Archive for ottobre, 2008

31 ottobre 2008

Rapporto Wwf, Società Zoologica di Londra (Zsl) e Global Footprint Network per l’Onu

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Altro che "credit crunch". Una recessione ben più grave, che non ammette possibilitá di recupero, se non si interviene immediatamente, è alle porte: quella ecologica. E la colpa non è solo dei comportamenti inetti delle istituzioni finanziarie internazionali. Se non smettiamo di consumare ai livelli insostenibili cui siamo abituati, saremo tutti sul banco degli imputati per l’impoverimento del pianeta e del benessere collettivo dell’umanitá.
Allarmismo ambientalista? Proprio per niente. Lo dicono dati formulati su base scientifica pubblicati nella settima edizione del "Living Planet Report", il rapporto redatto da Wwf, Società Zoologica di Londra (Zsl) e Global Footprint Network per le Nazioni Unite. Se i consumi di risorse naturali continueranno al ritmo attuale entro il 2030 avremmo bisogno, per mantenere i medesimi stili di vita, di due pianeti. Non bisogna essere scienziati per sapere che di pianeta su cui campare ne abbiamo uno. Per capire la gravitá del danno che noi esseri umani arrechiamo alla terra basti pensare che nell’edizione precedente dello stesso rapporto, pubblicata due anni fa, si parlava di questa stessa prospettiva, prevista peró per il 2050. La sostenibilitá della vita sul pianeta si è dunque accorciata di vent’anni a causa dell’aumento sfrenato dei consumi negli ultimi due.
In base ad un maccanismo analogo a quello che ha portato alla la crisi finanziaria globale, la domanda di "capitale naturale" mondiale che soddisfa le attivitá della popolazione mondiale, supera attualmente di circa un terzo la capacitá del pianeta terra di rispondere allo sfruttamento cui è sottoposto. Insomma siamo in debito ecologico con la madre terra. I danni non sono attribuibili alla totalitá della popolazione mondiale, ma ai tre quarti che vivono in paesi in cui i consumi superano, e di gran lunga, la capacità biologica nazionale. Quelli che utilizzano più risorse e producono più rifiuti di quanto il loro territorio potrebbe in teoria sostenere. E lo fanno spalmando idealmente tale eccesso di consumi sul resto della superficie planetaria. Secondo questo schema, paesi come Malawi e Afghanistan, risultano innocenti per i danni e la depauperazione delle risorse del pianeta. Mentre Stati Uniti e Cina sono i primi predatori, in quanto lasciano sul pianeta il maggior numero di "impronte ecologiche nazionali". L’impronta ecologica di ogni paese si ottiene facendo la somma del loro utilizzo delle capacità produttive dei sistemi naturali. Si tratta della domanda dell’umanità sulle risorse naturali a disposizione sul pianeta. L’impronta ecologica complessiva globale è attualmente pari a 2.7 ettari pro-capite. Ma la biocapacità mondiale, ovvero l’area necessaria a produrre le risorse e ad assorbire la quota di emissioni di gas serra è di circa 2.1 ettari pro-capite. Questo significa che esiste un deficit di 0,6 ettari a persona. Siamo debitori del pianeta, alla stegua dei debitori delle banche che si riappropriano delle case per le quali non si riesce più a pagare il mutuo. Solo che in questo caso non ci guadagna nessuno.
Diamo un’occhiata alla classifica delle impronte ecologiche. In pole position, senza meraviglia, troviamo gli Stati Uniti, con un’impronta ecologica1,8 volte superiore alla biocapacità nazionale, seguiti dalla Cina, 2,3. Al terzo posto c’è l’India, 2,2. Nei valori pro-capite tuttavia gli statunitensi battono tutti gli altri di molte lunghezze con un bel 9.4. Questo significa che si comportano come se avessero a disposizione quattro pianeti invece di uno.
Per quando riguarda il Regno Unito, al quindicesimo posto nella classifica mondiale delle impronte, ci vorrebbero 5,3 ettari di territorio a persona per assorbire tutta la spazzatura prodotta e ottenere tutte le risorse di cui i cittadini britannici hanno bisogno. Questo ammonta a più del doppio dei due ettari a testa disponibili per la popolazione mondiale. Nelle isole britanniche si consume consuma quanto in trentatrè paesi africani messi insieme. Nella classifica dei paesi con la maggiore impronta ecologica l’Italia è al ventiquattresimo posto.
Le cifre presentate dal rapporto sono arrotondate per difetto. Nel senso che non tengono conto del rischio di un’accelerazione dei cambiamenti climatici, possibile secondo alcuni pareri scientifici.
Oltre alla classifica dei predatori delle risorse del pianeta, il "Living Planet Report", i cui dati sono stati rilevati tre anni fa, ci mette davanti a dati che illustrano la tragedia della scomparsa, per mano nostra, di mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci. Dal 1970 al 2005, la biodiversità sul pianeta è diminuita del 30%. Nelle aree tropicali il crollo è addirittura del 50%. Milleseicentoottantasei specie di animali vertebrati non esistono più. Gran parte di questa irreversibile perdita è da attribuire alla deforestazione e alle modifiche nell’uso del territorio. Nel conto, oltre ai cambiamenti climatici, vanno annoverati la costruzione di dighe e la deviazione dei corsi d’acqua.
Per la prima volta il "Living Planet Report" introduce in questa nuova edizione anche informazioni sull’impronta idrica dei paesi, che considera i consumi di acqua per la produzione di beni e servizi sia dall’interno sia dall’esterno dei territori nazionali. Mentre ventisette paesi importano più della metá dell’acqua che consumano, almeno cinquanta stanno affrontando delle crisi idriche. Bisogna riflettere sul fatto che per produrre una maglietta di cotone occorrono 2.900 litri d’acqua. E per 1 kg di carne di manzo ce ne vogliono 15mila. In media ogni cittadino del mondo consuma 1,24 milioni di litri di acqua l’anno. Nello specifico di ciascun paese, per la serie a chi tanto e a chi niente, un americano usa 2,48 milioni di litri l’acqua ed uno yemenita 619mila. L’Italia è il quarto maggiore consumatore di acqua al mondo (2.332 metri cubi pro capite). «Il mondo sta vivendo l’incubo di una recessione economica per aver sovrastimato le risorse finanziarie a disposizione» ha dichiarato James Leape, direttore del Wwf Internazionale in occasione della presentazione del rapporto a Londra. «Ma l’erosione del credito ecologico causato dall’aver sottovalutato l’importanza delle risorse ambientali come base del benessere di ogni società provocherá una crisi ben più grave», ha aggiunto. Proprio come per il "credit crunch", si tratta di un disastro annunciato. Solo che non ci saranno manovre di salvataggio che tengano se non si interviene ora.
 
di Francesca Maretta
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28 ottobre 2008

Il caso delle acciaierie Ilva: il gigante che inquina Taranto

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L’Eper, il registro europeo per l’inquinamento, attesta una proiezione annua di emissioni di diossina nelle acciaierie Ilva di Taranto di circa 171 grammi. L’ammontare complessivo delle emissioni di diossina degli impianti industriali di Svezia, Austria, Spagna e Inghilterra messe assieme è stimata dallo stesso registro in 166 grammi annui. Ma il proprietario dell’Ilva, Emilio Riva che l’11 ottobre è stato condannato in appello a due anni per inquinamento, danneggiameto del bene pubblico e mancata sicurezza nei reparti dello stabilimento, è anche uno dei "salvatori" dell’italianità di Alitalia, in quanto socio CAI.
Intanto, la Procura della Repubblica di Taranto indaga per individuare la fonte di emissione delle diossine che hanno contaminato i 1200 capi di bestiame di allevamenti nei pressi dell’Ilva, che la Regione Puglia ha disposto di abbattere.
Ma i parlamentari pdl non vogliono essere infastiditi dal grido d’allarme lanciato dall’Associazione di volontari per il sostegno ai malati di leucemie (che sono in netta crescita, vedi articolo successivo). L’Ail è promotrice della sottoscrizione, firmata da oltre settemila cittadini, Non lasciate morire Taranto di cancro. "Cancellatemi" ha risposto Filippo Berselli, An. Uguale rifiuto ha opposto l’ex guardasigilli Roberto Castelli, della Lega. Mentre il senatore Paolo Guzzatni ha minacciato di denunciare l’Ail per molestie. Del Resto, nel 2006, il governo Berlusconi aveva fissato il limite per l’emissione di diossina a diecimila nanogrammi a metro cubo, contro quello di 0,4 nanogrammi stabilito dal protocollo europeo Aarhus.
 
di Sandra Amurri
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Taranto, una città difficile tra infortuni malattie professionali

Taranto, una città difficile, una città che ha concentrato insediamenti industriali strategici per l’economia nazionale, una città che conta più di 40.000 addetti nell’industria. Taranto ha una popolazione residenziale tra le più osservate d’Italia dal punto di vista epidemiologico.
Dott. Salvatore Piccinni (Medico del lavoro di Taranto)
 
Due studi di mortalità dell’OMS, due studi dell’ISS di Roma, diversi studi condotti dall’ASL di Taranto in collaborazione con L’Osservatorio Epidemiologico Regionale, altri ancora condotti da diverse Università. Nessuno di questi studi tuttavia ci dice nulla sulle patologie professionali dei lavoratori dell’industria di Taranto, giacché sono tutti rivolti alla popolazione in generale , considerando l’alto livello di inquinamento ambientale dell’area del capoluogo ionico.

Solo a partire dal 2000 grazie ai dati ISPESL-INAIL-Regioni, riguardanti tutte le ASL d’Italia, si comincia ad avere un data base interessante per il monitoraggio degli infortuni e delle malattie professionali. I dati elaborati si fermano attualmente ancora al 2005 e coprono un periodo dal 2000 al 2005. Altra fonte importante per le patologie professionali connesse all’esposizione all’amianto è il Registro Nazionale Mesotelioma – COR Puglia.

Per capire il complesso fenomeno delle tecnopatie bisogna fare alcune premesse:

1) l’analisi degli infortuni ci permette di fotografare le condizioni immediate e contestuali al loro accadimento, pertanto è un utile strumento per valutare le condizioni di lavoro in modo istantaneo e attuale. In pratica è un importante parametro dei livelli di sicurezza giorno per giorno.

2) lo studio delle malattie professionali invece rappresenta l’esposizione pregressa ad agenti chimici, biologici e fisici. La loro comparsa richiede periodi di esposizione medio-lunghi, raramente brevi. Ciò è ulteriormente vero per patologie come i tumori, le asbestosi, le broncopneumopatie, le osteartropatie.

INFORTUNI

1) Nell’industria tarantina il trend degli infortuni denunciati è ancora in crescita dal 2000 al 2005, al contrario di quanto è avvenuto nelle altre province pugliesi, dove invece è stato registrato un lento ma progressivo calo del fenomeno.

2) L’aumento, in numeri assoluti, del totale degli infortuni denunciati in tutta la provincia è quasi sovrapponibile, anno per anno, all’aumento degli infortuni accaduti in ILVA. Ciò può far pensare che l’incremento generale sia dovuto in modo particolare ad ILVA : 700 infortuni in più dal 2000 al 2005. ILVA ha contribuito al 28% del totale infortuni : circa 15.000 casi sul totale di più di 57.000.

3) Nello stesso periodo di tempo, 2000-2005, INAIL ha definito 33.500 infortuni: il 31,5% riguarda lavoratori ILVA. Questa azienda ha determinato in 6 anni : 238 invalidi permanenti e 11 (29% sul totale di 38 di tutta la Provincia) morti . I casi mortali in ILVA arrivano a 16 se consideriamo anche il 2006 e il 2007. E’ evidente che ILVA ha avuto fino al 2005 un peso importante nell’incidenza degli infortuni accaduti nel nostro territorio sia in termini di numerosità che di gravità. Sarebbe molto interessante avere dati di confronto dei decenni precedenti per analizzare lo stato di sicurezza quando ILVA era Italsider, ossia apparteneva allo Stato.

4) Se osserviamo la suddivisione degli infortuni per classi di età, emerge un dato molto importante. Sul totale degli infortuni accaduti in tutta la Provincia e definiti dall’INAIL, il 33% accade ai lavoratori con età tra i 18 e i 29 anni; se osserviamo i soli dati ILVA nella stessa fascia di età accade il 55% degli infortuni. I dati ILVA sulle fasce di età mostrano che ad essere colpiti dal fenomeno sono soprattutto i lavoratori giovani e appena assunti.

MALATTIE PROFESSIONALI

1) Taranto e Provincia producono più del 40% di tutte le MP denunciate nella regione Puglia: un dato allarmante e che rimane costante da circa un decennio con punte negli anni 2001 e 2002. I dipendenti exItalsider hanno contribuito per 22,8% ( 818 denunce su un totale di 3648). Non c’è un trend dal 2000 al 2005 come per gli infortuni. Sull’incidenza delle MP hanno influito, oltre al settore metallurgico, altri comparti : cantieri navali, cementifici, edilizia, metalmeccanica.

2) INAL ha definito in 6 anni 4302 tecnopatie, di cui 28% (1216) riguarda i lavoratori ex Italsider.

3) INAIL ha definito, sempre nel 2000-2005, 142 casi mortali per tecnopatia e 1378 casi con danni permanenti. Il mancato riconoscimento INAIL ha riguardato il 53% del totale delle denunce. Invece fra le 1216 MP denunciate dai lavoratori exItalsider, solo il 24% non è stato riconosciuto.

4) Relativamente ai 142 casi mortali dovuti a MP, 60, ossia il 42%, riguardano lavoratori ex Italsider.

5) Considerando sempre le MP definite, ossia 4302 casi, per il 60% si tratta di ipoacusia da rumore. Tra le patologie riconosciute e riguardanti l’apparato respiratorio, si registrano 131 asbestosi, 304 Broncopneumopatie cronico-ostruttive(BPCO), 128 Carcinomi polmonari, 55 Tumori pleurici (Mesotelioma maligno). Da segnalare inoltre 54 casi di Carcinomi delle vie urinarie.

6) Ai lavoratori ex Italsider è stato riconosciuto il 46% delle Asbestosi, il 27% delle BPCO, il 46% dei Carcinomi polmonari e il 25% dei Mesoteliomi maligni. Contribuiscono inoltre al 20% dei Carcinomi urinari.

7) A completare i dati sul tipo di patologia, è importante quello sull’osservazione dei casi di Mesotelioma maligno, condotta dal COR Puglia. Il numero di tumori maligni delle pleure, dal 1991 al 2007, è pari a 144 casi nella nostra provincia. Per l’85% si tratta di casi professionali e riguardano soprattutto i lavoratori dell’ex Italsider, dei Cantieri navali e dell’Arsenale Militare.

8) I dati INAIL del 2006 ( 602 MP) e 2007 ( 571 MP) riguardanti le malattie professionali denunciate, confermano che la patologia professionale a Taranto continua ad avere un’alta incidenza e che subito dopo le ipoacusie, in ordine di frequenza vi sono le artropatie, i tumori, le BPCO e le asbestosi.

Osservazioni e proposte

Questi dati relativi al territorio della provincia di Taranto, ci pongono immediatamente alcune priorità :

a) L’organizzazione del lavoro e la gestione della sicurezza sono il punto nodale su cui intervenire: è necessario coinvolgere nel processo di monitoraggio dei rischi e degli interventi preventivi tutti i lavoratori e in particolare gli RLS. La risorsa umana è fondamentale in particolar modo in una grande fabbrica come ILVA, che vede operare al suo interno circa 20.000 addetti tra dipendenti e non.

b) Bisogna assolutamente porre maggiore attenzione all’addestramento, all’informazione e alla formazione dei giovani operai. Creare squadre in cui il sapere sui processi lavorativi si trasmetta dai vecchi ai nuovi dipendenti. E’ necessario porre la salute come valore centrale e fondamentale della fabbrica, ossia come risorsa insostituibile.

c) I medici competenti, gli RLS, e le aziende devono costituire reti e avviare processi, ormai previsti dalle norme nazionali e regionali, che permettono non solo la circolarità dell’informazione sulle condizioni di lavoro, ma anche la possibilità di studi di comparto per interventi di prevenzione in tempo reale.

d) E’ fondamentale correlare la patologia con l’esposizione effettiva. Spesso i dati ambientali sui rischi chimici e fisici del posto di lavoro, forniti dalle aziende ( misure del rumore, valutazione del rischio chimico, ect) non sono sufficienti. L’ARPA non può eseguire indagini senza una preventiva richiesta degli Organi di Vigilanza o della Magistratura e le ASL non hanno strutture adeguate ( laboratori, misuratori, ect) per svolgere queste attività.

e) La vigilanza non è attuata in modo da risultare preventiva. Gli Organi di Vigilanza (ASL e Dir. Prov. Lavoro) si muovono spesso o solo sul singolo evento ( su delega giudiziaria) e raramente in tempo reale. Bisogna procedere alla costituzione di un Osservatorio Territoriale , che veda la collaborazione di ASL, INAIL e Dir.Prov. Lavoro e ARPA sugli infortuni e le MP. Esso si rende necessario non solo per scopi epidemiologici ma anche di intervento preventivo, di indirizzo sanitario e medico legale.

f) Non può essere più procrastinabile da parte della Regione e dell’ASL TA/1 la sorveglianza sanitaria degli esposti a cancerogeni; bisogna estendere il principio di precauzione agli ex esposti a sostanze cancerogene (Dlgs 277/91, Dlgs 626/94, LR 26/06) I dati ci dicono che l’apparato respiratorio è il bersaglio di diversi agenti cancerogeni. Non dimentichiamoci che sebbene di amianto si parla solo per le bonifiche, molti manufatti ancora in uso nei cicli produttivi, ne contengono. Non dimentichiamoci che ILVA ancora nel 2004 dichiarava nel Registro degli esposti a sostanze cancerogene, circa 600 lavoratori esposti a Idrocarburi Policiclici Aromatici e circa 100 a benzene, senza considerare le diossine. Sarebbe opportuno conoscere anche quelli di AGIP,Arsenale militare, ect. L’ASL TA/1 avrebbe dovuto già porsi il problema di monitorare tutti gli esposti attualmente ammalati.

Nell’ottobre 2007 due noti colleghi dell’ASL, dopo aver elencato tutti gli studi fatti sulla popolazione di Taranto, conclusero l’intervista ad un giornale in questo modo" è evidente che non si può attendere l’esito di ulteriori studi per richiedere interventi più decisi attraverso norme più severe e strumenti di controllo più efficaci" e poi …."gli interventi per debellare il problema dei tumori devono essere fatti subito".

Credo che nessuno possa essere in disaccordo con queste parole.

www.tarantosociale.org 

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24 ottobre 2008

Congo: Chi ha vinto la guerra? Tutti, tranne i congolesi.

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Mongbwalu (Repubblica democratica del Congo). I minatori bambini coperti di fango rosso hanno fatto la doccia e si sono messi in tiro, ognuno è un capolavoro di moda da strada. Due o tre ballano da soli davanti allo specchio del Kremlin, ipnotizzati dalla rumba congolese. Come in un club del South Bronx. Solo che qui la birra si paga in oro, volendo: un ragazzino consegna la busta con la polvere che ha scavato tutto il giorno e gliene mettono sotto il tavolo due casse. Non è la sua festa, ogni sera così. E meglio non parlare di compleanni: il lavoro minorile è proibito, in teoria. Le prostitute  sono più grandi e bellissime, coi vestiti di seconda mano del mercato fanno miracoli di eleganza. Una ha delle babbucce indiane, chissà chi gliele ha portate, qui trovi poù kalashnikov che scarpe. Ha anche il pancione. Se lo tiene,  mentre cerca clienti. Non è l’unica ben vestita e incinta, al Kremlin.

Siamo nella Provincia Orientale, nell’Ituri, la zona più pericolosa del Congo durante la guerra che è costata 3,8 milioni di morti e altrettanti sfollati. Anche oggi non si scherza, così vicini al Lago Alberto e al confine con l’Uganda, dove finisce, di contrabbando,  gran parte dell’oro estratto dalla maggiore miniera a cielo aperto d’Africa. Le lampadine all’ingresso delle baracche dei gold traders  interrompono il buio per qualche centinaio di metri: è il centro della città. Che attira 70 mila minatori artigianali, cioè in proprio. Molti sono ex bambini soldato, che prima si squartavano a vicenda.

Il commercio clandestino di oro somiglia allo spaccio di droga: bustine, bilancini, gesti veloci. Ma non si resiste alla vanità di mostrare quanto se n’è trovato, di raccontare quanto è duro e pericoloso cercarlo, per guadagnare anche 60 dollari al giorno. Che nessuno mette da parte: “Tanto sto qui finché muoio”.

Mongbwalu è un buon posto per chiedere chi ha vinto quella che l’ex segretario di Stato americano Madeleine Albright chiamò, visto l’inedito numero di forze in campo, la Prima guerra mondiale d’Africa. Scoppiò l’estate di dieci anni fa: da un lato, Ruanda, Uganda e Burundi; dall’altro, con il Congo, Angola, Libia, Namibia, Ciad, Zimbabwe, Sudan, senza contare l’interesse delle grandi potenze. Non erano in gioco solo odii tribali o politici, ma le favolose risorse del Paese: rame, diamanti, oro, petrolo, coltan, stagno, uranio, cobalto, legname, acqua.

Con i suoi oltre due milioni di chilometri quadrati, il Congo, terzo Paese africano per estensione dopo Sudan e Algeria, ha frontiere incontrollabili, foreste inaccessibili, territori remotissimi: difficile tenerlo insieme. A Est, dopo il genocidio in Ruanda del 1994, si insediano due milioni di profughi hutsu e tutsi che, come dire, esportano il conflitto. Sebbene in guerra fra loro, si schierano con le variegate truppe ruandesi e ugandesi a fianco del ribelle congolese Laurent Désiré KaBila. Che, nel maggio 1997, rovescia dopo 32 anni, il cleptodittatore Mobutu, quello con la bustina di leopardo.

Ma l’idillio di Cabila con gli alleati, ormai invasori, si spezza quando li invita a lasciare il Paese. Scoppia la guerra, quella vera: il Burundi appoggia Ruanda e Uhanda; le altre nazioni coinvolte nel conflitto, Cabila, ucciso poi nel 2001 e sostituito dal figlio Joseph, giovanottone allora neanche trentenne. La guerra si chiude ufficialmente nel 2003, ma 16.475 militari della Monuc, la più costosa missione Onu (un miliardo di dollari l’anno) restano lì. Molti si fanno onore, altri no, come quei caschi blu accusati di stupro e commercio d’armi con le bande locali.

Ci sono due teorie sulla guerra in Congo. La prima sostiene che è una deflagrazione della crisi ruandese, l’altra che è una guerra di rapina: i più atroci campi di battaglia, con casi accertati di cannibalismo, sono le zone minerarie, Provincia Orientale, Kivu e Katanga. Racconta Gianluca Galli, field manager di  Save the Children in Ituri nei momenti più bui, che a incendiare le polveri di un conflitto sulla proprietà delle terre proprio in Ituri: gli hema, allevatori come i tutsi, contro i lendu, agricoltori come gli hutu. La lista di milizie e warlord riempie una pagina, seguirne le evoluzioni è arduo: scissioni e tradimenti smentiscono le fedeltà tribali. E l’arruolamento forzato delle popolazioni confonde ancora di più i fronti.

Nel 2003, agli esordi del governo di transizione che porterà alle elezioni del 2006, si iniziano a distribuire le concessioni minerarie. Il Paese, dissanguato dalla guerra, non ha i mezzi per sfruttare le sue risorse e le affida agli investitori stranieri, che non sono stati con le mani in mano, mentre i congolesi si scannavano. In questa grande asta del patrimonio nazionale, il principio del miglior offerete per il bene del Paese non è contemplato, ma i signori della guerra ora in doppio petto, o i loro alleati al governo fanno grandi affari. Oggi i contratti vanno rivisti, la disparità di vantaggi fra detentori e sfruttatori delle risorse è surreale.

In quei giorni frenetici, l’Anglo Gold Astanti, colosso minerario sudafricano-gahnese, ottiene 10 mila chilometri in concessione a Mongbwalu, zona che, dopo la dipartita ufficiale dell’Uganda, riproduce in chiave locale il conflitto hutu-tutsi.

L’area è in mano alle ferocissime milizie, lendu e filougandese, del Gni, in lotta contro i guerriglieri hema della Upc, appoggiati dal Ruanda. In un documento di Human Rights Watch si legge che l’allora vicepresidente Jean-Pierre Bemba (oggi detenuto dal Tribunale penale internazionale, che lo processerà per i crimini di guerra e contro l’umanità) suggerì alla compagnia di trattare con l’Fni. Pare che l’AngloGold Astanti abbia seguito il consiglio. Poi ha smentito, e ridimensionato comunque il passaggio di soldi.

E cordiale, l’operations manager quando visitiamo il quartier generale dell’AngloGold Ashanti a Mongbwalu, tra fili spinati, guardie armate e cani lupo: “Sono lieto che veda con i suoi occhi, invece di leggere i rapporti che ci calunniano. Noi portiamo benessere, occupazione, civiltà, non ci sarà più esportazione clandestina, tutta la filiera, dall’estrazione alla vendita sarà in regola”. Porteranno anche una disoccupazione da incubo, perché il processo di industrializzazione della miniera taglierà fuori gran parte dei cercatori artigianali.

Il caso di Mongbwalu è il paradigma della situazione congolese. “Una volta ho visitato la Corte suprema americana: la boiserie era di un legno meraviglioso che crese solo in Ituri. Ovunque vado trovo risorse che vengono dal Congo, ma non riesco mai a capire a chi sono state pagate” dice Petronille Vaweka, che dal 2003 al 2008 è stata governatrice dell’Ituri, poi si è trasferita a Kinshasa, la capitale: rischiava brutto. “Uganda e Ruanda importano clandestinamenteo il nostro oro e lo rivendono al resto del mondo che se ne infischia di come viene estratto. Lo stesso avviene coi diamanti, il coltan, il caffè, persino le albicocche dei succhi di frutta che gli ugandesi producono e ci rivendono. Vuol sapere chi ha vinto la guerra? Tutto, eccetto il popolo congolese”.

Nel Risiko delle risorse, le compagnie canadesi hanno vinto il rame, quelle sudafricane l’oro. Ma anche americani, australiani, belgi, inglesi, giapponesi e cinesi (che stanno riscotruendo il Paese) hanno fatto buoni affari. Come li hanno fatti, con i diamanti, Cabila padre e figlio. Niente in confronto alla De Beers, ma il presidente possiede, fra l’altro, il venti per cento della Sengamines, società creata nel 2000 con un generale dello Zimbabwe e una compagnia diamantifera delle Cayman.

Sul coltan, che è totalmente in mano alle milizie, uno potrebbe chiedere: perché il governo on interviene? “Riprendere il controllo di quelle zone significa riprendere la guerra” risponde il ministero delle Miniere. “Il governo ha scelto di negoziare”. E Intanto i miliziani, anche quelli riassorbiti dalle forze armate, vista la penuria di rancio e salari, ricompongono  le loro bande, che un alleato oltreconfine o un ministro di riferimento lo trovano sempre. Visto che la moneta corrente per il contrabbando di risorse sono le armi, il cerchio si chiude.

“Questa situazione rischia di diventare una nuova Palestina” dice un funzionario internazionale che ha partecipato alle trattative di pace. Il presidente della Camera Vital Kamerhe, seduto nel gigantesco studio rosso che fu di Mobutu, ribatte: “Ci sono le guerre lampo, ma per la pace serve più tempo. E, comunque, saremmo molto grati alla comunità internazionale – che, a suo tempo, ci obbligò a ospitare i profughi ruandesi – se oggi obbligasse Uganda e Ruanda a interrompere questo saccheggio”.

 

Di Paola Zanuttini
 
Per saperne di più:
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23 ottobre 2008

Informazione: RSF, bene Europa in classifica libertà stampa . Italia non brilla.

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Ce n’est pas la prospérité économique, mais la paix qui garantit la liberté de la presse. Tel est l’enseignement principal du classement mondial de la liberté de la presse, établi comme chaque année par Reporters sans frontières, et dont l’édition 2008 est rendue publique le 22 octobre. L’autre conclusion tirée de cette liste, où l’on trouve une nouvelle fois en dernière place le "trio infernal" Turkménistan (171e), Corée du Nord (172e), Erythrée (173e), est que le comportement de la communauté internationale envers des régimes autoritaires comme Cuba (169e) ou la Chine (167e) n’est pas assez efficace pour donner des résultats.

"Le monde de l’après-11 septembre est désormais clairement dessiné. Les grandes démocraties sont déstabilisées et placées sur la défensive, grignotant peu à peu l’espace des libertés. Les dictatures les plus puissantes économiquement revendiquent leur autoritarisme avec arrogance, profitant des divisions de la communauté internationale et des ravages des guerres menées au nom de la lutte contre le terrorisme. Les tabous religieux ou politiques s’imposent chaque année davantage à des pays qui avançaient auparavant sur la voie de la liberté", a déclaré Reporters sans frontières.

"Dans ce contexte, le musellement général à l’oeuvre dans les pays fermés au monde, dirigés par les pires prédateurs de la liberté de la presse, continue dans une absolue impunité, à mesure que les organisations internationales, comme l’ONU, perdent toute autorité sur leurs membres. Cette dérive mondiale donne d’autant plus de relief aux petits pays économiquement faibles, qui garantissent malgré tout à leur population le droit de n’être pas du même avis que le gouvernement et de le dire publiquement", a ajouté l’organisation.

Guerre et paix

La liste établie pour la période allant du 1er septembre 2007 au 1er septembre 2008 met non seulement en évidence la place prééminente occupée par les pays européens (les 20 premières places sont tenues par les pays de l’espace européen, à l’exception de la Nouvelle-Zélande et du Canada), mais également la position très honorable de certains pays d’Amérique centrale et des Caraïbes. En effet, en 21e et 22e positions, la Jamaïque et le Costa Rica côtoient la Hongrie (23e), à quelques positions devant le Surinam (26e) ou Trinidad et Tobago (27e). Ces petits pays caribéens se classent même bien mieux que la France (35e), qui recule encore cette année en perdant quatre places, ou que l’Espagne (36e) et l’Italie (44e), deux pays toujours plombés par la violence mafieuse ou politique. Selon les critères retenus pour ce classement, il ne manque qu’un point à la Namibie (23e), un grand pays pacifié d’Afrique australe, qui se classe cette année en tête des pays africains devant le Ghana (31e), pour entrer dans le peloton des vingt pays les mieux classés.

Le point commun des pays du peloton de tête, aux disparités économiques immenses (le ratio entre le PIB par habitant de l’Islande et celui de la Jamaïque est de 1 à 10), est d’être gouvernés par un système démocratique parlementaire. Et, surtout, de n’être pas engagés dans une guerre.

Or, tel n’est pas le cas pour les Etats-Unis (36e sur le territoire américain, 119e hors territoire américain), Israël (46e sur le territoire israélien, 149e hors territoire israélien), où, pour la première fois depuis 2003, un journaliste palestinien a été tué par des tirs de l’armée. La reprise de la lutte armée a affecté également la Géorgie (120e) ou le Niger, qui chute lourdement (de la 95e place en 2007 à la 130e en 2008). Ces pays, pourtant dotés d’un système politique démocratique, sont engagés dans des conflits de "basse" ou de "haute intensité". Ils ont, de ce fait, exposé au danger des combats, ou livré à la répression, les proies faciles que sont les journalistes. La récente libération provisoire de Moussa Kaka, correspondant de RFI et de Reporters sans frontières à Niamey, après 384 jours de prison, ou de Sami Al-Haj, libéré de l’enfer de Guantanamo après six ans de détention, est venu rappeler que les guerres broient les vies mais aussi, le plus souvent, les libertés.

Sous le feu de belligérants ou d’un Etat omniprésent

Faute d’avoir apporté une solution à leurs graves problèmes politiques, les pays engagés dans des conflits d’une grande violence, comme l’Irak (158e), le Pakistan (152e), l’Afghanistan (156e) ou la Somalie (153e), restent des "zones noires" de la presse. Assassinats, kidnappings, arrestations arbitraires et menaces de mort sont le lot quotidien de journalistes qui, en plus d’être pris sous le feu des belligérants, sont souvent accusés d’être partisans. Toutes les excuses sont bonnes pour se débarrasser des "gêneurs" ou des "espions", comme cela a été le cas dans les Territoires palestiniens (163e), notamment à Gaza, où la situation s’est nettement détériorée avec la prise du pouvoir par le Hamas. Dans le même temps, au Sri Lanka (165e), où le gouvernement est pourtant élu, la presse est confrontée à une violence trop souvent organisée par l’Etat.

Pour l’essentiel, les pays qui ferment la marche sont des dictatures plus ou moins déguisées, où des dissidents ou des journalistes réformateurs parviennent à fissurer le carcan dans lequel on les contraint à vivre. L’année olympique en Chine (167e) a, certes, été celle de l’incarcération de Hu Jia et de nombreux autres dissidents ou journalistes, mais également l’occasion de donner quelques arguments supplémentaires à ces médias libéraux qui s’efforcent, peu à peu, de s’affranchir du contrôle policier imposé aux citoyens de la nouvelle puissance asiatique. Etre journaliste à Pékin ou à Shangai, mais aussi en Iran (166e), en Ouzbékistan (162e) ou au Zimbabwe (151e), reste un exercice à hauts risques, source de nombreuses frustrations et d’un harcèlement judiciaire permanent. Depuis de nombreuses années, dans cette Birmanie (170e) que dirige une junte xénophobe et inflexible, les journalistes et intellectuels, même étrangers, sont vus comme des ennemis de la junte au pouvoir, et en payent le prix.

Les "enfers immobiles"

Dans la Tunisie de Zine el-Abidine Ben Ali (143e), la Libye de Mouammar Kadhafi (160e), le Bélarus d’Alexandre Loukachenko (154e), la Syrie de Bachar el-Assad (159e) ou la Guinée équatoriale de Teodoro Obiang Nguema (156e), l’omniprésence du portrait du chef de l’Etat dans les rues et à la une des journaux devrait suffire à convaincre les sceptiques sur l’absence de liberté de la presse. D’autres dictatures ne pratiquent pas le culte de la personnalité, mais l’étouffoir reste le même. Ainsi, au Laos (164e) ou en Arabie saoudite (161e), rien n’est possible, si ce n’est dans la ligne des autorités.

Enfin, la Corée du Nord et le Turkménistan restent ces "enfers immobiles" où la population est maintenue coupée du monde, sous le poids d’une propagande d’un autre âge. Tandis qu’en Erythrée (173e), qui ferme la marche pour la deuxième année consécutive, le président Issaias Afeworki et son petit clan de nationalistes paranoïaques continuent de gérer le plus jeune pays d’Afrique comme un immense bagne à ciel ouvert.

La communauté internationale, notamment l’Union européenne, répète à l’envi que la seule solution reste "le dialogue". Mais sans grand succès, manifestement, tant que les gouvernements les plus autoritaires pourront toujours ignorer les récriminations, sans risquer autre chose que le mécontentement sans conséquences de quelques diplomates.

Dangers de la corruption et des haines politiques

L’autre maladie qui ronge les démocraties et leur fait perdre du terrain dans ce classement est la corruption. Le mauvais exemple de la Bulgarie (59e), toujours lanterne rouge de l’Europe, rappelle que le suffrage universel, le pluralisme des médias et quelques garanties constitutionnelles ne sont pas des critères suffisants pour parler valablement de liberté de la presse. Encore faut-il que le climat soit favorable à la circulation de l’information et à l’expression des opinions. Les tensions sociales et politiques au Pérou (108e) ou au Kenya (97e), la politisation des médias, comme à Madagascar (94e) ou en Bolivie (115e), ou encore les violences dont sont victimes les journalistes d’investigation au Brésil (82e), sont l’illustration de ce poison qui gangrène les démocraties émergentes. Et le fait que ceux qui , dans une totale impunité, enfreignent la loi pour s’enrichir, et punissent les journalistes "trop curieux", est un fléau qui maintient plusieurs "grands pays" à des positions honteuses (le Nigeria est 131e, le Mexique, 140e, l’Inde 118e).

Et puis certains de ces prétendus "grands pays" se comportent délibérément de manière brutale, injuste ou simplement inquiétante. A l’instar du Venezuela (113e), où la personnalité et les oukazes du président Hugo Chavez sont parfois écrasants, la Russie du duo Poutine-Medvedev (141e) exige un contrôle strict des médias publics et d’opposition. Comme Anna Politkovskaïa, chaque année des journalistes tombent sous les balles "d’inconnus" souvent proches des services de sécurité dirigés par le Kremlin.

Résistance des tabous

Dans le "ventre mou" du classement se trouvent également des pays hésitant entre répression et libéralisation, où les tabous restent inviolables. Ainsi, au Gabon (110e), au Cameroun (129e), au Maroc (122e), à Oman (123e), au Cambodge (126e), en Jordanie (128e) ou en Malaisie (132e), par exemple, évoquer la personne présidentielle ou royale, son entourage et ses éventuelles turpitudes sont des interdits absolus. Des législations liberticides au Sénégal (86e) ou en Algérie (121e) envoient régulièrement des journalistes en prison, en violation des standards démocratiques prônés par l’ONU.

La répression de l’Internet est également l’un des révélateurs de ces tabous tenaces. En Egypte (146e), des manifestations initiées sur Internet ont agité la capitale et inquiété le gouvernement, qui considère aujourd’hui chaque internaute comme un danger potentiel pour le pays. L’usage du filtrage est chaque année plus important et les Etats les plus répressifs n’hésitent pas à emprisonner les blogueurs. Si la Chine reste première au palmarès des "trous noirs du Web", déployant des moyens techniques considérables pour contrôler les internautes, la Syrie (159e) est devenue championne régionale de la cyber-répression. La surveillance y est tellement poussée qu’après la moindre publication critique, l’arrestation n’est qu’une question de temps.

Seuls quelques rares pays ont connu des avancées. Ainsi le Liban (66e) retrouve-t-il une place logique après la fin des attentats ayant visé des journalistes influents ces dernières années, tandis qu’Haïti (73e) poursuit sa lente remontée, de même que l’Argentine (68e) et les Maldives (104e). En revanche, la transition démocratique en Mauritanie (105e) s’est enrayée, empêchant le pays de poursuivre sa progression. Tandis qu’au Tchad (133e) et au Soudan (135e), les maigres acquis de ces dernières années ont été balayés par l’instauration, du jour au lendemain, de la censure.

 
Versione in inglese:
comunicazione2
22 ottobre 2008

Logge segrete, programmi politici, Il disegno che si sta realizzando.

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Alcuni punti del "Piano di rinascita democratica" della Loggia Massonica P2 di Licio Gelli:

Qualora invece le circostanze permettessero di contare sull’ascesa al Governo di un uomo politico (o di una équipe) già in sintonia con lo spirito del club e con le sue idee di "ripresa democratica", è chiaro che i tempi dei procedimenti riceverebbero una forte accelerazione anche per la possibilità di attuare subito il programma di emergenza e quello a breve termine in modo contestuale all’attuazione dei procedimenti sopra descritti.

In termini di tempo ciò significherebbe la possibilità di ridurre a 6 mesi ed anche meno il tempo di intervento, qualora sussista il presupposto della disponibilità dei mezzi finanziari.

Scuola.

L’involuzione subita dalla scuola negli ultimi 10 anni quale risultante di una giusta politica di ampliamento dell’area di istruzione pubblica, non accompagnata però dalla predisposizione di corpi docenti adeguati e preparati nonchè dalla programmazione dei fabbisogni in tema d’occupazione.
Ne è conseguenza una forte e pericolosa disoccupazione intellettuale – con gravi deficienze invece nei settori tecnici – nonchè la tendenza ad individuare nel titolo di studio il diritto al posto di lavoro. Discende ancora da tale stato di fatto la spinta all’equalitarismo assolto (contro la Costituzione che vuole tutelare il diritto allo studio superiore per i più meritevoli) e, con la delusione del non inserimento, il rifugio nella apatia della droga oppure nell’ideologia dell’eversione anche armata. Il rimedio consiste: nel chiudere il rubinetto del preteso automatismo: titolo di studio = posto di lavoro; nel predisporre strutture docenti valide; nel programmare, insieme al fenomeno economico, anche il relativo fabbisogno umano; ed infine nel restaurare il principio meritocratico imposto dalla Costituzione.

Sotto molti profili, la definizione dei programmi intersecherà temi e notazioni già contenuti nel recente Messaggio del Presidente della Repubblica – indubbiamente notevole – quale diagnosi della situazione del Paese, tenendo, però, ad indicare terapie più che a formulare nuove analisi.

Detti programmi possono essere resi esecutivi – occorrendo – con normativa d’urgenza (decreti legge).

Abolizione della validità legale dei titoli di studio (per sflollare le università e dare il tempo di elaborare una seria riforma della scuola che attui i precetti della Costituzione).

Così è evidente che le forze dell’ordine possono essere mobilitate per ripulire il paese dai teppisti ordinari e pseudo politici e dalle relative centrali direttive soltanto alla condizione che la Magistratura li processi e condanni rapidamente inviandoli in carceri ove scontino la pena senza fomentare nuove rivolte o condurre una vita comoda.

Come sembra attuale questo stralcio vero?

Dichiarazione odierna del presidente del consiglio Silvio Berlusconi:

Il premier promette una linea dura: «Oggi convocherò il ministro dell’Interno Maroni per studiare con lui gli interventi delle forze dell’ordine». Berlusconi ha aggiunto: «Il ministro Gelmini è ottimo. Non ritireremo il decreto legge che è sacrosanto. I leader della sinistra dicono solo menzogne». Il premier ha respinto le accuse al decreto legge scuola. «Il diritto allo studio va garantito dallo Stato – ha detto -. Chi non vuole manifestare deve poter studiare. Chi commetterà reati sarà punito. Lo Stato deve garantire i diritti».

Il ministro Mariastella Gelmini parla di «strumentalizzazione politica» e, in un’intervista al periodico dell’Agesc (Associazione genitori scuole cattoliche Atempopieno) accusa gli studenti: «Oggi non si fa altro che parlare di scuola ma quello che più mi preoccupa è che troppo spesso si faccia della scuola una mera strumentalizzazione politica». Poi la Gelmini individua nel movimento del ’68 l’origine dei mali della scuola: «Sono convinta che abbia provocato ingenti danni alla scuola, danni che devono essere assolutamente riparati. E’ fondamentale ridare all’istituzione scuola responsabilità, gerarchia, rispetto dell’autorità e dell’autorevolezza. E’ questo l’impegno mio e del governo tutto».

Cercate le tessere N.1816 e 1819 della Loggia Massonica P2 in modo da avere una maggiore  consapevolezza di quanto sta accadendo. Forse è arrivato il tempo di cominciare a capire. p21

 

21 ottobre 2008

Dai rifiuti le nuove mutazioni genetiche in Campania

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L’emergenza rifiuti in Campania, come altre emergenze diventate ordinarie (ad esempio l’emergenza idrogeologica che tiene in vita ben due Commissariati Straordinari da 9-10 anni senza nemmeno avere messo in sicurezza nemmeno uno dei paesi colpiti dalle frane del sarnese) sta iniziando a determinare una mutazione genetica. Da circa 14 anni sono spuntati sempre più numerosi gli individui locali e importati che prosperano sulle emergenze ambientali provocate da eventi naturali o provocate ad arte dall’uomo. Hanno un comportamento strano; forse traendo ispirazione da Paperon de’ Paperoni, che si tuffa nelle monete, costoro amano immergersi nel fango o nei rifiuti e non disdegnano, ogni tanto, qualche sniffata di fumo termovalorizzante.

Forse per capire meglio come usare il denaro pubblico senza risolvere i problemi, fare ingrassare i sempre più numerosi rampolli delle caste e le lobbies parassitarie; forse per affossare le risorse ambientali strategiche per l’assetto socio-economico della Campania e mettere le basi per una assuefazione e sfoltimento degli abitanti. Contrariamente a quanto affermato recentemente da quello scienziato che ritiene che ormai la razza umana non evolverà più, sembra che la monnezza campana stia favorendo una nuova mutazione genetica: si delineano gli “Uomini Struzziuti” (fusione di struzzo e rifiuti). Gli struzzi, si dice…

mettono la testa sotto la sabbia; gli “uomini struzziuti” invece la mettono sotto i rifiuti per non vedere i danni che provocano ai cittadini e all’economia regionale. Tale atteggiamento impone di diffondere notizie addomesticate da parte dei mass media sinora dimostratisi fin troppo servili e velinari. Gli Struzziuti che hanno dimostrato finora una palese non volontà di risolvere il problema e garantire un normale servizio di smaltimento dei rifiuti, cercano affannosamente di non perdere la remunerativa situazione emergenziale cercando di convincere gli italiani che i campani sono sporchi e cattivi e sottomessi alla malavita organizzata per cui devono essere adeguatamente “trattati”, naturalmente guadagnandoci sopra. La linea commissariale, in ossequio agli ordini ricevuti da chi comanda in Italia ed ha sapientemente e fruttuosamente pilotato finora lo scandalo rifiuti, è logica e banale come si è intuito dalle dichiarazioni fatte spensieratamente a Napoli il 9 ottobre 2008 dal Presidente del Consiglio. Razionalizzare e rendere legale quanto già accaduto endemicamente in Campania con lo smaltimento illegale dei rifiuti:

 
1- accumulare rifiuti di ogni tipo in siti non idonei (chiamati discariche come quelle già fatte di Basso dell’Olmo a Campagna, di Macchia Soprana a Serre e di Sant’Arcangelo Trimonte nel beneventano e quelle da realizzare di Chiaiano, Terzigno, Cava Mastroianni e di Andretta), e militarmente protetti in modo da potere agire indisturbati senza alcun controllo da parte dei cittadini troppo attaccati al governo trasparente e alle verifiche democratiche che provocano il rifiuto delle attività lobbystiche parassitarie come quelle che hanno caratterizzato 14 anni di scandalo rifiuti; meglio poi se i siti sono protetti ambientalmente come i Parchi naturali, i SIC (Siti di interesse Comunitario) e le ZPS (Zone a Protezione Speciale), e meglio ancora se sono al di sopra dei prelievi delle acque (come l’Oasi di Persano) e fatti in modo da non garantire sicurezza ambientale, la salubrità delle produzioni casearie e la salute dei cittadini nelle prossime decine di anni;
 
2- concentrare i vari fuochi abusivi (accesi per bruciare anche i rifiuti pericolosi provenienti da varie parti d’Italia, attualmente irrazionalmente dispersi nella pianura campana) e rifiuti vari prodotti in altre regioni nei cinque (per ora) inceneritori.
Con il proliferare degli inceneritori si innescherà un’altra modificazione. Le cicogne, che notoriamente consegnano i neonati a domicilio, sorvolando gli inceneritori saranno attratte dai maxischermi televisivi sapientemente ubicati sulle ciminiere per invitarle a riposare; in tal modo i bebè respireranno sane boccate di fumi termovalorizzanti e si abitueranno ad essere “guidati” dagli immancabili e servili opinionisti. Il risultato sarà ancora più innovativo ed efficace se si brucerà, tra le balle di rifiuti vari, anche una balla di canapa indiana al giorno prodotta in loco, sui suoli inquinati, al posto del mangime bufalino. La Campania si appresta ad essere il campo sperimentale delle mutazioni genetiche per fare crescere i nuovi cittadini che progressivamente incorporeranno nel DNA gli elementi inquinanti indispensabili per vivere nelle nuove condizioni ambientali. Finalmente, in un ambiente adeguatamente inquinato non ci sarà più il timore dei rifiuti tossici e della diossina e il fumo degli inceneritori sostituirà l’ossigeno.
E gli adulti? Per loro non c’è scampo. Abituati a dire di no all’inquinamento ambientale, progressivamente scompariranno per lasciare il posto agli “struzziuti” neo assuefatti ai fumi termovalorizzanti sapientemente resi inebrianti. Il combustibile non mancherà; l’ha assicurato il Presidente del Consiglio. Finiti i milioni di balle di rifiuti campani, fatti oculatamente conservare dall’ABI per intascare i proventi gratuiti del CIP6 pagati dai fedeli e accondiscendenti consumatori finali, arriveranno i rifiuti delle altre regioni. E’ giusto! Così la Campania potrà restituire i favori avuti dalle altre regioni che hanno accolto i nostri rifiuti negli anni passati. Dobbiamo solo ringraziare le lobbies che contano. Hanno pensato loro a tutto.
Noi che siamo già nati dobbiamo solo pagare: in euro e con la salute.

Prof. Franco Ortolani
Ordinario di Geologia
Università di Napoli Federico II

pressante.com
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21 ottobre 2008

Il bilancio USA per la “difesa”

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Lo scorso 24 settembre, nel pieno della bagarre sui miliardi di dollari dei contribuenti da erogare per il salvataggio di Wall Street, la Camera dei Rappresentanti ha approvato la legge che autorizza uno stanziamento di $612 miliardi per il settore della “difesa” nel 2009, senza alcun accenno di protesta pubblica né uno straccio di commento da parte degli organi di informazione.

Il provvedimento include 68,6 miliardi per il proseguimento delle operazioni belliche in Irak ed Afghanistan, che rappresenta però solo una parte dei costi totali su base annua di queste guerre (il resto verrà stanziato con futuri provvedimenti a carattere aggiuntivo). Esso comprende anche un aumento degli stipendi per il personale militare pari al 3,9% e le risorse necessarie per la costruzione della stazione radar in Repubblica Ceca, nell’ambito del progettato scudo antimissile in Europa orientale. La legge…

è stata approvata con 392 voti favorevoli e 39 contrari ed ora passerà al Senato, dove un provvedimento similare ha già ottenuto l’assenso.

La spesa annuale da parte degli Stati Uniti in “sicurezza nazionale” – che significa il bilancio della “difesa” più tutte quelle spese a carattere militare che sono nascoste nel bilanci dei ministeri dell’Energia, Affari Esteri, Tesoro, Veterani, della CIA e di numerosi altri enti nel ramo esecutivo – già ammonta ad oltre un trilione di dollari, una somma maggiore dei bilanci della difesa di tutti gli altri Stati al mondo messi insieme. Non solo non c’è stata alcuna significativa copertura informativa su questo ultimo finanziamento, ma nemmeno si è percepito il minimo segnale dell’urgente necessità di indagare sulla relazione esistente tra l’

elefantiaco apparato militare statunitense, le strabilianti spese per armamenti, le guerre straordinariamente costose (e fallimentari), da una parte, e la catastrofe finanziaria, dall’altra.
L’unico commento, pervenuto a livello parlamentare riguardo la misura del bilancio militare statunitense, è stata la solita pomposa fesseria sul fatto che un fallimento nella votazione della legge di bilancio avrebbe rappresentato un tradimento delle truppe. L’anziano senatore repubblicano John Warner ha infatti implorato i suoi colleghi di partito di votare il provvedimento “in segno di rispetto del personale militare”.

pressante.com

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21 ottobre 2008

Reporters san frontières: pour Roberto Saviano

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Reporters sans frontières apporte son soutien à l’écrivain italien Roberto Saviano, contraint de vivre sous protection policière depuis deux ans et qui a annoncé, le 15 octobre 2008, son intention de prendre la route de l’exil pour échapper aux assassins de la Camorra.

Il serait incompréhensible que notre organisation ne témoigne pas son entière solidarité avec cet écrivain courageux et obstiné, dans le même temps qu’elle défend, partout dans le monde, le droit d’informer et d’être informé.

Aux petits ou gros caïds qui se targuent d’être des hommes puissants, Roberto Saviano réplique en leur tendant un miroir. A la cupidité et la cruauté, il répond par la dignité et le courage.

Roberto Saviano personnifie non seulement l’honneur des Italiens, mais également le panache de tous ceux qui refusent de se plier au totalitarisme. C’est le propre des grands hommes qui choisissent de ramasser les morceaux épars de la réalité, de les comprendre, de les ordonner et de les présenter à leurs contemporains. Qu’ils soient journalistes ou écrivains.

Que Roberto Saviano, et tous ceux qui, comme lui, voient leur existence polluée par les brutes primitives des mafias d’Italie ou d’ailleurs, sachent que Reporters sans frontières est leur allié, en même temps que leur admirateur.
 

20 ottobre 2008

Alcol: beve 1 under 18 su 5. Quali sono i sintomi dell’alcolismo.

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In Italia il 19,5% degli under 18 beve alcolici e inizia prima dei coetanei europei, tra i 14 e i 17 anni. Vino, birra, superalcolici e drink ‘mascherati’ (al gusto di frutta ma contenenti alcol) purtroppo si consumano soprattutto fuori pasto. Un’emergenza su cui oggi e domani a Roma si confrontano gli esperti di associazioni, produttori e istituzioni, alla prima Conferenza nazionale sull’alcol promossa dal Ministero del Welfare e della Salute. Oltre ai problemi di salute che l’alcol puo’ provocare, non bisogna dimenticare che il 46% delle morti tra i 15 e i 24 anni e’ dovuta agli incidenti stradali che, il piu’ delle volte, sono imputabili all’assunzione di alcol. L’emergenza alcol riguarda anche gli altri Paesi dell’Unione europea, dove il 25% della mortalita’ giovanile tra i maschi e’ proprio dovuta all’alcol. In Europa ogni anno sono 195 mila i decessi per alcol, che e’ dunque al terzo posto tra i 26 maggiori fattori di rischio individuati dall’Ue.
 
corriere.it
 
Quali sono i sintomi?

Non tutti gli alcolisti hanno gli stessi sintomi, ma molti, nei diversi stadi della malattia, mostrano questi segni:

 

  • solo con l’alcol si sentono sicuri di se stessi e a proprio agio con le persone;
  • spesso, al termine di una festa o di un trattenimento, hanno l’abitudine di bere "ancora un goccio";
  • sperano nelle occasioni per bere e vi pensano continuamente;
  • si ubriacano anche quando non è nelle loro intenzioni;
  • cercano di controllare il loro modo di bere cambiando tipo di liquori, imponendosi un periodo di astinenza completa o facendo promesse di non bere;
  • bevono furtivamente;
  • mentono sul loro modo di bere;
  • nascondono le bottiglie;
  • bevono sul lavoro;
  • bevono da soli;
  • hanno amnesie alcoliche (per esempio, non ricordano il giorno dopo quello che hanno detto o fatto il giorno prima);
  • bevono al mattino presto per curare i postumi di una sbornia e per tenere a bada sentimenti di colpa e paure;
  • hanno un’alimentazione sbagliata e diventano denutriti;
  • si ammalano di cirrosi epatica;
  • hanno forti tremori, allucinazioni o convulsioni quando l’alcol viene loro a mancare.

Per saperne di più:

http://www.defcon1.com/AlcolistiAnonimi/index.html

http://www.alcolisti-anonimi.it/

alcolfoc

20 ottobre 2008

Anoressia: la testimonianza di Micol

VITA

“E’ dura, ma passa.” Fu una compagna di nazionale a dirmelo per prima, mentre volavamo verso Santiago de Compostela per partecipare ai Mondiali Universitari di Cross. Quella frase mi provocò un brivido immenso, ma il buio di quegli ultimi anni fu squarciato da una luce improvvisa di speranza, con la stessa facilità con cui si squarcia un velo leggerissimo. Ricordo ancora quella piccola frase come l’aiuto più grande che ricevetti nel corso della malattia. Lei ci era cascata anni prima e in quel giorno era bella come il sole e in cammino verso qualcosa di nuovo.
Ho voluto iniziare questo intervento con quella breve frase, perché credo ci sia profonda necessità di questo….di sapere che non esiste nulla di irrecuperabile e che bisogna avere la forza di imparare ad alzarsi.
Io sono caduta nell’anoressia proprio negli anni in cui l’atletica era tutto e passavo a Tirrenia gran parte dell’anno. Vivevo di quelle magnifiche sensazioni di onnipotenza che mi dava la corsa e chiedevo al mio corpo un’efficienza ed una perfezione che lui non avrebbe potuto reggere a lungo.
Nel mio caso non si trattava di scelte estetiche, quanto piuttosto di strategie prestative. Meno pesavo più veloce correvo le ripetute e più medaglie mi appendevo al collo.
Avevo vent’anni e la convinzione che l’atletica mi avrebbe regalato il paradiso che cercavo e che non trovavo nè nell’università, né nel lavoro di giornalista, né probabilmente nella quotidianità delle mie giornate.

Aveva ragione quella compagna di volo, che negli anni è diventata una dolcissima certezza ed una carissima amica (nonché una forte crossista): è stata dura uscirne e soprattutto è stata lunga la strada….ma oggi si tratta solo di un prezioso ricordo..di un’esperienza di vita vissuta.

Io non faccio parte di quelli che dicono che “la sofferenza serve e che è stata una fortuna passarci perché poi si è diventati una persona migliore”…forse può anche essere vero che il passaggio di certi guadi fa crescere e che si diventa persone più gradevoli, ma credo che si possano percorrere innumerevoli strade per crescere, senza ridursi pelle e ossa e martoriare il proprio corpo gratuitamente.

“Dai disturbi alimentari si esce.” Oggi sono io a dirlo a chi abbia bisogno di queste parole, come tanti anni fa’ lo dissero a me.

Probabilmente molti di voi, come me, non arriveranno mai a capire le reali cause scatenanti di una patologia come questa, ma ciò che mi preme è dire che sarebbe ingiusto attribuirne la responsabilità allo sport e all’agonismo. Quello è solo un pretesto…un’occasione direbbero alcuni…per me è stato anche il gancio emozionale per fare leva e tornare a galla.

Sono passati ormai sette anni dagli inizi di quel percorso. Dopo la malattia sono tornata a correre su buoni livelli e mi sono tolta qualche piccola soddisfazione cronometrica sui 5000 e 10000. Oggi corro, vado in bicicletta e appena posso nuoto. Non passa praticamente giorno in cui lo sport non entri nelle mie giornate, ma con uno spirito diverso…eppure sempre con la stessa entusiasmante passione per l’atletica e per quel magico anello rosso che ciascuno di voi…di noi…ha sempre sognato di poter domare.

Un abbraccio Micol

Per leggere tutte le testimonianze:

http://associazionevita.wordpress.com/testimonianze/

anoressia

 

20 ottobre 2008

Albini in piazza: “Non uccideteci”

albinismo
Geni delle acque, spiriti, mezzi dei e mezzi uomini, a seconda dell’Africa in cui il destino li ha collocati gli albini sono una maledizione o un dono del cielo. In un posto la folla li insegue con in mano doni, per innescare i loro supposti poteri benefici o sfruttarne le altrettanto azzeccate facoltà di nuocere; in altri bande di assassini li braccano per sacrifici umani. Un’antica sete di sangue si scatena armata di leggende millenarie che continuano a riprodursi, implacabili; magari sul telefonino o su internet. L’africano ha spesso due esistenze, una moderna e una inaridita e impigliata dalla magia, dalle paure e dalle tentazioni demoniache. In Tanzania, in pochi mesi hanno uccisi 26 albini, in maggioranza donne e bambini. Eppure è uno dei Paesi più ordinati del continente. Qui gli albini li definiscono «mzungu», il nome dei bianchi ai tempi dell’impero britannico. Ed è già un segnale sinistro.

L’ultima vittima si chiama Jovin Majaliwa, un ragazzo, la sua unica colpa era appunto di essere albino; lo hanno atrocemente mutilato per prendergli gli organi genitali. La polizia ha arrestato 170 persone che sarebbero collegati ai delitti, ma nessuno è stato ancora giudicato. Gli albini in fondo li ammazzano da sempre, ci son cose più importanti che preoccuparsi di questi stregoni, si difendano loro dal malocchio, mormora la gente seccata. Così questi fragili semidei sono sfilati in corteo annunciando che se il governo non provvederà a difenderli, emigreranno. Ernest Kimaya è il presidente dell’associazione che riunisce questi cittadini senza diritti: «Viviamo nel terrore, barricati in casa, usciamo solo se indispensabile e con la paura addosso». Una delegazione è stata ricevuta dal presidente Jakaya Kilwete. E’ uno dei pochi che si è mobilitato per loro, ha proposto di schedarli per proteggerli, vuole un servizio di vigilanza per i bimbi che vanno a scuola. Ha promesso che qualcosa si farà. Anche perché Onu e Ue protestano per questa mattanza infame.

Nel vicino Burundi da tempo ritrovano i cadaveri mutililati degli albini. Sono diventati l’oggetto di un mostruoso commercio, ne prelevano sangue, braccia e gambe che sarebbero poi rivenduti a caro prezzo in Tanzania. Sottovoce si parla di cifre colossali, 600 milioni di scellini (300 mila euro) per il cadavere di un albino. Leggende macabre quasi certamente. Quel che è certo è che la tariffa richiesta dai killer è bassa, 10 mila franchi burundesi, 7 euro. Il rischio di essere arrestati è minimo, la notizia finisce nella rubrica «fatti diversi» dei giornali. Secondo alcune voci i cadaveri sono il tributo a mostruose leggende magiche, sul sangue e gli arti degli albini che mescolati con alcune medicine consentono di trovare l’oro.

Richard Ciza, 19 anni, è uno dei pochi che l’ha scampata. Per sfuggire agli assassini si è nascosto per alcuni giorni nella foresta prima di raggiunge Ruygi, nell’est del Paese, dove le autorità locali, le sole finora, hanno deciso di proteggerli. «Alcuni vicini mi hanno avvertito che una banda di killer stava per raggiungermi. Ho corso con tutte le mie forze e sono vivo. Dicono che usino i cadaveri nei giacimenti d’oro, il metallo viene in superficie per magia, basta raccoglierlo. O i pescatori, nel lago, li utilizzano per catturare grossi pesci che hanno l’oro nello stomaco».

Il 22 settembre non è andata altrettanto bene a Spès, una ragazza di 16 anni, uccisa nel suo villaggio: le hanno preso tutto il sangue e gli arti, gettando il busto in un canale. Proprio dopo questo delitto a Ruygi hanno deciso di mettere sotto protezione 45 albini che hano risposto all’appello; vivono in una casa circondata da un muro di tre metri. Ma forse non basterà.
In Africa sono numerosi a soffrire di questa malattia della pelle che si caratterizza da mancanza di pigmentazione. Il fatto che siano soggetti a problemi di vista e a rischio di ulcere e tumori della pelle non è che secondario. I loro assassini sono credenze così radicate che le campagne di sensibilizzazione non sono riuscite ad averne ragione. L’ambivalenza e l’ambiguità di essere bianchi nati da genitori neri aizza le convinzioni ostili. Per lo più è la donna a essere considerata responsabile della malattia: per aver dormito incinta sotto le stelle in una zona magicamente interdetta, si dice, o per essere stata infedele al marito durante la gravidanza. Per noi europei il Male è qualcosa di terribile, di storicamente grandioso, per gli africani è qualcosa di magico, indefinito, che viene prima della Storia. Gli albini possono predire l’avvenire, gettare il malocchio o dare ricchezza. Sono perfetti, come portatori, volontari o non, di questi poteri, per i sacrifici umani che ancora oggi servono a diventare potenti o migliorare la condizione sociale. Durante le campagne elettorali in molti Paesi gli albini si barricano in casa per sfuggire alla caccia dei sostenitori dei candidati. Non li si considera più come essere umani ma oggetti da sacrificare, quel che conta sono le loro teste mozzate o l’apparato genitale o le unghie considerate come le parti del corpo più magicamente potenti.

E’ il passo finale di una tragica odissea che inizia nel momento stesso della nascita, quando molti genitori, inorriditi, li rifiutano. Angui Mudimba, dell’associazione per la difesa degli albini del Congo Brazaville, è uno di loro: «Mio padre non mi voleva, mi ha maledetto. Per fortuna il resto della famiglia mi ha difeso. Da piccolo vivevo praticamente confinato in casa per il timore che qualcuno mi facesse del male. Ma, ditemi, quale è la mia colpa?».

 
di Domenico Quirico la stampa.it
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17 ottobre 2008

Se una pantera si rimette in libertà

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Le notizie corrono veloci, centinaia in assemblea, migliaia nei cortei spontanei e continui che bloccano le lezioni e spesso irrompono nella città occupando le strade e bloccando il traffico. Da Roma a Pisa, da Napoli a Padova, da Milano a Bologna, da Perugia a Torino, le facoltà e gli atenei cominciano le mobilitazioni contro la legge 133, la finanziaria che, tra l’altro, intende dismettere in via definitiva l’università pubblica.
Della legge 133 abbiamo parlato spesso nelle ultime settimane, nulla a che vedere con una riforma organica, piuttosto tre articoli che minano alle fondamenta l’università pubblica così come l’abbiamo conosciuta: riduzione drastica del fondo di finanziamento ordinario (Ffo); blocco del turn-over [per ogni 5 docenti che vanno in pensione solo un ricercatore potrà diventare docente]; trasformazione delle università in fondazioni private [elemento facoltativo, ma di fatto reso obbligatorio dalla riduzione del Ffo]. Elementi decisivi che si aggiungono al fallimento, ormai da tutti dichiarato, del 3+2, la riforma Zecchino-Berlinguer, e al de-finanziamento della ricerca. Dunque, l’atto conclusivo di un lungo processo bipartisan: la formazione intesa in modo complessivo, dalla ricerca alla scuola. La legge 133, infatti, segue il decreto Moratti che nell’autunno del 2005 ha precarizzato la ricerca e lavora di concerto con il decreto Gelmini, in questi giorni al voto di fiducia, che condanna alla disoccupazione almeno 150.000 insegnanti precari (bloccando il turn-over), impone il maestro unico tagliando il tempo pieno, reintroduce il grembiule e il voto di condotta.
Così come l’offensiva è bipartisan e complessiva altrettanto in questi giorni si stanno affermando straordinari esperimenti di lotta: dalle scuole elementari ? nell’inedita alleanza tra genitori, insegnanti e bambini ? agli istituti di ricerca, dalle università alle scuole medie superiori. Decine di cortei, prime occupazioni nelle scuole e nelle facoltà. Proprio nelle facoltà cominciano a segnare il passo i movimenti: oggi la giornata di mobilitazione indetta dalla Rete UniRiot, ma già dall’inizio della settimana gli appuntamenti di discussione e di conflitto si sono moltiplicati. Assemblee ricchissime nella partecipazione e radicali nei toni: una nuova generazione di studenti, a volte poco politicizzata, di certo molto pragmatica e per nulla ideologica, fa esperienza della propria precarietà e dell’assenza di futuro alla quale le classi dirigenti, politiche ed economiche, vogliono destinarla.
Con determinazione si urla nei cortei «Non saremo noi a pagare la vostra crisi», il riferimento è alla crisi economica e alle ricette che Banche centrali e governi nazionali stanno adottando per salvare i mercati finanziari: mentre università e ricerca sono stati de-finanziati per anni, nel nome del risanamento di bilancio, oggi i contribuenti e le casse pubbliche vengono spremute per nazionalizzare le banche e per socializzare le perdite compiute dalla speculazione selvaggia. Un paradosso inaccettabile che smuove la rabbia degli studenti, ma anche di dottorandi, ricercatori e docenti.
Al pari del 2005 il mondo dell’università trova elementi di convergenza unitaria, pur nelle differenze tutti sentono a rischio il proprio presente e il proprio futuro. Oggi più del 2005 il ruolo degli studenti è decisivo: sono loro per primi che vedono sfumare ogni prospettiva di futuro, sono loro per primi che sentono di dover giocare una partita fondamentale. Il movimento del 2005 riuscì per diverse settimane ad occupare le facoltà, ma non riusci a coinvolgere altre figure sociali nel conflitto. Docenti e ricercatori, per parte loro, abbandonarono il campo dopo l’approvazione del decreto, nella speranza che il cambio di governo imminente potesse garantire trasformazioni positive. Ma la disastrosa esperienza del secondo governo Prodi e del ministero Mussi ha dimostrato che l’università e la ricerca non hanno governi amici e che solo i conflitti possono cambiare le cose. I movimenti che si stanno sviluppando sanno che non c’è alcuna sinistra possibile in grado di sostenere l’università pubblica di fronte alla catastrofe. La consapevolezza, dunque, è che dalla catastrofe ci si salva mettendosi in gioco, conquistando spazio con le pratiche di conflitto e di libertà. «Né stato né mercato» questo slogan ricorre più volte nelle discussioni assembleari, nulla della vecchia università è conservabile come tale: la dequalificazione determinata dal 3+2, la distribuzione feudale e nepotistica del potere, la povertà di stimoli e la debolezza della ricerca. Piuttosto l’esigenza condivisa è quella di cominciare a progettare un’altra università che sappia definire un nuovo campo di decisione comune e democratica sul sapere e sulle forme della cooperazione scientifica.
C’è una strana ricorrenza che da diversi anni accompagna le grandi esplosioni universitarie: la fuga di una pantera. Accadde nel ’90, di lì il nome assunto dal movimento, accadde nel 2005. Sembrerà strano ma una pantera è scappata e si aggira in Irpinia, la notizia è di qualche giorno fa. Speriamo che anche questa pantera libera porti con se la libertà del sapere e le occupazioni degli studenti.
 
di Francesco Raparelli  per carta.it
Scuola
 
16 ottobre 2008

Leggi ad personam tocca a Carnevale

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E adesso c’è un record anche per le leggi ad personam. Anzi: doppio record. Stessa persona come beneficiario e stesso governo. Sempre Berlusconi, of course. E con un "graziato" di tutto rispetto, Corrado Carnevale, la toga che fu nota come "l’ammazzasentenze", per via dei processi di mafia che annullava dalla Suprema corte per vizi formali.

Che osò perfino dare del "cretino" a Giovanni Falcone, perché "certi morti io non li rispetto". Ma Carnevale è nel cuore della destra. Gli fecero una leggina ad hoc nel 2003, per ripescarlo dalla pensione dov’era finito quale imputato in un processo per mafia, gliene rifanno una per consentirgli di concorrere all’unico incarico che desidera, il posto di primo presidente della Cassazione. Ci arriverà alla veneranda età di 80 anni, ci potrà restare fino ai suoi 83, anche se i colleghi vanno in pensione a 75. Appena ieri, a Taormina, davanti ai giovani avvocati, il Guardasigilli Alfano ha vantato i meriti del Csm perché "svecchia" i capi degli uffici. Ma per Carnevale, l’unico che si è vantato d’essere l’ispiratore della prima norma a suo favore, ben venga un’eccezione.

Lodo Alfano, lodo Consolo, lodo Geronzi. Eccoci al lodo Carnevale. Partorito giovedì 9 ottobre, al Senato. Infilato nel decreto legge che dà più soldi ai magistrati in marcia verso le sedi disagiate. Lo propone Luigi Compagna, docente di dottrine politiche, d’origini repubblicane, oggi forzista. A leggerla, la minuscola norma pro-Carnevale, è incomprensibile, ma significa tanto. Dice così: "L’articolo 36 del decreto legislativo 5 aprile 2006 n.160, come modificato dall’articolo 2 comma 8 della legge 30 luglio 2007 n.111, è abrogato". Vuol dire: la disposizione dell’ordinamento giudiziario dell’ex Guardasigilli Clemente Mastella (2007) per cui, chi fu graziato nel 2004 e ottenne la ricostruzione della carriera non può ottenere posti di vertice oltre i 75 anni, "è abrogata". La Mastella cancellava la Castelli che invece non poneva limiti d’età. Ora si torna indietro. E si dà via libera a Carnevale.

In aula, la proposta di Compagna ottiene il placet del governo per bocca del sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, ex toga di Unicost candidata da Berlusconi. L’opposizione, stavolta (e non come per il lodo Geronzi), reagisce. Il democratico Felice Casson chiede il voto elettronico. Su 271 presenti, 159 sono a favore, 111 contro. Dice l’ex pm di Venezia: "La maggioranza aveva proposto la norma in commissione, ma il governo era contrario. Poi rieccola in aula. Io e Gerardo D’Ambrosio ne abbiamo ragionato e il nostro è stato un no convinto".

Due leggine in cinque anni. La prima ripescò Carnevale dalla pensione, dov’era finito per via del processo per concorso in associazione mafiosa che gli aveva mosso la procura di Gian Carlo Caselli. Fu assolto nel 2002. L’anno dopo ecco un comma nella Finanziaria per restituire onore e carriera ai dipendenti pubblici, toghe comprese, finite nelle maglie della giustizia ma uscitene illese. Non solo possono tornare in servizio, ma recuperare pure gli anni persi sforando l’età pensionabile. Un dl del 2004 fa di più e consente ai reintegrati di ottenere un posto in sovrannumero.

Al Csm si scatena la guerra. Parte il ricorso alla Consulta perché la legge incide sui poteri del Consiglio. La Corte lo boccia. Il braccio di ferro prosegue, il Csm stoppa Carnevale che ricorre al Tar e al Consiglio di Stato. Dove vince. In un drammatica seduta, finita 11 a 10, in cui anche la sinistra si divide, "l’ammazzasentenze" ottiene il posto di presidente di sezione civile della Suprema corte. Commenta: "È un atto dovuto".

La sua unica aspirazione è conosciuta da tutti. Diventare primo presidente. Con la leggina fresca di voto (e se la Camera la conferma) ce la farà. L’attuale capo, Vincenzo Carbone, va in pensione a metà del 2010. Lui avrà 80 anni, potrà ridire, "sono il più anziano". Al Csm sono basiti. Ezia Maccora, ex presidente di Md della commissione per i capi degli uffici, che ha fatto del ringiovanimento della dirigenza uno degli obiettivi del suo lavoro, commenta: "A Taormina ho sentito Alfano apprezzare il nostro sforzo per fare nomine basate su capacità e merito. Questa norma invece va in direzione opposta e consente a un magistrato in età molto avanzata di concorrere ugualmente". Ma per lui ogni strappo è possibile.

 
Di Liliana Milella
 
 
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16 ottobre 2008

I giornalisti , l’informazione e la mafia

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Si torna in questi giorni a parlare di informazione, inchieste di mafia ed impegno contro la mafia di alcuni giornalisti in particolare. L’occasione delle polemiche politiche e delle ferme prese di posizione da parte degli organismi dei giornalisti sono stati le dichiarazioni di Roberto Saviano e le perquisizioni a carico dei giornalisti Fiorenza Sarzanini del Corriere della Sera e Guido Ruotolo della Stampa, ‘colpevoli’ di aver rivelto i retroscena di Expo 2015.

In merito a quest’ultima vicenda, il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Lorenzo Del Boca, ha dichiarato: "I cittadini hanno il diritto di sapere che la ‘ndrangheta, la più agguerrita associazione criminale italiana, tenta di mettere le mani, con la complicità di alcuni politici, sugli appalti dell’Expo 2015? La risposta appare scontata. Ed è affermativa. La procura della Repubblica di Busto Arsizio invece pensa di no e incrimina Fiorenza Sarzanini del Corriere della Sera e Guido Ruotolo della Stampa per aver rivelato il tentativo". "I giornalisti non sono i custodi del segreto delle indagini che spettano ad altri – ha ricordato Del Boca – Il dovere primo, essenziale, che i giornalisti hanno è nei confronti dei lettori e dei loro diritti. Sarzanini e Ruotolo lo hanno onorato".

Pochi giorni prima era stata la volta di una vicenda analoga che aveva visto come ‘bersaglio’ i giornalisti Di Feo e Fittipaldi de L’Espresso. In quell’occasione, Del Boca aveva commentato: "Una perquisizione in redazione e nella casa dei colleghi giornalisti – prima ancora che al limite dell’intimidazione – è un atto poco rispettoso del lavoro di chi si impegna a informare. La solidarietà dell’Ordine dei Giornalisti al settimanale L’Espresso è scontata e doverosa. In più è necessario esprimere le congratulazioni e i complimenti per un servizio efficace, documentato, completo che apre scenari di luce e di verità in questioni rimaste, per troppo tempo, ovattate. Raccontare come è stata inquinata Napoli con i rifiuti tossici è servizio non solo indispensabile ma, addirittura, meritorio".

"La cosiddetta società civile che ci sta intorno e che acquisisce notizie attraverso il nostro lavoro deve rispondere a una domanda: che informazione vuole? – chiede Del Boca – Se le basta qualche fotocopia annacquata di luoghi comuni possiamo continuare così. Se però desidera conoscere tutto, anche la polvere che di solito si nasconde sotto i tappeti, deve trovare il modo di aiutare i giornalisti più coraggiosi che hanno necessità di essere apprezzati ma anche protetti da atteggiamenti aggressivi di chi vorrebbe togliere loro la penna per armarli di bavaglio".

Commentando le stesse vicende, il presidente dell’Unione Nazionale Cronisti, Guido Columba, aveva dichiarato che sia nel caso Expo, sia sui rifiuti tossici napoletani i quattro giornalisti "hanno svolto il compito che è loro affidato dalla legislazione per garantire ai cittadini il diritto che la Costituzione loro attribuisce: quello di essere informati, in modo completo, compiuto e tempestivo". "Le ricorrenti perquisizioni contro i cronisti in tutta Italia, spesso senza o con motivazioni palesemente strumentali, hanno l’effetto di reprimere la libertà di informazione.- aggiungeva l’Unci – Colpendo direttamente quelli coinvolti e intimidendo tutti gli altri".

"La conseguenza dovrebbe essere quella di impedire che si scriva o si racconti qualsiasi cosa la magistratura non vuole gli italiani sappiano, o che sappiano solo in una versione ufficiale, funzionale a interessi e poteri particolari", notava il presidente Unci, sottolineando che "La Costituzione repubblicana, l’ordinamento democratico, il rispetto dei giornalisti per il proprio ruolo e la coscienza civile del Paese disegnano un modello diverso, nel quale l’informazione non è a senso unico e uniforme. L’Unione Nazionale Cronisti Italiani e le altre organizzazioni dei giornalisti impediranno che ciò avvenga. – concludeva Columba – La cronaca non si ferma con le intimidazioni".

Per quanto riguarda Roberto Saviano, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana e l’Ordine Nazionale dei Giornalisti avevano emesso un comunicato congiunto riaffermando la solidarieta’ dei giornalisti italiani al giornalista-scrittore campano, "costretto da due anni a vivere sotto scorta per la sua coraggiosa e documentata denuncia delle attività della camorra. Con ‘Gomorra’ – spiegavano le due organizzazioni – ha aiutato anche l’informazione a capire meglio come la criminalità organizzata corrompa e devasti tante zone d’Italia".

"Dobbiamo a lui – come a Rosaria Capacchione, a Lirio Abbate, a Pino Maniàci, a Nino Amadore e ad altri giornalisti – una fondamentale opera di risveglio della coscienza civile" ricordavano FNSI e ODG: "Le parole di Saviano prendono di mira stavolta anche le aree di contiguità e di compromissione con gli interessi della malavita presenti all’interno del giornalismo italiano. La nostra solidarietà suonerebbe vuota e ipocrita se fingessimo di non averle lette: è del tutto evidente che chi è compromesso o anche solo distratto nei confronti della grande criminalità non ha diritto di cittadinanza nel mondo dell’informazione, che si propone invece obiettivi di tutt’altro segno, quelli della trasparenza e della denuncia".

E cosi’, mentre l’Unci ha istituito un osservatorio sulle azioni della magistratura contro i giornalisti, la Fnsi e l’Ordine dei Giornalisti hanno deciso di recente di dar vita ad un osservatorio a tutela dei colleghi minacciati dalle varie mafie. Questo osservatorio, che agirà in stretto raccordo con le associazioni e gli ordini regionali più direttamente toccati dal problema, ha tra i suoi obiettivi anche quello di eliminare ogni zona grigia dell’informazione, "facendo luce sulle aree editoriali e professionali colluse con la criminalità organizzata, anche allo scopo di tutelare i tanti colleghi perbene che in condizioni difficili fanno con grande dignità il loro lavoro in quei territori".

Per questo, inoltre, il sindacato e l’ordine nazionali, d’intesa con l’Associazione Napoletana della Stampa e con l’Ordine regionale della Campania, organizzeranno nelle prossime settimane un’iniziativa pubblica proprio nella zona di Caserta.

di Mauro W. Giannini per www.risorsetiche.it

Per saperne di più :   http://www.nuovimondi.info/Article2255.html

                       http://www.alcei.it/index.php/archives/category/documenti/liberta-di-parola-e-censura

mafia

15 ottobre 2008

La sconfitta di un Paese

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ANDRO’ via dall’Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà…", dice Roberto Saviano. "Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido – oltre che indecente – rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. ‘Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l’odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri – oggi qui, domani lontano duecento chilometri – spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me".

La verità, la sola oscena verità che, in ore come queste, appare con tragica evidenza è che Roberto Saviano è un uomo solo. Non so se sia giusto dirlo già un uomo immaginando o pretendendo di rintracciare nella sua personalità, nella sua fermezza d’animo, nella sua stessa fisicità la potenza sorprendente e matura del suo romanzo, Gomorra. Roberto è ancora un ragazzo, a vederlo. Ha un corpo minuto, occhi sempre in movimento. Sa essere, nello stesso tempo, malizioso e insicuro, timidissimo e scaltro. La sua è ancora una rincorsa verso se stesso e lungo questo sentiero è stato catturato da uno straordinario successo, da un’imprevedibile popolarità, dall’odio assoluto e assassino di una mafia, dal rancore dei quietisti e dei pavidi, dall’invidia di molti. Saranno forse queste le ragioni che spiegano come nel suo volto oggi coabitino, alternandosi fraternamente, le rughe della diffidenza e le ombre della giovanile fiducia di chi sa che la gioia – e non il dolore – accresce la vita di un uomo. "Sai, questa bolla di solitudine inespugnabile che mi stringe fa di me un uomo peggiore. Nessuno ci pensa e nemmeno io fino all’anno scorso ci ho mai pensato. In privato sono diventato una persona non bella: sospettoso, guardingo. Sì, diffidente al di là di ogni ragionevolezza. Mi capita di pensare che ognuno voglia rubarmi qualcosa, in ogni caso raggirarmi, "usarmi". E’ come se la mia umanità si fosse impoverita, si stesse immeschinendo. Come se prevalesse con costanza un lato oscuro di me stesso. Non è piacevole accorgersene e soprattutto io non sono così, non voglio essere così. Fino a un anno fa potevo ancora chiudere gli occhi, fingere di non sapere. Avevo la legittima ambizione, credo, di aver scritto qualcosa che mi sembrava stesse cambiando le cose. Quella mutazione lenta, quell’attenzione che mai era stata riservata alle tragedie di quella terra, quell’energia sociale che – come un’esplosione, come un sisma – ha imposto all’agenda dei media di occuparsi della mafia dei Casalesi, mi obbligava ad avere coraggio, a espormi, a stare in prima fila. E’ la mia forma di resistenza, pensavo. Ogni cosa passava in secondo piano, diventava di serie B per me. Incontravo i grandi della letteratura e della politica, dicevo quello che dovevo e potevo dire. Non mi guardavo mai indietro. Non mi accorgevo di quel che ogni giorno andavo perdendo di me. Oggi, se mi guardo alle spalle, vedo macerie e un tempo irrimediabilmente perduto che non posso più afferrare ma ricostruire soltanto se non vivrò più, come faccio ora, come un latitante in fuga. In cattività, guardato a vista dai carabinieri, rinchiuso in una cella, deve vivere Sandokan, Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi. Se lo è meritato per la violenza, i veleni e la morte con cui ha innaffiato la Campania, ma qual è il mio delitto? Perché io devo vivere come un recluso, un lebbroso, nascosto alla vita, al mondo, agli uomini? Qual è la mia malattia, la mia infezione? Qual è la mia colpa? Ho voluto soltanto raccontare una storia, la storia della mia gente, della mia terra, le storie della sua umiliazione. Ero soddisfatto per averlo fatto e pensavo di aver meritato quella piccola felicità che ti regala la virtù sociale di essere approvato dai tuoi simili, dalla tua gente. Sono stato un ingenuo. Nemmeno una casa, vogliono affittarmi a Napoli. Appena sanno chi sarà il nuovo inquilino si presentano con la faccia insincera e un sorriso di traverso che assomiglia al disprezzo più che alla paura: sono dispiaciuti assai, ma non possono…. I miei amici, i miei amici veri, quando li ho finalmente rivisti dopo tante fughe e troppe assenze, che non potevo spiegare, mi hanno detto: ora basta, non ne possiamo più di difendere te e il tuo maledetto libro, non possiamo essere in guerra con il mondo per colpa tua? Colpa, quale colpa? E’ una colpa aver voluto raccontare la loro vita, la mia vita?".
Piacciono poco, da noi, i martiri. Morti e sepolti, li si può ancora, periodicamente, sopportare. Vivi, diventano antipatici. Molto antipatici. Roberto Saviano è molto antipatico a troppi. Può capitare di essere infastiditi dalla sua faccia in giro sulle prime pagine. Può capitare che ci si sorprenda a pensare a lui non come a una persona inseguita da una concreta minaccia di morte, a un ragazzo precipitato in un destino, ma come a una personalità che sa gestire con sapienza la sua immagine e fortuna. Capita anche in queste ore, qui e lì. E’ poca, inutile cosa però chiedersi se la minaccia di oggi contro Roberto Saviano sia attendibile o quanto attendibile, più attendibile della penultima e quanto di più? O chiedersi se davvero quel Giuseppe Setola lo voglia disintegrare, prima di Natale, con il tritolo lungo l’autostrada Napoli-Roma o se gli assassini si siano già procurati, come dice uno di loro, l’esplosivo e i detonatori. O interrogarsi se la confidenza giunta alle orecchie delle polizie sia certa o soltanto probabile.
E’ poca e inutile cosa, dico, perché, se i Casalesi ne avranno la possibilità, uccideranno Roberto Saviano. Dovesse essere l’ultimo sangue che versano. Sono ridotti a mal partito, stressati, accerchiati, incalzati, impoveriti e devono dimostrare l’inesorabilità del loro dominio. Devono poter provare alla comunità criminale e, nei loro territori, ai "sudditi" che nessuno li può sfidare impunemente senza mettere nel conto che alla sfida seguirà la morte, come il giorno segue la notte.

Lo sento addosso come un cattivo odore l’odio che mi circonda. Non è necessario che ascolti le loro intercettazioni e confessioni o legga sulle mura di Casale di Principe: "Saviano è un uomo di merda". Nessuno da quelle parti pensa che io abbia fatto soltanto il mio dovere, quello che pensavo fosse il mio dovere. Non mi riconoscono nemmeno l’onore delle armi che solitamente offrono ai poliziotti che li arrestano o ai giudici che li condannano. E questo mi fa incazzare. Il discredito che mi lanciano contro è di altra natura. Non dicono: "Saviano è un ricchione". No, dicono, si è arricchito. Quell’infame ci ha messo sulla bocca degli italiani, nel fuoco del governo e addirittura dell’esercito, ci ha messo davanti a queste fottute telecamere per soldi. Vuole soltanto diventare ricco: ecco perché quell’infame ha scritto il libro. E quest’argomento mette insieme la parte sana e quella malata di Casale. Mi mette contro anche i miei amici che mi dicono: bella vita la tua, hai fatto i soldi e noi invece tiriamo avanti con cinquecento euro al mese e poi dovremmo difenderti da chi ti odia e ti vuole morto? E perché, diccene la ragione? Prima ero ferito da questa follia, ora non più. Non mi sorprende più nulla. Mi sembra di aver capito che scaricando su di me tutti i veleni distruttivi, l’intera comunità può liberarsi della malattia che l’affligge, può continuare a pensare che quel male non ci sia o sia trascurabile; che tutto sommato sia sopportabile a confronto delle disgrazie provocate dal mio lavoro. Diventare il capro espiatorio dell’inciviltà e dell’impotenza dei Casalesi e di molti italiani del Mezzogiorno mi rende più obiettivo, più lucido da qualche tempo. Sono solo uno scrittore, mi dico, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle parole. Non è meraviglioso? Le parole sono sufficienti a disarmarli, a sconfiggerli, a vederli in ginocchio. E allora ben vengano le parole e che siano tante. Sia benedetto il mercato, se chiede altre parole, altri racconti, altre rappresentazioni dei Casalesi e delle mafie. Ogni nuovo libro che si pubblica e si vende sarà per loro una sconfitta. E’ il peso delle parole che ha messo in movimento le coscienze, la pubblica opinione, l’informazione. Negli anni novanta, la strage di immigrati a Pescopagano – ne ammazzarono cinque – finì in un titolo a una colonna nelle cronache nazionali dei giornali. Oggi, la strage dei ghanesi di Castelvolturno ha costretto il governo a un impegno paragonabile soltanto alla risposta a Cosa Nostra dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Non pensavo che potessimo giungere a questo. Non pensavo che un libro – soltanto un libro – potesse provocare questo terremoto. Subito dopo però penso che io devo rispettare, come rispetto me stesso, questa magia delle parole. Devo assecondarla, coltivarla, meritarmela questa forza. Perché è la mia vita. Perché credo che, soltanto scrivendo, la mia vita sia degna di essere vissuta. Ho sentito, per molto tempo, come un obbligo morale diventare un simbolo, accettare di essere al proscenio anche al di là della mia voglia. L’ho fatto e non ne sono pentito. Ho rifiutato due anni fa, come pure mi consigliavano, di andarmene a vivere a New York. Avrei potuto scrivere di altro, come ho intenzione di fare. Sono restato, ma per quanto tempo dovrò portare questa croce? Forse se avessi una famiglia, se avessi dei figli – come li hanno i miei "angeli custodi", ognuno di loro non ne ha meno di tre – avrei un altro equilibrio. Avrei un casa dove tornare, un affetto da difendere, una nostalgia. Non è così. Io ho soltanto le parole, oggi, a cui provvedere, di cui occuparmi. E voglio farlo, devo farlo. Come devo – lo so – ricostruire la mia vita lontano dalle ombre. Anche se non ho il coraggio di dirlo, ai carabinieri di Napoli che mi proteggono come un figlio, agli uomini che da anni si occupano della mia sicurezza. Non ho il cuore di dirglielo. Sai, nessuno di loro ha chiesto di andar via dopo quest’ultimo allarme, e questa loro ostinazione mi commuove. Mi hanno solo detto: "Robe’, tranquillo, ché non ci faremo fottere da quelli là"".

A chi appartiene la vita di Roberto? Soltanto a lui che può perderla? Il destino di Saviano – quale saranno da oggi i suoi giorni, quale sarà il luogo dove sceglierà, "per il momento", di scrivere per noi le sue parole necessarie – sono sempre di più un affare della democrazia italiana.
La sua vita disarmata – o armata soltanto di parole – è caduta in un’area d’indistinzione dove sembra non esserci alcuna tradizionale differenza tra la guerra e la pace, se la mafia può dichiarare guerra allo Stato e lo Stato per troppo tempo non ha saputo né cancellare quella violenza sugli uomini e le cose né ripristinare diritti essenziali. A cominciare dal più originario dei diritti democratici: il diritto alla parola. Se perde Saviano, perderemo irrimediabilmente tutti.

di GIUSEPPE D’AVANZO  – repubblica.it

Se non riusciamo a difendere uno scrittore che ha sacrificato la propria vita per i suoi ideali, se non riusciamo a fargli sentire il nostro affetto e la nostra gratitudine per quello che ha fatto ma lo circondiamo di diffidenza e odio, il nostro Paese è sconfitto. Mi scuso con Roberto Saviano per tutto questo anche se mi rendo conto che è ben poco. Se ha necessità di una casa, anche se non è a Napoli,  la mia è a sua disposizione per tutto il tempo che vorrà. Vorrei che le persone di questo Paese scrivessero a Roberto Saviano per fargli sentire che non è solo  e che tutti offrissero la propria casa.

Fenjus   

Contatto: info@robertosaviano.it

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