La manovrà pescherà da Sanità e statali ma di alternative ce ne sarebbero

La necessità politica di approvare in fretta qualcosa che assomigli a una riforma fiscale è un fastidio in più per il ministro Giulio Tremonti che sta lavorando a cose più serie: la manovra da 40 miliardi che deve portare al pareggio di bilancio nel 2014. Dove trovare così tanti soldi? Secondo le indiscrezioni che iniziano a circolare – ne ha dato conto ieri Repubblica – le strade seguite saranno due: tagli e risparmi di spesa. Sei miliardi dovrebbero essere risparmiati passando dal criterio della spesa storica a quello dei costi standard nella spesa sanitaria regionale: da Roma si trasferisce sul territorio quanto la Regione dovrebbe spendere e non quando spendeva in passato. Se poi le Regioni siano abbastanza flessibili da adeguarsi, non è (per ora) un problema di Tremonti. Altri 6 miliardi all’anno dovrebbero arrivare da un ulteriore blocco dei contratti e delle assunzioni degli statali. Il tutto combinato con un po’ di tagli lineari ai ministeri, cioè riduzioni di spesa in percentuale. É chiaro chi pagherà il risanamento, quindi: le Regioni e gli utenti dei servizi sanitari, oltre al pubblico impiego (e questo, secondo molti economisti, non è sbagliato visto che negli ultimi otto anni gli stipendi in Italia sono cresciuti in media del 6,8 per cento mentre nel pubblico del 22,4).

TREMONTI SA che ci deve essere anche qualche taglio alla “casta” per rendere digeribili misure così pesanti. Quanto tagliare? I precedenti dello scorso anno non fanno ben sperare, visto che i cosiddetti enti inutili non sono mai stati aboliti davvero, che le Province sono ancora tra noi e la riduzione degli stipendi pubblici è stata fatta in termini minimalisti, mentre delle riduzioni dei rimborsi ai partiti si è persa ogni traccia.    Eppure l’Italia dei Valori, con il deputato Antonio Borghesi, aveva calcolato che le misure contro la “casta” potevano avere un valore non solo simbolico. Cancellare davvero le province, pur non potendo licenziare i dipendenti, porterebbe a un risparmio di 3 miliardi all’anno. Che sui tre anni interessati dalla manovra significa 9 miliardi. La Camera ha già respinto l’idea a settembre 2010, ma cancellando il vitalizio ai parlamentari nazionali e ai consiglieri regionali (e con un intervento retroattivo sugli ex) si risparmierebbe 1 miliardo all’anno. Altri 3 recuperabili nel periodo della manovra. E siamo a un parziale di 12. Mettere un tetto massimo a 10 auto blu per le grandi istituzioni e lasciandone solo 1 ai grandi Comuni, secondo un ottimistico calcolo porterebbe a un risparmio di 5 miliardi.    Ma anche senza sperare nelle auto blu, ci sono una serie di altre cose molto concrete da fare per recuperare soldi. Sempre secondo l’Idv, eliminare completamente i progetti per il ponte sullo stretto di Messina porterebbe a un risparmio una tantum di 1,2 miliardi. Parecchi più soldi potrebbero arrivare rimediando a un errore storico: la decisione di regalare i multiplex del digitale terrestre, concedendo gratis le frequenze linberate dal cambio di teconologia. Visto che dalla vendita di quelle tolte alle tv locali si stima un incasso per lo Stato di 2,4 miliardi (già impegnati dalla Finanziaria 2011), quelle nazionali potrebbero essere cedute almeno per il doppio. Da un’asta dei multiplex, al posto del beauty contest, potrebbero arrivare almeno 5 miliardi di euro.

IL TUTTO – lo ha ricordato il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi – deve essere abbinato alla cosiddetta spending review, cioè al controllo voce per voce della spesa pubblica eliminando tutto quello che non è strettamente indispensabile, cosa che finora Tremonti non è riuscito a fare.    Altre strade che potrebbero portare facilmente denaro fresco in cassa sono poco percorribili: difficile pensare qualche forma di privatizzazione, dopo il risultato del referendum, anche se vendere un po’ di azioni delle ex municipalizzate controllate dai Comuni poteva essere un modo semplice per far rifiatare almeno le casse locali. Idem con le tasse: oltre al problema politico per il centrodestra, aumentare la pressione fiscale potrebbe soffocare l’economia. Certo, si potrebbero abbinare nuove imposte (come la famigerata patrimoniale o il ripristino dell’Ici sulle prime case di lusso, vale 1,7 miliardi l’anno) con drastiche riduzioni del peso del fisco sul lavoro dipendente. Il gettito sarebbe lo stesso, ma l’effetto redistributivo dovrebbe favorire la crescita, visto che si trasferiscono soldi da chi non riesce a spenderli perché ne ha troppi a chi invece è prontissimo a trasformare gli sgravi fiscali in cosnumi.    Ma questo significa cambiare approccio rispetto a quello usato finora dal governo: cioè preoccuparsi anche della crescita che, se fosse superiore al 2 per cento renderebbe addirittura superflua la manovra. Ma Tremonti e Berlusconi sono più concentrati sulla fotografia della situazione, invece che sulla dinamica. Anzi: ha ragione il segretario della Cgil Susanna Camusso quando dice che spostare il peso del fisco sui consumi, ipotizzando un aumento dell’Iva (che è appunto una tassa sui consumi) per compensare un taglio dell’Irpef (che è un’imposta sull reddito) penalizzerebbe la crescita. Certo, la patrimoniale (un’imposta sui grandi patrimoni) rilanciata ieri dalla Camusso non è un balsamo per il Pil. Soprattutto perché misure straordinarie come quelle si fanno senza annunciarle prima, oppure quando arriva la tassa i grandi patrimoni sono tutti fuggiti altrove.

di Stefano Feltr, IFQ

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