDI godersi il clima di questo consiglio dei ministri, convocato all’alba (8 di mattina), perché simili atmosfere non saranno frequenti nei prossimi anni. Soprattutto se passa la linea più dura che assegna a Bruxelles il controllo di fatto sulla spesa pubblica. “Forse non sarà poi così male perderlo, questo negoziato”, si sussurra nei corridoi di via XX Settembre, al ministero del Tesoro. Di sicuro per Tremonti è meglio gestire   da premier – una fase di emergenza che ritrovarsi a essere l’unico guardiano dei conti mentre il resto della maggioranza si imbarca in improbabili spese pre-elettorali.

di Stefano Feltri – IFQ

Giulio Tremonti, 62 anni, sta gestendo il delicatissimo negoziato sui nuovi parametri di Maastricht relativi alla finanza pubblica (FOTO LAPRESSE)

 

21 ottobre 2010

Il fascino delle Province che nessuno vuole più abolire

Mezzo governo le omaggia ma ci costano 14 miliardi all’anno

C’eravamo sbagliati, le Province sono un ente utile. Questo è il messaggio che ieri il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, è andato a portare a nome del governo all’Assemblea delle Province italiane. Non proprio di tutto il governo, però. Infatti Renato Brunetta, il ministro più sensibile all’eliminazione degli sprechi, ha disdetto il suo intervento, non si è presentato alla due giorni dell’Upi a Catania e non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione in merito.    “Sono importanti perché sviluppano una funzione intermedia tra le Regioni e i Comuni” ha affermato Alfa-no. Supportato dal discorso d’apertura di Giuseppe Castiglione, presidente Upi nonché co-coordinatore del Pdl in Sicilia: “L’abolizione delle province non produrrebbe alcun risparmio per lo Stato, chi continua su questa   strada deve uscire allo scoperto e dire senza mezzi termini che ha scelto di attaccare un’istituzione democratica puramente per demagogia e ai fini della lotta politica”. Eliminare questi istituti, si accalora l’oratore, “comporterebbe solo meno democrazia, meno possibilità per i cittadini di fare valere le proprie ragioni, meno tutela dei territor”. Eppure Silvio Berlusconi e il Pdl, campagna elettorale del 2008, sembravano pensarla diversamente: l’eliminazione delle Province è stato uno dei cavalli di battaglia del premier, tra i dieci punti fondamentali del suo programma. E infatti Berlusconi a Catania non si è presentato   , mandando soltanto un messaggio, comunque tutt’altro che minaccioso per il futuro dei dipendenti provinciali.    I presidenti di Consiglio delle Province italiane hanno approvato un ordine del giorno nel quale si chiede un’azione di rivalutazione e   legittimazione del ruolo delle “assemblee elettive come presidio democratico delle comunità territoriali rappresentate”. Così, per esempio, l’Upi torna a chiedere che materie come difesa del suo-lo, gestione di acque e rifiuti, politiche della montagna, trasporti e assistenza ai Comuni, siano ricondotte in modo organico in capo alle Province. E che spettino alle Province anche i tributi del trasporto su gomma. “Si trasformi l’imposta Rc auto in tributo provinciale – ribadisce Castiglione, che è anche presidente dell’Ente di Catania – e si assegni la compartecipazione all’accise sulla benzina, unitamente a quella della tassa regionale di circolazione   dei veicoli”. A fare le veci del governo a Catania è arrivato anche il più combattivo tra i ministri, il titolare della Difesa Ignazio La Russa, che ha rassicurato la platea – più elettoralmente che per competenza – sostenendo che “si può pensare a una maggiore flessibilità, pensando a un sistema che premi i virtuosi, secondo meriti effettivi legati a obiettivi precisi. Il governo sta offrendo alle Province tutti gli strumenti necessari perché diventino un istituto moderno, non solo perché continuino a esistere, ma affinché stabiliscano un rapporto nuovo tra istituzioni e cittadini”. Ad abolirle non ci pensa più nessuno. Tranne Brunetta.

di Michele De Gennaro IFQ

 

Altro che pochi spiccioli di risparmi Il Tesoro ha fatto male i conti

Cento milioni o quasi 1 miliardo e mezzo di euro? Quanto si risparmierebbe davvero con l’abolizione delle Province? Quanto costano le più di 100 amministrazioni provinciali, 110 per l’esattezza, e perché negli ultimi 5 anni ne sono state istituite altre 7?

Non soltanto    burocrazia

FINORA era stata presa per buona una sola valutazione, quella del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Con la cancellazione delle Province il risparmio sarebbe modesto, da un minimo di 100 milioni di euro all’anno a un massimo di 200, aveva detto il ministro, contraddicendo il suo stesso partito, il Pdl, che in campagna elettorale si era speso per la soppressione. Dal momento che proprio Tre-monti è il depositario dei conti, tutti avevano preso per buonal a stima. Con un corollario evidente: siccome in ballo ci sono somme tutto sommato marginali   per il bilancio statale, il gioco non varrebbe la candela, costerebbe forse di più mettere in cantiere l’ambaradan burocratico-amministrativo necessario per la soppressione, compreso lo spostamento dei dipendenti inaltriufficipubblici,chelasciare tutto così com’è.    Ora, però, uno studio dell’Istituto Bruno Leoni, arriva a una conclusione molto diversa. Secondol ’autore della ricerca, Andrea Giuricin, le Province non costano tra i 100 e i 200 milioni di euro all’anno, quella è solo la spesa per i 4.200 politici provinciali, cioè per gli stipendi di presidenti, assessori, consiglieri. In totale le Province costano molto di più, la bellezza di oltre 14 miliardi di euro all’anno e i risparmi possibili sfiorano 1 miliardo e mezzo. Dei 14 miliardi di spesa totale, circa 3,5 sono impegnati per “amministrazione, gestione e controllo” (dati 2008, gli ultimi disponibili), quattrini catalogabili come “spese di funzionamento”, che servono non per gli eventuali investimenti e per la gestione di scuole, strade, trasporti (settori su cui le Province hanno competenza), ma per la   macchina burocratica. Considerando che le migliaia di dipendenti delle amministrazioni provinciali devono essere ricollocate in altri uffici pubblici (Regioni, comuni etc..), e considerando che il costo del loro lavoro è di circa 2 miliardi e 300 milioni, il risparmio possibile con la soppressione delle Province sarebbe quindi di 1 miliardo e 360 milioni di euro all’anno. Da 6 a 13 volte più di quanto stimato da Tremonti.

Meglio della lotta    all’evasione

NON SI TRATTA più di spiccioli: 1 miliardo e 300 milioni di euro sono, per esempio, circa un settimo di quanto il fisco riesce a recuperare in un anno di lotta all’evasione. Uno  Statoche ha il terzo debito pubblico del mondo può permettersi di chiudere gli occhi su un potenziale risparmio del genere? Dal momento che oltretutto si tratta di una solenne promessa elettorale, un governo serio metterebbe immediatamente la questione all’ordine del giorno.      Ma non occorre saper leggere nella palla di vetro per prevedere che non lo farà, perché sulle amministrazioni provinciali si allunga la manomorta della Lega. La Lega non vuole l’abolizione delle Province perché da vent’anni sono la sua scuola quadri. Con le Province, il partito espande la sua influenza e risparmia pure. Le decine e decine di presidenti, vice, assessori, consiglieri leghisti sono dirigenti attivi nelle zone in cui sono eletti che a fine mese riscuotono soldi pubblici, cifre non esorbitanti, ma nemmeno trascurabili. In base ai dati dell’Upi (Unione province italiane) un presidente prende 61.569 euro all’anno, un vice 45.913, un assessore 40.936, un presidente di consiglio 39.691, un consigliere 21.131.      In espansione in tutto il Nord, la Lega è riuscita a piantare il suo vessillo verde su 13 Province: Belluno, Bergamo, Biella, Brescia, Como, Cuneo, Lodi, Sondrio, Treviso, Udine, Varese, Venezia e Vicenza. E si è spesa parecchio perché fossero istituite nuove amministrazioni provinciali, come quella di Monza-Brianza, per esempio, la cui costituzione risale ufficialmente a giugno 2004, ma che era rimasta solo sulla carta, per cui i seguaci di Bossi hanno fatto il diavolo a  quattro  perchélo scorso anno diventasse operativa. Spiega Gianfranco Salmoiraghi, responsabile dell’organizzazione del partito leghista: “La provincia di Monza-Brianza è il nostro fiore all’occhiello, non aveva più senso tenere quel territorio legato a Milano. Forse sono inutili le nuove province istituite in Sardegna, quelle sono ‘postifici’, non le nostre del Nord”.      Dai dati elaborati dall’istituto Leoni risulta, però, che con il passare degli anni le Province sembrano sempre più enti utili a se stessi. Aumentano considerevolmente, per esempio, le spese correnti e quelle per il personale e diminuiscono quelle per gli investimenti e gli interventi concreti. In appena 5 anni, dal 2003 al 2008, solo la spesa per gli stipendi dei dipendenti è aumentata di quasi 400 milioni di euro.

di Daniele Martini IFQ

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