Posts tagged ‘Palermo’

14 ottobre 2012

Da Paniz a Violantiz

Dopo qualche settimana di quiete, i corazzieri hanno ricevuto una nuova cartolina precetto. La parola d’ordine è categorica e impegnativa per tutti: difendere l’indifendibile, se del caso contraddirsi e coprirsi di ridicolo pur di sostenere che i pm di Palermo dovevano mangiarsi i nastri delle quattro telefonate Mancino-Napolitano. La nuova chiamata alle armi giunge non appena gli avvocati della Procura depositano la replica al conflitto di attribuzioni del Quirinale. Violante si fa subito intervistare dal Messaggero per dire che le intercettazioni sono “illecitamente acquisite”. Cioè: siccome Mancino telefonava a Napolitano, i pm di Palermo sono dei delinquenti. Il giurista per caso aggiunge: “Non può essere la magistratura da sola a stabilire quando il capo dello Stato agisca nell’esercizio delle sue funzioni e quando no”. Esattamente quel che sostengono B. e i suoi, da Paniz in giù, sulle telefonate di B. in questura per la nipote di Mubarak: purtroppo la Consulta ha già risposto che spetta alla magistratura da sola stabilire quando il premier agisce nell’esercizio delle sue funzioni e quando no. Il Paniz del Pd, Violantiz, trova “singolare la costituzione in giudizio della Procura: il senso dello Stato avrebbe dovuto consigliare di lasciar decidere la Corte senza costruire un antagonismo istituzionale. Tanto più che, come gli stessi pm han dichiarato, le telefonate erano irrilevanti”. A parte il fatto che nei conflitti di attribuzione il potere dello Stato accusato di calpestarne un altro si costituisce per difendere le sue ragioni, dunque non c’è nulla di singolare nella costituzione dei pm, Violantiz finge di ignorare che l’antagonismo istituzionale l’ha costruito Napolitano, innescando il conflitto. E l’ha fatto proprio perché i pm, anziché distruggere le intercettazioni (non ne hanno il potere), le hanno “valutate” e dichiarate irrilevanti. Ora li si accusa di averle valutate e dichiarate irrilevanti e, contemporaneamente, di non averle distrutte prima di valutarle e dichiararle irrilevanti. Roba da Comma22, cioè da manicomio. Ma Repubblica rivela: “Il Quirinale fa notare che il conflitto non è contro nessuno”, tantomeno contro la Procura. Strano, il ricorso dell’Avvocatura si intitola “Conflitto di attribuzione… nei confronti del Pubblico Ministero nella persona del procuratore… di Palermo”. Forse il conflitto si chiama così per un puro vezzo linguistico, ma è un attestato di stima e amicizia. Paolo Armaroli, sul Corriere, sostiene che “dalle telefonate emerge la funzione pedagogica” del Presidente. Perché, le ha lette? E cosa insegnava il pedagogo Napolitano al sospettato di falsa testimonianza Mancino? E dov’è scritto nella Costituzione che il Presidente ha funzioni pedagogiche? Per l’Armaroli, poi, anche quando Re Giorgio fa gli auguri natalizi la telefonata “non può esser derubricata a pura chiamata di auguri di Natale, seppur fatta in quella data”: segreto di Stato anche sullo spumante presidenziale e sul panettone pedagogico. Sul Gazzettino, Alberto Capotosti ne inventa un’altra: se Napolitano parlò quattro volte con Mancino e si attivò per salvarlo, fu per una “finalità istituzionale”. Quale? “Informarsi… valutare tutti gli aspetti, compresi quelli giudiziari, di una vicenda come la presunta ‘trattativa’ tra Stato e mafia che ha posto in grave pericolo l’unità nazionale”. Già, peccato che fosse Mancino a cercare Napolitano e D’Ambrosio, non viceversa. E meno male: sarebbe davvero imbarazzante se il capo dello Stato, allarmato per un’indagine, non si informasse presso i pm che la conducono, ma presso un indiziato di averla depistata. Ora si spera che non gli nascano curiosità sul caso Lazio, altrimenti è capace di telefonare a Batman.

di Marco Travaglio, IFQ

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16 marzo 2012

Disturbare i manovratori

Se dedichiamo tanto spazio e tanta passione a quanto sta accadendo al processo Dell’Utri e alle indagini sulle stragi e sulle trattative, non è – come scrive qualche sciocco – perché non vogliamo rassegnarci all’innocenza di Dell’Utri e dei politici a prescindere (cosa peraltro impossibile). Ma è perché siamo convinti che stia accadendo qualcosa di grave: una partita mortale intorno alla verità su uno dei periodi più orribili della nostra storia. Sappiamo, vediamo che tutt’intorno a noi il clima politico-mediatico sottovuotospinto creato dall’inciucione Quirinale-Pdl-Pd-Terzo Polo consiglia vivamente di occuparsi d’altro, di “pensare al futuro”, alla “pacificazione”, alla “normalità” del tuttovabenmadamalamarchesa. Una tentazione che attanaglia anche tanta brava gente, stufa di “conflitti”, rintanata nel proprio particulare, rassegnata a contentarsi della caduta di B. e dei partiti, a subire decisioni prese dall’alto e da fuori, come se il nostro compito fosse assistere passivi, ricevere ordini, chiedere “quant’è?”, pagare il conto e attendere la prossima consegna. Una tentazione pericolosa, perché non c’è futuro, pacificazione, normalità se non si esce dal tunnel dei segreti e dei ricatti che ci imprigiona da vent’anni. E da quel tunnel si esce soltanto con la verità, anche la più scomoda e crudele. La verità, purtroppo, la cercano solo un pugno di magistrati tra Palermo e Caltanissetta, mentre la politica che conta e l’“informazione” al seguito cercano il modo migliore di tenerla ancora nascosta sotto il tappeto. Infatti, appena un brandello di verità tracima dal tappeto, subito scatta la reazione violenta, brutale, totalitaria di un sistema dov’è impossibile distinguere destra e sinistra, alte e basse cariche istituzionali, buoni e cattivi. Checché se ne dica, non abbiamo mai scritto né pensato che il Pg Iacoviello che ha chiesto di annullare la condanna di Dell’Utri sia un magistrato colluso, anzi sappiamo bene che la sua moralità è al di sopra di ogni sospetto. Ma seguitiamo e interrogarci sulle anomalie di quel processo: possibile che, tra decine di magistrati di Cassazione, Dell’Utri sia capitato proprio nelle mani di un presidente allievo di Carnevale e di un Pg che non crede nel concorso esterno? S’è mai visto un processo per mafia a rischio prescrizione che dorme per 13 mesi in Cassazione? S’è mai visto un sostituto Pg che in requisitoria infila tre errori marchiani a proposito della sentenza che deve valutare, avendo al fianco il nuovo Procuratore generale? S’è mai visto un Procuratore generale che, invece di correggere il sostituto, dice di condividere tutto quel che ha detto, errori compresi? S’è mai visto un Csm che fa finta di non vedere e non sentire? A queste domande, nessuno risponde. Come se fossero curiosità morbose e non un’esigenza di chiarezza. Ieri poi La Stampa ha rivelato che lo stesso Procuratore generale, Vitaliano Esposito, ha chiesto al Pg di Caltanissetta il testo dell’ordinanza del gup nisseno che l’altro giorno ha arrestato alcuni boss coinvolti nella strage Borsellino dando per certa la trattativa Stato-mafia e ricordando che l’ex ministro dell’Interno Mancino ha seri problemi di memoria su quel che fece e seppe ai tempi delle trattative. Il gip cita alcuni stralci della richiesta della Procura: “Tante amnesie di uomini dello Stato perdurano ancora oggi”, anche se “il quadro allo stato non ci consegna alcuna responsabilità penale di uomini politici allora al potere”. Parole persino timide, rispetto ai reati che stanno emergendo nelle carte della Procura di Palermo, competente a indagare sulla trattativa. A che titolo vengono chieste quelle carte? Dov’è scritto che il Pg della Cassazione, titolare dell’azione disciplinare, può sindacare il merito dell’ordinanza di un gip o della richiesta di una procura? Perché un magistrato perbene e a fine carriera come Esposito si espone, per ben due volte in due giorni, a figuracce simili? La risposta a questa domanda è la chiave per capire quel che sta accadendo.

di Marco Travaglio, IFQ

14 marzo 2012

Le toghe ignoranti

Venerdì scorso, nella requisitoria al processo Dell’Utri, il sostituto Pg della Cassazione Francesco Iacoviello ha detto testualmente che la Corte d’appello di Palermo che ha condannato l’imputato a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa ha “metodicamente ignorato nella sentenza… la sentenza Mannino”. Quale? Quella con cui, il 20 settembre 2005, le Sezioni Unite annullarono con rinvio la condanna in appello per Calogero Mannino e circoscrissero i limiti del concorso esterno. Per chi non avesse inteso bene, il Pg Iacoviello ha poi ribadito con aria professorale: “Si potevano citare almeno le Sezioni Unite su Mannino” perché la loro “sentenza ha fatto un’applicazione rigorosa di uno dei fondamentali criteri dell’ars disputandi: non fare citazioni imbarazzanti”. E proprio il fatto che i giudici che han condannato Dell’Utri abbiano ignorato quel caposaldo giuridico inficia, secondo il Pg, il loro verdetto: “Lo scontro con la Mannino è frontale. E letale. Per la sentenza”. Politici e commentatori hanno registrato e talora censurato l’inspiegabile, gravissima omissione dei giudici d’appello che, pur di condannare Dell’Utri, hanno ignorato la più recente e restrittiva pronuncia delle Sezioni Unite sul concorso esterno. Qualcuno ha anche proposto di punirli (“chi paga?”). Ieri, non appena pubblicato il testo della requisitoria Iacoviello, abbiamo controllato per puro scrupolo la sentenza d’appello Dell’Utri. E – sorpresa – abbiamo scoperto che la sentenza Mannino vi è citata eccome: non una sola volta, che potrebbe sfuggire a un lettore distratto, ma sei volte (anche per assolvere Dell’Utri per il periodo post-1993). Basta aprire il pdf e inserire “Mannino” nella casella Trova. Pag. 81: “…potenziamento dell’associazione mafiosa in conformità ai principi delineati dalle Sezioni Unite nella nota sentenza Mannino (20.9.2005 n. 33738)”. Pag. 82: “…i principi della sentenza Mannino delle Sezioni Unite che affronta proprio il nodo della collusione politica con l’organizzazione mafiosa…”. Pag. 107: “…riguardo ai principi affermati dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nella sentenza Mannino (n. 33748 del 20.9.2005)”. Pag. 260: “Anche con la sentenza n. 33748 del 20.9.2005 (ric. Mannino) le Sezioni Unite hanno ribadito il principio giurisprudenziale…”. Pag. 506: “…mancando quella specificità, serietà e concretezza degli impegni assunti dal politico, nonché identità ed affidabilità dei protagonisti dell’accordo, richiesti dalla Suprema Corte a Sezioni Unite con la nota sentenza Mannino…”. Pag. 527: “Con la già citata sentenza n.33748 (ric. Mannino) le Sezioni Unite hanno in primo luogo confermato il principio…”. Dunque, quando ripete che la sentenza Dell’Utri non cita la sentenza Mannino, il Pg Iacoviello dice il falso per ben due volte, per giunta alla presenza del futuro Procuratore generale Gianfranco Ciani. A questo punto, i casi sono due: o Iacoviello non ha letto la sentenza Dell’Utri che ha demolito davanti alla V sezione della Cassazione, chiedendo e ottenendo di annullarla, nel qual caso andrebbe allontanato dalla magistratura perché non sa fare il suo mestiere; oppure la sentenza l’ha letta e ha detto consapevolmente il falso, nel qual caso dovrebbe cambiare mestiere per non fare altri danni. Ce n’è abbastanza per ipotizzare l’errore grave e inescusabile che origina revocazioni, procedimenti disciplinari e responsabilità civile? Sorvoliamo sulle altre amenità della requisitoria-arringa (se ne occupa Lillo a pag. 2) e ci limitiamo a un’ultima perla: “Ora in questo Paese non sappiamo se non se ne può più della mafia o dei processi di mafia”. L’ha scritto Iacoviello nel 2008 sulla rivista Criminalia in un articolo dedicato alla sua ossessione: “Il concorso esterno in associazione mafiosa”. Chissà se in questo Paese, al Csm (che vuole addirittura aprire una “pratica a tutela” di Iacoviello) o alla Procura generale della Cassazione, si trova qualcuno che non ne può più dei Pg alla Iacoviello.

di Marco Travaglio, IFQ

17 gennaio 2012

Palermo in macerie, Cammarata se ne va (tardi)

Si è dimesso “per amore della città” che aveva promesso di rendere cool, ma da anni, ormai, non era più un amore ricambiato: nelle ultime edizioni del ‘Festino’ di Santa Rosalia ha evitato di farsi vedere in giro tra la folla, memore dei fischi e degli insulti rimediati nel 2008. Nel giorno in cui il Sole 24 Ore lo colloca all’ultimo posto della classifica dei sindaci italiani, se ne va tra il sollievo generale lasciando dieci anni di rovine il primo cittadino di Palermo, Diego Cammarata e le sue dimissioni appaiono all’opposizione come una fuga dalla barca che sta affondando, sotto il peso dei debiti fuori bilancio. Per Raffaele Lombardo è stato “il peggior sindaco della storia della città” (“ci vorranno anni per risanare Palermo”), e le sue parole scatenano paragoni con Lima e Ciancimino, che l’hanno preceduto. Oggi, dopo dieci anni di non-governo, la mossa da mesi ormai nell’aria del sindaco senza volto, disegnato dai vignettisti con una racchetta da tennis e una coppa di champagne, arriva al culmine dello scontro con il governatore che lo accusa di avere causato il dissesto finanziario del Comune, imbottito di precari. Una mossa concordata con i vertici del Pdl a Roma per limitare i danni del conflitto con Lombardo in una campagna elettorale tutta in salita, mentre il partito in Sicilia è una nave incagliata da cui si continua a fuggire. E una mossa che rischia di offrire qualche chance in più all’ala del Pd (Lumia-Cracolici) che spinge verso l’accordo con Lombardo, visto che il commissaria-mento verrà presumibilmente gestito da un fedelissimo del leader autonomista: “Sarebbe il caso che Lombardo nominasse un commissario super partes, lontano da qualsiasi partito” si preoccupa Antonella Monastra, uno dei cinque candidati del centrosinistra a sindaco che avverte: “Quella di Cammarata potrebbe essere una mossa politica”.    L’ORMAI ex sindaco, nella conferenza stampa di commiato, ringrazia “Schifani, Alfano che mi sono stati sempre vicini nelle decisioni che ho preso nei momenti più difficili, Gianni Letta che ho martirizzato al telefono tante volte e soprattutto il presidente Berlusconi nei cui confronti non ci sono parole per poterlo ringraziare”. E attacca duramente il governatore siciliano: “Mi dimetto perché siamo in campagna elettorale e Lombardo, che non ha mai rispettato gli accordi con il Comune, potrebbe essere ancora più ostile”, dice l’ex primo cittadino, che scarica sull’immobilismo del consiglio comunale la responsabilità della paralisi amministrativa. Smentisce un passaggio a Mediaset (“ipotesi di fantasia”) e assicura che “il Comune non ha problemi di liquidità e di cassa. Abbiamo rispettato il Patto di stabilità e ne vado fiero”. Parole che Rita Borsellino, europarlamentare del Pd e candidata a sindaco in pole position liquida così: “La parabola del centrodestra palermitano si è conclusa nel modo più vigliacco , Cammarata si è dimesso per non affrontare l’enorme buco di bilancio creato con la sua amministrazione fallimentare. Per salvare il Comune, noi palermitani saremo costretti nei prossimi mesi a pagare un conto salatissimo e a sostenere sacrifici enormi”. Messo nero su bianco da una relazione dell’Idv che ha scoperto 261 milioni di euro di debiti fuori bilancio, un vero e proprio bilancio parallelo, appesantito dalle migliaia di precari pagati fino ad oggi con i fondi europei Fas destinati allo sviluppo: si calcola che in dieci anni la Gesip, la società che gestisce i servizi pubblici del comune, abbia ingoiato 850 milioni di euro. Più tutti quelli inghiottiti dall’A-mia, l’azienda della raccolta dei rifiuti, con i cui dirigenti Cammarata è indagato per disastro ambientale in un’inchiesta sulla discarica di Bellolampo.

NUMERI di un bilancio “ingessato”, come lo ha definito il ragioniere generale del Comune Paolo Basile: su una spesa corrente di 866 milioni di euro, il Comune paga ogni anno 623 milioni di euro per gli stipendi dei suoi 5.974 dipendenti diretti, ma anche per quelli dei 3.191 Lsu, dei 3.249 Pip o degli 8.118 lavoratori delle società partecipate. Ecco perché ieri Aurelio Scavone, uno dei consiglieri comunali che il mese scorso ha presentato un esposto al comune contro Lombardo, accusato di non avere “dimissionato” Cammarata in seguito all’esito di un’ispezione regionale che ha sollevato il coperchio sul dissesto finanziario, commentava così su Face-book la fuga del sindaco: “Finalmente, anche se mi ricorda il film Prendi i soldi e scappa. E ora il primo marzo che cosa si dirà agli operai della Gesip che verranno licenziati? Chi sarà l’incosciente a fare il commissario per gestire il dissesto finanziario?”.

di Giuseppe Lo Bianco,  IFQ

2 maggio 2011

L’asilo dove Enrico è l’unico italiano

Ha tre anni, e il suo mondo è già multietnico. Ogni giorno condivide i giochi, il sono e i pasti con i figli degli immigrati del centro storico di Palermo. Nel quartiere di Ballarò, dove ha aperto i battenti l’asilo “Il giardino di Madre Teresa”, Enrico è l’unico bambino palermitano che frequenta questa struttura per piccoli migranti, gestita dai volontari della Kala onlus. Una scelta lungimirante, quella dei suoi genitori, dal momento che, negli ultimi anni, un bambino su quattro nato a Palermo  è figlio di immigrati. Domenico Calò, agente di commercio, e Maria Strano, architetto, avrebbero potuto permettersi un nido privato. Ma Enrico sta bene al Giardino di Madre Teresa: quando mamma e papà vanno a riprenderlo, strepita perché non vuole separarsi dal suo migliore amico. Al Hassan, della Costa d’Avorio. “È come se questo posto lo avesse scelto lui” raccontano i Calò. “Qui Enrico imparerà a convivere con persone che per molti sono “stranieri”, ma che, in realtà, sono parte integrante della nostra società. Crescerà comprendendo che questo è il futuro, e non soltanto per Palermo”. I volontari dell’asilo si arrangiano come possono. Aprono le porte a tutti, ma il numero degli iscritti cresce e la quota mensile non basta mai. Una cifra irrisoria che le famiglie di migranti a volte non riescono a pagare. Così, i volontari hanno lanciato alla città formule di autofinanziamento: cene etniche, mercatini solidali. E l’<adozione in vicinanza>, che ha registrato un boom: numerose famiglie palermitane hanno “adottato” un bambino immigrato dell’asilo, pagandone l’iscrizione. “non importa” continuano Maria e Domenico “che qui sia tutto perfetto o no. L’importante è il clima che si respira. Saranno le tante culture, sarà che questi bimbi figli di migranti hanno un’energia coinvolgente, ma in questo asilo c’è sempre un ambiente famigliare. È come se lasciassimo Enrico da una nonna. Lui sta benissimo. I bambini hanno la mente libera, siamo noi adulti a coltivare pregiudizi e a trasmetterli a loro”. Ballarò, il quartiere del Giardino di Madre Teresa, è un crocevia di violetti popolato quasi soltanto da immigrati che abitano nelle case fatiscenti che i cittadini palermitani hanno lasciato da tempo. Qui gli stranieri hanno aperto le proprie botteghe alimentari fagocitando a poco a poco anche uno dei mercati più antiche della città, e oggi ci sono più venditori di spezie, frutta e verdura originari del Bangladesh che palermitani doc. “il razzismo” dicono  i genitori di Enrico “ si può azzerare soltanto vivendo con queste persone che, come noi, lavorano e crescono i propri figli. La scuola deve insegnare che siamo tutti uguali. Questo è il messaggio che cerchiamo di dare a Enrico”.

di Claudia Brunetto, Il Venerdì

17 febbraio 2011

Messina-Palermo: Quell’autostrada della morte 36 anni di lavori e incidenti

Messina-Palermo: colonnine Sos rotte e gallerie buie.

Centotrenta chilometri l’ora al crepuscolo e non piove. Lo scarto è improvviso, lo sterzo leggero, il pedale del freno bloccato se ne va per proprio conto: l’Abs cerca di non far perdere il contatto con l’asfalto sprofondato in un repentino avvallamento di una curva a sinistra, in controtendenza in discesa all’uscita di una delle tante gallerie al buio. L’auto è ingovernabile, malgrado i tanti sistemi elettronici allerta, si abbassa e si torce come un ballerino, punta il guardrail in una lunga danza adrenalinica, lo sfiora, lo struscia e lo sfida impunemente, alla fine si appoggia dolcemente. Siamo in un punto imprecisato dell’autostrada e ci sembra subito notte. Imprecisato, giacché le cartine, gli appunti, le penne, sono stati scagliati alla rinfusa nell’abitacolo, la macchina fotografica e il computer incastrati nelle guide del sedile passeggero.    È un incidente, l’incipit di un incidente per fortuna senza conseguenze   . Tiriamo un sospiro di sollievo e una boccata di sigaretta. Fermi in una piazzola di sosta poco lontano. Poi, un po’ per la strizza e un po’ per dovere di cronaca ci dirigiamo titubanti, ma con passo svelto, verso la colonnina dell’emergenza Sos che è piazzata proprio   lì.    Sembra una vecchia cabina Sip, rossa con la cupoletta, ha 2 altoparlanti e 2 pulsanti con accanto i simboli di una croce e di una chiave inglese e istruzioni in 4 lingue (italiano, inglese, francese e tedesco) dov’è scritto: “Premere l’apposito pulsante – attendere per la conversazione”. Ma non ci sarà nessun rumore, parola, suono. Un silenzio surreale. Poco più avanti un cartello indica una ventina di chilometri per S. Agata di Militello in direzione Messina.    È questa la Messina-Palermo, l’autostrada che 36 anni dopo   la posa della prima pietra, Silvio Berlusconi ha usato come trampolino di lancio per il governo del fare inaugurandola, anche se in un solo senso di marcia – si sarebbe potuto percorrerla, e per sei mesi ancora dal taglio del nastro, da Palermo verso Messina ma non viceversa – in un tripudio di bandiere, nani e ballerine. Era il 21 dicembre 2004.

SONO passati ancora 6 anni. Ma la Messina-Palermo, che finora è costata oltre 700 milioni di euro, ossia circa 4 milioni al chilometro, continua a essere l’eterna incompiuta, con lavori   già affidati, in fase di aggiudicazione, rinviati o da deliberare per circa cinquanta milioni di euro. Intanto si continua a morire.    Delle ultime vittime c’è ancora il sangue sull’asfalto, sangue giovane e innocente: due bambine di 4 e 5 anni più la madre e la zia, domenica 30 gennaio, e un uomo di 42 anni, venerdì 4 febbraio. Sette in tutto i morti dal primo gennaio di quest’anno. Oltre a non aver ben capito chi gestisce questo scarto di autostrada, visto che c’è un’aspra lotta a colpi di decreti e sentenze del Tar fra il ministero che parteggia per l’Anas e la Regione Siciliana per il Cas (Consorzio autostrade siciliane), abbiamo trovato collegamenti elettrici mancanti, colonnine Sos distrutte, guardrail divelti, buche e avvallamenti, infinite gallerie al buio e a doppio senso di circolazione.      Come la Galleria Tindari – ci sono gallerie per 57 chilometri, ossia quasi un terzo dell’autostrada – teatro dell’ultimo incidente frontale mortale, che è lunga più di 2 chilometri e da circa un anno e mezzo è percorribile solamente a doppio senso di circolazione in direzione Palermo perché il lato monte, direzione Messina, è chiuso per lavori. La galleria Cozzo Minneria invece ha innescato la tragica carambola che ha ucciso le due bambine con la madre e la zia,   nei pressi dello svincolo di Castelbuono in direzione Palermo, più volte segnalato come un tratto estremamente pericoloso soprattutto con la pioggia a causa della qualità dell’asfalto che non riesce a drenare l’acqua. Una galleria che già due mesi dopo l’inaugurazione in pompa magna di Berlusconi del 2004 venne chiusa proprio per le pessime condizioni del manto stradale con numerose crepe.

UNA GALLERIA citata nel-l’inchiesta avviata tre anni addietro dalla procura di Caltanissetta nei confronti della Calcestruzzi spa, accusata di aver usato cemento depotenziato in varie opere pubbliche allo scopo di creare fondi neri per pagare il pizzo alla mafia, e poi schizzata fino ai vertici della Italcementi, colosso europeo del mercato del calcestruzzo che controlla anche Calcestruzzi spa. Molte opere pubbliche a rischio su e giù per lo stivale con tratti della Tav e lotti di autostrade da Valdastico   nel vicentino, fino alla Messina-Palermo e alla galleria Cozzo Minneria, di cui si legge nell’inchiesta: “Operando un calcolo sugli esiti di tutte le prove di laboratorio, si ricavano valori di resistenza media superiore a quello richiesto, ma con un enorme scarto tra valori massimi e minimi; una variabilità assai sospetta, imputabile plausibilmente   a variazioni notevoli nella composizione    delle singole forniture di calcestruzzo”. Dulcis in fundo: “Non vi è stata opera sottoposta a valutazione dei periti che non abbia rilevato delle anomalie di pure diversa significatività”.

di Alessio Gervasi – IFQ

Una colonnina per il soccorso rotta sulla Messina-Palermo (FOTO ALESSIO GERVASI)

8 novembre 2010

Palermo, i rifiuti ingrassano sceicchi e gabbiani

“A munnizza” a Palermo è oro. Quella che dai giorni del weekend di Ognissanti ammorba le strade dello Zen, di San Lorenzo, di via Messina Marine, marcisce al sole e puzza. È il cibo preferito dei gabbiani, che non stanno “cchiù a mari”, Camilleri nel suo ultimo romanzo, “ma ‘n paisi degradati a circarisi il mangiare nei cassonetti ‘nzemula ai surci”. Ma per i gruppi di potere, per la mafia e le imprese che sui rifiuti campano e si ingrassano, la “munnizza” è il business del momento. Perché se la gestione del ciclo dei rifiuti è terreno di scontro dentro il Pdl e per le lotte di potere che scuotono la Sicilia, con il governatore Lombardo che demolisce il piano dei 4 inceneritori voluti da Totò Cuffaro, da tempo Cosa Nostra è l’unico soggetto che ha “un progetto a lungo termine”. Idee, strutture, uomini, complicità politiche per affrontare “il discorso globale della trasformazione dei rifiuti in tutta la Sicilia”. L’ex procuratore aggiunto della direzione distrettuale antimafia di Palermo, Roberto Scarpinato, tre anni fa lanciò l’allarme: Cosa Nostra ha “progettato di intervenire sull’intero piano regionale di organizzazione dei servizi di smaltimento dei rifiuti urbani, per plasmarlo secondo i propri interessi. L’organizzazione criminosa predisponeva essa stessa i progetti e i piani, che poi venivano accettati a scatola chiusa dagli enti pubblici e fatti propri”. Lo applaudirono in tanti. Nessuno lo ascoltò.
Per capire gli affari che ruotano attorno alla “munniza-connection” bisogna arrampicarsi a Bellolampo, la collina che sovrasta Palermo. Case, villette, quartierini abusivi, una città nella città. E sopra la discarica. “Un autentico disastro ambientale”, si legge nell’ultima relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Qui il business si chiama “percolato”, le tonnellate di liquido prodotte dalla fermentazione dei rifiuti, che vanno trasportate in impianti, trattati e poi riutilizzati. Dietro l’affaire, scrive ancora la Commissione, ci sono “interessi economici” legati ai “costi elevati” dello smaltimento presso “impianti calabresi, con l’impiego di numerosi mezzi per il trasporto da una regione all’altra”. Nella discarica di Bellolampo ci sono cinque vasche per la raccolta del “percolato”, la quinta, stando alle ultime analisi, sta crollando e non assicurerebbe più l’impermeabilità del fondo. Con il rischio concreto che il liquido penetri nelle falde acquifere e inquini i pozzi. È già accaduto in passato e la Procura della Repubblica ha aperto una inchiesta a carico del sempre sorridente sindaco della città, Diego Cammarata, da sempre fedelissimo di Gianfranco Micciché, e dei presidenti e manager che hanno guidato l’Amia, la municipalizzata cittadina per la gestione dei rifiuti, dal 2008 al 2010. Quanto “percolato” vomita la discarica di Bellolampo nessuno è in grado di dirlo.
Se è vero che a novembre del 2009 l’Amia scrive alla Regione che ce ne sono almeno 10mila tonnellate da smaltire, il 18 gennaio il commissario prefettizio corregge la cifra e la dimensiona a 3800 tonnellate, ma quattro mesi dopo, maggio 2010, il commissario dell’Amia afferma che le tonnellate sono 100 mila e che 45 mila sono state già portate altrove. Un lavoro da record. Negli uffici della Regione qualcuno fa due calcoli e arriva alla conclusione che per liberarsi in tempi così rapidi di una tale quantità di veleni ogni mese occorrerebbero almeno 450 autobotti da 30 tonnellate ognuna in giro per le curve e i tornanti che portano a Bellolampo. Nessuno a Palermo si è accorto di un traffico così intenso. “La verità – dicono i funzionari – è che siamo in presenza di un mercato che ha creato un prodotto e il percolato ci deve essere sempre”. Il sospetto più che fondato di investigatori e magistrati, è che le autobotti partano da Bellolampo parzialmente piene se non addirittura vuote. La loro destinazione è Gioia Tauro, dove in un impianto privato si provvede al trattamento dei liquidi. In ogni caso le ditte che si occupano del trasporto verranno pagate come se le cisterne fossero belle sature.
Per capire, invece, come gruppi di potere e personaggi politici si sono ingrassati sulla “munnizza”, più dei topi e dei gabbiani di Camilleri, bisogna parlare dell’Amia, la municipalizzata dei rifiuti. Un colosso che può muovere almeno 30 mila voti diventato il terreno di caccia di tutti i ras palermitani del Pdl e sigle associate. L’azienda ora è in amministrazione controllata dopo gli sperperi dello “sceicco”. Chiamavano così Vincenzo Galioto, il potentissimo presidente dell’Amia, l’uomo del buco da 180 milioni di euro in un carrozzone che con 2700 dipendenti (molti dei quali spazzini) ha appaltato ad una ditta esterna i lavori per la pulizia della sede centrale.
Galioto ai tempi in cui era coordinatore cittadino di Forza Italia, presidente dell’Amia e coordinatore dell’Unità di odontoiatria di Villa Sofia, era un fedelissimo di Gianfranco Micciché, ora, eletto senatore, è passato nelle fila di Renato Schifani. Lo chiamavano lo “sceicco” perché nel 2007 fece sbarcare l’Amia ad Abu Dhabi, Al Ain, Djebal Cherik e Sfax. Compito dei manager palermitani, trapiantati a frotte negli emirati, era quello di insegnare ad arabi e tunisini i segreti della raccolta differenziata e le tecniche di gestione delle discariche. Come è finita a Bellolampo è noto ai palermitani, quali sono i tetti di “differenziata” a Palermo lo dice l’Istat, 5,5% città quintultima in Italia. Eppure tra datteri e dune gli “ambasciatori” dell’Amia trovarono il paradiso. Viaggi sempre in business class, alberghi rigorosamente a cinque stelle, cene da 500 euro a cranio. Il 6 gennaio 2007 il presidente-senatore Galioto (77.344 euro il suo “gettone” nel 2008) spende mille euro per due notti all’hotel “Grand Hayatt”, più 3150 euro di biglietto aereo, un suo dirigente in missione a Dubai ad agosto di quello stesso anno si fa rilasciare una ricevuta di 800 euro per un pranzo. Si largheggiava negli Emirati, fino a sponsorizzare, per una cifra non inferiori a 500 mila euro, una gara di off-shore a Dubai. Risultato finale: un “buco” diventato presto una voragine e un avviso di messa in mora della Corte dei conti a carico dei dirigenti dell’Amia, del sindaco Cammarata e di alcuni assessori, per un danno erariale superiore agli 80 milioni di euro.

Il Fatto Quotidiano

6 ottobre 2010

Di Pietro porta in Senato il caso Schifani

“Inopportuna la cena col procuratore capo Messineo”.

Sulla cena nella caserma di Palermo, tra il presidente del Senato Renato Schifani e il capo della procura Francesco Messineo, è stata presentata ieri un’interrogazione parlamentare, firmata da Antonio Di Pietro, che chiede al ministero di Giustizia d’accertare le motivazioni dell’incontro. Un incontro che Di Pietro ritiene poco opportuno, considerato che – al di là dell’iscrizione di Schifani nel registro degli indagati – la procura palermitana, guidata da Messineo, sta svolgendo indagini sui rapporti tra mafia e politica che riguardano anche il presidente del Senato. All’incontro, peraltro, ha partecipato lo stesso ministro, Angelino Alfano, secondo la ricostruzione pubblicata ieri da Il Fatto.

Gli ospiti    in caserma

“RISULTA CHE alla cena fosse presente il ministro della Giustizia, nonché il prefetto di Palermo, il questore, il presidente della Corte d’Appello e il presidente del tribunale di Palermo”, scrive Di Pietro, spiegando che “motivi d’opportunità politica dovrebberodettare,achidirigel’ufficioche indaga su rapporti tra mafia e Stato, la necessità di non partecipare a cene conviviali con chi è sotto inchiesta nella stessa procura”.   SecondoL’espressoSchifanièindagato dalla Procura di Palermo. Il capo della procura Francesco Messineo, però, ha smentito l’iscrizione.“Ilnomedelpresidente del Senato Renato Schifani – ha dichiaratoMessineo–nonèiscritto nel registro degli indagati di questa procura”. L’espresso non ha fatto alcunpassoindietro,confermandola notizia e quindi resta il dubbio che le dichiarazioni di Messineo siano state dettate da un interesse preciso: tutelare una delicata indagine che riguarda i rapporti tra Stato e mafia. E infatti lo stesso Di Pietro, nella sua interrogazione, chiede se risponda al vero, oppure no, che “nei confronti di Schifani” vi siano “indagini in corso”. Se così fosse, continua Di Pietro, il ministro Alfanodovrebbevalutarel’opportunità di“disporreunaverifica”,accertando “per quali ragioni, il dottor Messineo, procuratore capo della Procura di Palermo, fosse presente” a quella cena.

Una storia    complicata

SCHIFANI alle fine degli anni Settanta, è stato socio della Sicula Brokers, società attiva nel ramo assicurativo, con Benny D’Agostino, successivamente incriminato per mafia. D’Agostino era amico di due boss d’altissimo livello come Michele Greco e Nino Manda-là che, nei lunghi anni della sua latitanza, favorì in diverse occasioni Bernardo Provenzano. La procura sta anche vagliando il memoriale   consegnato da Francesco Campanella, oggi collaboratore di giustizia, un tempo consigliere comunale dell’Udeur, nel comune di Villabate. Fu Campanella che fornì al latitante Provenzano una provvidenziale carta d’identità. Ed è Campanella che dichiara: “Schifani nel 1995 aveva un rapporto diretto con Nino Mandalà e ho constatato personalmente che l’attuale presidente del Senato seguiva le indicazioni di Mandalà nella predisposizione delle proposte di variante al piano regolatorediVillabate”.Suqueste,e altre affermazioni contenute nelle 15 pagine del memoriale, i pm palermitani Antonino Di Matteo, Antonio Ingroia, Paolo Guido e Ignazio de Francisci, stanno in questi giorni effettuando importanti verifiche investigative. E sapere che, nelle stesse ore, il loro capo era a cena proprio con Schifani, ha rappresentato, per i magistrati   , una notizia quanto meno inaspettata. Della cena, come ha rivelato Benny Calasanzio sul Fatto di ieri, i pm non erano stati messi al corrente. Messineo ha spiegato che era, “organizzata dal Comandante Interregionale della Guardia di Finanza” e che s’è discusso quasi “esclusivamente dell’imminente visita del Sommo Pontefice”.    Ma come fa rilevare Di Pietro, nella sua interrogazione parlamentare, “motivi di opportunità politica dovrebbero dettarea chi dirigel’ufficio   che indaga su rapporti tra mafia e Stato,lanecessitàdinonpartecipare a cene conviviali con chi è sotto inchiesta nella stessa procura”. Interpellato dal Fatto, invece, non ritiene di commentare il senatore del Pd Luigi Zanda: “È una vicenda che non richiede alcun commento da parte mia: stiamo parlando di una cena ufficiale, in una caserma, alla presenza di un elevato numero di autorità”.   “Non mi associo alla posizione di Di Pietro – commenta invece il deputato finiano Fabio Granata – stimo Messineo e ritengo eccessiva la preoccupazione per questa cena: stiamo parlando di un incontro pubblico tra la seconda carica dello Stato e il capo della procura, entrambi palermitani, che probabilmente si conoscono da tempo. Se Messineo e Schifani–conclude Granata–durante questa cena avessero parlato delle indaginiincorso, però, sarebbe molto grave”.

di Antonio Massari IFQ

Palermo: piazza Castelnuovo

3 ottobre 2010

Variante mafiosa

Schifani, le modifiche al piano regolatore e il boss Mandalà: al centro il comune siciliano di Villabate.

Quella maledetta consulenza. Il memoriale di Francesco Campanella, consegnato dieci mesi fa ai pm di Palermo che indagano sul passato dell’attuale presidente del Senato è dedicato proprio a quel rapporto professionale dell’avvocato Schifani del 1994-1996 con il comune di Villabate. Colpa del ruolo di Nino Mandalà, condannato nel 2007 a 8 anni di carcere per mafia. Mandalà nel settembre del 1994, per ammissione dello stesso Schifani, era presente all’incontro nello studio di Enrico La Loggia nel quale si parlò dell’incarico. C’era anche il sindaco Giuseppe Navetta, nipote di Mandalà, ma era lo zio il vero dominus della politica locale.   Le cimici dei Carabinieri avevano colto nel 1998 lo sfogo di Mandalà all’amico Simone Castello, un fedelissimo del boss Provenzano, contro Schifani e La Loggia. I due politici nel 1980 erano stati suoi soci nella Sicula Brokers eppure, quando suo figlio nel 1995 era stato arrestato per omicidio, Schifani e La Loggia erano scomparsi. Mandalà era deluso (il figlio Nicola sarà poi scagionato ma riarrestato nel 2005 perché curava la latitanza di Provenzano ed era colpevole di un altro omicidio) e ricordava così la storia della consulenza: “’sto cornuto di Schifani che non era… (ancora senatore ma faceva… ndr) l’esperto qua al   Comune di Villabate a 54 milioni di lire l’anno. Me lo aveva mandato il signor La Loggia. Lui (Schifani, ndr) mi poteva dire, mi chiamava… non solo non mi manda niente lui, ma Schifani… dice che non ti conosce… Schifani per motivi di lavoro vedeva a me e, minchia, scantonava, svicolava, si spaventava come se… come se prendeva la rogna, capisci?”. L’intercettazione di Mandalà prosegue    con il racconto del    suo rimbrotto ricattatorio a La Loggia:      “Siccome io sono mafioso ed è mafioso anche tuo padre che io me lo ricordo quando con lui andavo a cercargli i voti da Turiddu Malta che era il capomafia di Vallelunga. Lo   posso sempre dire che    tuo padre era mafioso. A quel punto lui si è messo a piangere”. La Loggia ha ammesso l’incontro ma ne ha raccontato una versione ben diversa. Schifani invece ha sostenuto di essere stato nominato per la sua competenza. Ecco cosa racconta Campanella dell’operato di Schifani:    “Antonino Mandalà riferì al sottoscritto di aver convenuto direttamente con l’avv. Schifani – a fine 1995 e inizio 1996 – di adottare quattro varianti al Piano Regolatore Generale in modo da accelerare   la modifica di destinazione di alcune aree – e ciò rispondeva agli interessi di Mandalà – nelle more della stesura (più complessa e lunga) di un nuovo PRG. La predisposizione delle varianti venne seguita direttamente dal Mandalà con l’avv. Schifani ( …) Fu lo stesso Mandalà a riferire al Campanella di essersi occupato personalmente della localizzazione di alcune cooperative edilizie per programmi costruttivi in variante al PRG, che avrebbe modificato alcuni terreni   agricoli    grazie a una legge regionale    per l’insediamento delle cooperative edilizie: il Mandalà ne avrebbe lucrato una tangente e la possibilità di gestire tutti i lavori della costruzione con ditte di fiducia della stessa famiglia mafiosa. Mandalà Antonino riferì al sottoscritto di aver richiesto all’avv Schifani di redigere i pareri che portarono sia alla localizzazione in variante al PRG che al rilascio della concessione edilizia per silenzio/assenso da parte della Regione Siciliana. Altre varianti predisposte dal Mandalà concernono l’Area produttiva   , per l’insediamento di un centro commerciale di interesse di Mandalà – fatti già oggetto di giudizio da parte dell’Autorità Giudiziaria – la viabilità e la realizzazione di un parco sub-urbano, che interessavano al Mandalà per l’assegnazione delle opere da realizzarsi.    Si giunge così a giugno 1996, allorché l’avv. Schifani viene eletto al Senato della Repubblica. Nell’occorso si pone il problema di affidare l’incarico professionale di redazione del nuovo PRGC ad altro    soggetto che potesse in    qualche modo riscuotere la fiducia del    Mandalà Antonino   . Solo a febbraio 1997 si giungerà a dare l’incarico all’ing. Gucciardo, che a detta di Mandalà era stato segnalato proprio da La Loggia e Schifani e quindi loro espressione (….). L’avv. Schifani avrebbe comunque assistito alla predisposizione del nuovo piano regolatore in via ufficiosa – sempre per il tramite dell’assessore Geranio che avrebbe continuato a rivolgersi allo studio Schifani – pur essendo necessario ed opportuno investire formalmente altro soggetto, attesi agli incarichi istituzionali assunti dal già incaricato all’urbanistica del Comune.    Sempre il Mandalà riferì che l’interessi a tale collaborazione discendeva dall’evidente interesse economico sotteso all’operazione, atteso che la parcella relativa alla predisposizione del nuovo PRGC ammontava al considerevole importo di lire 343.730.000 oltre tasse ed oneri. Dal versante amministrativo la delibera dell’incarico fu notevolmente sofferta e tra-vagliata, atteso che detto ing. Gucciardo disponeva di curriculum del tutto inconferente con l’oggetto dell’incarico, per cui ferma e combattuta fu l’opposizione consigliare su tale nomina, che tuttavia avvenne secondo gli interessi e voleri del Mandalà.    L’ing. Gucciardo inserì tutte le richieste edificatorie della famiglia Mandalà già nello schema di massima del Piano Regolatore, che poi fu approvato nella seconda amministrazione Navetta nel 1998, mentre il Piano Regolatore definitivo non fu mai completato in quanto nel 1998 giunse lo scioglimento del Consiglio Comunale in ragione delle infiltrazioni mafiose riscontrate.    Nell’occorso il sig. Campanella – divenuto presidente del Consiglio comunale – partecipava personal-mente alle riunioni nell’abitazione del geom. Geranio, in presenza di Mandalà Antonino, Mandalà Nicola e il sindaco Navetta Giuseppe per la decisione definitiva di tutti gli interventi edificatori (….)    Premesso ciò, ad avviso dello scrivente, una volta riscontrati i fatti sinora esposti, diverrebbe evidente il contenuto reticente e/o inveritiero della deposizione resa dall’on. Schifani al PM in data 28/10/08.   In particolare, l’on. Schifani afferma che l’Amministrazione comunale “non mi dà nessun ruolo sulla rivisitazione di alcun Piano Regolatore”, né formalmente né informalmente, neppure tramite l’avv. Mandalà che ebbe a conferirgli direttamente l’incarico di consulente ubanistico del Comune. Ciò contrasta esplicitamente con quanto riferito dal Mandalà al sottoscritto il quale riferì che l’avv. Mandalà ebbe non solo a riferigli l’incarico (pur non avendo formalmente alcun titolo al riguardo), ma lo interessò nei suoi propositi di modifica del piano regolatore adottato dalla precedente Amministrazione.    Schifani afferma che fu mai fatto “nessun accenno a varianti, mai nessun accenno a varianti perché il piano c’era”; affermazione ribadita poi “io non mi sono mai occupato di alcuna variante” e ancora “nei primi mesi del ’96 non si parla di nuova variante né mi viene compulsata l’ipotesi di assistere qualcuno su varianti, quindi con me non ha mai parlato nessuno”. Anche tali affermazioni contrastano direttamente con quanto appreso dal sottoscritto; oltre ciò si ritiene che la sussistenza di tali varianti sia agevolmente riscontrabile negli atti del Comune e della Regione Sicilia(….) l’avv. Schifani afferma: “Io cesso quindi a giugno del ’96, interrompo qualunque forma di collaborazione ovviamente con il comune di Villabate”. Come detto, invece, consta all’esponente che l’interesse del medesimo nella vicenda si è protratto nei mesi successivi (…).    Ai fini di un riscontro delle predette circostanze, il sottoscritto si rende disponibile ad essere sentito a chiarimenti, a richiesta della S.V. Ill.ma.

Località Protetta, 10 novembre 2009

Il memoriale è stato scritto dopo l’archiviazione di una querela per diffamazione intentata dal presidente del Senato contro il pentito per le sue dichiarazioni del 2007. Insoddisfatto dell’archiviazione, che gli dava sostanzialmente torto, Campanella puntualizza le sue accuse in queste 15 pagine dattiloscritte. Nella prima parte, pubblicata ieri, sostiene di essere stato testimone (era presidente del consiglio comunale) dell’attività svolta a Villabate dall’avvocato esperto di urbanistica Renato Schifani. Per il pentito quella consulenza retribuita di 15 anni fa sarebbe nato e cresciuto nel segno e nell’interesse di Nino Mandalà, poi condannato per mafia nel 2006 perché rappresentava la famiglia mafiosa nella politica locale. Schifani, sempre per Campanella, avrebbe fornito la sua consulenza per modificare nell’interesse di Mandalà il piano regolatore.

di Marco Lillo IFQ

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