Posts tagged ‘Alfano’

22 maggio 2012

Boom boom boom

Che spettacolo, ragazzi. A novembre, alla caduta dei Cainano, i partiti si erano riuniti su un noto Colle di Roma per decidere a tavolino il nostro futuro: se si vota subito, gli elettori ci asfaltano; allora noi li addormentiamo per un anno e mezzo col governo Monti, travestiamo da tecnici un pugno di banchieri e consulenti delle banche, gli facciamo fare il lavoro sporco per non pagare pegno, poi nel 2013 ci presentiamo con una legge elettorale ancor più indecente del Porcellum che non ci costringa ad allearci prima e, chiuse le urne, scopriamo che nessuno ha la maggioranza e dobbiamo ammucchiarci in un bel governissimo per il bene dell’Italia; intanto Alfano illude i suoi che B. non c’è più, Bersani fa finta di essere piovuto da Marte, Piercasinando si nasconde dietro Passera e/o Montezemolo o un altro Gattopardo per far dimenticare Cuffaro, la gente ci casca e la sfanghiamo un’altra volta, lasciando fuori dalla porta i disturbatori alla Grillo, Di Pietro e Vendola in nome del “dialogo”. Purtroppo per lorsignori, il dialogo fa le pentole ma non i coperchi. Gli elettori, tenuti a debita distanza dalle urne nazionali, si son fatti vivi alle amministrative, e guardacaso nei tre maggiori comuni hanno premiato proprio i candidati dei disturbatori: Pizzarotti (M5S) a Parma, Orlando (Idv) a Palermo, Doria (Sel) a Genova. Tre città che più diverse non potrebbero essere, ma con un comune denominatore: vince il candidato più lontano dalla maggioranza ABC che tiene in piedi il governo. Nemmeno il ritorno del terrorismo e dello stragismo a orologeria li hanno spaventati, come sperava qualcuno, inducendoli a stringersi attorno alla partitocrazia per solidarietà nazionale. Parma è un caso di scuola: il centrosinistra, dopo gli scandali e i fallimenti del centrodestra che a furia di ruberie ha indebitato il Comune di 5-600 milioni, era come l’attaccante che tira il rigore a porta vuota. Eppure è riuscito nella difficile impresa di fare autogol. Come? Candidando il presidente della provincia Bernazzoli, che s’è guardato bene dal dimettersi: ha fatto la campagna elettorale per le comunali con la poltrona provinciale attaccata al culo, così se perdeva conservava il posto. Non contento, il genio ha annunciato che avrebbe promosso assessore al Bilancio il vicepresidente di Cariparma. Sempre per la serie: la sinistra dei banchieri, detta anche “abbiamo una banca”. Se Grillo avesse potuto costruirsi l’avversario con le sue mani, non gli sarebbe venuto così bene. Risultato: 60 a 40 per il grillino Pizzarotti, che ha speso per la campagna elettorale 6 mila euro e ha annunciato una squadra totalmente nuova e alternativa: da Maurizio Pallante a Loretta Napoleoni. Eppure il Pd era sinceramente convinto che Bernazzoli fosse il candidato ideale. E Bersani pensava davvero di sconfiggere il grillino accusandolo di trescare col Pdl, come se oggi, Anno Domini 2012, qualche elettore andasse ancora a votare perché gliel’ha detto B. o Alfano. Si sta verificando quello che avevamo sempre scritto: e cioè che la fine di B. coincide con la fine del Pdl, la fine di Bossi coincide con la fine della Lega, ma chi li ha accompagnati e tenuti in vita con finte opposizioni può sognarsi di prenderne il posto. Pdl, Pd e Udc sono partiti complementari che si tenevano in piedi a vicenda: quando cade uno, cadono anche gli altri due. I quali, non potendo più agitare lo spauracchio di B.&Bossi, dovrebbero offrire agli elettori un motivo positivo per votarli. E non ce l’hanno. Bastava sentirli cinguettare in tv di percentuali, alleanze, alternative di sinistra, rinnovamenti della destra, voti moderati, foto di Vasto, allargamenti all’Udc, per rendersi conto che non capiranno nemmeno questa lezione. Non sono cattivi: non ce la fanno proprio. Cadaveri che sfilano al funerale senz’accorgersi che i morti sono loro. Chissà se stavolta Napolitano ha sentito il boom: in caso contrario, è vivamente consigliata una visitina all’Amplifon.

di Marco Travaglio, IFQ

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8 maggio 2012

Alfanité Bersanité Casinité

Il Pdl è estinto, la Lega rasa al suolo, il Terzo Polo non pervenuto. Il Pd, per acciuffare qualche assessore, deve nascondersi dietro candidati altrui (Doria) o addirittura combatterli (Orlando). Vincono Grillo e Di Pietro, gli “antipolitici” cui la politica dovrebbe fare un monumento: senza di loro, non andrebbero più a votare nemmeno gli scrutatori. Ce ne sarebbe abbastanza per una dichiarazione congiunta dei Tre Tenori ABC, magari copiata da quella di Sarkozy: “È tutta colpa mia, mi ritiro dalla politica”. Invece è tutto un “siamo primi quasi ovunque” (Pd), “colpa dei candidati sbagliati” (Pdl), “sostanziale tenuta del Terzo Polo” (Terzo Polo). In effetti per i partiti italiani non tutto è ancora perduto. In Italia non beccano più un voto manco a pagarlo. Ma in compenso vanno fortissimo all’estero, forse per via del fatto che lì non si candidano. Il Cainano è molto richiesto in Russia, dove ha preso parte ai baccanali per l’incoronazione dell’amico Putin, tra portali di oro massiccio e gare di burlesque a base di badanti travestite da mignotte e mignotte travestite da badanti, appena in tempo per evitare che gli crollassero in testa il Milan e il Pdl. Invece A, B e C vanno fortissimo in Francia. La vittoria di Hollande non deve ingannare: senza l’apporto delle mosche cocchiere Alfano, Bersani e Casini, l’Eliseo se lo poteva sognare, specie da quando l’ex sarkozista Ferrara si era inopinatamente schierato dalla sua parte, nonostante le diffide e gli scongiuri dello staff hollandiano. Infatti Bersani ha espresso “grande soddisfazione”, a nome suo e dell’Europa tutta, per un trionfo che “non è solo una questione di rapporto personale tra me e Hollande”, ma “un dato politico, un’incredibile convergenza di idee e proposte”. Senza contare che è stato proprio Bersani a suggerire a Hollande “di non farsi condizionare dalla sinistra più radicale e a convincere i moderati come Bayrou”. Pazienza se i voti di Bayrou sono andati quasi tutti a Sarkozy, mentre Hollande ha incamerato quelli del sinistro Mélenchon; se la Francia ha il doppio turno e noi no (il Superporcellum di ABC prevede turno unico e inciucio postumo); e se Bersani sostiene Monti, che tifava Sarkozy come la Merkel. Mica si può sottilizzare sulle quisquilie. Non solo – per dirla con Fassina, che non è la moglie di Fassino ma il responsabile economico Pd – “Bersani è l’Hollande italiano”, ma soprattutto Hollande è il Bersani francese. Chi ha seguito la campagna d’Oltralpe può testimoniare con quale angoscia, dalle banlieue ai bistrot, i francesi s’interrogavano: “Mon Dieu, chissà che ne pensa Bersani di Hollande”. E con quale liberatorio entusiasmo hanno appreso che non solo Pierluigi, ma anche Piercasinando e Angelino stavano con Hollande: “Le jour de gloire est arrivé! Alfanité Bersanité Casinité…”. Ora infatti anche Casini e Alfano, che in Italia non battono chiodo, si godono il meritato trionfo parigino. Piercasinando, decisivo per il voto moderato francese (pare che Bayrou non vada nemmeno alla toilette senza consultarlo), esulta: “Hollande sarà salutare per l’Europa”. Alfano ha faticato un po’ a capire perchè mai, se lui è il leader del centrodestra italiano, dovrebbe esultare per il leader del centrosinistra francese, ma poi gliel’ha spiegato il Cainano: “Primo, tu sei il leader di ‘sta cippa. Secondo, Sarkozy è l’unico nano che si permette di essere meno basso di me e per giunta ha osato ridere di me in mondovisione con la culona inchiavabile. Terzo, di sinistra e destra non me ne fotte una mazza, infatti sto partendo per Mosca”. Allora Angelino ha capito che Sarkozy ha perso perché rideva di B. e ha diramato una dichiarazione da ernia al cervello: “Auguro buon lavoro a Hollande a beneficio dell’Europa”. Frattini Dry intanto lo scavalcava a sinistra: “Sarkozy mi ha colpito molto negativamente. Ora la Francia sarà più aperta e vicina a noi”. Solo a quel punto tutta la Francia s’è addormentata tranquilla, non prima di un ultimo grido di battaglia: “… et Frattinité!”.

di Marco Travaglio, IFQ

14 aprile 2012

Grazie, un’altra volta

Spiace per l’impegno profuso dalla ministra Severino che, dopo il pessimo inizio dell’indultino travestito da svuotacarceri, si sta dando un gran daffare per la legge anti-corruzione. Ma, se il punto di mediazione e di equilibrio fra gli appetiti e le paure del Trio Lescano (Alfano-Bersani-Casini) è l’abortino anticipato dai giornali, è meglio soprassedere e riparlarne un’altra volta: se e quando in Parlamento ci sarà una maggioranza interessata a combattere il malaffare e non a coprirlo. La cronaca politica cioè giudiziaria sforna a ogni minuto ottime ragioni per farla subito, domani anzi ieri, questa benedetta legge anti-corruzione, nel Paese che a ogni delitto fa seguire la prescrizione. I funzionari di governo chiedono le mazzette (ovviamente tecniche) addirittura nei loro uffici al ministero. Gli amichetti di Formigoni (i famosi “casi isolati”) portano in Svizzera 50 milioni a botta. Persino il rivoluzionario Vendola colleziona un avviso di garanzia al giorno. Non c’è angolo d’Italia, dalla politica alla sanità al pallone, che non sia infestato dall’illegalità (a parte i rari angoli dove la gente perbene si ammazza per mancanza di lavoro). Ma non c’è niente da fare: la cosca dei politici più stupidi (o più compromessi) della terra continua a cincischiare, a parlarsi addosso, a grufolare nella propria inconcludenza. La legge-brodino sui “rimborsi” elettorali non si fa né per decreto né per emendamento, cioè non subito: c’è tempo, campa cavallo. Non si rinuncia nemmeno alla tranche estiva di 180 milioni, perché Pd e Pdl si sono già mangiati tutto: non solo la piccola parte documentata, ma anche il resto che non risulta speso. Se ne deduce che sono peggio amministrati della Lega, che almeno aveva avanzato un sacco di soldi, tanto da spedirli a Cipro e in Tanzania: potrebbero chiedere a Belsito come si fa a risparmiare. Poi c’è la bozza di legge anti-corruzione, limata e leccata dalla Severino dopo le famose consultazioni separate con gli sherpa del trio ABC. Una barzelletta. I nuovi reati previsti dalla Convenzione di Strasburgo ’99 non ci sono (l’autoriciclaggio, chi l’ha visto?) o, quando ci sono (traffico d’influenze illecite e corruzione tra privati), sono puniti con pene finte: da 1 a 3 anni. Cioè si prescrivono prim’ancora della sentenza di primo grado. Poi c’è la corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, la più grave: la pena massima sale appena da 5 a 7 anni, cioè la prescrizione aumenta da 7 anni e mezzo a 8 anni e 9 mesi, troppo pochi per arrivare a sentenza definitiva. La soluzione è nota: sospendere la prescrizione al rinvio a giudizio. Ma così i processi giungerebbero in fondo e i colpevoli finirebbero dentro: dunque in un Parlamento di condannati, inquisiti, imputati, prescritti e avvocati, è meglio di no. Il falso in bilancio è desaparecido: non se ne può nemmeno parlare. Così come di aumentare le pene per la frode e l’evasione fiscale (così gli evasori, scoperti nei blitz, continueranno a farla franca, a parte il terribile monito di Napolitano che li chiama “indegni della parola Italia”: quando si dice la deterrenza). Infine la concussione, che resta punita fino a 12 anni. Ma tranne quella per induzione, che cambia nome (“indebita induzione a dare e promettere utilità”) e pena massima (non più 12 anni, ma 8, e niente interdizione dai pubblici uffici). Così la prescrizione per B. nel processo Ruby scende da 15 a 10 anni. E il Pdl osa pure protestare, reclamando l’abolizione tout court della concussione “come ci chiede l’Europa” (che naturalmente non ha mai chiesto una boiata del genere). Le leggi penali durano anni, decenni. Sarebbe assurdo infilare nel Codice queste norme criminogene che sembrano dire ai tangentari: rubate pure, tanto non vi facciamo niente. Ministra Severino, lasci perdere. Concordare la legge anti-corruzione con questi politici è come se Alfredo Rocco, quando scrisse il Codice penale, avesse cercato le larghe intese col gobbo del Quarticciolo e la saponificatrice di Correggio.

di Marco Travaglio, IFQ

3 aprile 2012

Senza lavoro in 17 milioni: cosa se ne fanno della riforma dell’art. 18?

In Italia ci sono 17 milioni 104 mila persone a cui la riforma dell’articolo 18 non interessa. Sono lavoratori disoccupati e inattivi, quelli che ogni mese erodono i tassi di disoccupazione e di occupazione. Il promemoria mensile dell’Istat arriva puntuale ogni mese. Anzi, quasi puntuale, perché ieri la conferenza stampa è stata ritardata proprio da una protesta dei precari dell’Istituto nazionale di statistica che denunciano: “L’Istat si avvale del contributo di 419 tra ricercatori, tecnologi e collaboratori tecnici a tempo determinato, assunti a seguito di una procedura concorsuale analoga a quella prevista per l’assunzione a tempo indeterminato”.

DALLA CINA, il premier Mario Monti invita gli investitori a “rilassarsi” perché la crisi dell’Eurozona è quasi passata. E al pubblico del Boao Forum spiega: “Abbiamo introdotto una riforma del lavoro allo scopo di modernizzare la rete di sicurezza sociale per i lavoratori, aumentando al contempo la flessibilità per le aziende nella gestione della forza lavoro”. Una riforma che aumenterà (forse) la crescita, attirerà (forse) gli investitori internazionali e (sempre forse) rassicurerà i mercati sulla forza riformatrice dei tecnici. Ma neppure Monti si è mai sbilanciato su quale possa essere l’impatto sulla disoccupazione che nel febbraio 2012 è arrivata al 9,3 per cento, in aumento dell’1,2 rispetto al febbraio precedente. Nell’approccio dei tecnici tutto è lineare: se le imprese hanno meno incertezze sulle controversie in caso di licenziamento, assumeranno più volentieri. E assumeranno a tempo indeterminato, visto che i contratti precari con la riforma diventano più costosi.    Purtroppo, almeno finora, la tendenza sembra opposta. Se guardiamo i dati sul quarto trimestre del 2011, più affidabili delle stime sul 2012, si scopre che diminuiscono i lavoratori a tempo pieno e indeterminato mentre aumentano precari e part time, rispetto allo stesso periodo del 2010: -0,8 per cento (148 mila persone) quelli a tempo pieno, +4,7 per cento (166 mila persone) quelli a tempo parziale “ma si tratta di part time involontario”, nota l’Istat. O lavori meno, o ti licenzio. Svaniscono posti per gli italiani, -98 mila, e aumentano quelli per gli stranieri, +116 mila. Ma il tasso di occupazione degli immigrati cala, dal 62,1 al 60,8. Tradotto: le sorti degli italiani sono ormai sganciate da quelle degli stranieri, sono due mercati del lavoroparallelieancheseaumenta il numero di immigrati con un lavoro, cresce ancora più in fretta il numero di quelli che non lavorano. E la recessione sta peggiorando, nel 2012 il Pil segnerà almeno un -1,5 per cento.    L’aumento del costo del lavoro precario, chiesto per anni dalla Cgil, nel lungo periodo aiuterà i giovani, ma nel breve rischia di scoraggiare le assunzioni. E la disoccupazione giovanile (un numero importante ma poco esplicativo, perché esclude i laureati e considera solo i ragazzi tra i 15 e i 24 anni) ha superato da tempo il 30 per cento. Quella di marzo è al 31,9 per cento, con un aumento su base annua di oltre quattro punti.

MA GLI EQUILIBRI interni alla maggioranza dipendono molto più dalle sfumature del disegno di legge (o legge delega) che verrà presentato in questi giorni che dall’andamento della disoccupazione, che invece negli Stati Uniti è il principale termometro per misurare le performance di Barack Obama, che su questo si gioca la rielezione. Da noi si discute soltanto a come funziona l’indennizzo in caso di licenziamento economico. Angelino Alfano, del Pdl, apre a un compromesso “ma la Cgil non detti l’agenda”. Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani dice che i dati dell’Istat “sono drammatici” e suggerisce come modifica sull’articolo 18 la possibilità che sia il giudice a decidere tra indennizzo e reintegro anche in caso di indebito licenziamento economico (nella bozza del governo può solo assegnare un risarcimento). Ma oggi il Consiglio dei ministri non farà modifiche, tutto rimandato al Parlamento.

DALLA GIORDANIA il capo dello Stato Giorgio Napolitano si conferma il primo sponsor della riforma: “A chi dice: ‘Non occupatevi del mercato del lavoro, occupatevi della crescita perché c’e la disoccupazione’ il governo risponde: ‘Io mi occupo della crescita e voglio aprire nuove prospettive per l’occupazione, ritenendo che l’ostacolo sia rappresentato da una situazione non soddisfacente, molto farraginosa, che si è venuta a creare nel mercato del lavoro’”. Chissà se e quando i dati dell’Istat gli daranno ragione.

di Stefano Feltri, IFQ

Illustrazione di Emanuele Fucecchi 

20 marzo 2012

Giustizia, l’inviato Ghedini detta le condizioni

Ecco che il governo sfiora, anzi s’appresta a toccare un tema sensibile per il Cavaliere: la giustizia, e il copione si ripete. Tale e quale. Stavolta è Niccolò Ghedini, deputato e avvocato di Silvio Berlusconi, l’inviato per le trattative ruvide e complicate con il ministro Paolo Severino: “Se decidono di presentare un testo al buio, si prendono i rischi che il buio comporta”, dice ai suoi collaboratori che aspettano a Montecitorio il maxi-emendamento del governo al testo contro la corruzione. Per televisioni e frequenze, direttamente a Palazzo Chigi, B. decise di spedire Fedele Confalonieri per parlare con Mario Monti: cioè il presidente di Mediaset, l’amico di canzoni e affari che protegge l’impero di famiglia. Al segretario Angelino Alfano, che gestisce (teoricamente) il Pdl, restano soltanto le fotografie al caminetto col professore, Bersani e Casini. Forma e sostanza . Sarà Ghedini a dettare le condizioni al ministro Severino, che ascolta di frequente al telefono e che incontrerà in settimana, mentre Alfano riposa in panchina. Ghedini chiede un paio di cose per mettere in sicurezza – e qui le finanze pubbliche non c’entrano – i conti personali del Cavaliere: niente eccessi su corruzione e dintorni; niente aumento per la prescrizione; niente revisione di quell’emendamento del Pd che spezza in tre parti il reato di concussione e può aiutare, dice la Procura di Milano, l’imputato Berlusconi nel processo Ruby. L’Italia dei Valori accusa di inciucio il Partito democratico, e Massimo D’Alema s’immola per l’emendamento firmato Pd che stravolge il reato di concussione “Le modifiche le vuole l’Ocse (un organismo internazionale, ndr). Nessun salvacondotto per Berlusconi, è l’Ocse che, in un suo recente documento, affronta il problema e avanza una serie di richieste per rendere più efficace la lotta alla corruzione”.    FONTI del ministero smentiscono che sia ufficiale, ovvero in agenda, un appuntamento fra la Severino e Ghedini – e invece il Pdl conferma – perché sarebbe imbarazzante spiegare che il ministro negozia la legge per contrastare la corruzione con l’avvocato del Cavaliere. Ma il ministro Severino deve rispettare una domanda e una promessa: entro fine marzo va depositato a Montecitorio il maxi-emendamento con o senza i colloqui. Non senza Ghedini, però. Nessuno può vincere massacrando l’avversario, neppure l’avvocato di B., perché il Senato ha approvato la Convenzione di Strasburgo appena una settimana fa e il governo deve procedere. Questo l’ha capito persino il Cavaliere, e dunque il mandato di Ghedini prevede varie concessioni (quelle che interessano poco o zero): si può discutere di corruzione privata, traffico di influenze (raccomandazioni) e auto-riciclaggio. Una precauzione, però: testi leggeri, pene ridotte. Per rafforzare il patto con il governo, Ghedini suggerirà al ministro di riprendere il disegno di legge, che risponde al nome di Angelino Alfano, per limitare l’utilizzo e la pubblicazione di quelle intercettazioni che innervosiscono il palazzo. Per clemenza, al Pdl va benissimo pure la versione di Mastella. Ora che Ghedini è in missione, il Cavaliere è tranquillo. Ci pensa il ministro Anna Maria Cancellieri (Interni) ad azionare il conto alla rovescia: “Contro la corruzione dobbiamo giocare una partita dura, come una partita di rugby. Quindi ci dobbiamo armare e andare sul campo, non avere paura di prenderle e di darle”. Squadre schierate, fischia Silvio Berlusconi di Arcore.

Illustrazione di Emanuele Fucecchi

17 marzo 2012

Uniti nel bavaglio

Berlusconi l’aveva detto chiaramente ad Alfano: “Se loro alzano il tiro sulla corruzione, tu butta sul tavolo le intercettazioni”. Così, l’altra sera alla cena-vertice a Palazzo Chigi, non appena Monti ha introdotto lo spinoso tema dell’armonizzazione del ddl anticorruzione – ora in commissione Giustizia e Affari costituzionali della Camera – con la Convenzione di Strasburgo (approvata al Senato), il segretario azzurro ha subito riproposto “l’irrisolta questione del ddl intercettazioni”. “È chiaro – avrebbe sottolineato l’ex Guardasigilli, firmatario del disegno di legge pidiellino in materia – che non possiamo aspettare il prossimo scandalo per intervenire”. Più che una minaccia, la frase è suonata come una chiamata in correità. E le orecchie di Casini e Bersani, per non dire quelle di Monti, si sono fatte attente. Perché una legge che tenga a bada le penne dei cronisti in un delicato momento pre elettorale “ci vuole – ecco il commento sempre di Alfano – e ci vuole per tutti…”. Il bavaglio alla stampa, dunque, come un toccasana per gli accordi tra politici di ogni colore.

 

E COSÌ, paradossalmente, quella che il giorno prima era stata sbandierata quasi come un avvertimento da Schifani (“è l’ora di rispolverare il ddl intercettazioni”), è diventata il punto da cui si è partiti per trovare un’intesa anche su tutte le altre “note dolenti” del capitolo giustizia. Intanto: il ddl Alfano verrà accantonato per far posto a un nuovo articolato (che nelle intese dovrebbe avvicinarsi al ddl Mastella) che porterà la firma di Paola Severino. Ieri, durante il Consiglio dei ministri, la Guardasigilli ha ricevuto ufficialmente l’incarico di stilare un testo che “tenga conto delle indicazioni dei capigruppo” e che “prenda il meglio” dei due precedenti ddl. A quanto sembra, il provvedimento dovrà essere legge prima dell’estate, in modo da arrivare “nell’imminenza della campagna elettorale” con un bavaglio nuovo e pronto. Più leggero di quelli minacciati in precedenza, certo, ma comunque un bavaglio. Portata a casa la questione intercettazioni (“un risultato ottimale” anche secondo il Cavaliere) si è poi passati a parlar di corruzione. Ma lì c’è stato poco da fare; l’Italia deve recepire la Convenzione di Strasburgo e dunque il ddl ora alla Camera (sempre a firma Alfano) dovrà essere modificato attraverso due o tre emendamenti che presenterà il governo “e che terranno conto dell’intesa raggiunta”, ha spiegato ieri Bersani. Nel dettaglio, verrà modificato il reato di concussione così com’è scritto oggi nel nostro ordinamento. Nel senso che il concusso, oggi vittima del reato, ne diventa soggetto attivo, quanto meno in relazione alla fattispecie di concussione per induzione. Verranno poi introdotte due nuove forme di reato: quello della corruzione nel settore privato (in Italia vige solo il reato contro la Pubblica amministrazione) e quello di traffico di influenza illecita. Questa norma stabilisce che chiunque millanta credito presso un pubblico ufficiale e, adducendo di doverne “comprare” il favore, chiede denaro o altro come prezzo per la propria mediazione, è punito con la reclusione da 3 a 7 anni.

 

QUELLO che preoccupa ancora Berlusconi (che, tuttavia, con la “scomparsa” del reato di concussione potrebbe veder saltare la sua imputazione al processo Ruby, ma questo lo si capirà meglio a seconda di come verrà riscritta la norma) riguarda la necessità di mettere mano anche alla struttura dei reati fiscali e del falso in bilancio (che proprio B. ha depenalizzato) nonché l’introduzione della punibilità del cosiddetto autoriciclaggio. Faccende spinose su cui, però, pare che Alfano non abbia alzato mai più di tanto il sopracciglio, ma è anche vero – per dirla con il ministro dell’Interno Cancellieri – che “su questi argomenti è appena iniziata un’attività parlamentare, vediamo come va”. In ultimo, la responsabilità civile dei magistrati. Su questo Alfano ha puntato i piedi: “Per noi resta valido il principio che chi sbaglia paga”. L’Amn ha risposto in modo netto: “Sulla responsabilità non si tratta”. Però sembra siano stati evidenziati margini di manovra. Anche su questo, Monti ha dato mandato alla Severino di trovare “una soluzione equilibrata e condivisa” e in tempi brevi, visto che la questione è contenuta nella legge comunitaria, di prossimo passaggio alla Camera per la lettura definitiva. Anche lì il governo potrebbe intervenire con un emendamento che cancelli la responsabilità dalla comunitaria per poi affrontare l’argomento con un provvedimento ad hoc. Ma non subito, prima ci sono altre priorità. Come il bavaglio.

di Sara Nicoli, IFQ

17 marzo 2012

I Tre dell’Ave Mario

A furia di citare la foto di Vasto con Bersani, Di Pietro e Vendola per dire che gli intrusi erano Di Pietro e Vendola, è stata scartata a priori l’ipotesi che dei tre quello sbagliato fosse Bersani. Ipotesi che assume una certa pregnanza alla vista della foto di Casta, twittata da un gaio Piercasinando durante l’inutile vertice con Monti. La foto di gruppo lo ritrae in compagnia del resto della Trimurti, anzi della Trimorti a giudicare dal consenso di cui godono i rispettivi partiti: l’implume Angelino Jolie e il solito Bersani, che sta diventando un po’ come Zelig e Forrest Gump: fa capolino in tutte le foto (anche in quelle dei matrimoni). Eccoli lì, sorridenti e giulivi davanti al fotografo, Casini, Alfano e Bersani, ma anche Casano, Bersini e Alfani, ma anche Alfini, Bersano e Casani. La Trimorti è uscita finalmente dalla clandestinità, dopo tre mesi di incontri clandestini in tunnel, catacombe e suburre umidicce e infestate da cimici e pantegane, e ha trovato il coraggio di fare outing sul loro ménage à trois: ebbene sì, i tre dell’Ave Mario si amano e rivendicano i loro diritti di trojka di fatto. Un tempo la politica si faceva nelle piazze, poi traslocò in televisione. Ora invece va avanti a colpi di foto e photoshop. Da quando i partiti sono appunto partiti senza più dare notizie di sé, per avvertire i loro cari di esser ancora vivi i presunti leader postano ogni tanto un autoscatto. Prossimamente manderanno una cartolina da Venezia. O magari da San Vittore, a giudicare dall’imperversare degli scandali e delle inchieste un po’ in tutta Italia, su tutti i partiti, vecchi e nuovi, di destra di centro e di sinistra. Ormai parlare di indagini è riduttivo: questi sono rastrellamenti. Li stanno andando a prendere l’uno dopo l’altro. Presto si esauriranno anche le riserve di manette ed esploderanno i cellulari (intesi come mezzi di locomozione): ci vorrà l’accalappiacani. In attesa della prossima retata, i partiti si difendono come possono. Più gli elettori si allontanano, più i politici si avvicinano, in quel Partito Unico Nazionale (Pun) che ha rinunciato pure agli ultimi pudori. Più che un inciucione, un partouze che compravende tutto: giustizia, Rai, frequenze, welfare, legge elettorale, Costituzione. Basta grattare un po’ la foto di Casta per scoprire che è tutto finto. Per evitare il linciaggio dagli eventuali elettori rimasti, Bersani giura che il Pd non parteciperà alla spartizione della Rai, ma in realtà è già d’accordo con gli altri due, dietro il trompe l’œil delle “personalità indipendenti” (tutti ottuagenari fossili da Jurassic Park). Alfano dà il via libera alla legge anticorruzione, in realtà già sa che la Convenzione di Strasburgo verrà svuotata, mentre le sole leggi sulla giustizia che passeranno sono: l’ammazza-giudici sulla responsabilità civile diretta e personale (unica al mondo); l’ammazza-intercettazioni e imbavaglia-stampa modello Mastella; e l’ammazza-concussione per salvare B. anche dal processo Ruby con la gentile collaborazione del Pd che l’ha addirittura proposta. Intanto in Cassazione si provvede a tener buone le Procure di Palermo e Caltanissetta, così imparano a indagare su stragi e politica: ma non l’hanno ancora capito che le trattative Stato-mafia si chiamano “grandi intese”? Sulla legge elettorale i partiti dicono che manca ancora un quid, ma in realtà sono già d’accordo per eliminare con sbarramenti e altre lupare bianche i pochi partiti e movimenti non allineati. La Camusso dice che l’accordo sull’articolo 18 ancora non va bene, in realtà lo sanno tutti che la Cgil è già d’accordo da un bel po’, perché così vuole il Pd, e il Pd è d’accordo perché così vuole il Quirinale. E, se qualcuno protesta, è pronta la scusa: “Ce lo chiede l’Europa”. Da questo vortice di vertici, da questo partouze a base di foto, cartoline, finzioni, tavoli e teatrini, resta fuori un piccolo dettaglio: gli elettori. Ma che saranno mai 45 milioni di italiani. Basta rafforzare le scorte dei politici. E non perché siano minacciati dai terroristi o dai mafiosi (ma quando mai): è che rischiano di incontrare un elettore.

di Marco Travaglio, IFQ

26 gennaio 2012

A Monti una maggioranza che vale 900 miliardi

Da ieri Mario Monti non è più un tecnocrate, un “podestà straniero”, per usare un’espressione montiana. Ma è un premier a tutti gli effetti, con una solida maggioranza politica almeno su quello che più conta in questo momento: la politica europea. Alla Camera il premier incassa 468 voti a favore di una mozione sull’Unione europea, primi firmatari due deputati del Pd, Da-rio Franceschini e il responsabile del partito per l’Europa, Sandro Gozi. È un atto privo di effetti concreti, ma che serve a chiarire la posizione del Parlamento. “L’approvazione della mozione unitaria è un risultato importante”, fa sapere subito il capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

PUÒ SEMBRARE una di quelle incomprensibili vicende procedurali da Montecitorio, ma si tratta davvero di una svolta. Lo spiega anche Monti al Senato, dove è stata approvata un’analoga mozione: “Finora ho informato il Parlamento ex post, riferendo sugli incontri europei, oggi il coinvolgimento avviene ex ante”. E questo ha due scopi: permettere a Monti di presentarsi in Europa con la forza negoziale che deriva dall’avere alle spalle una maggioranza compatta e rafforzare la credibilità delle sue promesse alla luce del fatto che i partiti si sono impegnati, con un voto parlamentare, a rispettarle anche per l’avvenire. Il punto cruciale è il six-pack di cui, per la prima volta, si discute apertamente in Parlamento con toni proporzionati alla severità di questo pacchetto di regole europee: nei prossimi anni il patto di stabilità rafforzato Euro Plus prevede che tutti i Paesi debbano ridurre di un ventesimo all’anno la quota di debito che eccede il 60 per cento del Pil. Il nostro Pil è circa 1.500 miliardi, il debito è 1843, siamo fuori di oltre 900 miliardi. Significa, potenzialmente, manovre di 45 miliardi ogni anno. Certo, la crescita (che non c’è) e l’inflazione possono rendere meno gravoso il compito, e i “fattori rilevanti” da considerare – Monti li sta negoziando – ammorbidiranno ancora il conto. Che sarà comunque di almeno 20-25 miliardi. “Venir via dal debito nel modo matematico che inavvertitamente abbiamo sottoscritto è impossibile. Non si possono rispettare impegni impossibili e mettere l’Italia di fronte all’impossibile significa metterci l’Europa. So che lei, presidente , si sta battendo per questo”, lamenta il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Poi però vota la mozione che si limita a chiedere un rientro morbido dal debito, ma non lo contesta certo. La mozione, infatti, chiede al governo di impegnarsi affinché “senza mettere in dubbio il risultato finale di rientro nei parametri di convergenza europei, eviti automatismi e rigori eccessivi, tenga in considerazione l’impatto del ciclo economico, nonché attribuisca forte rilevanza ad una serie di ulteriori fattori rilevanti come il risparmio privato e la sostenibilità del sistema pensionistico”. Finora in Parlamento non si era mai votato su questo tema, il six pack era stato materia soltanto dei governi. Gli altri punti della strategia europea che i partiti avallano li chiarisce lo stesso Monti: spingere sul mercato interno, ottenere un rafforzamento del Fondo salva Stati permanente (Esm) da 500 ad almeno 750 miliardi (di nuovo bocciato dalla Germania ieri), e “un riflesso del nostro impegno su una ragionevole riduzione dei tassi di interesse sul debito”. Qui serve la traduzione che, un po’ brutalmente, suona così: cara Germania, abbiamo fatto i compiti a casa ora lascia che la Bce di Mario Draghi intervenga sul mercato del debito per far crollare lo spread (un po’ più basso del solito, ma ancora attorno a 400 punti). Però non può essere l’europeista Monti a dare l’impressione di mettere in dubbio l’indipendenza della Bce e quindi precisa: “Non stiamo chiedendo denaro alla Germania o ad altri”.

UN TIPO di dibattito un po’ esoterico per il Parlamento. Al Senato i banchi del Pdl sono praticamente vuoti, il Pd è presente in forze ma un po’ intontito, i senatori si ricordano di fare il primo applauso dopo oltre un quarto d’ora che il premier sta parlando. Soltanto la Lega prova a dissentire, ma la polemica sul six pack non è la più congeniale per l’eloquio lumbard, si concentra sul tema delle “radici cristiane” dell’Europa e riesce perfino a far approvare un pezzo della propria mozione. L’impressione ieri in Parlamento era che i partiti stessero firmando un assegno in bianco a Monti, lo dice perfino il segretario del Pdl Alfano: “Anche questa volta abbiamo messo l’Italia davanti a tutto, prima degli egoismi di parte perché quando è in gioco l’interesse dell’Italia nei rapporti con l’Europa noi indossiamo maglia nazionale e giochiamo tutti insieme”. E sul sito di Radio Padania Libera il 63 per cento dei 3635 partecipanti a un sondaggio (non statistico) si dicono “molto soddisfatti” dell’operato del governo finora. Egemonia montiana.

di Stefano Feltri, IFQ

Le proteste di Roberto Calderoli (Lega) al Senato dopo l’intervento di Monti (FOTO ZIP)

19 gennaio 2012

Giustizia profumo d’intesa

Zitta zitta, mentre Monti ripete che il suo è un governo “strano”, cioè a tempo e senza maggioranza precostituita, la Triade Alfano-Bersani-Casini esce dai tunnel e dalle catacombe per trasformarsi in maggioranza politica. E da quale tema comincia? Ma dalla giustizia, naturalmente. Cioè dal settore che, negli ultimi vent’anni, ha prodotto le maggiori occasioni di conflitto politico. Dunque, almeno sulla carta, dovrebbe essere il meno indicato per le larghe intese: almeno agli occhi dei tanti ingenui che ancora accarezzano il sogno manicheo di un centrosinistra legalitario contrapposto a un centrodestra impunitario. Purtroppo la realtà, come non ci siamo mai stancati di ripetere e come la storia recente dalla Bicamerale in poi s’è incaricata di dimostrare, è opposta: se c’è un comune denominatore fra i due schieramenti (salvo lodevoli ma trascurabili eccezioni) è proprio l’allergia di tutta la Casta politica ai poteri di controllo: a cominciare dalla magistratura più impegnata e autonoma. Dunque non c’è nulla di sorprendente se la Triade ha deciso di cominciare proprio dalla giustizia. Le voci – raccolte oggi dal nostro Fabrizio d’Esposito – sussurrano di imminenti larghissime intese su una qualche forma di condono penale (un’amnistia mascherata che non imponga la maggioranza qualificata dei due terzi e salvi la faccia ai partiti in vista delle elezioni), con la solita scusa del sovraffollamento delle carceri. Che, com’è noto, è sempre un ottimo alibi non tanto per far uscire di galera qualche migliaio di detenuti comuni, quanto per non far entrare in galera qualche decina di condannati eccellenti. Speriamo che si tratti di voci false e, soprattutto, che vengano smentite. Certo le prime uscite del ministro Paola Severino, portatrice di un monumentale conflitto d’interessi (basta scorrere la lista degli imputati Vip che assisteva fino all’altroieri come avvocato), fanno temere il peggio. Il suo via libera all’amnistia, subito temperato dalla precisazione che “è materia del Parlamento e non del governo”, è lì a dimostrarlo. Così come il suo silenzio di tomba sulle decine di leggi-vergogna (41 ad personam e una sessantina ad aziendas, ad mafiam e ad castam) varate nell’ultimo quindicennio dal centrodestra, ma anche dal centrosinistra. Se è vero che – come ha detto l’altro giorno la Severino, e sai che scoperta – “la lentezza dei processi costa ogni anno all’Italia 1 punto di Pil”, bisognerebbe precisare quali norme hanno allungato i processi a dismisura. E poi raderle al suolo con un solo decreto che le cancelli con un tratto di penna. Invece, almeno a sentire il ministro, non è questo l’ordine del giorno. Quali sarebbero allora i punti dell’intesa della nascente maggioranza politica intorno alla Triade? La legge anticorruzione che la stessa Severino ha annunciato in pompa magna il mese scorso? In attesa che l’apposita commissione, composta anche dal professor Spangher noto amico di Previti, partorisca le sue proposte, ci sentiremmo di escludere che Al Fano, cioè il portaborse di B., possa avallare una legge che aggravi le pene per la corruzione e per l’evasione fiscale e ripristini il reato di falso in bilancio, visto che quei reati sono la specialità del suo principale. È anche una questione d’immagine: come può un partito, il cui leader sta per farla franca al processo Mills grazie ai certificati medici del malato immaginario inglese, pronunciare la parola “anticorruzione” senza scoppiare a ridere? E allora a pensar male si fa peccato, ma s’indovina. Del resto a marzo arriva in Cassazione il processo per mafia al braccio destro di B., Dell’Utri, che rischia, in caso di conferma della condanna d’appello a 7 anni, di raggiungere a Rebibbia l’amico Cuffaro (portato in Parlamento da Casini). Poi Penati, braccio destro di Bersani, finirà alla sbarra per milioni e milioni di tangenti. Un braccio destro di qua, un braccio destro di là. E una mano lava l’altra.

di Marco Travaglio,  IFQ

9 novembre 2011

L’opposizione dirà sì a “lacrime e sangue”?

I toni alti non li so fare, ma i due bassi dell’Alleluja li posso cantare io. Dove lo fanno?”. Il segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani, scherzava ieri pomeriggio in Transatlantico sull’appuntamento che circolava in Rete in caso di dimissioni del premier, Silvio Berlusconi. La sera, aveva meno voglia di ironizzare: “Le dimissioni ci sono, adesso è necessario che si formalizzino il prima possibile”. In mezzo una legge di stabilità che potrebbe spaccare le opposizioni, scenario non previsto tra quelli ipotizzati ieri all’interno del Pd. La mattinata era infatti cominciata bene per Bersani, con la fiducia dei Radicali e una regia perfetta della mancata votazione in aula – uniti Pd, Udc, Fli, Idv e fuoriusciti Pdl – che aveva smascherato senza più alcun dubbio la debolezza numerica della maggioranza. Anche il partito di Antonio Di Pietro, restio a non pronunciarsi contro il rendiconto, aveva annunciato, dopo la riunione dei capigruppo d’opposizione, di seguire la linea condivisa.

TUTTI IN AULA quindi, al fine di assicurare il numero legale e l’approvazione del provvedimento, ma con le tessere alzate in segno di “non voto”. Alla fine i numeri gli danno ragione: 321 contro 308 fedeli a Berlusconi. “Vada al Quirinale e rassegni le dimissioni – ha detto il segretario del Pd, l’unico a prendere parola dopo il voto, davanti a Berlusconi – se lei non lo facesse le opposizioni considererebbero iniziative ulteriori perché così non possiamo andare avanti”. L’iniziativa annunciata era una mozione di sfiducia da presentare già stamattina alla capigruppo e da votare entro tre giorni. Ma non è servita.    Poco dopo, uscendo dall’aula, Bersani si è consultato col Capo dello Stato, al quale ha rimesso ogni decisione. É stato Giorgio Napolitano, infatti, a costringere il premier all’annuncio di un passo indietro, perché le opposizioni senza un voto contrario con più di 308 consensi non l’hanno obbligato a dimettersi. Questo dimostra che è ancora difficile immaginare una maggioranza per un governo tecnico o di unità nazionale, invocato da Fli e Udc, meglio lasciare che Berlusconi firmi la manovra “lacrime e sangue” richiesta dall’Europa per poi valutare le possibilità. Le “ampie condivisioni” sperate sono molto lontane.

“Vogliamo vedere il maxi-emendamento e poi ci pronunceremo – ha detto Antonio Di Pietro al Fatto – la stabilità finanziaria è diversa dalla stabilità sociale. La loro idea di stabilità è quella di macelleria sociale e noi non glielo permetteremo. Faremo una forte opposizione nel merito. E per quanto riguarda il metodo – ha precisato Di Pietro – riteniamo queste dimissioni false e ipocrite perché conosciamo il soggetto e fino a quando non le vediamo, e diventeranno irrevocabili, sono carta straccia”. Perché in dieci giorni è capace di fare di tutto.

Ma Bersani guarda avanti: “Le dimissioni sono una svolta e aprono una fase nuova”. E sulla legge di stabilità è possibilista: “Ci riserviamo un esame rigoroso del contenuto dell’annunciato maxi-emendamento alla legge di stabilità per verificare le condizioni che ne permettano, anche in caso di una nostra contrarietà, una rapida approvazione”.    Insomma, le castagne dal fuoco le deve togliere Berlusconi. Che nel frattempo aveva dichiarato a tutti i tg della sera “dopo di me c’è solo il voto”. La replica è arrivata in un baleno: “Il Pd ritiene sconcertante che con le sue prime dichiarazioni il presidente del Consiglio, battuto alla Camera e dimissionario, cerchi di condizionare un percorso che è pienamente nelle prerogative del Capo dello Stato e del Parlamento”.

ANCHE SE all’interno dei democratici c’è una frattura insanabile tra chi chiede un governo di transizione (come Veltroni), e chi si mostra, almeno apparentemente , a favore delle elezioni (come Bersani), possibilista su un esecutivo di transizione “ma non guidato da Letta o Alfano, che significherebbe continuazione”. I dubbi, tra i fedelissimi del segretario, ci sono: se si andasse a votare a marzo la campagna elettorale potrebbe coincidere col processo Penati e le dichiarazioni del pm di Monza, Walter Mapelli, di ieri – il sistema Sesto arriva fino alla direzione Pd – suona come un avvertimento. L’ostacolo potrebbe essere anche più ingombrante delle primarie, che a casa Bersani non sono viste di buon occhio. Mentre Vendola guarda al futuro dalla Cina e Renzi sta scaldando i motori.

di Caterina Perniconi, IFQ

7 ottobre 2011

Gli eunuchi e il sultano

Gli basta schioccare le dita e loro fanno retromarcia”, ha osservato l’avvocato Giulia Bongiorno a proposito del duo Alfano-Ghedini, lesti a rimangiarsi su ordine di chi ha fornito loro cospicui onorari e fulminanti carriere perfino quello straccio di accordo per rendere meno infame il bavaglio all’informazione. Un tentativo patetico finito nel nulla, come tutti i tentativi patetici che si susseguono per condizionare il sultano o addirittura sbalzarlo di sella. Sì, il sultano, termine puramente descrittivo alla luce di quanto avveniva ieri mattina nell’aula di Montecitorio. Mentre la seduta è in corso, nell’emiciclo una folla festosa circonda devotamente l’ometto a cui tutto devono e tutto dovranno se decidesse di ricandidarli. Sgomitanti deputati della Repubblica (ma anche ministri e sotto-segretari) decisi a non perdersi una sola stilla di una vecchia barzelletta. Alla fine, un boato non più a lungo trattenibile saluta qualcosa di straordinario. L’ometto annuncia che chiamerà il suo nuovo partito Forza Gnocca e loro si scompisciano riconoscenti. E anche a noi viene da ridere davanti ai congiurati alle vongole del Pdl che, attovagliati nelle taverne capitoline, studiano improbabili governi tecnici. Se ne facciano una ragione gli imprenditori del “Basta!” e quanti nel-l’opposizione vagheggiano tregue e transizioni governative (anche perché, dopo i rimbrotti del cardinal Bagnasco al bunga bunga, Santa Madre Chiesa sembra sopportare molto cristianamente l’aria viziata). Non saranno eunuchi e odalische a far cadere il sultano a cui basta uno schiocco di dita. Ci vuol altro.

di Antonio Padellaro, IFQ

8 settembre 2011

“Il processo lungo? Come le leggi razziali fasciste”

La legge sulle intercettazioni è di nuovo qui, dietro l’angolo. Dopo il tentativo di blitz di fine giugno, quando il capogruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto, tentò in ogni modo di farla approvare prima della pausa estiva, ecco che ora la legge sta per arrivare davvero in aula alla Camera. Il momento è propizio e il tempo è scaduto. Mentre il Csm fa a pezzi l’altra trovata del Cavaliere per salvarsi dagli scandali in corso, il processo lungo, la legge bavaglio sta per tornare al centro della scena. Subito dopo l’approvazione della manovra, per il Cavaliere si riproporrà l’emergenza tribunali. E, appunto, intercettazioni. Da Bari starebbero per irrompere quelle relative all’inchiesta Tarantini-Lavitola; per B. – che ieri le ha definite “un’indecenza” – quanto di peggio potesse capitargli sul fronte di una credibilità politica molto compromessa ma mai, ancora, come potrebbe essere dopo. Specie sul fronte internazionale. Meglio correre ai ripari.

IL DDL è infatti calendarizzato in aula a Montecitorio per l’ultima settimana di settembre. Il segretario pidiellino, Angelino Alfano, aveva giurato – in agosto – che la legge sulle intercettazioni sarebbe rimasta “dormiente” fino a dopo l’approvazione della manovra, ma ora si ricomincia. “Dobbiamo spazzare via le anomalie nell’uso delle intercettazioni” ha tuonato solo qualche giorno fa il neo Guardasigilli Nitto Palma. E anche la strategia è pronta. Dice Cicchitto (2 settembre): “La pubblicazione di intercettazioni telefoniche che consentono di rendere pubbliche conversazioni del tutto private anche del presidente del Consiglio, mettono in evidenza che è del tutto giustificata la collocazione nei prossimi lavori parlamentari”. In sostanza, al momento dell’arrivo in aula, il provvedimento sarà probabilmente blindato dalla 50esima richiesta di fiducia per evitare che qualsiasi modifica possa farlo tornare indietro nuovamente al Senato; i tempi sono importanti e se serviranno modifiche si potrà sempre intervenire in un secondo tempo. Il governo, anche su questo fronte, mostrerà grande fretta di mettere un bavaglio, soprattutto alla stampa. Fondamentale, per il Cavaliere, che le intercettazioni non siano pubblicate dai giornali o trasmesse da altri media e, vista l’emergenza “ad personam” incombente, la legge sulle intercettazioni potrebbe essere approvata in via definitiva già ai primi di ottobre. Per Berlusconi, sarebbe fondamentale non tanto per i processi che sono già in corso, quanto per quelli a venire; le carte da Bari si annunciano scottanti, su Napoli c’è ancora molto da indagare e non a caso i magistrati che conducono l’inchiesta sulla P4 lo ascolteranno martedì a Palazzo Chigi. Anche Tremonti è interessato alla faccenda e in Parlamento c’è, di fatto, un partito trasversale che in caso di fiducia si dimostrerà compatto.

INSOMMA, mettere il bavaglio alla stampa il più presto possibile per evitare che nuove rivelazioni mandino il governo a gambe in aria più di quanto non sia riuscita a fare la speculazione finanziaria. E per i processi in corso, avanti con il processo lungo, ieri salutato ancora da Antonio Di Pietro come “uno scempio del diritto”, dopo che il Csm aveva appena calcolato conseguenze di ”portata dirompente” sul sistema giustizia. Il ddl Lussana, passato anch’esso a fine luglio in Senato, a parere del Csm segnerà la ”morte del processo penale”, perché gli imputati che possono permettersi un buon avvocato non saranno mai condannati, ma si vedranno riconoscere un ”diritto alla prescrizione”. Esattamente quello che cerca Berlusconi, anche se alla Camera il ddl Lussana ha subito trovato nella presidente della commissione Giustizia, Giulia Bongiorno, un nemico giurato; il suo iter, dunque, non sarà certo “lampo”, ma ci sarà da evitare, per dirla con il primo presidente della Cassazione, di comportarsi “come all’epoca delle leggi razziali del fascismo, contro le quali mancò una reazione adeguata”. Toni allarmanti per nulla stemperati dal componente laico del Pd nel Csm, Claudio Giostra: “Il sistema imploderà, si va verso il baratro”.

di Sara Nicoli, IFQ

25 marzo 2011

E ora la fase tre

B. e Alfano hanno presentato la riforma della Giustizia a reti unificate. B. ha toppato: su tre frasi ha detto tre stupidaggini. Non ho mai commesso i reati di cui mi accusano e la prova di ciò è che ho giurato sui miei figli. Questa è la riforma che ho voluto fin dal 1994 ma io non me ne sono occupato per nulla. Se nel 1994 fossi riuscito a fare questa riforma non ci sarebbe stata Mani Pulite; quest’ultima differenziandosi dalle altre perché assolutamente vera. Alfano, consapevole del fatto che il problema di questa riforma sta nel fatto che la giustizia non è riformata per niente e che invece è riformata la magistratura, messa sotto controllo politico, ha spiegato che sì, è vero, questa è la fase 1; ma poi verrà la fase 2, quella che renderà il processo razionale, efficiente e rapido. Siccome però il processo deve essere anche giusto, ecco che loro si sono portati avanti con il lavoro: per il momento il processo resta com’è, ma diventa per merito della riforma, un processo giusto; più avanti faranno altre riforme per renderlo efficiente. Dovete ammettere che è una trovata geniale: chissà quanta gente ci è cascata. Però. 1) B&C sono sulla scena dal 1994. Com’è che questa cosiddetta fase 2 non è stata mai realizzata? B. dice ora che è per colpa di Fini. A parte che non è vero perché, fino a un anno fa, Fini e B. erano pappa e ciccia; se anche fosse, Fini si sarebbe opposto a una riforma come quella di adesso; ma perché avrebbe dovuto opporsi a un processo efficiente? Lui, pericoli di prigione non ne ha mai corsi. 2) In realtà è vero che dal 1994 B&C si sono occupati di giustizia: per assicurarsi l’impunità. Legge per impedire di utilizzare la documentazione acquisita con rogatorie internazionali; depenalizzazione di fatto del falso in bilancio; dimezzamento dei termini di prescrizione; lodo Schifani; lodo Alfano: legittimo impedimento. Niente a che fare con l’efficienza del processo. 3) Le altre leggi messe in cantiere man a mano che la Corte costituzionale spiegava a B. che era un cittadino come tutti gli altri sono state: abolizione delle intercettazioni, processo breve, bavaglio all’informazione. Che c’entrano con l’efficienza del processo? Servirebbero solo a impedire le indagini, bloccare i processi e impedire che i cittadini sappiano quali e quanti reati commettono i politici. Allora è evidente che questa fantomatica fase 2 non ci sarà mai. Quello che interessa a B&C è: attribuire al Parlamento il potere di scegliere quali reati perseguire e quali no, sicché si faranno un sacco di processi per guida senza patente e manco uno per falso in bilancio e corruzione; sottrarre al pm la polizia giudiziaria, così se anche da un processo comune (per esempio favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione) salta fuori un reato commesso da B&C (per esempio una concussione) le indagini potranno essere bloccate; portare il pm sotto il controllo della politica, così, quando i primi due filtri saltassero, gli si potrà comunque ordinare di non indagare. E comunque: a che ci serve un processo rapido, razionale ed efficiente se la giustizia sarà amministrata da magistrati schiavi di B&C ? A controllare con efficienza gli avversari politici? Forse ci sarà anche una fase 3: la polizia segreta.

di Bruno Tinti, IFQ

16 marzo 2011

Riformano i magistrati, non la giustizia

La sedicente riforma della Giustizia ideata dal governo, non è un’operazione indolore per la sicurezza dei cittadini. Le ripercussioni negative sul versante delle indagini saranno tante. Anche per le inchieste di mafia. Chi studia l’evoluzione delle mafie constata che per realizzare i loro affari esse hanno bisogno di commercialisti, immobiliaristi, operatori bancari, amministratori e uomini delle istituzioni (la cosiddetta “borghesia mafiosa”). Sempre più si infittiscono gli intrecci con pezzi del mondo politico e dei colletti bianchi. I transiti di denaro sporco nel-l’economia illegale si intensificano. Spesso le istituzioni criminali e quelle legali si contrastano, ma senza volontà di annientarsi, nel senso che sono piuttosto alla ricerca di equilibri. Diventa sempre più difficile – allora – stabilire la linea di confine fra lecito e illecito all’interno delle attività   economiche, finanziarie e produttive. Per impedire che risuonino ancora oggi le parole di Giovanni Falcone circa il timore che “non si voglia far luce sui troppi, inquietanti misteri di matrice politico-mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti”, è necessario allora che le indagini di mafia siano condotte da una magistratura assolutamente autonoma e indipendente, nonché dotata di strumenti capaci di esplorare in profondità anche il lato oscuro e segreto delle mafie. Proprio il contrario di quel che risulta obiettivamente ricollegabile alla pseudo-riforma della Giustizia voluta dal governo. Una riforma che quand’anche abbia – come scopo di partenza – “solo” quello di vendicarsi dei magistrati, alla fine potrebbe causare   risultati obiettivamente devastanti. Quanto meno finché la politica italiana continuerà a discostarsi massiccia-mente dagli standard europei con conseguenze da trarre – doverosamente – in caso di accertato coinvolgimento in comportamenti illeciti.      Una “spia” dei veri obiettivi della riforma si può trovare nel fatto che le novità si collocano tutte all’interno del titolo 4° della parte seconda della Costituzione. Questo titolo, che oggi è denominato “La magistratura”, nella riforma   diventa “La giustizia”. Come volevasi dimostrare: si tratta di riformare i magistrati, non la giustizia. E non basta cambiare l’etichetta della bottiglia perché uno sciroppo diventi barolo. Ma torniamo agli effetti oggettivi della riforma. Possiamo prendere singolarmente – una per una – le modifiche in programma, oppure l’intiero pacchetto.

Le indagini    in mano alla politica

SEMPRE avremo lo stesso identico risultato: il trasferimento del “rubinetto” delle indagini (cioè dei controlli di legalità) dalle mani della magistratura a quelle del potere politico, governo e/o Parlamento. Con conseguente riduzione   degli spazi d’intervento autonomo della magistratura e quindi dei controlli indipendenti sulle violazioni di legge commessedaipotenti.Conilrischio anzi che tali controlli causino al magistrato coraggioso guai non di poco conto, dalle ispezioni ministeriali (addirittura elevate al rango costituzionale), alle bufere scatenate da quanti vorranno strumentalmenteapprofittaredellenuove norme sulla responsabilità dei magistrati.    L’analisi di alcuni punti della sedicente riforma offre decisive conferme, anche per le inchieste di mafia.      Il Csm riformato – la riforma prevede lo sdoppiamento del Csm, la riduzione del numero dei membri “togati”, la loro nomina col fantozziano sistema dell’estrazione a sorte (una grottesca lotteria che rappresenta anche una discriminazione mortificante, posto che i membri “laici” continueranno a essere eletti dal Parlamento in seduta comune), il divieto di adottare atti di indirizzo politico (cioè pratiche a tutela dei magistrati vilipesi perché scomodi). Viene di fatto azzerata la stessa ragion d’essere del Csm: governo autonomo della magistratura e tutela della sua indipendenza. Il magistrato che debba scegliere tra diverse opzioni, egualmente possibili nel perimetro dell’interpretazione della legge, non sentendosi più tutelato da un Csm ridotto ad organo di semplice amministrazione, ci penserà ben bene prima di esporsi alle rappresaglie impunite del potente di turno. Figuriamoci quale impulso   potrà derivare alle indagini su quella vischiosa zona grigiacheconsenteagliaffaridi mafia di prosperare!

1) AZIONE PENALE E POLIZIA GIUDIZIARIA NELLE MANI DELLA POLITICA L’azione penale a parole resta obbligatoria, ma dovrà essere esercitata “secondo i criteri stabiliti dalla legge” , vale a dire che sarà la politica a stabilire chi indagare e chi no: ed è improbabile che essa mostrerà particolare zelo per gli intrecci tra pezzi del suo mondo e la mafia   . Quali che siano tali criteri, poi, resta il fatto che non sarà più direttamente la magistratura a disporre della polizia giudiziaria, che pertanto prenderà ordini dal governo (ministero degli interni per la polizia di stato; difesa per i carabinieri; economiaperlaGdF).Lapolitica,in sostanza, avrà in mano il rubinetto delle indagini e potrà regolarlo col contagocce tutte le volte che ci sia il rischio di scoprire qualcosa di troppo degli “inquietanti misteri” di cui parlava Falcone.

2) ASSOLTI PER SEMPRE    Con clamorosa violazione della “parità delle armi” tra accusa e difesa, mentre l’imputato condannato potrà sempre ricorrere in appello, il pm non lo potrà fare in caso di assoluzione dell’imputato, salvo che “nei casi previsti dalla legge”. Ora, sarà impossibile (per non perdere la faccia) che tra questi casi non rientrino i delitti di mafia, ma che ne sarà del cosiddetto “concorso esterno”? Senza questa figura è impensabile che si possano colpire anche le collusioni conlamafia,mapoichéildelitto non esiste (lo sostiene il presidente Berlusconi!), si può scommettere che sarà fortementearischiolapossibilitàper il pm di appellare le assoluzioni per “concorso esterno”: la linea di demarcazione fra lecito e illecito tenderà sempre più allo sfumatoevanescenteeperlacosiddetta   “borghesia mafiosa” ci sarà da brindare.

3) L’INDIPENDENZA DEL PM “ABROGATA” PER LEGGE A spazzare definitivamente ogni possibile dubbio circa le effettive conseguenze della riforma provvede infine il nuovo – se approvato – art. 104 della Costituzione (quello che non a caso introdurrebbe la separazione delle carriere…), laddove stabilisce “che l’ufficio del pubblico ministero è organizzato secondo lenormedell’ordinamentogiudiziario che ne assicurano l’autonomia e l’indipendenza”. In sostanza, autonomia e indipendenza del pm non sono più valori di rango costituzionale tutelati dalla Carta fondamentale, ma optional rimessi alla legge ordinaria, che pertanto la politica potrà cambiare a suo piacimentosenzaneancheilfastidio delle procedure e delle maggioranze qualificate previste per le norme costituzionali. Vale   a dire che la politica non avrà in mano soltanto il “rubinetto” delle indagini, ma avrà in sua balia direttamente il pm. Per cui è difficile pensare che vorrà orientarlo verso inchieste che potrebbero scoprire segreti inquietanti   di colletti bianchi e/o politici per favori scambiati con la mafia o affari fatti insieme. Ed è persino superfluo notare che tutto ciò che colpisce in prima battuta il pm avrà inevitabilmente un effetto domino sui giudici: perché se al pm non è consentito indagare su certe materie, esse non arriveranno mai sul tavolo del magistrato giudicante.

Un pericolo che  non si può correre

COME si vede, gli scenari futuri sono cupi e se si vuole che la lotta alle mafie non rischi di diventare un esercizio di facciata, ma sia un’azione incisiva, la riforma costituzionale in cantiere dovrebbe essere riconsiderata: perché le conseguenze negative che ne potrebbero obiettivamente derivare (obiettivamente: anche a prescindere dall’orientamento di questa o quella maggioranzapoliticacontingente)costituiscono un pericolo da non correre. A Potenza, nella XVI Giornata antimafia della memoria e dell’impegno, organizzata da Libera per il 19 marzo, si discuterà anche di questo.

di Giancarlo Caselli – IFQ

9 febbraio 2011

Lo Stato (alla memoria)

Ci sarà da divertirsi tra un mese alle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Cioè di uno Stato che, ammesso che sia mai esistito, è defunto da un pezzo. Ci sarà da pagare il biglietto per vedere le massime cariche e soprattutto scariche magnificare le virtù civiche di Cavour, Mazzini, Garibaldi, Gioberti e altri poveri ingenui che dedicarono la vita a un ideale oggi finito nelle mani che sappiamo. Sarà avvincente soprattutto ascoltare la prolusione di B. dal titolo “Cavour, il senso dello Stato e io modestamente lo nacqui”. Infatti l’altro giorno al vertice Ue non ha detto una parola di politica estera. Anzi no, una cosa l’ha detta: “Qui ci occupiamo dell’Egitto, ma c’è un altro Paese sull’orlo della catastrofe: l’Italia, dove i giudici vogliono processarmi”. Pare che la Merkel stesse chiamando l’ambulanza. Al Centocinquantenario non potrà mancare, magari per la rievocazione delle cinque giornate di Milano, il prefetto Gian Valerio Lombardi (già noto per l’immortale frase: “A Milano e in Lombardia la mafia non esiste”): quello che si mette sull’attenti quando Marysthell Polanco, la pupa del narcotrafficante Carlos Ramirez appena arrestato con 12 chili di coca e condannato a 8 anni, lo chiama sulla linea privata (il numero l’ha avuto da Palazzo Grazioli), gli dice di essere amica del premier e dunque pretende permesso di soggiorno e cittadinanza italiana. E lui che fa? Le dice di mettersi in fila alla questura con tutti gli altri? No, la riceve due volte nel suo ufficio e, siccome a Milano parcheggiare è un sogno, la fa entrare con l’auto nel cortile del Palazzo del   governo, magari accanto alle volanti che hanno arrestato il narcofidanzato. Alla fine, fantozzianamente, il servitore dello Stato si raccomanda con la pupa del gangster (Carlos, non Silvio): “Mi saluti il presidente quando lo vede”. La selezione dei prefetti della Repubblica dev’essere severissima, se si pensa alle gesta di Carlo Ferrigno, già questore di Torino e poi prefetto di Napoli, direttore centrale dell’Ucigos e commissario anti-racket. Quando Maria Makdoum, 20 anni, danzatrice del ventre, si stufa di studiare e vuol saltare la fila per andare in tv, ci pensa lui: il superprefetto chiama Lele Mora (chi non ha il numero di Lele Mora?) e affida la ragazza nelle sue sapienti mani, poi l’accompagna a Palazzo Grazioli. E ci dev’essere qualche giovin Ferrigno anche alla Questura di Milano, se è vero che Ruby fu rilasciata in tutta fretta dai funzionari che poi omisero di annotare nelle relazioni ufficiali la telefonata del premier. Pure alla Consulta la selezione dev’essere draconiana, se si pensa che riuscì a diventarne presidente persino Antonio Baldassarre, ora imputato per aggiotaggio per essersi inventato con documenti falsi una inesistente cordata per Alitalia: per dire in che mani era, fino a qualche anno fa, la Consulta. Sempre per la serie “servitori dello Stato”, si segnala l’assessore regionale al Territorio della Lombardia, il leghista Daniele Belotti, indagato con altri 103 ultrà dell’Atalanta accusati di pesanti violenze dentro gli stadi e fuori. È la famosa tolleranza zero del ministro Maroni (chissà se il Belotti aveva la tessera del tifoso). Lo sgovernatore Formigoni, già comprensibilmente orgoglioso di aver   portato al Pirellone la nota statista Nicole Minetti, aggiunge un’altra perla alla sua collezione di servitori dello Stato. Ma si può fare di meglio, come dimostra il via vai chez B. di Ghedinilongopecorellalfano per vedere come usare governo e Parlamento per abolire l’ennesimo processo al premier. All’uscita, coi pantaloni strappati in corrispondenza delle ginocchia, questi servitori dello Stato biascicano che “la Procura viola la Costituzione”. Parola dei maggiori produttori di leggi incostituzionali della storia dell’umanità. Forse, in vista del Centocinquantenario, è il caso di provvedere a una riformina linguistica: i servitori dello Stato c’erano quando c’era lo Stato; oggi ci sono i servitori.

di Marco Travaglio – IFQ

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