Archive for ottobre, 2009

30 ottobre 2009

Le Repubbliche dinastiche nel mondo arabo

Quando si scrive un articolo sulle elezioni presidenziali nel mondo arabo si ha il lusso di poterlo scrivere con lauto anticipo poiché l’esito di queste non è mai in dubbio.

Il 25 ottobre il presidente tunisino Zine el Abidin Bel Ali (foto sopra) viene eletto – virtualmente senza oppositori – per il quinto mandato consecutivo. Poco importa se nel 1987 era salito al potere con la promessa di seppellire il concetto di “presidenza a vita” accordato al leader della liberazione tunisina Habib Bonurguiba e che però è poi di fatto diventato il nuovo presidente a vita della Tunisia; o che guida il Paese senza un’opposizione, con i leader dell’opposizione o in prigione o emarginati; o che la maggioranza della popolazione consapevole della finzione in atto resterà a casa  il giorno delle elezioni.

In Tunisia, come in altre “Repubbliche” arabe, la presidenza è diventata quasi una sorta di monarchia, con il meccanismo della gestione delle elezioni utilizzato esclusivamente come forma di acclamazione pubblica piuttosto che come strumento democratico per scegliere o sostituire un leader. Tutto ciò è indicativo della stagnazione in cui si trovano questi sistemi politici che contribuiscono alla radicalizzazione crescente e alla frustrazione dei gruppi dell’opposizione e dei giovani e che, se lasciati senza riforme, potrebbero eventualmente portare a rotture e disfunzioni serie.

In altre Repubbliche arabe questa dinastia è andata ben oltre l’assicurarsi la presidenza a vita, alcune di queste hanno addirittura ingegnato la successione dinastica.

In Egitto, proprio questo mese sono esplose alcune proteste contro il piano – a lungo termine – secondo il quale il regime starebbe preparando Gamal Mubarak alla successione del padre il presidente Husni Mubarak. In Siria questo è già avvenuto nel 2000, quando al presidente Hafez al –Assad è seguito il figlio Bashar. In Iraq, se il regime di Saddam Gussein fosse sopravvissuto, nel piano di successione c’era già uno dei suoi figli Uday o Qusay. Nello Yemen il presidente Ali Adballah Salih ha già messo suo figlio nella posizione di sostituirlo. In Libia il potere è ben usurpato dalla famiglia Gheddafi e il presidente Muammar Gheddafi può scegliere quale consacrare tra i suoi due influenti figli, Saif al-Islam (foto sotto) o Mu’tasim. Queste pratiche di successione non sono ancora così ovvie in Tunisia.

Nelle monarchie arabe, come in Marocco, Giordania, Arabia Saudita e negli Emirati del Golfo, il potere definitivo non è messo in discussione e le elezioni si applicano solo a parlamentari  deboli o a consigli consultivi. Le Repubbliche arabe che un tempo avevano appoggiato le aspirazioni dei riformisti nazionalisti e dei democratici sono oggi l’incarnazione dell’autoritarismo e della stagnazione. Questo è in parte il risultato dei partiti al potere o delle cricche che monopolizzano il potere politico, quello economico e la sicurezza, e in parte quello di una battaglia polarizzata contro i partiti islamismi. Le élite al potere nelle Repubbliche arabe hanno convinto l’Occidente, ma anche larga parte della loro popolazione, che la scelta è assoluta: o continuano a governare loro, oppure il potere cadrà nelle mani degli islamismi radicali. Non vedono l’ora di poter citare esempi di gruppi islamismi radicali come Al Qaeda o i talebani, ma evitano di menzionare l’integrazione dei gruppi islamismi moderati nella politica, come è avvenuto per esempio con successo in Turchia, ma anche in alcune monarchie arabe quale il Marocco e il Kuwait.

La violenza genera violenza e l’esclusione genera esclusione. Le politiche repressive ed escludenti di queste Repubbliche arabe dinastiche stanno prevenendo lo sviluppo graduale di politiche pluralistiche moderate e inclusive. Nel breve termine questo atteggiamento può funzionare sulla stabilità e sulla sicurezza, ma nel lungo periodo mostra invece i semi di un’esplosione pericolosa.

La comunità internazionale, nella sua partnership con i riformisti arabi e con la società civile, dovrebbe raddoppiare gli sforzi e insistere per una graduale ma reale riforma politica negli Stati arabi, oggi cementificati in maniera pericolosa.

di Paul Salem
Annunci
29 ottobre 2009

Oltre tre milioni i disoccupati in Italia

Secondo l’Ires non sono "1,8 milioni, come calcola l’Istat", perché bisogna aggiungere anche chi ha smesso di cercare un impiego. Contratti a tempo, allarme salari: in pochi casi superano i mille euro. Giovani, donne e under 34 non superano gli 800 euro.

Lo scenario non è dei migliori e c’era da aspettarselo. La novità è che i disoccupati in Italia sono 3,2 milioni e non 1,8 milioni, come calcola l’Istat, perché a questi ultimi bisogna aggiungere anche gli scoraggiati, ovvero coloro che hanno smesso di cercare un impiego ormai convinti di non poterlo trovare. È quanto emerge dallo studio realizzato dall’istituto di ricerche della Cgil, l’Ires, presentato oggi (29 ottobre) a Roma. Tra i dati allarmanti, un tasso di disoccupazione in crescita anche l’anno prossimo, salari bassi (intorno ai 1.000 euro) specie per le donne e i più giovani, solite differenze tra Nord e Sud.

DISOCCUPAZIONE AL 12,1%. Alla luce dei risultati dello studio, dunque, il tasso di disoccupazione reale sarebbe al 12,1 e non al 7,4 per cento comunicato dall’Istat per il secondo trimestre 2009. Secondo la Cgil, infatti, la stima realistica della disoccupazione, se si facessero emergere almeno 600.000 degli scoraggiati, sarebbe del 9%. Il mercato del lavoro, così afferma l’Ires, “si caratterizza per l’incremento sostenuto del numero di inattivi in età da lavoro, cresciuti di 434 mila unita rispetto al secondo trimestre 2008”. In particolare, il 9% degli inattivi complessivi tra i 15 e i 64 anni non cerca lavoro perché pensa di non riuscire a trovarlo. Una fascia di “scoraggiati” che riguarda 1 milione e 363 mila persone, per gran parte donne (938 mila a fronte di 425 mila uomini). Lo studio sottolinea anche come sia cresciuta la durata della disoccupazione, tra i 7 e i 12 mesi.

BASSI SALARI. Quasi due terzi dei dipendenti con contratto a tempo determinato hanno retribuzioni mensili inferiori a 1.000 euro. La percentuale con un salario così basso tra coloro che hanno un contratto a tempo indeterminato e una retribuzione inferiore a 1.000 euro risulta del 29%. La retribuzione è bassa soprattutto per i giovani e le donne. In particolare, per le donne con contratto a tempo determinato e meno di 34 anni, la media salariale è di poco superiore agli 800 euro.

"CIG IN AUMENTO NEL 2010". “L’anno prossimo ci saranno 1,2 milioni di domande di disoccupazione ordinaria”m ha detto il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni presentando il rapporto e confermando le proposte del sindacato per affrontare la crisi. Tra queste, “prolungare l’indennità di disoccupazione ordinaria di quattro mesi per i lavoratori sotto i 50 e portare il tetto della cassa integrazione a 1.100 euro mensili contro gli 800 attualmente percepiti”.

28 ottobre 2009

Il credito alla imprese: perchè il piatto piange

La Sede del Fondo Monetario a Washington – IMF ©

Il credito al settore produttivo   è una risorsa assai scarsa in tutti i paesi, ma in Italia rischia di creare problemi ancora più gravi perché un tessuto di imprese medie e piccole non ha vere alternative ai canali tradizionali. Ma il credito alle imprese non tornerà ad affluire fino a quando le nuove regole non riusciranno a colmare l’attuale abisso di convenienza fra l’attività finanziaria sui titoli e la concessione di credito. Più si aspetta a vararle, più il problema diventa difficile da risolvere perché aumenta la forza contrattuale delle banche rispetto alla politica.  

Il credito al settore produttivo è divenuto una risorsa terribilmente scarsa in tutti i paesi, ma in Italia rischia di creare problemi ancora più gravi perché un tessuto di imprese medie e piccole non ha altre vere alternative rispetto ai canali tradizionali. Invocare, come fa qualcuno, lo sviluppo di nuove forme di finanziamento (normalmente basate sul mercato di borsa) è una fuga in avanti, perché simili innovazioni strutturali richiedono tempi che non sono compatibili con l’urgenza dei problemi: non è molto diverso dal suggerimento di Maria Antonietta di dare brioches al popolo affamato. Ancora più pericolosa, è la deriva verso forme di controllo amministrativo che ci riporterebbero al concetto di “credito come pubblico servizio” che ha determinato danni incalcolabili in Italia, a cominciare dal dissesto dell’intero sistema bancario meridionale negli anni Novanta.

LA STRETTA CONTINUA

Il problema è comunque grave, si presenta in tutti i principali paesi ed è destinato a perdurare almeno fino al 2010. Ce lo dice in modo molto chiaro l’ultimo Global Financial Stability Report del Fondo monetario internazionale.
Il rapporto mette in evidenza che la contrazione del credito alle imprese a livello mondiale è violenta (assai meno in Italia, come vedremo) ma in paesi come il Regno Unito ha raggiunto addirittura il -7,9 per cento. L’"asfissia finanziaria" di cui aveva parlato Mario Draghi nelle sue Considerazioni finali di fine maggio, in alcuni paesi non solo è drammatica, ma non si sta affatto allentando. Il rapporto contiene anche un interessante esercizio econometrico, che stima la domanda futura di credito delle imprese e l’offerta relativa, in base alle condizioni attuali delle banche. Il risultato per il 2009 è un financing gap (cioè un eccesso di domanda rispetto all’offerta) di 460 miliardi di dollari per l’area dell’euro (grosso modo uguale a quello stimato per gli Stati Uniti) cui va aggiunto un impressionante 150 miliardi per il Regno Unito. Per il 2010 le stime non sono migliori: 240 miliardi per l’area dell’euro, ancora 150 per il Regno Unito e 90 miliardi per gli Stati Uniti. Rispetto al Pil, si tratta di cifre notevoli: per il biennio 2009-2010, 3 per cento per Eurolandia; 2,4 per gli Stati Uniti e addirittura 15 per cento per il Regno Unito. Naturalmente, si tratta di un dato ex ante, frutto di un puro esercizio econometrico, ma è più che sufficiente per indicare che il credit crunch è un problema ancora presente e che rischia di protrarsi nel tempo ben più del temuto.Secondo il Fondo, la causa fondamentale della carenza di offerta di credito va individuata nelle condizioni patrimoniali delle banche. In sintesi, si osserva che c’è stato un significativo rafforzamento del capitale (prima con aiuti pubblici, poi con operazioni di mercato), ma sui bilanci bancari incombono non una, bensì due spade di Damocle: le perdite non ancora registrate dei titoli “tossici” e le perdite sui crediti che diventeranno inesigibili per effetto della crisi. Le perdite totali sono stimate in circa 2.800 miliardi di dollari, su livelli analoghi alla stima di aprile, mentre quella complessiva si contrae da 4.000 miliardi a 3.400. Questa differenza dimostra che la componente relativa ai crediti normali sta crescendo in modo significativo e che il problema delle banche oggi non è più solo quello di smaltire gli eccessi della finanza speculativa, ma di fronteggiare il deterioramento del portafoglio crediti tradizionali dovuto alla grave caduta dell’attività produttiva e, in alcuni comparti come l’immobiliare commerciale, allo sgonfiamento della bolla del passato.
Il risultato netto è che a livello mondiale, i pur elevati profitti bancari previsti per i prossimi diciotto mesi risultano significativamente inferiori alle perdite che dovrebbero emergere: il capitale verrà quindi intaccato per 110 miliardi di dollari negli Stati Uniti (più o meno la cifra raccolta da quelle banche dopo il famoso stress test); per altrettanti in Eurolandia; per 30 nel Regno Unito e per 60 nei paesi scandinavi, di cui si parla meno ma che non navigano in buone acque.
Come afferma testualmente il rapporto, le banche di tutti i paesi hanno sì raggiunto un apprezzabile livello di stabilità (e, va aggiunto, ci mancherebbe altro, con tutti i sussidi a vario titolo che hanno ricevuto), ma “abbiamo di fronte ulteriori pressioni”, “dovrà proseguire il processo di ricostituzione del capitale” e “le banche con dotazione di capitale più forti e strutture di raccolta più stabili saranno in grado di offrire prestiti quando comincerà la ripresa dell’attività produttiva”.
La situazione in Italia è, si è detto, migliore rispetto ad altri paesi dell’area dell’euro, ma ciò non giustifica un ottimismo incondizionato. La caduta del credito è certo meno grave: a luglio si registrava ancora un +4,1 per cento rispetto a luglio 2008, ma allora il credito cresceva ancora a un tasso annuale del 17,3 per cento. La frenata è dunque molto forte rispetto allo scenario precedente e non c’è da stupirsi che in certi settori e per certe categorie di imprese, il credit crunch possa assumere contorni non migliori di quelli che si registrano in altri paesi europei.

LA LINEA DA NON SUPERARE

Il paradosso è che, da un punto di vista strettamente imprenditoriale (l’unico che conta nella logica di mercato con cui vogliamo continuare a ragionare) è razionale che le banche siano più prudenti di prima nel concedere credito o che lo facciano a tassi superiori: si badi che sul mercato internazionale lo spread dei titoli emessi dalle imprese sono doppi rispetto al periodo pre-crisi e qui le “perfide e avide” banche non c’entrano. Ed è razionale, ma assai fastidioso, che tutta la liquidità immessa nel sistema finisca per alimentare le operazioni finanziarie: il portafoglio titoli è cresciuto in Italia del 44 per cento, mentre le grandi banche mondiali hanno ripreso alla grande le operazioni sulla finanza speculativa.
È dunque comprensibile che ovunque si stiano cercando strumenti, anche eccezionali, per assicurare a famiglie e imprese le risorse necessarie: dagli impegni assunti dalle banche che hanno ricevuto sussidi statali a non far diminuire la consistenza del credito a famiglie e imprese, ai “protocolli di intenti” firmati dalle banche, alle iniziative di vario tipo previste dal governo italiano, come gli osservatori dei prefetti; la moratoria dei crediti; gli impegni collegati ai Tremonti bond.
C’è tuttavia una linea di principio che non deve essere varcata: quello dell’ingerenza amministrativa nell’allocazione del credito, che è e deve rimanere esclusiva competenza, e responsabilità, della libertà imprenditoriale della banca. È stata una grande conquista della riforma conclusasi nel 1993 con l’emanazione del Testo unico bancario e neppure la crisi finanziaria può offrire motivi sufficienti per tornare indietro.
Come ha affermato Mario Draghi (nella foto) fin dal marzo scorso in un’audizione parlamentare “è essenziale che l’analisi delle condizioni del credito a livello locale non sconfini in un ruolo di pressione sulle banche che spinga ad allentare il rispetto di criteri di sana e prudente gestione nella selezione della clientela. Ritengo che debbano essere evitate interferenze politico-amministrative nelle valutazioni del merito di credito di singoli casi. Il credito è e deve restare attività imprenditoriale, basata su un prudente apprezzamento professionale della validità dei progetti aziendali”.(1)
Draghi ha anche indicato la possibilità di usare le garanzie pubbliche come misura di policy utile a risolvere il problema del credit crunch. La proposta appare oltre che interessante sul piano tecnico, anche equa dal punto di vista politico. Come il sistema bancario mondiale è stato salvato dal disastro perché i governi sono prontamente intervenuti con ogni possibile forma di sostegno, compreso garanzie in bianco alle passività delle banche, così oggi è opportuno adottare misure a sostegno dell’attività produttiva.
È possibile, come suggerito dal governatore e dal presidente di Confindustria pensare a garanzie pubbliche che servano a far partire una securitisation “virtuosa” a favore delle piccole e medie imprese. Le banche dovrebbero ovviamente tenere nei loro portafogli una quota mantenendo così l’incentivo a selezionare prenditori meritevoli e fornendo una garanzia implicita al mercato. 
Sui titoli senior, cioè quelli con il rating più alto, potrebbe essere prevista una garanzia pubblica (per questa, nella proposta di Draghi la banca dovrebbe corrispondere una remunerazione commisurata alla qualità dei crediti sottostanti). Limitando la garanzia pubblica alla quota meno rischiosa del pool dei prestiti cartolarizzati si evita – ribadisce Draghi – di addossare allo Stato un ruolo inappropriato nella valutazione del merito di credito. Se le banche sono in grado di collocare parte dei propri crediti su un mercato secondario attivo e liquido, possono utilizzare la liquidità ottenuta per riattivare l’offerta di credito.
Insomma, il credito alle imprese non tornerà ad affluire fino a quando le nuove regole non riusciranno a colmare l’abisso di convenienza che adesso esiste fra l’attività finanziaria sui titoli e la concessione di credito alle imprese e fintanto che le ferite profonde del sistema bancario internazionale non saranno rimarginate. Più si aspetta a varare queste regole, più il problema diventa difficile da risolvere perché aumenta la forza contrattuale delle banche rispetto alla politica.
Tutti i politici hanno usato nei giorni scorsi parole di fuoco nei confronti dei banchieri, accusandoli di un’autentica degenerazione verso la speculazione. Ma questa degenerazione è un frutto di un quadro normativo che deve essere cambiato. Timothy Geithner ha affermato che le regole le scrivono i politici, non i banchieri. È ora di passare dalle parole ai fatti. Altrimenti i politici fanno la figura di Woody Allen in questo dialogo di “La dea dell’amore”: “Papà, chi comanda fra te e la mamma?” “Chi comanda? E me lo devi chiedere? Io comando. La mamma prende solo le decisioni. C’è una grande differenza: lei dice quello che dobbiamo fare, ma io ho il telecomando quando guardiamo la Tv”. (2)

di Marco Onado Lavoce.info

(1) Mario Draghi. Audizione alla VI Commissione della Camera dei Deputati (Indagine conoscitiva sulle tematiche relative al sistema bancario e finanziario), Roma 17 marzo 2009.
(2) Mia traduzione del dialogo originale di “Mighty Aphrodite”, 1988.

28 ottobre 2009

Neocolonialismo all’africana

 

Il Sudafrica stipula un contratto trentennale per affittare 200 mila ettari di terreno coltivabile nel Congo Brazzaville.

L’aumento dei prezzi dei generi alimentari e i rischi connessi ai cambiamenti climatici hanno portato negli ultimi anni alcuni Paesi economicamente avanzati come la Cina, la Corea del Sud, l’Europa o i Paesi del Golfo a stipulare contratti d’affitto pluriennali per ingenti estensioni di terra coltivabile in Africa, in modo da garantirsi la sicurezza alimentare. Contratti che di fatto concedono la proprietà della terra a Paesi stranieri e che hanno fatto parlare di una nuova forma di colonialismo. In questo trend si è inserito ora anche il Sudafrica che ha stipulato con il Congo Brazaville un accordo trentennale per 200 mila ettari, ma che potrebbero presto diventare 10 milioni, che permetteranno agli agricoltori sudafricani di coltivare soia e mais e di allevare polli e vitelli.

Nessuno dei due Paesi, però, vuole sentir parlare di neocolonialismo. Rigobert Mabundu, ministro dell’Agricoltura in Congo ha parlato di un importante accordo di cooperazione internazionale, in grado di migliorare le conoscenze tecniche, costruire le infrastrutture necessarie per lo sviluppo e garantire la sussistenza alimentare. "Non è normale – ha detto – che con tutte le risorse a nostra disposizione non riusciamo a garantire l’autosufficienza alimentare e siamo costretti a importare moltissimi prodotti. Ecco perchè stiamo lavorando per convincere i congolesi ad impegnarsi nel settore agricolo, ma per farlo abbiamo bisogno dell’aiuto internazionale".
Il patto è che i prodotti raccolti vengano venduti innanzitutto sul mercato interno. In cambio Brazzaville si impegna a garantire la sicurezza degli agricoltori sudafricani e la possibilità di esportare i proventi di questa attività, oltre ad agevolare con una serie di sgravi fiscali l’importazione di tutte le attrezzature necessarie.

A Pretoria, l’accordo viene visto come l’occasione per alleggerire la tensione sulle terre sudafricane che, ad oggi, il governo non è ancora riuscito ridistribuire fra bianchi e neri. Quando, nel 1994 è caduto il regime dell’apartheid, l’87 percento dei terreni coltivabili era nelle mani dei possidenti bianchi. Il programma dell’African National Congress era quello di ridistribuire il 30 percento delle terre entro il 2015 attraverso il sistema della restituzione a quanti erano stati espropriati dal regime dell’apartheid; della compensazione economica quando non era possibile la restituzione; e della ri-assegnazione delle terre che erano state riscattate dal governo. La riforma agraria, che in Sudafrica, a differenza di quanto è avvenuto nel vicino Zimbabwe, doveva basarsi sul riscatto e sulla libera volontà dei proprietari a vendere, è fallita per vari motivi e si è calcolato che ad oggi solo il 5 percento dei possedimenti ha cambiato proprietario.
Nel rapporto stilato dall’Institure for Poverty, Land and Agrarian Studies, all’alba delle elezioni del 22 aprile scorso, si legge che l’agricoltura sudafricana "rimane dominata da poche grandi imprese che praticano un’agricoltura intensiva con grandi investimenti di capitali, generalmente concentrate nelle mani dei bianchi, accanto a milioni di piccole aziende, povere di risorse, di proprietà dei neri".
Forse per questo quasi duemila agricoltori hanno già fatto richiesta all’associazione di categoria, l’Agri Sa, per trasferirsi nel Paese centrafricano.

di Chiara Pracchi Peacereporter

27 ottobre 2009

La Guardia di Finanza irrompe nelle banche accusate di frodi fiscali con i derivati.

 

 

Chi si è recato alla Popolare di Milano, alla Dresdner Bank e in Banca Aletti per “scudare” un po’ di capitali esteri, ieri ha rischiato l’infarto. Fin dal primo mattino tutte e tre le sedi milanesi di queste banche hanno ricevuto la visita improvvisa di Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate. Cercavano le prove cartacee e informatiche del cosiddetto “tax trading”, ovvero quella massa di derivati con i quali le banche italiane hanno abbattuto l’imponibile fiscale tra il 2001 e il 2007. Un giro di transazioni internazionali attraverso le quali, secondo l’ipotesi  degli inquirenti, sarebbero stati sottratti al Fisco oltre tre miliardi di euro con un’attenta attività di pianificazione fiscale. Mentre secondo le banche italiane (almeno una dozzina quelle coinvolte) si tratterebbe di normale attività di “trading”, senz’alcuna finalità né di evasione né di elusione.

In piazza Meda, sede della Pop Milano, i finanzieri si sono presentati sventolando un ordine di esibizione documenti – il passo appena più galante di una perquisizione – firmato dal procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo. Ne sono usciti a tarda sera con un bel pacco di contratti, email e corrispondenza interna. Stessa scena è avvenuta negli uffici di Piazza Affari della Dresdner, dove sono stati esaminati i computer e chiese le carte del “tax trade”. In via Santo Spirito, invece, ci sono gli uffici di Banca Aletti, la banca d’affari del Banco Popolare italiano. Qui si sono materializzati gli ispettori dell’Agenzia guidata da Attilio Befera, chiedendo lo stesso tipo di documentazione. Le due inchieste sono infatti concomitanti e vertono sullo stesso ricco mercato che solo la crisi internazionale delle banche d’affari, iniziata nel 2008, ha stroncato. Più che altro per scomparsa utili e per lo smantellamento degli uffici che facevano i lavori più “border line”: non sarebbe stato bello, mentre si incassavano aiuti pubblici, farsi beccare con le furbate fiscali negli uffici.

Questi derivati sequestrati ieri sono complesse operazioni attraverso le quali banche inglesi, tedesche e italiane, si sono scambiate dei contratti altamente speculativi per importi singoli che potevano variare dai 100 milioni al miliardo di euro. Dal punto di vista fiscale, erano molto vantaggiosi perché giocavano sul divieto di doppia imposizione nell’area Ue, in modo che la banca di diritto italiano poteva dire al proprio Fisco di aver già pagato una ritenuta alla fonte (inferiore anche della metà rispetto alla tassazione italiana) a Londra, a Francoforte o in Lussemburgo. Secondo quanto ipotizza il pm Alfredo Robledo, massimo esperto italiano di inchieste sui derivati (sua anche quella sui derivati che hanno scavato una voragine nei conti del comune di Milano, della regione Liguria e della Calabria), queste complesse operazioni avrebbero il solo fine di pagare meno tasse. E dall’analisi della prima tranche di documentazione già sequestrata in Barclays Capital, Commerzbank Italia (poi sciolta in Dresdner), Intesa-San Paolo e Unicredit, sarebbe abbastanza evidente che i contratti non presentassero alcun profilo di rischio. In sostanza, si tratta di derivati su obbligazioni che staccavano delle cedole prefissate e dal rendimento insensibile perfino ai rischi di cambio. Per questa ragione, la Procura milanese procede per truffa aggravata ai danni dello Stato e dichiarazioni fiscalmente infedeli. L’indagine è delicatissima perché coinvolge tutte le principali banche italiane, a cominciare da Intesa-San Paolo, Unicredit, Antonveneta, Carige, Montepaschi, Popolare di Milano, Banco Popolare e Popolare Vicentina. A metà agosto, quando sono state perquisite, Intesa-San Paolo e Unicredit hanno fatto sapere di aver offerto “piena collaborazione agli inquirenti” e di non aver violato alcuna legge. L’indagine sembrava ferma. Poi, ieri, la nuova e improvvisa accelerazione.

di Francesco Bonazzi

27 ottobre 2009

Cosa non si fa per vendere una medicina

Che l’industria farmaceutica eserciti una costante pressione sui medici per ottenere più prescrizioni non ha bisogno di sottolineature visto che sono circa 25mila gli informatori che ogni giorno interagiscono con i medici dell’ospedale e del territorio.
Oltre alla pressione diretta bisogna considerare, però, il peso che l’industria esercita attraverso l’Educazione medica continua (Ecm), che è obbligatoria per tutto il personale sanitario. Non vià dubbio che sia necessaria per far sì che i medici siano aggiornati. Tuttavia, se chi svolge questa azione è lo stesso che è interessato a piazzare i suoi prodotti, ci si trova di fronte a un chiaro conflitto di interessi. Negli Stati Uniti ha creato preoccupazione la spesa di 60 milioni di dollari in quattro anni effettuata da due sole società per sostenere l’Ecm per un unico prodotto farmaceutico, peraltro controverso come l’ezetimibe, un inibitore dell’assorbimento del colesterolo. I finanziamenti sono stati effettuati a favore di società scientifiche e di università, evidentemente con lo scopo di promuovere le prescrizioni.
Le aziende hanno riconosciuto implicitamente l’errore, perché hanno patteggiato, pagando ben 41 milioni di dollari.
Anche in Italia l’Ecm è spesso una burla: l’industria è la principale finanziatrice attraverso l’accademia e non si tratta di sovvenzioni a fondo perduto. L’Ecm, peraltro, non è la sola via per promuovere i farmaci. Recentemente sempre negli Stati Uniti una delle più importanti aziende ha dovuto pagare 400 milioni di euro per compensare le assicurazioni pubbliche e private delle conseguenze di una propaganda tesa ad aumentare le vendite di quattro farmaci per indicazioni terapeutiche non approvate, cioè indicazioni che non sono contenute nell’etichezza e per cui non esiste una documentazione scientifica di efficacia. Tipico è l’estensione dell’impiego di antiulcera per trattare la cattiva digestione: sempre di stomaco si tratta!. Altro metodo impiegato per aumentare le vendite è quello di diminuire i valori di normalità. Se attraverso campagne ben orchestrate si convincono i cittadini che per prevenire danni cardiovascolari il
livello del colesterolo nel sangue deve essere il più basso possibile, è difficile che qualcuno possa sfuggire a un trattamento con un farmaco che abbassi il colesterolo. Purtroppo il mercato è diventato selvaggio e anche i farmaci non sfuggono alla possibilità di essere considerati prodotti di consumo.
Quando si rimarca che i farmaci costano cari, si risponde che è la ricerca che costa cara: in realtà è la promozione che incide di più, perché concorre fino al 30 per cento del prezzo.
È necessario perciò promuovere una maggiore informazione indipendente che bilanci quella parte.
di Silvio Garattini
26 ottobre 2009

Società e Sviluppo Sostenibile

Società e Sviluppo Sostenibile

La terra non è piatta e non è al centro dell’universo.
Se qualcuno, vissuto prima di Galilei e di Colombo, avesse sostenuto questa tesi si sarebbe attirato, nella migliore e salutare delle ipotesi, l’appellativo di pazzo. Lo stesso Galilei dovette affrontare le conseguenze delle sue divulgazioni scientifiche, che fatte in quei tempi, avevano l’aria di uno strappo su un tessuto spesso e resistente.
Eppure l’impostazione filosofica, culturale e politica di un grande arco di storia umana si basa su alcune considerazioni, che in quel tempo erano appunto tessuto spesso e resistente.
1. L’intero pianeta (il mondo allora conosciuto) poteva essere considerato, con le sue consuetudini culturali e sociali come un affresco in cui l’uomo, creatura al centro dell’universo, era il destinatario di un progetto (redentivo) che coinvolgeva l’intera umanità (messaggio cristiano);
2. Era pertanto necessario “portare” ai lontani (colonialismo), il modello culturale, e quindi sociale, della civiltà romana, cioè di quella civiltà dove si era affermato il cristianesimo, indifferentemente dalle tradizioni culturali, sociali, ecc. dei colonizzati;
3. Tale sistema conteneva criptata una logica, e quindi una categoria di pensiero, che riteneva unico e buono, e quindi giusto e bisognoso di essere esportato, il modello culturale di quella civiltà che, cresciuta sul mondo piatto ed al centro dell’universo, si era trovata a dover assimilare il modello rivoluzionario ed innovativo del messaggio cristiano.
Con questa breve scheda potrebbe rappresentarsi (in modo sintetico) tutto un modo di concepire la storia ed il ruolo di quella civiltà che, ricevuto l’innesto del cristianesimo ed attraverso il suo messaggio salvifico ed escatologico, portava “l’innovazione” e la cultura del diverso, delle vocazioni, dei talenti. Di quella civiltà che per tale motivo pensò ad un certo punto del suo cammino di essere se stessa depositaria della verità.
La stessa neonata chiesa, affrancandosi dalle persecuzioni e da alcune controversie interne, commette alcuni errori di presunzione.
Ma avete mai visto un giovane che, dalla sua forza e baldanza, non cada in simili leggerezze.
La storia ha visto quindi innestato, nella sua manifestazione più piena della potenza organizzativa del potere delle logiche umane (Impero Romano), un modello fondato sul riconoscimento della capacità evolutiva di ogni componente universale secondo le sue potenzialità e vocazionalità.
Possiamo definire allora l’Impero Romano, l’ultima espressione di un vecchio mondo guidato dalle limitate visioni umane, ed il suo disfacimento, il primo visibile segno della presenza della Verità nella storia.
L’evoluzione della storia, pur essendo conseguenza di questo innesto, non può evidentemente considerarsi cosa finita. Essa procede assumendo ogni giorno nuovi e più nitidi contorni. Come in un rendimento termodinamico, anche la storia non ha raggiunto la massima efficienza; è in cammino, ed in questo cammino la fallibilità umana (frutto della sua incompleta logica) ha sempre generato, attraverso i suoi errori, squilibri sociali e razziali. Ogni credo che non vede l’insieme del creato, come l’integrale dei “diversi” utili all’intero modello matematico che permette il funzionamento dell’Universo, genera sofferenze e discriminazioni.
È presunzione quindi qualunque dottrina che ritenga qualcuno o qualcosa più importante o più utile, o che possano esistere entità inutili o minori. Il Progettista non ha creato una macchina dove “avanzano” pezzi o dove alcune parti possano essere ritenute meno importanti. Non ha il piacere di sprecare nulla e nulla lascia al caso.
Tutta la storia del razzismo è narrazione del limite del pensiero umano; tutte le lotte per il predominio di una razza sull’altra sono il frutto di culture con una limitata coscienza e conoscenza sulla verità dell’uomo.
Ogni lotta di quartiere, di civiltà, di religione è errata ed imperfetta interpretazione dell’unica Religione: quella che considera ogni uomo, piccolo o grande che sia (per le categorie razionali umane) unico ed irripetibile nel grande Progetto verso l’Infinito.

di Guido Bissanti

24 ottobre 2009

Nell’Economia mondiale tutto uguale a prima

Ue, sostenere le banche potrebbe costare ai governi 814 miliardi di euro
In particolare, le condizioni più difficili sono quelle registrate in Irlanda, dove il governo risulta esposto ad una crescita potenziale del debito di 353 miliardi di euro, e in Gran Bretagna (300 miliardi)

I governo dell’Unione europea dovranno probabilmente affrontare, nel 2009, una decisa crescita dei propri debiti, che potrebbero raggiungere la cifra record di 814,23 miliardi di euro (1.221 miliardi di dollari). A spingere in rosso i bilanci statali sono stati soprattutto gli sforzi prodotti da numerose amministrazioni del Vecchio Continente per sostenere i sistemi finanziari e, in particolare, quelli bancari. A riferirlo è stata, ieri, l’agenzia statistica dell’Unione europea, Eurostat, che oltre ad aver pubblicato i dati ufficiali relativi al 2008, ha ipotizzato quelli che potrebbero registrarsi nell’anno in corso.

In particolare, le condizioni più difficili sono quelle registrate in Irlanda, dove il governo risulta esposto ad una crescita potenziale del debito di 353 miliardi di euro, e in Gran Bretagna (300 miliardi). Alla fine del 2008, infatti, l’esecutivo di Dublino ha accettato di avviare un piano di garanzia governativa su depositi e prestiti. Mentre l’amministrazione di Londra aveva già accumulato alla fine del 2008 debiti per 66 miliardi di euro.

I debiti totali contratti lo scorso anno dai governi dell’Euro-zona per sostenere gli istituti di credito, prosegue l’agenzia europea, sono stati pari a 174 miliardi di euro, che salgono a 242 miliardi se si considerano anche i Paesi che non adottano la moneta unica. Contemporaneamente, però, gli esecutivi hanno anche acquisito asset per un valore complessivo di 172 miliardi.

New Jersey, debiti e finanza creativa. Così Goldman guadagna su obbligazioni inesistenti 

 La storia, segnalata dall’agenzia Bloomberg, è solo l’ultimo aneddoto della tragica parabola della finanza creativa negli enti pubblici…

I contribuenti del New Jersey sborsano quasi 1 milione di dollari al mese in favore di Goldman Sachs per sostenere i costi dei derivati che accompagnano le obbligazioni statali. Una spesa nient’affatto indifferente ma anche particolarmente beffarda. Le obbligazioni sulla quali sono stati costruiti i derivati infatti… non esistono più.

La storia, segnalata dall’agenzia Bloomberg, è solo l’ultimo aneddoto della tragica parabola della finanza creativa negli enti pubblici. Un rapporto, quello tra i governi locali e i prodotti strutturati, risoltosi spesso male per i primi negli Usa come in Italia dove i comuni che hanno sottoscritto derivati sono oltre 700 e il loro debito complessivo ha già sfondato quota 27 miliardi. Questa, in estrema sintesi, la tragicomica storia del New Jersey. Nel 2003 l’allora governatore James E. McGreevey promuove la vendita di 345 milioni di dollari di obbligazioni da parte del New Jersey’s Transportation Trust Fund Authority, l’agenzia che finanzia i progetti di viabilità. Siccome i bond sono a tasso variabile e i rischi di un aumento degli interessi sono evidenti, l’amministrazione decide di cautelarsi sottoscrivendo un derivato di tipo swap per la conversione, de facto, dello schema di pagamento: da variabile a fisso. Nel 2008, in piena crisi finanziaria, il New Jersey attua una sorta di concambio, sostituendo i titoli emessi con nuove obbligazioni a tasso fisso. Ma i derivati originari sono destinati a scadere solo nel 2019 e così i contribuenti del Jersey si trovano di fronte a un obbligo imprevisto: retribuire Goldman Sachs per un derivato costruito ormai sul nulla sostenendo i costi di obbligazioni che, semplicemente, non esistono più…

Si calcola che dalla scomparsa delle vecchie obbligazioni ad oggi il New Jersey abbia versato 11,4 milioni nelle casse di Goldman. Secondo i termini dell’intesa stipulata con la Goldman Sachs Mitsui Marine Derivative Products L.P., partnership tra la banca d’affari Usa e la giapponese Mitsui Sumitomo Insurance Group Holdings, il New Jersey potrà sganciarsi dal “sistema” soltanto nel 2011. Prima di quella data l’uscita comporterebbe una penale da oltre 37 milioni di dollari.

 

Fondi speculativi Ue: anche la Bce contro il giro di vite
 
Secondo l’istituto centrale, una regolamentazione stringente potrebbe essere ben accetta a patto, però, che le nuove regole fossero condivise a livello globale

Le proposte di regolamentazione del settore degli hedge funds e dei fondi di private equity nell’Unione Europea continuano a dividere gli Stati membri. Ma dopo mesi di aspre polemiche con la controparte, i sostenitori della linea morbida potrebbero aver trovato un nuovo e fondamentale alleato: la Banca Centrale Europea (Bce).

L’istituto centrale, riferisce il Financial Times, ha espresso le sue perplessità circa i piani di regolamentazione che mirano a limitare l’azione degli hedge e le pratiche speculative in genere paventando il rischio di una perdita di competitività sui mercati finanziari da parte dell’Unione. La Bce, in altri termini, si sarebbe allineata con la posizione delle “colombe” del continente rappresentate in primis dal Regno Unito e dalla Svezia, presidente di turno dell’Ue. In contrasto con Francia e Germania, Londra e Stoccolma ritengono che un eccessiva stretta regolamentare possa indurre i grandi gestori a emigrare verso mercati più liberi danneggiando così il sistema finanziario europeo, già di per sé in crisi di fiducia e di liquidità. Secondo la Bce, una regolamentazione stringente potrebbe essere ben accetta a patto, però, che le nuove regole fossero condivise a livello globale. Bruxelles attende di conoscere il testo definitivo della proposta di riforma per sottoporlo al vaglio del parlamento. Il voto non dovrebbe arrivare prima dell’estate 2010.

 

GB, bonus nel settore finanziario in crescita del 50% nel 2009

I bonus pagati agli operatori del settore finanziario del Regno Unito sono stimati in crescita a 6 miliardi di sterline (9,82 miliardi di dollari) entro la fine dell’anno…

I bonus pagati agli operatori del settore finanziario del Regno Unito sono stimati in crescita a 6 miliardi di sterline (9,82 miliardi di dollari) entro la fine dell’anno. Si tratterebbe, qualora la previsione fosse confermata, di un incremento di oltre il 50% rispetto al 2008, sebbene ancora lontano dal picco registrato nel 2007.

Ad ipotizzarlo è – riferisce il Wall Street Journal – un rapporto del Centre for Economics and Business Research inglese, che spiega come la netta differenza con il totale dei bonus riconosciuti due anni fa (che fu pari a 10,2 miliardi di sterline) è spiegata, da un lato, dalle cattive performance registrate da molte aziende nella prima parte dell’anno in corso. In secondo luogo, dal fatto che nel settore finanziario inglese l’emorragia occupazionale è stata tale da incidere sul monte-bonus complessivo. Rispetto al picco del 2007, infatti, il numero di lavoratori che gravitano attorno alla City londinese è sceso di 49 mila unità.

La ricerca, inoltre, costituisce una revisione di uno studio simile effettuato nello scorso mese di aprile. All’epoca, sulla base dei dati allora in possesso del CEBR, la previsione era ben più cauta: si stimavano bonus totali non superiori ai 4,1 miliardi di sterline. Le performance del secondo e terzo trimestre sono state infatti al di sopra delle aspettative.

 

Tratto da Valori – Mensile di Economia Sociale e Finanza Etica

 

24 ottobre 2009

Il nuovo leader del PD prenda in mano la ramazza

Chiunque vinca la corsa alla segreteria, dopo le primarie del 25 ottobre, il prossimo leader del Pd dovrà affrontare una seria questione morale. Pierluigi Bersani ha vinto il congresso grazie ai plebisciti nel Sud, in particolare in Campania e Calabria, dove ha raccolto l’80 per cento dei voti. Si tratta di regioni dove il Pd ha ormai pochi voti, ma legioni intere di tessere. Controllate da chi? Per ottenere cosa?

A Napoli e provincia il Pd non conta solo più iscritti che in tutta la Lombardia, che sarebbe già un dato anomalo: conta dodici volte gli iscritti della regione di gran lunga più popolosa. Anche i sassi sanno chi controlla quei voti: Antonio Bassolino. Uno che ha fatto perdere milioni di voti di centrosinistra al Nord del Paese, con lo scandalo della spazzatura e tutto il resto. Ma rimane uno dal quale bisogna passare se si vuole vincere il congresso. In Calabria le tessere sono controllate da Ignazio Loiero, il presidente della Regione, che non è neppure un esponente del Pd, ma un esponente di sé stesso. Bassolino e Loiero saranno sicuramente ricandidati alla guida di Campania e Calabria, nonostante le pessime prove di questi anni.

Chi rischia di non essere ricandidato è Nichi Vendola in Puglia, l’unico che ha avuto il coraggio e la decenza di far dimettere dalla giunta gli assessori indagati. Fra questi, l’ex vice presidente della regione, Frisullo, e l’ex assessore Tedesco, indagati nell’inchiesta Tarantini. Entrambi protagonisti della battaglia congressuale, a fianco di Bersani, come se nulla fosse.

C’è nel Pd una tendenza a considerare con sufficienza, per non dire con disprezzo, la questione morale. A denunciare l’ingerenza della magistratura nel malaffare politico e a irridere al moralismo degli organi d’informazione, bollati come antipolitica. Come se pretendere che un deputato o un assessore non baratti le forniture degli ospedali con prostitute e cocaina fosse chissà quale ossessione da Savonarola.

Si tratta di una tendenza già vista all’opera nella sinistra italiana, ai tempi di Craxi. Anni tristi e miserabili, quelli del rampantismo socialista, ma rimpianti da qualche esponente del Pd. Se dovesse prevalere questo cinismo, assisteremmo in pochi anni all’estinzione del Pd e alla consegna dell’Italia alla destra per i prossimi decenni.

Quindi, chiunque vinca, Bersani o Franceschini o Marino, farà bene a prendere la ramazza e ripulire in fretta il partito.

di Curzio Maltese
23 ottobre 2009

Quel Silvio da Nobel

Dicono di Silvio: alla presidenza della repubblica non ci pensa, preferisce restare premier, alla presidenza della Repubblica ci metterà il suo fidatissimo Gianni letta. E invece ci pensa, ci pensa. Nei particolari come sempre, come ciò che i terremotati d’Abruzzo devono trovare nei frigo nuove case, dal dentifricio allo spumante per il brindisi riconoscente.

E intano vuole il Nobel per la pace. L’idea che cel’ha avuta? Lui e chi altro? Sono più di cento anni che un italiano non vince il premio Nobel per la pace, ma adesso ci pensa lui, nei particolari.

Cominciamo dal comitato promotore. Un fidatissimo Giammario Battaglia, nominato da Silvio promotore del comitato, sceglie i 20 fidatissimi a cui Silvio spiega, nei particolari cosa dvono fare, cominciare dal rileggersi la famosa autobiografia regalata agli italiani, dalla nascita il 29 settembre del 1936 (onomastico festeggiato democraticamente tra operai e sinistrati), alla fondazione di Canale 5, prima rete televisiva nazionale, prima del ’94, quando “salva l’Italia dal finire nelle mani dei comunisti per contrastare la loro possibile, anzi certa, dittatura e un avvenire di povertà e servitù”. E come capo del governo, Berlusconi “riacquista la fiducia internazionale e il ruolo che spetta all’Italia, come paese fondatore dell’Unione europea”.

Capito? Se lo mettano bene in testa e si ripassino gli indiscutibili meriti di cui Silvio parla in ogni suo comizio trasmesso a reti unificate o quasi. Comunque il promotore Giammario Battaglia è lì per ricordarglielo.

Primo capitolo, Silvio Berlusconi e la crisi Russia-Georgia: “mai avremmo ottenuto un accordo tra georgiani e russi se Berlusconi non avesse fatto valere i suoi antichi legami di amicizia e di fiducia con Vladimir Putin e Nicolas Sarkozy (e il promotore respinga con sdegno le insinuazioni di qualche anti italiano sul passato di Putin nella polizia sovietica). Ma veniamo alla pace a cui è dedicato il Nobel. Bene, secondo capitolo: è stato Silvio, “consapevole dei doveri di una grande democrazia, a sostenere, contro il parere diverso delle sinistre, di mandare dei soldati in difesa della pace e in contrasto al terrorismo internazionale”.

Terzo capitolo: Silvio Berlusconi e il trattato di amicizia e cooperazione con la Libia. Gheddafi: “I governi precedenti hanno fallito. Quella di Berlusconi è stata una decisione storica nel chiedere scusa per il colonialismo”. Solo un anti italiano filocomunista potrebbe ricordare che questo Gheddafi ha accolto come un eroe a Tripoli l’autore dell’attentato terrorista di Lockerbie con centinaia di morti e che anche nella recente riunione delle Nazioni Unite ha insolentito l’Occidente intero.

Quarto capitolo: la nomina di Anders Fogh Rasmussen a segretario generale della Nato. Se non sbagliamo, questo Rasmussen è il politico danese che Berlusconi con raffinato buon gusto indicò come possibile rivale in amore. “Sono stato io – dice Silvio – a togliere il veto della Turchia alla nomina di Rasmussen”.

Dicono che l’antiberlusconismo sia un vizio sterile della sinistra, un vano sostituto di una seria opposizione politica. Certo fare di Berlusconi il responsabile di tutte le colpe e i difetti italiani è un’esagerazione, ma dire che su queste colpe  e difetti naviga a suo agio, li ingigantisce, li giustifica, li incoraggia assecondandone il viso a scambiare i desideri per realtà, le bugie per verità, la voglia di farla franca per civismo, questo si può e si deve dire.

di Giorgio Bocca

21 ottobre 2009

Abruzzo: Il miracolo della ricostruzione mafiosa

 

Mafia in calcestruzzo

L’ultima impresa sospetta viene dalla Campania. Ha preso lavori per 44 milioni di euro, a leggere bene è tutto in regola, tutto pulito, certificazioni antimafia compresa. Ma il sospetto, molto fondato, degli investigatori antimafia è che dietro un paravento apparentemente legale si nasconda un tentacolo della camorra spa. Che certo non poteva farsi sfuggire il grande business della ricostruzione dell’Abruzzo. Il 15 ottobre i parlamentari della Commissione antimafia sono rimasti a bocca aperta quando investigatori della Dia e magistrati della procura nazionale hanno illustrato il primo dossier su mafie e ricostruzione. Tre ditte sono state già bloccate (“Fontana costruzioni” di San Cipriano d’Aversa, “Di Marco” di Carsoli e la “Icg” di Gela), ma i nomi sono molti di più.

L’ultimo blitz nei cantieri del progetto “C.a.s.e.”.,  sabato scorso con l’individuazione di almeno altre quattro imprese diretta emanazione o in collegamento con mafia e camorra. Ma il lavoro è ancora lungo “Perché – spiega un investigatore – non troveremo mai una ditta con dentro gli assetti societari nomi compromessi . Il gioco è più complesso. Si parte da una azienda capofila e si arriva ad un ginepraio di subappaltatori, sigle e nomi che rimandano ad altri nomi. La grossa impresa nazionale che si aggiudica lavori importanti, quando scegli il subappalto bada solo al prezzo basso. Non si pone altri problemi”. Sarebbero almeno una ottantina le ditte “sospette” pronte a spartirsi una torta da 169 milioni di euro, a tanto ammontano i subappalti del dopo terremoto. E i controlli? Scarsi e contradditori. Durante la visita della Commissione antimafia ha fatto scalpore la vicenda di una gara d’appalto per la fornitura di calcestruzzo. Tre lotti vinti da un’impresa insospettabile che per una sub fornitura si è però rivolta alla “Sicabeton”, una società segnalata in una sorta di black list il 20 maggio dalla Direzione nazionale antimafia, un elenco di ditte che hanno avuto problemi di collegamenti con soggetti mafiosi. In una informativa si faceva riferimento a un ex direttore tecnico che negli anni ottanta sarebbe stato legato ad Angelo Siino, il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra ai tempi di Totò Riina. Il 2 giugno la Prefettura de l’Aquila sconsiglia alla Protezione civile l’impiego della “Sicabeton”, salvo poi cambiare idea il 19 giugno. Ora quell’impresa può ricevere l’ordine di sub fornitura. Il 25 agosto nuovo cambio di scena: la “Sicabeton” deve essere tenuta fuori. Una confusione evidente che certo non aiuta la lotta alle infiltrazioni mafiose.

Ma a favorire l’ingresso di imprese  “in odore” di mafia nel più grande cantiere d’Europa, sono le stesse leggi del governo. All’articolo 2 del decreto per la ricostruzione dell’Abruzzo si affida al capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, il potere di assegnare appalti con procedra negoziata, senza bando di gara, nonché la possibilità di subappaltare fino al 50% delle opere. Tutto in deroga alle norme del codice sugli appalti. Un decreto del capo del governo avrebbe dovuto definire le modalità per la tracciabilità dei flussi finanziari, nonché la costituzione di  un elenco fornitori e prestatori di servizio non a rischio di inquinamento mafioso. “Ma tutto ciò – denuncia il senatore Luigi Li Gotti, di Italia dei valori – non è avvenuto. L’articolo 2 del decreto è stato applicato, il sottosegretario Bertolaso ha proceduto ad affidare appalto con subappalti fino al 50%. Li Gotti ricorda la visita della Commissione parlamentare antimafia. “Il quadro emerso delinea uno scenario preoccupante. La ricostruzione attira le mafie, nascono società, aprono uffici, si formano complessi intrecci, il danaro ha cominciato a scorrere, imprese a rischio mafioso si affacciano e ricevono incarichi di lavoro senza bandi di gara”.

Un allarme lanciato anche da Vittorio Cogliati Dozza, presidente di Legambiente: “Il fatto che vi siano aziende edili riconducibili alle cosche non solo nei subappalti ma anche titolare degli appalti per i lavori del progetto Case, dimostra che la vigilanza del governo ha fatto fiasco (posto che si volesse davvero farla ndr).

Ma, accanto alle forze dell’ordine, è importante che ci sia interesse alla legalità e alla trasparenza. È per questo che l’”Osservatorio Ricostruire pulito”, che abbiamo istituito con Libera e Provincia, chiede agli aquilani di segnalare qualsiasi situazione che possa indurre al sospetto”.

di Enrico Fierro Il Fatto Quotidiano
 
21 ottobre 2009

Abruzzo: La ricostruzione dei lombardi

Finanziamenti bluff e consulenti indagati

“Le promesse fatte dai Paesi del G8 sono svanite, ad oggi non abbiamo ancora ricevuto un singolo euro dalle nazione che si erano fatte avanti”. A dirlo è Guido Bertolaso. Sì, non state sognando, il G8, voluto da Berlusconi a L’Aquila, dopo aver speso ben 363 milioni di euro per i lavori nella sua sede originaria _ La Maddalena – ha prodotto un solo risultato: accrescere l’immagine personale del premier. Ricorderete quante volte Berlusconi, durane le sue comparsate in Tv, ha ribadito che i Grandi della Terra arrivati a Coppito non si sarebbero dimenticati dei terremotati, come dire: l’idea di spostare il G8 in Abruzzo si è rivelata geniale e mette a tacere ogni polemica. Ma quel fiume di soldi si è rivelato essere neppure un ruscello “Gli abruzzesi si sentiranno meno soli, il mondo è con loro” strimpellavano le Tv di sua proprietà e pubbliche (di proprietà del governo in carica ndr), divenuta terra della sua conquista. I maligni sostengono che la sua immagine all’estero sia precipitata al punto che se lo sono dimenticato, mentre Bertolaso opta, ovviamente, per una tesi più clemente: “Semplicemente alle parole non hanno fatto seguire i fatti. Noi siamo in grado di farcela da soli, come abbiamo sempre dimostrato”.

Mentre i danni prodotti dal G8 restano: “Abbiamo subito due esodi, uno imposto dal terremoto e uno dal G8” è il commento di Carmine Basile, presidente Arci Abruzzo, “La città era un deserto, chiusi gli esercizi pubblici, i dipendenti degli uffici in ferie forzate”. Per non parlare dei disagi nelle tendopoli per gli approvvigionamenti e i servizi che erano da corso di sopravvivenza. E quando arriva la solidarietà, seppure con soldi pubblici, non è ma senza pegno. Formigoni (pdl) ha imposto al Presidente della Regione Abruzzo, Chiodi (Pdl), di nominare come “soggetto attuatore” (con amplissimi poteri) per la ricostruzione delle opere offerte dalla Regione Lombardia (casa dello studente, 120 posti su terreno della Curia, che verrà inaugurata il 4 novembre, costo 7 milioni di euro) l’ingegner Antonio Rognoni (nella foto sopra il primo a sinistra), direttore Generale della “Infrastrutture Lombarde SpA” (società con capitale interamente della Regione). Finito in una inchiesta partita dal pm, quando era a Potenza, Woodcock  – atti poi trasferiti per competenza ai pm Di Maio e Pirrotta – sulla costruzione della nuova sede della Regione Lombardia, lavori appaltati da Infrastrutture Lombarde Spa al Consorzio Torre di cui Impresilo (che ha costruito l’ospedale aquilano S.Salvatore che, nonostante fosse stato costruito da appena nove anni, non ha retto al sisma) detiene il 90%, per un importo di oltre 185 milioni di euro, in cui è indagato anche Alberto Rubegni, Amministratore Delegato di Impresilo. Rognoni è accusato di turbata libertà degli incanti e concussione. Solo accuse per ora certo ma come dice l’arcivescovo di Chieti-Vasto, Forte: “La ricostruzione deve avvenire non solo in tempi rapidi ma anche nel rispetto dell’ambiente e dell’agire morale”. La tecnica adottata non sarebbe originale: alla stazione appaltante Infrastrutture Lombarde sarebbero state imposte varianti attraverso le quali i costi dell’appalto sarebbero stati ampliati a dismisura rispetto all’importo iniziale. Rognoni si dice “sereno del lavoro della magistratura” mentre per i carabinieri del Noe di Roma che hanno consegnato ai pm un fascicolo di 50 pagine, sarebbero stati riscontrati “molteplici elementi indiziari circa l’esistenza di fatti di reato contro la pubblica amministrazione, posti in essere in maniera sistematica e in assetto organizzato” che hanno evidenziato soprattutto “la patologica non linearità dei rapporti esistenti tra il direttore di Infrastrutture Lombarde Rognoni e il direttore tecnico dell’Impregilo Luciano Capponi”. Con le mani nella ricostruzione c’è anche l’ing. Giancarlo Masciarelli, consulente di diverse imprese che si sono aggiudicate il ricco appalto del progetto C.a.s.e., finito in carcere e rinviato a giudizio nell’inchiesta “Operazione Bomba”, sulla gestione dei finanziamenti pubblici erogati dalla finanziaria regionale, per associazione a delinquere finalizzata alla truffa, falso, malversazione di contributi pubblici e indagato anche nella maxi inchiesta sulla sanità.

Intanto in Abruzzo, assieme alla neve arriva la protesta per la mancata trasparenza nell’affidamento dei generi di prima necessità come pane, pasta, carne, ma anche saponi, carta igienica, tovaglie: non si conoscono i fornitori della Protezione Civile e con quali criteri siano state scelte le ditte in quanto, proprio per l’emergenza si è adottato il criterio dell’affidamento diretto. E si chiede ragione del perché non ci si è rivolti ai produttori locali, risparmiando soldi e incrementando l’economia. Gli allevatori, gli esercenti e i produttori di latte locali riuniti nella Centrale del Latte (che grazie alle 26 mila vacche, produce latte e formaggi in grado di alimentare l’intero territorio) denunciano la “totale mancata considerazione dei loro prodotti. Niente gare ed evidenza pubblica, nessun bando a parte quello sul reperimento della carne non pubblicizzato”. Gli allevatori sono riusciti a fare solo un paio di piccole forniture di carne al campo di Piazza d’Armi, per il resto nelle tende si consuma carne e prodotti che vengono da fuori. A ciò si aggiungono manovre per affossare la Centrale del latte, il sito fa gola ad alcune grandi holding. Ma il latte aquilano nei camni non ci va.

di Sandra Amurri

(In Collaborazione con PrimaDaNoi.it)
20 ottobre 2009

Vernici, resine, schiume. Prodotte senza petrolio, a basso costo e impatto ambientale.

Polimeri dagli anacardi
Immaginare un mondo senza petrolio è forse ancora un’utopia, ma qualche passo nella giusta direzione si comincia a fare. Anche nel campo dell’industria chimica. Vernici, adesivi, resine, materiali isolanti, laminati, schiume, materassi e imbottiture possono infatti essere realizzati senza ricorrere all’oro nero, a minor costo, a un più basso impatto ambientale e senza sottrarre risorse ad altri mercati. Basta saper come trattare gli scarti delle industrie alimentari.

La chimica che lo permette è nota dai primi del Novecento, abbandonata proprio a causa del boom del petrolio e dei polimeri sintetici. Serviva solo qualcuno che la riscoprisse. A farlo sono stati i ricercatori del CimtecLab, un laboratorio-azienda tutto italiano presso Area Science Park di Trieste. La storia è cominciata un paio di anni fa, quando un gruppo di ricercatori ha sviluppato la tecnologia necessaria per ottenere materiali polimerici biocompatibili dal Cnsl (Casew Nut Shell Liquid), un derivato tossico del trattamento del guscio degli anacardi. Questa sostanza è attualmente prodotta in grandi quantità in India e Vietnam, ma anche in Africa, Nigeria e Brasile, per un totale di circa un milione di tonnellate all’anno.

Distillando il Cnsl, i ricercatori sono riusciti a ottenere un’altra sostanza dalle caratteristiche molto interessanti, chiamata cardanolo. La tecnica di distillazione utilizzata non solo è ecologica, ma permette un alto recupero e un’elevata purezza del prodotto finale (95%). Partendo dalla struttura molecolare di base, i chimici sono stati in grado di ottenere nuove molecole attraverso passaggi di sintesi semplici ed economici. E di mettere a punto protocolli, di cui ora hanno il brevetto a livello mondiale, per creare una serie vastissima di nuove sostanze. Gli ultimi test sono terminati lo scorso 9 ottobre e molti dei derivati hanno già avuto l’approvazione dell’Unione Europea, mentre altri sono in corso di registrazione. I prodotti, che dovrebbero essere sul mercato dall’inizio del 2010, avranno il marchio Exaphen e comprendono schiume da impiegare a partire dalla fabbricazione di frigoriferi fino ad arrivare alle imbottiture, vernici per l’industria nautica e per i mobilifici, pannelli edili, sigillanti, isolanti termici. Tutti con proprietà ritardanti di fiamma (con ridotta infiammabilità), antibatteriche, anti-idrolisi (resistenti all’aggressione dell’acqua) e anti-invecchiamento.

Quelli del CimtecLab non sono certo i primi prodotti naturali che cercano di sostituire il petrolio. Ci si è già provato con derivati di soia e mais. Ma, rispetto a questi, i nuovi polimeri hanno caratteristiche fisiche migliori e sono più economici, senza contare il fatto che per la loro realizzazione non si attinge a potenziali risorse alimentari, ma si sfrutta un prodotto di scarto tossico. In più, lo scarto dello scarto, legnoso e secco, viene usato come rinforzo di materiali compositi. Restano alcuni punti critici: "Il prodotto finale non è biodegradabile e i reagenti intermedi derivano ancora dal petrolio", spiega Pietro Campaner, ricercatore della New Materials Division di CimtecLab", ma ci stiamo lavorando e stiamo anche pensando a come utilizzare gli scarti dell’industria del pesce e l’olio di sansa".

Ma davvero le imprese hanno un’anima tanto ecologista da cambiare la loro filiera? “Negli Usa  l’aspetto etico influisce molto sulle scelte delle aziende”, risponde Campaner,  “mentre qui da noi la leva è ancora il prezzo: il costo di produzione di alcuni di questi nuovi composti è un terzo di quelli derivati dal petrolio”.

Non esiste una lista dei materiali che è possibile ottenere con questo metodo e qui sta forse l’aspetto più interessante della storia: non si vende solo il prodotto finito, ma le idee per inventarne di nuovi man mano che qualche industria ne sente il bisogno. Insomma, di necessità virtù.

di Tiziana Moriconi galileonet.it


20 ottobre 2009

Le Monde: la battaglia della RAI

La bataille de la RAI

"Mamma Rai", comme la surnomment les Italiens, va mal. Critiquée pour sa partialité, vilipendée pour son archaïsme, mise sous pression politique et étranglée financièrement par Silvio Berlusconi depuis son retour au pouvoir en 2008, la télévision de service public essaie, tant bien que mal, de résister de l’intérieur. "Nous traversons le pire moment de notre histoire", explique Alessandra Mancuso, journaliste au TG1 (journal télévisé de la RAI Uno) et membre de son comité de rédaction élu par les journalistes. "Depuis le retour de Berlusconi, nous avons de moins en moins d’autonomie et d’indépendance", affirme la journaliste en déclinant la longue liste de tous les manquements journalistiques et des parti pris de sa chaîne en faveur du président du conseil.

"Sur la RAI, c’est l’anti-berlusconisme sept jours sur sept", se défendent les partisans du Cavaliere qui, depuis toujours, voit la télévision de service public comme un "nid de communistes". Tout comme la presse écrite, "contrôlée à 85 % par la gauche", selon M. Berlusconi, qui, en justice, réclame 1 million d’euros aux quotidiens La Repubblica et L’Unita pour la publication de questions sur sa vie politique et privée. "Les médias, et particulièrement la télévision, sont son obsession, note Alessandra Mancuso. Le problème est qu’il contrôle directement la RAI, où il a placé à sa tête des hommes de confiance tout en étant propriétaire, via sa famille, de trois chaînes privées."

Télévision publique ou télévision d’Etat ? Le problème se pose en Italie depuis des années. Que le pouvoir ait été détenu par la droite ou par la gauche, les relations entre les politiques et la RAI ont toujours été très étroites. Jusque dans les années 1990, la Démocratie chrétienne au pouvoir sans interruption depuis 1945 s’était attribué RAI Uno, le Parti socialiste avait RAI Due ; RAI Tre, créée en 1979, avait été laissée au Parti communiste italien, et rapidement surnommée "Télé Kaboul". Ce petit arrangement entre amis politiques avait été voté au Parlement sous le principe de la "lotizazzione" pour garantir le pluralisme du service public. La disparition de ces partis politiques, pris dans la tourmente des affaires de corruption, dans les années 1980, n’a pas mis fin à la "lotizazzione".

Les partis politiques contrôlent toujours les trois chaînes publiques. Mais l’irruption sur la scène politique de Silvio Berlusconi a changé la donne. Lors de sa première élection en 1994, des voix à gauche se sont élevées pour dénoncer le conflit d’intérêts, mais, depuis, aucun gouvernement n’a souhaité le régler. "C’est une grave erreur politique que nous payons cher maintenant", reconnaît Nino Rizzo Nervo, membre (centre gauche) du conseil d’administration de la RAI. "Entre 1997 et 1999, nous avions une majorité législative pour mettre fin à ce conflit d’intérêts, mais nous avons été pris par le temps", poursuit-il, sans être très convaincant.

Décomplexé par sa forte popularité, Silvio Berlusconi n’a que faire des violentes critiques contre sa mainmise sur la télévision publique. La RAI est devenue son jouet. Il y nomme ses fidèles, intervient à sa guise et l’étrangle financièrement en décidant, par exemple, de ne pas augmenter la redevance, pourtant l’une des plus basses d’Europe (107 euros). Dernièrement, il a même imposé une alliance entre la RAI et son groupe Mediaset pour contrer l’expansion audiovisuelle de Rupert Murdoch en Italie. Lorsqu’il est en délicatesse dans sa vie publique ou privée – et les épisodes n’ont pas manqué ces derniers mois -, le président du conseil s’invite à la télévision "pour s’expliquer". Non pas sur l’une de ses trois chaînes privées (Canale 5, Italia 1 et Rete 4) qui mêlent information et propagande, mais sur la RAI, qui représente la moitié des parts de marché de la télévision. Selon plusieurs études, 70 % des Italiens se forment une opinion par la télévision. Le TG1 rassemble chaque jour 7 millions de téléspectateurs et reste l’une des principales sources d’information des Italiens.

"Bon anniversaire ! Vous êtes ici chez vous", lui a d’ailleurs lancé, sans ironie, le présentateur du journal du matin de RAI Uno, le jour des 73 ans de M. Berlusconi. Mercredi 7 octobre, quelques heures à peine après l’arrêt de la Cour constitutionnelle levant son immunité judiciaire, il s’est invité par téléphone dans l’émission "Porta a porta" sur RAI Uno, où le journaliste Bruno Vespa l’accueille toujours à bras ouverts. Dénonçant "les toges rouges", " la justice de gauche" et "la persécution" dont il se dit victime, Silvio Berlusconi s’est même permis d’insulter Rosy Bindi, vice-présidente de la Chambre des députés et élue du Parti démocrate (centre gauche), qui lui portait la contradiction. "Vous êtes plus belle qu’intelligente", lui a-t-il lancé sans que personne réagisse sur le plateau. "Evidemment, je suis une femme qui n’est pas à votre disposition", a-t-elle répliqué en faisant référence au scandale des call-girls dans lequel est impliqué le président du conseil. Le lendemain, une pétition lancée sur le Web par les mouvements féministes a récolté des milliers de signatures en soutien à Mme Bindi.

Ce dérapage n’est qu’un parmi d’autres. Le comité de rédaction (CDR) de RAI Uno en a d’ailleurs fait un Livre blanc. Le 3 octobre, une manifestation pour la liberté de la presse a rassemblé plus de 100 000 personnes à Rome, criant "Nous sommes tous des canailles", terme par lequel Silvio Berlusconi a désigné certains journalistes de la RAI. Augusto Minzolini, directeur du TG1, imposé à ce poste par le Cavaliere, s’est alors fendu d’un éditorial en direct affirmant que ce rassemblement "était une manifestation incompréhensible dirigée contre Berlusconi". Quelques heures plus tôt, le chef du gouvernement avait qualifié l’événement de "farce absolue". Emotion au sein de la rédaction, où les journalistes, de droite comme de gauche, ont obtenu que le CDR fasse valoir un point de vue opposé dans un droit de réponse.

Convoqué par le comité de vigilance de la RAI, le directeur du TG1 s’est juste fait rappeler à l’ordre. "Vous êtes au journalisme ce que la chaise électrique est à la vérité", a ironisé l’ancien juge Antonio di Pietro, fondateur de L’Italie des valeurs, à propos de Bruno Vespa et Augusto Minzolini. Depuis, ordre a été donné aux rédactions de RAI Uno de ne plus diffuser d’images de Di Pietro et des activités de son parti…

"Il y a une réelle volonté de réduire la visibilité des sujets sociaux, comme ceux sur l’homophobie, l’immigration ou le racisme, déplore Alessandra Mancuso. La RAI ne se comporte plus comme un service public, mais comme une concession privée au service d’un homme." Le président du conseil s’en défend avec une pirouette : "Si je vais parler à la télévision, c’est un scandale, si je vais sur une autre chaîne, je deviens dictateur, si je vais sur une troisième, nous sommes dans un régime autoritaire, et sur une quatrième, c’est un acte de délinquance", répète-t-il à l’envi lorsque la question lui est posée.

"Nous ne sommes pas tombés dans une dictature à la sud-américaine", tempère le journaliste Enrico Mentana, ancien présentateur vedette de Canale 5 (chaîne du groupe Médiaset), d’où il a démissionné après dix-huit ans de service à la suite d’un désaccord éditorial. Aujourd’hui chômeur, il a travaillé de longues années à la RAI et connaît bien la maison. "La RAI a toujours été un champ de conquête politique, mais la liberté se prend si on le décide. Plus que de censure, il s’agit plutôt d’autocensure, affirme-t-il. En Italie, les journalistes peuvent tout dire sur Berlusconi, mais c’est souvent une vision manichéenne. Ils sont le reflet de notre vie politique. Avec la quasi-disparition de la gauche, ce sont désormais les journalistes qui ont pris le relais et jouent un véritable rôle d’opposition."

C’est le cas de Michele Santoro, journaliste politique et animateur de nombreux magazines sur la RAI, qui a été réintégré sur RAI Due en 2005 par une décision de justice. En 2002, le journaliste avait été licencié après que Silvio Berlusconi, de retour au pouvoir, l’eut accusé "de faire un usage criminel de la télévision publique". Depuis sa réintégration, le directeur de RAI Due souligne que le journaliste est seulement "hébergé" sur sa chaîne… Loin d’abdiquer, Michele Santoro a repris sa croisade contre Berlusconi. Son magazine hebdomadaire "Anno Zero" connaît des records d’audience, malgré les avertissements de la direction, qui a suspendu les contrats des journalistes qui y collaborent.

Fin septembre, plus de 7 millions de téléspectateurs ont suivi le récit de filles qui ont fréquenté les soirées du président du conseil. Et, pour la première fois, Patrizia D’Addario, la call-girl qui a passé une nuit avec le Cavaliere avant d’être candidate sur une liste berlusconienne au conseil municipal de Bari, a déclaré que Silvio Berlusconi "connaissait son métier", ce que le Cavaliere a toujours nié. Tollé le lendemain dans la presse pro-Berlusconi, qui a appelé à ne plus payer la redevance rebaptisée "taxe Santoro".

"Nous vivons dans une atmosphère nauséabonde", dit Roberto Natale, président de la Fédération nationale de la presse italienne, en rappelant que l’Institut international de la presse a exhorté l’Italie à "mettre rapidement en place des mécanismes garantissant l’indépendance éditoriale de la radio-télévision publique". Lors du rassemblement pour la liberté de la presse, Roberto Saviano, auteur de Gomorra (Gallimard, 2007), menacé de mort par la Mafia napolitaine, a fait une apparition pour rappeler que "la vérité et le pouvoir ne coïncident jamais".

di Daniel Psenny lemonde.fr

Silvio Berlusconi  lors d'une émission diffusée sur la RAI, le 15 septembre 2009 à Rome.

 
20 ottobre 2009

L’Italia che ci rende fieri

Domus poco ospitale, l’autocensura degli "intellettuali" italiani

A proposito di libertà di stampa. Perché Flavio Albanese (nella foto sotto), direttore di "Domus", la più blasonata rivista di architettura italiana. ha rifiutato l’articolo dell’olandese Rem Koolhaas sulla nuova sede del G8 (saltato) alla Maddalena? L’articolo è poi finito sul "Corriere della Sera" del 7 ottobre. Ecco il retroscena. Ricevuto il testo di Koolhaas, architetto innovativo ed engagé  , Albanese ritiene offensivi e inaccettabili tre passaggi su Berlusconi, accenni ironici alo scandalo escort, alla "crisi matrimoniale", al modello edonista di Villa Certosa. Come farlo capire a Koolhaas? Di concerto con il suo editore Giovanna Mazzocchi, il direttore gli fa sapere che il testo è arrivato in ritardo per il numero di ottobre, senza far cenno alla questione politica. L’olandese propone: slittiamolo a novembre. Niet. A quel punto Koolhaas capisce. Stefano oeri, l’autore della G8, soidale con lui ritira la disponibilità a pubblicare il suo progetto sulla rivista. Koolhaas, indignato, manda il testo al "Corriere". Domanda: quanta autocensura c’è nelle teste degli intellettuali italiani?

di Enrico Arosio

Nevica ad Atene

Vivo stupore, nel mondo della montagna, per una nomina tra le più strane: il siciliano Massimo Romagnoli, residente in Grecia da vent’anni (vive ad Atene), a presidente dell’Ente italiano montagna. L’Eim, ente pubblico commissariato, dovrebbe fornire consulenze alle politiche di sviluppo del nostro territotio montano. Ci si aspetterebbe un esperto riconosciuto. Ma chi è Romagnoli? Un ex deputato di Forza Italia (circoscrizione estero, 2006). Attivo nell’import-expport tra Italia e Grecia, si occupa delle comunità italiane in diversi Paesi mediterranei. Scegliere per l’Eim un attivista degli Azzurri nel mondo, artefice del gemellaggio tra l’isola di Keas e Gela e della conferenza dei giovani italiani a Corfù, pare bizzarro.  La nomina di Romagnoli, spinta da Manuela Di Centa (nella foto sotto) del Pdl, è ancora in discussione alla commissione Cultura del Senato.

di T.M.

Mi manda Giulio

La società è nata da pochi mesi con lo scopo di raccogliere un miliardo da investire in progetti di "social housing", case popolari o palazzi da affittare a canoni agevolati. Si chiama Cdp investimenti Sgr, poiché il socio di maggioranza (con il 70 per cento) è la Cassa Depositi e Prestiti, istituto che fa capo al ministero dell’Economia e al quale il ministro Giulio Tremonti (nella foto sotto) sta affidando poteri crescenti. Al momento di assegnare le poltrone, senza dare nell’occhio, alla Cassa non è sfuggita l’occasione di piazzare nel collegio sindacale della neonata Cdp Investimenti un nome di peso: Giuseppe Russo Corvace, storico collaboratore dello studio commercialisti Vitali Romagnoli Piccardi & Associati. Quello fondato da Tremonti, dove il ministro è solito riprendere l’attività quando non siede al governo.

di L.P.

 

 

Libertà di stampa: male la Francia, peggio l’Italia

Reporters sans frontiers ha pubblicato oggi l’annuale rapporto sulla libertà di stampa nel mondo. Secondo la nuova classifica i dati più rilevanti quest’anno sono l’aumento della libertà di stampa negli Stati Uniti dopo l’insediamento di Obama (dal 40esimo posto al 20esimo) e il peggiorare della situazione in paesi come Iran (73esimo) e Israele (150esimo, ma fuori dai territori israeliani).

Anche per l’Italia un responso negativo, col nostro paese che scende dalla 44esima posizione dell’anno scorso alla 49esima (ma nel 2007 era 35esimo). Il paese che quest’anno si piazza in testa alla classifica è la Danimarca, seguita da Finlandia e Irlanda. Ultimo classificato (su 175 parsi monitorati) l’Eritrea.

Presentando il rapporto, il presidente di Rsf, Jean-François Julliard, non ha celato la sua preoccupazione per quanto riguarda la situazione europea, dove diversi paesi, come Francia (43esima), Italia (49esima), Slovacchia (46esima), mostrano un progressivo restringersi degli spazi per la libertà di stampa. «E’ inquietante constatare come, anno dopo anno, importanti democrazie europee come Francia, Italia, Slovacchia perdano progressivamente posizioni. L’Europa – ha affermato Julliard – dovrebbe essere d’esempio sul fronte delle libertà pubbliche. Come possiamo denunciare le varie violazioni nel mondo se non siamo irreprensibili noi stessi in prima persona?».

lastampa.it


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: