Posts tagged ‘Sallusti’

28 settembre 2012

Parla il giudice: “La vittima sono io, non Sallusti. Fui minacciato per mesi”

Il carcere? Non sta a me stabilire se la legge sia giusta o la pena adeguata. Mi preoccupa che, nel dibattito di questi giorni, nessuno abbia sentito il bisogno di ricostruire i fatti, perché qui la libertà di stampa c’entra poco o nulla”. Giuseppe Cocilovo, il giudice tutelare di Torino che ha ottenuto la condanna di Alessandro Sallusti, abbandona il riserbo degli ultimi giorni e affronta deciso il momento di notorietà che suo malgrado si trova ad affrontare. Ed eccoli, i fatti: “Era il 17 febbraio 2007. La Stampa – racconta Cocilovo – parla di un giudice che avrebbe ordinato a una minorenne di interrompere una gravidanza. Trovo la notizia assolutamente folle e non posso sospettare che parli di me. Lo capisco poi dalle telefonate dei giornalisti e dal pm che apre subito un fascicolo, a cui bastano poche ore per capire che la notizia di reato è inesistente”.

COCILOVO fa semplicemente ciò che la legge gli consente: “La ragazza aveva 13 anni, per l’interruzione di gravidanza è necessario il consenso di entrambi i genitori, ma sono separati e non si intende informare il padre. Io valuto le ragioni addotte e autorizzo la minore a decidere in autonomia, nulla più. Dopo quell’udienza la ragazza avrebbe potuto anche cambiare idea, chiamare il padre e perfino decidere di non abortire più”. Alle 15,30 del 17 febbraio un’Ansa smentisce la notizia e il giorno dopo La Stampa corregge il tiro: “Libero invece – ricorda Cocilovo – se ne esce con tre pagine dedicate alla vicenda del giudice che ordina alla ragazzina di abortire, tra cui quell’articolo violento a firma Dreyfus”. Un noto avvocato torinese contatta il quotidiano allora diretto da Alessandro Sallusti per chiedere una rettifica: “Risposta: ‘Per noi è tutto vero’ – racconta Cocilovo – e chiudono i contatti”.    Sembra impossibile che si possa pensare che un giudice abbia questo potere, ordinare un aborto e coinvolgere in questo disegno perverso ostetriche e ginecologi. Eppure di questo veniva accusato Cocilovo: “Non potevo far altro che querelare. Sarebbe bastata una rettifica, scrivere ‘la notizia riportata il 18/02/2007 a proposito del giudice che ordina l’aborto è falsa. Ce ne scusiamo con i lettori’, ma così non è stato”. Il processo arriva fino in Cassazione: “Prima dell’udienza – racconta il giudice – gli avvocati di Sallusti mi contattano per arrivare a una transazione. Io propongo di devolvere 20 mila euro in beneficenza a Save the Children. Ora leggo che Sallusti sostiene che avrei chiesto nuovi soldi per me. Sorvolo sul carattere ulteriormente diffamatorio di queste affermazioni, tanto le bugie hanno le gambe corte”.

FA MOLTO discutere che un giornalista rischi la galera principalmente per un articolo scritto da altri: “Vero, ma è credibile che il direttore non abbia coordinato la titolazione delle prime tre pagine? Perché il falso era già nel titolo. Era una chiara scelta editoriale. La violenta diffamazione che mi augurava la pena di morte, poi, era opera di un giornalista già radiato dall’ordine di cui si accettava la collaborazione. Bastava dar conto ai lettori dell’errore e tutto questo non sarebbe accaduto”.    Ma allora il carcere è eccessivo? “Non sta a me dirlo, ma questo non è un reato di opinione, è una diffamazione deliberata. Che la notizia fosse falsa era ormai noto, bastava leggere La Stampa. E poi – conclude Cocilovo – vorrei far notare che in tutta questa storia la vittima sono io. Renato Farina ha scritto nome e cognome, sono sull’elenco telefonico, per mesi sono stato minacciato e ho ricevuto telefonate anonime, per una diffamazione volontaria e deliberata. Cosa c’entra questo con la libertà di stampa”?

di Stefano Caselli, IFQ

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28 settembre 2012

Ma quale reato d’opinione? Punita la menzogna

Così la Cassazione ha detto che Alessandro Sallusti deve andare in prigione. Ricorso rigettato e condanna alle spese processuali. Tutta la campagna sul preteso reato di opinione non vale la carta su cui è stata scritta. Solo perché lo ha detto la Cassazione? Basterebbe. Ma ci si può anche ragionare sopra. In Italia, il reato di opinione non esiste, nessuna legge lo prevede. Sicché non si può essere processati perché si sostiene che le leggi di B. sull’impunità erano incostituzionali e costruite solo per evitargli la galera; oppure che la legge sull’aborto è incivile, barbara, blasfema etc . Sono opinioni. C’è di più: nessuno può essere processato se sostiene che la legge barbara etc. ha per effetto quello di obbligare le persone ad abortire. È un’opinione. Così come è un’opinione sostenere che un libro non è bello, interessante, non ha stile letterario; è un’opinione perfino dire che fa schifo. Quando comincia la diffamazione?

LO DICE l’art. 595 del codice penale: non si deve offendere la reputazione altrui. Breve, preciso e compendioso; e assolutamente equivoco. Ecco perché sono state scritte sull’argomento tonnellate di libri e sentenze: il confine tra opinione e diffamazione è labile. Prendendo lo spunto dalla citazione per danni di Carofiglio contro un critico letterario, è certo che dire: questo libro fa schifo non giova al suo autore; però è espressione di un diritto di critica costituzionalmente garantito. Per questo motivo la frase “il libro sembra scritto da uno scribacchino” è un’opinione: si sta dicendo che questo particolare libro è poco felice, non ha ispirazione; ma si lascia aperta la possibilità che altri libri dello stesso autore sono stati o saranno belli. Ma se la frase critica è “Carofiglio è uno scribacchino” allora si tratta di diffamazione perché l’affermazione non riguarda il libro ma la sua persona. Veniamo a Sallusti. Riassumo le frasi ritenute diffamatorie: “Il giudice ordina l’aborto… decretando l’aborto coattivo… qui ci si erge a far fuori un piccolino e straziare una ragazzina…”. Ora, criticare anche aspramente la legge sull’aborto e dire che la sua applicazione conduce all’assassinio è assolutamente legittimo. Quello che non si può fare è falsificare i fatti. Perché il giudice, nessuno ne ha scritto finora e questo mi indigna non poco, non ordinò affatto l’aborto coattivo. Semplicemente applicò l’art. 12 della legge 194/78: se la donna è di età inferiore a 18 anni, per l’aborto è richiesto l’assenso di chi esercita la potestà o la tutela… Nei primi 90 giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione di queste persone; oppure se queste rifiutano l’assenso o esprimono pareri discordanti (bel problema, vero?), medico e struttura societaria fanno una relazione e il giudice decide. La frase esatta è: “Tenuto conto della volontà della donna, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli… può autorizzare l’aborto.” Non imporre, autorizzare; rendere esecutiva la volontà della donna. È del tutto evidente che, secondo la legge, la volontà di una ragazzina di 13 anni non ha molte possibilità di esprimersi liberamente; madre e padre e tutto l’ambiente che la circonda condizioneranno la sua giovane mente; e la paura di restare sola e senza aiuto farà il resto. Sicché è ovvio che la tredicenne in questione abbia espresso al giudice una decisione che difficilmente può considerarsi autonoma. D’altra parte come può essere diverso per una tredicenne? E queste cose ben avrebbero potuto essere spiegate dal giornalista e/o da Sallusti. Ma non l’hanno fatto. Hanno invece mentito: hanno detto che il giudice aveva decretato l’aborto coattivo, il che significa contro la volontà della ragazzina, comunque formatasi. Che è falso. Il giudice prese atto della sua volontà e applicò la legge. Cosa altro avrebbe dovuto fare: imporle la prosecuzione della gravidanza? Scrivere quello che è stato scritto significa dire che il giudice ha compiuto un atto illecito, impietoso, criminale, barbaro. Non si può. Scrivere questo non è un reato di opinione, è una falsità. Ecco perché è stato giusto condannare Sallusti. Quanto alla misura della pena non mi pronuncio; la pena la decide il giudice, non i cittadini.

C’È PERÒ un altro profilo pericolosissimo nella campagna a favore di Sallusti: lui non ha scritto l’articolo, non doveva essere condannato; responsabilità oggettiva, norme medievali etc. Non è vero, la responsabilità oggettiva non c’entra niente. Questo modo di ragionare era applicato nei processi per gli infortuni sul lavoro negli anni 70. Si condannava il capo squadra, il capo reparto, quello che materialmente aveva compiuto l’azione o l’omissione che erano state la causa diretta dell’infortunio. C’è voluta un’elaborazione giurisprudenziale durata anni per arrivare al concetto di posizione di garanzia, cioè alla responsabilità diretta di chi ha l’obbligo del controllo sull’attività delle persone che dipendono da lui. La stessa cosa può dirsi per i reati di falso in bilancio e di frode fiscale. Qualcuno vuole sostenere che la responsabilità è solo di chi predispone bilancio e dichiarazione dei redditi e non dell’amministratore che firma entrambi; e che, per legge è tenuto al controllo? Che cosa deve fare un direttore di un giornale? Attribuire ai giornalisti gli articoli che dovranno essere pubblicati, leggerseli e decidere se vanno bene o no. In quel “vanno bene” sta anche la verifica se per caso violino la legge. E se non è capace di fare questa verifica personalmente, sta a lui appoggiarsi a una persona competente. Dunque Sallusti è colpevole, altro che. E non di reati di opinione.

di Bruno Tinti, IFQ

28 settembre 2012

Gli infarinati

Sebbene Sallusti ce la metta tutta per farmene pentire, non rinnego l’articolo che ho scritto l’altro giorno sul suo caso. Continuo a pensare che, per risolverlo senza ledere i principi di legalità e di uguaglianza, sarebbe bastato poco: che Sallusti si scusasse col giudice Cocilovo per le infamie scritte su Libero da Renato Farina col comico pseudonimo “Dreyfus” e risarcisse il danno, in cambio del ritiro della querela che avrebbe estinto il processo prima della Cassazione. Poi il Parlamento, visto che i partiti a parole sono tutti d’accordo, avrebbe potuto finalmente riformare la diffamazione a mezzo stampa. Cocilovo s’è detto disponibile, annunciando che avrebbe destinato il risarcimento a una onlus. Ma Sallusti s’è rifiutato di scusarsi e di risarcire, anzi è andato a Porta a Porta a rivendicare l’articolo diffamatorio come libera “opinione” e negando di aver commesso reati. A quel punto la Cassazione, che può annullare le sentenze solo per vizi giuridici o per difetti di motivazione, s’è limitata ad applicare la legge esistente: non ravvisando vizi né difetti nel verdetto d’appello, l’ha confermato. Così è stato Sallusti a condannare a 14 mesi di carcere Sallusti, evidentemente per far esplodere il caso. Il che andrebbe a suo onore, se non fosse che ha subito colto l’ennesima occasione per sparare sui “giudici politicizzati” e sulla “sentenza politica”. Ma qui di politico non c’è un bel nulla: c’è un giornale che mente sapendo di mentire, scrivendo che Cocilovo ha “ordinato” a una ragazzina “l’aborto coattivo” e dunque “se ci fosse la pena di morte, sarebbe il caso di applicarla a genitori, ginecologo e giudice”. Peccato che fosse la ragazza a voler abortire all’insaputa del padre e insieme alla madre avesse chiesto il permesso al giudice: l’avevano scritto l’Ansa e tutti i giornali, tranne Libero, che poi si guardò bene dal rettificare la maxi-balla. Altro che “opinione”: è diffamazione bella e buona, attribuzione di un fatto determinato tanto grave quanto falso. E non si capisce a che titolo il presidente della Repubblica, dopo aver “avvertito” i giudici che li teneva d’occhio mentre stavano per decidere, torni a far sapere che “si riserva di acquisire tutti gli elementi di valutazione”: lui non ha alcun potere di “sorvegliare” i giudici nell’esercizio delle loro funzioni né di “acquisire” alcunché sul merito delle loro decisioni. Semmai è il Csm che potrebbe farlo, se i titolari dell’azione disciplinare (Pg della Cassazione e Guardasigilli) ravvisassero nella sentenza profili disciplinari di abnormità. E qui abnorme è la legge, non la sentenza che la applica. Ma, al posto dei partiti che la usano per ricattare la stampa, sul banco degli imputati finiscono, tanto per cambiare, i giudici che l’hanno osservata. Repubblica parla di “accanimento giudiziario” e “mostruosità giuridica” per una pena detentiva prevista dalla legge. Il solito Battista denuncia sul Corriere “il divario clamoroso tra i due gradi di giudizio” (la prima condanna a 5 mila più 30 mila euro e la seconda che ha aggiunto i 14 mesi di reclusione). Oh bella: ma, se in tutti e tre i gradi i giudici devono decidere allo stesso modo, perché non abolire appello e Cassazione e lasciare solo i tribunali? Battista aggiunge: “Sallusti non ha neppure scritto l’articolo incriminato”. Embè? Basta nascondersi dietro uno pseudonimo per diffamare impunemente? Né si può risolvere la faccenda sostituendo il carcere con la multa. Vero che è così in quasi tutte le democrazie. Ma nelle democrazie non esistono politici che usano i loro media per massacrare gli avversari, ben felici di pagare la multa al posto dei loro killer. Per distinguere l’errore in buona fede e la critica aspra dalla diffamazione dolosa non c’è che una strada: una legge che imponga a chi scrive il falso l’immediata rettifica e, in caso di rifiuto, una dura sanzione penale, anche detentiva. Questa legge tutelerebbe i giornalisti. Ma non i Sallusti e i Farina, che augurano la pena di morte agli altri, poi piagnucolano per qualche mese di carcere, peraltro all’italiana: cioè finto.

di Marco Travaglio, IFQ

19 luglio 2011

Autocomplotto

Nonostante l’impegno, i badanti che tentano di rianimare il Cainano lo stanno avviando verso il coma irreversibile. Sallusti, il caso umano che dirige il fu Giornale, denuncia impavido “gli sprechi di Stato”: “Centinaia di milioni si perdono nel buco nero che alimenta gli inutili assistenzialismi e privilegi… I più odiosi sono quelli della politica, un’infernale macchina tritasoldi che resiste a ogni cura dimagrante”. E bravo zio Tibia. Uno si aspetta da una riga all’altra che denunci i farabutti autori dell’orrendo complotto contro i tagli alla Casta: per esempio quelli che negli ultimi dieci anni hanno governato l’Italia per otto senza tagliare un euro. Invece lui li chiama “lorsignori”, senza nomi né cognomi, come se fossero una categoria dello spirito, poi vira rapidamente contro Fini e contro il Fatto che lo ha sollecitato a proporre dei tagli. Fini, com’è noto, è all’opposizione e l’altro giorno il suo Fli, con l’Idv e l’Udc ha votato per abolire le Province. Ma Pdl, Lega e Pd hanno votato contro. Il caso umano però non lo può scrivere, sennò lo licenziano. E allora con chi se la prende? Con uno a caso: “Travaglio per la giustizia si affida a Spatuzza e Ciancimino. Per la moralità privata prende per oro colato escort e ricattatrici”. Verrebbe voglia di chiamare l’ambulanza e farlo visitare. Ma occorrerebbe un ospedale da campo, perché i visitandi sono legione. Negli ultimi giorni i badanti di B. delirano su una presunta ritrattazione di Patrizia D’Addario che, intervistata da Libero, ha rivelato: “Mi hanno usata per incastrare B.”, ovviamente “a mia insaputa”. Come una Scajola qualsiasi. Il che fa dire a Belpietro che la sua notte nel lettone di B. (anzi di Putin) “è oscura e tutta da riscrivere”; e al Giornale che “si smaschera il bluff della D’Addario, usata per colpire B”. Ora, l’unica ritrattazione possibile sarebbe una dichiarazione della D’Addario che smentisce di aver fatto sesso con il premier, portata e pagata da un pappone poi arrestato per droga e sfruttamento della prostituzione, e di essere stata candidata in un lista Pdl a Bari. Naturalmente questo non viene smentito perché è tutto vero e registrato sul cellulare della signora. La quale ora si limita ad accusare il suo avvocato di averla “costretta” a dare interviste. Una barzelletta. Come racconta al nostro sito un fotoreporter, erano mesi che la D’Addario tentava di piazzare la sua storia a un settimanale. Poi ci scrisse pure un libro con i dettagli, anche anatomici, della sua notte a Palazzo Grazioli. Costretta anche a scrivere il libro? E a presentarlo una ventina di volte in tournée per l’Italia e per le tv? E a incassare i diritti d’autore, magari a sua insaputa? Il brillante risultato dello scoop di Libero è che si torna a parlare del premier puttaniere e di una escort candidata nel centrodestra, quando molti si erano ormai scordati dello scandalo. Un trionfo mediatico. Non scherzano neppure i badanti di Bossi. Il geniale Castelli, pensando di far cosa gradita, tuona contro la striscia di Disegni sul Misfatto con il suo capo che farfuglia frasi incomprensibili. “Disgustosa” satira su un uomo malato, come se la salute di un ministro fosse un segreto di Stato. Il guaio è che negli stessi giorni Bossi biascicava “Papa deve andare in galera”. Poi, meno di 24 ore dopo, si rimangiava tutto: “Mandare in galera una persona non ancora condannata, come Craxi, non serve a nessuno”. Ma Craxi non andò in galera né prima né dopo le condanne. A questo punto ricordare che Bossi è un uomo malato non solo non è disgustoso, bensì doveroso. Ma è anche un’opera di carità: un pietoso alibi per le scempiaggini che dice.

di Marco Travaglio, IFQ

29 giugno 2011

Socrate era un gatto

Proseguono gli scoop degli instancabili segugi di Libero e del Giornale. In stereofonia. Alessandro Sallusti, sul Giornale, attacca i magistrati milanesi che paragonano villa B. a un bordello e accettano come parti civili due miss reduci da un’elegantissima serata arcoriana. “Due ragazze – scrive zio Tibia – una delle quali con precedenti esperienze di sesso a pagamento, riescono a farsi invitare a una serata ad Arcore”. E chissà quanto devono aver penato, le poverette, visto che com’è noto villa San Martino è letteralmente sigillata per impedire l’infiltrazione di belle ragazze. Si saranno intrufolate dal condotto di aerazione. Ma ora Olindo ha la prova del nove che smentisce il “bordello”: una delle due ospiti di Arcore “si prostituiva” quand’era ancora minorenne. Noi, nonostante i nostri rapporti organici con la P4, non sappiamo se sia vero. Ma, se fosse vero, cosa salta in mente a Sallusti di sbattere la notizia in prima pagina? Se non l’ha già fatto Ghedini, ci permettiamo di fargli osservare che la presenza di una prostituta in più ad Arcore non è un alibi, ma un’aggravante per il padrone. Al quale suggeriamo di pregare Sallusti di astenersi dal difenderlo ancora: un altro paio di alibi così, e B. si becca l’ergastolo. Il guaio è che Olindo ha seri guai con la logica aristotelica: per attaccare la Procura di Milano, la chiama “magistratura etica” (forse non sa che etica vuol dire morale, corretta, perbene; o forse, dalle sue parti, questi sono insulti sanguinosi). Poi aggiunge: “Cosa ne sa un magistrato di bordelli? Quando la sera un Pm si ritira a casa sua con l’amica che magari cambia ogni settimana, la sua abitazione come la si definisce? Commette un reato o semplicemente esercita a suo modo le libertà fondamentali e individuali, comprese quelle di divertirsi e fornicare?”. Eppure è tutto molto semplice: il Codice penale punisce chi sfrutta e favoreggia la prostituzione, ma pure gli utilizzatori finali di prostitute minorenni, ai quali un “pacchetto sicurezza” di B. ha persino aumentato le pene. Non sappiamo a quale pm con “amica” alluda Sallusti, ma ce ne sfugge l’attinenza al tema trattato: se una maggiorenne va a letto con un pm senza esservi costretta o pagata, non c’è alcun reato né alcun bordello. Sono concetti elementari, accessibili anche a persone di media intelligenza: ci rifiutiamo di credere che nella redazione del Giornale non ci sia nemmeno un usciere in grado di spiegarli, magari con l’ausilio di qualche disegnino, al direttore. Ma ecco lo scoop di Libero, che non vuol essere da meno del Giornale. L’altroieri Olindo aveva scoperto che la madre di Woodcock e quella di Sandro e Guido Ruotolo erano amiche. Pronta la risposta di Filippo Facci che, tornato in prima pagina dopo la quarantena imposta da Feltri (“cestinare un pezzo di Facci non è censura, è un’opera buona”), sfodera l’argomento decisivo per la “separazione delle carriere dei magistrati”. Un fatto gravissimo: “Un gip di Milano sta per rientrare dalla maternità, e chi è il padre? Un pm di Milano, suo compagno”. Ergo – domanda quel diavolo d’un Facci – “come può un giudice essere indipendente dal padre di suo figlio?”. La stessa questione si pone quando un magistrato si fidanza con un avvocato. E di solito viene risolta evitando che il magistrato si occupi di processi seguiti dall’avvocato. Anche perché le carriere di avvocati e magistrati sono già separate. Invece, per l’aristotelico Facci, contro il fidanzamento fra un gip e un pm non c’è altro da fare che separare le carriere di tutti i giudici da quelle di tutti i pm. Il ragionamento ricorda il falso sillogismo di Ionesco: “Tutti i gatti sono mortali; Socrate è mortale; dunque Socrate è un gatto”. Ora qualcuno potrebbe domandare a Facci, magari sotto il casco del coiffeur: scusa, caro, ma se le carriere di giudici e pm fossero separate, sei proprio sicuro che quel pm non avrebbe messo incinta quella gip? Non è che, niente niente, confondi la separazione delle carriere con la contraccezione?

di Marco Travaglio, IFQ

15 giugno 2011

La Legione B

Pur nella sfortuna del momento, il Cainano ha una gran fortuna: è ben consigliato. Il trust di cervelli che lo contorna nell’ora della prova, la Legione B che ricorda tanto la Legione M di Salò, lo sta indirizzando nella giusta direzione verso la vittoria finale. Mutanda Ferrara lo incita a “tornare quello del ’94”, quando fece uscire 3 mila delinquenti per non far arrestare suo fratello (decreto Biondi), poi varò un condono edilizio, uno fiscale e uno ambientale. Se concede il bis, il popolo dei referendum apprezza. Anche Olindo Sallusti, creatura delle tenebre, ha capito tutto: “Ha vinto la paura” (il legittimo impedimento terrorizzava gl’italiani). E, in mancanza di meglio, ha in testa un’idea meravigliosa: licenziare Tremonti che non taglia le tasse e metterci al posto, che so, l’autorevole Brunetta, ideale per fare vetrina sui mercati internazionali (se lo prendi a pesci in faccia è impossibile centrarlo). Anche la fantasia di Maurizio Belmento è pregna di proposte preziose: “Silvio, apri la borsa e abbassa le tasse”. In fondo che ci vuole: lo dice pure Tremonti, “basta trovare 80 miliardi”. E “i soldi li abbiamo trovati”, assicura il lucido Bossi infilandosi il sigaro nell’orecchio e il dito medio in bocca: gliel’ha detto Fiorani. C’è un che di festosamente sinistro negli amorevoli consigli dei servi felici della Legione B. Come se il pover’ometto non si facesse abbastanza male da solo, tipo comprare collane e perline colorate mentre viene giù tutto, quelli lo spingono a forza verso il baratro finale. Dai, Silvio, sfasciamo i conti pubblici, regaliamo i soldi per strada e facciamogliela vedere all’Europa! Ma sì, usciamo dall’euro e torniamo alla lira, anzi alla dracma, al tallero, al doblone, alla pizza di fango del Camerun. Come dice il prestigioso ministro Saverio Romano al Giornale, tra un pranzo coi mafiosi e l’altro, “è inutile tenere i conti a posto per il prossimo governo della sinistra”: meglio arraffare quel che si può e, prima di fuggire, bruciare tutto, così chi viene dopo non trova nemmeno le sedie. Questo sì che è parlare da statisti. E poi naturalmente, siccome 27 milioni di italiani (quelli che sapevano dei referendum) han votato contro il legittimo impedimento, tra cui metà degli elettori di Lega e Pdl, sotto con processo breve, prescrizione breve e intercettazioni brevi, talmente brevi che non cominciano proprio. Così, alle prossime elezioni, fossero anche per il rinnovo di un’assemblea di condominio, la gente non si accontenterà di votargli contro: gli strapperà i capelli finti uno a uno. O forse l’avrebbe già fatto, se l’influsso nefasto della Legione B non fosse neutralizzato dai consiglieri riformisti del Pd. Tipo Polito el Drito, già fondatore e affondatore del Riformista, dunque premiato con la prima pagina dal Corriere. Ieri, dopo aver passato gli ultimi dieci anni a cercar di trasformare il centrosinistra in una fotocopia del centrodestra, solo un po’ più noiosa e senza mignotte, El Drito scopriva amaramente che gli elettori non vogliono saperne di seguirlo. Aveva sognato un bel Pd blairiano, poi purtroppo Blair venne a mancare all’affetto dei suoi cari. Si era tanto raccomandato col Pd di scaricare Di Pietro e Vendola per sposare il Grande Centro: purtroppo la gente seguita a preferire Di Pietro e Vendola, mentre del Grande Centro i radar non captano traccia alcuna. Aveva proposto, con l’autorevole Dell’Utri, una legge bipartisan anti-intercettazioni: purtroppo non osa approvarla nemmeno B. Due domeniche fa aveva esortato i napoletani ad andare al mare pur di non votare quel mostro di De Magistris: mai visto spiagge tanto deserte nell’ultimo secolo. Ora lacrima inconsolabile perché i referendum “cancellano due decisioni lungimiranti” del governo B.: nucleare e acqua privata. Fosse dipeso da El Drito, il Pd avrebbe combattuto per il No come un sol uomo, anzi con un sol uomo. E avrebbe perso. A questo punto, visto il fiuto dei rispettivi consiglieri, Pdl e Pd non hanno che un sistema per tornare a vincere: scambiarseli.

di Marco Travaglio, IFQ

19 aprile 2011

Mullah Omaglie

Dipendesse da noi, i reati di opinione sarebbero aboliti da un pezzo. Ma, siccome esistono, non si vede proprio perché debba essere incriminato e deprecato e scandidato quel tal Lassini, autore dei memorabili manifesti “Via le Br dalle Procure”, e il presidente del Consiglio che da vent’anni ripete le stesse porcherie, invece no. Naturalmente Sallusti scrive che “Lassini è comunque meglio di Marco Travaglio che rivendicò il diritto all’odio quando Tartaglia scagliò una statuetta in faccia a B. Rivendichiamo per Lassini la libertà di opinione concessa a Travaglio”. Ma certo, figuriamoci, rivendichiamo. Purché sia chiaro che provare odio, amore e tutti i sentimenti che ci pare nei confronti di chi ci pare è un diritto, mentre il vilipendio della magistratura è un reato (art. 290 C.p.: “Chiunque pubblicamente vilipende la Repubblica, le assemblee legislative… il Governo, o la Corte costituzionale, o l’ordine giudiziario è punito con la multa da euro 1.000 a 5.000… Articolo così modificato dalla L. 24 febbraio 2006, n. 85”, cioè da una legge voluta e votata da Pdl e Lega). Il fatto è che i liberali della mutua che infestano l’Italia mantengono i reati di opinione, ma vorrebbero applicarli solo ai nemici e non agli amici. Qualche anno fa questi liberali a targhe alterne, da Ferrara a Pigi Battista, ci triturarono le palle con la difesa del vignettista danese che non aveva trovato di meglio che dileggiare Maometto, attirandosi la fatwa. Poi non mossero un dito quando Vauro, per una vignetta sulle ruberie del dopo-terremoto, fu sospeso da Annozero. E ora naturalmente tacciono sull’ultima trovata di Maria Giovanna Maglie, il cui tasso di liberalismo è inversamente proporzionale alle note spese. La serena ed equilibrata opinionista di Libero (ah ah) ha sporto denuncia “in sede penale e civile” per far condannare Massimo Fini e far sequestrare il suo ultimo libro, Il Mullah Omar (Marsilio). Immaginate un liberale anglosassone che denuncia un libro: prima di chiamare l’ambulanza, gli darebbero del nazista, del fascista, dell’inquisitore, del talebano. E il bello della Maglie è proprio questo: per togliere di mezzo un libro accusato di apologia dei talebani, usa metodi tipicamente talebani. Spiegando su Libero (ah ah) l’iniziativa censoria, si imbroda come un’erede della “lezione profetica di Oriana Fallaci” che difende tutta sola l’Occidente “con sprezzo delle conseguenze” (quali?). Poi sostiene che Fini non può passarla liscia (“risponderà di quel che ha scritto nei tribunali”). Il suo libro è “indegno, scandaloso, inaccettabile” perché “è un insulto all’Occidente” (c’è un reato di leso Occidente e non ce n’eravamo accorti). Eppoi è la biografia dell’“addestratore degli autori delle stragi dell’11 settembre 2001” (nessuno dei quali era afghano), “sanguinario terrorista” (peccato che il terrorismo in Afghanistan non sia mai esistito fino all’arrivo dei salvatori occidentali), nonché “assassino dei nostri soldati in missione di pace” (ma guarda un po’: noi spariamo sugli afghani e quelli, anziché ringraziarci, rispondono al fuoco, assassini che non sono altro). Non contento, il “cattivo maestro” Fini “sostiene che i nostri militari eroi in Afghanistan sono degli odiosi invasori” (eroi? che c’è di eroico nell’occupare da 10 anni uno Stato sovrano?). E spiana la strada alla vera invasione, quella dell’islam in Italia, dove non a caso – denuncia la Maglie – dopo l’uscita del suo libro, “sono state aperte tre moschee abusive, imperversa Radio Islam in lingua italiana ed è ferma la nostra legge contro il velo integrale”. Il che, coi milioni di donne che girano col burqa in Italia, è davvero una grave lacuna. A tener compagnia alla Maglie c’è una confraternita di pulzelle, fra cui spicca la deputata Souad Sbai (ex Pdl, ex Fli, ri-Pdl). Ha firmato la denuncia, ma ha tenuto a precisare sempre su Libero (ah ah) che “il libro non l’ho letto e non lo leggerò mai”. Vien da rimpiangere Khomeini: lui almeno, prima di scomunicare i Versi satanici di Rushdie, li aveva letti. Poveretto.

di Marco Travaglio, IFQ

Il manifesto farneticante di Lassini

11 marzo 2011

L’assalto mediatico a Bocchino, ultimo nemico pubblico di B.

Se per due giorni di seguito sia Libero che Il Giornale ti dedicano la prima pagina (e una intera dentro il quotidiano) qualcosa vuol dire. Se per mesi finisci nel titolone come un bersaglio fisso, un motivo ci deve pur essere. C’è qualcosa di interessante nell’epifania mediatica rovesciata e nell’assurgere di Italo Bocchino a nemico pubblico del centrodestra italiano, in un corollario di polemiche giornalistiche, denunce per stalking (dell’interessato) e nell’appendice collaterale di una disputa d’onore al coltello con (l’ex) amico di un tempo Roberto D’Agostino. Lo stereotipo a cui Bocchino viene crocifisso dalla stampa di ispirazione berlusconiana (la contesa con il sito del re del gossip ha implicazioni diverse e più complesse) è quello del “Giuda”, del “rinnegato”, del “traditore infame” (se non del corrotto arricchito con pubbliche commesse). Un politico che, in questa iconografia dilatata, diventa addirittura artefice del peccato originale, se è vero che Il Giornale   lo imputa persino per essere stato l’uomo che ha “soffiato” a Dagospia (nientemeno!) la notizia delle notizie, quella della festa a Casoria in cui Silvio Berlusconi andò a visitare Noemi Letizia.    PER Il Giornale quella soffiata è come la cacciata dall’Eden, lo sfregio inemendabile al berlusconismo, che già in sé giustifica il calvario successivo. Allo stesso tempo va detto che la denuncia di Bocchino per stalking giornalistico non ha precedenti giuridici, e che se la campagna contro di lui non avesse dei contorni di accanimento quasi grottesco, potrebbe persino suggerire domande sulla liceità di una risposta giudiziaria a una campagna di stampa. Ieri Vittorio Macioce scriveva: “Non nominare il suo nomeinvano”,conilcorredodi36 foto dei cronisti martiri vittima della denuncia. Ma Il Giornale ha pubblicato anche la nota minuziosa dei rimborsi a cui aveva diritto da capogruppo, lo ha accusato di voler fare le scarpe a Fini, lo ha ritratto   come un ras violento e arrogante, scavando nei dissidi interni al partito con metodo. Maurizio Belpietro ha sparato in prima pagina il titolo più surreale probabilmente più scioccante della sua gestione (“Bocchino amaro”), ed entrambi i giornali (a partire dal Giornale quando era diretto da Vittorio Feltri) hanno trasferito ed esteso la battaglia “anti-italica” (nel senso di Italo) all’intera famiglia. Per non essere da meno Chi pubblicò in piena estate una foto di Bocchino in t-shirt che parla sulla piazzetta di Capri con Paolo Mieli nemmeno fossero le prove di un complotto giudaico massonico (“Ecco i consiglieri segreti di Fini!”), il che doveva far presagire che o Mieli o Bocchino erano cortesemente tallonati (o “attenzionati”) da paparazzi volenterosi, il gossip sulla presunta relazione con Mara Carfagna diventa una clava contudente (da cui persino la ministra viene sollecitata a emanciparsi con intervista “riparatrice”   ). E siccome nel sistema di comunicazione berlusconiano tutti i vasi sono comunicanti, persino su Canale 5, nel contenitore apparentemente svagato di Kalispèra, il vicepresidente di Fli è stato irriso – nientemeno! – per una comparsata cinematografica giovanile, quando (poco più che ventenne) accettò di recitare un ruolo da cameriere ne La bruttina stagionata: un cammeo in uno dei film prodotti dalla moglie, e faceva una certa impressione assistere alla spensierata gogna signoriniana che quella particina – a vent’anni di distanza – poteva produrre. Ma siccome Bocchino non ha proprio il physique du rôle della povera vittima, bisogna anche aggiungere che l’uomo macchina di Fini conosce bene questo meccanismo e in parte lo ha anche sfruttato, se è vero che adesso approfitta della sua nuova aura mediatica per fare il   saltoinserieA,eagiornisiprepara a provare la scalata alla classifica con la sua autobiografia politica (“Una storia di destra”) che la Longanesi ha deciso di mandare in Libreria con una tiratura-monstre (20 mila copie, quella da cui di solito parte un ottimo best-seller italiano   ). Vuole diventare primo in classifica e potrebbe persino riuscirci con la sua “Storia di destra”, prefatta dall’amico (oggi separato dall’antifinismo) Pietrangelo Buttafuoco. Ma detto questo, la domanda rimane. Perché proprio lui, e perché con tanta violenza? La prima risposta è semplice: evidentemente perché sta sulle palle a Silvio Berlusconi. Il che non toglie la   libertà di iniziativa dei direttori interessati, ma di sicuro spiega che c’è un mood, un comune sentire su cui riposa l’assalto.    LA SECONDA risposta forse è più complessa. È come se il possente apparato comunicativo del Cavaliere avesse un continuo bisogno di carne fresca. Serve come il pane un nemico pubblico da additare   agli elettori-tifosi, e Bocchino ha la massa critica e la presenza scenica per interpretare il ruolo. Era amico di Belpietro, per dire, ma questo non gli ha risparmiato gli strali. In fondo, il meccanismo di generazione del nemico, nel-l’immaginario berlusconiano, segue degli stilemi molto comunisti e molto “sovietici”. La necessità fisiologica nel nemico esterno per   quadrare le proprie legioni, produce “il Kulako”, il traditore, il servo dei complottatori, esattamente come l’immaginario staliniano aveva bisogno di queste figure fino ad arrivare all’invenzione. L’ultima risposta, invece, è di tipo per così dire “tecnico”. Bocchino viene da dentro il sistema e quindi ne conosce i talloni d’Achille e i punti deboli. Mentre gli uomini del centrosinistra cedono come ricotte ai guastatori del Cavaliere, Bocchino è sempre all’attacco. Restò memorabile la sua battuta sulle povere vittimelle dell’Olgettina a Ballarò (“Ma fra queste beneficiate dalla generosità di Berlusconi non ce n’è nemmeno una che abbia sessant’anni). Non meno ficcante è stato il duello a In Onda (finito ovunque su Youtube) in cui, ospite del mio programma, Bocchino per un’ora esatta ha continuato a bersagliare Sallusti con una domanda (rimasta senza risposta): “Perché non dici quanto ti pagano per fare il killer?”. La polemistica anti-italica (nel senso di Italo), dunque, è destinata a pareggiare   quella anti-finiana. Perché nel duello senza tregua, gli highlander di B. non conoscono la tregua. Come suona bene, in bocca a Sallusti, la belligerante battuta di Cristopher Lambert: “Alla fine ne resterà uno solo”.

di Luca Telese – IFQ

Sallusti e Feltri visti da Manolo Fucecchi mentre si divertono col bersaglio Bocchino. In alto D’Agostino

 

17 febbraio 2011

Con Vendola, nudi in spiaggia

Gentile dottor Alessandro Sallusti, le ho scritto questa lettera aperta e, dal momento che non credo troverà spazio sul “Giornale”, spero lo trovi sul “Fatto Quotidiano”. C’ero anch’io quell’anno al campo nudisti. Anzi, chiariamolo subito: non era un campo nudisti, ma un vero e proprio campeggio, si chiamava La Comune ed era frequentato per lo più da ragazzi di sinistra (ebbene sì). Chi lo desiderava, questo è vero, poteva togliersi il costume (solo in spiaggia!), ma non c’era nessun obbligo, le assicuro. Era un posto bellissimo, dottor Sallusti: si faceva il bagno e si prendeva il sole, si parlava (anche di politica); la sera si ascoltava musica, si ballava, si suonava la chitarra. La prima volta che ci ho messo piede avevo sedici anni e mi apprestavo a vivere le mie prime esperienze. La prima vacanza con gli amici, il primo viaggio alla scoperta dell’Italia, i primi amori, i primi approcci con il sesso. Avevo più o meno l’età di Noemi Letizia e di Ruby e provavo quel mix di insicurezza e curiosità, paura ed entusiasmo che accompagna gli adolescenti al debutto nel mondo della sessualità. Mi sono innamorata, ho dato baci e carezze, ho mostrato il mio corpo.   Esattamente come fanno le papi girls, mi dirà lei. No: chi lo guardava non era più vecchio di mio padre e, al risveglio, non mi ha fatto bonifici in banca, né mi ha regalato preziosi gioielli. I miei amici ed io ci innamoravamo dei visi, del fisico, delle parole degli altri. Ed è proprio come scrive lei: “Del nostro corpo facevamo quel che volevamo”, consci di poter osare di più di quanto avessero fatto i nostri genitori. Rivendicavamo e ci prendevamo, la libertà di stare nudi in spiaggia, di innamorarci e di fare l’amore senza promettere matrimoni, di vivere e mostrare un’omosessualità ancora denigrata e ripudiata. Ma per favore, dottor Sallusti, non faccia confusione. Laggiù, nella meravigliosa spiaggia calabrese, c’erano uomini, donne, ragazze e ragazzi (compreso Nichi Vendola) che spogliandosi di bikini, slip e boxer si liberavano da condizionamenti e tabù. Ad Arcore, non c’è un uomo “che fa quel che vuole del suo corpo”, ma un uomo che   fa quel che vuole il suo corpo (perché questo, evidentemente, ha preso il sopravvento). Non c’è un uomo che chiede libertà, ma un uomo che si è concesso molte libertà, anche quelle che il codice penale vieta (secondo i magistrati): la libertà di pagare l’amore di una minorenne, la libertà di richiederne l’immediato rilascio attribuendole una falsa parentela, la libertà di elargire cariche pubbliche alle proprie favorite. Certo, sono tutte ipotesi da confermare. È innegabile, però, il contrasto lampante tra chi rivendica il proprio diritto ad amare senza discriminazioni e chi vive un sesso mediato da impresari e non ricambiato, con una corte di giovani donne disposte a tutto per soldi e fama. Ecco perché il paragone tra Nichi Vendola e il suo presidente non regge. La parola libertà, per i due, non ha lo stesso profumo.

di Enrica Belloni – IFQ

21 gennaio 2011

Clamoroso: Ruby al Giornale

Caro Cavaliere, non ci siamo. Quali Suoi fedeli consiglieri dell’ultim’ora, vorremmo metterla in guardia dagli spin doctor che lei si ostina a mandare in giro per giornali e tv. Abbiamo letto con sgomento la formazione-tipo dei signorini grandi firme convocati ad Arcore per organizzare “il contropiede micidiale”. Oltre appunto a Signorini, Mulè di Penorama, Sallusti del Geniale, Crippa di Mediaset, Currò di Fininvest, oltre ai figli meno dotati (Pier Silvio, Marina e Luigi). Un trust di cervelli mica da ridere. Un concentrato di neuroni da Accademia delle Scienze. Mancavano persino Fede, Vespa, Vinci, Mimun, Minzolingua, Belpietro e Rossella O’Hara, che è tutto dire. Risultato. Signorini, a Kalispèra, manda in onda l’ostensione di Ruby travestita da Maria Goretti che lacrima come una madonna di Civitavecchia, talmente fedele alla linea del “raccontare cazzate e passare per pazza” che sullo sfondo si sentono le risate dei cameramen. Libero, che bada al sodo, cioè alle vendite, spara venti pagine al giorno di verbali, salvo poi spiegare col povero Facci che c’è “il segreto istruttorio” (abolito nel 1989).   Belpietro chiama B. “vecchio porco” e Feltri definisce le sue gesta “porcellate”, poi incita il Cainano al suicidio, cioè “ad andare subito alle elezioni” (magari a marzo, in contemporanea col rito immediato, mentre in tribunale sfilano le escort). Vespa ospita la Gelmini che giura come alle cene di Arcore si discuta “della salvezza dell’Alitalia” (le hostess stanno sotto coperta), tant’è che alla fine perfino l’insetto è costretto a prendere le distanze. A-lesso Vinci, a Matrix, è talmente prono a tutto da far infuriare financo un ragazzo bene educato come Severgnini. Menzognini, poveretto, pensa di far cosa gradita paragonando B. a Giovanni Leone, senz’accorgersi che il parallelo porta sfiga: Leone non era indagato eppure si dimise lo stesso. Il Tg5 ha la bella pensata di intervistare il medico personale del premier, Zangrillo, che giura: “Ho visitato personalmente il presidente e nulla ho riscontrato che potesse far pensare a una condotta di vita scellerata” (eloquenti le ragnatele nelle mutande).   Altro che “contropiede micidiale”: un disastro mediatico senza precedenti. Completa l’opera lo Zio Tibia, ancora vedovo di Feltri e inconsolabile per aver scoperto che il Principale regala case, gioielli e migliaia di euro alla prima ragazzotta chiapputa, mentre a lui, che ogni giorno ci mette non le chiappe ma la faccia, non è mai toccato più di un paio di cravatte. Il fu Giornale sfodera gli assi dalla manica: “Smentito il teorema dei pm”. Da chi? Da Sabina Began, detta l’Ape Regina, che sostiene una tesi di tutto rispetto: “Bunga Bunga sono io”. E da Ruby, molto credibile anche lei: “Non mi ha mai toccata con un dito” (semmai con tutta la mano). Nell’editoriale Sallusti paragona B. non più a Kennedy (anche il lettore più ebete sa distinguere fra Marilyn Monroe e le gemelle De Vivo), ma a Clinton con la Lewinsky (che però, piccoli dettagli, non era minorenne e non veniva pagata). E svela che nel mirino non c’è solo il Capo, ma tutti “noi moderati e liberali” (compreso Einaudi). Segue commento di Francesco Forte, detto Mezzolitro: “La persecuzione al premier rallenta la giustizia penale” (non l’hanno avvertito che i processi a B. sono tutti sospesi da un anno). No, Cavaliere, con quest’Armata Brancaleone, con questo esercito di Franceschiello che non è ancora riuscito a trovarle uno straccio di fidanzata (pare siano in ballottaggio una russa e una bulgara, per dire), non si va da nessuna parte. S’impone un colpo di reni. Questa Ruby è una ragazza sveglia, e soprattutto buca lo schermo. E come parla bene.   Frasi secche, slogan efficaci, quasi dannunziani: “Lei la pupilla io il culo”, “finché c’è lui si mangia”. E farci un pensierino per la direzione del Giornale? Ovvio che andrebbe sostituita per i bunga bunga e Sallusti non pare adatto alla parte. Ma con qualche cravatta in più e un filo di trucco e parrucco, ci si può provare.

di Marco Travaglio – IFQ

11 gennaio 2011

“Il Pd? Leader vecchie destinati a perdere”

Sì, sono un rompipalle. Ma almeno io lo so”. Il day after della sua aggressione è, per Mario Adinolfi un momento di bilanci, politici e biografici. Ma il blogger democratico, oggi direttore del neonato settimanale The Week non rinuncia a coltivare il suo proverbiale caratteraccio.
Adinolfi, decine di messaggi, la solidarietà non manca…
Ne ho avuta più di quanto credessi. Telefonate e messaggi di tantissime persone normali.
E politici?
Pure: avversari come Alfano, Capezzone e Cicchitto, ma anche gente che nel Pd ha idee diverse dalle mie: Veltroni e Gentiloni. Mai stato tenero con loro…
Meglio del previsto allora?
A dire il vero no.
Ahia!
Sono rimasto davvero stupito che il segretario del mio partito non abbia detto nulla.
C’è un comunicato del Pd.
Una dichiarazione stitica: 29 parole. Il senso? l’opposto di quello che diceva.
E cioè?
Se l’è meritata.
Addirittura?
Alemanno, che io ho criticato tante volte, ha scritto su di me parole bellissime. Ho fatto battaglie politiche contro Bersani, ma non pensavo che pregiudicasse il rapporto umano. Mi sbagliavo.
Perché?
Perché c’è una leadership spaventata e arroccata: si sentono il fiato sul collo, sanno che sono all’ultimo giro.
E Sallusti?
Se avessero aggredito lui Bersani sarebbe stato il primo.
Il direttore de Il Giornale ti aveva detto: “Dovrebbero picchiarti”. Lo hai difeso…
Forse quei ragazzi nemmeno l’hanno sentito. Ma c’è un Sallusti privato, schietto e affettuoso, e uno pubblico, che fa la faccia feroce. Questo è il problema vero della politica: la doppiezza.
Ovvero?
Non si dovrebbe mai trascendere fino ad augurare il male.
D’Alema ha chiamato?
(Ride) Noo… Però non me l’aspettavo, nessuna delusione.
Ma tu l’hai difeso per St. Moriz?
Non mi passa per la testa. Anzi, se restava lì non faceva danni.
Ha commesso dei delitti?
No. Ma in un momento drammatico del paese, un politico non va sulle piste dei vip.
Dovrebbe andare alla Fiat?
Non c’è solo la Fiat. Il padre del ragazzino che mi ha aggredito mi ha scritto. Suo figlio ha lasciato la scuola, fa il cameriere. Fa parte di quelli che oggi trasformano in rabbia la perdita di futuro.
Almeno di questo D’Alema non ha colpa.
Dubito che questo disagio lo incontri sulle piste di st. Moritz…..
Uno che salvi.
Renzi. Mi ha scritto da amico. È l’unico che può salvare il progetto del Pd e vincere.
E gli altri?
Perderanno. E perderanno male. Il bello è che lo sanno.
Sono peggio di Berlusconi?
Dico che – a torto o a ragione – per la gente non sono più un’alternativa credibile.
Non sei feroce pure tu?
Guarda, D’Alema al congresso di Torino disse: “Andrò un momento prima che mi cacciate voi”.
Che c’è di male?
La cosa più saggia che ha detto. Solo che è già in ritardo, e non di un minuto.
Le primarie vanno fatte?
Assolutamente sì.
Perché non si fanno?
Hanno terrore che vinca Vendola.
Sei meglio come padre, politico, o da giocatore di poker?
Come padre sono stato un disastro, ora ho fatto un grande salto, sono felice.
Potresti essere un leader?
No. Colpa mia: sono troppo arrogante, so troppe cose e le dico.
Ad esempio?
Ho stima per Fassino. Ma ancora una volta il Pd candida un ultra-sessantenne, 7 legislature, che non ha mai lavorato in vita sua.
E sul tavolo verde?
Va meglio. Mi è successo di vincere 97 mila dollari in tre giorni. Almeno lì, penso di controllare tutto.

di Luca Telese – IFQ

27 dicembre 2010

Due direttori, tre padroni

Doppio regalo di Natale per i lettori berlusconiani: a Libero, non bastando Belpietro, arriva pure Feltri; al Giornale, invece, resta Sallusti. Tutto a causa dell’eterna transumanza di Littorio, che non riesce mai a stare fermo. Nel ’90 lascia il Corriere per l’Europeo, dove si porta il suo dioscuro, Belpietro, conosciuto a Bergamo Oggi. Poi si rompe le palle e nel ’92 rifonda l’Indipendente con Belpietro. Nel ’94 si rompe le palle e va al Giornale con Belpietro. Nel ’97 il dioscuro lo tradisce e va al Tempo, intanto Feltri si rompe le palle e lascia il Giornale a Belpietro. Nel 2000, dopo un lungo girovagare, fonda Libero senza Belpietro. Ma nel 2009 si rompe le palle e torna al Giornale, rimpiazzato da Belpietro. Ora si rirompe le palle e torna a Libero, ma con Belpietro. L’altroieri saluta sul Giornale gli sventurati lettori, rimasti nelle mani di Sallusti: “Non lascio questa gloriosa testata per motivi polemici, anzi sono grato” eccetera. Poche ore dopo, dichiara in conferenza stampa: “Sono andato via da un giorno e già il Giornale mi sta sui coglioni”. Libero saluta il ricongiungimento familiare con un sobrio articolo di Francesco Borgonovo, che descrive i Jalisse del giornalismo nostrano come fossero Marx ed Engels: “Come nelle migliori telenovele (sic, ndr), la coppia si rinsalda, l’amore vince sull’invidia e sull’odio. Ed eccoli qua, trent’anni e varie testate (in tutti i sensi) dopo di nuovo insieme, dove meno ce li si aspettava, a Libero”. In effetti ce li si aspettava come minimo all’Economist. Azionisti (10% ciascuno) e direttori   (l’uno editoriale, l’altro responsabile, si fa per dire), Littorio e Prettypeter annunciano subito un giornale “così tanto libero da permettersi di essere berlusconiano senza essere di Berlusconi”. Infatti è di Antonio Angelucci, senatore di Berlusconi. “Noi – aggiunge Feltri – potremo essere berlusconiani senza essere pagati da Berlusconi. E saremo gli unici, visto che in Italia tutti sono pagati da lui: chi scrive per Mondadori, chi fa film per Medusa…”. E chi scrive su Panorama, come Feltri. E chi ha un programma su Canale5, come Belpietro. Ma pagati da Pier Silvio e Marina, mica da Silvio. Poi ci sarebbero i fondi pubblici a Libero, che sta in piedi grazie ai parecchi italiani che non lo comprano ma lo pagano lo stesso (7 milioni l’anno fino al 2008, poi s’è bloccato tutto: persino la Presidenza del Consiglio dubita che Libero ne abbia diritto). Ma ora Belpietro vi rinuncerà di certo, diffidando il governo dal seguitare a erogarli: nel 2008, infatti, attaccò Littorio su Panorama per i “ 39 milioni in 7 anni” percepiti da Libero a spese dei contribuenti grazie al “furbo espediente” con cui si è travestito da “supplemento di Opinioni nuove, bollettino del movimento monarchico”, ergo “paga Pantalone”, dunque “Feltri si arrampica sugli specchi per giustificare il finanziamento pubblico. È uno stile libero che non gli si addice”. La rinuncia insomma s’impone. Sennò si potrebbe insinuare che i Jalisse della penna dirigano un giornale nato da “un furbo espediente” e sono talmente liberi da avere tre padroni: Angelucci, Berlusconi e Pantalone. Al   Giornale, per la dipartita di Feltri ma soprattutto per il permanere di Sallusti, si teme un calo di copie. Per arginarlo, zio Tibia fa una pagina d’intervista a Ostellino, noto trascinatore di folle, e minaccia di riprendersi pure le mèches di Facci (di cui Feltri ebbe a dire: “Cestinare un suo articolo non è censura, è un’opera buona”). Feltri gli rende pan per focaccia portandogli via il vice, Massimo de’ Manzoni, dal cognome francamente eccessivo. Intanto, su Libero, primo scoop mondiale: “Belpietro intervista Feltri”. Seguirà: “Feltri intervista Belpietro”. Poi, sulle orme della Fallaci, “Belpietro intervista Belpietro” e “Feltri intervista Feltri”, fino all’intervento degli infermieri. La rassegna stampa dell’Istituto Treccani saluta il ritorno di fiamma di Gianni e Pinotto con un lapsus freudiano: “II ‘nuovo’ Libero di Feltri e Belpietro: più commenti, meno pagine e una forte fecalizzazione sul digitale”.

di Marco Travaglio – IFQ

11 ottobre 2010

Professione vendetta

Come la minaccia di un dossier ha portato la Marcegaglia a mitigare il suo giudizio su B.

Ieri è andata in onda la santificazione di Emma Marcegaglia. La presidente della Confindustria che impavida sfida il manganello berlusconiano campeggiava sui titoli dei maggiori quotidiani nazionali: “Marcegaglia: nessun dossier cambierà i miei giudizi sul governo” (Il Corriere della Sera) “E Emma disse ora basta! È guerra”, (Repubblica) “Marcegaglia: vado avanti e non mi faccio intimidire” (La Stampa). Anche sul nostro giornale un titolo recitava: “Non ho paura, vado avanti”. Parole che la leader degli industriali aveva pronunciato dopo che Vittorio Feltri aveva annunciato la pubblicazione di un dossier. A dire il vero tra le righe dell’intervista al Corriere si intuiva una dissonanza: la presidente di Confindustria inviava messaggi suadenti al direttore del quotidiano che le voleva fare “un culo così per due mesi”: “È uno dei migliori giornalisti d’Italia, non ho nulla contro di lui”, cinguettava la Marcegaglia. Per comprendere la sindrome di Stoccolma non bisogna   fidarsi delle interviste. Come sempre in Italia per capire cosa succede davvero nel retrobottega del potere è meglio affidarsi alle parole rubate dagli investigatori piuttosto che a quelle regalate ai giornali. Quello che è accaduto tra Fedele Confalonieri, Vittorio Feltri e Emma Marcegaglia è un caso classico di “potere osceno”, come lo definisce Roberto Scarpinato, quel potere basato su segreti e ricatti che regge le sorti d’Italia, e che si muove ob scenam, cioè dietro la scena ufficiale, mimata a beneficio di chi crede ai giornali di Berlusconi e della Confindustria.

15 settembre: tutto    parte da quel giorno

TUTTO inizia il 15 settembre quando Emma Marcegaglia rilascia le sue dichiarazioni critiche inaugurando il nuovo stabilimento della Diesel: “I conflitti personali e un governo che non ha più la maggioranza non aiutano la crescita. L’Italia vive un momento di politica brutta che per mesi ha parlato solo di amanti, cognati e di appartamenti . Non è questo che ci interessa. In estate si è parlato di temi che non interessano a nessuno”. Qualche malumore a Palazzo Chigi si avverte subito e il giorno stesso   intorno alle 16 la presidente degli Industriali torna sul tema con un comunicato alle agenzie di stampa che ritratta le parole precedenti: “Rispondendo alla domanda su che cosa sarebbe successo nel caso in cui non ci fosse più una maggioranza di governo, mi sono limitata ad affermare che il governo deve comunque andare avanti”. La marcia indietro non basta al Giornale. Il mattino seguente, 16 settembre2010, l’editoriale di Alessandro Sallusti bacchetta la Marcegaglia. Alle 11 e 38 arriva sul cellulare del portavoce Rinaldo Arpisella, il famoso sms di Nicola Porro, vicedirettore del Giornale: “Ciao Rinaldo domani superpezzo giudiziario sugli affaire della family Marcegaglia”. Mezz’ora dopo alle 12 e 18   minuti Arpisella chiama Porro terrorizzato e si sente rispondere: “Spostati i segugi da Montecarlo a Mantova. Adesso ci divertiamo, per venti giorni romperemo il cazzo alla Marcegaglia come pochi al mondo”. Arpisella lo interrompe per chiedere perché Il Giornale vuole riservare alla Marcegaglia lo stesso  trattamento riservato a Fini. Il vicedirettore non risponde come sarebbe normale: “Perché vogliamo raccontare gli scandali che coinvolgono il numero uno degli Industriali per i nostri lettori, come è nostro dovere”. Bensì allude alle prese di posizione critiche del giorno prima: “Hai letto l’editoriale di oggi di Sallusti?”. E cosa scriveva Sallusti quel giorno? “Alla presidente di Confindustria (le vicende di Montecarlo) non interessano. E invece, a nostro avviso, dovrebbero interessarle. Perché quel signore (Fini) è lo stesso che con le sue scelte ha determinato il fatto di cui si lamenta la Marcegaglia, cioè che la maggioranza non c’è più… non credo che agli industriali italiani sia indifferente essere governati   da Berlusconi o da Bersani e siccome è ovvio che Fini potrebbe spostare, direttamente o indirettamente, l’asse da una parte o dall’altra, allora forse sarebbe meglio che una volta tanto Confindustria decidesse di schierarsi”.    Arpisella, Porro    e l’exit strategy    ARPISELLA capisce subito dove vuole andare a parare Porro. Ma non si indigna per il suo comportamento intimidatorio. Cerca solo una via di uscita. A sentire le telefonate intercettate dalla Procura di Napoli, Emma Marcegaglia non sembra così coraggiosa (né così antiberlusconiana) come la rappresentano i quotidiani, preconizzando per lei un futuro da “papessa del centrosinistra”. Quando Porro rinfaccia ad Arpisella la nomina di Gianni Riotta al Sole24Ore, il portavoce della Marcegaglia rivendica l’assoggettamento di quelli che qualcuno ancora chiama i poteri forti al vero e unico potere italiano: “È stata concordata, c’è il benestare di Berlusconi e Letta. Forse tu non lo sai ma è così”.   Oggi Emma Marcegaglia parla di una mera cortesia istituzionale, ma per capire dove stanno i veri “poteri forti” è sempre meglio sentire le telefonate. Due ore dopo la chiamata nella quale Porro annuncia lo spostamento dei segugi da Montecarlo a Mantova, parte l’abboccamento tra la vittima e il “padrun” del carnefice, per dirla con Feltri. Alle 15 e 20 Confalonieri e Marcegaglia si sentono grazie a Giancarlo Coccia, direttore Ambiente Confindustria, che li mette in contatto durante un convegno. Nessuno esce bene da questa vicenda. Nemmeno Emma Marcegaglia. Lei stessa a verbale racconta: “Confalonieri mi rassicurò e mi disse che avrebbe   chiamato immediatamente Feltri, e che mi avrebbe richiamato subito. Cosa che poi effettivamente fece dopo pochi minuti. In tale seconda telefonata Confalonieri mi disse che aveva parlato con Feltri e che era tutto a posto nel senso che Il Giornale avrebbe desistito. Nel corso della stessa telefonata Confalonieri mi ribadì la necessità e l’opportunità che io facessi un’intervista al Giornale”. Proprio quel giorno, tra una telefonata e l’altra con Confalonieri, Emma Marcegaglia torna a parlare del governo. I toni sono ben diversi dal giorno precedente. “Il governo sta cominciando a muoversi”,dice e poi aggiunge,“gli otto punti di Tremonti noi li condividiamo. Su questa strada noi siamo pronti a collaborare”. Quel giorno la leader degli Industriali a Tremonti riconosce “il merito di aver tenuto ferma la linea del rigore sui conti pubblici”. È la stessa Marcegaglia, da quello che dice Giancarlo Coccia che assiste alla telefonata accanto a lei che non si oppone alla richiesta di intervista   al Giornale da parte di Confalonieri: “Lei gli ha detto ti chiamo anche con lui e al limite vediamo di fare un’intervista. Comunque tutto a posto lei lo ringraziava molto..”. Così alla fine di questa sequenza concitata di sms, articoli e   telefonate, il presidente di Media-set esce rinforzato nei confronti della leader degli Industriali che deve dirgli grazie e non può rifiutare un’intervista allo stesso Giornale che la voleva manganellare.

I guai giudiziari   del fratello

E CHE pochi giorni dopo, il 22 settembre, tornerà a far sentire il suo fiato sul collo della presidente con un articolo nel quale ricorderà le vicende giudiziarie del fratello per il caso Enipower. Puntuale quel giorno arriva la telefonata di Arpisella a Porro, che annuncia minaccioso: “Ci sentiremo spesso in questo periodo… romperti i coglioni solo questo. Però dobbiamo cercare di trovare un modo per integrare ehm dobbiamo cercare un modo… dobbiamo trovare un accordo perché se no non si finisce più qui”. Secondo il portavoce di Emma Marcegaglia, dietro le intemperanze di Porro ci sarebbe stato qualcuno ben più in alto del vicedirettore del Giornale: “Nel corso di questa conversazione (…) colsi anche una certa preoccupazione da parte del Porro,di voler in qualche modo, disinnescare la campagna del ‘dossier’, nata da indicazioni a lui superiori,anche perché temeva di restare,  secondo la mia opinione, ‘compromesso’ nelle sue relazioni con il mondo dell’economia a cui lui di fatto appartiene come formazione professionale e culturale. Di qui l’invito a cercare in qualche modo un accordo o un’intesa, anche attraverso un’intervista presumibilmente ‘riparatoria’ della stessa MARCEGAGLIA a Il Giornale. Da quello che ho capito, ma è una mia supposizione, forse il PORRO riteneva di poter chiudere in questo modo la ‘vertenza’ e sventare definitivamente   il rischio della pubblicazione del ‘dossier’. Mentre la trattativa per chiudere la “vertenza” sul dossier prosegue, un uccellino soffia al Giornale che qualcuno intercetta le conversazioni dei suoi giornalisti. I Pm Vincenzo Piscitelli ed Henry John Woodcock accelerano e sentono Arpisella e la Marcegaglia. In quel momento accade la vera svolta. La presidente di Confindustria decide di raccontare tutto. Chissà come sarebbe finita “la vertenza” senza l’inchiesta.

di Marco Lillo IFQ

6 ottobre 2010

Ballusti

Alessandro Sallusti, il rassicurante neodirettore responsabile (si fa per dire) del Giornale, lancia un allarme da far tremare le vene e i polsi.

Titolone a tutta prima pagina: “I pm spiano i telefoni del Giornale”. Svolgimento: “Abbiamo la certezza che almeno due Procure, una al Nord l’altra al Sud, tengono sotto controllo i telefoni e i telefonini di direttori e vicedirettori de Il Giornale. Al momento nessuno di noi è coinvolto in procedimenti giudiziari né ha ricevuto avvisi di garanzia né è stato convocato… Eppure ci sono pm che si divertono ad ascoltare le nostre conversazioni”. Ora, a parte il prevedibile sollazzo di ascoltare le telefonate di (ma soprattutto tra) Feltri e Sallusti nel tempo libero, nessuno può sottovalutare la gravità della situazione. Ci sono pm che intercettano qualcuno senza prima dirglielo, il che è già ben strano: di solito, quando si intercetta qualcuno, lo si avverte con largo anticipo, anzi si domanda se abbia nulla in contrario; in caso di diniego, si soprassiede. Ma Sallusti è un uomo fortunato e l’ha saputo comunque. Ora teme che lo vogliano “incastrare”, “non si sa mai, magari qualcosa si scopre”. L’idea che basti comportarsi bene per non aver nulla da temere non lo sfiora proprio. Anzi un altro timore l’assale: forse ai pm nordisti e sudisti che passano notti insonni ad ascoltare lui e Feltri “non interessa quel che diciamo noi, ma sono curiosi di sapere che cosa dicono i personaggi della politica coi quali ogni giorno parliamo”. E qui, una volta tanto, B. non c’entra: è noto infatti che né Feltri né Sallusti   parlano mai con lui, essendo autonomi e indipendenti dal loro editore e dal di lui fratello. Eppure è proprio per B. che Sallusti è angosciato: “Sono anche questi – scrive – gli abusi di cui parla il presidente Berlusconi… La magistratura, violando o piegando norme e leggi a suo vantaggio, vuole tenere sotto controllo altri legittimi poteri che dovrebbero godere di piena autonomia: l’esecutivo, la politica e l’informazione”. Ora, com’è noto, i parlamentari non possono essere intercettati, salvo autorizzazione preventiva del Parlamento. Ma nulla del genere è previsto per i giornalisti, che infatti vengono spesso intercettati: sia quando commettono reati comuni (tipo fare le spie, come l’ottimo Betulla, già collaboratore di Feltri e Sallusti), sia quando violano il segreto investigativo. Non vorremmo togliere la primazia a Feltri e Sallusti, ma capita sovente che giornalisti vengano intercettati: da Carlo Vulpio – che Libero di Feltri e Sallusti sputtanò pubblicando le sue conversazioni con le sue fonti perché aveva il torto di occuparsi delle inchieste di De Magistris – al nostro Antonio Massari, intercettato e pedinato per scoprire le sue fonti sull’inchiesta di Trani. Ed è una fortuna che non sia passata la legge bavaglio difesa da Sallusti, altrimenti si potrebbe incriminare e intercettare anche chi pubblica notizie non segrete. In attesa di svelarci chi e perché intercetta i nostri eroi, magari con qualche prova, il Giornale raccoglie l’illuminato parere del sottosegretario Mantovano: “Non conosco la vicenda, ma il tono del direttore Sallusti non lascia adito a   dubbi”. Eccola la pistola fumante: il tono di Sallusti, meglio del guanto di paraffina. E poi, sottolinea il Giornale, “sulla vicenda è andato in onda un servizio del Tg1 di Augusto Minzolini”: dunque è tutto vero. Il senatore Pdl Gramazio, detto Er Pinguino, chiede al povero Al Fano di sguinzagliare “gli ispettori ministeriali per valutare la regolarità dei fatti denunciati”. Resta da capire dove dovrebbero andare, visto che le due fantomatiche Procure restano ignote. Si procederà così: gli ispettori perlustreranno palmo a palmo l’intero territorio nazionale, dalla Val d’Aosta alla Sicilia, sottoponendo a stringente interrogatorio chiunque incontrino per strada: “Scusi, lei per caso sta intercettando Sallusti?”. E dinanzi a eventuali dinieghi (“Ma che sta dicendo?”, “Ma è sicuro di stare bene?”) si scuseranno molto: “Ah non è lei? Pardon, come non detto. Tante care cose, ossequi alla sua signora”.

di Marco Travaglio IFQ

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