Dopo di lui il diluvio

Altro che rassicurare i mercati: per Berlusconi conta solo restare a Palazzo Chigi. E quindi nessun intervento urgente sui conti pubblici, solo generici impegni. Forti timori sulla reazione delle Borse.

Aspettiamoci di tutto

Mettiamo che i famosi mercati finanziari parlino attraverso un personaggio che li rappresenta tutti. E che questo personaggio ieri pomeriggio abbia ascoltato in televisione il discorso del presidente del Consiglio per sentirsi rassicurato sulla tenuta dei conti pubblici italiani e per non scappare a gambe levate demolendo più di quanto già non lo siano la nostra Borsa, le nostre banche, i nostri titoli pubblici. Prima di tutto l’uomo dei mercati avrà visto una scena poco rassicurante: il premier che ignora il ministro dell’Economia che gli siede accanto e che da questi viene ignorato. Davvero ieri alla Camera i due, Berlusconi e Tremonti, sembravano dei rancorosi separati in casa lontanissimi dall’immagine di un governo coeso e in qualche modo determinato a salvare la baracca. Quanto ai contenuti delle tanto attese comunicazioni, ciò che hanno capito tutti è presto detto. Primo: altro che esecutivi tecnici o di salvezza nazionale, altro che elezioni subito, Berlusconi intende restare aggrappato a Palazzo Chigi fino alla fine della legislatura, proprio ciò che i mercati volevano evitare per dare ancora una chance all’Italia. Secondo: niente sul piano degli interventi immediati per una correzione drastica dei disastrati conti pubblici. Ma solo la larvata promessa che da qui alla fine dell’anno non vi sarà un aumento del debito con il blocco delle spese e degli investimenti previsti. Un semplice rinvio del problema all’anno prossimo quando quei soldi andranno comunque spesi e dunque trovati, indovinate come. A questo punto che cosa dovrebbe fare l’uomo dei mercati stamane, quando apriranno le Borse? Applaudire? Aspettare? Scappare? Una sola cosa è certa: aspettiamoci di tutto.

di Antonio Padellaro, IFQ

Ultima chiamata

Chi si salverà dall’apocalisse prossima ventura della Seconda Repubblica? Non B., le cui performance al bungabunga, per quanto penose (soprattutto per le ragazze), sono comunque migliori di quella di ieri alla Camera. Non Bossi, che ha deciso di perire con lui, abbracciato al suo cadavere politico. Non Tremonti, avviato sul viale del tramonto per casini di case. Non i Responsabili o come diavolo si chiamano: basta guardarli in faccia. Potrebbero salvarsi gli oppositori, almeno quanti riusciranno a essere o almeno ad apparire alternativi alla casta e al berlusconismo: ma appaiono tutti impallati, ingessati, imbalsamati. Bersani e D’Alema li possiamo salutare con una prece, grazie alle gesta dei loro fedelissimi Morichini, Pronzato, Penati & C. Ma il Pd è un grande partito e potrebbe redimersi con un salto di genere (Bindi) o di generazione (Zingaretti). Piercasinando è un simpatico trasformista, ma basta dare un’occhiata accanto a lui per notare Cesa e sentirsi male. Rutelli non pervenuto. Fini ha sbagliato tutte le mosse tranne una (mollare B.). Vendola si dibatte tra un’immagine di leader movimentista e una realtà di governatore continuista e parecchio sgangherato. Di Pietro oscilla fra un passato di tribuno da piazza e una concorrenza grillina che lo spinge a cercar voti fra i centrodestri in fuga. Eppure un’occasione d’oro per scrollarsi di dosso la puzza di casta ce l’avrebbero: il referendum elettorale per cancellare il Porcellum di Calderoli (e Casini) e riportare in vita il Mattarellum. Che aveva mille difetti, ma almeno consentiva agli elettori di scegliersi direttamente – collegio per collegio, con l’uninominale – il 75% dei parlamentari (il resto era distribuito col proporzionale). Il quesito porta le firme di Di Pietro, di alcuni big democratici (Bindi, Veltroni, Parisi) e di Migliore di Sel. L’11 luglio è stato depositato in Cassazione e ora si tratta di raccogliere almeno 500 mila firme entro il 30 settembre. Dopodiché non si potranno più proporre referendum sino a fine legislatura, il che significa che alle elezioni del 2013 dovremmo votare con il Porcellum, cioè lasciar nominare i 945 parlamentari da cinque segretari di partito. A meno che, si capisce, il Parlamento non cambi la legge elettorale: mission impossible, visto che non solo non c’è una maggioranza su una proposta alternativa, ma i due partiti maggiori sono spaccati al loro interno su una miriade di proposte inconciliabili. Solo la pistola puntata del referendum potrebbe indurre le Camere a un estremo atto di resipiscenza. Dunque non si scappa: bisogna raccogliere mezzo milione di firme in meno di due mesi. Parisi e Di Pietro hanno annunciato al Fatto che passeranno l’estate ai banchetti (l’Idv anche per abolire le province). Ma gli altri? Che aspettano i finiani ad aderire e darsi da fare, per sottrarre a Pdl e Lega i voti di tanti italiani di destra schifati da una legge che è la quintessenza della casta? E l’Udc? E Sel? Ma soprattutto: a che gioco gioca il Pd? Le feste estive dell’Unità (o come diavolo si chiamano) sono il luogo ideale per raccogliere le firme. Ma l’astuto Bersani, non contento di aver boicottato e ignorato i referendum su legittimo impedimento, acqua e nucleare, salvo cavalcarli quando si rischiava di vincerli e metterci il cappello quando si sono vinti, sta ripetendo quel tragico errore per tenere insieme il Pd, diviso – tanto per cambiare – su cinque o sei posizioni. D’Alema, all’inseguimento di Casini, tifa proporzionale. E il maggioritario Veltroni, che era addirittura fra i promotori, ha cambiato idea: come sempre è pro “ma anche” contro. Ora però i casi sono due. O il Pd (con Fli, Sel e Udc) dà una mano a Di Pietro e a Parisi, e allora le firme si raccolgono, il referendum si fa, il quorum si raggiunge e il Parlamento di nuovo eletto dal popolo recupera un briciolo di autorevolezza. Oppure crolla tutto e chi finisce sotto le macerie è bene che ci resti. Ps. Da oggi sono in vacanza, quindi questa colonna si diraderà un pochino. Ma conto di tornare presto.

di Marco Travaglio, IFQ

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