Archive for aprile, 2010

30 aprile 2010

Il profitto del primo maggio

Giusto 110 anni fa, nel 1890, i lavoratori di tutto il mondo festeggiarono per la prima volta il Primo Maggio, festa simbolica dell’obbiettivo delle otto ore di lavoro, ma anche momento centrale di recupero e riaffermazione della dignità dell’Uomo Lavoratore. Otto ore di lavoro, otto di svago, otto di riposo, secondo lo slogan coniato nel 1855 non in un gabinetto teorico marxista ma nella tosta e lontana Australia. I regimi dittatoriali vietavano la festa del Primo Maggio. Le democrazie zoppicanti festeggiavano a modo loro, magari innaffiando di piombo inermi famiglie contadine (Portella della Ginestra, 1947). Altri contesti culturali, a testimonianza di una persistente “diffidenza” verso questa festa si affidano al mercato. Pare che in non poche città italiane il Primo Maggio sarà, per non pochi esercizi commerciali, giorno lavorativo pieno. Motivazioni che si sentono affiorare in interviste, blog, ecc.: nel dì di festa si vende meglio; nessun lavoratore sarà costretto a farlo se non per sua libera scelta (immagino la libertà di scelta di commesse/i precarie/i e immigrati), in definitiva si guadagna di più. Affiorano dibattiti sul tema: è giusto lavorare anche il Primo Maggio? La domanda fu posta, in termini non molto diversi, anni fa, quando si cominciò a tenere aperto anche la domenica, e poi le altre feste comandate. Passò allora la linea dell’apertura, e l’interlocutore diretto era, sia consentito, di ben altro spessore: chiunque abbia frequentato un minimo di catechismo ricorderà che persino Nostro Signore, dopo le fatiche della Creazione, sentì il bisogno di riposarsi. Ma niente, il mercato ha le sue esigenze, e la domenica diventò un giorno lavorativo come gli altri. Ora tocca al Primo Maggio: tutti (o molti) a lavorare perché chiunque può riposare, persino Dio, ma il profitto no. Quello non riposa mai.
di Giancarlo De Cataldo
30 aprile 2010

Occhio alla penna

 

Diciamo subito, a scanso di equivoci, che il presidente della Repubblica ha fatto benissimo a respingere al mittente, sia pure soltanto per qualche chiarimento, il decreto Bondi sui teatri lirici. Il nome dell’autore, James Bondi, che l’altra sera abbiamo visto in stato particolarmente confusionale a Ballarò, è una garanzia di non promulgabilità. Più in generale, l’espressione “respinto al mittente” associato al nome Napolitano a proposito di un qualunque provvedimento governativo, è musica celestiale per le nostre orecchie: tanto più celestiale in quanto rara. Ma qualche domanda, a questo punto, s’impone. Il decreto sui teatri d’opera era in gestazione da mesi, tant’è che aveva sollevato le proteste di tutti gli enti interessati, a cominciare dagli orchestrali di Bologna. C’era insomma tutto il tempo per esercitare la famosa “moral suasion”: quella prassi, da noi più volte criticata, che vede il capo dello Stato impegnato a persuadere il governo a cambiare una legge o un decreto prima che venga approvata/o, onde evitare uno “scontro istituzionale” al momento della firma o della non-firma. Questa volta, invece, pare che nessuna moral suasion sia scattata e che il presidente abbia lasciato andare il ministro fino in fondo, salvo poi respingergli la legge. Dobbiamo dedurne che è finita l’èra della moral suasion, o che sulla decisione hanno influito le uova che l’altro giorno volavano ad altezza uomo all’ingresso del Teatro alla Scala, presidiato dalle maestranze inferocite? In entrambi i casi, c’è di che esultare: sia nel caso in cui il presidente abbia deciso di attendere silente i provvedimenti del governo e del Parlamento e di giudicarli soltanto alla fine, senza partecipare con improprie “consulenze” che lo trascinano nella confezione delle leggi e dei decreti, lo trasformano in coautore dei medesimi e lo condizionano al momento della valutazione finale; sia nel caso in cui abbia ascoltato la rabbia della piazza. Nel secondo caso, si dimostrerebbe che è cosa buona e giusta “tirarlo per la giacca”, condotta sempre aborrita come disdicevole e quasi eversiva dai giornali pompieri e dai diversamente concordi del Pd. Già che ci siamo, azzardiamo un secondo interrogativo tutt’altro che impertinente: fermo restando che Napolitano fa benissimo a respingere un decreto che non lo aggrada, siamo proprio sicuri che abbia fatto benissimo a firmarne tanti altri? Possibile mai che le uniche leggi meritevoli di non essere firmate, in quattro anni di presidenza Napolitano, fossero quella sull’arbitrato nei contratti di lavoro e quella sugli enti lirici? E le norme razziste sulla schedatura dei bambini rom? Sul reato, anzi sul non reato di clandestinità? Sugli aumenti di pena per i delitti degli extracomunitari, puniti più severamente degli stessi reati commessi dagli italiani? E il recente decreto salva-liste che addirittura modificava le norme elettorali in piena campagna elettorale, in barba alla legge del 1988 che proibisce la decretazione in materia elettorale e al principio cardine per cui le leggi regionali non sono riformabili dal governo centrale? È solo un caso se le uniche due leggi respinte dal Quirinale sono fra le pochissime che non riguardano gl’interessi aziendali, processuali o elettorali del presidente del Consiglio? Ieri Massimo D’Alema, intervistato dal Corriere, è riuscito a dare ragione a Napolitano anche a proposito dell’intemerata dell’altro giorno ai magistrati: non si può “difendere tutto quello che fanno i magistrati”, bisogna avere il coraggio di criticarli quando “diventano parte del gioco politico”. Ecco, sarebbe interessante sapere quando, chi e come, nella magistratura, ha invaso il sacro suolo della politica: indagando affaristi che, in combutta con politici, scalano illegalmente banche, o rubano fondi pubblici in Calabria, o procurano case gratis a ministri? Non sarà che, più che magistrati che invadono il campo politico, abbiamo politici che invadono il codice penale? Così, tanto per sapere.

di Marco Travaglio IFQ


29 aprile 2010

Evo Morales, i polli transgenici, l’omosessualità e i sicari della disinformazione

Diffamazione a mezzo stampa
Il presidente boliviano Evo Morales, il “narcoindio fuori di testa”, per dirla alla Oscar Giannino, l’avrebbe fatta grossa. Nel suo ruralismo fondamentalista avrebbe affermato, in sede della “Conferenza Mondiale dei popoli sul cambiamento climatico” tenutasi a Cochabamba, che l’omosessualità e la calvizie dipendono dai polli transgenici.

Apriti cielo, destra e sinistra si sono unite nella lotta contro il troglodita boliviano. Le associazioni gay d’un lampo dimenticano il cardinal Bertone per scagliarsi contro il presidente boliviano. Ma sarà andata proprio come la raccontano? Cronaca dell’ultimo caso di diffamazione a mezzo stampa di un leader del sud del mondo calunniato sistematicamente dai media del nord.

Dall’ABC di Madrid, il quotidiano monarchico spagnolo che darebbe ragione al cardinal Bertone perfino se proponesse di fucilare gli omosessuali, giù giù fino all’ultimo circolo gay di periferia di Europa, dalla Stampa di Torino, che virgoletta una dichiarazione completamente inventata, attribuendola a Morales “Se mangi Ogm diventi gay” fino a Gay.it, tutti sono insorti contro quel cavernicolo del presidente boliviano Evo Morales. Appena più accorto è l’ineffabile Rocco Cotroneo, che sul “Corriere della Sera” virgoletta infedelmente Morales ma poi ci spiega che quel virgolettato taroccato è solo la sua interpretazione autentica del senso del discorso di Morales.

Cosa ha detto di così terribile Evo Morales, nell’ambito di un incontro molto importante e del quale i media si sono interessati solo come occasione di diffamazione? Evo, nell’ambito di una serie di esempi banali sui guasti che l’attuale modello di sviluppo apporterebbe, ha citato, tra l’altro, la Coca-Cola che sarebbe in grado di stappare un bagno otturato, i transgenici colpevoli di causare la calvizie e i polli strafatti di ormoni che sarebbero causa di disfunzioni sessuali per gli uomini. Non un gran discorso, ma Evo non è Rita Levi Montalcini, né la Bolivia è un paese all’avanguardia nelle scienze biotecnologiche.  Testualmente Evo dice: “Il pollo che mangiamo è pieno di ormoni femminili. Perciò quando gli uomini mangiano questi polli possono avere delle deviazioni nel loro essere uomini”.

Tutto qui: scientificamente fondata o infondata che sia, l’affermazione del leader contadino e indigeno boliviano è un passaggio di un lungo discorso nel quale in nessun momento parla di omosessualità. Inoltre il presidente boliviano, la lingua madre del quale è l’aymara, che in spagnolo si esprime con un linguaggio per nulla forbito e che non ha mai fatto in passato dichiarazioni che potessero essere considerate omofobiche, appare chiaramente riferirsi, a meno che non si stia cercando artatamente lo scandalo, a disfunzioni, problemi erettili o simili, che effettivamente molteplici studi scientifici collegano all’assunzione di carni con ormoni. Perché le organizzazioni omosessuali si sentono chiamate in causa da una dichiarazione così banale e che non parla di loro? Perché centinaia di giornali nel mondo manipolano le parole di Evo per far credere che abbia parlato di omosessualità? Perché per Evo Morales si possono mettere tra virgolette parole mai dette?

Ai media poco importa di quello che Evo ha realmente detto, peraltro facilmente disponibile su youtube. Importa cosa mettere in bocca ad Evo Morales per denigrarlo. Ed ecco così la menzogna della Stampa, “Se mangi Ogm diventi gay”, quella di gay.it che virgoletta: “Gli ormoni nei polli fanno diventare omosessuali”, o i grandi disinformatori di El País di Madrid che titola a tutta pagina: “Evo Morales vincola i transgenici all’omosessualità” per poi (politicamente corretti?) imboccare ad associazioni gay spagnole il compito di dare del barbaro ad Evo e completare l’operazione di sicariato mediatico facendo concludere “tali affermazioni sono ancora più inaccettabili perché pronunciate da un governante che si definisce progressista e di sinistra”. Peccato che, semplicemente, Evo non abbia mai detto ciò ma tutto serve per raggiungere l’obbiettivo dell’intera operazione: fare in modo che chi da sinistra guarda con simpatia a Evo Morales possa dissociarsene.

Ricordiamo che “virgolettato”, in termini giornalistici (Cfr. Devoto-Oli) vuol dire “Riportato fedelmente, parola per parola; testuale”. Vuol dire in pratica che un giornalista, usando le virgolette, si prende la responsabilità di testimoniare che quello che ha detto tizio è riportato alla lettera, perché ascoltato con le proprie orecchie o ampiamente verificato. Se virgoletta qualcosa che non è mai stato detto sta mancando a un preciso dovere professionale. E’ ben difficile, o foriero di guai anche giudiziari, virgolettare il falso per Silvio Berlusconi, Massimo D’Alema o anche per Tony Blair o George Bush. Ma virgolettare il falso, aggravare, distorcere, far dire qualcosa di ridicolo o inaccettabile che non è mai stato detto, addirittura ribaltare dichiarazioni, è titolo di merito per la stampa italiana ed europea quando si parla di dirigenti politici latinoamericani, Evo Morales,  Hugo Chávez o Pepe Mujica.

Falsificare le dichiarazioni (Cfr. l’archivio di questo sito), è una delle maniere preferite per i disinformatori di professione per innescare l’ennesima campagna di diffamazione orchestrata contro un dirigente politico latinoamericano. Sembra di ritornare a quando nel gennaio 2006 il presidente venezuelano Hugo Chávez fu tenuto per settimane sulla graticola per presunte dichiarazioni antisemite, anche quelle rivelatesi completamente inventate, come fu successivamente testimoniato tra l’altro (nel silenzio dei media che avevano diffamato Chávez) da diverse associazioni ebraiche venezuelane e statunitensi.

La calunnia, il virgolettato falsificato su Evo Morales omofobico,  infesteranno la Rete per secoli e ancora una volta sarà impossibile al presidente boliviano (gli ambasciatori del quale non hanno un budget per sostenere cause per diffamazione) esercitare un elementare diritto di rettifica. Tutto però serve a denigrare i dirigenti politici integrazionisti latinoamericani ed occultare le loro proposte e realizzazioni. Qualcuno di voi ha sentito parlare in positivo delle proposte di Evo Morales a Cochabamba per salvare il pianeta? Anche noi, per occuparci della diffamazione orchestrata dai media, dovremmo occuparcene un’altra volta.

di Gennaro Carotenuto

29 aprile 2010

S’IMPICCA PRIMA DELLO SFRATTO: “NON VOGLIO FINIRE IN STRADA”

Disoccupazione in Veneto
 
Il copione livido e tristissimo è sempre lo stesso: un biglietto ai figli, poche righe di scuse e poi il gesto ultimo, quello della fine.

Si è suicidato a Padova un ex commerciante di abbigliamento, Salvatore Collo-doro di 59 anni, impiccandosi nel soggiorno della sua abitazione in via San Giovanni da Verdara. Sul tavolo un biglietto per i figli: “Scusate, sono stanco, non ce la faccio più a vivere così. Senza lavoro, senza la mia famiglia, con lo sfratto. Non voglio finire sulla strada”. Un ultimo bacio mandato per iscritto all’ex moglie e ai due figli, e via. Salvatore, originario di Caltanisetta ma da tanti anni in Veneto, aveva perso il lavoro un paio di anni fa e viveva da disoccupato in un appartamento la cui   proprietaria risulta essere la ex moglie eritrea, ultimamente in cattive condizioni di salute.

   Così Salvatore, anche lui malato da qualche tempo, si è appeso a una trave del soffitto di casa con una corda due ore prima che gli ufficiali giudiziari rendessero esecutivo lo sfratto allontanandolo dalla palazzina in cui abitava abusivamente. Dopo la perdita del lavoro, la sua vita era andata man mano scendendo come in un girone dell’Inferno: prima la separazione dalla seconda moglie dalla quale aveva avuto un figlio di 26 anni (dal primo matrimonio Salvatore ha avuto un altro figlio di 31 anni) poi la malattia, l’indigenza, lo sfratto. Con entrambi i figli però Salvatore ha sempre mantenuto un buon rapporto, tanto da accettare di andare temporaneamente   ad abitare da loro, in attesa di una sistemazione più stabile. I figli gli avevano consigliato di presentare la domanda al comune per l’assegnazione di un alloggio pubblico, cosa che Salvatore aveva fatto. Ed è toccato proprio al figlio più piccolo scoprire il corpo senza vita di suo padre, alle 14:30 di martedì. Il ragazzo, che era passato proprio per stare vicino al padre in un momento così delicato come l’esecuzione dello sfratto, ha chiamato il 118 sperando di riuscire a salvarlo, ma quando il personale   medico del Suem è arrivato nell’appartamento non c’era più niente da fare. Un altro suicidio nel cuore del Veneto benestante, un’altra devastazione silenziosa di un lavoratore autonomo con una piccola attività. Al centro di terapia familiare di Padova un paio di anni fa si organizzò un corso per famiglie di dipendenti d’azienda, dove ascoltando i familiari di chi vive lo stress e l’angoscia della continua richiesta di maggiore produttività si è cercato di offrire piccole strategie di sopravvivenza. Forse bisognerebbe rifarlo.
di Erminia della Frattina IFQ
 
29 aprile 2010

Il sociologo Garelli: Ratzinger è distaccato e impolitico

Papa Benedetto XXVI (Ansa)
 
SE LA CHIESA NON COINVOLGE PIÙ UN GIOVANE SU DUE NON È CATTOLICO
Cinque anni dopo il 19 aprile 2005, che segnò l’avvento di Benedetto XVI, un giovane italiano su due respinge la qualifica di cattolico. Segno di crescente disaffezione. Ancora nel 2004 si dichiaravano cristiano-cattolici i due terzi della gioventù. Certo, sono processi di lungo periodo, ma l’indagine realizzata dall’Istituto Iard rivela che il Pontificato di Ratzinger non è riuscito a contrastare l’allontanamento dei giovani dalla Chiesa. E proprio in quell’Italia, che è direttamente sottoposta alla sua giurisdizione pastorale. Anzi, c’è motivo di credere che l’abbia favorito. Il quinquennio passato è quello di una “Chiesa del no” che, sull’onda dei cosiddetti principi non negoziabili stabiliti da Benedetto XVI, ha impedito la riforma delle legge sulla procreazione assistita per consentire ad una madre di non partorire un bimbo già condannato in partenza alla morte, ha combattuto una legge

  sulle coppie di fatto, ha vietato le unioni gay, ha bloccato l’autodeterminazione del paziente nel testamento biologico. Tematiche a cui le giovani generazioni sono sensibili.

   Cosa non funziona nel Pontificato ratzingeriano? Franco Garelli, sociologo cattolico che per conto della Cei ha realizzato

  importanti inchieste sulla religiosità in Italia, preferisce partire da un dato positivo. “Nel caso degli abusi sessuali del clero Benedetto XVI – dice – sta proiettando l’immagine di un capo della Chiesa che vuole fare pulizia, non ha paura di tagli drastici, non demorde e caccia i colpevoli”.  

   Però questo è solo un aspetto. Nel suo svolgersi il quinquennio ratzingeriano ha mostrato di oscillare in diverse direzioni. Questo Papa, spiega, “genera ammirazione e preoccupazione, governa più con i dossier che attraverso uno spirito collegiale, è il Pontefice della chiarezza dottrinale, della ripresa

  della memoria e della tradizione, ma al tempo stesso – enfatizzando l’esclusività della fede cristiana – isola la Chiesa, poiché la propone come portatrice di un’unica verità e non la presenta come ponte verso le altre religioni e i non credenti”. Non è per fare paragoni astratti con il predecessore, però chi osserva il procedere della Chiesa non può fare a meno di notare che “Wojtyla era un leader carismatico, Ratzinger è più teologo. Wojtyla creava movimento, Ratzinger crea riflessività. In Wojtyla il tradizionalismo era contemperato da segni affettivi, Benedetto XVI è più normativo, definitorio, distaccato. Non produce coinvolgimento o almeno non in maniera maggioritaria”.   Alla fine – a parte la battaglia determinata sulla pedofilia – l’impressione è quella di una Chiesa statica. Con una caratteristica specifica: “Si avverte una debolezza del governo istituzionale, spesso più del consenso prevale l’ossequio”. E soprattutto, questo “è un Papa impolitico”. Se si chiede a Garelli quali siano i problemi insoluti del Pontificato, ne elenca alcuni: tutti legati al rapporto fra Chiesa e società. “La Chiesa – sostiene – deve affrontare finalmente la   questione dei divorziati risposati. Dopo il concilio Vaticano II è impensabile non affrontare questo tema nel mondo contemporaneo”. E’ una cosa, d’altronde, che sanno tutti i parroci. Quelli che più soffrono della proibizione di non prendere la comunione, che vale tassativamente per ogni divorziato risposato (a parte le guasconate di Berlusconi, per il quale c’è sempre si trova sempre un prelato pronto a perdonarlo), sono proprio i cattolici più sinceri e più impegnati nella vita ecclesiale. Seconda questione, il celibato dei preti. Garelli come tanti altri respinge totalmente ogni connessione tra abusi sessuali e castità richiesta al clero. Il problema non è questo. Si tratta, molto semplicemente, che “il celibato dei sacerdoti deve   essere volontario”.

   Su un piano più generale il sociologo mette il dito sul vero punto dolente del Pontificato. La mancata riforma dell’assolutismo monarchico della Chiesa cattolica. Riforma che già con Giovanni Paolo II era matura (e la cui assenza era appena mascherata   dall’attivismo wojtyliano e dalle novità del suo pontificato) e che con Benedetto XVI si sta manifestando sempre più improcrastinabile. Garelli, non da oggi – e lo fa capire ogni volta che lo invitano a partecipare ai grandi convegni decennali della Chiesa italiana – è un convinto sostenitore della “collegialità”. Cioè della partecipazione dei vescovi al governo della Chiesa universale. E altrettanto convintamente ritiene che il “laicato nella Chiesa deve partecipare davvero alla progettazione della missione pastorale e non servire solo da supporto”.

   “La collegialità – sottolinea – ha un valore teologico e sociale. Il cardinale Martini l’ha richiamata spesso come punto qualificante. E’ necessario creare le condizioni affinchè nella Chiesa vi sia circolarità di idee. Bisogna prestare attenzione alle situazioni diverse ed è importante

  accettare l’unità nella diversità. Così come è necessario spingere i vescovi a riflettere insieme”.

   Di pari passo è urgente superare l’“afonia dei laici”, cioè la situazione per cui i fedeli non sono mai consultati e chiamati alla progettazione della nuova evangelizzazione. Colpa, certamente, anche di tanti esponenti cattolici che non aprono bocca, perché “hanno meno coraggio delle generazioni precedenti”, e quindi il laicato cattolico in Italia si presenta sempre “allineato e coperto”. Di fatto clero e alte gerarchie parlano solo loro e i media, a loro volta, prestano attenzione solo a loro.

  Eppure dal corpo della Chiesa salgono richieste diverse. “I fedeli – racconta Garelli che tante volte è andato a misurare sul campo il polso del cattolicesimo italiano – chiedono più ascolto e confidenza. Vorrebbero una Chiesa che sappia parlare un linguaggio spirituale più attento alle condizioni di vita e alle ragioni umane. Una Chiesa più in ricerca, capace di accompagnarli nelle loro vicende   umane piuttosto che pronunciare verità e definizioni”. E quando non accade? “Se non trovano risposte, si chiudono, tacciono o vanno altrove”. Certo, non va sottovalutato il segno dei tempi di uno stile di vita dilagante che mira solo ai consumi, alla scalata sociale, all’edonismo. “La cultura televisiva del Grande Fratello – confessa Garelli – depotenzia qualsiasi impegno religioso, politico o culturale, depotenzia destra e sinistra!”. Gli chiedo, ora che inizia l’anno sesto di Papa Ratzinger, quale sia un altro punto critico del pontificato. Risponde: “Porre il baricentro nell’Occidente e prestare poca attenzione al cattolicesimo mondiale, che si nutre di culture non occidentali”. Intanto dal 2000 al 2008 le vocazioni sacerdotali in Europa sono cadute di un altro 7 per cento.  

di Marco Politi  IFQ
 
 
29 aprile 2010

CENSURATI IN SENATO

La sala stampa di Palazzo Madama ha eliminato lo scontro tra “il Fatto” e Schifani  

I lettori de Il Fatto Quotidiano hanno inondato di lettere gli indirizzi mail della redazione, testimoniando la propria vicinanza al giornale e chiedendo di andare avanti, anche con la spada di Damocle rappresentata dalla querela di Schifani sulla testa. Perché? Perché, scrivono, in un paese civile “una alta carica dello Stato dovrebbe rispondere pubblicamente con dei fatti a chi ritiene la abbia discreditata”, perché un giornale “totalmente libero da padroni” aiuta qualcuno dei nostri lettori “a superare la giornata”, perché l’attacco testimonia di “un’arroganza del potere”, di un colpo “alla libertà di stampa”, alla “resistenza civile contro una classe politica che ormai rappresenta solo sè stessa e che non ha più idee, ma soltanto interessi”.   Insomma, la galassia-comunità che ruota attorno alla redazione di via Orazio ha compreso la gravità dell’attacco lanciato al proprio quotidiano, e reagisce testimoniando la propria vicinanza a un modo ritenuto “onesto e coraggioso” di fare giornalismo. La rassegna stampa di Palazzo Madama, ieri, non prestava grande attenzione alla notizia, riportata nelle prime tre pagine de Il Fatto Quotidiano andato in edicola ieri, della richiesta di 720 mila euro che il presidente dell’Assemblea, Renato Schifani, ha presentato nei confronti del giornale.   La notizia è condensata in una “breve” de il Manifesto, a pagina 113 della rassegna, sotto la dicitura, a suo modo illuminante: “Problemi dell’informazione”.

   Come sia accaduto che una questione che coinvolge in prima persona la seconda carica dello Stato, nonché presidente del Senato, sia trattata con un trafiletto in fondo a un documento che si occupa dell’universo mondo, ci è spiegato con cortesia dallo stesso ufficio stampa di Palazzo Madama che ha la responsabilità della compilazione del documento. La scelta sarebbe stata dettata da un codice di regole non scritte.   “Nei criteri della rassegna stampa – spiegano – non mettiamo di solito le notizie che riguardano gli oggetti di querela, poiché pur essendo il nostro uno strumento a uso interno, attraverso Internet viene diffuso ovunque e più di una volta siamo stati convocati dai giudici perché, attraverso la rassegna, abbiamo ‘amplificato’ questo tipo di notizie”. Un’altra regola non scritta, spiegano, è che non vengono segnalati articoli “diretti a un singolo soggetto, sia esso un senatore o, in questo caso, il presidente del Senato”. Una sorta di norma “a tutela” del singolo, che però, è spiegato, non ha negato alla rassegna stampa di accogliere le inchieste de Il Fatto di Marco Lillo e Peter Gomez che sono poi diventate oggetto della querela da parte della seconda carica dello Stato (e   quindi dando la spalla, si direbbe, a quella “amplificazione” di cui poi si deve rispondere in sede di tribunale). Per questo, si spiega, è stato usato il “buon senso”. Lo stesso “buon senso”, si potrebbe obiettare, che non ha impedito ai senatori di essere informati con ogni dettaglio della vicenda che ha riguardato l’ex governatore del Lazio Piero Marrazzo, o, per restare all’aula di Palazzo Madama, a quella del senatore Nicola Di Girolamo, passato dall’aula del Senato al carcere. Su queste notizie la rassegna è stata impeccabile, con buona pace delle regole non scritte. O, anche, per rimanere   sempre alla giornata di ieri, dell’apertura de Il Giornale che titolava sull’appalto Rai della suocera del Presidente della Camera Gianfranco Fini (è giusto nella pagina seguente della rassegna, la 114). D’altronde, è spiegato, “l’agenzia che martedì sera annunciava la notizia della querela è passata nella intranet delle agenzie del Senato, e poi la rassegna stampa di solito si trova nella stanza dove sono tutti i giornali, compreso Il Fatto”, per cui, continua il ragionamento, se qualche senatore avesse voluto informarsi, l’avrebbe potuto fare (ma seguendo questo criterio avrebbe potuto anche potuto andare in edicola). Altra giustificazione dal palazzo: “La notizie era nelle agenzie, e vi ha ripreso solo il Manifesto”. Circostanza vera (ieri anche i siti del Corriere della Sera e de il Giornale hanno ritenuto che la maxi-querela fosse una notizia da fornire ai propri lettori), La faccenda, dunque, non sarebbe stata censurata. E sarebbe stata quindi solo   , una questione di stile, a tenere fuori le notizie, anche politiche, pubblicate dal quotidiano diretto da Antonio Padellaro, dalla rassegna di Palazzo Madama (resta infatti comunque rara la citazione di un articolo de Il Fatto nelle fotocopie dei giornali destinate a senatori e addetti ai lavori). La rassegna stampa di Palazzo Madama, d’altronde, non è nuova alle sviste. Nell’ottobre scorso, un’interrogazione di Francesco Pardi (IdV), lamentava “la parzialità della odierna rassegna stampa del Senato, dalla quale è stato   escluso un articolo, pubblicato su Il Sole 24 Ore, che illustra le ragioni a sostegno della illegittimità costituzionale del lodo Alfano, mentre è stato inserito quello, presente nella stessa pagina del quotidiano, a sostegno della legittimità costituzionale della normativa”. A segnare infine ancora una volta lo stile diverso delle due Camere, basta dare un occhio alla rassegna stampa di Montecitorio, che ieri, oltre agli articoli sulla richiesta di risarcimento del presidente Schifani, recava anche l’articolo del Giornale di Vittorio Feltri che tirava in ballo la suocera di Gianfranco Fini. 
di Eduardo Di Blasi IFQ 
29 aprile 2010

Gli Stati indebitati si stanno rivelando più pericolosi dei subprime americani

I VERI PERICOLI DEL DEBITO ITALIANO
 
Di fronte alla crisi in corso, qualcuno sostiene che in fin dei conti se l’Italia è cresciuta di un misero 0,8 per cento in media negli ultimi 15 anni non è poi un risultato di cui lamentarsi. Alcuni dei Paesi che sono cresciuti più di noi, infatti, lo avrebbero fatto solo grazie a un aumento dell’indebitamento del settore privato. Ecco spiegata la differenza tra la maggior crescita del Pil nei “paesi cicala” (Usa, Gran Bretagna e Spagna), rispetto ai “paesi formica”, Francia, Germania e Italia (si veda, ad esempio, Marco Fortis, Il Sole 24 Ore del 6 aprile 2010 e del 5 luglio 2009). trucchi statistici. Insomma, tutto è spiegabile ricorrendo ad una contabilità del debito aggregato: al debito pubblico si sommano i prestiti totali erogati a famiglie, enti non profit e imprese, più lo stock di titoli diversi dalle azioni che sono emessi da enti ed imprese.  

   PUBBLICO E PRIVATO
Tra il 1995 e il 2007, mentre il debito “aggregato” dell’Italia cresce di 17 punti di Pil e quello della Germania di 25 punti, il debito aggregato di Usa, Gran Bretagna e Spagna esplode, rispettivamente, di 54, 77 e 120 punti di Pil, a causa del maggior debito delle famiglie e delle imprese. La maggior crescita del Pil pro capite dei paesi “cicala” e “formica” sarebbe stata   direttamente proporzionale all’aumento del debito aggregato del settore non finanziario. Da questi semplici dati alcuni traggono l’implicazione che non sarebbe necessario modificare il “modello economico italiano”, niente cure urgenti per l’Italia, perché si rischierebbe di seguire “modelli di sviluppo drogati da un indebitamento privato insostenibile che fortunatamente l’Italia non ha seguito” (Fortis, 6 aprile 2010, Il Sole 24 Ore). Si tratta di argomentazioni che ci sembrano non convincenti e un po’ troppo consolatorie per un paese come l’Italia che ha accumulato prima di tutti gli altri e in assenza di gravi crisi finanziarie (come quella attuale) il terzo più elevato debito pubblico del mondo.

   VIZI E VIRTÙ
Va demonizzato davvero un sistema finanziario che finanzia il settore privato? Le banche e le istituzioni finanziarie hanno il compito sociale di erogare credito, rispettando le opportune   condizioni di liquidità, redditività, patrimoniali, e i vincoli di vigilanza; sarebbe però utile la definizione di opportuni indici utili per circoscrivere le attività di trading compiute da parte delle banche. E’ comunque una risorsa sociale l’esistenza di un sistema finanziario che eroga prestiti e così fa crescere le imprese e aumentare le opportunità di spesa delle famiglie. I fattori alla base dell’attuale crisi finanziaria sono stati semmai (si veda l’intervento del responsabile della Vigilanza della Banca d’Italia, Stefano Mieli alla Scuola di Polizia Tributaria del 4 marzo 2009) la rilevante sottovalutazione dei rischi, la crescente complessità dei prodotti nella finanza strutturata, l’euforia che ha contaminato i mercati finanziari per troppo tempo e la forte interconnessione della finanza globalizzata.

   Descrivere la dinamica del debito aggregato considerando i tre diversi tipi di debito (pubblico, delle famiglie e delle imprese) senza   descriverne le differenze, dando ad essi lo stesso peso per la valutazione dell’aggregato finale, potrebbe avere lo stesso risultato del considerare i grassi polinsaturi (dell’olio di oliva) eguali a quelli saturi (della pancetta). Ma gli effetti sull’organismo sono assai diversi. E soprattutto, come è possibile paragonare, per esempio, il debito di una famiglia per acquistare una casa agli sperperi della pubblica amministrazione in  

   ventare un simbolo di questa trattativa e tra l’altro nello stabilimento esiste anche lo Slai Cobas, radicale e combattivo e già protagonista di una contestazione in piazza allo stesso segretario Fiom. Così come va segnalata la scelta della Ugl, il sindacato di destra, di tenere il primo maggio proprio a Pomigliano. Del resto, in Campania la disoccupazione supera il 20 per cento, la fabbrica è un bene prezioso per l’intera area e non è difficile prevedere che per tenere il posto di lavoro si sia disposti ad accettare situazioni peggiorative.  

   qualche appalto inutile? Gli effetti sociali del debito nel contesto macroeconomico dipendono dall’utilità del bene o del servizio per il quale ci si indebita: il problema italiano è che la composizione del debito pubblico non ha prodotto gli effetti auspicabili, per un tale livello di debito, nello sviluppo del Paese, in particolare nel Sud Italia (le autostrade non finite, gli ospedali non funzionanti…).

   LE FAMIGLIE
In realtà, per valutare il fenomeno dell’indebitamento, non è sufficiente considerare solo il rapporto tra debito e Pil. Bisogna considerare anche la sostenibilità del debito, oltre che dello Stato anche di imprese e famiglie e in questo secondo caso si dovrebbe considerare il rapporto debito/attività. Va poi considerato il rapporto fra rimborsi dei prestiti (in conto interessi e in conto capitale) e una misura del reddito disponibile, per valutare l’incidenza del servizio del debito sul reddito.  

   Inoltre, è vero che la ricchezza delle famiglie italiane non è crollata, ma occorre considerare tuttavia che la ricchezza mediana delle famiglie del Centro Italia risulta nell’anno 2008 pari a circa il doppio di quella delle famiglie meridionali, mentre nel 1993 era superiore del 75 per cento. Per il Nord, il divario nei confronti del Sud è salito da circa il 45 per cento rilevato nel 1993 al 65 per cento del 2008. Dunque, al Sud, partendo da livelli così bassi era difficile attendersi ulteriori crolli.

   Con riferimento all’Italia va osservato che la presunta “politica da formica” è stata a dir poco insoddisfacente se teniamo conto della crescita economica. Le ragioni della bassa crescita nel nostro paese sono per lo più strutturali e legate tra l’altro all’eccessiva presenza dello Stato nell’economia, a una spesa pubblica corrente in crescita, alla lentezza della macchina pubblica, al nanismo industriale, alla poca mobilità sociale, a una scuola poco moderna ed un università non globalizzata. Siamo   sicuri inoltre che il sistema finanziario italiano non sia afflitto da un eccesso di prudenza, viste le gravi e perduranti difficoltà di finanziamento delle piccole imprese? Una crisi economica seria come quella che stiamo attraversando deve essere un’occasione per realizzare interventi di politica economica che incidano in profondità sulla struttura economica dell’Italia, perché il “formicaio” italiano non è competitivo, non cresce, si sta impoverendo sempre di più.
 
di Antonio Frenda* e Sandro Trento** IFQ

*ricercatore Istat. L’articolo non impegna in modo alcuno l’Istat
** Università di Trento  
28 aprile 2010

Che fine ha fatto la nube vulcanica?

Da qualche settimana assistiamo in TV alle spettacolari ed inquietanti immagini del vulcano islandese, che erutta ancor oggi liberando fin oltre la tropopausa (1) una grossa e minacciosa nube.
Minacciosa, certo. Per la salute degli islandesi e per i motori degli aerei di linea.
Così, pochi giorni dopo l’inizio dell’esplosione, la Gran Bretagna pensava bene di chiudere il suo spazio aereo inficiato dall’oscura nube.

Eurocontrol, l’ente europeo responsabile del flusso di traffico aereo, emetteva un’informativa SIGMET con tanto di cartografia ove specificava le tre categorie di zone a rischio: no fly (voli proibiti), conditional (voli ammessi a discrezione del comandante), no restriction (voli permessi).
E allora uno dopo l’altro ogni paese europeo, Italia inclusa, chiudeva il suo spazio aereo a garanzia della sicurezza.

E allora? Tutto corretto, no?
Andando un pò, soltanto un pò a fondo nella questione ci si accorge che qualcosa, come sempre, non torna.
La polvere vulcanica fonde intorno alle temperature di 1100 gradi centigradi e si attacca alle pareti interne della camera di combustione e sul cono di espulsione dei motori, incrementandone oltre i limiti le temperature.
Inoltre corrode e danneggia le pale di compressori e turbine, provocando finanche lo stallo del motore, ma anche le superfici di ali e coda, riducendo la quantità di portanza sviluppata. I finestrini poi si opacizzano, impedendo la visione all’atterraggio, ed i freni diventano meno efficienti.
Drammatico direi!

Ma ci riferiamo ad una nube che, appena fuoriuscita dall’esplosione, contiene particelle nell’ordine di millimetri cubici, cioè di entità tale da provocare quanto sopra. Queste particelle poi, nella misura in cui le correnti ascensionali non sono più sufficienti a mantenerle in sospensione, ricadono al suolo. Le altre, via via più piccole fin sotto il micron, restano sospese e potrebbero essere trasportate dalle correnti a getto (venti d’alta quota) anche per centinaia di chilometri.

Bene: secondo le carte pubblicate da Eurocontrol, le zone a rischio si estenderebbero dall’Islanda fino alla Russia ma anche dall’Islanda fino all’America Centrale!
Capito bene?
In altre parole, le correnti a getto, correnti che spirano da Ovest, avrebbero trasportato le nanoparticelle implicate verso Est fino a svariate migliaia di chilometri MA in qualche modo le stesse sarebbero anche state sospinte controcorrente fino al Portorico!
Questa "curiosa" teoria non è mai stata verificata né avallata da analisi scientifiche dell’aria, effettuate da alcuno degli stati che avevano chiuso il proprio spazio aereo, e neppure da alcun avvistamento da parte di piloti. Puramente una teoria che, per qualche ragione, è apparsa a tutti ragionevole.

Ma perché soltanto oggi appare tale?

Perché per decine d’anni si è volato sull’aeroporto di Catania, con l’Etna attivo e la quotidiana nube traversale alle rotte di volo, soltanto evitandola "a vista" e soltanto di qualche decina di chilometri? Il pilota sa bene che già a tale distanza, ove non è più visibile, la nube si è talmente rarefatta da non rappresentare più un pericolo "tecnico" per l’aeromobile.
Semmai le nanoparticelle invisibili potrebbero porre un problema "medico", per la salute di chi all’interno dell’aereo le respira, essendo queste in grado di permeare la membrana cellulare e addirittura interferire col DNA: proprio come quelle emesse dai NON pericolosi inceneritori, no scusate, termovalorizzatori.

Ma questo vale anche e soprattutto di chi, nei pressi del vulcano, ci trascorre l’intera sua vita.
Ed ecco che, qualche giorno fa, la BBC intervista un responsabile di Eurocontrol, il quale con assoluta serenità afferma che effettivamente "il computer" avrebbe fornito dei dati errati, delle proiezioni eccessive sulle aree a rischio.
E così oggi la nube è divenuta un fantasma. Prima c’era, ora non c’è più, domani magari ci sarà ancora.
Nessun media più se ne interessa.

E come la SARS , l’aviaria, la suina, l’antrace, le armi di distruzione di massa irachene, l’incrociatore americano mai affondato dai vietcong, il Lusitania attaccato dai tedeschi, Pearl Harbor dai Giapponesi, le Torri Gemelle da chissà chi e via dicendo, anche la nube fantasma passerà in cavalleria, in attesa di essere riesumata e scenograficamente rivestita per la sua prossima missione: la creazione di un problema per la cui reazione popolare indotta già qualcuno avrà sùbito in mano la perfetta soluzione.

Ma cosa è avvenuto nel frattempo?

In una settimana di cancellazioni a tappeto e MILIONI di passeggeri e merci a terra, il mercato globale si è arrestato ed è già a rischio di tracollo: per i pezzi di ricambio non consegnati, l’industria automobilistica BMW è a rischio fallimento, così come lo sono migliaia di altre industrie, oltreché compagnie aeree, Alitalia-CAE in primis.

Cui prodest: a chi giova tutto ciò? Ci sono ancora dubbi?

Ai soliti noti, le eminenze grigie che controllano stati come la Gran Bretagna e quindi il mondo intero, attraverso le loro reti finanziario-politico-militar-sanitario-universitario-massoniche, che avranno a disposizione nuove migliaia di imprese insolventi da acquisire per una pipa di tabacco, nonché milioni di nuovi poveri da inserire nel novero dei loro schiavi, distratti dai propri problemi quotidiani di sopravvivenza.

Che sia stata un’operazione finanziaria, un’esercitazione militare di portata sovranazionale o una manovra occulta d’altro tipo, è di certo qualcosa che comunque noi popolo non avevamo chiesto, votato o approvato, e di cui senza dubbio abbiamo assistito inermi all’ennesima manipolazione mediatica, nonostante ci sforziamo di sedare l’intima voce dell’intuizione in noi che ci pungola alla diffidenza.
Chi può, comprenda. Chi ancora riesce ad avere il tempo e la salute per farlo, discerna ciò che gli viene offerto in pasto dall’establishment mediatico e politico.
Se si vuol essere pecore, disinteressandosene, oppure struzzi, tenendo la testa sotto la sabbia e le chiappe esposte perché si è compreso ma non si ha il coraggio di alzare la testa, si prenda coscienza che presto la testa non la si potrà più alzare, poiché se si accetteranno determinate restrizioni prossime venture non si avrà più la possibilità di replica, di dissenso come ancora esiste oggi.

Quel giorno, a causa di tutte le nostre paure avremo ceduto la nostra autonomia, di azione ma anche di pensiero e sentimento: libertà sarà per noi essere finalmente controllati, perciò al sicuro!
E senza neppure rendersene conto si avrà già il collare addosso, un chip a radiofrequenze sotto pelle come già oggi hanno cani e qualche star hollywoodiana, collegato al Golem, il messia elettronico, senza il cui marchio "non si potrà nè vendere nè comprare" (l’Apocalisse).

Ed il bello è che saremo stati noi, proprio noi, spaventati, lobotomizzati e malati, ad averlo chiesto!

(1) Tropopausa: è lo strato di atmosfera che separa la troposfera dalla stratosfera, in cui avvengono i fenomeni meteorologici. Si trova ad una quota media di circa 12 km e il suo spessore è variabile.

www.disinformazione.it

28 aprile 2010

“Casa Scajola valeva più di 600 mila euro”

 
Zampolini: Anemone mi incaricò di trattare

 

     Ora anche Angelo Zampolini scarica Claudio Scajola. E la situazione per il ministro dello Sviluppo economico si fa nera. Zampo, come lo chiamava il costruttore Anemone, è l’uomo degli assegni circolari usati – secondo i pm – per l’acquisto della casa del ministro. È indagato per riciclaggio mentre Scajola non è iscritto (anche perché se lo fosse gli atti andrebbero al Tribunale dei ministri). Secondo l’ipotesi dei pm i soldi del conto provengono da Diego Anemone, il capo della “cricca” per il quale aveva lavorato alla progettazione del circolo Salaria Village. Zampolini, tra mille dubbi, ha accettato di parlare con il Fatto Quotidiano e ci ha detto due cose importanti: “Anemone mi incaricò di cercare e trattare l’appartamento del ministro” e “il prezzo reale della casa di Scajola è molto più alto dei 610 mila euro dichiarati nell’atto”. L’architetto, che secondo l’ipotesi investigativa avrebbe fatto da schermo ad Anemone coprendo   con il suo assegno la reale provenienza dei soldi usati per pagare una parte del prezzo di casa Scajola, con queste parole rifila tre colpi al ministro: innanzitutto smonta la sua versione sulla compravendita della splendida casa con vista sul Colosseo; in secondo luogo denuncia un’evasione fiscale per decine di migliaia di euro da parte di un ministro della Repubblica e infine, con il riferimento ad Anemone,   apre scenari inquietanti nei quali si intravede qualcosa di più di un semplice tentativo di nascondere al fisco il valore della casa. Se fosse vero quello che dice Zampolini (e che coinciderebbe con le dichiarazioni della parte venditrice, le sorelle Papa, da quello che risulta al Fatto) siamo di fronte a un ministro che evade le tasse e poi, quando viene pescato con le mani nella marmellata, non racconta i suoi rapporti con un imprenditore arrestato per corruzione e, infine, mente ai cittadini. In un paese normale, in assenza di risposte convincenti, Scajola si sarebbe dovuto dimettere. In Italia, invece, si appresta a gestire un programma di investimenti nel nucleare di una decina di miliardi di euro. Dopo la pubblicazione della notizia “Un assegno da 500 mila euro dell’architetto Zampolini messo a disposizione dal costruttore Diego Anemone per il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola”, la stampa si è accontentata della replica ufficiale: “Le notizie   sono totalmente destituite di fondamento. L’unico immobile che la mia famiglia possiede in Roma ove abito, è stato acquistato con regolare contratto ed è stato pagato, per la quasi totalità dell’importo, con un mutuo ancora in essere e, in minima parte, con bonifico dal mio conto corrente. Escludo categoricamente, quindi, che sia stata versata alcuna somma in mio favore per tale vicenda o per qualsiasi altra”. Dopo avere lanciato la notizia (danneggiando l’inchiesta) i grandi   quotidiani hanno mollato la presa. Il Fatto è andato avanti. Prima ha chiesto al notaio Gianluca Napoleone l’atto di vendita, e poi, ha bussato alla porta dell’architetto Zampolini (che si trova nello stesso palazzo al piano terra). Ha aperto la porta un gentile signore sulla cinquantina con i modi di un gentleman inglese e una vaga somiglianza con Luciano Rispoli. Zampolini ha precisato di avere avuto “rapporti sporadici” con Anemone. “Il mio nome figura nel cartellone dei lavori del suo circolo Salaria Village ma più che altro perché Anemone voleva avere un grande nome. Non sono il suo architetto, né il suo direttore dei lavori”. Zampolini ci mostra la foto appesa alla parete   di una grande opera dei Mondiali di nuoto del 2009, gestiti da Angelo Balducci, ma precisa “quell’appalto è stato vinto da una società diversa da Anemone. Il mio rapporto con lui è stato sporadico”. E allora perché la casa di Scajola, secondo gli investigatori, è stata pagata con gli assegni circolari del suo conto? “Anemone mi chiese di cercare queste case (per Lorenzo Balducci e Scajola) e io purtroppo l’ho fatto. Pensavo di fare solo un compromesso per fermarle”. In sostanza, secondo Zampolini   , l’assegno circolare era mirato a bloccare la casa con un compromesso, ma poi i soldi gli sono stati rimborsati. “Prima dell’interrogatorio la situazione era seria”, spiega, “ma poi ho portato ai pm le prove documentali del fatto che i soldi sul mio conto escono e rientrano esattamente nella stessa quantità”. Ed è proprio questo il problema centrale dell’indagine. Se Zampolini non ha pagato, si chiedono i pm, di chi sono allora i soldi (più di 400 mila euro) usati per coprire gli assegni usati   per la casa del Colosseo? Su questo Zampolini si fa sfuggente: “Ho spiegato tutto ai pm. Ma chiedete al mio avvocato Grazia Volo, che era presente all’interrogatorio”. Una cosa però la dice: “È chiaro che quella casa non è stata pagata 610  

   mila euro ma molto di più”. Le agenzie immobiliari della zona concordano: “Conosco bene quel palazzo”, spiega Simone Sisti, agente che ha trattato molti immobili in zona, “un primo piano di circa 180 metri quadrati (la casa del ministro è di 9,5 vani catastali, ndr) nel luglio 2007 poteva valere circa un milione e 300 mila euro. Oggi invece il suo prezzo si aggira sul milione e 600 mila”. Nel luglio del 2004, nell’atto che pubblichiamo qui accanto, il ministro dichiara di pagare 610 mila euro. Il problema è chi ha messo la differenza. Oggi Zampolini, che fece l’assegno per coprire il nero, dice: “A me è stato restituito tutto. Non potevo sapere se i soldi erano del ministro Scajola o no”. 

   

di Marco Lillo IFQ
  

 La casa di fronte al Colosseo acquistata nel 2004 dal ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola   (FOTO IMAGOECONOMICA)

 
L’atto di compravendita dell’immobile
 
28 aprile 2010

Il presidente del Senato chiede un risarcimento da 720mila euro per le nostre inchieste sulla mafia. Senza però contestare i fatti

  
Il Presidente del Senato Renato Schifani (FOTOA3)
 
Le 54 pagine della citazione civile notificate ieri a Il Fatto Quotidiano dal presidente del senato, Renato Schifani, spiegano bene quale considerazione abbiano della libertà di stampa molti esponenti delle nostre classi dirigenti. Nei mesi scorsi, come è noto, questo giornale ha pubblicato più puntate di una lunga inchiesta sulla vita umana e professionale della seconda carica dello Stato e alcuni pezzi di commento sulle risposte (mancate) di Schifani. L’indagine giornalistica si è rivelata quanto mai opportuna. Dopo i primi articoli è tra l’altro   emerso come il nome di Schifani, già citato da altri collaboratori di giustizia, fosse stato fatto anche di recente da due protagonisti della storia di Cosa Nostra palermitana: Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, e Gaspare Spatuzza, il braccio destro ora pentito dei fratelli Graviano, i boss di Brancaccio condannati per le stragi del 1993. E le loro dichiarazioni, vista l’importanza delle persone tirate in ballo, sono state ampiamente riprese da giornali e agenzie. Ora, è bene dirlo subito, nè Ciancimino, nè Spatuzza, hanno imputato a Schifani dei reati. E nemmeno lo avevamo fatto noi de Il Fatto con le nostre inchieste. Ciancimino ha raccontato   come il presidente del Senato da giovane fosse stato l’autista del potente senatore fanfaniano, Giuseppe La Loggia, solito accompagnarlo alle riunioni con l’eurodeputato Salvo Lima e suo padre Vito. Spatuzza ha poi sostenuto di aver visto Schifani mentre, al fianco del suo cliente Pippo Cosenza, s’incontrava nei primi anni novanta con Filippo Graviano. MentreIl Fatto Quotidiano ha ripercorso i rapporti societari e professionali del senatore azzurro, rivelando come tra questi ve ne fossero stati molti con persone poi ritenute o mafiose, o contigue o complici di Cosa Nostra.  

   Se non si vogliono ridurre i giudizi politici su chi rappresenta i cittadini nelle istituzioni alla categoria (giudiziaria) del colpevole o innocente, ci pare sia necessario partire proprio da notizie come queste. Specie quando sono numerose e reiterate nel tempo. Nelle democrazie liberali le regole del gioco sono chiare. La selezione delle classi dirigenti, e ancor più quella delle altissime cariche istituzionali, non viene demandata alla magistratura, ma all’opinione pubblica. L’elettore ha il diritto di sapere tutto sul suo candidato per poi sceglierlo o bocciarlo al momento del voto (o almeno era così finchè ci veniva data la possibilità di esprimere le nostre preferenze). Il Fatto si è sempre mosso – e continuerà a muoversi – proprio in questa convinzione. E per dar modo al senatore Schifani di offrire la sua versione, o di contestare eventuali inesattezze rispetto a quanto da noi   scoperto, prima di scrivere, lo ha contattato via e-mail o attraverso il suo portavoce. Il presidente del Senato, pur informato nei particolari, non ha mai voluto rispondere.

   Oggi leggendo la citazione in giudizio con cui Schifani chiede un risarcimento da 720mi-la euro si comincia a intuire il perché. In 54 pagine il senatore bolla come “falsa” (e vedremo poi quale) solo una delle decine di notizie su di lui riportate da Il Fatto Quotidiano . Schifani invece si lamenta genericamente perchè “gli autori hanno tratteggiato, con dichiarazioni altamente diffamatorie, la figura dell’attore (lui, il presidente del Senato ndr) come quella di un soggetto vicino agli ambienti della criminalità mafiosa, ledendone la sua reputazione, dignità e prestigio professionale e personale”. L’unica prova addotta non è però il contenuto degli articoli o delle inchieste portate in giudizio, ma è una   vignetta-fotografica del 22 novembre, pubblicata nella rubrica Satire&satiriasi . Un’immagine in cui Schifani, immortalato mentre offre la mano stesa a alcuni parlamentari, appare circondato da persone a cui viene fatto dire “bacio le mani”. In casi come questi più che invocare il diritto di satira, serve invece ricordare la storia. La libertà di parola è nata nel ‘700 per poter parlare male di chi stava al potere. Per parlarne bene, infatti, c’erano già i cortigiani.

   Ma andiamo avanti. Quale sia la filosofia che sta alla base della citazione lo si capisce leggendo le pagine 29 e 30 del documento. Il Fatto il 20 novembre per la penna di Marco Lillo ha pubblicato un articolo dal titolo: “Schifani e la casa della mafia”. È la storia di un palazzo   abusivo, quasi interamente costruito e abitato da parenti o esponenti di famiglie mafiose. A opporsi allo scempio edilizio erano due palermitane, le sorelle Pilliu, che proprio per questo furono anche ascoltate informalmente da Borsellino prima della morte. Schifani, con un suo collega di studio, assisteva invece dal punto di vista amministrativo il costruttore Pietro Lo Sicco. Il nipote di Lo Sicco, Vincenzo, dopo essere stato collaboratore dello zio ha avuto il coraggio di rompere con quel mondo e di testimoniare contro il suo familiare. Il Lo Sicco “buono” ha sostenuto in aula che Schifani si vantò con lui di aver salvato palazzo “facendolo entrare in sanatoria durante il Governo Berlusconi” e che la sanatoria era “riuscito a farla pennellare in quello che era l’esigenza di questi edifici”.   Per la seconda carica dello Stato “non si vede quale sia l’interesse pubblico ad un processo nel quale il presidente Schifani non risulta in alcun modo indagato e ne quale le dichiarazioni rese dal Lo Sicco non sono passate al vaglio della magistratura”. In realtà Il Fatto, dopo aver scritto, chiaramente che i pm non avevano ritenuto di mettere Schifani sotto inchiesta, ha riassunto una serie di elementi che lasciano la porta aperta a interrogativi. Già nel ‘94, pur non essendo formalmente iscritto a partito, Schifani lavorava politicamente al fianco del senatore   Enrico La Loggia, capogruppo degli azzurri. Il condono allora varato dal governo Berlusconi, come ammette lo stesso senatore, ha permesso di mettere in regola il palazzo. Ma c’è di più. Schifani sostiene che è una “affermazione gravemente falsa e ingannevole” scrivere che un emendamento alla legge finanziaria del 2000, presentato da un esponente di Forza Italia, fosse ad personam perchè sembrava ritagliarsi alla perfezione sugli inquilini dello stabile. Per capire che non è così basta però guardare che cosa è accaduto. Fino a quell’anno chi aveva firmato un compromesso di acquisto per un appartamento in un palazzo abusivo poi confiscato per fatti di mafia, non poteva perfezionare la compravendita. Grazie alla nuova legge sì.   Tanto che uno dei promittenti acquirenti (che non citiamo per ragioni di privacy, visto che non è un politico) è già riuscito a comprare proprio grazie a quella norma, mentre gli altri ci stanno ancora provando. Questi, però, sono particolari da tribunale. Più interessante è rileggere altri passaggi della citazione. Schifani ci rimprovera di non aver sottolineato che tra la sua clientela vi erano anche molte persone mai incappate in guai di tipo mafioso con la giustizia. E ci redarguisce per non aver detto che da una cooperativa edilizia in cui entrò a far parte molti anni fa uscì già nel 1986.   Poi se la prende con Marco Travaglio che nella sua rubrica lo ha definito un “avvocaticchio di terza fila” prima di descrivere la sua straordinari carriera politica. È un reato tutto questo o è diritto di cronaca e di critica? Prima del giudice, un’idea se la potranno fare i lettori che da oggi troveranno l’atto di citazione di Schifani liberamente scarica-bile da sito dell’Anteffato. Noi invece continueremo le nostre inchieste giornalistiche. E invieremo di nuovo delle e-mail al presidente del Senato. Nella speranza che per una volta ci risponda. Pubblicamente e non in tribunale.  
  di Peter Gomez e Marco Lillo Il Fatto Quotidiano
 

  IL PREZZO È INGIUSTO

   È questa la somma chiesta nella causa civile intentata da Schifani al direttore del “Fatto Quotidiano” Antonio Padellaro e alla stessa società Editoriale. Il presidente del Senato chiede un risarcimento del danno per lesione di reputazione, ma evita di sottoporre la questione a un tribunale penale.

 

  “LETTORI SUPERFICIALI E SUGGESTIONABILI”

   Contesta – Schifani – il tono scandalizzato e sdegnato dei nostri titoli. Riferiti a notizie “neutre perché insignificanti”. Le consulenze legali a personaggi vicini alla mafia? Tutto questo – secondo Schifani – per “indurre i lettori – specie i più superficiali, a lasciarsi suggestionare”.

 
  “ROBA VECCHIA CHE NON INTERESSA”

   Le nostre inchieste? Lo hanno esposto alla “riproposizione di (pseudo)notizie e (pseudo)fatti”, privi di “qualsiasi connotazione di riprorevolezza” e “a tal punto risalenti nel tempo da non poter interessare in alcun modo, all’attualità, la pubblica opinione”.
 

   

  8 DOMANDE
  Il silenzio dello Stato

  

   Prima di scrivere le nostre inchieste su Renato Schifani, abbiamo sempre chiesto al presidente di rispondere alle nostre domande. Prima via e-mail e poi per telefono. Pensavamo fosse un dovere della seconda carica dello Stato rispondere ma non è accaduto. Il primo articolo riguardava un palazzo abusivo costruito da Pietro Lo Sicco, un imprenditore difeso da Schifani davanti ai giudici amministrativi e successivamente arrestato e condannato per mafia. Il palazzo abusivo era stato edificato calpestando i diritti delle indifese sorelle Pilliu. I giudici stabilirono che la licenza del palazzo era frutto della corruzione dell’assessore e di un falso. Lo Sicco aveva costruito senza rispettare le distanze perché aveva finto – con la complicità del comune – di avere già le particelle delle Pilliu. Schifani da avvocato aveva difeso il torto del più forte. Con queste domande gli offrivamo l’occasione per difendere, da politico, le ragioni dei deboli. Non lo ha fatto. 1) Presidente Schifani qual è la sua posizione sulla storia di quel palazzo. Lei ha partecipato al sopralluogo dove si rilevavano le distanze con le case delle Pilliu, nel 1993. Ciononostante ha difeso la legittimità del palazzo. Alla luce delle decisioni della giustizia amministrativa (definitiva) e civile (primo grado), oggi secondo lei va abbattuto?

   2) Perché ha difeso Pietro Lo Sicco in una causa così ingiusta e imbarazzante?

   3) Perché lo studio Pinelli-Schifani (dove suo figlio Roberto è socio e lei è comproprietario dell’immobile) continua a difendere la legittimità di un palazzo con una storia davvero indifendibile, perorando i ricorsi dei promittenti acquirenti? 4) È vero che gli imprenditori Giuseppe Cosenza (poi sottoposto a misure di prevenzione per mafia) e Antonino Sei-dita (poi condannato per fatti di mafia) che sono stati gli intermediari delle richieste dell’assessore Raimondo a Pietro Lo Sicco, erano clienti del suo studio?

   5) E, se è vero, non pensa che sarebbe stato meglio non curare gli interessi legali di Lo Sicco, Cosenza, Seidita? 6) È vero che l’assessore Raimondo, condannato prima di morire per questa vicenda per corruzione da parte di Lo Sicco, era suo caro amico?

   7)CosapensadelleangheriesubìtedallesignorinePilliu?Dalla posizione in cui è adesso, non crede di dover dare delle spiegazioni su quelle sue attività professionali?

   8) Innocenzo Lo Sicco ha parlato del condono Berlusconi del 1994 come "pennellato" sulle esigenze del palazzo di Lo Sicco. Effettivamente quel condono prevede la possibilità di ottenere la sanatoria dopo l’annullamento della concessione, come poi è accaduto con la decisione di secondo grado del Cga siciliano per il palazzo di Piazza Leoni, addirittura senza i limiti di cubatura. Successivamente, grazie a un emendamento alla legge 388 del 2000 presentato dal senatore Centaro di FI nel 2000 e approvato durante la sessione di finanziaria, l’amministratore del palazzo Turchio ha potuto chiedere la sanatoria. Lei cosa risponde alle "accuse" di Innocenzo Lo Sicco?

   Distinti saluti

 
 

 

27 aprile 2010

Come si può tener conto del patrimonio nel valutare la condizione di povertà?

Lo stato di povertà è in genere identificato guardando ai valori correnti del reddito o della spesa per consumi. Così l’Eurostat considera una persona “a rischio di povertà” quando vive in una famiglia il cui reddito equivalente[1] è inferiore al 60% del valore mediano e l’Istat classifica una famiglia tra quelle povere se la sua spesa equivalente cade al di sotto di una soglia minima fissata sulla base della spesa pro capite per consumi. Si tratta di misure fondamentali per accrescere l’attenzione dell’opinione pubblica e dei decisori politici verso il fenomeno povertà. Lo testimonia la nuova strategia europea “Europa 2020”, recentemente messa a punto dalla Commissione Europea, che include tra i cinque obiettivi prioritari da raggiungere entro il 2020 una riduzione di 20 milioni del numero delle persone a rischio di povertà[2].

            In queste statistiche non viene preso in considerazione il patrimonio reale e finanziario, se non per il flusso annuo di reddito che esso genera. Considerare solamente il reddito corrente offre, tuttavia, una visione parziale delle risorse economiche a disposizione di una famiglia o di un individuo, poiché il patrimonio svolge un ruolo essenziale nel sostenere lo standard di vita quando vi siano oscillazioni temporanee delle entrate o sopravvengano eventi negativi non previsti. A parità di altre circostanze, le difficoltà economiche generate dalla perdita del lavoro o da un divorzio hanno ripercussioni assai diverse sulle condizioni di vita a seconda che una persona possa contare o meno su un adeguato stock di risparmi accumulati. La questione è rilevante non solo per la misurazione statistica, ma anche per il disegno delle politiche sociali, per tutte quelle misure di sostegno la cui erogazione è sottoposta alla verifica dei mezzi[3]. I limiti delle fonti statistiche, che raramente raccolgono informazioni sui redditi congiuntamente a quelle sulla ricchezza, aiutano a spiegare perché si presti poca attenzione al patrimonio, ma vi è anche un ritardo nell’elaborazione di strumenti analitici adeguati. Come si può tener conto del patrimonio nel valutare la condizione di povertà?

L’indice reddito-ricchezza

            Un primo modo per affrontare la questione è considerare l’indice reddito-ricchezza, proposto oltre quarant’anni fa da Weisbrod e Hansen. Questo indice modifica la definizione standard di reddito sostituendo alle rendite generate annualmente dalla ricchezza (interessi, dividendi, ecc.) una rendita annua costante (annuity value). Questa rendita è data dalla conversione dello stock di ricchezza detenuta in un flusso costante di reddito, scontato a un dato tasso r, per T anni. In altri termini, rappresenta la quota di patrimonio che può essere consumata annualmente in modo da “spalmare” il patrimonio equamente in T anni. La lunghezza del periodo T viene fatta coincidere con la speranza di vita corrispondente all’età della persona per cui si calcola l’indice, ipotizzando che non lasci alcuna eredità. Questo metodo fonde reddito e ricchezza in un modo analiticamente elegante, ma richiede varie ipotesi, come la scelta del periodo T e del tasso di rendimento r della annuity.

ingrandisci fig.1_famigliepovere_brandolini_magri.jpg            Una conseguenza importante dell’adozione di questo metodo è il mutamento della composizione della povertà per classi di età: gli anziani, che hanno una speranza di vita minore e una ricchezza in media più elevata, appaiono meno poveri. Cambia anche il confronto tra paesi, per effetto dei livelli diversi di ricchezza delle famiglie: secondo i dati del Luxembourg Wealth Study (LWS; http://www.lisproject.org/), relativi ad anni vicini al 2000, considerando il solo reddito la quota di poveri risulta più alta negli Stati Uniti rispetto a Finlandia, Germania e Italia. Se si utilizza l’indice reddito-ricchezza, le distanze si riducono, pur non cambiando l’ordine relativo dei paesi (fig. 1). L’incidenza della povertà diminuisce più in Italia che negli altri due paesi europei per effetto del livello elevato della ricchezza posseduta dalle famiglie del nostro paese. La riduzione della povertà è assai più contenuta quando si considerano le sole attività finanziarie anziché il totale della ricchezza reale e finanziaria al netto dei debiti: l’abitazione di proprietà rappresenta infatti la componente principale del patrimonio delle famiglie meno abbienti.

 

Gli indicatori di povertà patrimoniale

ingrandisci fig.2_famigliepovere_brandolini_magri.jpg            Una possibile alternativa, proposta da Haveman e Wolff, è quella di costruire indicatori di “povertà patrimoniale”. Questi individuano le famiglie o le persone che hanno accumulato una ricchezza insufficiente a garantire un tenore di vita corrispondente a quello della soglia di povertà per almeno n mesi, in assenza di altre risorse economiche. Ad esempio, si possono convenzionalmente considerare povere le famiglie con un patrimonio insufficiente a sostenerle per almeno tre mesi al livello di consumo minimo ritenuto socialmente accettabile. Considerando i dati dell’LWS per Canada, Finlandia, Germania, Italia, Norvegia, Regno Unito, Svezia e Stati Uniti, si osserva che l’incidenza della povertà risulta maggiore di circa due o tre volte quando si guardi al patrimonio complessivo, al netto dei debiti, invece che al reddito.

            Più elevata è la quota di persone con ricchezza finanziaria insufficiente a sostenerle, in mancanza di altre risorse economiche, al livello della linea di povertà per almeno tre mesi: essa varia tra il 32% in Italia e il 57% in Canada (fig. 2). Poiché al massimo un terzo di queste persone sono povere anche in base al reddito, queste statistiche indicano che nei paesi considerati esiste un’ampia fascia di persone che hanno redditi correnti superiori alla soglia di povertà, ma sono vulnerabili al verificarsi di eventi negativi. L’Italia è il paese in cui questa fascia risulta più limitata: ciò potrebbe riflettere un maggior risparmio a fini precauzionali, connesso anche con la limitatezza degli strumenti pubblici di sostegno per le persone in difficoltà.

Osservazioni conclusive

            Nelle moderne economie avanzate, il patrimonio familiare concorre a determinare gli standard di vita correnti e influenza le decisioni delle persone sulle proprie scelte di vita. Nella valutazione delle condizioni di povertà, il patrimonio viene però considerato solo in parte, per il flusso di reddito che esso genera. I risultati qui discussi mostrano come la considerazione della ricchezza insieme al reddito possa portare a una diversa valutazione dell’entità e delle caratteristiche della povertà. Inoltre, consente di individuare sia le persone in condizione più critica, per l’assenza di risorse economiche in una accezione più estesa, sia quelle che non sono povere ma vulnerabili, in quanto hanno accumulato risparmi insufficienti a far fronte a gravi eventi negativi imprevisti. 

di Andrea Brandolini* & Silvia Magri**


[1] Il termine equivalente si riferisce alla correzione del valore nominale del reddito, o della spesa per consumi, per tenere conto delle economie di scala che derivano dalla convivenza familiare (per esempio, nelle spese per il riscaldamento). La correzione viene effettuata prendendo in considerazione la composizione e la numerosità della famiglia.

[2] L’opportunità di fissare obiettivi espliciti in termini di riduzione della povertà è discussa da Atkinson.

[3] Ad esempio, nell’Indicatore della situazione economica equivalente (ISEE), utilizzato in Italia per alcune misure assistenziali, si tiene conto di alcuni aspetti patrimoniali: i depositi in conto corrente e il valore dell’abitazione.

Riferimenti bibiliografici

Atkinson, A. B., “Promise and Performance: Why We Need an Official Poverty Report”, in Living as Equal, a cura di P. Barker, Oxford, Oxford University Press, 1996.

Commissione Europea, “Europa 2020. Una strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”, Comunicazione della Commissione, COM(2010) 2020, Bruxelles. [http://ec.europa.eu/italia/documents/attualita/futuro_ue/europa2020_it.pdf].

Eurostat, “17% of EU citizens were at-risk-of-poverty in 2008”, Statistics in focus. Population and social conditions, n. 9, 2010 [http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/KS-SF-10-009/EN/KS-SF-10-009-EN.PDF]

Haveman, R., e E. N. Wolff, “The concept and measurement of asset poverty: Levels, trends and composition for the U.S., 1983–2001”, in Journal of Economic Inequality, vol. 2, 2004, pp. 145–169.

Istat, “La povertà relativa in Italia nel 2008”, Statistiche in breve, 30 luglio 2009 [http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20090730_00/testointegrale20090730.pdf].

Weisbrod, B. A., e W. L. Hansen, “An income-net worth approach to measuring economic welfare”, in American Economic Review, vol. 58, 1968, pp. 1315–1329.

Questo articolo riassume i risultati di uno studio condotto in collaborazione con Tim Smeeding, direttore dell’Institute for Research on Poverty dell’Università del Wisconsin a Madison. Cfr. A. Brandolini, S. Magri e T. M. Smeeding, “Asset-Based Measurement of Poverty”, Banca d’Italia, Temi di discussione, n. 755, marzo 2010 [http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/temidi/td10/td755_10/td_755_10/en_tema_755.pdf].
Le opinioni qui espresse sono esclusiva responsabilità degli autori e non impegnano in alcun modo la Banca d’Italia.

* Banca d’Italia
** Banca d’Italia, Servizio Studi di struttura economica e finanziaria

© neodemos.it

27 aprile 2010

L’autostrada Noto-Rosolini: 150 milioni per costruirla, ora ne servono 200 per ripararla

PEDAGGIO SICILIANO  
 
     Tra Noto e Rosolini, sulla punta estrema della Sicilia meridionale, c’è un pezzo di autostrada che è un miracolo della tecnica. Un miracolo alla rovescia, però. Prima dell’inaugurazione, due anni fa, lo chiusero in un amen perché era così sconnesso che le auto e i camion ci ballavano come su una carretera andina. Nella speranza di poterlo rimettere in sesto, cercarono di capire che cosa era successo. Patrizia Valenti, diventata nel frattempo la presidente del Consorzio delle autostrade siciliane (Cas) di proprietà della Regione, si rivolse all’Università Kore di Enna affidando a quei tecnici uno studio minuzioso. E’ stata una delle ultime decisioni che ha potuto prendere.  

I RESPONSABILI
Lo studio nel frattempo è stato consegnato e non solo è preciso, ma individua anche cause e responsabilità per quel che è successo. Quel documento, che Il Fatto Quotidiano ha potuto consultare, è costato, però, il posto alla presidente: la Valenti è stata messa alla porta dal padrone politico dell’autostrada, il governatore della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo. Il Consorzio è stato riconsegnato all’ennesimo commissario, nonostante proprio a causa della sequela di inconcludenti e lunghe gestioni commissariali fosse finito in un pantano di sprechi e sull’orlo della bancarotta con quasi 300 milioni di euro di perdite.

   L’inefficienza di quelle direzioni ha lasciato il segno non solo nei conti, ma anche sullo stato delle autostrade. La Messina-Palermo (182 chilometri), la Messina-Catania (77) e la prima parte della Siracusa-Gela comprendente anche   il tratto Noto-Rosolini, le arterie su cui in teoria dovrebbe scaricarsi il traffico del futuro Ponte sullo Stretto, sono tra le peggiori d’Italia. Si trovano in uno stato così disastroso che all’inizio del 2008 l’Anas ha negato al Consorzio siciliano il diritto di pretendere l’aumento dei pedaggi del 2,5 per cento concesso a tutti gli altri concessionari. L’azienda pubblica delle strade ha opportunamente ritenuto che in quelle condizioni far pagare di più gli automobilisti sarebbe stata una pretesa assurda e una presa in giro. Non è finita: 2 anni dopo le Assicurazioni Generali   , preoccupate per il numero di incidenti notevolmente più alto su quei tratti rispetto a qualsiasi altra autostrada d’Italia, hanno addirittura deciso di non rinnovare il contratto con il Consorzio isolano, rifiuto successivamente condiviso anche da altre compagnie che hanno disertato il bando di gara per una nuova polizza.

L’INGEGNERE
Prima di lasciare il suo ufficio, la presidente delle autostrade ha preso la relazione dell’Università di Enna sul tratto Noto-Roso-lini   e insieme ad altri documenti l’ha inviata al procuratore regionale della Corte dei Conti di Palermo e ai magistrati delle Procure di Catania, Messina, Mistretta, Palermo e Siracusa. La procura di quest’ultima città si è già occupata più volte in passato proprio del tronco Noto-Rosolini. Prima imponendone il sequestro ritenendo non ci fossero i requisiti minimi di sicurezza per la circolazione, qualche mese dopo consentendo l’inaugurazione in quanto erano stati effettuati alcuni lavori di riparazione, e infine rinviando a giudizio un pezzo da novanta del potere imprenditoriale e politico isolano, un tecnico che di quell’autostrada è una specie   di padre putativo: Nino Bevilacqua. Presidente dell’Autorità del porto di Palermo, 47 anni, l’ingegnere Bevilacqua è considerato il fiduciario nel ramo costruzioni, trasporti, strade ed affini di Gianfranco Micciché, un tempo proconsole di Silvio Berlusconi in Sicilia, ora in procinto di fondare un nuovo partito meridionale con il presidente Lombardo. Sempre per affari collegati alle autostrade, di cui è un grande esperto, nel 2006 Bevilacqua aveva già avuto problemi con la giustizia. La procura di Mi-stretta l’aveva indagato perché insieme ad altri 7 professionisti aveva dato il suo consenso alla riapertura dell’ultimo tratto della Palermo-Messina, un ok troppo frettoloso, secondo i magistrati, concesso per permettere l’inaugurazione in pompa magna con Berlusconi, nonostante i lavori non fossero ultimati e il rischio di incidenti   apparisse quindi altissimo.

   Bevilacqua è stato il responsabile dei lavori anche sui tratti contestati della Siracusa-Gela, il lotto numero 3 «Avola» e il lotto numero 4 «Noto», per conto della Technital, società molto influente in Sicilia, legata al Consorzio autostradale da una specie di gemellaggio che dura da 40 anni. Una connessione considerata anomala dalla ex presidente Valenti. Tra le carte inviate ai magistrati, la Valenti ha inserito anche un capitolo dedicato proprio ai «Rapporti con la Technital» in cui rende noto che era il Consorzio a pagare direttamente gli onorari per la progettazione e la direzione lavori, nonostante di regola quelle spese vadano imputate a finanziamenti pubblici. E spiega che non è stato possibile seguire la prassi perché «l’aver   scelto di continuare ad affidare la progettazione e la direzione lavori ad una società non selezionata con procedure di evidenza pubblica, ha comportato l’impossibilità di far gravare tali spese sul finanziamento pubblico». In sostanza: per non rischiare di perdere il prezioso apporto di Technital a causa di una gara, le Autostrade siciliane si sono accollate l’onere di lavori che potevano essere pagati dalle casse pubbliche.

I MATERIALI
Per il tratto Noto-Rosolini la relazione dell’università di Enna è il pezzo forte della documentazione   consegnata dalla ex presidente ai magistrati. In 9 pagine firmate dal preside della facoltà di ingegneria, Giovanni Tesoriere, c’è spiegato perché quel pezzo di autostrada è un pianto. Il fatto è che per la massicciata hanno usato materiali scadenti, tra i peggiori in circolazione, qualificati A6, «terre argillose o argillo limose». Ogni volta che piove l’autostrada si deforma, si aprono centinaia di buche e il peggio è che il danno non è riparabile una volta per tutte; per rendere sicuro quel tratto bisognerebbe rifarlo di sana pianta. Ci vorrebbero 200 milioni di euro. Era costato 150.  
  di Daniele Martini IFQ

  I problemi della viabilità in Sicilia secondo Marilena Nardi

27 aprile 2010

PROFESSIONE: LANCIATORE DI UOVA

Sono tornati il 25 aprile contro Polverini e Moratti. “Non tiriamo molotov, è il solo modo di contestare oltre il muro di silenzio”
I lanciatori di uova non sono in estinzione e sabato sono tornati. Non è che li si aspettasse con ansia. Però, a guardare le proteste di piazza Duomo a Milano e di Porta San Paolo a Roma la curiosità di andarli a guardare da vicino e di capire perché la voglia di fischiare, di contestare, di lanciare anche frutta e ortaggi, sia di nuovo in campo, ci è venuta. Anche per sentirsi dire da chi a Porta San Paolo c’era che “un uovo non è violento, è come una torta in faccia”.

   Chi ce lo dice non ha ancora letto il commento di Pierluigi Battista che ieri sul Corriere della Sera definiva i contestatori “pochi, isolati e impotenti” e per questo “schiavi di una furia violenta e sconsiderata”. Le solite bacchettate sulle dita fatte da chi, invece, sopporta senza troppi patemi le sguaiataggini della destra e i suoi laboratori neo-razzisti. E preferisce mettere in un calderone un po’ logoro motivazioni e spinte tra   loro diverse, preferendo, di norma, condire tutto con i maledetti anni ‘70 che ritornano. Come se un uovo potesse essere equiparato a una molotov. Chi lancia un uovo non si reputa un figlio degenere degli anni di piombo. Anche per questo il gesto si ripete da anni, figlio inconsapevole di un’indignazione crescente, di una verità ufficiale spesso sostenuta da giornali e istituzioni contro la quale non sembra esserci breccia efficace. Le uova le hanno tirate gli studenti dell’Onda contro il ministero dell’Istruzione per protestare contro l’odiata riforma Gelmini. Ma anche contro l’elegante Gianni Letta, in quel di Siena nel 2008, mentre il sottosegretario più potente d’Italia si avviava a presenziare al premio Frajese. Ci sono poi le uova forse più celebri degli ultimi tempi: quelle contro i comizi di un Giuliano Ferrara in odor di santità, capo di una lista consacrata al No all’aborto.  

   Anche allora si levò un coro di condanne, sempre con il riferimento agli immancabili anni ’70 – “una grottesca replica di altre aggressioni di anni lontani” scriveva Miriam Mafai – ma anche con l’emersione del partito dell’uovo “salutare” come diceva Haidi Giuliani, “io che ho avuto un figlio ammazzato da un proiettile e nessuno ha voluto davvero capire cosa è successo”. “Salutare forse no – aggiungeva Francesco Caruso, spiegando che però – un pomodoro non è certo un attentato alla democrazia”. Oggi l’uovo potrebbe essere visto come un’estrema difesa della Costituzione? “Guarda che in piazza quando si è vista la Polverini sul palco lo sfogo è stato istintivo e emotivo… insomma, almeno rispettiamo il 25 aprile!” spiega Marco, che a   Porta San Paolo c’era e si è fatto sentire. E parla dunque di reazione impulsiva, per quanto legata a una protesta ragionata che si rifà a un valore, la memoria rispettata. Altro che “schiavi di una furia violenta e sconsiderata”. “Io non ho mai alzato le mani contro nessuno in vita mia – spiega ancora Marco – il lancio del fumogeno è stata una vera stupidaggine e infatti lo ha disapprovato tutta la piazza”. Battista scrive di una protesta   “visibile nel suo impatto mediatico, ma sconsolatamente confinata in un recinto sempre più isolato”. “Io, a esser sincero, non avevo mai fatto una contestazione così di massa e a parte il servizio d’ordine, a fischiare, protestare, a indignarsi erano davvero tutti. Non so quale piazza abbia visto Battista”. Niente di folkloristico, dunque, e nessuna avvisaglia situazionista. Si potrebbe chiamare   in ballo un po’ di antipolitica, visto che a fare le spese dei lanci improvvisati è stato anche Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma che si è cavallerescamente immolato per difendere la collega-avversaria Polverini. Ma è l’indignazione che spiega i volti contratti di vecchi cittadini romani legati alla memoria della Resistenza e la voglia di intervenire, in un contesto bloccato, da parte di chi invece è molto più giovane. “Il fatto che si possano avallare i comportamenti dei fascisti da un lato, flirtare con loro negli organigrammi della giunta regionale e poi, come se niente fosse, passare in piazza per celebrare la festa antifascista sembra essere accettato da   tutti. Se non sei d’accordo puoi solo fischiare”. E quindi c’è anche un problema di rappresentanza e di possibilità di esprimere una posizione che, in assenza di urla e fischi semplicemente non esisterebbe. La visibilità mediatica non è un fine della contestazione, almeno non lo è a giudicare l’episodio di domenica a Roma, ma certifica l’esistenza in vita di una posizione che altrimenti semplicemente non esisterebbe.  
La contestazione a Milano
(FOTO EMBLEMA)
27 aprile 2010

Nuovo Cinema Quirinale

 
 
Il messaggio del premier rivela anche attraverso le immagini le ambizioni da capo dello Stato
Va in onda il Nuovo Cinema Quirinale: nuova trama, nuovo messaggio, un nuovo set adatto a raccontarlo che pare fotocopiato da quello del messaggio di fine anno del capo dello Stato. Va in onda un Silvio Berlusconi splendidamente taroccato, per sembrare, fin da oggi, quello che vuole essere domani. Una nuova confezione. Ancora una volta, trattandosi del più grande “venditore” della politica italiana, più di quello che dice (l’ennesima apertura sulle riforme, a cui potrebbe seguire l’ennesima chiusura sulle riforme) conta come lo dice. Più del prodotto conta la scatola. Più della sostanza apparente, la rappresentazione reale, e quel che sottintende. Insomma, domenica abbiamo visto e ascoltato un Berlusconi che parlava per immagini più che per preposizioni   , che assumeva tonalità quirinalizie più per scelta cromatica che per contenuti politici.

   1994, la finta libreria. Fateci caso. Fino a domenica Berlusconi aveva sempre interpretato l’iconografia delle istituzioni (e della politica) a modo suo. Si sono scritti interi capitoli sul famoso discorso della discesa in campo, meglio noto come il “messaggio dellacalza”.Eilbelloèchelacalza non c’era. Me lo raccontò Roberto Gasparotti che oggi è il massimo cerimoniere del berlusconismo a Palazzo Chigi, e che allora era solo il fidato operatore che faceva le riprese. E lui, il braccio destro del Cavaliere, al margine di un vertice a Napoli spiegò sorridendo: “Ma quale calza! Eravamo molto più sofisticati: figuriamoci se avevamo bisogno del nylon, un trucchetto da preistoria televisiva, per dare colore all’immagine del presidente”. Sicuramente è vero. Ogni singolo elemento di quel messaggio, dai colori pastello   alla finta libreria che fu inquadrata alle spalle di Berlusconi era costruito per comunicare un messaggio:inprimoluogol’estraneità assoluta ai codici della politica che gli italiani avevano conosciuto. L’imprenditore venuto dalla “trincea della vita”, si presentava piuttosto come patriarca informale della nazione, un padre che lancia dal suo studio il grido di battaglia contro la Casta. “Noi – aveva detto nel famoso discorso di Casalecchio di Reno in cui invitava a votare Fini – non abbiamo nulla a che fare con la destra e con la sinistra” (Sic!). Anche nei comizi in pubblico del 1994 la liturgia viene riscritta: cieli azzurrini, nuvole, il logo di Forza Italia anomalo rispetto alle simbologie della Prima Repubblica, al punto di essere progettato al di fuori del simbolo circolare, e solo successivamente riadattato per stare negli standard della legge elettorale. Niente podi: un microfono in mano   da chansonnier, più che un altare da leader tradizionale. 2001-2006, set di governo. Il Berlusconi che torna per la seconda volta al governo, nel 2001, si ripropone il problema della sua immagine. Non può più apparire come un outsider, ma nemmeno farsi digerire dal Palazzo come uno dei tanti. La soluzione è cambiare il campo da gioco. Nasce una residenza informale, “Palazzo   Grazioli”, che diventa un toponimo della politica, anche se ufficialmenteèunaabitazione domestica. Nasce uno spazio di diplomazia informale – Villa Certosa – che molto prima   delle feste di Papi e degli attributi di Topolanek, viene trasformato per decreto in “luogo di interesse per la sicurezza nazionale”.

   Nascono una nuova sala stampa di Palazzo Chigi, un nuovo fondale neoclassico, un teatro e persino un logo presidenziale su modello di quello americano. Berlusconi non è nell’iconografia delle istituzioni, le modella secondo le sue esigenze.   2010, il Colle “taroccato”. Ecco perché, quello che può sembrare scontato non lo è: dopo il passaggio antipolitico del predellino, per la prima volta, il Cavaliere sceglie di mostrarci un nuovo set: si presenta con una scrivania istituzionale,unapanopliadibandiere, drappi e tendaggi. Televisivamente parlando, lui sul Colle – anche se è un Quirinale clonato – ci si sente già.  
di Luca Telese IFQ
27 aprile 2010

Tre nuove piste per l’aeroporto Leonardo da Vinci di Roma, un’opera più costosa del Ponte di Messina, al centro la famiglia Benetton. Ma nessuno ne parla

  Attualmente sono 1400 gli ettari occupati Con l’ampliamento, sono previsti centri commerciali, alberghi e palazzi Oltre alle abitazioni, nella zona ci sono aree archeologiche, aree protette e aziende agricole
 
FIUMICINO, 10 MILIARDI CON DANNO AMBIENTALE
 
 TERRA. ARIA. ACQUA. 

  Manca il fuoco, per completare i quattro elementi. Ma ci sono i soldi. Tanti, tantissimi, forse come non se ne sono mai visti prima. Anche oltre i 6,3 miliardi stanziati per il “Ponte di Messina”. No, quelli non bastano per raddoppiare l’Aeroporto di Fiumicino. Ce ne vorranno almeno 10. Eppure nessuno ne parla. Silenzio. Dagli imprenditori coinvolti, agli organi di Stato, fino a gran parte della politica. Zitti tutti. Gli unici pronti ad alzare la voce sono uno sparuto gruppo di cittadini di Maccarese e Fregene, frazioni di Fiumicino, alle porte di Roma. Sono loro a gridare “aiuto, vogliono cementificare le nostre vite”.

   Quindi ecco la terra: per realizzare l’opera sono necessari 1.300 ettari; aria: la motivazione data da Aeroporti di Roma è che il traffico aereo sulla Capitale raggiungerà, da qui al 2044, i 100 milioni di passeggeri, rispetto agli attuali 36. Acqua: la zona prescelta è a un chilometro, in linea d’aria, dal litorale, zona bonificata negli anni ’20 da contadini veneti e ora dedita ad agricoltura.

   LA “MACCARESE SPA”  E GLI IMPRENDITORI  DI TREVISO

   Agricoltura specializzata. In mano, per oltreil98percento,alla“Maccaresespa”,societè nata negli anni ’30, di proprietà prima della “Banca Commerciale” e poi del gruppo “Iri”, ma nel 1998 acquistata dalla famiglia Benetton per circa 93 miliardi “con l’impegno di mantenereladestinazioneagricolael’unitarietàdel fondo”, come recita l’accordo. Già, a meno di un esproprio. “Se l’Enac (il braccio operativo del ministero dei Trasporti, ndr) dovesse decidere che quella zona è necessaria per realizzare un’opera fondamentale per la collettività, allora verrebbero avviate le pratiche per ottenere le terre”, spiega una fonte di AdR. Tecnicismi, che nascondono ben altro. Proviamo l’equazione: la “Maccarese spa” è di Benetton. Gemina possiede il 95 per cento di Adr. Gemina è di Benetton. Cai, quindi la nuova Alitalia, sta concentrando sulla Capitale quasi tutto il suo traffico aereo nazionale e internazionale. I Benetton, dopo Air France, il gruppo Riva e Banca Intesa, sono i quarti azionisti di Cai con l’8 e 85 per cento. Insomma gli “united colors” rivenderebbero allo Stato, quello che dallo Stato hanno acquistato, per poi ottenere i finanziamenti utili a realizzare un qualcosa da loro gestito e sul quale lavoreranno direttamente quanto indirettamente. “Questione di lobby, di business sulla testa delle persone – spiega Enzo Foschi, consigliere regionale del Lazio per il Pd   –. Perché vede, non c’è alcuna necessità di raddoppiare, nessuna. Basterebbe organizzare meglio l’aeroporto e nell’attuale sedime. Anche così il ‘Leonardo da Vinci’ sarebbe in grado di sopportare il raddoppio di passeggeri”. Invece “si uccideranno le prospettive di un territorio – continua Foschi – vocato all’agricoltura, al turismo e all’archeologia, per le necessità di pochi, di pochissimi. È una vergogna”. Una vergogna “silenziosa”. Come detto, il Fatto   ha più volte contattato gran parte della politica laziale per avere delle risposte. Dai big, come il neopresidente Renata Polverini, il sindaco di Roma Gianni Alemanno e il presidente della Provincia Nicola Zingaretti, fino a consiglieri e assessori. Niente da fare. O al massimo un “sì, leggiamo e vedremo se intervenire. Grazie”. “Sono mesi che poniamo interrogativi, sempre inevasi – spiega Marco Mattuzzo del ‘Comitato fuoripista’ –. Siamo choccati da tanto silenzio, ci sentiamo soli e inermi. Abbiamo interpellato tutti, compreso l’Enac per capire. Risultato? Non volevano darci neanche le informazioni di cui abbiamo diritto”. Almeno per capire dove e quando.

   Tutto nasce nell’ottobre del 2009. Conferenza stampa convocata da AdR. Toni pacati, sorrisi grandi. Pacche sulle spalle e l’atteggiamento di chi dice: siamo alla svolta, chi non lo capisce è fuori dal mercato. È fuori tempo. L’occasione è presentare a governo ed Enac il piano di sviluppo. Il presidente di AdR, Fabrizio Palenzona, spiega: “Sono previsti investimenti per 3,6 miliardi di euro fino al 2020, nell’ottica di un progetto che punta a una capacità di 55 milioni di passeggeri nel 2020 e di 100 milioni nel 2040”.   Attenzioneallecifre:i3,6miliardisonosoloper arrivare ai 55 milioni; per toccare quota 100 c’è chi osa sparare quel numero iperbolico: 10 miliardi(“Bastamoltiplicareilcostoperilnumero di passeggeri” ci spiega la nostra fonte in Adr). E per questo è necessario “un grande patto tra investitori e istituzioni – continua Palenzona – attraverso un quadro certo di regole e tariffe per consentire un così ingente piano di investimenti privati: un piano che ha il sostegno di   imprenditori che rischiano, mettono soldi nel mercato, ma hanno bisogno di certezze”.

   “Tariffe”,  laparolamagica.ComeconfermaGil  berto Benetton: “Il tutto è vincolato nella prima fase all’ottenimento di un aggiornamento delle tariffe, nella seconda fase a una nuova convenzione che preveda anche un ritorno sugli investimenti futuri”. Dichiarazione rilasciata sempre a ottobre, poco prima di un incontro ufficiale a Villa Madama, Roma. Presente anche il responsabile divisione corporate e investmentbankingdiIntesaSanpaolo,GaetanoMiccichè. Guarda caso “Intesa” è il terzo socio di maggioranza in Cai.

   LA PREOCCUPAZIONE DELLE BANCHE  E LE CONDIZIONI

   I soldi ci sono. Eccoli. Loro chiedono un adeguamento. L’adeguamento c’è. Dalla legge finanziaria presentata il 23 dicembre del 2009, si legge: “È autorizzata, a decorrere dall’anno 2010,eantecedentementealsoloperiodocontrattuale, un’anticipazione tariffaria dei diritti aeroportuali per l’imbarco di passeggeri in voli all’interno e all’esterno del territorio dell’Unione europea, nel limite massimo di 3 euro per passeggero, vincolata all’effettuazione di un autofinanziamento di nuovi investimenti infrastrutturali urgenti”. Più urgenti di un raddoppio? C’è un “però”: AdR ha ottenuto un incremento di imbarco pari all’inflazione programmata del 2009 (l’1,5 per cento, quindi da 5,17 euro a 7,57). Ma secondo quanto riportato il 6 aprile da il Sole 24 Ore a firma Laura Serafini, AdR non ritiene di essere in grado di finanziare l’opera con le norme attualmente vigenti sulle tariffe. “Lo potrà fare solo con un nuovo sistema, tutto da negoziare con l’Enac entro la fine del 2010, che secondo quanto già dichiarato dai vertici di AdR dovrebbe riconoscere allo scalo la stessa convenzione data ad Autostrade, che dunque garantirebbe aumenti per i prossimi 34 anni (la concessione AdR scade infatti nel 2044)”. Da qui lo scoglio: manca la garanzia che il ministero dell’Economia, chiamato ad approvare quel contratto assieme al ministero dei Trasporti dia il via libera a questo tipo di   contratto. E le banche non vogliono rischiare. Vogliono vedere “nero su bianco”. Per questo AdR pretende che il calcolo dell’inflazione parta dal 2001. “Quindi il raddoppio lo paghiamo noicittadini–intervieneMarcoMattuzzo–.Eppoi c’è qualcuno che vuole venderci la storia che conviene a tutti avere un aeroporto del genere. Anche a chi vedrà la propria casa rasa al suolo. Lo sa una cosa? Ora nessuno comprerebbe una casa ‘condannata’. A meno che non sappia niente del piano. Quindi il danno lo subiamo già ora”. Non solo case, anche aziende. Nella zona interessata (nella pagina accanto c’è la piantina) vivono duecento famiglie e operano venti aziende, alcune delle quali affittuarie della “Maccarese Spa”. Gente che da anni lavora la terra, investe, cresce, offre primizie al mercato romano. Percorrere le tante stradine che costeggiano i campi è come fare un viaggio nelle “quattro stagioni”: da una parte i prodotti dell’inverno, poi ecco i primi frutti della primavera. E così via. “Noi siamo qui dal 1987 – interviene il signor Caramadre, dell’omonima cooperativa –, e ci occupiamo di orticoltura biologica. Se sono disposto ad andarmene? Ma lei si rende conto quanto tempo ci vuole per mettere in piedi un’azienda del genere? Cosa vuol dire piantare e aspettare i frutti? Non siamomicaunafabbricachecompraicomponenti e li mette in funzione. Per noi i periodi diventano anni, dai dieci ai quindici”. Quindi di vendere non se ne parla “anche perché non ci darebbero mai la cifra necessaria per aprire una nuova attività – continua –. Così siamo all’interno di una forma ricattatoria: o cedi alla cifra   che decidiamo, o vai in giudizio civile. Quindi 7-8anniperarrivareasentenza.Enelfrattempo mi hanno raso tutto al suolo”.

   WWF, VASCHE, NATURA E INQUINAMENTO

   Secondo il master plane presentato a ottobre da AdR simile se non identico a quello studiato dall’Iri negli anni ’60, dei 1300 ettari, l’8,2 per cento verrebbe destinato a hotel, centri commerciali, uffici, congressi e ancora. Ben 106,6 ettari, “1.066.000 metri cubi di nuove costruzioni   ” come denunciano dal comitato. E non importa se nella zona esistono due riserve del Wwf, un Parco Romano, se sotto alcune “zolle” sono stati ritrovati degli importanti reperti archeologici. Non importa se non lontano, in linea d’aria, incide una delle discariche più grandi d’Europa, quella di Malagrotta. Non importa se già adesso la qualità della vita è complicata per gli abitanti della zona, investiti da alti livelli di inquinamento acustico, elettromagnetico, oltre che ambientale. Secondo uno studio realizzato dalla dottoressa Antonella Litta, referente per la provincia di Viterbo dell’Associazione italiana medici per l’ambiente, “esistono evidenze sempre più consistenti, legate al traffico aereo, di come numerosi inquinanti, introdotti nel corpo umano, inducano processi infiammatori cronici che determinano uno stress cellulare progressivo a carico di organi e tessuti, aprendo la strada a patologie gravi come aterosclerosi e cancro”. Sarà un caso, le due persone che ci hanno guidato tra i campi di Maccarese, sono sotto chemioterapia. E la Asl competente non ha ancora realizzato uno screening specifico per valutare la situazione della zona. Interpellati i responsabili, ci hanno spiegato che esistono solo dei dati ricavabili da altri studi, quelli di routine.  

   “Sì, è tutto molto sconcertante – afferma Filiberto Zaratti, ex assessore all’Ambiente della giunta precedente –. Emerge con chiarezza il classico investimento immobiliare, nel quale potranno intervenire i soliti ‘paperoni’. A prescindere dalla reale utilità, che non c’è. Inoltre parlano di aumento dell’occupazione. Ma siamo seri, prenda quanti sono attualmente impiegati al Leonardo da Vinci e li rapporti al traffico passeggeri. Poi veda”. Bene, ecco qui: “A 36 milioni di traffico, corrispondono 2623 dipendenti,dicuicirca635atempodeterminato – spiegano da Fuoripista. Quindi 80 occupanti ogni milione di passeggeri. Al contrario AdR parla di mille addetti ogni milione. Al 2044 sarebbero 100 mila posti di lavoro diretti”. Il Fatto ha cercato di sentire tutte le parti. Ha chiamato Gemina, ha interpellato l’Enac. Per capire. Anche con loro, niente da fare. L’Ente nazionale ha risposto che i “tecnici stanno ancora valutando, quindi è presto”. Gli uomini di Benetton si sono chiusi dietro un inespressivo no comment. E chi lavora con loro ci ha parlato a voce bassa e sotto una promessa: “Mi raccomando, io non vi ho detto niente. Non fate mai ilmionomealtrimentimilicenziano”.Già,l’importante è tenere la voce bassa. Anche se in ballo ci sono 10 miliardi di euro.  
di Alessandro Ferrucci IFQ
 
Un aereo in manutenzione all’interno di uno degli hangar dell’aeroporto Leonardo da Vinci 
(FOTO CONTRASTO)