Posts tagged ‘Ndrangheta’

7 marzo 2012

Da Abelli a Zunino il sistema tangenti made in Pirellone

Dalla A di Giancarlo Abelli, l’uomo che custodisce i segreti della sanità pubblica e privata lombarda, alla Z di Luigi Zunino, ex immobiliarista e patron del gruppo Risanamento, condannato a 2 anni e 8 mesi nel processo per la tentata scalata Bpi ad Antoveneta e da ieri indagato per il presunto giro di tangenti che ruota attorno a Davide Boni: lettera B. Le Procure lombarde trasformano l’elenco degli uomini del Pirellone in un abbecedario di inquisiti, corruttori, maghi della mazzetta e amici degli amici. Alla lettera C c’è Angelo Ciocca, consigliere della Lega finito nell’indagine sulla ’ndrangheta in Lombardia. C’è poi Piero Daccò (lettera D), faccendiere targato Comunione e Liberazione, proprietario dello yacht su cui Roberto Formigoni si è lasciato immortalare durante le vacanze estive. Daccò è stato arrestato a novembre con l’accusa di essere stato il banchiere nero di don Luigi Verzé: avrebbe fatto sparire all’estero il fiume di soldi che ha provocato al San Raffaele un buco di un miliardo e mezzo di euro. “L’ospedale è un’eccellenza e per questo è stato premiato dalla Regione”, ha detto ieri in un’intervista a Libero Formigoni dicendosi all’oscuro della voragine di bilancio. Eppure, secondo il Corriere della Sera, il Governatore avrebbe risposto con una lettera a Don Verzé, che gli chiedeva fondi per risanare i conti, sostenendo di aver già fatto tanto. Come negarlo. Formigoni (lettera F), a prescindere dal suo coinvolgimento diretto nelle singole vicende, è al centro di una macchina da guerra che per ottenere voti distribuisce potere, cariche, appalti, generando soldi e affari. Il tutto ben lubrificato dalle solite vecchie valigette di contanti. É il sistema Lombardia: una Tangentopoli ben più raffinata di quella scoperta venti anni fa di cui garante massimo e punto di equilibrio è proprio il Governatore. Ogni volta che succede qualcosa lui fa la faccia livida, scuro in volto s’impettisce e garantisce di essere all’oscuro. “Le responsabilità penali sono di tipo personale. Chi ha commesso qualcosa di grave sarà giudicato dalla magistratura”, ha detto ieri commentando il caso Boni. Una versione quasimandata a memoria ormai, tanto la frequenza con cui è costretto a ripeterlo. Boni è il quarto (su cinque) dell’ufficio di presidenza a rimanere coinvolto in storie di mazzette e favori. Proseguendo in ordine alfabetico, e sorvolando su casi non legati alle tangenti (come Nicole Minetti, rinviata giudizio per favoreggiamento della prostituzione minorile nel caso Ruby), si arriva alla lettera G di Angelo Gianmario: ex sottosegretario, oggi consigliere del Pdl, è citato in una intercettazione tra boss della mafia in Lombardia che si preoccupavano di trovare soldi da consegnargli così da ricevere in cambio favori. Esattamente quello che, secondo gli inquirenti, faceva Franco Nicoli Cristiani (lettera N). L’ex assessore all’ambiente nonché componente dell’ufficio di presidenza, secondo i magistrati vendeva i permessi per le cave e la possibilità di buttare sotto i manti stradali lombardi montagne di rifiuti pericolosi. La lettera P avrebbe bisogno di una sotto categoria: ce ne sono tre. Filippo Penati, Massimo Ponzoni e Giancarlo Prosperini. Rispettivamente del Pd, Pdl e Lega. L’ex presidente della Provincia di Milano e segretario politico di Pier Luigi Bersani, è indagato dalla Procura di Monza per corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti. Adottando oltre al metodo della fondazione culturale anche il preliminare immobiliare con caparra a cui non segue il rogito. Stesso sistema adottato da Ponzoni. Recordman di preferenze, due volte assessore nella giunta Roberto Formigoni, nonché vicepresidente del Pirellone finito in manette lo scorso gennaio per bancarotta, concussione e finanziamento illecito ai partiti. Prosperini , invece, in manette c’era finito nel dicembre 2009: l’assessore si portava a casa dei bei soldi facendosi restituire dalle tv locali una percentuale dei budget della Regione per gli spot turistici. E il 21 luglio 2011 finisce ai domiciliari, questa volta il reato ipotizzato è corruzione ed evasione fiscale su appalti per la costruzione di stand fieristici in occasione della Borsa Internazionale del Turismo. Gli inquirenti avrebbero trovato prova di una tangente da 10 mila euro legata alla promozione di alcuni eventi della Valtellina. Con Prosperini indagati anche due ex collaboratori di Prosperini, il quale risulta indagato a piede libero anche in un altro troncone dell’inchiesta su un traffico di armi dall’Eritrea.

   C’è poi Monica Rizzi, consigliera della Lega Nord e “protettrice” del Trota Renzo Bossi, finita in una storia (ancora tutta da verificare) di finti dossier confezionati per la campagna elettorale. Anche il compagno di Rizzi, Alessandro Uggieri, è stato sfiorato da alcune indagini. Ma l’elenco sarebbe infinito se si considerano anche gli uomini del “secondo cerchio”. Ponzoni, ad esempio, ora è un appestato. Gli ex soci nella premiata ditta immobiliare il Pellicano finita in bancarotta – i colleghi assessori formigoniani Massimo Buscemi e Giorgio Pozzi, l’assessore provinciale Rosanna Gariboldi (arrestata nell’ottobre 2009 assieme al formigoniano re delle bonifiche Giuseppe Grossi) – gli hanno chiesto indietro i soldi investiti. Eppure lo festeggiavano come il golden boy della Brianza berlusconiana, quando portava valanghe di voti al partito.

di Davide Vecchi, IFQ

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7 febbraio 2012

Vita da ‘ndrangheta in Liguria

Un apicoltore, un blogger e una consigliera comunale. La lotta contro la ‘ndrangheta in Liguria la combattono persone così. Più delle istituzioni, almeno fino a poco tempo fa, quando finalmente sono cominciate le inchieste. Gente comune, che ha tutto da perdere. Uomini e donne lasciati spesso soli dallo Stato, ma anche dai concittadini. Marco, Christian, Donatella, tre vite a guardarsi le spalle, magari a girare con la scorta, a vivere come pariah in una Liguria a un passo dal baratro. Sta finendo il tempo in cui bastava senso civico, magari un po’ di coraggio per dire no. Tra poco ci vorranno gli eroi. La ‘ndrangheta ha il controllo del territorio. Basta camminare per le vie di Ventimiglia vecchia per rendersene conto. Intorno a te senti soltanto un dialetto: il calabrese. Chiedi ai passanti di parlarti della ‘ndrangheta e piombi in un libro di Scia-scia, con quelle frasi smozzicate, quei “non so”.    La comunità calabrese (che non significa automaticamente ‘ndrangheta, niente equazioni pericolose) controlla saldamente anche le sale della politica. Racconta Marco Ballestra, un apicoltore che da Internet è stato il vero oppositore dell’amministrazione di centrodestra appena sciolta per infiltrazioni mafiose: “Nella giunta di Gaetano Scullino (fedele di Scajola, Pdl), il sindaco, il vicesindaco , il presidente del consiglio comunale, il capo dell’opposizione, il city manager erano tutti di famiglia calabrese. Che non vuol dire malviventi, attenzione.

I CALABRESI qui sono arrivati per fare i floricoltori, sono gente che si spacca la schiena. Di parola. Tra loro c’è chi rischia la pelle per combattere la criminalità organizzata. Ma c’è anche chi vede la ‘ndrangheta come una sorta di patronato e un elemento di identità”, racconta Ballestra. Aggiunge: “Se siamo arrivati a questo punto è colpa anche di noi liguri che stiamo zitti. Di architetti e geometri, di imprenditori che fanno affari con i criminali. Di direttori di banca che spingono i debitori nelle mani degli strozzini” . Già, tanti a Ventimiglia sono stati zitti per decenni. Liquidavano la questione con quella frase sprezzante: “Cose da calabresi”. Eh no, ormai sono cose da liguri.    “Ho fatto solo quello che in un Paese normale farebbe un qualsiasi cittadino”, racconta Marco, 50 anni, apicoltore, blogger per passione, “Spulciavo le delibere del consiglio comunale, volevo filmare le sedute per metterle online, ho presentato esposti… per mettere i bastoni tra le ruote alla ‘ndrangheta basta un foglio di carta”. Poi, però, resti solo, ti becchi querele a raffica per aver denunciato con anni di anticipo quello che le inchieste scoprono adesso. Marco chiamava “Tano seduto” il sindaco Scullino; veniva minacciato, additato come un “matto”. Avrà un modo di fare irruente, ma aveva ragione.    “Io mi sono permessa di presentare un’interpellanza contro l’apertura di una sala giochi gestita dalla famiglia Pellegrino”, racconta Donatella Albano, presidente provinciale del Pd e consigliera comunale di Bordighera (altro comune di centrodestra sciolto per ‘ndrangheta). Risultato: “Un giorno nella posta mi arrivò una fetta di limone, credevo in uno scherzo. Poi ecco un’immaginetta bruciata di Sant’Arcangelo…”. Intanto diversi membri della famiglia Pellegrino finiscono in galera. E cominciano le telefonate: “Ti ricordiamo che hai dei figli”. Donatella, ferma, risponde: “Anche voi li avete”. Da allora vive sotto protezione. Intanto i processi vanno avanti, ma alcuni naufragano perché i testimoni d’accusa cambiano versione. Succede nella Liguria dove è nata la Resistenza ai tedeschi, che però sta cedendo alla ‘ndrangheta.    Christian Abbondanza ha 37 anni e vive a Genova, è presidente della Casa della Legalità e blogger (nel silenzio di molti giornali le voci scomode arrivano da Internet). Con la barba lunga, i vestiti neri sembra una specie di sacerdote. Passa le giornate avvolto nel fumo delle sigarette, tra manifestazioni, incontri pubblici e montagne di fascicoli di inchieste da spulciare. Il suo sito ( http://www.casadellalega  lita.org  ) è una banca dati unica sulla criminalità organizzata in Liguria e nel resto d’Italia. “Da anni denunciamo le infiltrazioni mafiose. Da un nostro esposto è partito il procedimento che ha portato allo scioglimento di Ventimiglia”. Ma come è stato accolto il vostro lavoro? “Silenzio. I partiti, tutti, dal centrodestra al centrosinistra, ci hanno denigrato e calunniato”. Christian non ha fatto sconti a nessuno. Rischia grosso, ma la pratica per valutare se dargli una scorta è in discussione da mesi. Alla manifestazione per dimostrargli solidarietà di politici se n’è visto uno.

INTANTO Giacomo Chiappori, sindaco di Diano Marina, deputato leghista e vicepresidente della Commissione Difesa (un fedele di Bossi) nomina presidente della società controllata dal Comune un ex assessore (centrodestra) citato nel dossier della Prefettura per la Commissione Antimafia. Si parla di “soggetti riconducibili a organizzazioni di stampo mafioso”. Si legge anche il nome di Domenico Surace, non indagato ma forse non nella condizione ideale per un incarico pubblico. Chi ha sollevato il caso? Christian Abbondanza.

di Ferruccio Sansa, IFQ

Qui sopra il Comune di Ventimiglia sciolto per infiltrazioni mafiose.

19 luglio 2011

Eugenio Minasso: Il deputato in posa con gli uomini d’onore

Clic, clic. Fotografie del 2005 riemerse quando in Liguria è stato sciolto il Comune di Bordighera per infiltrazioni della ‘ndrangheta. Ecco gli scatti: Eugenio Minasso, deputato e vice-coordinatore regionale Pdl, festeggia l’elezione con un membro della famiglia Pellegrino (coinvolta nell’inchiesta di Bordighera). Insieme con loro Giovanni Ingrasciotta che, secondo gli investigatori, non rinnega passate frequentazioni con Matteo Messina Denaro.

Minasso è una delle figure emergenti del Pdl, area ex An. Minasso è vicepresidente della Fondazione delle Libertà. Con lui Altero Matteoli, presidente e poi l’onorevole Marco Martinelli, Erasmo Cinque (uomo che lanciò Fini alle elezioni di Roma nel 1993 e che non ha mai negato le sue simpatie per la destra), Giovanni Battista Papello (legato a Gasparri), Roberto Serrentino e il senatore Andrea Fluttero. Nomi noti, alcuni non soltanto alle cronache politiche ed economiche.    Minasso era convinto che quelle fotografie fossero definitivamente archiviate. Invece, a quanto risulta al Fatto da fonti qualificate, gli investigatori stanno approfondendo la natura dei legami tra il parlamentare, Pellegrino e Ingrasciotta. Lui, Minasso, racconta: “Gira voce da giorni che i magistrati vogliano chiedere il mio arresto. Ma alla Camera non è arrivato niente”. E le foto? “Quella con Pellegrino è casuale. Era una festa con centinaia di persone. Mica potevo chiedere a tutti il certificato penale, dal 2005 non l’ho mai rivisto. I suoi guai sono arrivati cinque anni dopo. Io faccio il parlamentare, mica il mago”. E Ingrasciotta? “È stato scagionato dalle accuse. L’ho visto al massimo un paio di volte, e sempre in mezzo a centinaia di persone”.

L’INTERESSE degli investigatori però era già emerso dalla relazione dei carabinieri di Imperia che ha portato allo scioglimento del Comune di Bordighera: “Ingrasciotta Giovanni è persona già a suo tempo sfuggita miracolosamente a un agguato di mafia e dichiaratamente vicino al noto lati-tante Matteo Messina Denaro”.    E poi c’è la famiglia Pellegrino. Per capire la situazione bisogna leggere gli atti dell’inchiesta di Bordighera. I pm di Sanremo partono dallo sfogo di Marco Sferrazza, l’assessore al Turismo: “Dopo aver espresso in giunta la sua contrarietà all’apertura della sala giochi, Sferrazza aveva ricevuto a casa la visita di Giovanni Pellegrino e Francesco Barilaro (anch’egli pregiudicato e noto a questo ufficio) che, pur senza esplicite minacce, gli avevano chiesto conto di quel suo atteggiamento contrario”. Sferrazza da quel giorno dichiara “di dormire con la pistola sotto il cuscino”.    Ma la famiglia Pellegrino era nota da anni per i suoi modi. Nel 2009 i poliziotti chiamati ad arrestare Roberto Pellegrino furono accolti con botte e minacce: “Ti scanno, so dove abiti, ti vengo a prendere quando voglio”. Il fratello Giovanni, tanto per chiarire chi comandava, chiamò lo zio dell’agente e gli disse che “se qualcuno avesse toccato suo fratello Roberto avrebbe sparato al nipote e gli avrebbe staccato la testa”.    Ecco il clima a Bordighera.

I CARABINIERI sottolineano l’affiliazione dei locali dove si esercitava la prostituzione ad associazioni sportive che tra i dirigenti contavano uomini del Pdl e del Comune di Bordighera: “Le indagini della Procura di Sanremo hanno documentato un’attività di meretricio all’interno del Night Arcobaleno… il locale risulta affiliato all’Asi (Alleanza Sportiva Italiana)”.    Ma adesso, dopo le inchieste delle Procure di Sanremo, Imperia, Savona, Torino e perfino Milano, che hanno fatto scoprire la Liguria terra di mafia, gli investigatori vogliono scoprire se i mafiosi hanno legami con imprenditori e politici.    E Minasso non è l’unico inciampato in episodi un po’ imbarazzanti. La Casa della Legalità ha messo online foto scomode. Ecco le immagini della festa calabrese (febbraio 2010) sponsorizzata da enti locali genovesi. Tra gli ospiti Domenico Gangemi, poi arrestato, che parla con Aldo Praticò (consigliere comunale Pdl a Genova). Le foto della Casa della Legalità non risparmiano il centrosinistra: Cinzia Damonte, candidata in Regione dell’Idv ed ex assessore di Arenzano, è ritratta a una cena elettorale della comunità calabrese con Onofrio Garcea, pregiudicato, per la Finanza “ben inserito negli ambienti della criminalità organizzata”. Damonte giura: “Non sapevo”. Altro scatto: settembre 2005, si inaugura una scavatrice da milioni. Proprietaria una società riconducibile alla famiglia calabrese dei Mamone, fortissima in Liguria nelle bonifiche. Il numero uno era Gino Mamone (oggi è la moglie), poi indagato per corruzione e turbativa d’asta (mai per mafia: i legali sostengono che la famiglia Mamone non è la stessa citata dalla Dda). In prima fila, accanto a Mamone, Romolo Benvenuto (poi responsabile Ambiente della Margherita e membro della commissione d’inchiesta sui rifiuti) e uno stuolo di assessori, sindacalisti Cgil e uomini di fiducia di Claudio Burlando. La stessa ditta, titolare di appalti pubblici, ha sponsorizzato incontri dell’associazione di Burlando, il Maestrale.

di Ferruccio Sansa, IFQ

20 aprile 2011

Le mani su Milano: Un’informativa dei Carabinieri svela i rapporti tra politica e ‘ndrangheta, tra affari ed elezioni

Edilizia, sanità pubblica, locali notturni, gioco d’azzardo. Ma soprattutto politica: consiglieri comunali, assessori, deputati, ministri. Nomi e cognomi minuziosamente annotati sulle agendine dei boss calabresi che sotto la Madonnina fanno affari, corrompono e spostano pacchetti di voti. Le ultime indagini milanesi sulle cosche tengono dentro tutto. E raccontano di tutto. Ad esempio di una presenza mafiosa polverizzata sul territorio. Perfetta dimostrazione di come oggi in Lombardia i padrini abbiano le entrature giuste e contatti importanti da spendere sul tavolo della trattativa politico-imprenditoriale . È la ‘ndrangheta che nella regione più ricca d’Italia diventa partito e influenza qualsiasi gara elettorale: dalle semplici amministrative di paese fino alle elezioni politiche. Questa storia, che gli investigatori per tre anni hanno tentato di verificare, parte proprio da qui. Dagli ultimi mesi che precedono le consultazioni nazionali del 2008.    A raccontarla sono alcune informative, che il Fatto Quotidiano ha potuto leggere, basate su fonti confidenziali ritenute attendibili dai detective della Squadra Mobile. I protagonisti assoluti di questi documenti che, è bene ricordarlo, non hanno valore di prova, ma mostrano quali livelli si rischiano di toccare a Milano durante le inchieste sulla mafia calabrese, sono due: il giovane presunto boss Salvatore Barbaro, legato alla potente cosca Papalia e l’attuale ministro della Difesa, Ignazio La Russa.    Prima di scrivere questa storia il Fatto ha contattato il ministro della Difesa per dargli la possibilità di replicare. La Russa ci ha detto: “Si tratta d’informative del 2008 che in tre anni non hanno portato a nessun risultato. E nemmeno avrebbero potuto farlo perché le persone che sono citate non le conosco . Sono deciso a tutelarmi con ogni mezzo”.    E allora, per capire cosa raccontano le carte della Polizia, torniamo a tre anni fa, alle convulse settimane che precedono le elezioni politiche. A Milano sul tavolo c’è la sfida decisiva per Expo 2015. In Comune non tutti sono convinti di spuntarla su Smirne. Dubbi e paura vengono spazzati via la sera del 31 marzo. Sotto la Tour Eiffel, Letizia Moratti incassa la sospirata vittoria. All’ombra del Duomo, però, si giocano anche altre partite. Come rivelano oggi le indagini 17 boss, liberi e potenti, si stanno spartendo la Lombardia. Sono pezzi da novanta dei più importanti clan calabresi: padrini vecchio stile, ma anche giovani ambiziosi. E Salvatore Barbaro è uno di questi. Tutti hanno una priorità: le urne.    Mafia, politica, affari. Il copione è noto. Un po’ meno interpreti e location. Vediamoli. Il 10 aprile 2008 è una giornata speciale per una parte della città. Comizi, dibattiti, polemiche sono terminati. È tempo di festeggiare. Al Lime Light di via Castelbarco 3, storica discoteca milanese in zona Navigli, da ore fervono i preparativi. Nella grande sala campeggiano drappi, bandiere e tutto il merchandising del Popolo della libertà. Il sottofondo musicale rimanda ossessivamente l’inno azzurro (Meno male che Silvio c’è). Un uomo, si legge nei documenti della Mobile, attende all’ingresso. Si chiama Marco Clemente ed è socio di maggioranza del locale. Politicamente è vicino a La Russa.    Il voto del 2008:    si brinda alla vittoria

È NATO a Roma, ma gli affari li ha sempre fatti sotto la Madonnina. Diviso tra attività immobiliari e parcheggi, può vantare una carica da consigliere in Fiera Milano Congressi. Questa è anche la sua serata.    Quella in cui il Pdl brinda alla fine della campagna elettorale.    L’appuntamento è fissato per le20.Allaspicciolataarrivano tutte le stelle del partito. Per ultimofailsuoingressoanche l’onorevole Silvio Berlusconi che già annusa la vittoria politica.    La svolta del predellino di San Babila (novembre 2007) ha ingrossato i ranghi del suo movimento. Alleanza nazionale ha sciolto le fila. La Lega Nord veleggia nei sondaggi. E il Cavaliere sa che il 13 aprile nelle urne non ci sarà partita.    In questa tiepida serata milanese, così, sono in molti a sorridere. Lo fa anche Ignazio La Russa mentre attraversa la sala. È soddisfatto. Come il Cavaliere,sadiaverelavittoriain tasca. E ha ragione.    Le urne consegnano a Berlusconi 276 seggi a Montecitorio e 146 a Palazzo Madama. Il cappotto è servito. Il giorno dopo la grande festa del Lime Light viene redatta un’informativa. È la prima. Poco più di una pagina, cui ne seguirà un’altra il 19 maggio. Con il burocratico linguaggio della Polizia gli investigatori riportano cosa a loro detto la fonte confidenziale: “Il deputato Ignazio La Russa, attraverso un suo diretto familiare e tale Clemente, socio di una nota discoteca sita in zona Porta Ticinese, avrebbe fatto contattare Salvatore Barbaro al quale i due avrebbero chiesto un intervento della sua famiglia su tutta la comunità calabrese presente in provincia di Milano al fine di far votare alle prossime consultazioni elettorali la lista del Popolo della libertà”.    Fatta la richiesta, la palla passa al giovane e rispettato boss, imparentato con Rocco Papalia, uno dei capi storici della ‘ndrangheta in Lombardia.    Seguiamo, allora, il filo del documento.    “Salvatore Barbaro si sarebbe impegnato attivamente con il massimo interessamento su tutta la comunità calabrese garantendo” che “i voti sarebbero andati sicuramente alla lista del Popolo delle libertà”.    La partita è decisiva.    Sul tavolo, però, il futuro ministro della Difesa cosa può mettere? La fonte, che la Mobile ha utilizzato per anni in molteindaginisuisequestridi persona, sostiene che dietro il presunto accordo ci siano gli affari: “In cambio il familiare di La Russa avrebbe garantito a Barbaro che dal 2009 in poi ci saranno numerosi appalti da assegnare e se le elezioni dovessero essere vinte dal Pdl i lavori più consistenti li commissionerebbero a una società pulita e di copertura che a sua volta li subappalterebbe a lui e ad altri calabresi”.    Dopodiché il progetto viene squadernato: “Chi di dovere farà in modo che l’azienda conceda in subappalto una buona parte dei lavori alla ditta di Salvatore Barbaro e a qualche altro suo compaesano che lui stesso indicherà attraverso loro prestanomi”.    Ilcontratto,sullacarta,èsiglato. Ma se davvero esiste, gli investigatori non sono stati in grado di dimostrarlo.    Appalti, promesse    e prestanome

DALL’INDAGINE Infinito, che il 13 luglio scorso ha portato in carcere 156 affiliati alla ‘ndrangheta padana, salta però fuori uno strano episodio. Una storia che riguarda uno dei presunti intermediari tra La Russa e Salvatore Barbaro: Marco Clemente, cioè la persona che il 10 aprile, secondo la fonte della Mobile, attende gli ospiti all’ingresso del Lime Light. Questa volta a scrivere di lui sono i Carabinieri di Monza. I militari spiegano di averlo intercettato mentre parla per telefono con Loris Grancini, un campione di poker considerato vicino a Cosa Nostra, che nel novembre del 2008 si muoveva “per tentare di far ottenere dei benefici carcerari a Giovanni Lamarmore”, il padre del capo della locale di Limbiate, un paese dell’hinterland di Milano.    Nelle telefonate, annotano gli investigatori, i due dicono che “sfruttando conoscenze di personaggi politici che gravitano nell’area di Alleanza nazionale hanno fatto recapitare una lettera al direttoredel carcere di San Giminiano… Lamarmore è rimasto contento per questo intervento e vuole sdebitarsi scrivendo una lettera a Marco Clemente”.    Clemente, che nel 2009 sarà poi intercettato mentre partecipa a un incontro con uno dei luogotenenti (arrestati) della cosca di Pepè Flachi, non è indagato.    E così oggi è candidato alle prossime amministrative di Milano, naturalmente con casacca azzurra Pdl.    Non hanno trovato riscontri nemmeno la seconda parte delle dichiarazioni della fonte della squadra mobile che, stando a un’altra informativa, ha pure parlato di un summit avvenuto dopo le politiche del 2008.    La famiglia Papalia    e il rampollo

UN PRESUNTO appuntamento in un ristorante milanese tra Clemente, Salvatore Barbaro e il pezzo da novanta Domenico Papalia.    Classe ’84, il ragazzo è figlio del superboss ergastolano Antonio Papalia. Oggi si trova incarcere,maperoltredodici mesi (dal 3 novembre 2009 al 25 gennaio 2011), il piccolo principe delle cosche è stato latitante.    Condannato a sei anni per mafia, gli investigatori lo ritengono il nuovo referente della ‘ndrangheta in Lombardia. I due giovani delfini del clan chiedono “informazioni sugli appalti promessi prima delle elezioni in cambio di un sostegno elettorale”. È vero? È falso? Anche questo non è stato possibile stabilirlo.    Certo è, però, che nella primavera del 2009, durante la campagna per le elezioni europee, gli uomini legati ai colletti bianchi dei clan si muovo davvero per La Russa. E a dirlo non sono gli informatori, ma le intercettazioni.    Il31maggioaltelefonoc’èMichele Iannuzzi, ex consigliere comunale del Pdl a Trezzano sul Naviglio, trasformatosi in procacciatore d’affari per conto dell’immobiliare Kreiamo, società che gli investigatori milanesi definiscono la lavanderia della cosca Papalia. Iannuzzi, condannato in primo grado nel 2010 per corruzione, tuona: “Tu devi votare Ignazio. (La Russa, ndr). Non facciamo cagate, quello sarà il nostro futuro!”.

di Davide Milosa, IFQ

5 aprile 2011

L’ex tesoriere del Pdl lombardo, già avvocato di Ruby, chiama l’uomo delle ‘ndrine. Obiettivo: appoggi politici

Quindici maggio 2009: il cellulare di Paolo Martino inizia a squillare molto presto. Venti minuti dopo le otto, e il presunto boss della ‘ndrangheta, arrestato il 14 marzo scorso per associazione mafiosa, già passeggia nel salotto della sua casa di corso XXII Marzo a Milano. Da mesi ha il telefono sotto controllo. I carabinieri del Ros, infatti, lo considerano il principale referente delle cosche reggine in riva al Naviglio. Condannato a 9 anni per omicidio, col tempo Martino ha fatto carriera. Prima sicario. Poi trafficante. Quindi latitante. E ora, secondo i pm, top manager della mafia più influente del mondo. Dall’altra parte della cornetta c’è, invece, un avvocato milanese. Già nella segreteria regionale del Pdl, ex tesoriere del partito in Lombardia , Luca Giuliante è stato il primo legale di Ruby. Lui le ha fatto da tutor nei mesi successivi alla notte in questura del 27 maggio 2010.

I fondi per l’elezione di Podestà

IN QUELLA mattina di maggio, però, Karima El Mahroug non c’è ancora e Giuliante parla d’altro. L’uomo delle cosche ascolta. Gli investigatori del Ros registrano. Sono carabinieri esperti, abituati a seguire i discorsi a singhiozzo delle intercettazioni. Poi ecco le parole che non ti aspetti. In sequenza l’avvocato snocciola il nome dell’ad di Impregilo e presidente di Bpm Massimo Ponzellini, già assistente personale di Romano Prodi, quindi quello di Berlusconi. L’obiettivo è fare incontrare il banchiere, che piace alla Lega, con l’uomo dei clan. L’occasione, racconta l’avvocato nella telefonata depositata agli atti dell’indagine Caposaldo, sarà una raccolta fondi per la campagna elettorale di Guido Podestà programmata per il 18 maggio. Il tutto officiato nelle sale settecentesche di villa Gernetto a Lesmo, acquistatadalpremierdopoildivorzio con Veronica Lario. Dice Giuliante:“Siccometumiavevichiesto se era possibile creare delle condizioni per conoscerlo, forse questa è la volta buona”. All’appuntamento, riservatissimo, ci sarà anche il Cavaliere. E oltre a lui, il gotha della finanza lombarda: dall’imprenditrice Diana Bracco (già nel Cda della società che gestirà l’Expo) al presidente di Assimpredil Claudio De Albertis. Tutti iscritti nella lista dei sessanta, selezionatissimi, ospiti. Insomma, l’invito è di quelli da non perdere, soprattutto per uno come Martino che sotto la Madonnina ci arriva in cerca di appoggi da spendere sui tavoli dei maxi-appalti lombardi. Anche per questo Giuliante mostra toni entusiasti. Con Martino si conoscono dal marzo 2009. Hanno confidenza. E poi in comune vantano amicizie di peso come quella con Lele Mora. “È stato proprio Mora – racconta Giuliante al Fatto – a presentarmi personalmente Martino”. Il manager della ‘ndrangheta, infatti, entra in contatto con l’imprenditore dei vip amico del Cavaliere grazie a Stefano Trabucco, uno dei tanti factotum di Mora. Giuliante, invece, il Lele lo conosce da tempo. Per amicizia e per lavoro. È, infatti, il suo avvocato per la bancarotta della LG Management e ora lo difende anche nel processo sulle cene di Arcore. Nel 2009, però, i bunga bunga di villa San Martino non c’entrano. Qui si parla di mafia e affari. Politicamente, poi, Giuliante , che non risulta indagato, sta con il Pdl. Nel 2010, ha difeso il listino di Formigoni nell’affare delle firme false per le regionali. Nel2009,invece,èacapodelcomitato elettorale di Podestà che da lì a poche settimane diventerà il nuovo presidente della Provincia. E del resto, con il futuro inquilino di Palazzo Isimbardi, l’avvocato milanese condivide anche certi affari nel settore immobiliare. A Martino, invece, la politica interessa il giusto. Quello che vale è il business. Certo, il suo curriculum un po’ impressiona. Perché, oltre a quell’omicidio compiuto a 16 anni, sul tavolo può mettere parentele di peso, come quella con Paolino De Stefano, capo dei capi della mafia calabrese.    Nel 2009, dunque, il padrino va alla grande. In città gira a bordo di un suv bianco. Mentre sulla sua agenda sono segnati nomi di primo piano. C’è Vito Cardinale, uno dei proprietari della discoteca Hollywood, per anni covo prediletto di Mora. C’è il messinese Natale Sartori, già socio in affari con le figlie di Vittorio Mangano e amico del senatore Marcello Dell’Utri. C’è la cosca Flachi con la quale tratta l’ingresso nella Tnt e partecipa, il 14 maggio 2009, all’apertura del nuovo hub di Linate, alla cui inaugurazione ci sarà anche il sottosegretario alla presidenza di Regione Lombardia Angelo Giammario. L’attività di Martino è vorticosa.    Il fedelissimo di La Russa

E COSÌ lo ritroviamo vicino a piazza San Babila mentre presenta l’imprenditore calabrese Fabio Mucciola a un fedelissimo del ministro La Russa. Si tratta di Pasquale Guaglianone, ex terrorista nero, oggi nel cda di Ferrovie Nord. Insomma, annota il Ros, “Martino si muove in una sfera amplissima di conoscenze”.    La telefonata con Giuliante aggiunge particolari alla scena. Riguardo all’appuntamento del 18 maggio l’avvocato “informa Martino, che in qualità di presidente del comitato elettorale di Podestà, ha organizzato una cena a Lesmo, presso una villa del presidente del Consiglio con quota di partecipazione di 25 mila euro”. Tra gli ospiti ci sarà anche il padrone di casa. L’avvocato insiste: Martino ci deve essere “perché – si legge nell’informativa del Ros – a dire di Giuliante, tale occasione sarebbe favorevole per relazionarsi con l’addi Impregilo , ufficialmente invitato alla cena”. Un’opportunità d’oro per il referente della ‘ndrangheta sotto la Madonnina che, però, alla fine declinerà l’invito. “Martino – chiosa Giuliante – non mi disse né sì né no. Ma alla fine non è venuto. E la cosa mi è dispiaciuta. Di lui conservo il ricordo di una persona garbata e simpatica”. La cena, invece, si farà. Mattatore della serata, naturalmente, il Cavaliere che, dopo aver magnificato le doti di Podestà (“Lui fa i fatti e non le parole”), a fine serata, omaggia gli ospiti con una interpretazione tutta personale di Malafemmena.

di Davide Milosa, IFQ

10 marzo 2011

La Lombardia è cosa loro

Colonizzazione. E’ questo il termine che la Direzione Nazionale Antimafia usa nella sua Relazione annuale (resa nota nella giornata di ieri) per lanciare l’allarme sull’ avanzata della ‘ndrangheta in Lombardia. Colonizzazione. E’ lo stesso termine che, tra rimozioni ed esortazioni a una “maggiore complessità” dell’analisi, il sottoscritto usa con convinzione da tempo quando parla del caso lombardo. Qualcosa che va ben oltre quei rapporti tra politica e ‘ndrangheta denunciati da Saviano, e la cui evocazione irritò il ministro Maroni. Qualcosa che indica processi più ampi e profondi, che certo si rovesciano poi nella sfera politica, traendone ulteriore forza e linfa.

COLONIZZAZIONE significa che i singoli paesi della Calabria trasformano progressivamente in “cosa loro” i comuni della Lombardia (sono ormai centoventi quelli in cui sono stati confiscati beni delle organizzazioni mafiose), spartendoseli scientificamente. Qui tocca a Platì, lì a Cirò Marina, qui ad Africo, lì a Melito Porto Salvo. In ogni comune in via di colonizzazione la “potenza colonizzatrice” chiama il proprio popolo. Arrivano gruppi di imprese, si inseriscono in un tessuto sociale nutrito dall’ emigrazione, suscitano ulteriori movimenti demografici chiamando imprese più piccole o manodopera fidata; sulla scia brulicano locali, pizzerie, bar, utilissimi per esercitare il controllo del territorio. Colonizzazione significa la morte del mercato in alcuni settori portanti dell’economia, a partire da quelli dell’edilizia e dei lavori pubblici. Perno di tutto   , il movimento terra, attività da sempre e per antonomasia mafiosa e per combinazione (proprio lei!) esente dalla richiesta del certificato antimafia. Colonizzazione significa che gli imprenditori lombardi   fanno fatica a competere con chi ha abbondanti liquidità a costo zero e pratica metodi “persuasivi” particolarmente efficaci; e che finiscono per accettare la signoria degli invasori, suggellata sempre più frequentemente da buoni e visibili rapporti di questi ultimi con esponenti della politica e dell’amministrazione. Già, perché la ‘ndrangheta sa come fare per andare alla conquista politica delle metropoli. Parte dai paesi dell’hinterland milanese, dalla Brianza, dalla provincia meno rumorosa. Lì riesce a lavorare meglio. Lì l’imprenditore o il commerciante si sentono più soli, lì la protezione delle forze   dell’ordine è minore, molte volte non c’è nemmeno un comando dei Carabinieri; e, dove c’è, un nucleo di dieci-quindici militari si trova spesso a dovere fronteggiare clan di un centinaio di persone. In provincia i fatti non creano clamore nemmeno quando c’è l’omicidio, figurarsi un’auto o una tabaccheria che si incendiano o una ruspa o una discoteca che saltano. Silenzio stampa, invisibilità garantite. Nei comuni minori si riescono a inserire con più facilità i propri esponenti. In molti consigli si viene eletti con alcune decine di voti, vista la sciagurata tendenza dei cittadini onesti a non dare il voto di preferenza.   La ‘ndrangheta mobilita militarmente le sue parentele e quei voti per lei sono uno scherzo, la sua gente la preferenza la dà, eccome. Per questo a volte i suoi consiglieri risultano i più votati e vanno subito per diritto politico a fare gli assessori o i presidenti dei consigli comunali.   Da lì poi, dalla periferia ben presidiata, la ‘ndrangheta accerchia e stringe d’assedio la metropoli. Così nel consiglio comunale di Milano sono oggi ben otto su sessanta i civici rappresentanti finiti in forme più o meno pesanti (benché non indagati) nelle inchieste di ‘ndrangheta.

E CHISSÀ se questo ha pesato sulla lotta senza quartiere condotta a Palazzo Marino contro la nascita della commissione antimafia. Colonizzazione significa avere dall’interno delle filiali di banca informazioni sulle imprese in sofferenza da andare a usurare e poi a comprare. Significa   avere dall’interno di un corpo di polizia locale informazioni sulle targhe civili degli investigatori. Significa diventare fornitori di servizi illegali per una borghesia sgomitante: prestiti, licenze, appalti, smaltimento dei rifiuti, intimidazioni contro sindacalisti riottosi. E naturalmente cocaina. Né va trascurata la dimensione spirituale. Ad esempio lo sbarco in un comune lombardo del santo protettore della madrepatria, travestito da gemellaggio culturale-religioso grazie alla grulleria di qualche amministratore. Colonizzazione significa omertà, mutamento antropologico; assuefazione -nei comuni conquistati- al silenzio, alla paura, fino alla negazione dell’esistenza stessa delle cosche. Significa avere amministratori e politici che parlano come i sindaci siciliani degli anni Ottanta: la mafia non c’è, vergogna a buttare quel marchio addosso a popolazioni   oneste e laboriose. Colonizzazione significa la ‘ndrangheta che va all’assalto della sua passione calabrese, quella che produsse la morte di Francesco Fortugno: la sanità, l’eldorado che la Regione Lombardia sembra volerle mettere a disposizione. No davvero che non è solo un rapporto tra clan e politica. Magari…

di Nando Dalla Chiesa – IFQ

3 marzo 2011

Cl, affari con la ‘ndrangheta

L’indagine sui clan calabresi nel nord Italia svela gli impressionanti legami tra la macchina di potere di Comunione e Liberazione e la malavita organizzata. Dalla sanità fino ai cantieri edili.

C’è il revisore dei conti della fiera di Milano che “divide i soldi in nero” con il capo della ‘ndrangheta. Il direttore sanitario arrestato per mafia che svende appalti in cambio di “un sacco di voti” per un parlamentare “legato a doppio filo a Formigoni”. C’è il nuovo manager degli ospedali lombardi che è tanto amico dei boss calabresi da farsi definire “il nostro collaboratore”. C’è il vicepresidente del consiglio regionale, già indagato per bancarotta e corruzione, che si vede inserire dai giudici nel “capitale sociale della ‘ndrangheta”. E poi ci sono gli imprenditori mafiosi, che continuano ad avvelenare terre e acque della Lombardia. Mentre la politica reagisce vietando ai tecnici regionali di aiutare le inchieste della magistratura.

Gli atti d’accusa della direzione antimafia di Milano svelano il lato oscuro di Comunione e liberazione. Alla base di Cl c’è un movimento forte di migliaia di persone oneste, laboriose, profondamente cattoliche. Al vertice però, attorno a Roberto Formigoni, governatore-padrone della Lombardia dal 1995, si è creata una macchina di potere con agganci spaventosi. A documentarli è la requisitoria dei pm (3.286 pagine, in gran parte inedite) che nel luglio 2010 ha portato in carcere più di 300 imputati di mafia. Tra tanti reati, i giudici delle indagini hanno ritenuto provati molti fatti al limite della legalità: relazioni di “contiguità e vicinanza”, che non raggiungono gli estremi della complicità penale, ma consentono ai capimafia di “beneficiare di rapporti continuativi con altri poteri, economici e politici”.

Il campionario delle contiguità si apre con la Fondazione che controlla il gruppo Fiera di Milano, storicamente il primo feudo ciellino. Sulla poltrona di presidente del collegio sindacale, che è l’unico organo di controllo interno, siede un commercialista di Palmi, Pietro Pilello. Già intercettato nel 2007 mentre aiutava Berlusconi a reclutare parlamentari per far cadere Prodi, il revisore calabrese è tornato alla ribalta quando si è scoperto che nel 2009 organizzava “cene elettorali con i boss” a favore di Guido Podestà, il presidente della Provincia di Milano. Ora “l’Espresso” può svelare come è nato il suo rapporto con un capomafia del calibro di Pino Neri, un avvocato massone nominato “reggente” delle cosche lombarde direttamente dalla cupola calabrese, per chiudere una guerra di mafia esplosa nel 2008. Tra Neri e Pilello, secondo i magistrati, c’era un patto occulto: “Una compartecipazione ufficiosa alle cause civili, di cui si dividevano i guadagni in nero”. Il problema è che “compare Pino” era uscito dal carcere nel 2007, dopo una condanna definitiva a 13 anni per un colossale traffico di droga, per cui non poteva più comparire come avvocato. Di qui l’accordo tra i due fiscalisti che hanno fatto fortuna al Nord: le parcelle vengono “intestate allo studio di Pilello, presenziato da suo figlio”, ma “il boss Neri incassa il 50 per cento”. Il capomafia intercettato si lamenta perfino che Pilello gli avrebbe “fottuto soldi in nero” e “rubato clienti”, citando “una pratica da un milione di euro” per un centro commerciale. Ora Neri è in cella, mentre Pilello continua a collezionare poltrone, mettendo d’accordo formigoniani e berlusconiani: è revisore dei conti di 28 società, tra cui Finlombarda, Mm, Asm Pavia e Raiway.

Queste e altre rivelazioni dei boss sono state registrate dalle microspie nascoste dai carabinieri sull’auto di Carlo Antonio Chiriaco, un super manager della sanità lombarda arrestato come “mafioso da più di vent’anni”. Rievocando estorsioni, riciclaggi nell’edilizia e tentati omicidi, lo stesso Chiriaco si è autodefinito “fondatore della ‘ndrangheta a Pavia”. Nel 2008, dopo vent’anni di promozioni, la giunta Formigoni lo ha nominato direttore sanitario dell’Asl di Pavia, una delle più importanti d’Italia, con 780 milioni di fatturato. Qui Chiriaco, concludono i giudici, ha “costantemente operato nell’interesse della ‘ndrangheta”. “Questo è il centro di potere più grosso della provincia”, spiegava lui ai boss, “perché da noi dipendono tutti gli ospedali, i medici, i cantieri, la veterinaria… Siamo noi che diamo i soldi e noi che controlliamo… Ho una squadra che funziona che è una meraviglia”. E Neri confermava: “Ha tutta la provincia sotto di lui, ci fa centomila favori… Lui è molto vicino a me, da anni siamo tutt’uno”.

di Paolo Biondani – L’Espresso


24 febbraio 2011

Trivulzio, cosche calabresi sugli appalti dell’ente

Gli affitti prima, le compravendite poi. E ora anche gli appalti pubblici. Lo scandalo che ha travolto i vertici del Pio Albergo Trivulzio (Pat) annuncia un decisivo salto di qualità. Sì perché ora la partita si sposta su un terreno molto più franoso. Qui opacità e silenzio alimentano sospetti che agganciano pericolosi rapporti con la criminalità organizzata. Il dato chiude il cortocircuito di un ente che per fare cassa svende il proprio patrimonio e reinveste nella ristrutturazione attraverso appalti poco trasparenti. Il tutto senza dimenticare i nomi dei soliti noti che hanno acquistato gli immobili della Baggina. Ultimo in ordine di arrivo Marco Giovanni Petrelli, ex consigliere del cda del Pat, che nel 2005 acquista un appartamento in via dei Togni 20 per 430 mila euro. Nel frattempo oggi il direttore generale Nitti è atteso in Comune davanti alla commissione Casa e Demanio.

LA LISTA degli appalti, invece, svela la grande vicinanza di Silvio Berlusconi al Trivulzio. Nel 2009, il presidente del Consiglio dona 500 mila euro. Il denaro serve per ristrutturare un reparto per la degenza allora chiamato Santa Caterina e oggi intitolato alla madre del Cavaliere. Nello stesso anno un’impresa inizia e finisce quei lavori di ristrutturazione. Si tratta di una società che lavora spesso al Pat. Da qui la domanda del consigliere comunale della Lista Fo, Basilio Rizzo. Un semplice quesito volto a capire in che modo è stato assegnato quell’appalto, perché   rimane forte il sospetto di una chiamata diretta del tutto fuori luogo per una struttura pubblica. “La dirigenza del Pio Albergo Trivulzio – conferma Rizzo – non ci ha mai dato risposta”.

OMBRE e dubbi avvolgono anche la ristrutturazione della ex casa Albergo di via Fornari. La struttura è stata inaugurata il 23 ottobre scorso. Questa partita, però, inizia nel dicembre 2007, quando viene licenziato dal Pat un bando di gara per un appalto da 8 milioni di euro. Presidente del cda è Emilio Trabucchi. La gara si conclude nella primavera del 2008. Vince la Mucciola spa, una holding dal fatturato milionario con sede a Reggio Calabria, esattamente in una zona che gli investigatori definiscono il regno della potente cosca Labate. L’11 giugno capita dell’altro: la bozza della delibera finale per l’appalto non viene firmata dal direttore generale ma da un altro dirigente. Il documento definitivo risulterà in regola. Ma   poche settimane dopo il direttore generale Guido Fontana lascia, al suo posto Fabio Nitti che ancora oggi resiste in un cda del Pat avviato verso il commissaria-mento. Il quadro, dunque, inizia a comporsi. Le informative della polizia giudiziaria aggiungono particolari decisivi. Raccontano di un boss che oggi a Milano fa da collettore per gli interessi della ‘ndrangheta in Lombardia. Si chiama Paolo Martino, cugino del defunto boss Paolino De Stefano e molto vicino all’imprenditore dei vip, coinvolto nello “scandalo Ruby”, Lele Mora.    Sotto la Madonnina, Martino ha rapporti con l’influente cosca Valle, ma anche con buona parte dei padrini arrestati nel maxi-blitz del 13 luglio scorso. Secondo gli investigatori, il boss di Reggio Calabria, che proprio all’ombra del Duomo ha incontrato più volte il governatore Peppe Scopelliti, si sarebbe interessato per alcuni appalti del Trivulzio favorito in questo da un noto politico del Nord. Nessun diretto riferimento alla Mucciola che infatti non risulta indagata. Tra agosto e ottobre scorso, però, gli uffici del Pat ricevano la visita degli uomini della Dia.   Obiettivo: le carte di quell’appalto. E del resto Martino sul tavolo può mettere conoscenze influenti. Tra le tante quella di Carlo Antonio Chiriaco, il ras della sanità pubblica pavese, amico dei boss e grande elettore del deputato azzurro Giancarlo Abelli.

ANCHE per questo “il personaggio di Paolo Martino – scrivono i carabinieri – è interessante con riferimento al suo rapporto con Chiriaco”. Lo stesso Chiriaco, arrestato a luglio per mafia, che in auto spiega alla moglie la costituzione di una nuova società in cui lui però non può comparire. Dice: “Noi adesso abbiamo il Niguarda, la psichiatria e la casa di riposo del Trivulzio”.

Da.Mil.  – IFQ

Il Pio Albergo Trivulzio.

3 febbraio 2011

Tra Asl e ’ndrangheta

I personaggi di questa storia sono un paio di manager della sanità, un prefetto della Repubblica, un attore minacciato dalla ’Ndrangheta. Sullo sfondo, i boss calabresi. A Milano e in Brianza, Pietrogino Pezzano è una potenza. È uno degli uomini che controllano la sanità lombarda, all’ombra del presidentissimo della Regione Roberto Formigoni. Nel dicembre 2010 è stato nominato direttore generale dell’Asl Milano 1 (la più grande d’Italia). Peccato però che il suo nome sia comparso nella grande inchiesta di Ilda Boccassini sulla ’Ndrangheta al Nord, per le sue incaute frequentazioni con qualche boss. C’è anche qualche bella foto che lo ritrae in compagnia di Candeloro Polimeno e Saverio Moscato, considerati affiliati della cosca di Desio. E sentite come ne parla (intercettato) Pino Neri, considerato il reggente della ’Ndrangheta in Lombardia: “Tu lo conosci a Gino Pezzano? È un pezzo grosso della Brianza, della sanità… Fa favori a tutti… È uno che si muove bene, con Abelli sono grandi amici, l’ho presentato io a Gino”. Il citato Giancarlo Abelli è il deputato Pdl già braccio destro di Formigoni per la sanità e, a quanto dice il mammasantissima, ottimamente introdotto con gli uomini della ’Ndrangheta. Giulio Cavalli – attore, regista, consigliere regionale dell’Italia dei Valori, da anni sotto scorta perché minacciato dalle cosche – chiede che Pezzano sia cacciato. Non ottiene soddisfazione. Anzi. A gennaio 2011 Pezzano indica il suo direttore sanitario: una nomina di garanzia, secondo Formigoni. Ma chi è il fortunato? Giovanni Materia. Dalla padella alla brace: su Materia pende dall’ottobre scorso una richiesta di rinvio a giudizio per un concorso truccato al Policlinico di Messina, da cui il manager   proviene. Avrebbe garantito un posto da medico del lavoro a un politico che aveva perso la poltrona: Umberto Bonanno, ex presidente del consiglio comunale di Messina. Dopo questa bella esperienza a Messina (il concorso che i giudici ritengono truccato è del 2006), Materia svolge la sua attività manageriale come direttore sanitario nelle aziende ospedaliere di Desio e Vimercate. Territori dove esercitano il loro potere uomini come Massimo Ponzoni e Rosario Perri, altri politici con i nomi dentro le inchieste, per i loro contatti con i boss. L’opposizione insorge contro Materia, che è costretto a dimettersi. Due giorni fa, da Messina arriva la notizia che Materia è stato rinviato a giudizio per abuso d’ufficio. È ufficialmente un imputato che dovrà difendersi nel   processo che comincerà a maggio. Ma non basta, perché intanto parte anche una vendetta trasversale: il prefetto di Lodi chiede che a Cavalli sia revocata la scorta. Chi è il prefetto di Lodi? Peg Strano, moglie di Giovanni Materia. Famiglia potente, quella del manager. Suo fratello è Italo Materia, che nel 2009 si è dimesso da procuratore della Repubblica di Reggio Emilia dopo che erano circolate voci, animate anche da Sonia Alfano, su suoi presunti rapporti con ambienti criminali. Cavalli resta un paio di giorni senza scorta, poi la protezione gli viene riassegnata. Materia è sospeso. Ma Pezzano resta al suo posto. “Crediamo che debba lasciare”, ripete Giuseppe Civati, consigliere regionale del Pd, “non solo perché è stato fotografato insieme a noti boss della ’Ndrangheta, ma anche perché tra i suoi primi atti nomina una persona rinviata a giudizio. Cose che non dovrebbero capitare ma che in Lombardia, purtroppo, capitano ogni giorno”.

di Gianni Barbacetto – IFQ

1 febbraio 2011

Calabria, la corsa a iscriversi alla ‘Ndrangheta SpA

Il boss di Siderno: “Chi non ha i requisiti se ne stia a casa”.

C’è la fila per entrare nella ‘ndrangheta. E non si tratta solo di giovani sbandati alla ricerca di un posto da “palo” o da “pusher”, ma di professionisti, commercianti, imprenditori, politici. Tutti, ossequiosi e deferenti, bussano alle porte dei capi dei locali (l’organizzazione che riunisce le varie ‘ndrine in una città o in un paese) per essere “battezzati”. Il sangue della “punciuta” che arrossa un santino che brucia, un gruppo di uomini d’onore attorno a un tavolo, ed è fatta. L’importante è non essere “cornuti” o “sbirri”. “Qua ognuno fa come cazzo vuole, fanno entrare tutti”. Giuseppe Commisso, numero uno della ‘ndrangheta di Siderno (diramazioni al Nord, ma anche in Canada e Australia), si lamenta   con uno dei suoi su questa corsa all’affiliazione. Non è più come una volta, quando per entrare in una ‘ndrina bisognava sudare, fare la gavetta, dimostrare di essere “cristiani” veri. E allora, continua il boss “no, gli ho detto io, non gli diamo niente a nessuno, compare   che… tanto noi non facciamo cariche e non facciamo niente, per adesso ci fermiamo per un bel po’ e poi se ne parla, gli ho detto… chi ha i requisiti buoni entra, chi no se ne sta a casa…”. Domenico Oppedisano, anziano “capo crimine” della ‘ndrangheta, non crede ai suoi occhi. Anche nel suo paese, Rosarno, la gente fa a gara per entrare. “A Rosarno siamo più di 250, ci sono settimane che non ne facciamo ma l’altra sera ne abbiamo fatto sette, le nuove piante… Cicciareddu, sette nuove piante… i figli di Vincenzo tutti e tre”.

NEL PAESE delle clementine vengono “battezzati” due-tre giovani a settimana, e nelle ‘ndrine ad ogni arresto di un boss corrisponde l’elezione di un nuovo capo. “È un dato quantitativo che per la sua rilevanza diventa un dato qualitativo della potenza e pericolosità delle cosche di ‘ndrangheta”, è l’allarme lanciato dal Procuratore Giuseppe Pignatone   durante l’inaugurazione dell’Anno giudiziario a Reggio Calabria. A Bagheria, all’apice del potere criminale di Binnu Provenzano, si contavano 50 uomini   d’onore su 58 mila abitanti. A Rosarno, 15 mila anime, “siamo più di 250”, dice il boss. “In cittadine di 10-15 mila abitanti vi sono 300 o 400 affiliati ai locali di ‘ndrangheta, numero che probabilmente oggi si raggiunge con difficoltà in una città come Palermo” analizza Pignatone. Ma sono le inchieste a raccontare la vergogna della processione dei politici a casa dei boss. A Bovalino, residenza marina di Giuseppe Pelle, erede di “‘Ntoni Gambazza” e boss di San Luca, erano in tanti. “Perché io devo vincere, altro che”, dice Liliana Aiello, candidata alla Regione nella lista “insieme per la Calabria-Scopelliti Presidente”, implorando il sostegno della famiglia.      Anche Pietro Antonio Nucera, medico di Melito Porto Salvo, era candidato nella lista “Insieme per la Calabria-Scopelliti presidente”. Già in passato si era messo a disposizione degli amici, forse per assistere lati-tanti ammalati. “Uno va e gli dice prendi la borsetta che devi venire”, racconta Giuseppe Pelle. Che consiglia all’implorante Pierino come si deve comportare: “Vedi che io quello che posso fare lo faccio per   te… tu ti sei comportato sempre bene. Se tu vai alla regione, se tu non la puoi fare una cosa, spiega e dici io non la posso fare per questo… però con gli amici miei devi parlare chiaro, perché se no rompi con me”.

VINCENZO Cesareo, direttore sanitario dell’ospedale di Praia e candidato in una lista socialista per Scopelliti Presidente, bacia la mano al boss: “Io mi sento come uno della famiglia, se siamo fratelli siamo fratelli”. Chiedeva voti per sé e per Iaria Francesco, candidato nella lista “Casini-Unione di Centro”. “Perché se lui passa e io passo, siamo una forza, ci troviamo a livello di amministrazione”. Anche Antonio Manti, lista Alleanza per la Calabria a sostegno di Agazio Loiero, centrosinistra, andava a casa di Pelle a chiedere voti e in cambio prometteva   aiuti e favori. Un fastidio enorme. “Compare – dice un sodale al boss Pelle – qua i partiti sono sempre di più, è un bordello, ed è inammissibile che nel nostro locale (il territorio governato dalle famiglie, ndr) i candidati li scelgono loro”. Anche   Santi Zappalà, centrodestra, aveva chiesto voti ed era stato scelto. Con rispetto si era rivolto a Peppe Pelle: “Se voi ritenete opportuno aiutarci, d’accordo?”. Il boss: “Tranquillo, dottore, qui si parla di amicizia”. Zappalà è finito in galera pochi giorni prima di Natale. Come Alessandro Figliomeni, il sindaco di Siderno. Assieme al fratello Antonio, “‘u topo”, era ai vertici della ‘ndrangheta del suo paese. “Chi non vota a mio fratello è sbirro”, era lo slogan coniato dal signor “topo”. Eletto col centrodestra, Figliomeni si candidò alla Regione per il centrosinistra. Ecco cosa pensava dell’antimafia: “Noi non siamo un’amministrazione che si fattura la giacca da questa antimafia da strapazzo, parolaia e inconcludente che ci ha riempito le scatole e che non risolve niente”.

di Enrico Fierro – IFQ

Uno dei grandi centri commerciali di Siderno (FOTO ANSA) 

29 dicembre 2010

‘Ndrangheta in Liguria a rischio il comune di Bordighera. Coinvolti esponenti Pdl

“Nel 2006 il Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Imperia concludeva un’indagine su un concreto interessamento delle famiglie calabresi alle elezioni comunali e ai lavori pubblici di Bordighera” (nel 2007 il centrodestra ha vinto). Non solo. I night club dove si esercitava la prostituzione, gestiti da presunti appartenenti alla criminalità organizzata, erano affiliati a organizzazioni sportive. Tra i loro dirigenti c’era anche il vice-sindaco di Bordighera, Mario Iacobucci (non indagato).    Sono soltanto alcuni dei passaggi delle 16 pagine firmate dai Carabinieri. È il documento che gli investigatori hanno inviato alla Commissione d’accesso perché decida se commissaria-re il Comune di Bordighera per infiltrazioni mafiose (sarebbe il secondo caso al Nord, dopo quello di Bardonecchia, quindici anni fa). La risposta della Commissione è attesa a giorni,   ma a leggere il rapporto restano pochi dubbi. E, secondo indiscrezioni, la Commissione sarebbe orientata per lo scioglimento. L’ultima parola spetterà al ministero dell’Interno di Roberto Maroni.

LA BATTAGLIA sarà dura. Lo Stato ammetterebbe che la ‘Ndrangheta ha messo radici nella terra di Claudio Scajola. Ancora pochi giorni fa, alla cena natalizia del centrodestra, l’ex ministro ha sparato a zero contro “chi dipinge la Riviera come dominio della ‘Ndrangheta”. Accanto a lui proprio Giovanni Bosio, sindaco di Bordighera, applaudiva. Allora il caso Bordighera creerà più di una tensione nella maggioranza. Da una parte il Pdl per il quale lo scioglimento sarebbe uno schiaffo. Dall’altra il ministero dell’Interno che dovrà far capire se davvero la Lega vuole affrontare a muso duro le   infiltrazioni della ‘Ndrangheta al Nord. La Lega a Bordighera vanta esponenti di primo piano come Giulio Viale (assessore della Giunta che si è dimesso dopo l’inchiesta e padre di Sonia Viale, sottosegretario all’Economia).    Nel Ponente ligure ormai gli incendi di locali non si contano. Così le auto bruciate. Non solo: sono state arrestate 4 persone, forse un gruppo di fuoco arrivato dalla Calabria per un attentato contro un consigliere Pd.    Inoltre a maggio il re del cemento Pier Giorgio Parodi (sua figlia ha realizzato con Francesco Caltagirone Bellavista il Porto di Imperia, voluto da Scajola), fu aggredito e la sua macchina crivellata di colpi di lupara. Parodi non fece denuncia. Anzi, ha dichiarato: “Mi spiace per quelle persone che sicuramente pensavano   di fare uno scherzo. È stata una sciocchezza”. Già, ormai a leggere le cronache Imperia sembra la Calabria. E le richieste di pizzo da seimila euro alla settimana passano inosservate.      La relazione dei Carabinieri contiene una novità: l’affiliazione dei locali dove si esercitava la prostituzione ad associazioni sportive che tra i dirigenti contavano membri di primo piano del Pdl e del Comune di Bordighera: “Le indagini della Procura di Sanremo hanno documentato in modo inconfutabile un’attività di meretricio all’interno del Night Arcobaleno… il locale risulta affiliato all’Asi (Alleanza Sportiva Italiana), associazione senza fine di lucro che   si prefigge, secondo lo statuto, lo scopo di contribuire allo sviluppo tra tutti i cittadini della pratica sportiva”. Ma, per gli investigatori, l’Arcobaleno non avrebbe mai svolto attività sportive. Ancora: la sua affiliazione “era subordinata all’accoglimento della domanda da parte della direzione generale dell’A-si”. E qui il passaggio più delicato: “La direzione generale ha accertato la sussistenza dei requisiti del night club Arcobaleno… Non resta che verificare l’identità dei componenti della direzione centrale Asi che hanno deliberato l’affiliazione…”, tra essi c’è anche “Mario Iacobucci, vice-sindaco di Bordighera”.

NON FINISCE QUI. Annotano i Carabinieri: “Nel corso dei controlli presso il night club emergeva la presenza di molte   giovani donne dell’Est e di numerosi pregiudicati calabresi, ritenuti vicini alla ‘Ndrangheta”. Gli investigatori sottolineano: “Nel giugno 2009 i Carabinieri scrivevano al sindaco di Bordighera chiedendogli di comunicare eventuali provvedimenti adottati nei confronti del locale… Al 13 giugno 2010 (un anno dopo, ndr) il sindaco non aveva ancora risposto né adottato provvedimenti di chiusura… a fronte della grave situazione di illegalità l’ufficio Commercio del Comune si affrettava a emettere una semplice diffida al rispetto degli orari per gli alcolici”.      Ma il rapporto dei Carabinieri ritrae una cittadina dove la criminalità organizzata ormai si presenta a viso aperto. Assessori dichiarano di essere minacciati e girano con la pistola. E poi botte e minacce a poliziotti. Al centro dell’inchiesta proprio due night (tra cui l’Arcobaleno) e la disputa per l’apertura di una sala per slot machine.    Partendo dallo sfogo dell’assessore al Turismo di Bordighera, Marco Sferrazza, i pm di Sanremo hanno scritto: “Dopo aver espresso in giunta la sua contrarietà alla sala giochi, Sferrazza aveva ricevuto a casa la visita di Giovanni Pellegrino e Francesco Barilaro (anch’egli pregiudicato e noto a questo ufficio) che, pur senza esplicite minacce, gli avevano chiesto conto di quel suo atteggiamento contrario”.   Sferrazza ammise “di non aver più chiuso occhio… di dormire con la pistola sotto il cuscino”. Ma l’assessore riferì altri episodi. Raccontò che Pellegrino e Barilaro gli avrebbero detto: “Però quando avete avuto bisogno di voti noi vi abbiamo aiutato”. Sferrazza avrebbe sostenuto: “Il sindaco era favorevole all’apertura della sala giochi perché   aveva favori da rendere”.    I Carabinieri alla ricerca di riscontri hanno sentito altri assessori: Ugo Ingenito (Cultura) “conferma le circostanze” riferite da Sferrazza. Rocco Fonti (Ambiente) invece nega tutto. Proprio quel Fonti che Sferrazza avrebbe indicato come uno dei due possibili responsabili della fuga di notizie dopo le riunioni di Giunta. E i magistrati dimostrano di non credere a Fonti, nell’ordinanza parlano di “dichiarazioni palesemente menzognere”, ricordano il racconto di un dirigente del Comune al quale l’assessore Fonti si sarebbe presentato proprio in compagnia di Pellegrino per parlare di slot machine.

LA FAMIGLIA Pellegrino era nota da anni. Nel 2009 i poliziotti chiamati ad arrestare Roberto Pellegrino furono accolti con botte e minacce: “Ti scanno, so dove abiti, ti vengo a prendere quando voglio”. Il fratello Giovanni, tanto per chiarire chi comandava, chiamò lo zio dell’agente e gli disse che “se qualcuno avesse toccato suo fratello Roberto avrebbe sparato al nipote e gli avrebbe staccato la testa”.    “Non devo favori a nessuno. E non è possibile che l’assessore Sferrazza possa avermi chiamato in causa. Comunque la sala giochi non è stata aperta. Noi siamo al fianco della Procura”, ha sempre dichiarato il sindaco Bosio del Pdl (non indagato).      La relazione dei Carabinieri sembra segnare un via precisa alla Commissione e al ministero dell’Interno. Ma a Bordighera più d’uno teme che possa finire come per il Comune di Fondi. Nessuno scioglimento, dimissioni e tutti a casa come se niente fosse. Con la possibilità per sindaco e assessori di ricandidarsi.

di Ferruccio Sansa – IFQ

29 novembre 2010

Il volto nuovo dell’Anti-mafia al Nord

La lotta civica contro i clan Gelesi nella palude leghista di Busto Arsizio.

Al vecchio tifoso ricorda un po’ Salvatore Bagni in gioventù. Ma il ragazzo, ventitré anni, non fa il calciatore. La sua partita è un’altra. Si è messo in testa di smuovere coetanei e adolescenti contro i clan saliti in tolda di comando nelle zone governate dalla Lega. Massimo Brugnone [in foto] è una nemesi storica per la mitologia lumbard. Nato a Busto Arsizio, provincia di Varese, ma con un bel corredo da terrone: il padre è di Termini Imerese, direttore alle poste, la madre tarantina, cancelliere in tribunale, due classici pubblici impiegati “venuti da giù”. E in più rappresenta un’associazione che odora di Calabria: “Ammazzateci tutti”, nata per rabbia e sfida dopo che a Locri, era il 2005, i clan uccisero   Francesco Fortugno, vicepresidente del consiglio regionale calabrese. Ci voleva lui per fare quel che i leghisti purosangue non hanno mai fatto. Portare, per esempio, gli studenti del liceo scientifico di Busto Arsizio, il “Tosi”, ad assistere al processo alla ‘ndrangheta. “Bad Boys”   si chiama. “E perché non dovrei farlo? È giusto o no che i giovani sappiano come funzionano le istituzioni? E il funzionamento della giustizia non è importante per capire come la Repubblica fa rispettare le sue leggi?”.    Famiglie    e omertà

VAGLIELO a dire ai parenti dei (presunti) boss e dei loro (presunti) affiliati…Sieranoabituatiadagirein silenzio,qui,conunabellapletoradi sindaci e assessori pronti a giurare che la mafia non esiste. E ora non solo gli arriva addosso la magistratura che da Reggio Calabria a Milano mette clan e appalti sotto tiro, ma incomincia pure la rivolta civile. Ragazzi che si mobilitano per andare a vedere come vengono processati gli   imputati di associazione mafiosa. Con quei parenti che in Lombardia spesso intervengono nelle trasmissioni tivù, scrivono ai giornali, regolarmente ospitati, per proclamare l’innocenza dei congiunti e puntare l’indice contro chi crede più ai carabinieri che ai loro giuramenti. “Sì, i parenti   se la prendono con noi, ci insultano, ci accusano di considerare tuttigià colpevoliprima chesifaccia il processo. L’altro giorno mi ha affrontato la moglie di Vincenzo Rispoli, il capo dei calabresi di Lonate Pozzolo. Si è anche lamentata dal fatto che i familiari dei mafiosi non ricevono aiuti dallo Stato. Li ricevono anche i tossicodipendenti, ha detto,   e noi perché no? Mi ha augurato di passare tutto il male che sta passando lei. Ma noi vogliamo sentire bene le accuse. Vogliamo sentire avvocati e testimoni”. Già, i testimoni sono una specie a parte, qui. Mica per niente Ilda Boccassini ha dovuto denunciare silenzi e reticenze dei famosi imprenditori del nord.    Massimo è uno di quei giovani che da un po’ di tempo a questa parte stanno smuovendo la palude, il grande e pacifico accordo che assegna Busto Arsizio alla mafia siciliana dei gelesi e l’asse Lonate Pozzolo-Legnano ai calabresi. Ma non si ferma alla provincia di Varese. L’altro giorno è andato anche vicino Lodi, dai ragazzini delle terze medie di Graffignana. Si porta dietro i loro disegni come un trofeo, per dimostrare che è possibile svegliare le coscienze. “Diceva Borsellino della mafia: la gioventù le negherà il consenso. Ecco, io immagino l’umanità fatta di palline bianche, nere e grigie. Le grigie sono la maggioranza. Le bianche sono in gran parte tra i giovanissimi, bisogna che rimangano bianche salendo con l’età”. Ha una passione   per la legge, e mica per niente è iscritto a giurisprudenza a Milano. Si è scaricato le 790 pagine di ordinanza di custodia cautelare dell’operazione Infinito e ne fa materia di divulgazione, perché almeno i giovani smettano di vivere come Alice nel paese delle meraviglie. Parla secco, davanti alla folla chiamata a Lonate da un gruppo trasversale di consiglieri uniti “per la legalità”.

In paese il quaranta per cento dei residenti arriva da Cirò Marina e qui non se ne vede uno tranne il vicesindaco, perché è meglio non dare nell’occhio, meglio restare a casa. La giacca blu, tiene le mani come aggrappate al microfono mentre snocciola i nomi e   cita Vincenzo Rispoli, il fruttivendolo, il boss locale; mentre invita gli onesti a mettersi insieme, i suoi coetanei ad “andare oltre senza aspettarsi nulla, perché oggi abbiamo tutti i mezzi per crearci un’informazione da soli ed essere di esempio per i più piccoli”. Avverte che si sta lasciando solo Fabio Lonati, commerciante-imprenditore usurato, e poi preso a calci sul torace e costretto letteralmente a mangiarsi le cambiali. “Qui dentro”, dice, “magari qualcuno lo sapeva e ha taciuto”. Parla asciutto, ma ha lo sguardo gentile. E qualche impennata di durezza. Difficile per lui accettare che il sindaco di Desio sia andato a chiedere al prefetto di Milano di dire che Desio non è la città messa peggio tra Brianza e dintorni. Si chiama Mariani quel sindaco. La maggioranza dei suoi consiglieri si è appena dimessa, provocando il commissariamento del comune.

La meglio    gioventù

“AMMAZZATECI tutti” da Locri ci tiene a ricordare alle autorità lombarde che combattere la mafia è un loro dovere, altro che far le vittime e i piangina, come si dice nella fertile pianura del Po. Massimo spiega di non sentirsi rappresentato dagli adulti, che molti quarantenni che si definiscono giovani neanche immaginano che cosa passi a lui nel sangue quando sente parlare dei trionfi di violenza e di silenzio dei clan. Be’, se mai si andrà a votare, i partiti ci pensino. E candidino i Massimi che in tutta Italia trascinano la meglio gioventù. Che il “largo ai giovani” sia rivolto a loro invece che ai portaborse del Palazzo.

di Nando Dalla Chiesa IFQ

26 novembre 2010

Viaggio nel cuore della ‘ndrangheta (milanese)

Il consigliere leghista Angelo Ciocca con il boss Pino Neri

La convergenza. Esce oggi in libreria l’ultimo libro di Nando Dalla Chiesa, edito da Melampo (300 pagine, 17.50 euro). Sottotitolo: mafia e politica nella Seconda Repubblica. È la narrazione inedita di vent’anni di storia in cui mafia e politica sono andate nella stessa direzione realizzando un’impressionante convergenza di interessi, di orizzonti e anche di linguaggi, come dimostrano i molti accostamenti di frasi pronunciate da esponenti delle istituzioni e da boss mafiosi sugli stessi argomenti. Atteggiamenti culturali, scelte legislative, obiettivi di impunità, hanno visto allearsi in questo ventennio gli ambienti più diversi. E complici, opportunisti, cretini – figura chiave dell’analisi – hanno svolto tutti diligentemente la propria parte. Tanto da fare sostenere all’autore la tesi che “la vera forza della mafia sta fuori dalla mafia”. Si trova nel libro la storia della Svolta che inizia con la caduta del Muro di Berlino e si completa con la vittoria di Berlusconi alle elezioni del 1994; della duplice trattativa con Cosa nostra, di qua esponenti dello   Stato di là esponenti di Forza Italia; del papello di Totò Riina che arriva in parlamento. Della abdicazione della sinistra che fa le leggi che servono alla mafia e dell’assalto della destra, che alla mafia offre invece il regalo più grande, l’aggressione insaziabile al senso dello Stato. Ma anche la storia di una Lega nata per difendere l’identità padana e che consegna il cuore della Lombardia ai clan calabresi. Dei piccoli comuni del sud che vanno alla conquista del nord e gli impongono progressivamente la propria egemonia culturale. Una fotografia della assoluta inadeguatezza della politica italiana davanti a quelli che Nando Dalla Chiesa chiama “i nemici in armi della democrazia”. Ma che indica con forza didascalica anche le strade percorse e percorribili da quelle che finora sono state minoranze istituzionali, civili e talora politiche. È grazie a loro in fondo, dice l’autore, alla loro indisponibilità ad arrendersi, se sul pennone della Repubblica non sventola bandiera bianca. Sotto un brano dal capitolo “La colonizzazione”.

di Nando dalla Chiesa

In Lombardia, ma in particolare sull’asse occidentale che va dalla provincia di Pavia fino a quelle di Como e Varese, la ‘ndrangheta si pone come forza criminale egemonica, presentando un livello di ramificazione elevatissimo. In parallelo si consolida nella regione la funzione di governo della Lega Nord, da circa un ventennio alla guida della maggioranza dei comuni   . La Lega fa della sicurezza e della lotta alla delinquenza (intesi come clandestini e rom) la sua bandiera. Ma fa soprattutto una bandiera (anzi, la sua principale ragione sociale) della difesa delle tradizioni e delle identità locali. I suoi slogan evocano una lotta frontale, senza quartiere, contro ogni spinta o progetto di contaminazione culturale ed economica delle realtà lombarde da parte di chiunque venga “da fuori”.    Eppure, esattamente all’ombra di questa cultura di governo, tra la difesa del dialetto e quella dei simboli padani, il cuore della regione viene consegnato ai clan calabresi, che ne realizzano una progressiva colonizzazione in un numero crescente di comuni.    Colonizzazione. È questo, da sempre, il concetto più appropriato per definire le forme di   insediamento che le organizzazioni mafiose realizzano nella storia. Esse non esportano solo alcuni reati. Esportano un modello di società. E producono una veloce forma di contagio.    Gli ambienti in cui arrivano non hanno consuetudine con i loro metodi. Ma questo, anziché rappresentare un ostacolo, si rivela un aiuto alla loro avanzata, poiché la storia non ha prodotto esperienze e   movimenti in grado di combatterli. Il singolo che venga intimidito non vede intorno a sé forme organizzate di reazione e di solidarietà. Tende a tacere per convenienza. Il sistema di libertà di cui gode, anziché essere la base per una mobilitazione civile diventa l’alibi per non vedere. Tutto sommato, si ripete, “qui non siamo come in Sicilia”. Il   gruppo di malavitosi che si riunisce senza problemi alla luce del sole (un bar, un ristorante) sembra un gruppo di delinquenti “normali”. Se accade un omicidio la gente pensa che “si uccidono tra di loro”. Se un sindaco riceve uno di loro perché “mica è stato condannato in via definitiva”, i cittadini pensano che “l’ha ricevuto pure il sindaco”. Quando poi hanno accumulato denaro con la violenza e con l’illegalità, i mafiosi spendono. Danno lavoro a giovani disoccupati (pusher, vedette, staffette), frequentano negozi di lusso e ristoranti e concessionarie. Usano la liquidità di cui dispongono per praticare l’usura ma soprattutto per entrare   in imprese in crisi, o per rilevarle. Comprano i pubblici funzionari o gli esponenti delle forze dell’ordine più corrotti. E li usano non solo per sé direttamente ma anche per fare favori ad altri, a cui chiederanno la restituzione del favore. Costruiscono così la loro macchina clientelare, inducendo una sorta di “bisogno di mafia”. Le loro imprese non puntano solo al profitto. L’impresa mafiosa è, sul piano generale, un’impresa-stato, nel senso che il suo sviluppo è imprescindibile da un controllo del territorio alternativo a quello dello Stato. La mafia, nella sua essenza, è prima di tutto quello: potere prima che profitto. Non esisterebbe, la sua impresa, senza la sovranità sul territorio. È questa che consente il controllo dei cantieri, la vittoria scientifica dell’appalto, o l’ottenimento sistematico del subappalto da parte del vincitore di una gara.   Che offre la piena padronanza delle informazioni che riguardano l’amministrazione pubblica, per i cittadini invece così opaca. Che permette di portare al proprio o ai propri consiglieri comunali pacchetti di voti organizzati irraggiungibili da quasi tutti gli altri candidati. […]    Anna Canepa, coordinatrice su Lombardia e Liguria per la Procura nazionale antimafia, intervenendo alla facoltà di Scienze politiche dell’università Statale spiega agli studenti che in provincia di Milano la ‘ndrangheta sta conquistando “il monopolio del ciclo del cemento”. E racconta la metafora del limone. L’impresa come limone-frutto prima, quando la si spremeva per trarne tangenti e assunzioni, fino a portarla all’asfissia. E   l’impresa come limone-pianta adesso, da coltivare con amore perché diventata propria. […]    In provincia di Milano si incendiano tabaccherie, bar, locali pubblici. Nel novembre   del 2009 succede un fatto che dovrebbe scuotere la città. Viene incendiato un cinema accanto al Duomo e a via Vittorio Emanuele, un luogo simbolico per la vita della città. E’ lo storico cinema Odeon, da tempo multisale, proprietà della Medusa di Silvio Berlusconi. E’ il cinema del capo del governo in carica. Un messaggio clamoroso, una vera e propria sfida, almeno in via di ipotesi. Conoscendo la reattività del leader del Popolo delle libertà   a ogni parola ostile verso la sua persona e verso i suoi interessi, ci si aspetterebbero denunce tonanti; pubbliche dichiarazioni e richieste di indagini severe. Campagne di denuncia del “clima d’odio” da parte delle sue tivù e dei suoi giornali. Segue invece il silenzio più assordante. A Milano è la regola. Vanno a fuoco locali ma è sempre un cortocircuito. Ovvero le cosche come problema elettrico. Saltano le auto, anche sotto la neve, ed è sempre per autocombustione. Ovvero le cosche come problema termico.    Tira un’aria di Corleone old style sul nord che non parla, non sente e non vede. Come a Lonate Pozzolo, provincia di   Varese, dove una puntata della trasmissione televisiva “In presa diretta” curata da Riccardo Iacona e trasmessa nel settembre 2010 documenta in misura sconvolgente la vera e propria mutazione antropologica prodotta nel cuore della Lombardia leghista dai clan calabresi. Come a Desio, Brianza. Dove un fine settimana del 2008 va in onda un autentico pellegrinaggio di tir che porta in città quintali di materiale tossico.    Una scena assai simile a quella, celebre, di Gomorra, il film del regista Sorrentino, tratto dal libro di Roberto Saviano. La differenza è che gli autisti non sono ragazzini. Sono uomini della ‘ndrangheta che su commissione di imprenditori lombardi, in gran   parte bergamaschi, hanno ricevuto una missione che si rivela “possibile”. I tir vanno avanti e indietro, senza che nessuno li fermi. Sversano in un’area agricola quanto basta per avvelenare un paese. Il terreno è in gestione a un signore calabrese, Fortunato Stellitano, di Melito Porto Salvo. Il quale dimostra una stupefacente influenza   sull’amministrazione comunale di Desio, come rileva, quasi incredulo, lo stesso giudice che dispone il provvedimento di custodia cautelare nei suoi confronti. Dietro il commercio di rifiuti c’è la cosca degli Iamonte, anch’essa di Melito Porto Salvo.    Si accatastano i nomi che hanno fatto la storia della mafia a Milano e in Lombardia. Si accumulano gli episodi che funzionano da spia già per qualsiasi investigatore appena accorto. Si susseguono le indagini, i processi, i rapporti istituzionali, ma è come se il Nord fosse lasciato senza protezione. Come se fosse guidato da leader lesti a gonfiare petto e voce contro la piccola delinquenza e altrettanto lesti a fuggire   come conigli, a deporre ogni responsabilità, quando hanno di fronte la criminalità armata di kalashnikov e di tritolo.

Il Fatto Quotidiano

19 novembre 2010

Le mani sul federalismo

“Sì, la ‘ndrangheta corteggia la Lega. E investe in Lombardia. Ma c’è un fenomeno più inquietante di cui dovrebbe occuparsi Maroni: le mafie puntano su un’Italia divisa”. Così Roberto Saviano risponde al ministro.

La ‘ndrangheta al Nord? “Certo, cerca di interloquire con la Lega, ma le inchieste mostrano come in tutte le Regioni si stia manifestando un fenomeno molto più inquietante, quello sì che dovrebbe indignare il ministro dell’Interno: le mafie scommettono sul federalismo”.

Roberto Saviano non è per niente pentito del monologo di “Vieni via con me” che ha segnato il record di ascolti, anzi a sorprenderlo è la veemenza della reazione di Roberto Maroni: “Quello che ho detto è documentato. L’incontro tra il consigliere regionale leghista e gli uomini delle cosche è negli atti dei pm Ilda Boccassini e Giuseppe Pignatone. E ricordo al ministro che l’unico direttore di una Asl arrestato per ‘ndrangheta è quello di Pavia, dove comune, provincia e regione sono amministrati anche dal suo partito: stiamo parlando di una Asl che gestisce strutture di eccellenza e fa girare 700 milioni di euro l’anno. E ricordo che l’ultimo sindaco arrestato in un procedimento per collusioni con le cosche calabresi è quello di Borgarello: un paese alle porte di Pavia non una cittadina della Locride”.

Il ministro Maroni sostiene che l’incontro tra il consigliere leghista e le persone poi arrestate per ‘ndrangheta non ha nessuna rilevanza penale. E nel centrodestra c’è chi ritiene che accostare la Lega alle cosche su questa base equivalga a usare gli stessi metodi della macchina del fango che lei ha denunciato.
“La mia frase era chiara, chiunque può riascoltarla: “La ‘ndrangheta al Nord, come al Sud, cerca il potere della politica e al Nord interloquisce con la Lega”. Non si tratta di illazioni, ma di elementi concreti che emergono dalle indagini e che devono essere sottoposti all’attenzione dell’opinione pubblica: in Lombardia la Lega è forza di governo e oggi gli uomini delle cosche calabresi, attivi nella regione da decenni, puntano a investire i loro capitali nei cantieri dell’Expo 2015. È un’analisi della Superprocura antimafia, lungamente discussa nella commissione parlamentare proprio perché per entrare negli appalti loro hanno bisogno della politica e soprattutto della politica che controlla la spesa sul territorio. Per questo tutta la criminalità organizzata guarda con favore a una riforma federalista del Paese: vogliono centri di costo alla loro portata”.

Alle mafie piace il federalismo?
“Piace un certa idea di federalismo, quella che potrebbe consegnargli gran parte del Sud. In passato Cosa nostra l’ha cavalcata per contrastare la prospettiva di un potere centrale troppo forte: meglio la secessione dell’isola che dovere fare i conti con uno Stato deciso a cancellare la mafia. E la stessa istanza è stata riproposta dall’ala dura dei corleonesi negli anni delle stragi, quando di fronte al crollo della prima Repubblica Gianfranco Miglio, il “padre nobile” della Lega, benediceva la nascita al Sud di tanti partitini autonomisti intrisi di massoneria e amici degli amici: sono fatti acclarati, non illazioni. Oggi la prospettiva è semplice: la mentalità delle mafie è essenzialmente predatoria, puntano a divorare le risorse ed è molto più facile farlo nelle capitali regionali che non a Roma: possono fare pesare il loro controllo del territorio, la loro violenza, i loro voti e i loro soldi. Per questo con il livello di infiltrazione che c’è nelle regioni del meridione, il federalismo potrebbe finire con l’essere un regalo e far diventare Campania, Calabria e Sicilia davvero “cose nostre”, un nome che non è stato scelto a caso. Perché oggi la forza delle mafie non è più nella capacità di usare la violenza ma nella disponibilità quasi illimitata di capitali, affidati a facce pulite e capaci di condizionare la politica soprattutto a livello locale”.

di Gianluca Di Feo – L’espresso


18 novembre 2010

Non lo dice soltanto Saviano. La Dia: “C’è la ‘ndrangheta in Lombardia”

La ‘ndrangheta è riuscita a “interagire con settori dell’economia e della politica”, sta mettendo le mani sull’Expo 2015, e soprattutto si evolve: “S’è avuto modo d’apprezzare, sul territorio lombardo, la presenza di esponenti della ‘ndrangheta che, con modalità diverse dalla consolidata prassi mafiosa del controllo territoriale, hanno conseguito più pregnanti interessi economici”. Gli atti della direzione investigativa antimafia, inviati al Parlamento, non lasciano spazi a dubbi: la ‘ndrangheta in Lombardia è   sempre più forte, le cosche sono in evoluzione “costante e progressiva”, le ’ndrine hanno messo radici tanto solide da interessarsi all’affare più ghiotto, l’Expo 2015. La relazione della Dia è riferita al primo semestre del 2010 e l’analisi dell’antimafia è chiara: la ‘ndrangheta, dopo aver penetrato Piemonte, Liguria, Veneto ed Emilia Romagna, adesso condiziona la vita sociale, economica e politica della Lombardia. “La consolidata presenza, in alcune aree provinciali, di sodali storiche famiglie di ‘ndrangheta”, scrive la Dia, ha influenzato “la vita economica, sociale e politica dei luoghi”. Minacce ed estorsioni   per ottenere consenso e omertà: l’assoggettamento operato dalla ‘ndrangheta risponde alle stesse regole che questa “mafia imprenditrice” applica in Calabria. La penetrazione nel tessuto economico è sempre più incisiva, le cosche interagiscono con “gli ambienti imprenditoriali sani”, si collegano “con ignari settori della pubblica amministrazione, che possono favorirne i disegni economici”. La ‘ndrangheta, con i suoi “sfuggenti cartelli d’impresa”, si sta infiltrando “nel sistema degli appalti pubblici”. Parliamo dei settori classici di tutte le mafie: “movimento terra, segmenti dell’edilizia privata e   opere di urbanizzazione”. Minacce, tempi rapidi, massimi ribassi: è così che le cosche ottengono appalti e inquinano la vita economica, sociale e politica della regione. Un condizionamento ambientale talmente elevato da “modificare le dinamiche degli appalti, proiettando nel sistema legale proventi illeciti, e ponendo le basi per ulteriori imprese criminali”.

LA SITUAZIONE, spiega la Dia, era già stata valutata nelle relazioni semestrali del 2008 e del 2009, quando “è emerso l’incremento di sacche criminali di matrice ‘ndranghetista, in particolare a Milano e nel suo hinterland. Con l’aumentare della loro capacità di condizionamento ambientale, tali presenze sono riuscite a modificare sensibilmente le normali   dinamiche degli appalti”. E anche la politica ha agito il proprio ruolo, se è vero che le cosche sono riuscite a “interagire” con settori della pubblica amministrazione, come è emerso dalle operazioni “Parco   Sud” e “Cerberus”, realizzate dalla Guardia di Finanza. Nella relazione si parla del “coinvolgimento di personaggi, rappresentati da pubblici amministratori locali, tecnici del settore”, che risultano “organicamente inseriti nelle cosche”: ne “hanno agevolato l’assegnazione di appalti, assestando oblique vicende amministrative”. Gli investigatori hanno assistito al proliferare delle affiliazioni: “L’indagine ha consentito di individuare nuove filiazioni delle ‘ndrine Barbaro – Papalia di Platì, presenti nella zona sud ovest di Milano, evidenziando ulteriormente la capacità militare di assoggettamento ambientale”.   Il dato più significativo, però, arriva dall’analisi sociale operata dalla dia: parte della società lombarda, ormai, vive l’infiltrazione mafiosa nel settore dell’edilizia, pubblica e privata,   con “pacifica rassegnazione”. Un segno profondamente negativo, che si spiega anche con la capacità, delle imprese mafiose, di assicurare immediati vantaggi di mercato: “Le imprese colluse – si legge negli atti – presentano non soltanto profili di economicità, ma anche indubbie capacità organizzative, che incidono sui tempi di esecuzione. Sulla base di tali considerazioni, non appare eccedente parlare di fenomeno di condizionamento ambientale, inteso come partecipazione ormai pacificamente accettata di società riconducibili ai cartelli calabresi, a determinati segmenti del settore edile sia pubblico, si privato”.

I cantieri dell’Expo 2015 di Milano (FOTO EMBLEMA)

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