Scorie radioattive, resuscita la Sogin

Il sasso nello stagno lo ha lanciato Giulio Tremonti, facendo emergere un inatteso dietro le quinte sul fronte dell’ultimo, encomiabile, tentativo di Berlusconi di azzoppare il referendum sul legittimo impedimento attraverso l’azzeramento di quello sul nucleare. Ebbene, il titolare dell’Economia ha rilanciato l’idea di calcolare i costi futuri che deriveranno dallo smantellamento delle vecchie centrali nucleari e la loro messa in sicurezza, per avere un’idea più chiara dell’impatto sulle casse dello Stato.    “È stata fatta davvero una contabilità del nucleare? – si è chiesto Tre-monti – sono stati contabilizzati i costi del decommissioning? Esiste il calcolo del rischio radioattivo?”. Domande che danno quasi tutte come risposta “no”. Tranne una: i costi dello smantellamento delle centrali esistenti sono più che noti. E gli italiani li pagano da anni, attraverso la bolletta elettrica (punto A2), in una specifica voce che poi va a sovvenzionare la Sogin, la Spa a totale partecipazione statale che ha come scopo proprio quello di mettere in sicurezza e quindi smantellare le centrali di Trino, Caorso, Latina-Borgo Sabotino e Garigliano di Sessa Aurunca. Queste centrali hanno prodotto più di 100 mila metri cubi di spazzatura radioattiva, con tempi di decadimento che vanno da qualche mese o anno a centinaia di migliaia di anni (il plutonio). Ora, smaltire tutto questo ci costerà 4,5 miliardi di euro che la Sogin spenderà da qui al 2020 quando il programma sarà terminato. C’è un fatto, però. Sempre intorno a quell’anno, gli impianti francesi e britannici cominceranno a restituirci – ben impacchettate – le scorie derivanti dal riprocessamento del combustibile esaurito delle centrali. E a quel punto sarà dunque necessario avere già pronti dei depositi di scorie radioattive specifici. Che ora non ci sono.

NON È infatti un caso se nell’emendamento al decreto Omnibus, che oggi sarà approvato al Senato per svuotare il referendum sul nucleare, è stata lasciata intonsa la parte del programma che disciplina la localizzazione (e costruzione) del cosiddetto “Deposito nazionale e del parco tecnologico”, luoghi dove verranno stoccati i rifiuti nucleari anche “degli impianti a fine vita” e “del mantenimento in sicurezza degli stessi”. Insomma, la Sogin che fino ad oggi, con l’indirizzo pro nucleare del governo era destinata a sicura chiusura dopo aver svolto il proprio compito con scadenza 2020, adesso riacquista smalto con la questione della costruzione dei depositi di scorie. E si tratta della gestione di una marea di denaro, fatta non solo di introiti derivanti dai contributi dei cittadini, attraverso le bollette, ma anche della gestione degli appalti che inevitabilmente dovranno essere assegnati per la costruzione dei depositi e della messa in sicurezza delle aree limitrofe.    Sempre nell’emendamento presentato ieri dal governo si legge infatti che la Sogin spa, “tenendo conto dei criteri indicati dall’Aiea e dall’Agenzia per il nucleare, definirà una proposta di Carta Nazionale delle aree potenzialmente idonee alla localizzazione del parco tecnologico”, nonché alla “realizzazione del parco stesso”.

ECCO, se davvero il governo avesse deciso di fare marcia indietro sul nucleare, tutti questi dettagli sulla Sogin sarebbero stati inutili, così come i nostri problemi di smaltimento dei rifiuti radioattivi si sarebbero chiusi nel 2020, con buona pace della stessa Sogin che, a quel punto, non sarebbe servita più. E sarebbe stata chiusa, come voleva fare Scajola nel 2008. E invece no. E non solo per il fatto che questa società è sempre stata al centro di appetiti politici e affaristici ben superiori alla sua realtà industriale, come d’altra parte accade a tutte le società con forti sovvenzioni pubbliche continue. Con l’escamotage dell’emendamento, il collettore Sogin proseguirà dunque la propria attività, ma in modo più specifico. Se, com’è probabile, il governo ripresenterà una nuova normativa sul nucleare, superato lo scoglio dell’inabissamento del referendum, la Sogin potrà anche gestire i contributi economici destinati ai “territori circostanti” al cosiddetto “Parco Tecnologico”. Ancora denaro pubblico per una società. A questo punto, davvero una gallina dalle uova d’oro.

di s.n. IFQ

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