Posts tagged ‘Parlamento’

3 ottobre 2012

Lodo Longo

Libera, Legambiente e Avviso Pubblico rivelano che a più di 1 italiano su 10 è stata chiesta una tangente. Report e il Fatto rivelano che più di 1 parlamentare su 10 è nei guai con la giustizia. L’Istat rivela che più di 1 italiano su 10 è senza lavoro. Se ne potrebbe persino dedurre che, se uno rifiuta una mazzetta a un parlamentare, resta disoccupato. Ma su queste prodigiose coincidenze statistiche si attendono lumi dal sen. avv. Piero Longo, difensore di B, che a Report ha dato spettacolo: “Per me può stare in Parlamento anche un condannato definitivo. Il Parlamento dev’essere la rappresentazione mediana del popolo che rappresenta: perché dovrebbe essere migliore?”. Forse al nostro principe del foro sfugge l’etimologia di “elezione”, che deriva da “eligere”, cioè selezionare, possibilmente il meglio. Se lo scopo fosse riprodurre in scala la società, anziché eleggerli, tanto varrebbe sorteggiare i parlamentari tra le varie categorie, comprese quelle criminali. Anni fa, a Milano, imperversava una gang di cileni dediti al borseggio sui mezzi pubblici. Un giorno ne fu arrestato e processato uno. Il giudice gli chiese di declinare le generalità e gli domandò che lavoro facesse per vivere. Il tizio rispose: “Rubo i portafogli ai passeggeri degli autobus”. Il giudice replicò che quello era un reato, non un lavoro. Lui però insisté: “I miei amici mi hanno convinto a lasciare il Cile e a raggiungerli qui in Italia proprio perché mi hanno assicurato che avrei potuto guadagnare bene borseggiando la gente, sennò non sarei venuto”. Non sappiamo se il suo difensore fosse il professor Longo, ma se lo sarebbe meritato. Perché i due, a loro insaputa si capisce, ragionano esattamente allo stesso modo: rubare è un lavoro come un altro e i ladri han diritto di eleggere i loro bravi rappresentanti in Parlamento come qualunque altra categoria (gli amici del cileno non l’avevano avvertito che nel Parlamento italiano la lobby dei ladri è più nutrita ancora di quella degli avvocati). Ora che gli elettori sono alla disperata ricerca del nuovo che avanza, non resta che lavorare di fantasia. Grande successo avrebbe il Pdo (Partito degli omicidi), magari diviso in due correnti, Pdod (Partito degli omicidi dentro) e Pdof (Partito degli omicidi fuori), con piattaforme programmatiche semplici e comprensibili a tutti: la prima “uscire”, la seconda “non entrare”. Spopolerebbe poi, specie in certe zone del Sud ma pure del Nord, un “Forza Mafia”, coalizzato o apparentato con “Forza Camorra” e “Forza ‘Ndrangheta”. Invece il Pdno (“Partito Delinquenza non Organizzata”) rischierebbe continue scissioni, a causa della rissosità dei dirigenti e soprattutto della base, portatrice di interessi legittimi, ma confliggenti fra loro: difficile mettere d’accordo gli estremisti dell’assassinio con i moderati del sequestro di persona (l’ostaggio, almeno all’inizio, è preferibile vivo: rapire cadaveri non conviene). Per combattere l’astensionismo dilagante è poi consigliabile dare adeguata rappresentanza a categorie criminali colpevolmente neglette nell’attuale panorama parlamentare: se le Camere pullulano di esperti in corruzione, concussione, truffa, peculato, frode fiscale, falso in bilancio e mafie varie, non si vede perché trascurare i legittimi interessi di ricettatori, ladri di bestiame, rapinatori di banche (da non confondere con i banchieri), profanatori di tombe o bracconieri. E chi sono, figli di un dio minore? Fra l’altro, diversificando le tipologie penali, aumenterebbe di gran lunga le probabilità di una rapida approvazione della legge anticorruzione.

di Marco Travaglio, IFQ

7 giugno 2012

Alla buvette festa con cedrata assieme a Tedesco: no all’arresto con voto segreto, scaricabarile tra partiti

Appena il tabellone si illumina, il suo vicino di banco gli molla uno schiaffo sul guancione sudato. Benedetto Sergio de Gregorio: benvenuto tra i salvati del Parlamento. Lui si guarda intorno incredulo. Il presidente Renato Schifani ripete: “Il Senato non approva. Il Senato non approva”. Lui, il padrino di Valter Lavitola (“Gli ho fatto il compare di cresima…”, diceva ieri a chi gli chiedeva se fossero ancora amici) si appoggia allo schienale: 109 favorevoli al suo arresto per associazione a delinquere e truffa aggravata nell’ambito dell’inchiesta sui finanziamenti pubblici a l’Avanti, 149 contrari. I domiciliari che chiedeva il gip di Napoli sono acqua passata. Adesso è l’ora della festa. “Una cedrata! Un chinotto! “Ci sono anche due caffè”, “Per me un bianco!”: cinque minuti dopo aver lasciato l’aula dove era sotto accusa, alla buvette di palazzo Madama il brindisi è servito. Alberto Tedesco – già senatore Pd graziato anche lui dai domiciliari per i guai con la giustizia pugliese quando era assessore alla Sanità – è appoggiato al bancone: spalle al barista, si gode lo spettacolo del cin-cin a De Gregorio, lo guarda come il veterano che quei momenti li ha già vissuti. E pensare che è stato proprio lui, in Aula, a prolungare di qualche secondo il calvario del sodale di Lavitola: mentre Schifani apriva le votazioni, Tedesco si era perso la tessera indispensabile per il voto elettronico. Rosso in volto, l’ha trovata dopo qualche istante, infilata nell’urna e contribuito a salvare il nuovo amico. Vero, il voto è segreto: ma su quello di Tedesco non c’è mistero. I due sono lì, insieme, complici e solidali. Inutile chiedere confidenze. De Gregorio è abbottonatissimo: “Stavamo parlando di suo cognato, gli hanno fatto fare tre mesi ai domiciliari, si immagini la sofferenza di una famiglia…”. Tutto qui? “Tutto qui: le dico solo che nei giorni scorsi il senatore Tedesco mi ha scritto una lettera bellissima”. Poi suona il telefono. “Carmelo! Grazie, sei affettuosissimo!”. De Gregorio è tempestato dalle congratulazioni. Sms a raffica (“Auguri senatore”), un personaggio da film (gessato, occhiali dalla montatura nera e spessa, vistoso anello al mignolo sinistro) lo assiste nello smistamento delle felicitazioni. Lui si asciuga il sudore con un fazzoletto bianco, pulisce gli occhiali con un’altra pezza blu.

MENTRE è circondato dai giornalisti, alle sue spalle sfila Luigi Lusi. Anche lui è di rientro dalla buvette. Anche lui è in procinto (almeno spera) di fare il suo ingresso nei salvati del Parlamento. Ieri non ha festeggiato, ha preso solo un caffè. Ma nonostante il volto impassibile (e già abbronzatissimo), più di un collega (tutti Pdl) lo avvicina per dargli una pacca sulle spalle. “Visto? Ha preso quaranta voti in più”. Un altro lo prende per un braccio: “Mi raccomando”. Anche in Aula ha assistito al dibattito immobile, si è girato solo ogni tanto per parlare con Alberto Tedesco, seduto nella fila dietro di lui. Lusi ancora non si rilassa: la Giunta voterà l’autorizzazzione al suo arresto il 12 giugno, l’Aula ancora più in là. Troppo presto per cantare vittoria. Certo, conforta anche Lusi sapere che ieri, grazie al voto segreto, c’è chi ha potuto dichiarare pubblicamente il voto favorevole agli arresti e poi cambiare idea negli anfratti dell’urna. I maggiori indiziati sono Lega e Udc. “Fate i conti! Questa volta il voto è trasparente!” sbraitavano ieri al Senato alcuni democratici furibondi per l’esito della votazione. I conti dicono (ma qui la matematica può sbagliare, tanto che Lega e Pdl sostengono che tra i traditori ci siano anche alcuni democratici) che i 98 senatori Pd sommati agli 11 dell’Italia dei Valori fanno 109, esattamente il numero di quelli che hanno detto sì all’arresto. La capogruppo Pd Anna Finocchiaro se lo aspettava, tanto che ha rivolto un appello ai colleghi a rinunciare al voto segreto, a prendersi la responsabilità delle proprie opinioni “anche per la diffidenza che ogni giorno sentiamo e soffriamo nei confronti del Parlamento”. Schifani ha verificato che ci fossero ancora senatori contrari al voto palese: il tabellone si è acceso per metà (ne bastavano 20).

SUCCEDERÀ anche con Lusi? L’ex tesoriere della Margherita esclude “l’ipotesi di un accordo politico” e di uno scambio di favori, dice che la sua storia e quella di De Gregorio non c’entrano nulla. Il senatore Pdl invece lo ha già messo nel calderone: “La carcerazione preventiva non serve a nessuno. Il caso Lusi non lo conosco ma lui è reo confesso e gli hanno già arrestato la moglie. Io non voterò a favore dell’arresto. Gli altri facciano come vogliono, io non voterò a favore del suo arresto”: Poi si allontana, lo show è finito. “Sto riflettendo sul mio futuro, penso di mettermi seriamente a lavorare, farò il consulente, magari in Medioriente. Certo, quando uno è un libero cittadino non fa più notizia. Ma viste le mie vicende giudiziarie, credo che potrei anche saltare un giro, non sarebbe uno scandalo”..

di Paola Zanca, IFQ

7 giugno 2012

Pirlamento

Vivissimi ringraziamenti alle Camere a ore che ieri, in stereo, hanno ratificato a Montecitorio l’arraffa-arraffa dei partiti sulle cosiddette “autorità indipendenti” e a Palazzo Madama han salvato con 169 voti dagli arresti domiciliari l’ottimo De Gregorio, accusato di una truffa di 23 milioni con un giornale fantasma in combutta con quell’altro statista di Lavitola. Il tutto grazie al voto segreto, che ha moltiplicato i 127 voti del Pdl (unico a esprimersi contro l’arresto) con i franchi tiratori della Lega (22 senatori), dell’armata brancaleone detta Coesione Nazionale (Responsabili e frattaglie varie: 13), ma anche presumibilmente di qualche Udc e Pd (già decisivi sulla responsabilità civile dei giudici). Se non ci fossero questi partiti, così coerenti e tetragoni perinde ac cadaver (il loro), qualcuno potrebbe abboccare all’illusione che basti un governo tecnico piovuto da chissà dove per riverginare una classe dirigente che pretende di dare lezioni all’Europa, alla Merkel e a quei bizzarri elettori che non votano più o scelgono le liste e i candidati più lontani dalla fogna partitocratica. Completa l’edificante quadretto il voto del Consiglio regionale della Lombardia sul governatore granturismo Formigoni: respinta la mozione di sfiducia di Pd, Idv, Sel, appoggiata dall’Udc. Il capogruppo del Pd Luca Gaffuri ha fatto onore al suo cognome restando in vacanza in Grecia, forse stremato dall’immane sforzo di compilare una mozione contro Formigoni dopo 17 anni di opposizione consociativa. Da tutt’e tre le votazioni esce bene anche la “nuova” Lega di Maroni, quella della ramazza padana: alla Privacy piazza la consigliera Rai Giovanna Bianchi Clerici, ex deputata e sempre imputata; su De Gregorio dice di votare per l’arresto e poi di nascosto fa il contrario; su Formigoni ribadisce la fiducia, impermeabile agli scandali che fanno della Lombardia la regione leader per consiglieri indagati, davanti a Calabria, Sicilia e Campania. È una fortuna che, di tanto in tanto, i partiti della maggioranza-ammucchiata ABC e i finti oppositori della Lega ricordino agli italiani chi sono, come sono e perché stanno lì: per spartirsi torte, cariche, posti e fondi pubblici, e naturalmente per salvare i rispettivi ladri. Non sia mai che uno finisca in galera o ai domiciliari: come ebbe a dire profetico l’on. avv. Paniz a proposito dell’arresto (ovviamente negato) di Milanese, “si rischia di creare un pericoloso precedente: oggi tocca a lui, domani potrebbe toccare a ciascuno di noi”. Dunque no alle manette per Milanese, per Cosentino, per Tedesco, e magari prossimamente per Lusi. Un malaugurato incidente di percorso portò in cella l’ottimo Alfonso Papa, unico arrestato della storia repubblicana senz’aver sparato un colpo: infatti la casta, anzi la cosca, ancora non s’è riavuta dallo choc. Grillo, negli ultimi giorni, ha abbassato i toni e limitato gli interventi al minimo: per guadagnare voti gli basta tacere e lasciar parlare gli altri. Come a Bossi nel 1992-’93. Solo che all’epoca c’era al Quirinale un certo Scalfaro il quale, quando la Camera disse no all’arresto di De Lorenzo, tuonò: “Un voto intollerabile: giuro che, se gli adempimenti fossero già stati completati, la giornata sarebbe finita con lo scioglimento delle Camere”. Ieri abbiamo atteso un severo monito di Napolitano sul voto pro De Gregorio e sulla grande abbuffata delle Authority (che, se non andiamo errati, richiede anche il suo decisivo “visto”). Ma invano. Dal Colle è uscita solo una decisiva precisazione sulla sobria festa del 1° giugno al Quirinale: “La composizione del buffet definitivamente offerto ai partecipanti al ricevimento è stata la seguente: crostini, canapés, panini, focaccine, formaggi (mozzarelle e ricotta del coordinamento “Libera”, provola, parmigiano), cous-cous di verdure di “Libera”, frutta, bevande (vini di “Libera”, prosecco, succhi di frutta, acqua minerale)”. Buon appetito.

di Marco Travaglio, IFQ

23 aprile 2012

I quattro onorevoli a piede libero in Parlamento

Nicola Cosentino “libero” da gennaio

Sergio De Gregorio si vota a metà maggio

Adesso Roberto Formigoni chiede aiuto al popolo dei fax. Proprio lui, che con i video esilaranti e i twitter compulsivi ha colonizzato la Rete, affida ai fedelissimi il ritorno al vecchio terminale: in questo momento difficile – supplicano i suoi – “inviategli un fax con scritto ‘Presidente, siamo con te!’”. Ma non è solo il mezzo a trascinarci nel passato. È che il “popolo dei fax” è nato nel ’92, quando i cittadini indignati inondavano le redazioni dei giornali con i loro messaggi carichi di ‘vergogna’. Erano gli anni di Mani Pulite, quei giorni – dall’aprile del ’92 all’aprile del ’94 – in cui durante i lavori della Camera si parlò per 896 volte di autorizzazioni a procedere. Un po’ come in Lombardia, la regione presieduta da Formigoni: in nove mesi, tra assessori e consiglieri, ha sfornato 10 indagati. Bazzeccole in confronto a quello che è successo in Parlamento : nello stesso periodo, da luglio a oggi, ci sono quattro onorevoli che secondo i giudici dovevano essere arrestati. Invece siedono ancora nelle aule di Montecitorio e palazzo Madama. E per i cittadini che al posto loro non avrebbero avuto speranze di salvezza non è esattamente un paragone rasserenante . Che sia anche questo a far passare agli elettori la voglia di partecipare? C’è chi propone, come il Pd Francesco Sanna, “una class action dei parlamentari onesti contro chi sta devastando la nostra credibilità”. Lui è nella giunta per le immunità del Senato e domani sera alle 20.30 ascolterà la difesa di Sergio De Gregorio, il deputato Pdl per cui la procura di Napoli ha chiesto i domiciliari. È accusato di truffa e false fatturazioni nel-l’inchiesta sui fondi all’editoria per l’Avanti di Valter Lavitola: i pm credono che possa fuggire o commettere altri reati, la Giunta mercoledì prossimo valuterà se proporre all’Aula l’autorizzazione all’arresto, al massimo entro metà mese il Parlamento dovrebbe decidere se Sergio De Gregorio merita la custodia cautelare o è solo un perseguitato dalla giustizia. Negli ultimi trent’anni, la prima sorte è toccata solo ad Alfonso Papa, deputato Pdl coinvolto nell’affare P4: finì a Poggioreale il 20 luglio 2011, ci rimase 101 giorni e uscì dai domiciliari alla vigilia di Natale. Un precedente che nei palazzi viene rievocato in maniera solenne: ci vorranno altri trent’anni, dicono, prima che risucceda.

   Prima di Papa, che ora è tornato a sedersi sul suo scranno nella quarta fila dell’emiciclo, era toccato al senatore Pd Alberto Tedesco. Per due volte respinto il suo arresto, chiesto dai pm di Bari che indagano sugli affari della sanità pugliese. I suoi colleghi di scranno hanno detto no prima al carcere e poi ai domiciliari. E ora che la Cassazione ha emesso il suo verdetto definitivo (Tedesco “continua a mantenere relazioni e rapporti con burocrati e funzionari rimasti all’interno dell’amministrazione sanitaria grazie anche al suo rilevante ruolo politico di senatore della Repubblica”) palazzo Madama continua ad aprirgli ogni mattina il portone con tutti gli onori del caso: il Senato si è già pronunciato e, secondo il principio del ‘ne bis in idem’, non lo rifarà più. Non ci esprime due volte sulla stessa cosa.

   Poi è stata la volta di Marco Milanese, l’ex braccio destro del ministro Giulio Tremonti accusato di corruzione, rivelazione di segreto d’ufficio e associazione per delinquere. I pm chiedevano che andasse in carcere da luglio, la Camera lo costrinse a un’estate sulle spine, poi a settembre lo salvò, anche se con soli 7 voti di scarto. Ora anche lui passa giornate serene tra il Transatlantico e la buvette. E poi c’è Nicola Cosentino, che si è concesso perfino il bis. La prima volta a dicembre 2009, la seconda a gennaio 2012, in entrambi i casi per i suoi legami con appartenenti al clan dei Casalesi. Due inchieste diverse, due volte il Parlamento ha deciso di tenerselo stretto.

di paola Zanca, IFQ

Marco Milanese salvato a settembre

Alberto Tedesco graziato a febbraio

1 marzo 2012

F35, progetto irreversibile all’insaputa del Parlamento

 Di aereo qui c è solo il C130 su cui siamo arrivati…”. Ieri mattina un Twitter della democratica Federica Mogherini raccontava la scena a cui hanno assistito i deputati della Commissione Difesa appena scesi dall’aereo militare che li ha portati a Cameri, in provincia di Novara, nella base dove saranno assemblati gli F35.

   NEANCHE L’OMBRA di un velivolo: Tornado ed Eurofighter in manutenzione erano chiusi negli hangar, mentre dove fino all’anno scorso c’era un grande prato, ora c’è un cantiere Alenia quasi pronto per accogliere le ali dei nuovi strumenti da combattimento. L’Italia infatti è acquisitore ma anche produttore degli F35. A maggio cominceranno ad essere assemblate le “braccia” dei nuovi prototipi. I primi 29 andranno in America, 3 resteranno in Italia, 2 raggiungeranno l’Olanda. “La sensazione che abbiamo avuto atterrando a Cameri – spiega Mogherini – è quella di un progetto a uno stadio irreversibile. Purtroppo dall’aprile del 2009, quando la Commissione Difesa votò a favore dell’acquisto degli aerei, con i consensi dell’ex maggioranza, non abbiamo più avuto informazioni. Il documento votato impegnava il governo a riferire al Parlamento annualmente sullo stadio del progetto, ma la trasparenza è stata nulla e per più di due anni non abbiamo avuto alcuna notizia. Abbiamo visto più volte il ministro in questi mesi che quello precedente da allora. Così scopriamo che c’è un cantiere già impiantato, che stiamo per firmare un contratto per i primi prototipi e che tra qualche mese da Cameri usciranno le ali dei nuovi aerei. Troppo tardi”.

   Non è troppo tardi, però, per rivedere la scelta politica di proseguire o meno con l’acquisto degli aerei. “Finalmente – continua Mogherini – abbiamo capito a che punto è la trattativa per l’acquisizione. L’Italia sta completando l’ordine per i primi tre mezzi, ma la produzione vera e propria partirà dopo il 2017. Il che significa che ci sarà il tempo per valutare le reali necessità future”. Anche se il ministro Giampaolo di Paola – ascoltato in Commissione Difesa dai deputati al ritorno da Cameri – non sembra intenzionato a fermarsi: “Compreremo 90 F35 e 90 nuovi Eurofighter. Nel 2025 avremo un parco aereo di 180 velivoli, tenendo anche conto che non si tratta di sostituzioni uno-contro-uno ma di aerei di tecnologia superiore rispetto a quelli del passato (gli attuali 160 saranno via via rottamati, ndr). Quanto al piano di acquisto degli F-35 – ha detto ancora Di Paola – nelle prossime settimane, o al massimo fra pochi mesi, piazzeremo l’ordine per i primi 3 velivoli e poi di anno in anno saranno fra i 3 e i 5”. Il costo di ogni F35 sarà di 80 milioni. Scenderà se gli ordini dall’estero saranno alti. Per Di Paola “la metà del costo degli Eurofighter”.

   CONTINUANO intanto le iniziative dei cittadini contro l’acquisto dei velivoli da combattimento. A Cameri i parlamentari Ramponi (Pdl), Mogherini e Pinotti (Pd) e Di Stanislao (Idv) hanno incontrato il comitato locale Noeffe35. “Non vogliamo un’enorme fabbrica di morte a pochi chilometri da casa nostra” hanno spiegato i novaresi ai rappresentanti della politica, “e non stiamo facendo solo una battaglia ambientalista, perché la base esiste da alcuni anni e gli espropri sono stati fatti da tempo, ma davvero non vogliamo che la nostra terra ospiti ordigni in grado di uccidere”. Inoltre sabato le associazioni Tavola della Pace, Rete italiana disarmo, Sbilanciamoci, Unimondo e le Acli raccoglieranno le firme in cento piazze d’Italia contro per provare a frenare un processo che ai deputati è apparso ormai irreversibile.

di Caterina Perniconi, IFQ

Un F-35 su una pista di decollo (FOTO AP)

26 gennaio 2012

L’orgettina

Nascosti dietro i tecnici, in uno dei loro più riusciti travestimenti, i politici autonominati vivono una stagione di libidine sfrenata. In Parlamento non vanno mai (le aule sono deserte, tanto non c’è niente da votare). Qualunque porcata facciano non se ne accorge nessuno. E hanno un sacco di tempo libero per dare sfogo alla perversione più inconfessabile: l’inciucio, sogno proibito di una vita, che negli anni passati li costrinse a spericolati e clandestini Kamasutra per non farsi notare dagli elettori. Ora invece, dietro il trompe l’oeil montiano, sono come topi nel formaggio: possono scatenarsi, come quei sadomasochisti repressi che trovano finalmente il coraggio dell’outing in gita premio a Sodoma e Gomorra. E allora vai con l’orgia, anzi al momento l’orgetta, sulla giustizia. Ad apparecchiare il talamo a tre piazze Pdl-Pd-Udc è Il Messaggero, quotidiano del gruppo Caltagirone, con la scusa della solita “riforma della giustizia” (non bastando le cento e più varate, con i risultati noti a tutti, negli ultimi 18 anni). L’idea l’ha lanciata sul Messaggero un osservatore neutrale: Casini, che incidentalmente di Caltagirone è il genero. L’indomani gli ha risposto, sempre sul Messaggero, il presunto segretario del Pdl Alfano. Poteva mancare a questa soave corrispondenza di amorosi sensi il contributo di Violante? No che non poteva. Infatti ieri è arrivato anche lui: “Per anni siamo vissuti fra due opposti giacobinismi”, ha detto, mettendo sullo stesso piano i magistrati che tentano di far rispettare le leggi e i politici che le violano o le cambiano a proprio uso e consumo. Ma ora “basta alibi, cambiare la giustizia si può”, anche perché ora “abbiamo la fortuna di avere un ministro competente, capace, onesto e stimato”. Cioè l’avvocato Paola Severino, casualmente fino a due mesi fa difensore di Caltagirone, condannato in primo grado a 3 anni e 6 mesi per la scalata Unipol-Bnl (insider trading e ostacolo alla Consob). Il genero Piercasinando propone sul giornale del suocero di “chiudere vent’anni di contrapposizione tra potere giudiziario e potere legislativo”. Lui i processi ai politici che rubano e mafiano (in gran parte amici suoi) li chiama “contrapposizione”. E vorrebbe chiuderli col disarmo bilaterale: dei politici ladri e mafiosi, ma anche dei giudici che li hanno scoperti (“La politica deve fare autocritica, ma pure il mondo della magistratura deve riflettere su certi eccessi”). E poi con una bella legge contro le intercettazioni, “su cui si deve raggiungere un equilibrio di civiltà”. Violante, sul disarmo bilaterale, concorda: “Il magistrato non è il custode della moralità… Molte volte la magistratura, esercitando un compito improprio, è stata costretta a intervenire sulla politica”, mentre è “l’elettore il selezionatore della classe politica”. Cioè: se un magistrato scopre un politico a rubare o a mafiare, deve ritirarsi in buon ordine perché non è compito suo indagare: deve lasciarlo fare agli elettori, che naturalmente non sanno nulla. In più, a giudicare i magistrati in sede disciplinare, non dovrà più essere il Csm, ma un’“alta corte di giustizia” nominata dal Parlamento, cioè dai politici, che così potranno processare i magistrati. Invece i magistrati che processano i politici “esercitano un compito improprio”. E, se questa è la posizione del Pd, siamo a cavallo. Al confronto, Angelino Jolie è una mammoletta: sulle intercettazioni teme che “il testo da me proposto non potrà ottenere la convergenza del Pd”. Uomo di poca fede: con i Violante tutto è possibile. Del resto, sulla svuotacarceri Severino, il Pd s’è già rimangiato la richiesta di abolire l’ex-Cirielli (il Pdl non vuole) e ha digerito senza un ruttino la trovata del Pdl di escludere dai benefici scippatori, ladri e rapinatori: cioè quelli che davvero affollano le carceri, mentre restano compresi i colletti bianchi, che in carcere non ci sono ma potrebbero presto finirci. Compreso Caltagirone, che in caso di condanna definitiva, rischiava di finire dentro. Invece scampato pericolo, grazie alla legge firmata dal suo ex avvocato divenuto ministro. Libidine pura.

di Marco Travaglio, IFQ

20 dicembre 2011

Il diritto alla vivacità

Noi, sia chiaro, preferiamo una maggioranza forte e robusta che governi e un’opposizione combattiva e vigile che la controlli (l’esatto contrario della situazione attuale). Meglio qualche intemperanza e qualche scintilla di troppo che la morta gora del tutto va ben madama la marchesa. Dunque saremmo pronti a dare ragione a Bobo Maroni, che in una lettera al Corriere risponde al monito di Massimo Franco, l’estintore-capo del Quirinale, contro la gazzarra inscenata dai leghisti in Parlamento contro Monti, Fini e Schifani, e rivendica il “diritto a una protesta vivace”. Ma a due condizioni. Primo: Maroni ci dica chi gli ha scritto la lettera, pregna di dotte citazioni da Whitman, Brecht, Hobbes e Gramsci, dunque molto probabilmente non sua. Secondo: Maroni rinneghi tutto quel che lui e gli altri leghisti hanno predicato per 17 anni contro chiunque osasse protestare anche molto meno “vivacemente” di loro contro i loro governi. Siccome Maroni cita Gianfranco Miglio come padre della Padania, ricorderà di certo il suo giudizio sul primo governo B: “Programma demenziale, roba da restaurazione”. E la risposta di Bossi in rime baciate: “poveraccio”, “vecchio fuori di testa che fa un putiferio perché non gli han dato la poltrona”, “me ne fotto delle sue minchiate”, “arteriosclerotico, traditore, panchinaro”, “una scoreggia nello spazio”. Forse, 17 anni dopo, è il caso di difendere il diritto alla protesta vivace del professore, nel frattempo scomparso. Nel 2002, al Palavobis, 50 mila cittadini protestarono pacificamente contro le prime leggi vergogna. Il Guardasigilli leghista Castelli commentò: “Questi discorsi li ho già sentiti da molti cattivi maestri dopo il ’68. Poi vennero gli anni di piombo”. L’anno scorso, alla festa del Pd a Torino, un gruppo di giovani contestò il presidente del Senato Schifani per le sue amicizie mafiose. La pasionaria padana Rosi Mauro tuonò: “Inconcepibile. E queste sarebbero le persone che professano la democrazia nel Paese?”. Cioè: urlare a Schifani – peraltro noto insultatore – “buffone”,“vaffanculo”,“va’ a cagare”, “faccia di merda” è indice di “vivacità”, mentre ricordare i suoi soci e clienti mafiosi è eversione? L’altro giorno Gian Antonio Stella, sul Corriere, s’è divertito a ricordare quel che dicevano i leghisti quando le proteste vivaci la faceva il centrosinistra contro le leggi-porcata del loro governo. Tipo Calderoli: “L’ostruzionismo parlamentare è una tecnica legittima. Ma i sit-in in aula, le intimidazioni alla presidenza, la volontà di creare incidenti o risse no”. Ancora il 6 settembre il capogruppo Bricolo bacchettava gl’“irresponsabili” oppositori della seconda manovra Tremonti: “I mercati ci guardano e chiedono l’approvazione veloce della manovra, ma Di Pietro annuncia ostruzionismo duro. Bene fa il governo a porre la fiducia per evitare la fine della Grecia, che forse l’opposizione ci augura”. Chissà se Maroni lo ripeterebbe oggi per la manovra Monti, che lui e i suoi chiamano “rapina”. Altrimenti qualcuno sospetterà che la Lega sia così “irresponsabile” da augurarci “la fine della Grecia”. Ps. Nella lettera al Corriere, il vivace Bobo ricorda “i lusinghieri risultati ottenuti” come ministro dell’Interno sulla sicurezza. E si compiace perché “le pretestuose azioni giudiziarie contro le camicie verdi si sono risolte tutte nel nulla”. Forse ricorda male: il processo di Verona ai vertici leghisti per le camicie verdi è finito nel nulla perché i tre reati contestati – attentato alla Costituzione, attentato all’unità e all’integrità dello Stato, costituzione di struttura paramilitare fuorilegge – furono depenalizzati dal centrodestra, Lega compresa, nel 2005 e nel 2010. All’insegna, si capisce, della sicurezza. Purtroppo non ci furono “proteste vivaci”, e nemmeno assonnate, dell’opposizione. Ma, volendo, Maroni può sempre rimediare, battendosi per ripristinare quei reati. Contiamo sulla sua proverbiale vivacità.

di Marco Travaglio, IFQ

4 agosto 2011

Dopo di lui il diluvio

Altro che rassicurare i mercati: per Berlusconi conta solo restare a Palazzo Chigi. E quindi nessun intervento urgente sui conti pubblici, solo generici impegni. Forti timori sulla reazione delle Borse.

Aspettiamoci di tutto

Mettiamo che i famosi mercati finanziari parlino attraverso un personaggio che li rappresenta tutti. E che questo personaggio ieri pomeriggio abbia ascoltato in televisione il discorso del presidente del Consiglio per sentirsi rassicurato sulla tenuta dei conti pubblici italiani e per non scappare a gambe levate demolendo più di quanto già non lo siano la nostra Borsa, le nostre banche, i nostri titoli pubblici. Prima di tutto l’uomo dei mercati avrà visto una scena poco rassicurante: il premier che ignora il ministro dell’Economia che gli siede accanto e che da questi viene ignorato. Davvero ieri alla Camera i due, Berlusconi e Tremonti, sembravano dei rancorosi separati in casa lontanissimi dall’immagine di un governo coeso e in qualche modo determinato a salvare la baracca. Quanto ai contenuti delle tanto attese comunicazioni, ciò che hanno capito tutti è presto detto. Primo: altro che esecutivi tecnici o di salvezza nazionale, altro che elezioni subito, Berlusconi intende restare aggrappato a Palazzo Chigi fino alla fine della legislatura, proprio ciò che i mercati volevano evitare per dare ancora una chance all’Italia. Secondo: niente sul piano degli interventi immediati per una correzione drastica dei disastrati conti pubblici. Ma solo la larvata promessa che da qui alla fine dell’anno non vi sarà un aumento del debito con il blocco delle spese e degli investimenti previsti. Un semplice rinvio del problema all’anno prossimo quando quei soldi andranno comunque spesi e dunque trovati, indovinate come. A questo punto che cosa dovrebbe fare l’uomo dei mercati stamane, quando apriranno le Borse? Applaudire? Aspettare? Scappare? Una sola cosa è certa: aspettiamoci di tutto.

di Antonio Padellaro, IFQ

Ultima chiamata

Chi si salverà dall’apocalisse prossima ventura della Seconda Repubblica? Non B., le cui performance al bungabunga, per quanto penose (soprattutto per le ragazze), sono comunque migliori di quella di ieri alla Camera. Non Bossi, che ha deciso di perire con lui, abbracciato al suo cadavere politico. Non Tremonti, avviato sul viale del tramonto per casini di case. Non i Responsabili o come diavolo si chiamano: basta guardarli in faccia. Potrebbero salvarsi gli oppositori, almeno quanti riusciranno a essere o almeno ad apparire alternativi alla casta e al berlusconismo: ma appaiono tutti impallati, ingessati, imbalsamati. Bersani e D’Alema li possiamo salutare con una prece, grazie alle gesta dei loro fedelissimi Morichini, Pronzato, Penati & C. Ma il Pd è un grande partito e potrebbe redimersi con un salto di genere (Bindi) o di generazione (Zingaretti). Piercasinando è un simpatico trasformista, ma basta dare un’occhiata accanto a lui per notare Cesa e sentirsi male. Rutelli non pervenuto. Fini ha sbagliato tutte le mosse tranne una (mollare B.). Vendola si dibatte tra un’immagine di leader movimentista e una realtà di governatore continuista e parecchio sgangherato. Di Pietro oscilla fra un passato di tribuno da piazza e una concorrenza grillina che lo spinge a cercar voti fra i centrodestri in fuga. Eppure un’occasione d’oro per scrollarsi di dosso la puzza di casta ce l’avrebbero: il referendum elettorale per cancellare il Porcellum di Calderoli (e Casini) e riportare in vita il Mattarellum. Che aveva mille difetti, ma almeno consentiva agli elettori di scegliersi direttamente – collegio per collegio, con l’uninominale – il 75% dei parlamentari (il resto era distribuito col proporzionale). Il quesito porta le firme di Di Pietro, di alcuni big democratici (Bindi, Veltroni, Parisi) e di Migliore di Sel. L’11 luglio è stato depositato in Cassazione e ora si tratta di raccogliere almeno 500 mila firme entro il 30 settembre. Dopodiché non si potranno più proporre referendum sino a fine legislatura, il che significa che alle elezioni del 2013 dovremmo votare con il Porcellum, cioè lasciar nominare i 945 parlamentari da cinque segretari di partito. A meno che, si capisce, il Parlamento non cambi la legge elettorale: mission impossible, visto che non solo non c’è una maggioranza su una proposta alternativa, ma i due partiti maggiori sono spaccati al loro interno su una miriade di proposte inconciliabili. Solo la pistola puntata del referendum potrebbe indurre le Camere a un estremo atto di resipiscenza. Dunque non si scappa: bisogna raccogliere mezzo milione di firme in meno di due mesi. Parisi e Di Pietro hanno annunciato al Fatto che passeranno l’estate ai banchetti (l’Idv anche per abolire le province). Ma gli altri? Che aspettano i finiani ad aderire e darsi da fare, per sottrarre a Pdl e Lega i voti di tanti italiani di destra schifati da una legge che è la quintessenza della casta? E l’Udc? E Sel? Ma soprattutto: a che gioco gioca il Pd? Le feste estive dell’Unità (o come diavolo si chiamano) sono il luogo ideale per raccogliere le firme. Ma l’astuto Bersani, non contento di aver boicottato e ignorato i referendum su legittimo impedimento, acqua e nucleare, salvo cavalcarli quando si rischiava di vincerli e metterci il cappello quando si sono vinti, sta ripetendo quel tragico errore per tenere insieme il Pd, diviso – tanto per cambiare – su cinque o sei posizioni. D’Alema, all’inseguimento di Casini, tifa proporzionale. E il maggioritario Veltroni, che era addirittura fra i promotori, ha cambiato idea: come sempre è pro “ma anche” contro. Ora però i casi sono due. O il Pd (con Fli, Sel e Udc) dà una mano a Di Pietro e a Parisi, e allora le firme si raccolgono, il referendum si fa, il quorum si raggiunge e il Parlamento di nuovo eletto dal popolo recupera un briciolo di autorevolezza. Oppure crolla tutto e chi finisce sotto le macerie è bene che ci resti. Ps. Da oggi sono in vacanza, quindi questa colonna si diraderà un pochino. Ma conto di tornare presto.

di Marco Travaglio, IFQ

29 marzo 2011

Nuove leggi ad personam pronte da giovedì

Nel caos della guerra, degli sbarchi selvaggi e con il terrore nucleare, in un’aula della Camera semi deserta hanno fatto il loro ingresso trionfale il processo breve “salva Silvio” e la legge comunitaria con annessa norma per la responsabilità civile dei giudici. Una giornata, insomma, nel segno delle leggi “ad personam” in un Parlamento che oramai, per dirla con il presidente della Consulta, Ugo De Siervo, “non fa più leggi” tranne, ovviamente, quelle che servono al Caimano. Ma al Pdl non piace che lo si dica.    Infatti, eccole qua. La prima a finire ieri in discussione è stata quella che contiene la responsabilità civile per i giudici (Comunitaria) sulla quale qualche ripensamento, in verità, è ancora in corso e la stessa maggioranza presenterà delle modifiche per renderla solo un po’ meno punitiva per i magistrati. Ma solo un po’: si parla di inserire la previsione che il magistrato sia sempre responsabile “per dolo o colpa grave” o per “la violazione manifesta del diritto”.

SUL FAR PESARE O MENO l’“errata interpretazione della norma” il dibattito è ancora in corso, ma sarà breve: il voto è previsto in settimana. Dove, invece, non c’è davvero più dialogo è sul processo breve con prescrizione breve. La maggioranza vuole arrivare a chiudere i giochi entro giovedì (nonostante i 270 emendamenti presentati dall’opposizione e le pregiudiziale di costituzionalità mandata avanti da Pd, Idv e Udc, oltre alla richiesta di una sospensione per due anni), al massimo entro martedì prossimo, considerando il passaggio al Senato “solo una pura formalità” , sintetizzava ieri proprio il relatore Pdl, Maurizio Paniz. I numeri ci sono – e sono ampi – e appena passerà alla Camera per Berlusconi si spalancheranno di fatto le porte dell’impunità sui processi Mediaset, Mediatrade e, soprattutto, Mills. Per chiarire: il processo Mills chiuderà i battenti entro fine maggio, gli altri due all’alba del 2012; per Ruby ci vorranno, invece, almeno tre anni, ma su quello la macchina del conflitto d’attribuzione è a pieno regime. Oggi la giunta per il regolamento darà il proprio parere (forse negativo) all’ufficio di presidenza della Camera che si esprimerà mercoledì sul voto dell’aula. Nonostante l’opposizione sia in vantaggio numerico (più uno in entrambi gli organismi) è più che probabile che il via libera per il voto di Montecitorio ci sia comunque (Fini non si opporrà). Una volta sollevato il conflitto, tutto sarebbe nelle mani della Corte costituzionale che – sono convinti nel Pdl – entro 8 mesi darà parere positivo al ritorno del processo davanti al Tribunale dei ministri. E anche sul Ruby gate, in sostanza, calerebbe il sipario. Non è scontato, ma il rischio che possa anche andare così c’è.

CONSIDERATI TUTTI questi elementi, non si sbaglia a dire che i prossimi dieci giorni saranno fondamentali per la salvaguardia giudiziaria di B. per gli anni a venire; salvo nuove inchieste, i processi incardinati a Milano hanno la sorte segnata dalle sue nuove leggi ad personam. Certo, l’opposizione darà battaglia, ma i numeri della maggioranza parlano chiaro e i Responsabili, a quanto si apprende, non faranno mancare il loro fondamentale apporto per porter ulteriormente ricattare il Cavaliere sul fronte, a loro caro, dell’allargamento della maggioranza e del rimpasto di governo. Non è un caso se subito dopo l’approvazione del processo breve e della responsabilità civile dei magistrati (per quanto edulcorato), il governo manderà subito avanti una leggina per superare la Bassanini sui numeri dell’Esecutivo. Sarà una norma costituita da due soli articoli che andrà a incidere solo sul numero delle poltrone, spacchettando alcuni ministeri. Con questa prospettiva davanti, chi mai mancherà all’appello per salvare il premier dai giudici? Nessuno, par di capire.

di Sara Nicoli, IFQ

11 febbraio 2011

Se Ruby fosse per Silvio quel che le tasse furono per Al Capone

Continuo a pensare che il caso Ruby stia a Berlusconi come l’evasione fiscale ad Al Capone. La magistratura, s’intende, fa benissimo ad accertare i reati. I media, i pochi liberi, fanno benissimo a pubblicare tutto quanto emerge dall’inchiesta. Ma da un punto di vista morale è triste notare come i traffici con la Minetti e amiche stiano procurando al Caimano molti più guai di quanti ne abbia passati per i traffici di una vita con Dell’Utri e i suoi amici mafiosi. Così va l’Italia, pazienza. Da un punto di vista politico, invece, è un’illusione pensare di sbarazzarsi del berlusconismo con un processo per reati sessuali. La strada giusta è chiudere la stagione di squallore della Seconda repubblica con il voto.

In Italia esiste una larga maggioranza contro Berlusconi. Non da oggi. Se nel ’94 centristi e sinistra non si fossero presentati divisi, il berlusconismo non sarebbe neppure cominciato. Sarebbe da idioti ripetere l’errore. È vero che una maggioranza da Fini a Vendola non potrebbe governare a lungo. Ma quale maggioranza ha governato davvero nella Seconda repubblica senza spaccarsi? Si tratterebbe di una maggioranza costituente e, se volete, ricostituente.

È inutile prendersi in giro, in Italia il bipolarismo  come lo conoscono le democrazie occidentali non è mai pervenuto. Al suo posto, c’è da diciassette anni un referendum a scadenze irregolari pro o contro Berlusconi. Un referendum per giunta viziato dal fatto che l’oggetto del quesito controlla cinque reti televisive. Bisogna con onestà prendere atto che da noi non esiste una vera destra, ma una corte intorno a un padrone. Se Berlusconi cadesse, la gran parte del personale politico andrebbe rottamata con il capo. Vale per tutto il Pdl e per buona parte della Lega, che nell’ultimo decennio ha governato per otto anni con Berlusconi,  votando tutte le leggi ad personam e minacciando ogni tre mesi di uscire dalla maggioranza se non fosse passato il federalismo. Di conseguenza, non esiste neppure una vera sinistra moderna. Destra e sinistra, conservatori e progressisti, sono lussi che si possono permettere le democrazie mature e la nostra non lo è. È diventata vecchia senza mai diventare matura.

E allora facciamolo sul serio, questo referendum. Se Berlusconi vince, se conquista per una volta la maggioranza assoluta, allora avranno avuto ragione loro e il berlusconismo sarà stato davvero l’autobiografia della nazione. Se vince il Cln, che finalmente ci liberi dal conflitto d’interessi e avvii una nuova stagione. Quello che non si riuscirebbe a sopportare è un altro Parlamento di trasformisti e voti rubati, l’apertura di un altro mercato della vacche, l’ennesima agonia dell’agonia inflitta a un Paese già stremato.

di Curzio Maltese – Il Venerdì

4 febbraio 2011

Pirlamento

Pur avendone viste e fatte tante, mai il Parlamento italiano si era umiliato come ieri votando un testo talmente comico che nessuno oserebbe mai ripeterlo a voce alta senza scoppiare a ridere. Com’è noto, la Camera doveva approvare la proposta della giunta per le autorizzazioni a procedere di restituire alla Procura di Milano la richiesta di consentire la perquisizione degli uffici del rag. Giuseppe Spinelli, contabile di B. e amministratore di varie società Fininvest: sulla sua porta campeggia la scritta: “Segreteria on. Silvio Berlusconi”. Dunque Spinelli beneficia di una sorta di “immunità contagiosa” che gli deriva dallo sfiorare ogni tanto la sacra persona di B., non a caso ribattezzato “lo Spirito Santo” dall’amica mignotta Michelle al telefono con la Minetti. Invece di dire sì o no alla Procura,il Pdl ha rispedito gli atti su Spinelli al mittente perchè il reato contestato a B. sarebbe di competenza del Tribunale dei ministri e non di quello ordinario. Cioè: la Procura chiede “che ora è?” e la Camera risponde “piove”. Le motivazioni le ha illustrate in giunta il 27 gennaio l’on. Maurizio Paniz, uomo dal proverbiale autocontrollo visto che è riuscito a pronunciare queste parole senza cadere in preda alla ridarola: “Nel contattare la Questura di Milano, il Presidente del Consiglio ha voluto tutelare il prestigio internazionale dell’Italia, giacché presso la medesima questura era detenuta, a quanto poteva legittimamente risultargli, la nipote di un Capo di Stato estero. È del tutto evidente che il Presidente del Consiglio si è preoccupato di tutelare le relazioni internazionali del   nostro Paese. Non gli si può negare credito per aver creduto alle affermazioni della giovane… È quindi evidente che il reato dovrebbe essere conosciuto dal Collegio per i ministri… Per questi motivi è pregiudiziale il profilo della competenza funzionale… con restituzione degli atti per incompetenza dell’autorità procedente”. Traduzione: B. agì nelle funzioni di premier per scongiurare la crisi internazionale con l’Egitto che sarebbe seguita all’arresto della nipote di Mubarak. Cioè “Ruby”, prostituta minorenne nata in Marocco, fermata per furto senza documenti né fissa dimora. Queste baggianate il buontempone ha ripetuto ieri in aula, con esercizi maxillofacciali davvero rimarchevoli, visto che non gli è sfuggita nemmeno una risata. Nella fretta, Paniz non ha spiegato perchè, alla notizia che la nipote di Mubarak era agli arresti, B. non chiamò Frattini (che non sembra, ma è il ministro degli Esteri) né l’ambasciata al Cairo per avvertire Mubarak dello scampato pericolo per la nipotina e/o per capire come sia mai potuto accadere che il presidente egiziano abbia una nipote marocchina. Paniz trascura pure un altro mistero: perchè B., strappata la nipote di Mubarak dalle grinfie della Polizia,non raccomandò alla Minetti di tenerla con sé, anzi non le disse nemmeno di quell’altolocata parentela, tant’è che la Nicole appena uscì dalla Questura la scaricò sul marciapiede, lasciando che tornasse ad abitare con la collega Michelle e a esercitare il mestiere più antico del mondo, mettendo di nuovo in pericolo i rapporti fra il Cairo e Milano2? Ma   soprattutto Paniz non spiega dov’è scritto che, tra le funzioni del premier, rientrino i rapporti internazionali, che spettano al ministro degli Esteri (l’art. 95 della Costituzione e la legge 400/1988, che regolano le funzioni del capo del governo, non vi fanno alcun cenno). Eppure i delirii di Paniz hanno avuto la maggioranza: si son trovati 315 deputati disposti a dichiarare che B. telefonò in questura per scongiurare una crisi con l’Egitto. Chissà le risate ieri sera, quando sono rientrati a casa e han raccontato la loro ultima impresa a mogli e figli. Che s’ha da fare per campare. Anzi, per fargliela scampare. Mubarak comunque è in una botte di ferro. Casomai i rivoltosi lo arrestassero, B. chiamerà la questura del Cairo: “È lo zio di Ruby, liberatelo”.

di Marco Travaglio – IFQ

18 novembre 2010

Daniela Santanchè: “Ho una missione: la caccia ai futuristi. Ma quando sparo guardo sempre in faccia le persone”

Onorevole Santanchè, lei è nei guai.    Perché mai, scusi?    L’onorevole Angeli ha confessato.    E che cosa avrebbe mai confessato, scusi, che non c’è nulla da confessare?    A Claudia Fusani ha detto: “È stata Daniela a farmi tornare nel Pdl”.    Ah, ah, ah…    Che fa, ride?      Rido.    La Stampa parla di compravendita di deputati, 500 mila euro offerti.    A chi e da chi?    Non lo scrivono. Però intanto si verificano queste sorprendenti conversioni…    Certo! E io le posso anche spiegare perché.    Quindi ammette?    Senta, recuperare consensi al governo Berlusconi, di cui faccio parte, è la mia mission.    E lei cosa offre in cambio,   scusi?    Ma non prometto nulla, non offro soldi, né cariche, né prebende, nulla. Solo parole.    Lei pensa che io ci creda?    Lei creda quello che vuole. Se c’è uno che offre cariche a destra e a manca quello è Fini…    Ma se ha fatto dimettere i suoi dal governo!    E si immagini che pianti, povere mammolette disinteressate!    Non si aspettava che rinunciassero alle poltrone?    Ma quale rinuncia! Per recuperare l’onorevole Rosso, due settimane fa, Fini gli ha dato il posto di coordinatore del Piemonte. Però voi non vi siete scandalizzati, guarda un po’.    Ma come mai c’è sempre di mezzo lei?    (Ride) Guardi, nel caso di Angeli conta il fatto che siamo stati compagni di banco per una legislatura…      Vuole farmi credere alle favole?    Dovrebbe credere alla verità, che è questa. Però su una cosa ha ragione: quando c’è da andare in trincea io sono la prima che si getta nella mischia.    Quindi sta contattando altri futuristi?    Certo.    Lo ammette anche?    Posso dirle che ieri ho parlato, molto a lungo, con altri due di loro.    E cosa le hanno detto?    Mi hanno pregato di riferire a Berlusconi che non intendono votare la sfiducia al governo.      Nomi, nomi…    E li dico a lei? Io sto combattendo una battaglia.    State usando armi non convenzionali.    Che cosa vuol dire?    Che avete messo all’asta i posti lasciati liberi dai finiani.    Lei deve essere impazzito…    Intende dire che ho ragione?    Sto facendoli riflettere sull’inganno di cui si sono ritrovati   vittime. Ancora un po’, e se restano lì, finiscono in lista con Bersani.    Vuole dirmi che si sono accorti tutti ora, di avere sbagliato partito?    Lei sta insinuando cose che non esistono. Angeli, per dire, è un uomo ricco. Ha ottant’anni, un impero economico, centinaia di dipendenti in Sudamerica. Non tradirebbe mai Berlusconi.    E allora perché prima era   andato con Fini?    Perché voleva essere riconoscente a Tremaglia e a Fini per la candidatura.    E poi?    Quando ha capito che gli stavano tirando il bidone è tornato indietro. Ripeto, altri seguiranno presto.    Quando?    (ride di gusto) Vi faremo sapere l’ora delle prossime conferenze stampa, eh, eh…    Lei è l’anima nera del berlusconismo…    Io per difendere questo governo sono pronta a fare la killer. L’unica cosa che nessuno può negare è la mia lealtà.    Ovvero?    Quando sparo, guardo sempre in faccia le persone.    Lodevole. Ma è corretta la caccia al deputato?    Certo che lo è. Li porto a votare per il governo che gli elettori hanno votato.    Fra vendite e compravendite sembra un mercato delle vacche.      Ed è corretto Fini, per lei, quando chiude i parlamentari nel suo ufficio di presidente per convincerli a restare?    Cosa vuol dire?    Lo chieda a Suad Sbai, che ha subìto un terzo grado. A me personalmente, ai temi del voto sulla procreazione, disse: ‘Ti distruggerò la vita’.    Non sembra che sia riuscito nell’intento.    Non certo per lui, ma perché io so come difendermi… Ci vogliono le palle per dirgli no.    Bocchino…    Non mi parli di Bocchino! Adesso fa il vice di Fini, che lo voleva squartare come un ossicino di pollo.      Lei usa metafore truculente.    Nulla di strano. C’è una guerra in corso.    O forse una compravendita.    La gente che era in vendita è già finita fuori mercato. Se li è comprati tutti Fini, quelli lì.    Sta dando dei venduti a dei colleghi.    Hanno tradito gli elettori che li hanno votati.    Lei mostra quasi rancore.    Non avrò pace fino a quando non avremo tirato Fini giù da quello scranno che indebitamente occupa.    Lei lo odia?    È lui che odia Berlusconi.    Una accusa così dura solo perché ha dissentito da lui?    Ma dove vive lei? Fini vuole Berlusconi appeso, cacciato dalla politica e condannato all’ergastolo.      Quindi lei continua la caccia agli scalpi?    Non avrò pace finché la destra sarà rappresentata da Bersani e Saviano.    Prego?    L’ha visto Fazio, no? Quello di sinistra era Fini.    Sembra che lei abbia un’ossessione.    No, si sbaglia: io ho una mission. E non guardo in faccia a nessuno, su questo ci può scommettere.

di Luca Telese IFQ

Daniela Santanchè sta gestendo “la compravendita” per conto del Cavaliere (FOTO EMBLEMA) 

18 ottobre 2010

Le segrete stanze dove si decide il futuro cinese

 

Plenum del Pcc: i 300 membri scelgono i leader del 2012

 

Il Plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista cinese, l’organo più importante del Pcc, è in seduta annuale da un paio di giorni, fino a lunedì, nel consueto mistero che accompagna i suoi lavori. La conferenza – che oltre alle linee economiche decide anche i 9 membri del Politburo, nonché il segretario generale del partito – riunisce i suoi circa 300 membri in un albergo a Pechino, senza che nessuna indiscrezione buchi il muro di silenzio intorno all’evento. Non si conosce un’agenda e come al solito poche sono le informazioni circa i futuri leader della Cina. Perché questo Plenum, oltre ad arrivare in un periodo burrascoso per il Celeste Impero, stretto tra pressioni per la rivalutazione dello yuan e la gogna mediatica per il Nobel al dissidente Liu Xiaobo (con una lettera di cento intellettuali che ne chiede la liberazione), deciderà   il passaggio dalla quarta alla quinta generazione di politici cinesi, i primi liberi della vicinanza con il padre delle Riforme, Deng Xiaoping.    NEL 2012 infatti ben 5 tra i 9 membri del Politburo arriveranno ai 70 anni e dovranno ritirarsi. Tra loro il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao. Due autorità che arrivano   al Plenum in condizioni molto diverse: Hu Jintao – da sempre leader in equilibrio tra le diverse spinte del Partito – ne viene da un silenzio che ha segnato gli ultimi tempi di compromessi e congiure all’interno del gotha politico, come sempre avviene in occasione di incontri importanti. Wen Jiabao invece arriva alla conferenza con l’eredità mediatica delle parole incoraggianti   rilasciate alla Cnn sulle riforme democratiche e con un recente discorso su Hu Yaobang, l’ex leader cinese accantonato, la cui morte provocò l’ascesa del movimento nel 1989, che sapeva tanto di riabilitazione. Wen Jiabao, detto anche “Nonno   Wen” per la sua vicinanza alla popolazione nei momenti di terremoti e inondazioni, ha dato quindi un segnale preciso, che Hu Jintao sembra non avere voluto cogliere. Addirittura l’intervista del premier alla Cnn è stata censurata dal ministero della Propaganda: una   decisione seguita da una dura lettera di membri anziani del Partito in cui si chiedevano aperture democratiche.    Il Partito Comunista non è monolitico come spesso siamo portati a credere: al suo interno esistono correnti e battaglie non da poco, che seguono spesso peripli e traiettorie suggerite da legami, i guanxi, più che linee ideologiche. Si arriva così a un Plenum in cui le forze sembrano essere divise tra il gruppo di Shanghai che fa riferimento ai fedeli dell’ex leader Jiang Zemin, il cui uomo attuale di punta è Xi Jinping, e i populisti, ovvero i seguaci della linea dell’armonia suggerita da Hu Jintao e Wen Jiabao: due filoni che sembrano però sul punto di arrivare a un compromesso. Gli shanghaiesi sarebbero più improntati a proseguire con le politiche economiche (questo Plenum dovrà varare anche il nuovo piano quinquennale) mentre i   populisti da tempo predicano l’armonia, concetto confuciano circa il bilanciamento delle ingiustizie sociali.    L’ANNO SCORSO l’investitura di Xi Jinping – ovvero la nomina a vice presidente della Commissione militare centrale, premessa alla presidenza della Repubblica – fallì. Quest’anno pare non possa sfuggire, come indicano rumors attendibili. Per Xi Jinping, 54 anni, già a capo del Partito a Shanghai e della scuola di partito, pesa anche la sua provenienza: è infatti uno dei taizidang, il partito dei principi, figlio di Xi Zhongxun uno dei padri fondatori della Repubblica Popolare.   Quest’ultimo, fatto fuori un paio di volte da Mao, riuscì sempre a sopravvivere politicamente, finendo per appoggiare, nel 1989, proprio Hu Yaobang ricordato ultimamente da Wen Jiabao. Con Xi Jinping è probabile che gli aspetti e le riforme più politiche rimangano ancora indietro: recentemente l’attuale vice presidente ha bacchettato anche il capitalismo americano, chiedendo alla Cina una maggiore attenzione alle origini marxiste della Repubblica. A competere con Xi c’è Li Keqiang, 52 anni, profilo umanista, laureato in legge e protègè di Hu Jintao con cui ha condiviso la carriera nella Lega della Gioventù Comunista.   Li Keqiang, già segretario del Partito nel Lianoning, sulla carta appare più moderno e aperto di Xi: a Davos, all’ultimo Forum economico mondiale, fece un discorso su ambiente e sviluppo sostenibile che impressionò non poco la scena. A meno di sorprese sarà lui il premier del futuro, con Xi Jinping presidente e nuovo capo del paese: un gradino, rilevante, più in alto.

di Simone Pieranni IFQ

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