Posts tagged ‘Premier’

9 novembre 2011

Gli ultimi giorni di Pompetta

Lo spettacolo degli ultimi giorni di Pompetta, come lo chiama Dagospia, è un bignamino di questi 17 anni di “rivoluzione liberale”. Lui, tanto per cambiare, si fa i cazzi suoi. Incontra i figli e Confalonieri per sistemare quanto ha di più caro al mondo: le aziende e il portafogli. Poi vede Ghedini per parlare di processi. Poi, nottetempo, riceve un paio di squinzie in vista del “governo di scopo”. Intanto, tutt’intorno a lui, politici e giornalisti, alte e basse cariche dello Stato fanno finta di non vedere, e scrivono e parlano e consultano come se la questione fosse politica. Come se la sua strenua resistenza nel bunker fosse mossa da ragioni economiche, finanziarie, istituzionali. E strologano di governi tecnici, di larghe intese, di responsabilità, di tregua, di transizione, di decantazione, di scopo (ma nell’altro senso). E discettano di cosa sia meglio per rassicurare i mercati e le borse, mentre lui si occupa del solito mercato (quello delle vacche) e della solita borsa (la sua). Così la grande tragedia nazionale finisce immancabilmente in commedia, anzi in farsa. Minzolingua minaccia i traditori del Capo col solito editoriale criminoso del Tg1 pagato con i soldi di tutti: “Voi credete di evitare le elezioni, invece le state provocando”. Ferrara, che non ha mai avuto una notizia in vita sua, fa il primo scoop della carriera e naturalmente è una patacca: “B. si dimette”. I mercati internazionali, non conoscendolo, abboccano e impazziscono di gioia, poi però scoprono chi è Ferrara e tornano in depressione. Franco Bechis manda in rete la telefonata con voce taroccata di un dirigente Pdl che annuncia la dipartita del premier chiamandolo “testa di cazzo” (dunque è uno che lo conosce bene), ma è un’altra patacca (le dimissioni, non la testa di cazzo). Poi su Internet smascherano la voce vera e dicono che è Crosetto, allora Bechis dice che non è Crosetto, poi Crosetto dice che non è Crosetto, poi Crosetto dice che è Crosetto e si lamenta perché hanno violato la sua privacy, ma aggiunge che non deve scusarsi di nulla perché “io parlo sempre così” (ogni volta che incontra il premier, lo saluta festosamente con un “ehi Silvio, testa di cazzo, come va la vita?”). Il partigiano Squaquadanio entra a Palazzo Grazioli dopo lunga anticamera (c’erano le squinzie) e ne esce a bordo di una camionetta dei Carabinieri che evidentemente, disorientati dal toupet moquettato, han preso il tizio sbagliato. Accade persino che il padano Bossi chieda bofonchiando e sputacchiando al brianzolo B. di fare “un passo di lato” (per distinguersi dal Pd, che chiede “un passo indietro”) per essere rimpiazzato dal siciliano Alfano, ma B. rifiuta e annuncia “un passo avanti”. E che è, una quadriglia? Una mazurka? Bella svolta, bella discontinuità, non c’è che dire, un governo Jolie: esce il padrone ed entra il segretario. Esce il capocomico ed entra la spalla. Ma, siccome siamo nati per soffrire, si parla pure di un frizzante governo Schifani (indagato per mafia, garantirebbe la necessaria continuità). Oppure Letta, il fratello maggiore di Oetzi, l’uomo del Similhaun (nonché il protettore di Bertolaso e Bisignani), per un bel governo Cricca-P4 da arresti domiciliari. Oppure Amato o magari Pisanu (147 anni in due), per un adeguato rinnovamento generazionale. Alternative davvero elettrizzanti. Tutte riedizioni della famosa barzelletta. Lo stregone fa due prigionieri e domanda al primo: “Bunga bunga o morte?”. Quello, ignaro di tutto, risponde: “Bunga bunga” e viene violentato. Stessa domanda al secondo che, ammaestrato dalla fine del primo, risponde “Morte”. E lo stregone: “Ok, prima bunga bunga e poi morte”. Oggi, per non farci godere troppo, la domanda è: “Cainano o Alfano?”. Così alla fine ci convinceremo che forse, magari, tanto vale tenerci il Cainano. Che fra l’altro garantisce sia bunga bunga sia morte.

di Marco Travaglio, IFQ

4 novembre 2011

Totò e Peppino al G20

Ironia all’arrivo del premier e di Tremonti al vertice Sarkozy: “Che fa l’Italia? Chissà, c’è Berlusconi”

Antoine Sondag, membro di una Ong: “Si parlava di tassare le transazioni finanziarie, Sarkozy, sostenitore della proposta, faceva l’elenco degli alleati. L’Inghilterra no, non ci sta, perché Cameron è amico della City. E l’Italia? “Chi lo sa… c’è Berlusconi”.

L’OPINIONE italiana non si conosce nemmeno, comunque non è granché importante. Ormai non sono gaffe, qui a Cannes a ogni livello si scherza su Berlusconi. Sul premier e su Giulio Tremonti. E nessuno si sente di dover chiedere scusa.

Che cosa farà l’Italia? Chi lo sa… c’è Berlusconi…”. Poi un gesto ampio con le mani come a dire: tanto quello è a fine corsa. Nicolas Sarkozy parla lontano dai riflettori, incontra le Organizzazioni non governative. È un gran comunicatore, Sarko, uno che a trovartelo davanti è capace di conquistarti anche se stai tra i suoi più accesi critici. Parla semplice, diretto. Fa battute a raffica. Eccolo di nuovo sorridere del Cavaliere. Racconta    Questi due giorni per il Cavaliere sono una via crucis. A cominciare dal viaggio in aereo accanto al miglior nemico, Giulio Tremonti. Ma ci sono troppe gatte da pelare, il fronte interno per un giorno pare ricomporsi: così eccoli, premier e superministro, che si avviano all’aereo a braccetto. Una recita? Un disperato tentativo di tenersi a galla a vicenda? Chissà. Sull’aereo Tremonti rivendica: “L’avevo detto che facevamo bene a non puntare su un decreto”, ma non c’è polemica. Il Cavaliere è stanco, si addormenta. Qualcuno racconta che abbia alle spalle una movimentata notte di Halloween. Certo lo attendono due giorni di fuoco. Angela Merkel al posto delle Olgettine.

IL CAVALIERE giunge alle dieci di mattina sulla Croisette, dove Dennis Hopper e altri grandi del cinema hanno lasciato le impronte delle mani nel cemento. Scende dall’auto e saluta i giornalisti. Una volta avrebbe scherzato, adesso l’espressione è terrea. Fissa. Anche le reazioni sono ben diverse. “Berlusconi e Tremonti… Comment s’appellent… come si chiamano quei due vostri attori? Ecco, sembrano Totò e Peppino in trasferta a Milàn”, sussurra un giornalista francese (di un grande quotidiano di destra, tra l’altro). E il cronista italiano per un attimo considera quasi di dover difendere il proprio primo ministro. Impossibile.

Ma lo stillicidio è appena cominciato. Scoppia il giallo Obama: non avrebbe stretto la mano a Silvio. Rifiuto o distrazione? Difficile dire che cosa sarebbe peggio. I pompieri di palazzo Chigi giurano : “Gli ha dato una pacca sulla spalla e gli ha detto “Ciao Silvio””. Chissà. Ma il tramonto del premier, livido come in un racconto di Gabriel Garcia Marquez, va avanti. Eccolo affrontare insieme con la Spagna le istituzioni europee e mondiali e il duo Merkel-Sarkozy che deve fargli paura più del professore di greco al liceo. Sofferenza: Berlusconi e Zapatero contro tutti. “Quando è entrato sembrava un ragazzino impaurito”, racconta un membro della delegazione spagnola. Prima ci sono tutti, anche Christine Lagarde, direttore del Fondo Monetario , e un rappresentante della Bce. Poi arrivano le note dolenti: Merkel con il suo sguardo vagamente materno prende il Cavaliere sotto la sua ala protettrice e si apparta con lui. Quindi, con mossa a tenaglia, ecco piombare Sarkozy. Il Presidente e la Cancelliera – coppia di fatto della politica europea, organismo bicefalo che nessuno ha mai votato – sono due contro uno. L’incontro dura molto più del previsto. Alla fine Merkel dirà: “Abbiamo chiesto all’Italia misure forti e sostanziali”. Una scena mortificante. Per Berlusconi, e di riflesso per l’Italia. Difficile, però, reagire se hai delle responsabilità.

“IL FATTO è che Merkel non considera proprio Berlusconi tra i suoi interlocutori. Se ha bisogno di consultarsi chiama Sarkozy (“ancora tu”, cantava Battisti). Preferisce perfino il premier svedese al Cavaliere”, raccontano nell’entourage della cancelliera. Ahi, ahi, quella frase dal sen fuggita… “Kulona inkiafapile”, ridono i tedeschi. Poi si fanno seri: “Macché, Angela è una donna di ghiaccio, se ne frega. Semplicemente non ha mai avuto simpatia per Berlusconi”.

Pensare che l’Italia è tra gli stati fondatori dell’Europa. Oggi ci tocca sottostare all’esame della coppia di autoproclamatisi timonieri . Unico contentino, una frase di Sarkozy: “Voglio esprimere la mia fiducia all’economia italiana, una delle più forti del mondo, la terza potenza economica dell’Eurozona. Oggi Berlusconi ci ha illustrato le misure prese dal governo nella riunione di ieri. Lui stesso sa che non c’è un problema di contenuti, ma piuttosto di applicare quanto deciso”. Insomma, devono seguire i fatti, “per messaggi credibili”.    È quasi mezzogiorno quando Berlusconi esce dall’interrogatorio. E cominciano i lavori, gli incontri bilaterali, come quello tra Obama e Sarkozy. E l’Italia? Rimedia un incontro con l’amica Russia e uno con Ban Ki Moon (segretario Onu). Obama e Berlusconi si incrociano al momento della fotografia di gruppo. Stavolta il Cavaliere non fa le corna sopra la testa del malcapitato di turno. Ma di uno scongiuro avrebbe avuto davvero bisogno.

di Ferruccio Sansa, IFQ

La vignetta pubblicata dall’Independent. C’è Berlusconi che dice ai partner europei: “Aspettate! Mi è venuta la grande idea!”

4 novembre 2011

Noi stiamo col cainano

Per carità, va bene tutto. Ma quando pure la Bertolini, Paniz e Stracquadanio si schierano contro il Cainano, il nostro antiberlusconismo è messo a dura prova. Un conto era sganciarsi un anno e mezzo fa, quando Fini e i suoi rifiutarono di votare la legge bavaglio e il processo breve, criticarono la revoca della protezione a Spatuzza e furono sbattuti fuori dal Pdl per “manifesta incompatibilità con i valori fondanti del partito”, cioè per eccesso pur tardivo di legalità. Allora sganciarsi costava ancora parecchia fatica e un pizzico di coraggio: si pagava il pedaggio di quello che Squaquadanioquaquà definì con Luca Telese “il trattamento Boffo”, puntualmente abbattutosi sul groppone di Fini, Granata e Bocchino (peraltro bravissimo a farsi male da solo). Ora è troppo comodo mordere la mano che ti ha nutrito per vent’anni. Comodo e un tantino indecente. Perché è vero che solo i fessi non cambiano idea, ma dipende dai tempi. Se uno la cambia quando non gli conviene, si può pure credere al suo tormento interiore. Se la cambia sempre e solo quando gli conviene, non è resipiscenza: è paraculaggine. A leggere le liste degli scontenti, malpancisti e indisponibili last minute, vengono in mente quelli che qualcuno, forse Giorgio Bocca, chiama i “partigiani di città”: che se ne stettero al calduccio in pantofole nelle loro belle case fino al mattino del 25 aprile 1945, quando, avuta certezza della Liberazione, scesero in strada a manifestare belli freschi, profumati e pettinati, i vestiti puliti e ben piegati, un passo avanti ai partigiani di campagna appena scesi a valle con gli stivali infangati, le camicie sudate, le giacche strappate da due anni di guerra. Per questo, nell’ora che volge al desio, il pensiero corre commosso al povero nano che mantiene da vent’anni gente indegna di tutto, persino di lui. Squaquadanioquaquà era il portaborse della Maiolo, dicesi la Maiolo: diventò una star tv, chiamato a recitare la parte del più berlusconiano di B. Lo imitava perfino nel parrucchino, teorizzò financo la prostituzione come scorciatoia per il Parlamento. E ora partecipa alle congiure notturne contro il suo spirito guida? Ma dai, su, un po’ di pudore. Paniz è un simpatico signore bellunese che si crede un eroe risorgimentale per via dei favoriti, i mustacchi e l’eloquio forbito: ma santo Dio, fino all’altro giorno passava le giornate a concionare alla Camera, in tv e al telefono con Lavitola su Ruby nipote di Mubarak e sull’imprescindibilità della prescrizione breve per i destini della Nazione, e ora viene improvvisamente roso dal tarlo del dubbio che B. “confonda gli interessi pubblici con quelli privati”? Ma dai, su, un po’ di dignità. La Bertolini fu eletta da Gian Antonio Stella record-woman delle esternazioni pro-Cainano: ne sfornava 7-8 al giorno e qualcuna anche la notte, l’Ansa aveva un telefonista solo per lei. Quando la Procura della Federcalcio chiese di penalizzare anche il Milan per Calciopoli, lei scoprì un’insospettata passione pallonara per fucilare pure le toghe rosse sportive: “La richiesta profondamente ingiusta e lontana anni luce dalla realtà non è che la diramazione sportiva del rito ambrosiano che ha firmato l’incivile accanimento giudiziario-politico che da anni colpisce in modo barbaro Berlusconi”. Nota esperta anche di strategie militari, il 9 aprile 2003, due settimane dopo l’attacco all’Iraq, dichiarò finita la guerra con 7 anni e 650 mila morti d’anticipo: “Le immagini tv della popolazione irachena in festa annichiliscono le sinistre italiane sfatando tutte le loro previsioni disfattiste in una guerra lunga e sanguinosa”. E quando Prodi battè di misura B. nel 2006, lei continuò a ripetere che aveva vinto B.: “Più del 50% dei cittadini ha scelto la Cdl e Berlusconi presidente”. Come Alì il Chimico, che dava Saddam vittorioso anche dopo la fuga. Ora anche lei è in fuga verso un governo Letta o chicchessia, purché le garantiscano la rielezione. Che si sappia: noi stiamo col Cainano.

di Marco Travaglio, IFQ

21 ottobre 2011

Il mondo ci aiuti a liberarci di B.

Siamo stati incapaci di liberarci di B. e dei figuri che lo hanno circondato. Per 20 anni, e nonostante tutto, questa gente ha governato il Paese. Ha imposto scelte sociali, economiche ed etiche ripugnanti. E lo ha fatto, per citare una fonte autorevole, “a tempo perso” perché l’attività prevalente è stata escogitare sistemi per condurre i propri affari privati, svilupparli illegalmente, evitare i conseguenti processi e l’inevitabile prigione. Eppure il consenso popolare non gli è mai venuto meno. Tanto che, e questa è la cosa peggiore, è stato possibile, per 15 anni, dibattere seriamente di impunità connessa alle cariche pubbliche, per qualsiasi reato, anche se commesso prima di ricoprirle; di organizzata distruzione del processo penale con irragionevoli, prima che invereconde, innovazioni: depenalizzazione (di fatto) del falso in bilancio, prescrizione breve e brevissima, processo breve e lungo, intercettazioni abrogate (di fatto). Di tutto questo l’opinione pubblica e l’opposizione hanno discusso come fossero cose serie; come si trattasse di leggi aventi un’utilità diversa dal privato interesse di B. e della sua corte di giudicandi e pregiudicati. Perfino il presidente della Repubblica ha perseverato nella cecità e ha continuato a identificare B. nella sua carica istituzionale anche quando diritto costituzionale e dimissioni di precedenti presidenti del Consiglio avrebbero consentito di dire agli italiani: la misura è colma, sciolgo le Camere, si proceda con nuove elezioni. Tutto questo per evidenziare che non c’è da attendersi nulla dalle istituzioni, dalle opposizioni e dai cittadini. E per aprire tuttavia uno spiraglio di speranza. Non c’è dubbio che la crisi economica italiana, non governata com’è, può diventare la Sarajevo dell’Unione europea; e forse anche dell’economia occidentale. Non c’è dubbio che è interesse dei Paesi stranieri mettere l’Italia in sicurezza: i vertici cui il nostro Paese rimane estraneo, la tutela della Bce e del Fmi, che B&C fanno finta di ignorare, ne sono segni evidenti. Ebbene, questi Paesi potrebbero fare di più. Potrebbero delegittimare B. Non solo il Cancelliere tedesco Merkel potrebbe pubblicamente rifiutarsi di incontrare chi, con ogni verosimiglianza, l’ha definita “culona inchiavabile”; non solo il presidente Obama potrebbe squadrare dall’alto in basso (non solo intellettualmente, ma proprio fisicamente) chi ha avuto l’ardire di definirlo “abbronzato”; non solo il presidente finlandese signora Halonen potrebbe sorridere di scherno in faccia al frequentatore di prostitute che ha raccontato al mondo (quel che non si riesce a fare si inventa e si racconta, non è vero?) di averla corteggiata e, per questa via, convinta a concessioni politiche di rilievo. Ma tutti gli uomini di Stato potrebbero liberarsi di una minaccia politica ed economica (e di una sgradevole presenza) semplicemente dimostrando pubblicamente il disprezzo che B. merita. Basterebbe guardarlo con quell’arrogante stupore che gli ha riservato la regina Elisabetta quando B. ha urlato, come uno scaricatore di porto, “mister (non mister president) Obamaaa”. Allora non solo B. ma i cittadini italiani ricorderebbero la famosa classificazione di Sciascia (“Il giorno della civetta”): uomini, mezzi uomini, ominicchi e quaquaracqua. Con le conseguenze del caso.

di Bruno Tinti, IFQ

7 settembre 2011

Paese di m.? Per forza, c’è B.

L’Italia è un Paese di merda”. Capisco che il presidente della Repubblica, che pur ogni giorno ci rompe i timpani con la retorica dell’Unità d’Italia, abbia le mani legate perché quell’espressione Berlusconi l’ha usata in una conversazione privata, peraltro con uno di quegli avanzi di galera di cui il premier italiano ama circondarsi. Capisco, per gli stessi motivi, il silenzio del presidente della Camera e del Parlamento oltre che la dovuta inerzia della Magistratura. Ma mi aspettavo un sussulto, un soprassalto di dignità da parte degli italiani, che a differenza delle cariche istituzionali non hanno obblighi di forma. Non per un malinteso senso di orgoglio nazionale, ma perché quella frase, privata o meno, offende tutti noi, uomini e donne, singolarmente presi, dandoci dei ‘pezzi di merda’.

MI ASPETTAVO quindi che gli italiani scendessero in strada, non per il solito e inutile sciopero politico alla Camusso, ma per dirigersi, con bastoni, con randelli, con mazze da baseball, con forconi verso la villa di Arcore o Palazzo Grazioli o qualsiasi altro bordello abitato dall’energumeno per cercare di sfondare i cordoni di polizia e l’esercito di guardie private da cui è difeso, e dirgli il fatto suo. Invece la cosa è passata come se nulla fosse. Encefalogramma piatto. A parte un articolo sul Fatto del solito Travaglio , che ha trattato l’argomento, se così vogliamo chiamarlo, con la consueta, magistrale ironia. Ma non è più il tempo dell’ironia, che depotenzia la gravità dei fatti.    Sono 17 anni che costui de-legittima, di volta in volta, impunemente tutte le Istituzioni dello Stato: il presidente della Repubblica, il presidente della Camera, la magistratura ordinaria, la Corte costituzionale, la Cassazione, la magistratura civile, la Corte dei conti, il Tar, il governo (quando non c’è lui), il Parlamento (quando non ne ha il controllo) e adesso, in blocco, il popolo italiano.    Sono 17 anni che costui insulta tutti impunemente: “Pm eversivi”, “Pm sovversivi”, “Pm peggio della criminalità”, “i magistrati milanesi come la mafia”, “magistratura metastasi”, “magistratura cancro della società”, “i giudici sono antropologicamente dei pazzi”, “l’opposizione è criminale”, “i giornali sono criminali”. E non è che un florilegio minimo di un repertorio che va avanti da 17 anni. Fino a quando tollereremo che questo mitomane schizoide, questa faccia di bronzo, questa faccia di palta, questo corruttore di magistrati (nessuno crederà, sul serio, che Previti abbia pagato in nome proprio il giudice Metta perché ‘aggiustasse’ il Lodo Mondadori a favore della Fininvest), corruttore di testimoni (Mills), corruttore della Guardia di Finanza, concussore della polizia (caso Ruby), creatore di colossali ‘fondi neri’, campione, attraverso decine di società ‘offshore’, di quell’evasione fiscale che oggi dice di voler combattere (proprio lui che incitò gli italiani a ‘eludere’ le tasse)?

DEMOCRATICAMENTE

non c’è difesa quando esiste una maggioranza parlamentare che, in spregio a ogni principio di uguaglianza, sforna a raffica leggi ‘ad personam’ ed è persino disposta ad avallare la tesi che la marocchina Ruby fosse creduta nipote del presidente egiziano Mubarak. E se oggi “l’Italia è un Paese di merda” è perché abbiamo permesso a questo inqualificabile individuo, con la complicità dei suoi sgherri e ‘servi liberi’, di cacarci sopra per 17 anni.

di Massimo Fini, IFQ

5 luglio 2011

Le dame, il cavalier la Borsa e il disonore

Le aziende in crisi, la pompetta e il tempo tiranno: il premier si sta trasformando in un clown da circo

Vignetta su un quotidiano francese

Sono a dir poco preoccupato, o meglio mi ritrovo angosciato, affranto: ho letto sul Fatto Quotidiano e su testate economiche importanti che Berlusconi non se la passa per niente bene.    I suoi titoli in Borsa hanno subìto dei crolli notevoli. Le sue partecipazioni personali nelle aziende si sono svalutate in tre mesi di 800 milioni. Di conseguenza ecco che banche e imprenditori italiani e stranieri vanno perdendo inesorabilmente fiducia nella sua credibilità di super manager industriale. Naturalmente, a incrementare questo clima di débâcle c’è anche il contenzioso di altri tribunali, come quelli che starebbero per imporre a Silvio (sempre che non passi l’ultimo gioco di prestigio contenuto nella manovra) di sborsare più di 500 milioni a De Benedetti, al quale, è risaputo, ha soffiato, attraverso corruzioni di giudici, la casa editrice Mondadori. Inoltre stanno apparendo, sul fondale degli imprevisti, altre sentenze che lo costringerebbero al pagamento di cifre inaudite. Tant’è vero che Berlusconi ha deciso quest’anno di non distribuire i dividendi agli azionisti: in poche parole, ha bisogno di poter gestire dei liquidi freschi in caso di prossimo imminente uragano.

C’È POI LA QUESTIONE politica, dopo le due terribili sberle alle comunali e il referendum straripante, che l’ha buttato letteralmente a terra come un pugile suonato, e ora non può aspettarsi altro che un’altra valanga più che prossima. Certo il presidente del Consiglio si dà da fare: compera altri onorevoli al mercato delle vacche, elegge per alzata di mano e applauso dei convitati all’ultimo convegno Angelino Alfano, che nel suo discorso d’investitura commuove addirittura la platea: con lui è nato un nuovo partito. Un partito che, come ha ironizzato feroce un pezzo grosso della Lega, è il partito che non c’è, come l’isola di Peter Pan. “Risorgeremo e riconquisteremo la credibilità che avevamo quando il popolo, due anni e mezzo fa, ci ha eletto; di certo Bossi ci è fedele”, urla il delfino del caimano. Ma il Bossi fedele s’è messo a fare strane danze di guerra insieme ai suoi generali: anche lui deve recuperare la sua base che se l’è data a gambe, e s’è accorto che non funziona più l’ampolla sacra d’acqua chiara della fonte del Po da versare nell’acquitrino di Venezia, né tutti gli altri riti del carroccio, compresa la trovata di girare un film sul Barbarossa (il più grande disastro cinematografico dai tempi dei fratelli Lumière: non sono andati a vederlo nemmeno la sua mamma e gli attori e le comparse che ci hanno lavorato). Così, ogni giorno, Bossi e i suoi tormentano il governo di Silvio con assurde pretese: vogliono tirar via l’esercito dall’Afganistan e dalla Libia. Tutti a casa! Che purtroppo i nostri soldati hanno il difetto di costare troppo e di morire, pure. Un’altra delle sue pretese è che si trasportino un bel pacco di ministeri al Nord. Poi non è d’accordo che si carichi il grosso delle tasse addosso al prossimo governo. E così, di fila, propone una trovata al giorno, sperando che porti via la rogna di torno. Ma è un gioco pericoloso, perché succede che, se si tira troppo la corda, come lui stesso ha dichiarato, poi quella si spezza, e tutti giù come pupazzi di pezza! Ma non c’è niente da fare: la danza ormai è cominciata e guai se si interrompe, come ha dichiarato il solito pezzo grosso della Lega. Ogni persona intelligente e moralmente onesta sa che “per far politica in questo orrendo bordello che è il nostro governo, l’arma più convincente è il ricatto, con l’aggiunta di una buona calunnia e un infame sputtanamento!”.

MA NON È SOLO nella politica che Berlusconi si ritrova in un clima da mattatoio: anche nella sua vita personale è un disastro, o se preferite una tragedia. Silvio Berlusconi, il grande satrapo che disponendo di un enorme tesoro si è giustamente convinto di poter vantare un fascino da tombeur de femmes, ciononostante non è felice. Sì, è vero che le femmine tutte slanguiscono sentendolo cantare melodie di Aznavour e serenate napoletane, ma ciò malgrado il novello Principe Federico II, giustamente chiamato stupor mundi, è l’uomo più solo al mondo.    La moglie, in una sua famosa lettera di congedo al marito, lo definiva “il drago che cattura le vergini da immolare”. Mi dispiace, ma la signora Veronica, donna intelligente e sensibile, qui ha sbagliato. Il drago in verità non è un ariete feroce: non è in grado di montare nemmeno un’agnellina. È fragile e impotente. Attenti, non parlo di una sua probabile impotenza sessuale, per quello c’è sempre un rimedio! No, la sua è un’impotenza antropomorfica: di fatto Silvio è un Re Mida che ogni giorno si rende sempre più conto che l’amore e la felicità non si possono ottenere pagando le ragazzine che gli girano intorno cinguettando, e nemmeno facendo passare come nipote di Mubarak una bambolina avida di denaro; è per questo bisogno di sentirsi circondato di tenerezze che ha trasformato le sue ville in veri e propri harem affollati di fanciulle sculettanti che per lui fingono di prodursi in amplessi osceni e lesbici e che si fanno palpeggiare dal ricco voyeur eccitato dalle scene erotiche e dalla pompetta. Un suo intimo amico ha commentato che “il nostro gaudente metafisico è ormai ridotto a un burattino assatanato e meccanico”.

IL VERO E GRANDE cruccio è però quello dell’età. Silvio vorrebbe, alla maniera di Faust, ringiovanire fino alla pubertà: quindi si tinge i capelli di nero e si fa trapiantare peli strappati dalle ascelle sul cranio, che fa un male… Ma pochi sanno che i primi interventi sono andati tutti a monte, e alla fine sulla nuca ha dovuto farsi incollare una specie di piccolo zerbino di pelliccia che di volta in volta bisogna rianimare e portare a lucido con una spazzola meccanica per scarpe da sera. Insomma, senz’accorgersene, il nostro presidente del Consiglio si sta trasformando in un clown da circo. Per apparire un autentico pagliaccio gli basterebbe agire con quella sua pompetta anche a vantaggio della moquette cranica: e, quando vuol comunicare che è in grande eccitazione, fare in modo che pompando il suo coperchietto capelluto questo si sollevasse fino a volargli intorno come un’aureola.

di Dario Fo, IFQ

10 febbraio 2011

Virginia Sanjust racconta la sua relazione con il premier: “Quello che tocca diventa cenere”

Non è facile incontrare Virginia Sanjust e parlare della sua relazione col presidente del Consiglio. Perché, come spiega lei, sono “ondate di ricordi che riportano a galla un dolore che ha rovinato la vita a me e alla mia famiglia”. L’ex annunciatrice di Rai1, che oggi vive in una comunità a Roma, mi riceve tremante e mi descrive Silvio Berlusconi come un uomo che “non si preoccupa dell’effetto che può avere sulle ragazze che fagocita nel suo mondo”. Anche se, ricorda, “una volta mi disse: ‘Virginia, ho paura di farti del male’…”.      Signora Sanjust, in questi giorni si parla di Sara Tommasi, un’altra giovane legata al premier che sembra molto fragile. Cosa ne pensa?    Io non compro i giornali, mi fanno stare male. Ma oggi, per la prima volta, il mio ex marito mi ha letto al telefono tutti gli sms di Sara.    Come mai?    Secondo lui c’è un’analogia tra i messaggi che io scrivevo a Berlusconi e quelli che manda   Sara. Ossessivi e pieni di rabbia.    Si identifica?    Non saprei. Secondo il mio ex marito, Berlusconi riesce a fare impazzire le persone. La verità è che lui ti trascina in un mondo insostenibile.    La Tommasi ha raccontato che le mettevano droghe nei bicchieri per stordirla.    Che bisogno c’è? Quell’ambiente ti massacra, non c’è bisogno di alcuna droga. Se non fosse per lui, forse, io avrei ancora una famiglia, l’affidamento di mio figlio. Pensa che i giudici che me l’hanno tolto non siano stati influenzati da tutto quello che scrivevano i giornali, dal vedermi come l’amante di Berlusconi?      Lei ha frequentato il premier dal 2003 al 2006. Se ne pente?    Sì. Chi mi ridarà l’infanzia di mio figlio, che io non ho vissuto con lui? Questo rapporto è costato anche il lavoro a mio marito, e gli chiedo scusa. Per me era già eccessivo stare in televisione. L’incontro con Berlusconi, con quel potere enorme, è stato una cosa più grande di me.    Che cos’è successo?      A lui, nulla. Sembra che possa accadergli di tutto e lui ne esca comunque illeso. Per me invece è stato come fare il bagno in un fiume di fango.    Come mai?    Perdi il benessere, la dignità. Ero troppo giovane e lui mi ha schiacciata, ingannata. Ma oggi so che la responsabilità è anche mia: quando mi mandò le gardenie per complimentarsi del mio lavoro in tv, non avrei dovuto chiamarlo.    Invece lo fece e lui la invitò a pranzo. Si rendeva conto che avrebbe potuto essere rischioso?    Sì. Ma io venivo dalla campagna, non sono riuscita ad avere padronanza degli eventi.      Era lusingata dalle attenzioni del Cavaliere?    No. Non avevo né arte né parte, avevo solo letto il gobbo in tv: di cosa si complimentava? Lui, che è molto pragmatico, mi chiese: “Dimmi di te, raccontami chi sei”. Così venne fuori che avevo delle difficoltà economiche.    E Berlusconi, anche in questo caso, la aiutò.    No. Finché ho potuto, non ho preso un euro. Poi, quando la nostra storia uscì sui giornali,   mi disse che dovevo lasciare il lavoro in Rai: ho cominciato ad accettare i suoi soldi e per un anno ho vissuto in casa sua, a Campo dei Fiori: gli avevo chiesto io di comprarla, so che la usa ancora.    Come si sentiva?    Malissimo, anche perché ho un rapporto difficile con il denaro. Sono molto orgogliosa.   Lui pensa di aiutare le persone con i soldi: come mai lo fa solo con le ragazzine?    Secondo lei, Berlusconi è una persona buona o cattiva?    Mio nonno diceva che Berlusconi   è una persona brava nel suo lavoro. Questo è tutto. Non ha intenzioni né buone né cattive.    Nel senso che fa quello che vuole senza riflettere?    Lui pensa a tutto, è una persona che controlla perfettamente la sua routine. Ma questo non vuol dire che gli interessi se fa del male a qualcuno. È imprigionato da tutto il potere che ha: può troppo.    Lei ne era innamorata?    Sì, a modo mio. Lo vedevo come un padre, mi proteggeva. E lui da me prendeva energia, entusiasmo. Gli raccontavo cosa diceva di lui la gente al bar.    Berlusconi, davanti a lei, ha mai frequentato altre ragazze?    Una sera mi invitò a cena e c’erano   altre donne, bellissime. Mi rimase una sensazione di squallore addosso. Glielo chiesi, lui negò. Fu una delle ultime volte che lo vidi. Poi lo chiamai tante volte, gli mandai molte lettere: non mi ha mai risposto. Allora ho cercato di sopravvivere.    Oltre alle donne, anche i suoi fedelissimi, da Marcello Dell’Utri a Cesare Previti, hanno pagato al posto suo. Perché tutti quelli che gli stanno intorno ne escono così male?    Per preservare quello che ha, Berlusconi deve sacrificare gli altri. E continua a farlo, ne distrugge uno dopo l’altro. Lui è il contrario di Re Mida: tutto quello che tocca diventa cenere.

di Beatrice Borromeo – IFQ

Virginia Sanjust di Teulada (FOTO LAPRESSE) 

10 novembre 2010

Il Premier a L’Aquila si rifugia nelle battute

“Scusate il ritardo, c’era traffico e tanta pioggia. Magari qualcuno avrà anche pregato che non arrivassi mai”. Come se niente fosse, dopo una giornata nel disastro veneto e le dure contestazioni della gente, Silvio Berlusconi scalda l’auditorium della Scuola di Finanza dell’Aquila con una battuta fuoriprogramma, lanciata prima ancora di sedersi in prima fila ad ascoltare i discorsi ufficiali.    A Coppito ieri pomeriggio si consegnavano le benemerenze di prima classe della Protezione civile a 18 rappresentanti di enti e istituzioni che hanno lavorato al post terremoto. Dopo i saluti calorosi del sindaco Massimo Cialente (“Non vi dimenticheremo   mai, però abbiamo ancora molte cose da dirci, Presidente”) e del governatore Gianni Chiodi (“Grazie davvero a Bertolaso, si merita ogni cittadinanza onoraria, e in bocca al lupo al nuovo Capo, Franco Gabrielli, che abbiamo già potuto apprezzare”) è cominciata sul palco la sfilata dei premiati con medaglietta dorata e lungo fiocco blu, il colore della Protezione civile.    GUIDO BERTOLASO e Silvio Berlusconi sono saliti sul palco, ma la scena era tutta per il premier. E dei suoi ospiti: innanzitutto il Capo dello Stato Maggiore della difesa Vincenzo Camporini, poi il parigrado dell’Esercito Giuseppe Valotto e il Capo del Corpo Nazionale Vigili del fuoco Alfio Pini. A seguire   ancora Bruno Branciforte (Marina Militare), Giuseppe Bernardis (Aeronautica), Nicola Izzo (Polizia), Franco Ionta (Polizia penitenziaria) e Marco Brusco (Capitanerie di Porto). Una parata militare in piena regola, con parole esplicite al momento di presentare Leonardo Gallitelli, Comandante Generale dei Carabinieri: “I più amati dagli italiani – ha concesso il premier -, ci danno tranquillità e sicurezza. Finché ci sono i Carabinieri, c’è e ci sarà la democrazia in Italia”.    Premiato, con battuta, anche il Comandante generale della Guardia di Finanza, Nino Di Paolo: “La Gdf è quella che ci fa pagare le tasse, se le pagassimo tutte sarebbero più leggere. Lo dico da primo contribuente italiano” ha ammiccato il premier.   Che ha concluso l’evento con un discorso accorato: “Lo Stato ha fatto il proprio dovere all’Aquila. Credo di aver degnamente rappresentato il popolo italiano come leader del governo. Queste cose, al di là della tragedia, fanno bene a una nazione. Dice il Pascoli: ‘La nube nel giorno più nera, fu quella che vedo più rosa nell’ultima sera’” A rinforzo, sul palco sale l’Aquila Rugby cui personalmente “il Dottor Berlusconi”, come sottolineato dal capo delegazione, ha elargito 200mila euro: per forza, risponde lui, “è del 1936 come me, classe vincente”. Maglietta in omaggio e battuta finale: “Mi hanno disobbedito anche stavolta, non doveva saperlo nessuno dei soldi”.    Tranne le più alte cariche militari di uno Stato italiano che, tra   nubi e terremoti, ha ricevuto un messaggio distensivo: tutto sotto controllo. L’unico disturbo è venuto dai comitati cittadini che hanno bloccato le vie di accesso alla caserma non potendo manifestare nemmeno fuori dalla struttura. Qualche scontro – anche duro – con la polizia, un calcio all’auto del vicecommissario Antonio Cicchetti, cinque ore sotto la pioggia a ricordare   l’altra versione della storia: “Siamo il paradigma dell’emergenza Italia” dice Anna Colasacco, blogger con al collo un cartellone che ha fatto furore: “Tu bunga bunga, noi macerie”. E continua: “Volevamo solo dire al premier che non siamo soddisfatti di come vanno le cose qui, che le casette stanno cadendo a pezzi con quello che sono costate, che da gennaio dovremo ripagare le tasse e pure gli arretrati mentre per altri terremoti si è aspettato dieci anni, che il sistema delle new town ha trasformato gli aquilani in un popolo di gente smarrita, sempre in macchina da una parte all’altra della città devastata, con le macerie che stanno lì a marcire tra erbacce e pioggia”. Parole che gli alti generali non sentiranno.

di Chiara Paolini IFQ

10 novembre 2010

La Genovesi, arrestata per narcotraffico, aveva un filo diretto con la casa di Berlusconi

Altro che assistente sfigata di un oscuro senatore di periferia. Altro che sconosciuta centralinista della Regione Emilia Romagna. Perla Genovesi, la ragazza parmense di 32 anni, già portaborse del senatore Enrico Pianetta di Forza Italia, fermata nel 2007 e poi arrestata nel luglio scorso con l’accusa di traffico di stupefacenti insieme a un gruppo di siciliani, era entrata davvero nel cuore del potere berlusconiano. Questa giovane dalla doppia vita a cavallo tra i politici romani che oggi occupano le poltrone più importanti del Governo e i narcotrafficanti siciliani era arrivata a parlare con Villa San Martino.   Il Fatto Quotidiano ha visionato i tabulati telefonici della ragazza nei quattro anni che hanno segnato la sua ascesa dall’Emilia alla Capitale e ha scoperto ben 48 contatti (in entrata e in uscita, tra telefonate e messaggi sms) con il telefono di Arcore. Nello stesso   periodo Perla Genovesi aveva contatti e collaborava con i narcotrafficanti Vito Faugiana e Paolo Messina, arrestati con lei nel luglio scorso. Una circostanza che dimostra ancora una volta la permeabilità dei vertici del Pdl da parte di personaggi, spesso di sesso femminile, legati alla criminalità organizzata. Dopo Barbara Montereale, l’amica di Patrizia D’Addario fidanzata con un rampollo del clan Parisi di Bari, dopo il caso Ruby e la pubblicazione da parte di Oggi delle foto di Lele Mora   , indagato per favoreggiamento della prostituzione, che recapita in villa pacchi di ragazze al premier, le telefonate ad Arcore di una ragazza in rapporti con narcotrafficanti siciliani ripropone il problema della ricattabilità e della possibile infiltrazione da parte della criminalità dei vertici del Pdl. Non solo il premier ma, come dimostra questo caso, anche il suo entourage e i suoi uomini più fidati sono a rischio per le loro spericolate frequentazioni. Quando hanno visto i 48 contatti con Arcore, inizialmente gli investigatori hanno pensato al Cavaliere. Era naturale accoppiare l’utenza 039 6013… di Arcore, intestata all’Immobiliare Idra (società proprietaria di gran parte delle ville di Berlusconi) al padrone   di casa. Quel numero era stato rinvenuto tanti anni fa nella memoria del cellulare di Marcello Dell’Utri come recapito riservato per contattare l’amico Silvio. In realtà, esaminando alcune telefonate intercettate sull’utenza di Perla   Genovesi, si è scoperto che quando chiamava quel numero la ragazza cercava non Silvio ma Sandro. Il 16 aprile 2005, al centralinista che risponde “Villa San Martino”, infatti, secondo i Carabinieri, “Perla chiede del Dott. Giuseppe Villa che però non c’è. E chiede anche di tale Bondi ma non c’è neanche quest’ultimo”. Questo è l’unico contatto con Arcore segnalato dai Carabinieri nella loro informativa nella quale si annotano anche 13 contatti con l’attuale ministro della difesa Ignazio La Russa, “tutte attinenti al suo compito ufficiale e prive di interesse investigativo”.

I CONTATTI con Arcore tracciati dai tabulati cominciano nel 2003. Sono molte le telefonate in partenza dalla magione del Cavaliere: il 19 settembre del 2003 alle 13 e 32, per esempio, il telefono di Arcore chiama il cellulare di Perla Genovesi e la conversazione dura 8 minuti. Il giorno dopo c’è un’altra chiamata più breve   sempre in partenza dalla villa e poi ancora il 3 ottobre, il 27 ottobre, il 9 novembre, il 25 dicembre, il primo marzo del 2004 e così via. Sono in tutto undici le chiamate in uscita mentre molte di più sono le volte che è Perla a chiamare il suo ignoto interlocutore di Arcore. Una volta, forse per sbaglio e per un solo secondo, Perla chiama anche alle 6 di mattina. Non è possibile sapere (a parte l’unico caso citato nell’informativa dei Carabinieri visionata dal Fatto) chi e cosa cercasse la ragazza parmense ad Arcore. Fin quando non saranno rese pubbliche le trascrizioni delle conversazioni (e non solo i tabulati che indicano solo il chiamante e il chiamato oltre alla durata della conversazione) si possono fare solo dei ragionamenti basati   sulle altre telefonate che precedono e seguono quelle di Villa San Martino. A leggere i tabulati, probabilmente era proprio Sandro Bondi, nominato nel 2005 coordinatore del partito Forza Italia, o qualche altro personaggio dell’entourage   del Cavaliere, l’interlocutore misterioso della ragazza, che ha sempre detto di non essere mai andata ad Arcore. Perla Genovesi ha riferito solo in via indiretta i racconti dei festini nella villa di Silvio Berlusconi ai quali avrebbe partecipato la sua amica Nadia Macrì ma ha sempre aggiunto di non essere mai stata coinvolta in prima persona in quelle feste e di avere partecipato ad incontri con altri politici a   Roma e a Palermo.    Nei tabulati della ragazza ci sono invece tantissime telefonate che, secondo gli investigatori, sono riferibili alle utenze di Sandro Bondi. Nei tabulati risultano 37 contatti tra Bondi e Perla Genovesi tra il 19 settembre del 2003 e il 2 ottobre di quell’anno. Poi l’apparecchio telefonico di Bondi cambia sim e comincia ausarne una intestata a Forza Italia, probabilmente concessa in   uso al politico di Fivizzano.    Perla Genovesi intrattiene ben 570 contatti telefonici nel periodo monitorato, dal settembre del 2003 al settembre del 2007, con questa scheda di Forza Italia probabilmente in uso a Bondi. Nello stesso periodo ci sono un centinaio di contatti con utenze riferibili all’attuale ministro del Pdl Renato Brunetta, al quale poi Perla Genovesi presenterà Nadia Macrì.

di Marco Lillo IFQ

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