Posts tagged ‘Guerra’

18 gennaio 2013

La guerra di Monti l’Africano

Il governo vuole dare supporto all’intervento francese nel Mali. E non sarà un aiuto ‘simbolico’: gli aerei e i satelliti italiani saranno fondamentali nel conflitto. A spese dei contribuenti, naturalmente, ma non si sa quanto

Non sarà semplicemente un ‘beau geste’. Pur ridotta nei numeri, la presenza italiana a sostegno delle operazioni francesi in Mali è la prima manifestazione del cambiamento di rotta imposto dal governo Monti alla strategia internazionale del nostro paese. Basta con le spedizioni in aree lontane dai nostri interessi, come è accaduto con il massiccio e costosissimo impegno in Afghanistan: concentriamoci verso il Mediterraneo e l’Africa.

Il contributo alla campagna di Hollande per impedire che gli oltranzisti islamici conquistino il Mali non è ancora stato definito nei dettagli. Ai francesi fanno gola alcuni dei nostri velivoli, molto più moderni dei loro. Le cisterne volanti Boeing dell’Aeronautica, che possono rifornire il  ponte aereo che alimenterà il contingente francese. E soprattutto i turboelica da trasporto C130J Hercules e C27J Spartan, che i nostri piloti hanno imparato a usare in Afghanistan su piste improvvisate, come quelle del Mali: il colossale arsenale di Parigi difetta proprio di questi mezzi fondamentali per condurre operazioni in zone desertiche.

Un aiuto discreto ma decisivo lo stanno già dando i satelliti spia italiani. La rete Cosmo- SKyMed messa in orbita negli scorsi anni è specializzata proprio nel sorvegliare il deserto e si è già rivelata preziosa durante i raid in Libia.

Questi satelliti hanno un sistema radar che permette di scrutare giorno e notte territori molto vasti, ottenendo i risultati più efficaci proprio nella zone sabbiose. Possono individuare anche le singole jeep usate dai miliziani fondamentalisti, le cosiddette ‘tecniche’ che sono diventate protagoniste dei conflitti africani, anche quando sono ferme e sfuggono ai sensori ad infrarosso delle altre vedette spaziali.

Da alcuni anni l’intelligence militare di Roma e di Parigi hanno siglato un patto proprio per condividere le informazioni raccolte dai nostri spioni satellitari: le immagini catturate dai quattro satelliti Cosmo-Skymed vengono trasmesse anche agli 007 francesi, estremamente soddisfatti per l’efficenza di questo sistema costato ai contribuenti italiani un miliardo e 137 milioni di euro.

Ma l’asse tra Francia e Italia nella stagione del governo Monti si è rafforzato anche su un altro dei focolai della regione: il Corno d’Africa, tornato al centro delle attenzioni di Roma dopo anni di disinteresse.

Le campagne contro i pirati che assaltano i mercantili e il contrasto alle fazioni fondamentaliste che continuano a resistere in Somalia sono state l’occasione per sperimentare nuove intese operative sul campo. In prima fila, la Marina con le navi che pattugliano la rotta strategica per i commerci con l’Asia e con un’attività silenziosa delle forze speciali, i commandos del Comsubin chiamati a compiere ricognizioni e raid contro le basi dei pirati.

A questo si sono unite le iniziative per contribuire alla rinascita delle istituzioni somale. L’ultimo accordo ufficiale è stato annunciato la scorsa settimana, con la decisione di affidare ai carabinieri l’addestramento dei gendarmi somali: il primo embrione di una forza di polizia autonoma a Mogadiscio.

Sono piccoli passi che testimoniano la svolta nelle direttrici della nostra politica estera, condotta essenzialmente con le missioni militari. Con il ritiro progressivo dall’Afghanistan, il baricentro sta tornando nel Mediterraneo e nei paesi africani.

Il Libano, ad esempio, dove il governo Prodi raccolse il massimo successo internazionale intervenendo proprio al fianco dei francesi per porre fine alla guerra lanciata da Israele.

Nella stagione berlusconiana il nostro contingente è stato abbandonato, senza sfruttare le potenzialità politiche e commerciali del nostro contingente sotto la bandiera dell’Onu. Invece ora la crisi siriana ha trasformato la presenza italiana nel bastione di una delle aree di crisi più delicata del pianeta. Lo Stato maggiore di Roma ha mantenuto ottimi rapporti con la Giordania, con esercitazioni comuni che potrebbero diventare la base di un futuro ingresso in Siria per ragioni umanitarie: uno scenario che negli ultimi mesi è diventato sempre più concreto.

di Gianluca Di Feo, L’Espresso
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24 novembre 2011

Lo stupro come tattica di guerra

La risoluzione ONU 1820, approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel giugno 2008, definisce tattica di guerra l’uso deliberato della violenza sessuale e la perpetrazione di tale reato strumento di minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale.

Il precedente è costituito da una sentenza del Tribunale Internazionale Criminale per il Rwanda del 23 settembre 1998: già in questa sede lo stupro fu definito crimine di guerra. Il preambolo della risoluzione 1820 ricorda che lo Statuto di Roma, l’atto costitutivo della Corte Penale Internazionale, include al suo interno uno svariato elenco di violenze sessuali. Anche questo costituisce un precedente importante per la traduzione dei colpevoli di fronte alla Corte Internazionale. A tutt’oggi se ne parla spesso, soprattutto nei fatti di cronaca: le violenze sessuali sono all’ordine del giorno, tra le notizie dei telegiornali e le righe dei quotidiani. Stupri perpetrati da immigrati su cittadine italiane o su loro connazionali, magari poi barbaramente uccise. Prostitute vittime di violenze, perché poco protette. Ma lo stupro non è solo fatto di cronaca, non costituisce solo argomento di informazione e di denuncia in materia di sicurezza nazionale. Ha radici storiche: dalla fondazione di Roma, che poggia su uno stupro di massa come il ratto delle Sabine, alle premesse dell’Iliade, con Achille adirato con Agamennone per la sottrazione della schiava preferita. Abbiamo testimonianze di stupri perpetrati in Renania nel primo dopoguerra dalle truppe di colore francesi contro le donne tedesche, o ancora di violenze sessuali commesse dalle truppe fasciste e tedesche contro le donne a nord della Linea Gotica tra il 1943 e il 1945. Se lo stupro in periodo di pace è spesso descritto come una violenza perpetrata contro le donne per soddisfare un istinto irrefrenabile dell’uomo, è chiaro che in periodo di guerra quest’istinto sia più difficile da espletare. A questo proposito vennero anche previsti dei bordelli accanto agli accampamenti militari. Nonostante l’accettazione di tale situazione, rimane deprecabile la considerazione di questo reato ritenuto “normale”, perché necessario a reprimere un desiderio altrimenti inappagabile. In un’Africa dilaniata dalle guerre civili e dalle lotte fratricide, l’uso sistematico delle violenze sessuali è uno dei metodi bellici più utilizzati in questi conflitti ataviche ed estenuanti, all’interno delle quali a farne le spese è soprattutto una popolazione civile già al limite delle condizioni economiche, sanitarie e di sopravvivenza. Ce lo dimostra anche l’esperienza della delegazione di tre eurodeputati, guidata da Jürgen Schröder del partito popolare europeo e democratici europei (PPE-DE), recatasi l’1 aprile 2008 nella Repubblica Democratica del Congo per sette giorni. In questo stato, pare che la situazione sia migliorata dopo la firma degli accordi di pace siglata nel gennaio scorso. “Lo stupro è stato uno strumento di guerra, ma dopo gli accordi di pace la situazione è cambiata”, dichiara l’eurodeputato tedesco. “Ora lo stupro è un segno di ordinaria criminalità perpetrato per lo più da fazioni ribelli, dai componenti dell’esercito regolare e anche dalla popolazione civile”.
Secondo le cifre del piano d’azione umanitario del 2008, gli stupri perpetrati nel 2007 in Congo ammontano a 30.000. Drammatica anche la situazione in Sudan, dove è alta l’incidenza di stupri contro donne ed adolescenti: da ottobre 2004 a febbraio 2005, sono state curate quasi 500 vittime di violenze in numerose località del Darfur occidentale e meridionale, il 28% delle quali dichiarano di essere state violentate da più persone e ripetutamente. Appare chiaro che il numero di denunce non corrisponda al numero effettivo delle violenze.  Le donne hanno raccontato di essere state percosse con bastoni, fruste o asce prima, durante e dopo lo stupro. Al momento dell’aggressione, alcune delle donne stuprate si trovavano in evidente stato di gravidanza, dal quinto all’ottavo mese. La maggioranza delle superstiti degli stupri e delle violenze sessuali raccontano a che le aggressioni avvengono quando le donne lasciano la relativa sicurezza dei villaggi e dei campi profughi per portare avanti le attività indispensabili per la sopravvivenza delle famiglie, come cercare legna per il fuoco o l’acqua. Costrette alle prestazioni sotto minaccia armata, in Darfur come in altre zone di guerra, lo stupro è utilizzato come strumento di guerra e per destabilizzare e minacciare una parte della popolazione civile. Le vittime di stupri spesso non vengono curate, ma emarginate, stigmatizzate, a volte persino messe in prigione. Non bisogna dimenticare quanto le violenze sessuali siano un fattore determinante per la diffusione di malattie, quali l’HIV . In questo panorama non è solo il continente africano ad essere teatro di violenze: in Kosovo ad esempio, dove è stata istituita la Kosovo Women’s Initiative atta a diminuire la distinzione tra sessi attraverso la formazione professionale e la scolarizzazione, durante la guerra sono state violentate 20mila donne, in maggioranza musulmane.

Il documento dei Quindici, approvato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, chiede la cessazione delle violenze sessuali contro i civili nelle zone di guerra, minacciando i colpevoli di condurli di fronte alla Corte Penale Internazionale de l’Aja. Al dibattito hanno preso parte sette donne ministro. Oltre alla Rice, hanno parlato il ministro degli Esteri del Sudafrica, Nkosazana Dlamini Zuma, il vice primo ministro croato Jadranka Kosor, il procuratore generale britannico Patricia Scotland e il segretario di stato agli Esteri francese Rama Yade. La risoluzione definisce il reato di stupro una tattica di guerra «per umiliare, dominare, instillare paura, cacciare e/o obbligare a cambiare casa i membri di una comunità o di un gruppo etnico». Il Segretario delle Nazioni Unite è chiamato a stilare un rapporto che elenchi i paesi dove l’uso della violenza sessuale sia stata sistematicamente utilizzata contro i civili, utile anche a rispondere a questa guerra silenziosa. La risoluzione è stata sponsorizzata da 30 paesi, tra cui l’Italia. Sono i Quindici a definire il ruolo chiave delle donne nella risoluzione pacifica dei conflitti e nel mantenimento della sicurezza. Importante la risoluzione se guardata in funzione di una generale condanna, rivolta purtroppo anche a soldati arruolati per missioni di pace nei contingenti ONU: secondo un rapporto Onu del 1999, sarebbero gli stessi funzionari civili delle Nazioni Uniti a commettere violenze. La relatrice del rapporto, Radhika Coomaraswamy, ha riferito di abusi sessuali di “brutalità inimmaginabile”, illustrando una mappa delle violenze che spazia dai Balcani all’Africa Australe, dal Sud Est Asiatico all’America latina. Tra gli episodi documentati ce n’è uno che riguarda il Kosovo e risale al 1999 (ci sono anche i fatti addebitati ai militari italiani in missione in Somalia negli anni tra il 1992 e il 1995).

Definire lo stupro come reato sessuale, tuttavia, non è sufficiente: bisogna appropriarsi della cultura di molti popoli, all’interno dei quali la donna è ancora vista in una posizione inferiore agli occhi dell’uomo; bisogna capire come la violenza sessuale sia prima la violazione di un diritto individuale, e in quanto tale dovrebbe essere inclusa nel panorama generale dei diritti dell’uomo. Un sistema giuridico appropriato e una seria rivalutazione del ruolo della donna devono essere il contesto basilare in cui far valere il principio dell’inviolabilità della persona.

di Alessia Chiriatti, CrimeList

21 ottobre 2011

Il sollievo di una morte “perfetta”

Meglio nella tomba che alla sbarra: il filo rosso di un pensiero inconfessabile cuce fra di loro le dichiarazioni un po’ rituali che accompagnano la notizia dell’uccisione di Muammar Gheddafi, colonnello dittatore, prima nemico bandito, poi amico accettato di un Occidente distratto nella difesa, in Libia, dei diritti dell’uomo e dei valori della democrazia, perché petrolio e gas, lì, contavano di più. Fatta salva la pietas sempre concessa a una persona morta, c’è, in molti commenti, la convinzione che la fine della guerra è più vicina e il senso d’una sorta di ‘missione compiuta’, anche se nessuno, nemmeno l’Onu, aveva affidato all’Alleanza atlantica il compito di scovare e uccidere il leader libico.

Il sollievo nasce anche dalla considerazione che un Gheddafi vivo sarebbe stato ingombrante per i nuovi leader libici e per i suoi nemici delle ultime settimane, che furono suoi amici almeno negli ultimi anni, dopo il suo sdoganamento dal’inferno dei protettori del terrorismo internazionale e la sua collocazione nel limbo di quelli con cui fai affari cercando, però, di averci poco a che fare. Naturalmente, con una gradualità d’atteggiamenti: dal distacco americano alle strette di mano francesi; dal baratto britannico del ‘boia di Lockerbie’ con un po’ di commesse fino al bacio dell’anello italico.

VE LO immaginate un Gheddafi da custodire prigioniero prima e da chiamare alla sbarra poi, per rendere conto dei crimini suoi e del suo regime? Ci sarebbe stato da litigare fra i nuovi libici e i loro alleati: i primi volevano processarlo ‘in casa’; i secondi fare valere il mandato di cattura della Corte dell’Aja, spiccato per crimini contro l’umanità. Quali che fossero i giudici, libici o, a maggior ragione, internazionali, il Colonnello poteva denunciare la combutta con il suo regime di molti degli attuali capi ribelli, oppure chiamare a rendere conto della loro amicizia nei suoi confronti i leader che lo avevano sdoganato, Bush jr e Blair, o quelli che gli avevano lasciato piantare la sua tenda nei loro giardini, Berlusconi e Sarkozy, senza parlare di una miriade di signorotti africani e del Terzo Mondo. Germano Dottori, docente di studi strategici alla Luiss, dice in un twit: “Un’esecuzione di Gheddafi sembra probabile e pure logica: un processo sarebbe stato troppo imbarazzante”.    E, invece, Berlusconi può ora cavarsela con un classico, ma sbrigativo e, soprattutto, fuori luogo, “Sic transit gloria mundi”, lui che di Gheddafi aveva fatto un grande amico, abbracci, genuflessioni e processioni di vergini ai corsi d’Islam del rais. Il latino vale al Cavaliere uno sberleffo di Famiglia Cristiana, “more solito”: “da uno che gli ha baciato l’anello non potevamo aspettarci che una glorificazione in morte”. Una battuta destinata a restare nell’antologia delle frasi celebri e infelici di Mr B, accanto a quella “non gli ho ancora telefonato per non disturbarlo” detta all’inizio dell’insurrezione. Fortuna che, come al solito, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ci mette dignità e misura, “s’è chiusa una pagina drammatica”.    Il ministro degli esteri Franco Frattini si tiene più sull’usato sicuro, “L’uscita di scena di Gheddafi è una grande vittoria del popolo libico”; e sotto a ricordare il ruolo dell’Italia nel conflitto, così come fa il ministro della difesa Ignazio La Russa, che attribuisce al fu dittatore la colpa, anzi l’invenzione, “del risentimento libico per il colonialismo italiano”, con tutto il bene che gli abbiamo fatto a quella brava gente. Il leader leghista Bossi va al sodo: “adesso subito a casa i libici clandestini”.

SE GHEDDAFI non c’è più, l’intreccio di affari tra Italia e Libia resta: il petrolio e il gas dell’Eni, che ha già provveduto da sé a metterseli al sicuro, le partecipazioni in Unicredit, Fin-meccanica, Fiat, Juventus e molte altre società, i soldi depositati nelle nostre banche, le oltre cento aziende italiane che operano laggiù. Nessuno può dire che piega prenderà la nuova Libia; ma noi sappiamo per cento che ne saremo amici, anzi che ne vorremo essere i migliori amici.    Mentre la ricostruzione delle circostanze dell’uccisione s’intreccia già con intuizioni e invenzioni – ne avremo per decenni, come per l’uccisione di Osama bin Laden – le reazioni s’inanellano. Per gli Usa, parla prima il segretario di Stato Clinton, che solo martedì era a Tripoli: “La fine di Gheddafi non significa, di per sé, la fine delle violenze”. Poi il presidente Obama dice: “È la fine di un capitolo doloroso, i libici hanno vinto la loro rivoluzione, presto la missione della Nato finirà”.

Il premier britannico Cameron dedica un pensiero alle vittime del dittatore; il presidente francese Sarkozy saluta “l’inizio di un nuovo periodo di democrazia e di libertà”; entrambi sono “orgogliosi” del ruolo giocato dal loro Paese nella vicenda libica. I leader dell’Ue e della Nato sono su lunghezze d’onda analoghe – e l’Alleanza valuta se e quando dichiarare concluse le operazioni. Il presidente russo Medvedev auspica, ora, “la pace”. E il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon chiede di “fermare i combattimenti” e dice che “non è tempo di vendetta, ma di riconciliazione”

di Giampiero Gramaglia, IFQ

Il bacio dell’anello di Gheddafi da parte di Berlusconi: è il 27 marzo del 2010.  (FOTO ANSA)

6 ottobre 2011

Afghanistan, 10 anni dopo

Amnesty International ha dichiarato oggi che, 10 anni dopo l’invasione dell’Afghanistan promossa dagli Usa e che cacciò i talebani dal paese, il governo di Kabul e i suoi alleati internazionali non hanno mantenuto molte delle promesse fatte alla popolazione afgana.

“Nel 2001, dopo l’intervento internazionale, le aspettative erano elevate, ma da allora i passi avanti verso il rispetto dei diritti umani sono stati pregiudicati dalla corruzione, dalla cattiva gestione e dagli attacchi degli insorti, i quali mostrano un disprezzo sistematico per i diritti umani e le leggi di guerra” – ha dichiarato Sam Zarifi, direttore di Amnesty International per l’Asia e il Pacifico. “Oggi, molti afgani sperano ancora che la situazione dei diritti umani nel paese migliori. Il governo e i suoi alleati internazionali devono dare seguito a queste speranze e difenderle con azioni concrete”.

L’analisi di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan ha riscontrato alcuni progressi nel campo dell’adozione di leggi sui diritti umani, della riduzione della discriminazione nei confronti delle donne e dell’accesso all’istruzione e alle cure mediche.

Al contrario, nei settori della giustizia, delle operazioni di polizia, della sicurezza e sulla questione degli sfollati non si sono registrati passi avanti o la situazione si è persino deteriorata. Le condizioni di vita della popolazione che vive nelle zone maggiormente colpite dalle azioni degli insorti sono peggiorate.

Lo sviluppo di una piccola ma vivace comunità di giornalisti e il modesto ritorno della presenza femminile nelle scuole, nell’impiego e nel governo sono segnali dei progressi fatti negli ultimi 10 anni, così come l’introduzione di leggi destinate a rafforzare i diritti delle donne. La nuova Costituzione prevede l’uguaglianza giuridica tra uomini e donne e stabilisce che un quarto dei seggi parlamentari sia riservato alle donne. Nelle due elezioni parlamentari del 2005 e 2010, le donne hanno conquistato alcuni seggi in più rispetto a quelli previsti dalla loro quota.

Tuttavia, la violenza contro i giornalisti e gli operatori dell’informazione è aumentata. Nelle aree sottoposte a pesanti attacchi dei talebani e di altri gruppi di insorti, le libertà di parola e di opinione sono fortemente limitate.

Con la fine delle restrizioni imposte dai talebani, l’accesso all’istruzione è notevolmente migliorato: le scuole sono ora frequentate da sette milioni di alunni, il 37 per cento dei quali è costituito da bambine. All’epoca dei talebani, i bambini che andavano a scuola erano meno di un milione, con una frequenza femminile quasi pari a zero.

Purtroppo, nei nove mesi che hanno preceduto il dicembre 2010, almeno 74 scuole (26 femminili, 13 maschili e 35 miste) sono state distrutte o chiuse a causa degli attacchi coi razzi, degli attentati, degli incendi e delle minacce degli insorti.

“Il governo afgano e i suoi partner non possono continuare a giustificare i loro scarsi risultati affermando che le cose vanno meglio rispetto agli anni Novanta” – ha commentato Zarifi.

Gli iniziali passi avanti registrati dopo il 2001 sono stati fortemente penalizzati dal conflitto. L’insicurezza minaccia il funzionamento delle scuole e degli ospedali nelle zone segnate dalla violenza e nelle aree rurali. I tassi di mortalità materna, sebbene migliorati, restano tra i più elevati del pianeta.

All’inizio del 2010 il governo afgano ha avviato un processo di riconciliazione coi talebani e con altri gruppi di insorti. Tuttavia, dei 70 componenti dell’Alto consiglio per la pace, l’organismo istituito per i negoziati, solo nove sono donne. I gruppi femminili temono che i modesti risultati sin qui ottenuti possano essere barattati in cambio di un cessate il fuoco.

“È fondamentale che i diritti delle donne non siano messi in vendita negli accordi di pace. I diritti delle donne non sono negoziabili. I talebani hanno commesso violazioni dei diritti umani agghiaccianti. Ogni negoziato sulla riconciliazione deve prevedere un’adeguata rappresentanza delle donne afgane” – ha precisato Zarifi.

Nell’ultimo decennio un crescente numero di civili afgani ha fatto le spese del conflitto armato. Negli ultimi tre anni, circa tre quarti delle vittime sono stati causati dagli attacchi dei gruppi di insorti, il resto dalle forze internazionali e afgane.

Nei primi sei mesi del 2011 le Nazioni Unite hanno registrato 1462 vittime civili, un altro drammatico record. L’80 per cento delle perdite è stata attribuita a “elementi antigovernativi” e almeno la metà dei morti e dei feriti è stata causata da attacchi suicidi e ordigni esplosivi.

Il conflitto ha prodotto quasi 450.000 profughi interni. La maggior parte di essi si trova nelle province di Kabul e Balkh, spesso in condizioni di povertà estrema, con limitato accesso a cibo, servizi igienici adeguati e acqua potabile.

“Gli alleati internazionali dell’Afghanistan, compresi gli Usa, hanno detto più volte che non abbandoneranno il popolo afgano. Devono rispettare questo impegno, per assicurare che la comunità internazionale, nel cercare una via d’uscita dal paese, non metta da parte i diritti umani”  – ha concluso Zarifi.

 Comunicato di Amnesty International

15 luglio 2011

Perché ci raccontano che andiamo in guerra per difendere l’Italia

Sulla presenza dei nostri soldati in trenta Paesi stranieri, chi ci governa racconta da anni versioni prive di senso, spesso infantili, che la maggior da parte dei cittadin, non direttamente interessati, ignora o ascolta distrattamente: siamo lì, in Afghanistan, in libano e in altri luoghi ardenti del mondo per legittima prevenzione, combattiamo un terrorismo che se fosse lasciato libero di crescere arriverebbe anche sul nostro territorio nazionale. È una tesi talmente pro domo nostra che viene un po’ di rossore a ripeterla. Chi di noi pensa che si debba andare a dare la caccia ai talebani dell’Afghanistan per la preoccupazione campata in aria e balorda che questi, in caso contrario, salirebbero subito su qualche aereo, sbarcherebbero a Fiumicino o alla Malpensa e darebbero inizio alla guerriglia fra Milano e Rho o fra Bologna e Porretta? Allora si passa alla politica estera: siamo andati in quei Paesi infernali, da sempre in preda a guerre civili e magari al traffico dell’oppio, perché ce lo ha chiesto il nostro imperatore, il presidente degli Usa, e volevamo essere i primi della classe nell’alleanza atlantica.

Ai nostri militari e alle nostre industri degli armamenti fa comodo essere sul mercato, anche al prezzo, sempre doloroso e spesso ipocrita e vergognoso, dei funerali dei nostri soldati. Si dirà: ma questo non è il prezzo di ogni politica estera, di ogni partecipazione al governo del mondo? I quattordicimila che Camillo Benso di Cavour spedì in Crimea non erano forse sacrificati alla pretesa di far parte del consesso internazionale? Sarà così, ma il prezzo da pagare è davvero pesante.

In vite umane, poche di numero, ma sproporzionate alle nostre ridicole ambizioni di potere nel mondo. Nel suo insieme, quest’operazione è una mistura di tornacont, di patriottismo e di interessi personali o di gruppo che bisogna accettare senza obiezioni o critiche per non essere scambiati per sovversivi, per anarcoidi, per spie del nemico.

L’intera informazione, stampata, televisiva e radiofonica, deve seguire in rispettoso silenzio le cerimonie di bandiere, come se fosse accertato che quelle dove sono caduti i nostri soldati erano le nostre Termopili, e non che la loro missione faceva parte di un’operazione estera i cui vantaggi per il nostro Paese sono così opinabili che nessuno li ha ancora capiti.

Davvero la democrazia italiana la si difende in un deserto afgano? Davvero le nostre libertà dipendono da una mina che esplode a Kabul? A questi duri impegni non bastano i soldati di mestiere, o la legione straniera?

di Giorgio Bocca, Il Venerdì

14 luglio 2011

Tremonti non risparmia sulla guerra

La manovra economica da 47 miliardi di euro taglia sanità, scuola e pensioni, ma non tocca gli stanziamenti per le missioni militari, tra cui la guerra in Afghanistan

La stangata di Tremonti da 47 miliardi prevede tagli alle spese per sanità, scuola e pensioni, ma lascia inalterate le spese per le missioni militari all’estero.

Nella bozza della manovra economica, all’emblematica voce ‘spese indifferibili’, è infatti stabilito uno stanziamento di 700 milioni di euro per proroga di sei mesi (fino al 31 dicembre 2011) della partecipazione italiana alle missioni internazionali.

Si tira la cinghia su tutto, dalla salute all’istruzione, ma non sulle guerre. La cifra di 700 milioni (che comprende la guerra in Afghanistan e le missioni in Libano, Kosovo, Bosnia, Iraq, Pakistan, Somalia, Sudan e Congo) è infatti in linea con i precedenti finanziamenti semestrali.

Questo stanziamento militare, tra l’altro, non comprende le spese per la guerra in Libia, che nei primi tre mesi è costata da sola oltre un miliardo di euro (almeno 700 milioni di spese correnti per la Difesa per bombe, missili e carburante per aerei e navi, e altri 400 milioni di finanziamenti ai ribelli provenienti dal ministero degli Esteri).

Nessun taglio, nella manovra del Tesoro, nemmeno per le spese militari di riarmo, a partire dai 3,6 miliardi di euro destinati nei prossimi tre anni (lo stesso coperto dalla manovra) al programma di acquisizione di 131 caccia-bombardieri F-35.

Se questa sola folle spesa di riarmo fosse tagliata, se si ponesse subito fine all’incostituzionale partecipazione alle guerre in Libia e in Afghanistan (che attualmente costa 800 milioni all’anno), molti miliardi di euro verrebbero risparmiati, e non ci sarebbe bisogno di toccare sanità, scuola e pensioni.

di Enrico Piovesana, PeaceReporter

27 aprile 2011

I responsabili del Pd

“Ok ai raid” per l’interesse nazionale. Poi in serata: vediamo se il Pdl ha i numeri

Oltre Mister B. c'è la mano tesa del Pd

Il concetto è chiaro già nel primo pomeriggio: “C’è materia per far cadere un governo. Prodi è caduto per questo…”. Eppure, fino a sera, la riflessione nel Pd si ferma ai ricordi. Nessuno a cui venga in mente di riadattarla ai giorni nostri. Quando alle 18 il segretario Pier Luigi Bersani annuncia alle agenzie che “è indispensabile che il governo venga a verificare in Parlamento se ha o no una maggioranza in politica estera”, perfino nel suo staff si chiedono che cosa sia successo. Discutono, riflettono, e un’ora e mezza più tardi fanno sapere che stanno “valutando “ di cambiare strategia e preparare “un documento su cui chiedere il voto in Parlamento”. Perché, dice il capogruppo Dario Franceschini, “non possono bastare semplici comunicazioni dei ministri”. Così, nella riunione in programma per oggi, potrebbero arrivare a decidere di appoggiare la mozione che l’Idv ha già presentato per chiedere una verifica sui numeri del governo.    EPPURE , per tutto il giorno, l’audizione di Frattini e La Russa era sembrata un gesto sufficiente a ripianare le divisioni della maggioranza. Nel marasma in cui sono piombati i rapporti tra Pdl e Lega le uniche certezze, per il principale partito dell’opposizione, erano state due: le bombe le stavamo già sparando e non è sulle guerre che si può fare la guerra. Il primo punto lo spiegava bene Beppe Fioroni, il leader della corrente cattolica, che già al voto sulla risoluzione Onu aveva perso tre dei “suoi” (Gasbarra, Grassi e Sarubbi): convinti a restare a casa, pur di evitare l’affronto del “voto ribelle”. Ora confessa di affrontare l’argomento “con difficoltà”: “Ma fino a oggi che hanno lanciato, rose? Se non è stato così, significa che continuiamo a fare quello che abbiamo fatto, se no bisogna spiegare la diversità”. Perfino il presidente Napolitano aveva spiegato che i bombardamenti sono lo “sviluppo naturale” dell’intervento in Libia. Lo stesso ribadito da Bersani quando definiva la risoluzione votata come “capiente di una iniziativa italiana”. Il testo approvato a fine marzo, del resto, è talmente ampio da contemplare anche l’ipotesi bombe. “Ma mica avevamo deciso di fare guerra a uno Stato”, è sbottato Antonio Di Pietro, in aperta critica con il Capo dello Stato: “Bombardare una nazione non ci pare possa essere considerato uno sviluppo nè naturale nè costituzionalmente corretto”.    Nel Pd, fuori dall’ufficialità, lo accusano di “pacifismo elettorale”: le amministrative si avvicinano e l’Idv vuole conquistare il popolo “arcobaleno”. Quello – da Emergency all’Arci – che ieri ha condannato i raid “incostituzionali e inutili”. Di Pietro invece attacca la “strategia del rinvio” a cui i democratici “ci vogliono condannare”: “Parlano di responsabilità, ma la prima che abbiamo è quella di liberare il Paese da questo Gheddafi in miniatura. E se ogni volta rimandiamo a domani…”.    Per i Democratici, sembrava che nemmeno oggi fosse la volta buona: “Quello che non possiamo accettare – spiegava la capogruppo Pd Anna Finocchiaro – è che una questione di così grande importanza, venga piegata per interessi di politica interna”. Idea condivisa anche tra i veltroniani: “Dobbiamo denunciare l’inadeguatezza di questa maggioranza – diceva Walter Verini – ma l’interesse del Paese impone di non giocare”. D’accordo sul obiettivo, ma non sul metodo, l’ex ministro della Difesa Arturo Parisi: “Il voto parlamentare è un dovere in sé, ma non vorrei che, partiti per dividere gli altri, finissimo per dividerci tra noi”. Bisognava parlare con un finiano, Carmelo Briguglio, per sentirsi dire chiaro e tondo che “il premier vuole evitare il voto in Parlamento”.

A SERA , invece, l’idea che la posta in gioco fosse seria ha cominciata a diventare concreta. E la stessa Marina Sereni che alle 11 e mezzo di mattina, ancor prima che parlasse Napolitano, diceva al governo: “Non faremo mancare il nostro contributo”, comincia a ritrattare: “Il nostro senso di responsabilità non arriva a coprire le contraddizioni del governo”. Forse anche lei ha letto un po’ dei messaggi arrivati sul sito del Pd. Dove le idee erano chiare sin dalla mattina presto: “Ma se il Pd invece di chiedere chiarimenti chiedesse di non bombardare non sarebbe meglio?” domandava Piero Manfè. “Non azzardatevi a sostenere il governo sui bombardamenti! In particolare se la Lega voterà contro. Non darò mai più il mio voto al Pd!”, minacciava Marco Lalomia. “Perché il Pd dovrebbe assumersi questa responsabilità? Non fatelo, non fatelo, non fatelo!!” li implorava Paolo R. È a loro, se non altro per interesse, che ci si aspetta che il Pd dica “signorsì, signore”.

di Paola Zanca, IFQ

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29 marzo 2011

Ribellarsi. Ma in nome di chi?

Ribellarsi è giusto? Dipende contro chi, naturalmente. E “in nome di che cosa”, per il raggiungimento di quale obiettivo, perché il “contro” non basta, il “per” per cui ci si batte può perfino essere peggiore. O equivalente. Le persone che per diventare cittadini sono entrate in rivolta in Egitto, in Tunisia, in Libia, ora in Siria e in Giordania, lo hanno fatto contro Mubarak, Ben Alì, Gheddafi, Assad, Abdullah II. Che contro tali dittatori, dal paternalista fino al mostruoso, sia giusto ribellarsi, non credo possa essere materia di discussione o dubbio tra chi frequenta queste pagine.    In nome di cosa, però? Sono davvero rivolte per la democrazia? Se l’obiettivo dei ribelli fosse una teocrazia fondamentalista, perché mai dovremmo sentirci coinvolti e solidali? L’obiezione è sacro-santa, ma questa volta suona davvero speciosa. Quello che ha sorpreso nel vento di rivolta che scuote l’intera Africa del Nord è la mancata egemonia fondamentalista, che tutti davano invece da anni come inevitabile in qualsiasi sommovimento nel mondo arabo. Protagonisti sono stati, in prima fila, i giovani con elevato livello culturale e altrettanto elevato tasso di laicità, e il loro strumento generazionale: Internet. Sia chiaro, questi stessi giovani e i “ceti medi riflessivi” locali costituiscono anche la forza più magmatica e meno organizzata, che dunque ha più difficoltà a giocare immediatamente un ruolo rispetto ai militari, alle fronde – più o meno sincere – dei vecchi regimi , ai “Fratelli musulmani” e altre componenti di ispirazione religiosa.

PER QUESTO le rivolte non sono affatto concluse, neppure in Egitto e Tunisia, e covano ancora (si spera) sotto la cenere di equilibri provvisori in cui le componenti del privilegio e dell’establishment (anche economico, non sottovalutiamolo ) hanno per ora l’egemonia. Rivolte che non hanno mostrato alcun collegamento organizzativo, ma una relazione ancora più profonda proprio perché di contagio spontaneo. Per cui è ragionevole ipotizzare che qualsiasi avanzamento o arretramento, soprattutto se drastico, della lotta in uno di questi paesi continuerà per parecchio tempo ad avere ripercussione sugli altri.

SI È TRATTATO ovunque di sollevazioni spontanee, “a mani nude”, innescate da episodi occasionali, la classica scintilla che tante volte non provoca nulla ma improvvisamente incendia la prateria. Altrettanto ovvio che in qualsiasi situazione di crisi, ben prima che precipiti, agiscono ed eventualmente “pescano nel torbido” potentati internazionali multinazionali e governativi, in primo luogo attraverso i servizi di intelligence. Insomma, qualsiasi rivolta corre il rischio di “lavorare per il re di Prussia”, come diceva il vecchio Marx. Non può certo essere un alibi per non lottare e per non schierarsi.    In Libia, ancora pochi giorni fa, la sollevazione rischiava di essere schiacciata definitivamente. Esplosa in tutto il paese, era già stata repressa a Tripoli in un “venerdì di sangue”, quando le masse uscite dalla preghiera in moschea erano state mitragliate dai corpi speciali gheddafisti. Assicuratosi il controllo della capitale, il rais aveva iniziato con successo la controffensiva e ormai l’assedio si stringeva intorno all’ultima roccaforte di Bengasi. Il centro della rivolta aspettava nell’angoscia il “bagno di sangue” promesso dal colonnello, che su questi temi è sempre di parola. Solo l’aviazione francese ha impedito l’annunciato esito di massacro, e non a caso alla notizia della risoluzione Onu Bengasi insorta è esplosa nella gioia della ritrovata speranza.    Possibile che non sappiate per quali motivi Sarkozy e gli altri leader occidentali bombardino, è la domanda (retorica) del pacifismo “di principio”. Lo sappiamo benissimo: per motivi abbietti. Lo sanno anche i sassi: per danaro e potere, i sempiterni motivi che, soli, commuovono davvero gli establishment, i privilegiati, le destre . Questi motivi abietti hanno avuto però l’effetto collaterale di salvare una insurrezione – variegata e ambigua come le precedenti di Tunisia e Egitto, ma rispetto ad esse con una componente islamica inesistente e una militare più forte – che resta per quel paese unico alambicco di speranza democratica.    A me pare che identificarsi con i giovani laici, acculturati e molto spesso disoccupati, che di questa speranza sono i portatori con le poche armi “straccione” dei disertori e la loro passione di blogger, dovrebbe per un democratico italiano esser quasi un riflesso condizionato. E dunque ad orientarci dovrebbero essere le loro richieste, i loro interessi, la solidarietà nei loro confronti, non l’ovvia ripulsa per le motivazioni dei Sarkozy. Cosa li aiuta, i mirage francesi che vogliono mettere la parola FINE al regime del colonnello (speriamo, visto che già la Nato distingue: una volta protetti i civili, rispetto allo scontro armato bisogna restare neutrali), o un ponziopilatismo occidentale che consentirebbe al macellaio di Tripoli di riprendersi il paese? Cosa ne direbbero i giovani democratici libici che sono insorti?

QUANDO SI SCRIVE, o addirittura si scende in piazza, rivendicando un obiettivo, ci si assume la responsabilità morale di ottenerlo, comprese le conseguenze immediate che porta con sé. Non quelle successive, più lontane: la storia è un affresco di “eterogenesi dei fini”. Ma quelle ovvie e inevitabili sì. E se la rivendicazione che si agita viene raggiunta bisognerebbe essere colmi di gioia. Ma quanti che hanno manifestano per la fine dei raid francesi avrebbero gioito davvero se la richiesta pacifista fosse stata accolta? Nessuno, credo, poiché ciascuno in cuor suo avrebbe saputo che in quarantottore Gheddafi avrebbe concluso a Bengasi quanto interrotto.

di Parolo Flores d’Arcais, IFQ

25 marzo 2011

Si scrive intervento umanitario, si legge corsa al petrolio

L’ennesimo conflietto in un Paese ricco di greggio. quando le ragioni economiche fanno ombra a quelle etiche.

Il dubbio accompagna chi sta bombardando dentro e fuori la Libia: dopo le armi quale Paese sopravviverà? Soprattutto: quali mani sul petrolio? Nebbie anche se una certezza c‘è. Gli Stati Uniti vogliono rimettere piede in Africa per scendere nei deserti dell’oro nero partendo dal Mediterraneo. Il pericolo delle dittature (tribali per i doppiopetti del G8), è solo l’optional che conferma nel 2000 la storia del Novecento. Con la novità delle ombre cinesi, Ciad e Sudan e gli oleodotti in corsa verso il Mar Rosso mentre le 7, 8 o 9 sorelle stanno programmando pipe line destinate alla costa Atlantica per dissetare l’Occidente al quale il greggio non basta mai. E poi il Darfur delle tragedie: 2 milioni di profughi, 300 mila morti nella guerra-guerriglia, liquidata come scontro etnico religioso: arabi contro neri, musulmani contro cristiani, compassione un po’ razzista per nascondere il petrolio che sta venendo a galla nella savana della disperazione. Petrolio che gli oleodotti portano via adesso che il referendum l’ha liberato dalla sovranità sudanese. Insomma, scatoloni di sabbia e disperazione che galleggiano sull’oro. L’oro del Ciad a lungo conteso con la Libia. L’oro del Sudan, targato Pechino. Khartoum rinasce per braccia e capitali cinesi ormai protagonisti anche nel Sudan Meridionale, il quale aspetta l’indipendenza con i contratti già in tasca, ma di chi? Sempre cinesi, Total francese, India, Malaysia: Washington e Londra non possono solo guardare. Le trame degli affari da tempo prevedono “qualcosa”. L’altra urgenza americana alla radice dell’interventismo della signora Clinton (Obama dubbioso) è il controllo dell’energia che fa girare l’Europa, pozzi a portata di mano attorno al Mediterraneo. Mettere il naso nel gas e petrolio che fanno girare il Vecchio continente vuol dire controllare lo sviluppo di una concorrenza non irresistibile ma sempre fastidiosa. Ecco la Libia, guerra che non è una guerra, solo difesa dei diritti umani. Si continuerà a parlarne a lungo per i due Sudan, Darfur e Ciad sull’orlo di chissà quali battaglie. Bisogna dire che le guerre degli ultimi trent’anni sono state onorevolmente combattute col proposito di esportare democrazia attorno al petrolio. Iran-Iraq, 1980-1988, primo round. Protagonista il nostro amico Saddam al quale la Washington di Reagan assicurava armi e consiglieri militari, occhi della Cia e greggio da consegnare puntualmente alle multinazionali mentre i suoi pozzi fumano sotto i missili di Teheran. L’Arabia Saudita anticipava il prestito. Iran isolato per sempre nei discorsi di Saddam il quale non andava per il sottile. Tirava giù anche gli aerei passeggeri: nessun straniero doveva arrivare ad ascoltare le voci iraniane legate al resto del mondo dal filo sottile della Lufthansa. Circumnavigazioni interminabili per raggiungere la capitale di Khomeini le cui prediche dall’esilio avevano logorato lo Scià, sovrano dal medioevo ma a noi devoto: vacanze a Saint Moritz, eleganza regale e polizie feroci. A Saddam abbiamo affidato il compito di tamponare l’integralismo sciita, non importa come. Quando il suo gas nervino soffoca 5 mila curdi ad Halabja, provincia sul confine dell’Iran, Stephen Pelletier, ufficiale dei servizi Usa travestito da professore della Wars Army College, scrive sul New York Times che le sue ricerche hanno accertato la responsabilità del massacro: gas iraniano. Aria avvelenata da un cianuro sconosciuto agli iracheni. Chi riempiva gli arsenali di Baghdad sapeva di quali armi disponeva Saddam. “Accusare Saddam di genocidio non è corretto: solo propaganda khomeinista di chi vuol disinformare”. Nel processo che impicca il dittatore, si proibisce ai difensori di presentare la testimonianza di Pelletier nel timore di rivelazioni imbarazzanti. Il principale capo d’imputazione viene sbrigato in fretta. Anche perché un’altra accusa suscita il disgusto di chi deve giudicarlo. Prima di abbandonare il Kuwait, nella prima delle due guerre del Golfo, Saddam ordina di bruciare i pozzi dell’emirato che considera sua 13a provincia. L’ha occupata per ripicca Bush padre: non manteneva le promesse. Fiamme che commuovono le pompe vuote del nostro mondo. Indignano i mercati, scatenano il coro di chi pretende giustizia. E per dimostrare com’è rivoltante chi distrugge quel ben di dio, la Cnn inventa il gabbiano in agonia, ali infangate dal catrame bollente che copre il mare. Immagine d’archivio d’una petroliera naufragata in Alaska. Ecco perché Gheddafi dopo la morte dell’amico abbracciato quando governava, apre subito il cuore ai vincitori. L’insulto alla memoria lo terrorizza. Abbassa la voce e affida la riconquista della simpatia al folklore tribale. Apre il petrolio alle nostre brame senza preclusioni politiche. E la simpatia si scatena.    Due guerre del petrolio in 15 anni. Gli anni diventano 20, le guerre diventano 3. Da una parte musulmani seduti sul 75% delle riserve mondiali, dall’altra le nostre soffici città. Con un tesoro di 46,5 miliardi di barili, la Libia è la potenza petrolifera africana, due volte le riserve Usa. In lista d’attesa nelle guerre industriali Sudan, Darfur e Ciad, riserve che ingolosiscono i 5 Paesi del Consiglio di Sicurezza Onu (Usa, Francia, Gran Bretagna, Cina e Russia) mentre si commuovono per i diritti umani.

di Maurizio Chierici, IFQ

23 marzo 2011

L’Occidente protegge se stesso

È bastato seguire per pochi minuti i talk-show, conditi di analisti politici, esperti militari e a vario titolo, giornalisti, che si sono succeduti sabato pomeriggio dopo la notizia che i Mirage francesi avevano preso il volo verso la Libia, per capire che l’attacco dei Paesi occidentali aveva poco o nulla a che fare con la salvaguardia dei civili colpiti dalla furia del dittatore di Tripoli. Vi si parlava dell’obiettivo della Francia di affermare una propria primazia nel Mediterraneo, degli Stati Uniti che, sorpresi dall’anticipo alle operazioni dato da Sarkozy, hanno lanciato poco dopo dalle loro navi 110 missili Tomahawk per far capire che rimangono comunque loro ad avere il bastone del comando, dell’interesse della Gran Bretagna a recuperare le posizioni perdute nel 1970 quando Gheddafi cacciò, oltre a 20 mila italiani che facevano, in genere, i ristoratori o i negozianti, anche le aziende petrolifere inglesi, della necessità che l’Italia assumesse “una parte attiva” nell’attacco per poi avere pari titolo a partecipare con gli altri al business della ricostruzione (che è il nuovo sport occidentale: distruggere un Paese per poi lucrare sugli affari che ne seguono, come è avvenuto in Afghanistan e in Iraq).

DEI CIVILI LIBICI si erano dimenticati tutti. Ogni tanto qualcuno, in un residuo di pudore, ne faceva cenno, ma si passava subito oltre. Le questioni interessanti erano altre. Uno scenario disgustoso che peraltro rifletteva quanto stava accadendo sul terreno. Una “no fly zone”, ammesso che sia legittima, prevede che i caccia pattuglino il cielo per impedire che gli aerei militari del Paese colpito da questa sanzione si alzino in volo (che è quanto hanno fatto, finora, correttamente, i nostri Tornado e che, se dobbiamo dar credito a Berlusconi, e questa volta glielo vogliamo dare, continueranno a fare), non che vengano colpiti con dei missili mezzi di terra e tantomeno edifici militari o paramilitari. In Libia è in atto una guerra civile. Da una parte non c’è un dittatore isolato e dall’altra la stragrande maggioranza della popolazione. Da una parte c’è un dittatore che non ha solo aerei e tank ma evidentemente gode ancora di un vasto consenso e, dall’altra, c’è invece una parte della popolazione che non ne vuole più sapere di lui dopo 41 anni di regime. Nessuno ha l’autorità e il diritto di decidere come debba andare a finire questa partita. Deve essere il verdetto del campo di battaglia. E c’è anche il sospetto, non infondato, che su un indubbio malcontento popolare, soprattutto in Cirenaica, si siano inseriti degli agent provocateur occidentali, inglesi e francesi, per soffiare sul fuoco. In Occidente molti intellettuali in buona fede sostengono che i rivoltosi libici vanno sostenuti “a prescindere” con le armi, anche rischiando di fare più vittime civili di quante ne abbia fatte e ne farebbe il raìs di Tripoli, perché Gheddafi è un dittatore e le dittature, prima o poi, vanno spazzate via, anche con la forza, per sostituirle con la democrazia. Un liberale che pretende che tutti siano liberali non è un liberale: è un fascista. Un Occidente che si dice democratico che pretende che tutti i Paesi lo siano non è, almeno verso l’esterno, democratico: è un sistema totalizzante e totalitario. Che non riesce più nemmeno a concepire un “altro da sé”, che possano esistere popoli che hanno storie, tradizioni, culture, valori, istituzioni diverse dalle sue. Spiace constatarlo ma le democrazie, dopo aver battuto i totalitarismi nazifascista e comunista, si stanno comportando più o meno come gli sconfitti. Dal 1990, cioè dal crollo dell’Urss, la Nato, sia pur con mascherature varie, ha inanellato cinque guerre d’aggressione: Iraq 1990, Serbia 1999, Afghanistan 2001, Iraq 2003 e, ora, la Libia. Tanto che se oggi si esita ad affidare il comando della missione libica alla base Nato di Capodichino, come vorrebbe Berlusconi, è perché si teme l’ostilità non solo della galassia arabo-musulmana, ma del mondo intero. Perché la Nato da sistema difensivo, quale era stata concepita alle sue origini, è diventata sinonimo di aggressione.

E QUESTO, oltre a fomentare l’integralismo islamico, spingerà parecchi Paesi, fra cui l’Iran, a dotarsi davvero dell’Atomica per non essere completamente inermi davanti alle pretese e alle prepotenze occidentali. Non è un caso che la Corea del Nord, dove c’è un regime a paragone del quale quello di Gheddafi è una viola mammola, non venga toccata.    Infine in questa crisi la sinistra italiana ha dato la dimostrazione scientifica di essere cretina. Nella Commissione Esteri e Difesa la Lega si è astenuta sul voto che doveva dare il là alla partecipazione dell’Italia alla missione contro la Libia. Non lo ha fatto solo per il gretto timore di un’invasione di “migranti”. È una sua posizione storica nei confronti delle aggressioni della Nato. Nel 1999, mentre la Nato bombardava la Serbia facendo 5500 vittime civili (di cui 500 fra gli albanesi che voleva proteggere), alcuni parlamentari leghisti si recarono a Belgrado a fare gli “scudi umani”, per protesta. E la Lega è stata sempre molto tiepida, o ostile, sulla missione in Afghanistan. Una rottura così clamorosa in un dibattito in cui non si decideva il destino della “sora Lella” ma una questione di fondamentale importanza avrebbe potuto provocare una grave crisi nella maggioranza e forse la caduta del governo. E che cosa fa invece il Pd, erede di un pacifismo a volte stomachevole (“meglio rossi che morti”)? Si improvvisa in un muscolare quanto improbabile guerriero, e corre in soccorso del Cavaliere. E allora, se siete così deficienti, vi meritate Berlusconi in saecula saeculorum.

di Massimo Fini, IFQ

L’onorevole Domenico Scilipoti (FOTO DLM)

23 marzo 2011

L’autostrada da 4 miliardi e la fame padana

Forse la Lega teme davvero che il caos libico scaraventi sulle coste italiane un esodo biblico di disperati. Ma sulle sue fibrillazioni probabilmente influisce anche un altro aspetto determinante: gli affari. Proprio nel momento in cui stava accarezzando l’idea di diventare il pivot dei giganteschi business che insieme al petrolio e al gas riguardano il paese nordafricano, e cioè le grandi opere, le è capitata tra capo e collo la rivolta contro il raìs con tutto ciò che ne è seguito. Visti da questa angolazione forse si capiscono meglio i clamorosi distinguo di Umberto Bossi nei confronti delle decisioni del governo sulla Libia e i mal di pancia dei ministri leghisti dopo le missioni dei Tornado italiani sui cieli del nord Africa.    Lontano dai riflettori, ma molto nel concreto, la Lega negli ultimi tempi stava diventando il partito che più di altri avrebbe goduto dei benefici effetti sugli affari delle grandi imprese italiane prodotti dall’ormai famoso Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione firmato con grande solennità il 30 agosto di tre anni fa a Bengasi tra Silvio Berlusconi e il colonnello Gheddafi.

IN BASE a quell’intesa l’Italia si impegnava a versare alla Libia circa 5 miliardi di euro a titolo di risarcimento per i danni di guerra. Nello stesso tempo si stabiliva che il nostro paese avrebbe partecipato alla realizzazione della più grande infrastruttura del nord Africa dei prossimi decenni e cioè l’autostrada costiera che avrebbe attraversato la Libia da Ras Adir ad Emsaad, dal confine tunisino ad ovest fino a quello egiziano ad est. Millesettecentocinquanta chilometri di asfalto in totale. Valore stimato dell’opera, oltre 4 miliardi di euro.    L’operazione autostrada era concretamente partita tre mesi fa con la regia dell’Anas, azienda statale italiana delle strade guidata da Pietro Ciucci. Anzi, l’affare era stato avviato sotto la supervisione dell’ala leghista della società stradale, rappresentata dal consigliere di amministrazione Claudio Andrea Gemme, un manager genovese che è anche amministratore delegato di Ansaldo sistemi industriali, ma soprattutto è il referente nell’azienda delle strade del vice ministro delle Infrastrutture, il leghista Roberto Castelli. Otto mesi fa Gemme fu nominato coordinatore di un nuovo gruppo di lavoro costituito dall’Anas, il gruppo Attività internazionali, a cui fu affidato il compito di seguire gli affari attualmente concentrati soprattutto in tre paesi: l’Algeria, l’Iraq e in prospettiva la Libia.    Di questo comitato fa parte lo stato maggiore Anas, da Alfredo Bajo, responsabile delle nuove costruzioni, manager in passato collaboratore di Carlo Toto, proprietario di Air One e uno dei “patrioti” dell’Alitalia, a Michele Adiletta, direttore centrale dell’esercizio stradale, Eleonora Cesolini, responsabile ricerca e innovazione, Stefano Granati, ex condirettore della società Stretto di Messina.

ALLA FINE del 2010 questo gruppo aveva già portato a casa i primi risultati: l’ambasciata libica aveva affidato all’Anas il servizio di advisor per la futura autostrada. Ricevendo in cambio 125 milioni e mezzo di euro, l’azienda italiana delle strade avrebbe dovuto svolgere compiti delicatissimi e nevralgici come pianificare le procedure, convalidare i progetti, espletare le gare d’appalto per il successivo affidamento dei lavori alle imprese e infine garantire l’alta sorveglianza sui lavori stessi. In pratica su impulso del gruppo internazionale del leghista Gemme, l’Anas stava diventando il punto di riferimento per la nuova grande opera libica.    I lavori erano stati suddivisi in quattro lotti e il primo del valore di 835 milioni di euro era stato affidato ad un consorzio guidato da Maltauro, il gruppo che aveva costruito le ville di Berlusconi ad Antiga e più di recente la nuova sede compartimentale Anas all’Aquila. L’affidamento dei lavori degli altri lotti era previsto per il prossimo settembre e molti all’Anas davano per scontato che questa volta sarebbe toccato ad Impregilo, la grande azienda già impegnata sulla Salerno-Reggio Calabria, scelta per il futuro ponte di Messina e guidata da Massimo Ponzellini, considerato il manager e il banchiere più vicino alla Lega.

di Daniele Martini, IFQ

La strada che da Sirte porta a Ras Lanuf, in Libia (FOTO ANSA)

23 marzo 2011

Tappeto verde: Appalti e respingimenti, diktat della Lega: il Trattato con Gheddafi non si tocca

Il parlamentare leghista si sfrega le mani e con grande soddisfazione dice: “Che fiuto il Capo! Hai voglia a dire che è malato e vecchio, ma è sempre lui”. Il Capo, ovviamente, è Umberto Bossi che ieri l’house organ padano ha santificato con un titolone in prima pagina sul caos libico della maggioranza: “La Lega detta le condizioni”. È la verità. La Lega è Bossi e in questa occasione ha parlato per bocca del più fedele dei due Roberti colonnelli verdi, il Calderoli bergamasco. È toccato al ministro che incendiò Bengasi con la sua maglietta anti-Maometto piantare i quattro paletti attorno ai ministri Frattini e La Russa, che a via Bellerio, sede nazionale del Carroccio a Milano, sono stati definiti anche “due dilettanti allo sbaraglio”: il rispetto degli accordi commerciali del trattato firmato dal Cavaliere e dal Colonnello; il sì alla risoluzione Onu; la “spartizione dei profughi” con l’Ue; il blocco navale anti-esodo. Il naso politico di Bossi ha ripreso a fiutare, con il solito pragmatismo, il venerdì del voto in commissione sull’intervento, quando la Lega ha adottato il modello Merkel dell’astensione. Poi Calderoli ha sferrato un fendente al postfascista La Russa “ministro della Guerra”, infine sono arrivati i quattri paletti che hanno blindato il centrodestra.

A QUEL PUNTO la Lega, dopo la bufera sull’Unità d’Italia (e che ieri ha avuto un altro strascico a Palazzo Madama sul decreto per il 17 marzo, con la maggioranza sconfitta), ha aumentato il tasso di confusione nel centro-destra da una posizione di forza. Il risultato finale tra oggi e domani con il dibattito a Senato e Camera. Ieri Cicchitto e La Russa hanno detto a chiare lettere che il Pdl si accoderà alla risoluzione Calderoli, ma a sera il capogruppo leghista a Palazzo Madama, Federico Bricolo, ha tirato ancora la corda: “Il sì della Lega a una risoluzione di maggioranza sulla Libia a patto che, al di là dell’intervento umanitario, ci siano la difesa dei nostri confini per bloccare i flussi degli immigrati e la tutela degli accordi energetici con la Libia per evitare che il loro mancato rispetto porti conseguenze negative sul costo dell’energia e dunque sulle famiglie e le imprese”. Ed è per questo che, di fronte al traino leghista, il Pd deciderà solo stamattina la sua posizione. La speranza è quella di un’intesa bipartisan nel solco benedetto da Napolitano (comando Nato e risoluzione Onu) ma D’Alema ha già messo le mani avanti e annunciato che i democrat “non voteranno pasticci”. Segno che sarà difficile mettere insieme le condizioni della Lega e le richieste dell’opposizione. Anche perché la dittatura di Bossi sulla questione di Tripoli, e che incarna “il dolore” berlusconiano per l’amico Gheddafi, ha un retropensiero inquietante: la convizione del Senatùr che il Colonnello abbia forze e armi sufficienti per sconfiggere i ribelli. Ironia della sorte, appena due settimane fa, Gheddafi in un’intervista tv ha rivelato che “Bossi gli chiese aiuto per la secessione”. Dura la smentita del Carroccio : “Le armi le fabbrichiamo in Lombardia”. In ogni caso il filogheddafismo della Lega è stato esplicitato ieri da Stefano Stefani, presidente della commissione Esteri della Camera, sulla Padania: “I ribelli di oggi potrebbero diventare i nostri futuri nemici”.

ALTRO ASPETTO che preoccupa non poco il Capo. E non solo per la questione musulmana. Ma anche per gli interessi economici e finanziari tra Libia e Italia: gas, petrolio, partecipazioni di Tripoli nelle nostre imprese, infrastrutture. Un pacchetto che la Lega vuole difendere a tutti i costi dagli appetiti francesi. Di qui il primo paletto della risoluzione prevista per oggi. Ovviamente, il filogheddafismo bossiano fa comodo anche al Caimano che soffre e vorrebbe tanto scappare da questa guerra. E confermato da Matteo Salvini, deputato e voce di Radio Padania: “Berlusconi addolorato per Gheddafi è coerente con la sua vicenda personale e politica. Sicuramente non stiamo parlando di un benefattore dell’umanità e questo è sotto gli occhi di tutti. Ma è altrettanto palese che l’intervento è dettato da motivi evidentemente economici e di potenza internazionale”. Vero, dunque, l’asse Bossi-Berlusconi su Gheddafi. Fino a un certo punto, però. Perché, con le amministrative tra meno due mesi, la Lega potrebbe cannibalizzare grosse porzioni dell’elettorato del Pdl al nord, facendo leva sulle paure per “l’esodo biblico” dei clandestini sulle coste italiane. Il calcolo di Bossi va soprattutto in questa direzione. Del resto fu lui, nel febbraio scorso, quando iniziarono le rivoluzioni del Maghreb a dare fondo a tutto il suo cinismo politico: “Il rischio immigrazione aiuterà noi e anche Berlusconi”. Aiuto a doppio senso: sia per non far cadere la maggioranza, sia per recuperare consensi al turno amministrativo di maggio. E adesso coi numeri pronosticati per la crisi libica il Senatùr cavalcherà sempre di più l’immigrazione, che con sicurezza e federalismo forma la constituency del Carroccio.    In questa cornice, non manca il classico doppio binario seguito dalla Lega. Il contrappeso alla linea cinica sulla Libia è rappresentato dal ministro dell’Interno Maroni, il meno fedele dei due Roberti colonnelli di Bossi. Maroni è il volto istituzionale che cerca sempre una sponda mopderata con l’opposizione. A Varese, sua città natale, il capo dello Stato in visita lo ha investito di un complimento che fatto gonfiare il petto a tutti i leghisti. Ha detto Napolitano: “Sui grandi flussi migratori ho apprezzato l’impegno del ministro Maroni. Lavoriamo in piena sintonia. Nel darmi i consigli mi è molto utile”. La Lega bifronte è sempre più forte. E detta la linea a tutti. Oggi la prova della verità. Se prevale l’opzione bipartisan senza paletti scomodi, che farà il Carroccio? Uscirà dall’aula un’altra volta?

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

Calderoli, le magliette anti-islam e i morti di Bengasi

22 marzo 2011

Missioni alterne. La comunità internazionale a due velocità: l’umanità si invoca solo se serve.

Mentre l’Europa riposava nell’illusione che stabilità facesse rima con autocrazia, non importa la mano dura, non importano religione e ideologia, Obama sceglie di appoggiare la protesta delle piazze egiziane quando Ben Alì scappa da Tunisi: “C’è qualcosa nel-l’anima che pretende la libertà”, parole di Martin Luther King. Il presidente le ripete stanando l’ipocrisia delle cancellerie dagli inchini rispettosi. All’improvviso si accorgono (sfogliando l’Economist) che il Dipartimento di Stato prevede rivoluzioni “imminenti e probabili” in paesi considerati pompe di petrolio o capisaldi strategici. Yemen al primo posto, 85 per cento di probabilità. Libia e Siria in seconda fila: 65 per cento. Poi Bahrein, Arabia Saudita, in fondo spunta la Giordania. Bengasi accende la rivolta che trascina la guerra. Gli ultimatum di Washington non servono; partono aerei e navi per dare una mano alla democrazia annegata nel petrolio. I nostri governi   obbediscono, le opinioni pubbliche si dividono: ormai si combatte.    Bahrein e Yemen sono agitate dalle stesse ribellioni ma le magre indicazioni che arrivano da Washington riguardano i civili americani: invito a lasciare lo Yemen o a trasferirsi “provvisoriamente” nella base Usa del Bahrein. Nessun intervento diretto; tutela dell’integrità del regno affidata alla piccola Nato organizzata con preveggenza in difesa del petrolio, pozzi e traffico. Il 20 per cento dell’energia necessaria ai G20 passa da lì. Il nome è Consiglio della Cooperazione del Golfo: Emirati Arabi, Kuwait, Oman, Qatar, naturalmente Bahrein, assieme in armi (americane) sotto la stessa bandiera impugnata dal gigante saudita. Il quale ha delega di intervenire con duemila uomini: assieme ai carri hanno attraversato   il ponte che unisce l’isola al regno amico per accamparsi lontani dalle piazze in subbuglio dove si comincia a morire; tende e cannoni attorno alla residenza del sovrano Hamad bin Isa al Khalifa dove si è trasferito anche il   primo ministro, cugino del re. Questa la democrazia da tutelare con Hamad che promette la nuova costituzione, ma la promette dalle prima grida e ancora non muove un dito. Se nelle strade si muore, i bunker reali sembrano calmi. Eppure l’inquietudine si allarga. Monarchi sunniti, popolazione al 70 per cento sciita. Il sovrano ripete in tv che non tutti gli sciiti obbediscono alle parole d’ordine di Teheran, ma la verità é un’altra. L’Iran parla di “occupazione militare saudita” e fa balenare l’ipotesi di rispondere come   si deve. Minacce impossibili, i sovrani lo sanno. A cinque chilometri da piazza della Perla, parterre dei passeggi oggi cuore della rivolta, la base Usa di Juffair fa la guardia al via vai delle petroliere. Ma non solo. È il centro che ha coordinato la guerra in Iraq, migliaia di militari con famiglie, vita californiana lontana dai problemi del Bahrein. Nei due porti militari galleggia la Quinta Flotta, portaerei della guerra irachena, oggi Awacs che vanno a spiare l’Afghanistan. Insomma, paese agitato per il momento controllato.    Nello Yemen la situazione sta scappando al presidente Ali Abdalà Saleh. Governa dal 1978 sotto l’ala americana e con l’aiuto di Washington ha stroncato la rivolta degli ufficiali marxisti che avevano proclamato la repubblica di Aden. Voleva candidare il figlio   alla successione, ma i morti in piazza (ogni giorno il numero si allarga) gli hanno fatto cambiare idea. Tre generali e tanti militari gli voltano le spalle: la lezione della Libia é arrivata qui. Stava per firmare la concessione di una   base Usa, la rivolta l’ha fermato. Mosca e Teheran contrari: fra le accuse che sparge parlando all’infinito, c’é la cospirazione di “forze esterne ostili”, e poi la ritorsione degli americani per la parola mancata.    Sfogliando l’Economist, la Siria in subbuglio aveva l’aria di un’ipotesi avventata. Repubblica ereditaria dalle dieci polizie governate da clan alawita che ha in mano ogni potere. Il Sadat figlio continua la politica cominciata da Sadad padre nel 1970. Governo laico all’ombra della Mosca dei soviet, passato ad amicizie supplenti: Iran di Khomeini, ritratti che ossessionavano Damasco; Venezuela di Chavez ma anche aperture verso gli Stati Uniti di Obama con una furbizia diplomatica ereditata dal padre. Analisi di chi guarda di fuori, ma la vita dentro è congelata dalla dittatura senza   spiragli. E senza tenerezze. Qualche giorno prima del massacro (1982) assieme a Robert Fisk ascoltavo ad Hama i Fratelli Musulmani. Erano furibondi con Assad padre. Siamo andati via in tempo. Gli incanti della città sgretolati   dai bombardieri. Forse 20, 40 mila morti. Fisk è tornato quando l’assalto si è concluso ma la vecchia Hama l’ha vista dalla nuova Hama: proibito entrare, hanno costruito un’altra città. Chi sfida il figlio è consapevole dell’intolleranza del regime, ma la corruzione insopportabile anima il coraggio. Per il momento il “mondo libero” osserva immobile. Come osserva il Darfur: dopo 20 anni di una guerra dimenticata, 2 milioni di profughi tormentati dai militari del Sudan scopre che la sabbia galleggia sul petrolio mentre il referendum lo rende indipendente ma con troppi interessi che opprimono una comunità organizzata per sopravvivere, non per governare. Torna la maledizione dell’oro nero. Che nello Zimbabwe è la maledizione dei diamanti di Mugabe al potere dal 1980, indifferente all’isolamento   internazionale, blocco economico che irride. Imbroglia le elezioni, assassina gli avversari, reprime nel sangue le rivolte, ma i diamanti gli allungano la vita. Nessuno paese civile si muove. Fino a quando non si sa.

di Maurizio Cherici – IFQ

22 marzo 2011

Indecisi a tutto

Armiamoci, partiamo e poi vediamo: davanti al caos che regna nella coalizione anti-Gheddafi la famosa battuta dell’”armiamoci e partite” va riveduta e corretta. Ma c’è davvero poco da sorridere. Non era mai successo, nella pur accidentata storia delle missioni internazionali, che poche ore dopo il rombante avvio delle operazioni militari, dentro l’invincibile armata si cominciasse a litigare praticamente su tutto. Subito si è dissociata la Lega Araba sui limiti della missione, andata immediatamente al di là della troppo vaga risoluzione Onu (la tempesta di missili sulle truppe del raìs rende risibile l’idea stessa di una no-fly zone). Mentre il riluttante Obama preferisce farsi fotografare mentre fa due tiri a palla con i bambini di Rio, Washington si divide   tra chi vorrebbe fare un passo indietro (il capo della Cia) e chi (Hillary Clinton) proclama la guerra santa fino all’estirpazione dell’odiato Colonnello. L’Europa è uno spettacolo a parte. I norvegesi si autosospendono dall’alleanza, probabilmente irritati come altri dal protagonismo francese. Tutti, tranne Sarkozy, adesso invocano l’ombrello della Nato a cui si vorrebbe passare il cerino acceso. Nel governo italiano ogni ministro ha una posizione diversa. A parte Berlusconi, che preferirebbe scomparire, diventato com’è una sorta di Giuda agli occhi dell’ex amico del deserto. Il quale, braccato da nemici indecisi a tutto, più il tempo passa più rischia di farla franca.

di Antonio Padellaro – IFQ

21 marzo 2011

Gheddafi, la primavera dei popoli mediorientale e il punto di vista latinoamericano

Gheddafi, la primavera dei popoli mediorientale e il punto di vista latinoamericano

L’America latina è lontana dal Medio oriente e non provatevi a capire cosa accade in Libia e in Medio oriente leggendo la stampa latinoamericana. Vi disorientereste e in qualche caso restereste molto delusi nel trovare notizie improbabili su manifestazioni in favore di Gheddafi, sull’ordine che regna a Tripoli o al massimo un passacarte di agenzie terziste a denti stretti. Se è corretto denunciare un possibile intervento straniero, i pericoli di frammentazione del paese, o perfino la disinformazione all’opera, il silenzio delle organizzazioni multilaterali, a partire da Unasur e Mercosur, è oramai assordante. Non meglio va con i governi, con l’eccezione del Perù e dell’Uruguay. Dal Brasile all’Argentina, da Cuba al Nicaragua al Venezuela, relazioni e alleanze storiche, preoccupazioni geopolitiche, timori e sottovalutazioni, fanno sì che l’America latina dei movimenti sociali, l’America latina altermondista e terzomondista delle relazioni Sud-Sud, sembri non comprendere e voltare le spalle alla primavera dei popoli mediorientale e non faccia una bella figura (né i suoi interessi né il suo dovere).

La distanza si fa incolmabile nell’interpretazioni dei fatti libici, tutta geopolitica e ideologica. In Libia sarebbe guerra civile e non sollevazione popolare, in una forma interpretativa dove le aspirazioni dei popoli, le motivazioni dei giovani in piazza, i rapporti di forza con la repressione, non trovano spazio. In particolare media come Telesur, ma non va molto meglio con la Jornada o con Página12, ovvero la crema dell’informazione progressista latinoamericana, leggono i fatti esclusivamente in un’insufficiente ottica geoenergetica. Media che, mentre il mainstream spargeva letame disinformativo a piene mani, hanno illuminato il mondo sulla rivolta zapatista del 1994, o la caduta del regime neoliberale in Argentina nel 2001 o il golpe in Honduras nel 2009, oggi si rifugiano nella comodità di un’interpretazione del tutto riduttiva: “gli amerikani vogliono il petrolio libico”.

Chi da cent’anni cerca di crearsi il proprio spazio nel mondo lottando contro le ripetute aggressioni statunitensi (militari, economiche, mediatiche), chi da questo deve difendere le proprie ricchezze e in particolare il proprio petrolio con le unghie e con i denti, chi vede sistematicamente finanziare dall’estero opposizioni eversive, non riesce a leggere (o non vuol leggere, anche per motivi di propaganda) gli eventi libici che in una sola ottica: Gheddafi difende il petrolio libico dall’attacco imperialista. Bastano poche frasi anticolonialiste del battutaro libico, massacratore di migranti in ossequio alle sacre direttive dell’Unione Europea e compagno di bunga bunga di Silvio Berlusconi, per infervorare a suo favore molti tra quelli che in America latina hanno una storia cristallina di lotta per l’autodeterminazione dei popoli e contro le ingerenze straniere. In particolare l’interpretazione del governo venezuelano si fa tutta realpolitika nella preoccupazione di perdere un alleato importante nello scacchiere chiave dell’OPEC, l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio che era moribonda e supina agli interessi occidentali quando Hugo Chávez andò al governo in Venezuela e che è stata fondamentale, soprattutto per merito venezuelano, nel diventare fattore di multipolarismo nel mondo attuale.

Le preoccupazioni di intervento della NATO sono legittime ma forse esagerate e soprattutto occultano che un massacro è già in atto. In questo l’editoriale di Fidel Castro ampiamente ripubblicato e commentato in tutto il mondo è impeccabile nella prudenza e anche nel condannare la repressione. Ma l’interpretazione di Fidel è tutta per la tesi “guerra civile” scartando la possibilità di una sollevazione popolare in corso e del risveglio della società civile libica simultaneo, sull’onda della Rete, a quello di altri popoli della regione.

Quanto stiamo vedendo in Libia sarebbe l’inizio di una “rivoluzione colorata” eterodiretta dall’Occidente o è un’altra sollevazione popolare contro autocrazie amiche dell’Occidente? Tra la speranza e la preoccupazione Fidel sceglie la chiave interpretativa della paura. Ha ragione anche Hugo Chávez a censurare la doppia morale della comunità internazionale nel condannare Gheddafi e restare zitta sui bombardamenti chimici statunitensi su Falluja, sull’assedio israeliano di Gaza e sui sistematici massacri di civili in Iraq e Afghanistan. Ha ragione Chávez e il suo cancelliere Nicolás Maduro a puntualizzare il pericolo di un intervento occidentale e della divisione del paese che in questo momento più d’uno tra quanti guardano con orrore agli eventi libici considerano auspicabile. Ma anche Chávez sceglie la chiave della “guerra civile”, nella quale si schiera purtroppo con Gheddafi, contro un’opposizione popolare che considera eterodiretta e che implicitamente assimila all’opposizione, quella sì eversiva, che fronteggia a casa sua.

Vero è anche che alcune delle notizie di stampa appaiono schematicamente esagerate (i mercenari africani pagati 12.000 € a omicidio, i 10.000 morti, gli stupri casa per casa, perfino i video sulle fosse comuni) inducendo una volta di più alla prudenza sulla disinformazione come sempre sparsa a piene mani dal mainstream. Ma non è possibile fare come se Gheddafi non stia massacrando il proprio popolo e come se il precedente di bombardamenti su manifestazioni popolari non sia proprio quello dei gorilla argentini contro il popolo peronista nel 1955 per imporre la prima dittatura antipopolare e fondomonetarista.

Molte delle preoccupazioni sono legittime ma è vero anche che i leader e l’informazione latinoamericana appaiono sottovalutare aspetti fondamentali di quanto accade in Libia e più in generale in Medio oriente. No, in Medio Oriente non stiamo vivendo una nuova rivoluzione colorata eterodiretta da Washington e benedetta dal Fondo Monetario Internazionale. In Medio oriente siamo all’inizio, appena all’inizio, di una “primavera dei popoli” simile a quella che l’Europa ha vissuto nel lontano 1848 quando nel giro di pochi mesi, e senza alcuna agenda predefinita, si liberò dei governi della Restaurazione imposti alla sconfitta di Napoleone I. Per quanto complicato possa sembrare è dovere dell’America latina integrazionista essere conseguente con la propria stessa genesi e appoggiare senza paura i popoli mediorientali che si stanno liberando di regimi autocratici spalleggiati spesso per decenni dall’Occidente. E’ dovere dell’America latina svelare una volta di più la menzogna dell’ “esportazione della democrazia” ed appoggiare i fuochi di ribellione che nascono nel sud del mondo.

In queste ore i governi occidentali, in particolare il più screditato di tutti, quello italiano, stanno millantando il pericolo dell’avvento di governi basati sul fondamentalismo islamico per imporre una nuova generazione di autocrati che facciano che tutto cambi perché nulla cambi. Ma non ci sono molti barbuti né burka in piazza a Bengasi come ieri al Cairo e l’altro ieri a Tunisi. E se ci sono l’obbiettivo dev’essere appoggiare quei ragazzi sbarbati e quelle ragazze dal volto scoperto perché siano in grado di esprimere una classe dirigente alternativa. Se nessuno crede nei popoli del Medio oriente l’America latina deve credere nei popoli del Medio oriente. Non c’è altra via, per l’America latina, che riconoscere nei ragazzi egiziani, tunisini, libici, domani ojalá sauditi, le stesse aspirazioni e le stesse speranze che hanno strutturato negli anni ‘90 i movimenti sociali latinoamericani che hanno saputo farsi governo. Fino a ieri le relazioni Sud-Sud erano affare (importante) dei governi. Adesso la sfida diventa far diventare popolari tali relazioni Sud-Sud.

Per arrivare a ciò è indispensabile riconoscere in Gheddafi il nemico politico e non solo il (prescindibile) alleato geopolitico. Non possiamo più condannare i crimini commessi contro i migranti dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e da governi come quello di Felipe Calderón in Messico se non riconosciamo in Muammar Gheddafi il massacratore di migranti per conto di Silvio Berlusconi e di altri governi europei. Forse sono false le fosse comuni mostrate dai media, ma non sono false le fosse comuni in Libia dove in questi anni sono finite le speranze di migliaia di migranti africani. Quando nel 2008 l’America latina tutta, Fidel, Chávez, Lula, Evo, esplose contro la vergogna delle direttive europee contro i migranti, era a Gheddafi che l’UE appaltava una parte di tali crimini ed è con Gheddafi che fanno affari il lugubre Cameron, il triste Sarkozy e l’impresentabile Berlusconi. Gli europei erano i mandanti, ma Gheddafi era il sicario di quei migranti.

D’altra parte è innegabile che anche se in Libia non è in corso un “genocidio”, Gheddafi stia reprimendo il proprio popolo con una ferocia intollerabile, impresentabile, imperdonabile. Forse i morti non sono 10.000 come racconta il sistema disinformativo mainstream, ma sono comunque centinaia. Ed è un’onta difficilmente emendabile che per Telesur Al Jazeera sia un partner strategico quando racconta i crimini statunitensi o israeliani ma vada oscurata quando narra del popolo libico che si ribella. Vorremmo vedere anche su Telesur le immagini dei ragazzi di Bengasi che portano in piazza le immagini di Omar al Mukhtar, l’eroe della lotta contro il colonialismo italiano. E’ con loro che deve stare l’America latina!

di Gennaro Carotenuto

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