Archive for giugno, 2010

30 giugno 2010

Una parata di libertà

Gay Pride New York City
 
Credo di non sbagliare se scrivo che domenica scorsa a New York c’è stata la più grande manifestazione di Gay Pride della storia. Una fiumana di gente ha iniziato a manifestare già sabato con un “assaggio” di sfilata di sole formazioni lesbiche. All’alba di domenica la parata già occupava gran parte della Fifth Avenue, per poi straripare sino al pomeriggio. Le finestre della stanza dove dormo danno su Washington Square, la piazza dove termina la Fifth: qui nessuno è riuscito a dormire per due giorni. Già venerdì notte la piazza è stata invasa da bande e suonatori, la maggior parte a mollo nella fontana di fronte all’arcata, con maschi e femmine che trascinavano i loro partner nell’acqua, evocando la scena de La Dolce Vita, quando Anita Ekberg trascina Marcello Mastroianni nella Fontana di Trevi.   La città di New York non ha mai visto niente di simile, tanta era la folla dei partecipanti. Una specie di film fatto di migliaia di inquadrature mai viste prima d’ora, che scorrono davanti agli occhi degli spettatori e li ammaliano. Qui è la composizione multi razziale, multi generazionale e multi sessuale a dominare la scena. È impressionante il numero di bambini e ragazzini che accompagnano i loro genitori, ballando e gridando slogan verso il pubblico che applaude. Mentre la parata avanza sale la temperatura, probabilmente è la giornata più calda dell’anno: il termometro segna 45 gradi, ma nessuno ci fa caso. Non tutti i partecipanti sono gay, moltissimi sono amici o semplici cittadini che sfilano per dimostrare la loro solidarietà. Sui carri sfilano anche attori e cantanti, come il   cast della serie televisiva Real Housewives of New York, impegnato a marcare la differenza con le più note housewives disperate. Il primo striscione che mi viene incontro è provocatorio: “Cristo era gay e il Papa lo rinnega”. Segue un secondo striscione non meno radicale: “Gli apostoli   lo erano e i preti li tradiscono”. Nella sfilata che si perde all’orizzonte ci sono molti striscioni che citano i nomi dei politici che si oppongono alla causa gay, come di altri che invece hanno fatto outing pubblicamente, soprattutto donne, parlamentari, giudici della Corte suprema e governatori. Di striscioni che riguardano il presidente Obama ne vedo solo uno. Dice che se Obama non è gay potrebbe sempre diventarlo e allora sarebbe non solo il primo presidente nero, ma con un valore aggiunto. È soprattutto una parata in nome della libertà, che è l’ideale di cui va più fiero il popolo americano.   Gli striscioni, i manifesti, gli slogan e le scritte potrebbero riempire un intero trattato di antropologia culturale, tanto sono significativi. Domina la musica, soprattutto afroamericana e latina. La fanno da padrone i fischietti, i lanci di bustine con dentro preservativi, come pure collanine colorate offerte alla folla. Passa un carro funebre seguito da giovani vestiti di nero a ricordare i morti di Aids. Sfila una gigantografia di due uomini in abito da cerimonia appena sposati in Canada, con la data del matrimonio. Ecco uno striscione che grida: “Siamo tutti gay. In 29 Stati puoi essere licenziato se lo dichiari”. È vastissimo il numero di striscioni delle chiese che aderiscono. Nessuna è cattolica. Sul carro di una parrocchia afroamericana si esibiscono i ministri: cantano e pregano il Signore perché dia a tutti “freedom and liberty”. “God made us queer”, dice uno striscione. E un altro cita Isaia del salmo 61: “God has sent me to proclame   liberty”. Molte industrie, non poche banche e numerose marche di moda sfilano a fianco dei manifestanti, o perché davvero in sintonia o più probabilmente per farsi pubblicità in una giornata che passerà alla storia. Ho la sensazione che a sfilare sia più la gente di colore dei bianchi. Un carro di musicisti colombiani domina la scena con i loro strumenti a fiato. Un altro, di congolesi, lancia slogan contro le dittature   che affliggono l’Africa. Passa un carro di pellirosse a ricordare che un tempo questa terra era loro. Né può mancare Michael Jackson, con un carro di ragazzini col volto da lupo che cantano Thriller, ricordando il loro mito. Proprio in questi giorni è un anno dalla sua morte. Ai lati della strada la gente si accalca sui marciapiedi e batte le mani quando passano i veterani gay delle varie guerre, dal Vietnam all’Iraq. Ballano assieme a un corpo vestito da marines armato sino ai denti, pronti a far parte dello show. Sfila la Team Volley Ball con la maglia azzurra. Una di football americano lancia palloni in aria. Seguono alcune bande di sole ragazze arrabbiate, vestite di heavy metal. Armati di fischietti   , microfoni e altoparlanti, ognuno ha qualcosa da comunicare. Molti carri si fermano qualche minuto, scendono i protagonisti, si mettono in posa per la gioia degli spettatori davanti alle loro macchine fotografiche e ai mille telefonini, quindi ripartono lanciando in aria un pallone d’argento con scritto sopra “Freedom for lesbian, transgender and bisexual people”. Passa un gruppo di dimostranti contrario alla circoncisione. Un gruppo agita uno striscione e se la prende con la polizia: “Fight Police Bestiality”. Passa davanti a una camionetta di poliziotti e questi anziché offendersi applaudono. In definitiva questo gigantesco cocktail di uomini, donne e bambini che si mischiano al popolo gay sta ad evidenziare come la sua causa sia ormai intimamente collegata e integrata alle tante rivendicazioni che agitano il mondo intero e non solo New York, né solo l’America.   Alle 17 in punto, come per magia, la parata si dissolve. Per le strade cade il silenzio, come quando al cinema si spengono le immagini e scorrono i titoli di coda. Un travestito con in spalla un pappagallo mi ha visto filmare con il cellulare. Si avvicina e sorride: “Ti sei divertito? Il prossimo anno saremo ancora di più”. La sera la città offre ai manifestanti una grande festa. Dubito che i sindaci italiani, dalla Moratti ad Alemanno, saprebbero fare altrettanto.  

  di Roberto Faenza IFQ

Partecipanti al gay pride portoghese del 19 giugno (FOTO ANSA)

Annunci
30 giugno 2010

Un punto di partenza fondamentale: la laicità

In Italia si assiste di tanto in tanto a uno “strano fenomeno”, un evento così sorprendente al cui cospetto il fascino di un’ aurora boreale scade a livello del banale fastidio generato dalla visione di un partecipante dell’Isola dei Famosi che si taglia le unghie dei piedi. Mi faccio i complimenti da solo per questa agghiacciante e contorta immagine d’esordio. Comunque, questo “strano fenomeno” si verifica sempre, ogni qualvolta accade qualcosa (per esempio viene rilasciata una dichiarazione, si assiste a un comportamento, a una reazione, a una presa di posizione…) che per sua natura disturba la quiete marmorea del mondo cattolico. In cattolici, quando si sentono attaccati e/o messi in discussione, reagiscono, scatenando lo “strano fenomeno” che consiste in un putiferio mediatico sul tema della laicità dello stato.

La dinamica è ricorrente e la regia è sempre la stessa. Gli attaccanti si predispongono ad assalti alla baionetta oppure si accingono a prodursi in sassaiole modello “intifada”.. Pannella come un neo Balilla – non nel senso dell’ONB parascolastica del ventennio ma nel senso originario genovese di Giambattista Perasso – impugna una pietra e grida “Che l’inse?” A quel punto viene affrontato dal cardinal Bertone che citando il Vangelo risponde “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Dopo questa scaramuccia insensata e anacronistica i difensori dei privilegi della chiesa alzano le barricate e danno vita a un fuoco incrociato protettivo utilizzando olio bollente, spade laser, specchi ustori e la Gelmini.

Nel breve volgere di pochi istanti si genera così un clima apocalittico del cazzo, collocabile a metà strada tra la battaglia di Stalingrado e la Batracomiomachia. Gasparri e La Russa sono solitamente tra i primi a passare all’azione e lo fanno attaccando la sinistra per la sua faziosità…quando gli fanno notare che nessuno della sinistra si è ancora espresso sul problema in questione, ribattono sostenendo che la loro è una critica preventiva… successivamente, il “filosofo” Buttiglione (filosofo…come se non esistesse una differenza sostanziale tra un “filosofo” e un “laureato in filosofia”…) si esibisce in una ridda di citazioni dotte e date precise (con grande sfoggio di splendido nozionismo) atte a “dimostrare” le radici cristiane dell’Italia, dell’Europa, del Globo Terracqueo, della Galassia e di tutto l’Universo (buchi neri compresi)… perché fin dai tempi di Pangea si poteva intravedere il disegno di Dio… perchè il primo essere anfibio che giunse sulla terra ringraziò l’Eterno sacrificando cefalopodi e trilobiti su un altare costruito con muschi e licheni sparsi su un letto di felci… ecco, per favore, smettiamola di associare la parola “filosofo” al termine “Buttiglione”…

Immediatamente dopo, Berlusconi in diretta TV da Villa Certosa, dove sta partecipando a un festino di quelli “giusti”, dichiara a reti unificate con le guance impiastricciate di rossetto, che la morale cattolica va rispettata e difesa… poi una volta chiusa la trasmissione si ributta nell’orgia che abbandonerà come sempre di li a poco per “legittimo impedimento” … L’etere viene quindi occupato da Cicchitto e Schifani che dicono di trovarsi d’accordo col “Santo Padre” senza rendersi conto che la persona così definita, per il momento, non è ancora “santo”, e non è mai stata “padre”…. Quindi è la volta dell’opposizione (si fa per dire)…D’Alema evita una presa di posizione risoluta facendo sfoggio di un certo “equilibrismo” (anni di barca a vela serviranno pure a qualcosa!), Bersani, col suo proverbiale senso pratico emiliano, minimizza e si schiera dalla parte dei lavoratori di Brescello insieme a Don Camillo…

E’ a questo punto che i cardinali invadono il video come carri armati del Risiko in procinto di occupare la Kamchakta… torna in scena Pannella che cita “le grandi battaglie del divorzio e dell’aborto”, se la prende con la “partitocrazia” e inveisce contro il “potere clerico – fascista”… gli atei si scatenano reclamando il diritto di replica , Bruno Vespa organizza una puntata di Porta a Porta dove intervista il Papa, Bondi e la Sindone… il leader dell’UDC, Ma guardi/Casini, cerca perennemente una terza via al dibattito che per lui è sempre mal posto… i giornalisti scrivono di tutto in articoli di fondo e mediamente vanno a fondo coi loro articoli… si discute di differenze sostanziali tra laicità e laicismo, simbologia e pari opportunità, multiculturalità e identità perdute… il putiferio mediatico cresce, cresce, cresce…ma dopo circa settantadue ore tutto il dibattito si sgonfia, si affloscia, si spegne… qualcuno grida un ultimo “vergogna”…qualcun altro bisbiglia l’ennesimo “pensate alle crociate” e poi, dopo l’eco di un tristissimo “Roma ladrona! Federalismo” last minute che non c’entra un cazzo ma fa gioco, arriva il silenzio…Il tema torna nel dimenticatoio e si ricomincia con quiz, reality e veline

Ho esagerato? Credo di no, anzi, forse sono stato fin troppo tenero. Ma l’ipocrisia di cui è intriso tutto questo gran discutere che si fa a proposito del tema della laicità (o forse – sarebbe meglio dire – a sproposito) rasenta veramente il grottesco. È impossibile riuscire a discutere serenamente di questo argomento. Troppi fattori entrano in gioco, sia naturalmente che in maniera indotta: paure, timori, superstizioni, interessi, perdita di rendita di posizione, perdita di posizione di rendita, inibizioni, convenienze politiche, ricatti….non lo accetto ma lo capisco…però bisognerebbe avere la freddezza necessaria per riuscire se non altro a comprendere spassionatamente qual è la struttura della problematica e quali sono le implicazioni che le varie soluzioni possibili prefigurano, tenendo presente, comunque, che non ci troviamo in una situazione di stallo in cui dobbiamo “decidere” che direzione prendere e finché non “si decide” si sta fermi…no… In questo momento sono già operative delle decisioni che fanno andare le cose già in una certa direzione e, se non si “ridecide”, le cose continuano ad andare avanti così.

La legge di inerzia di Newton non perdona. Poi si può anche sostenere che il dialogo è importante e che ogni volta che si parla e si discute qualche effetto lo si ottiene…si, queste sono le classiche “balle consolatorie”…i cambiamenti se ci sono, sono minimi, ma la verità è che non cambia mai nulla. Dopo le polemiche, la Chiesa Cattolica continua a gestire il suo potere temporale e il temporale che si è scatenato perde potere. A parte qualche piccolo rivolo dove si continua a discutere, per il resto, tutto va avanti come prima…

Un rivolo degno di attenzione, luogo di dibattito singolare, è senza dubbio l’UAAR (Unione Atei e Agnostici Razionalisti), associazione affascinante che propone spunti di analisi interessantissimi, ma che purtroppo io vedo contraddittoria nella sua intima costituzione (a meno che non ci siano problemi di accordo sul significato di alcuni termini). L’UAAR ha avuto un momento di massima visibilità nel gennaio 2009, quando non ha ottenuto il permesso di pubblicizzare le proprie idee su Dio. Ricordiamo il fatto. L’associazione aveva deciso di esporre su alcuni autobus dei cartelloni pubblicitari che recitavano così. “La cattiva notizia è che Dio non esiste, quella buona è che non ne hai bisogno. La concessionaria della pubblicità ha impedito l’uscita dei manifesti, ufficialmente considerando l’affermazione lesiva della sensibilità dei credenti. L’azione è sembrata a molti un vero e proprio intervento censorio di stampo fascista.

Non mi interessa molto discutere qui e adesso se tale affermazione sia da considerarsi o meno offensiva nei confronti dei credenti (si potrebbe anche fare, io non mi tiro indietro, ma il mio obiettivo in questo momento è un altro) e men che meno voglio parlare – in questa sede – del fatto che sia stata impedita la sua diffusione, (atto comunque gravissimo, perché sul contenuto della frase si può essere d’accordo o meno, sulla sua liceità si può aprire una discussione, ma sul diritto di sostenere questa tesi non ci sono dubbi. L’unica pecca che vedo è che questa affermazione si prende la briga di dire agli altri cosa è meglio per loro…mamma mia! Ma come ti permetti? Che frase! Che frase ignobile! E come ci siamo comportati nei suoi confronti! L’abbiamo passata al setaccio! L’abbiamo sezionata e sviscerata, rivoltata come un calzino, vista e rivista alla moviola da tutte le angolazioni e con tutti gli ingrandimenti come se fossimo anatomi della parola e studiosi di psicologia sottesa…che viene da dire, ma perché non si fa lo stesso con le affermazioni religiose? Vi pare che il mondo cattolico non abbia la pretesa di dire agli altri cosa devono fare? Vi pare che certe affermazioni non siano da ritenersi lesive nei confronti di chi la pensa diversamente? Vuoi dire che a dispetto degli atteggiamenti democratici sotto sotto non ci sia invece ancora la ferma convinzione di essere depositari della Verità assoluta?). Per il momento lasciamo perdere.

La cosa che più mi preme fare, invece, è suggerire una piccola riflessione sull’associazione che ha proposto lo slogan. Un’associazione che vede riuniti atei e agnostici. A me personalmente pare che ci sia molto da discutere (propedeuticamente) proprio su questo abbinamento, per cui la questione diventa un’altra: cosa ci fanno gli agnostici con gli atei? Come direbbe Di Pietro: che ci azzeccano? La dichiarazione in questione è palesemente atea. Perché un agnostico dovrebbe sottoscriverla? Personalmente mi considero agnostico, perché ritengo che l’agnosticismo sia la posizione più logica per una persona che mette la ragione sopra tutto; (tesi da me sostenuta, in epoca non sospetta, sia nel libro Siamo una massa di ignoranti. Parliamone del 2006 che nel successivo Non è stato facile cadere così in basso del 2007 che costituiscono i primi due capitoli della “Trilogia dell’ignoranza”), ma l’agnosticismo rigoroso genera quello che gli antichi greci chiamavano “epoche”, cioè la “sospensione del giudizio” e se si decide di sospendere il giudizio, non si può contemporaneamente avallarne uno.

È una semplice applicazione del principio di non contraddizione. Detto in parole povere, un agnostico non si esprime circa la millenaria (e stucchevole) diatriba tra atei e credenti “Dio c’è – Dio non c’è”; e se non lo fa non è perché non ha il coraggio di prendere posizione in merito a tale disputa, ma perché ritiene di non avere dati sufficienti per farlo. Considera le due posizioni come atti di fede, e un agnostico non vuole credere. L’ateo difende (e ha tutto il diritto di farlo) la sua posizione, ma non può chiedere a un agnostico di sottoscrivere le sue affermazioni. Pertanto accomunare con la sigla UAAR atei e agnostici a sostegno di una proposizione di quel tipo non è corretto. Pertanto mi sento di mettere in discussione la scelta stessa di costituire un’associazione pensata così. Se proprio ci si vuole associare per elaborare pensieri comuni da diffondere sotto l’egida dell’associazione stessa, gli atei dovrebbero farsi una loro specifica associazione e gli agnostici dovrebbero fare altrettanto. Gli atei con gli atei, gli agnostici con gli agnostici…e badate bene che non si tratta di isolarsi o di erigere muri anti dialogo, si tratta semplicemente di scindere due momenti operativi: prima si elaborano delle tesi e poi ci si confronta con tutti.

Sono sicuro che le due associazioni potrebbero portare avanti molte battaglie comuni, ma l’elaborazione delle idee e delle proposte non può essere la stessa. Il metodo non può essere lo stesso, il linguaggio non può essere lo stesso. Le posizioni sono e restano, oltre certi limiti, incompatibili. Perché non proporre allora l’AAC? L’associazione Atei e Credenti? Guarda un po’ se non mi viene fuori ancora il vecchio PD! Il quale – ovviamente – non è andato da nessuna parte e solo dopo la fuoriuscita di certi elementi può iniziare a muoversi con un po’ più di convinzione. Mica tutti sono illuminati e lucidi come Rosy Bindi che è la dimostrazione più evidente di come si possa accettare la laicità dello stato ed essere nel contempo cattolici convinti (anche se io preferirei usare per Rosy il termine “cristiano” che mi pare più azzeccato per lei e per i cattolici come lei…Altro spunto di discussione su cui torneremo in futuro)

Passiamo ora alla fase propositiva di questo infinito post. Quali punti fermi sono sostanziali per la laicità dello stato? Personalmente penso che solo il comportamento suggerito dall’agnosticismo possa permettere l’elaborazione teorica di uno stato laico. Un po’ enfaticamente oserei dire che propendo per un agnosticismo di stato. Anche se ci sono atei e credenti in grado di scindere mentalmente le problematiche (vedi Rosy Bindi su un fronte o per esempio Giulio Giorello sull’altro, ma ce ne sono molti altri…) alla fin fine l’ambito di definizione di contesto più coerente e il supporto filosofico migliore mi pare proprio l’epochè degli antichi greci. Uno stato laico, per essere tale, non deve sottostare a nessun diktat dogmatico teologico o ideologico.

L’agnosticismo non è ideologia, è semplice constatazione. Non fa passi arbitrari. Perché a un certo punto si ferma. E si ferma proprio sul limite che rende necessari proprio quei passi arbitrari per azzardarsi ad andare al di là. L’alternativa allo stato teocratico non è lo stato ateo, l’alternativa alla religione di stato non è l’ateismo di stato. Sembrano cose ovvie e scontate per molti, ma è bene ribadire l’ovvio con una certa continuità, a scanso di equivoci. In questo abbiamo molta da imparare dalla Chiesa (formidabile nel metodo). Uno stato laico permette la libertà dei suoi cittadini, non impone punti di vista o forzature né in un senso né in un altro. Si fa garante del rispetto delle diversità. Questo non significa che lo stato debba rinunciare a imporre le sue leggi alle quali tutti devono sottostare..

Non sarà certo questo mio scritto a risolvere la problematicità dei mille aspetti che sono implicati in quest’ ottica. Io qui mi limito a fornire quelle che ritengo siano alcune coordinate orientative e a proporre una serie di puntualizzazioni che mi appaiono irrinunciabili. Se qualcuno mi smentisce sono sempre pronto a cambiare idea. Non sono innamorato delle idee che sostengo. Mi limito a esporle per metterle in discussione.

Ecco qui di seguito un quadro organico e coerente di risposte alle questioni più dibattute. Tanto per cominciare, uno stato laico fa valere il suo punto di vista all’interno delle sue strutture (laiche). Perciò:

  • La questione del crocifisso nelle aule della scuola pubblica, per esempio è una faccenda che ha solo una soluzione: il crocifisso va tolto. Non ci sono se e ma né affettivi né legati a presunte “radici”. Ovviamente le scuole confessionali avranno il sacrosanto diritto (guarda un po’ come il linguaggio può rispettare una posizione!) di esporre tutti i simboli che vorranno. E se qualcuno desidera che i propri figli abbiano un insegnamento religioso cattolico tradizionale (catechismo) non deve far altro che mandare il ragazzo nelle strutture ecclesiastiche atte allo scopo.
  • La questione dell’ora di religione si può risolvere in due modi: o la si cancella totalmente, oppure la si rende obbligatoria, ma la si trasforma in un’ora di studio di tutte le religioni (storia e dottrine) e il docente lo decide lo stato (attraverso opportuni corsi di laurea e concorsi normali, come per matematica o italiano) e non la Curia.
  • Tutte le religioni devono poter essere professate, liberamente ogni credente ha il diritto di professare la propria religione negli appositi luoghi deputati (chiese, moschee, sinagoghe). Non si può impedire a un ebreo o a un musulmano di pregare (tanto per citare solo le cosiddette “grandi religioni monoteiste”) e il diritto va esteso e garantito ovviamente anche ai seguaci di tutte le altre religioni.
  • L’ateismo di stato è contrario ai principi della laicità quanto la religione di stato. Non solo si tratta di un’altra forma di dogmatismo, ma la sua imposizione per legge costituirebbe una violazione della libertà individuale. Quindi rappresenta una posizione non corretta.
Questi sono solo alcuni punti e la linea di condotta segnalata costituisce una sorta di inquadramento generale. È evidente che la strada non sarà facile, ma mi pare che – a grandi linee – il percorso sia tracciato. Concludo questo post modello Ben Hur con un paio di osservazioni collaterali che approfondirò in seguito:

Circa il Dialogo interreligioso mi sento di proporre la seguente riflessione: il dialogo interreligioso è impossibile per la natura stessa delle religioni che considerano se stesse come verità assolute.

Una verità assoluta cancella tutto il resto e non considera degna di nota nessuna altra verità.

Se per dialogo interreligioso intendiamo un accordo mediato tra dottrine differenti esso è impossibile, se invece intendiamo dire che i capi si mettono d’accordo su altre questioni non dottrinali sconfiniamo in atteggiamenti politici. Della serie: ognuno tenga a bada il proprio gregge.

Se poi il problema è quello di secolarizzarsi per sopravvivere…allora non continuiamo a scomodare Dio…parliamo di banche, di affari, di giro di denaro, di prevaricazioni…e che cosa c’entra la religione?

Circa i temi etici (eutanasia, testamento biologico, fecondazione eterologa, nozze gay…) l’unica cosa da dire è che lo stato laico deve garantire la libertà di scelta personale. Nessuna imposizione, come già si diceva, né in un senso, né in un altro.

Sia chiaro che le leggi fatte in questa direzione non costituiscono un obbligo per nessuno. Devono solo assicurare la parità di trattamento e la possibilità di agire per chiunque, qualunque sia la strada che intende intraprendere. E non ditemi che “certe cose non si devono fare”, perché sia che la legge lo permetta sia che la legge non lo permetta, “certe cose” si fanno comunque, altrove e/o di nascosto. E se qualcuno non ha il rispetto per la situazione, la scelta o la disperazione altrui, che almeno la smetta col parlare di messaggi d’amore universale. Sofferenza? No grazie. Abbiamo già dato. Anche con questi palliativi ce ne sarà comunque molta.

In conclusione: c’è una sola legge, ed è la legge dello Stato. E la legge è (o meglio, deve essere) uguale per tutti, tanto per il cittadino quanto per il politico e il religioso (trovate forse che non sia così?). Un corrotto è un corrotto, con o senza tunica, dentro o fuori dal Parlamento, un pedofilo è un pedofilo, con o senza tunica, dentro o fuori dal Parlamento, un ladro è un ladro con o senza tunica, dentro o fuori dal Parlamento…per contro, per usare le parole di De Andrè un’anima salva è un’anima salva, con o senza tunica, dentro o fuori dal Parlamento, ma sempre lontana da inutili sensi di colpa quando si trova ad affrontare scelte difficili spesso obbligate dalle difficoltà materiali e dalla necessità di resistere agli schiaffi dell’esistenza.

di Flavio Oreglio IFQ

30 giugno 2010

Perché giustifichiamo la corruzione?

I giornali di oggi ci ricordano che secondo i dati della Corte dei conti, la corruzione costa complessivamente al paese 60 miliardi di euro l’anno ovvero mille euro a testa, lattanti compresi.
L’informazione passa veloce e si passa a discutere di altro: se la Padania esista davvero o se non sia solo una fantasia geografica, se Lippi abbia sbagliato la formazione nelle prime partite del mondiale sudafricano, se le Camere debbano fare gli straordinari per votare – oltre che la manovra finanziaria – anche le nuove norme in materia di intercettazioni. Insomma la questione della corruzione sembra essere una tra le altre e non necessariamente la più rilevante sotto il profilo politico e morale, vera “questione nazionale” dalla quale dipende la qualità e la solidità del nostro sistema politico.
La penso diversamente: in Italia la corruzione non è un incidente di percorso ma un “sistema” che attraversa partiti, associazioni, organismi religiosi ed arriva ai singoli individui. Il “sistema” è forte perché genera una cultura che lo legittima e che manda assolti corrotti e corruttori semplicemente perché è normale “arrangiarsi” e “oliare” meccanismi farraginosi e lenti. E così diventa normale corrompere per agevolare una pratica, costruire una mansarda, guadagnare un favore. E ovviamente diventa normale farsi corrompere perché “una mano lava l’altra” e “dove c’è domanda c’è sempre offerta”. Nasce così una catena della corruzione che stringe e soffoca la democrazia, dai livelli più alti a quelli più bassi.

In Italia questa catena è più forte e invadente che in altri paesi: perché? A parere mio perché ciò che in altri paesi è la cultura della responsabilità in Italia diventa cultura della giustificazione. Nessuno è mai responsabile di niente (“non ho colpa, sono stato costretto…”) e tutti sono sempre pronti a invocare una giustificazione. Certa politica giustifica l’evasione perché troppo alta è l’imposizione fiscale; la famiglia giustifica il pargoletto indisciplinato perché troppo stressato, la Chiesa cattolica giustifica il peccatore perché è madre amorevole. Altre culture ed altre tradizioni religiose, quelle che più che alla Chiesa guardano a Dio, hanno una più alta cultura della responsabilità: proprio perché figli di un Dio d’amore portiamo la responsabilità del dono che ci viene fatto. E ne rispondiamo di fronte a lui e di fronte agli altri uomini e alle altre donne. Essere responsabili significa saper pagare, dover risarcire, sapersi tenere alla larga da cricche e comitati d’affari, saper rinunciare a gratifiche e guadagni illeciti. Altra cultura, diversa da quella prevalente tra noi italiani, popolo di giustificati e di giustificanti.
di Maria Bonafede Moderatore Tavola Valdese

 
30 giugno 2010

Di fronte a un crollo inedito e inaudito di credibilità, il Papa blocca il dibattito anche sulle responsabilità passate

   

  VATICANO, È CODICE ROSSO DOPO LA DECISIONE AMERICANA     

     Sull’orlo del vulcano la Santa Sede sceglie la tattica dello “stare a vedere” dopo il pronunciamento della Corte Suprema Usa e si prepara al catenaccio. In Vaticano si spera che non si arriverà ad una citazione dinanzi ad un tribunale americano del cardinale Segretario di Stato Bertone, del decano del collegio cardinalizio Sodano se non dello stesso Benedetto XVI. La decisione della Corte Suprema di “non decidere” sull’immunità della Santa Sede nei processi di pedofilia (come richiesto dalla stessa amministrazione Obama) apre però la strada ad una situazione molto pericolosa per il Vaticano. Il giudice dell’Oregon può ora andare avanti nell’accertare le specifiche responsabilità degli organi centrali vaticani per quanto riguarda i trasferimenti omertosi del prete-predatore Andrew Ronan (morto nel 1992), spostato via via dalle autorità ecclesiastiche   dall’Irlanda a Chicago e infine a Portland, dove continuò ad abusare. Jeff Anderson, l’avvocato principe dei processi per pedofilia negli   Usa, preannuncia una richiesta di audizione di Bertone e Sodano. Oltretevere tenteranno a quel punto di chiedere nuovamente l’immunità, augurandosi che la Corte Suprema decida di riconoscere la non processabilità di esponenti di un governo straniero. Ma ciò che sfugge ai prelati vaticani nel giorno di festa del 29 giugno, in cui si esalta l’autorità suprema del papato, è che in Occidente è in corso un gigantesco smottamento di immagine e di prestigio della Chiesa cattolica, non più vista e riverita come potere sovranazionale superiore alle leggi statali.  

   Gli eventi di questi giorni sono il segno di un passaggio d’epoca. Per sedici secoli, dai tempi dell’Impero romano sotto Costantino, Teodosio II e Giustiniano, la Chiesa si è costruita passo dopo passo un’immunità strutturata a sistema, per cui clero e vescovi mai sottostavano alla giustizia civile. Per cui clero e vescovi erano quasi sempre intoccabili. Per cui la gerarchia ecclesiastica non doveva “rendere conto” a nessuno dei suoi affari interni. I processi negli Stati Uniti degli anni scorsi e le   condanne di risarcimento milionario inflitte alle diocesi per i casi di occultamento della pedofilia hanno fatto breccia in questo sistema, le commissioni d’inchiesta statali come in Irlanda lo hanno scosso, la valanga di eventi accaduti nelle ultime ore lo sta frantumando. La Corte Suprema americana non ha ritenuto di concedere automaticamente l’immunità, la giustizia belga (seppure con un’azione spettacolare probabilmente inutile, perché i vescovi belgi avrebbero consegnato egualmente i loro computer e risposto ad interrogatori anche senza il sequestro di nove ore dell’intera conferenza episcopale) ha messo alla gogna la leadership ecclesiastica di una nazione, infine il comunicato vaticano su Propaganda Fide – nel riconoscere gli “errori” della congregazione – sono la testimonianza che il vento è cambiato.  

   Di colpo la Chiesa cattolica è trascinata dal suo empireo, dal suo essere un “potere al di sopra dei poteri terreni”, ed è obbligata a misurarsi con l’opinione pubblica, con le richieste di rendiconto dei mass media, con le citazioni dinanzi alle magistrature statali. Le prime risposte di papa Ratzinger non sembrano essere all’altezza della nuova sfida. Il coro dei cortigiani, ecclesiastici e non, è già partito esaltando la sua svolta riformatrice, ma la situazione è più complessa. Benedetto XVI sulla piaga di pedofilia ha avuto un grande sussulto morale, improntato a rigore, facendo mea culpa nella Lettera agli Irlandesi, ponendo al centro la sorte delle vittime, esortando alla consegna dei preti colpevoli alla giustizia civile. Ma ora che l’aggravarsi della crisi richiede una risposta di “politica ecclesiastica” il Papa appare esitante. L’operazione-pulizia in Italia – terra che sottosta direttamente   alle direttive papali – non è nemmeno partita. La Cei non fornisce risposte sui cento casi di preti abusatori già acclarati e non apre un’inchiesta nazionale per scoprire le vittime non ascoltate.  

   Di più: lunedì Benedetto XVI ha tappato la bocca al cardinale Schoenborn, che aveva sollevato la questione delle responsabilità del cardinal Soda-no, Segretario di Stato durante il pontificato di Giovanni Paolo II, nel bloccare un’indagine del Sant’Uffizio – allora diretto da Ratzinger – sul cardinale pedofilo austriaco Groer e sul

  fondatore pedofilo e concubino dei Legionari di Cristo, Marciel Macial. In un comunicato vaticano fuori dall’ordinario Schoenborn è stato costretto a scusarsi per le “interpretazioni date alle sue espressioni”. Con durezza è stato dichiarato che “nella Chiesa, quando si tratta di accuse contro un cardinale, la competenza spetta unicamente al Papa”. Gli altri possono solo fare opera di “consulenza”. E’ un bavaglio al dibattito tra i massimi esponenti della Chiesa proprio nell’ora in cui ce ne sarebbe maggiormente bisogno. Perché Schoenborn non ha sbagliato.   Le inchieste su Groer e Macial furono davvero bloccate. Il Fatto è in possesso di una lettera privata di Groer del 1998 in cui il cardinale ammette che la dichiarazione pubblica – con cui non fornì spiegazioni prima di dimettersi – gli fu “sottoposta” alla firma con l’impegno di un “santo silenzio, di un segreto (da osservare)”. E solo dal Vaticano poteva venire l’imposizione al porporato pedofilo di un testo da sottoscrivere sotto obbligo di silenzio. Il bavaglio a Schoenborn vuole bloccare le rivelazioni sugli anni ‘80 e ‘90. La missione del Papa, ha dichiarato ieri Benedetto XVI in San Pietro, è “garanzia di libertà per la Chiesa” nei confronti dei “poteri locali, nazionali o sovranazionali” e di salvaguardia della tradizione cattolica da “errori concernenti la fede e la morale”. Una rocciosa esaltazione del primato papale. E tuttavia, questa sarebbe l’ora di un consulto di Benedetto   XVI con il collegio cardinalizio invece dell’isolamento nella riaffermazione del potere supremo. Senza l’apertura di un dibattito trasparente e collettivo sugli errori del passato e le scelte del futuro, la crisi della Chiesa è destinata ad aggravarsi. 

di Marco Politi IFQ 

La Corte Suprema di Washington (FOTO LAPRESSE) 
30 giugno 2010

Modello L’Aquila per 11 nuovi penitenziari milioni di euro nelle mani di Bertolaso

PIANO CARCERI, PROCEDURA STRAORDINARIA PER LA GARA
     Come battesimo, un’intercettazione che ha già fatto storia. Fabio De Santis, provveditore alle Opere pubbliche in Toscana e soggetto attuatore del G8 alla Maddalena: “Gira la voce che sarà affidata alla Protezione civile la gestione del piano edilizio per la costruzione di nuove carceri … senti, reggiamo duro… , cioè … questa voce gira … hai capito ? Lì ci vuole una ribellione feroce”. Maria Pia Pallavicini, dirigente al ministero delle Infrastrutture, risponde: “Assolutamente.. ma dove l’hai sentita ’sta cosa? Certo però, sai, bisogna essere spalleggiati dal ministro …, da soggetti che caldeggiano questo. Perché io posso fare tutto quello che è in mio potere, ma è molto limitato”.   Correva l’ottobre 2009, la cricca Balducci lavorava alla grande mentre la concorrenza interna (leggi De Santis) cercava un modo per addentare l’osso del Piano carceri. Anzi, la polpa: undici nuovi penitenziari e venti padiglioni da costruire in gran fretta. “Seguiremo il modello de L’Aquila” disse subito Guido Bertolaso, che tramite apposita ordinanza (3861/10) lo scorso marzo ha organizzato al meglio la pratica individuando la figura di un Commissario delegato sotto il cappello di un Comitato di sorveglianza di cui   fanno parte, oltre al ministro della giustizia Angelino Alfano, lo stesso Bertolaso e Altero Matteoli, responsabile delle Infrastrutture. Certo i due sono entrambi indagati per gli appalti gestiti dalla Protezione civile, ma saranno proprio loro a dover garantire il corretto andamento delle gare, da tenersi con procedura straordinaria e riservata. 
   Recita infatti l’ordinanza: “Il Commissario delegato può avvalersi del Dipartimento della Protezione civile per la progettazione, la scelta del contraente, la direzione dei lavori e la vigilanza degli interventi”. Il Commissario prescelto è Franco Ionta, capo del Dipartimento Penitenziario: a sua disposizione ci sono 611 milioni di euro. Lui veramente aveva presentato un conto ben più salato per mettere finalmente in ordine uno dei settori più malandati della pubblica amministrazione: 1,6 miliardi. Ma s’è dovuto accontentare. Una vera prova   del fuoco in un contesto a dir poco esplosivo. Per i 68mila detenuti oggi in Italia ci sono a disposizione solo 44mila posti, e le nuove strutture ne garantiranno altri 9mila: già così i conti non tornano. Ieri il principale sindacato di polizia penitenziaria, il Sappe, ha reagito all’annuncio della fase ormai operativa del piano denunciando lo stato di illegalità in cui versano   ormai tutte le Regioni italiane: “I detenuti presenti sono esattamente 68.026, il record nella storia del Paese – sottolinea Donato Capece, segretario generale – e vogliamo essere ricevuti dal ministro Alfano per capire esattamente cosa stia succedendo”. 
   Eugenio Sarno, rappresentante Uil, snocciola invece tutti i dati   dell’emergenza: “Dalle piante organiche mancano 5mila poliziotti, 58 dirigenti, 609 educatori, 530 assistenti sociali, 337 contabili, 109 collaboratori e 328 tecnici. Addirittura abbiamo 45 istituti penitenziari (sul totale di 230) senza un direttore titolare. Sentiamo vaghe promesse di inserire 2mila nuovi addetti, ma mentre ci si avvia a costruire cattedrali nel deserto non c’è nemmeno un euro sicuro   a disposizione degli operatori. Com’è possibile?”. Aggiunge il segretario del sindacato agenti di custodia Osapp, Leo Beneduci: “Per la media mensile di 600-700 nuovi ingressi in carcere, nel 2011/2012 di detenuti ce ne dovrebbero essere almeno 12mila in più. Per far funzionare 20 nuovi padiglioni detentivi occorrono almeno 800 agenti, più altri 2.200 per la funzionalità   iniziale di undici istituti. Quindi almeno 3mila agenti che non ci sono e non ci saranno”. 
   Dove sta il trucco? Semplice. I nuovi padiglioni seguiranno lo schema cosiddetto ‘a croce’. Secondo l’architetto Cesare Burdese, che da oltre trent’anni si occupa di edilizia penitenziaria, si tratta “di uno schema ottocentesco, come denuncia lo stesso Piano carceri. Si tratta della tipica soluzione utilizzata quando mancano le risorse umane: le celle si affacciano su un unico corridoio, sottoposte a un controllo visivo centralizzato che permette, con pochi agenti al   centro, di sorvegliare i detenuti”. Ai quali comunque non resterà molto da fare se non restare buoni in cella visto che parte dei 611 milioni verranno sottratti alla Cassa Ammende, cioè al fondo per le attività di formazione e recupero dei carcerati. Per loro, per i 57 che hanno tentato di suicidarsi quest’anno, per i 32 che ci sono riusciti (ieri un ragazzo di 37 anni a Giarre, vicino Catania), per i 23 agenti che hanno fatto la stessa scelta negli ultimi tre anni (con un’incidenza del 180 per cento in più rispetto agli altri corpi di polizia), il Piano carceri non ha altro da aggiungere.  
di Chiara Paolin IFQ
In Italia 68 mila detenuti stanno in 44 mila posti. Sopra, detenuti affacciati alla cella (FOTO ANSA)
30 giugno 2010

Pronto, chi parla?

 
Il prossimo ministro per i Rapporti con la Mafia festeggia con mezzo Pdl la condanna ad appena 7 anni per concorso esterno: forse, conoscendosi, s’aspettava l’ergastolo. Il suo addetto stampa Minzolingua apre il Tg1 su Taricone, poi spaccia la condanna per mafia del braccio destro del premier per un trionfo della difesa, disseminando la parola “assoluzione” in titoli e servizi, mentre la giureconsulta da riporto a Palermo strilla che “la Corte non ha creduto alla pubblica accusa… non ha creduto a Spatuzza, subito peraltro smentito da Filippo Graviano… ha spazzato via la costruzione accusatoria… crolla tutto…”. Ma non riesce a spiegare come mai, se crolla tutto, il pover’uomo s’è beccato 7 anni. Intanto il premier s’interroga un po’ inquieto su una frase del legale di Dell’Utri, Nino Mormino, che pare il sosia di Salvo Lima: “Dell’Utri è stato condannato solo per quanto avrebbe fatto prima del ‘92 per proteggere dalla mafia Berlusconi e le sue aziende…”. E su quella complementare dell’amico Marcello: “Mangano resta il mio eroe: non so se io, trovandomi al suo posto in carcere, riuscirei a resistere senza fare nomi…”. E chissà che non cominci a parlare qualcuno che in carcere è recluso da un pezzo. Già, perché la sentenza di ieri non era attesa soltanto dai politici, ma pure dai mafiosi, che fra l’altro sono gente seria. Anche loro, come chiunque abbia occhi per vedere, dovevano aver capito che una Corte più benevola, a Dell’Utri, non poteva capitare. A parte le biografie dei tre giudici   svelate dal Fatto (ma a Palermo le conoscono tutti), bastava seguire le loro mosse per farsi un’idea: no alla testimonianza di Massimo Ciancimino, apoditticamente ritenuto “contraddittorio” senza nemmeno sentirlo o guardarlo in faccia, rinunciando così, a prescindere, a un possibile riscontro alle parole di Spatuzza; no alle carte della Dda di Reggio Calabria sui rapporti telefonici tra Dell’Utri e il clan Piromalli nel 2008, perché un conto è la mafia e un altro la ‘ndrangheta; nessuna domanda a Filippo Graviano per saggiarne la credibilità quando ha provato a smentire Spatuzza (bastava chiedergli se avesse mai fatto parte di Cosa Nostra, lui avrebbe risposto di no e tutto sarebbe finito lì). Facile prevedere che a Dell’Utri le cose sarebbero andate meglio in appello che in tribunale. Ma nessuno sapeva di quanto. Ora che si è buscato 7 anni al posto di 9, il mafioso serio non può non porsi una domanda: se il sistema, pur in circostanze così propizie, non riesce neppure a salvare se stesso proteggendo l’ideatore di Forza Italia e padre fondatore della Seconda Repubblica, dove troverà la forza di mantenere le promesse lasciate in sospeso?   La questione non riguarda tanto i mafiosi in libertà che, tra scudi fiscali e leggi anti-pentiti e anti-intercettazioni, non se la sono mai passata meglio. Quanto i mafiosi detenuti che, a parte il contentino della chiusura di Pianosa e Asinara, attendono ancora la ciccia: una scappatoia all’ergastolo o almeno al 41-bis. Fra questi c’è Giuseppe Graviano, vero capo di Spatuzza che, lungi dallo smentirlo, al processo ha preso tempo, lamentandosi per il 41-bis e riservandosi di parlare e decidere che dire in un secondo tempo. Ora il suo potere contrattuale, con l’assoluzione di Dell’Utri per il post-1992, aumenta a dismisura: se le parole di Spatuzza (in aggiunta a quelle di Giuffrè e agli innumerevoli fatti documentati degli anni ‘90) non sono bastate ai giudici per provare il nuovo patto Stato-mafia, che accadrebbe se parlasse Graviano? I mafiosi non badano al diritto, che ritengono inutile sovrastruttura, ma alla prassi, cioè ai rapporti di forza e potere. Sono gli ultimi marxisti su piazza. Se Dell’Utri rischia di finire in galera, vuol dire che il sistema è tutt’altro che un monolite granitico, anzi si sta sbriciolando. Come la Prima Repubblica nel 1992, quando la giustizia apparve per la prima volta uguale per tutti e infatti i mafiosi cominciarono a parlare. C’è un vecchio detto, in Sicilia: “Ad albero caduto, accetta accetta”. Dell’Utri lo conosce bene. Berlusconi potrebbe impararlo presto.
di Marco Travaglio IFQ
 
30 giugno 2010

QUANTO CI COSTA IL PORTO VOLUTO DA SCAJOLA PER IL PROGETTO DI BELLAVISTA CALTAGIRONE SPESE QUINTUPLICATE

 

     Neanche gli stadi dei Mondiali forse c’erano riusciti: il nuovo porto turistico di Imperia, fortissimamente voluto da Claudio Scajola, sarebbe costato cinque volte più del previsto. È scritto nel documento della Commissione di Vigilanza e Collaudo finito alla Procura di Imperia. “E’ necessario – scrivono i tecnici – osservare che l’ultimo certificato di pagamento emesso stima in 145,8 milioni il costo delle opere marittime, valore assolutamente non congruo rispetto al progetto approvato, il cui costo in fase di progettazione era stato stimato in maniera considerevolmente inferiore (29,3 milioni)”.

   La colata di cemento 
   I riflettori si accendono ancora una volta su quest’opera faraonica: 1.440 posti barca più 117 appartamenti. Il tutto realizzato dall’Acquamare di Francesco Bellavista Caltagirone (non indagato), noto anche per aver partecipato alla cordata Alitalia sponsorizzata dal Governo. L’Acquamare a sua volta detiene il 33 per cento della società Porto di Imperia spa. Un altro terzo è del Comune di Imperia. L’ultima fetta è in mano a imprenditori locali tra cui risultava anche Pietro Isnardi, consuocero di Alessandro Scajola, fratello dell’ex ministro, ma soprattutto suocero di Marco Scajola, fino a pochi mesi fa vicesindaco della città.

   Il nuovo scalo è forse la più grande colata di cemento in una Liguria dove i porticcioli – benedetti da centrodestra e centrosinistra – sono stati il cavallo di Troiapermilionidimetricubidi costruzioni. Proprio quel porto di cui Angelo Balducci era stato nominatocommissario.Elapresenza nella Riviera dei Fiori di uno dei protagonisti delle indagini

  sulla Cricca sta attirando sul progetto l’attenzione delle procure. Non soltanto di quella imperiese. Gli investigatori stanno valutando molti elementi, “come il mancato svolgimento di gare di evidenza europea”.

   Caltagirone, Scajola e Fiorani 
   Ma il mega-porto, perfino nella Liguria scajolizzata, aveva suscitatoperplessitàgiàprimachearrivasse il cemento. Così qualcuno ricorda quel volo in elicottero compiuto nel 2003 per visionare dall’alto le opere. A bordo, oltre a Bellavista Caltagirone, c’erano Scajola e Gianpiero Fiorani che nel cemento ligure sognava di investire cento milioni. L’episodio, nonostante le inchieste sulle scalate bancarie dell’estate 2005 (Francesco Bellavista Caltagirone partecipò all’operazione Antonveneta attraverso Hopa, ma non fu indagato), fu presto dimenticato. Nel2006eccoiltagliodelnastro dei cantieri, presenti Scajola e il presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando. Soltanto la Cgil, guidata allora da Claudio Porchia, tentò di sollevare la questione. Scajola replicò: “Caro Porchia, non sei il sindaco di Imperia,seiilcapodiungruppo parassitario che non conta un tubo e non prende un voto”. L’ex ministro si beccò una querela, ma invocò l’immunità parlamentare. Le ruspe andarono avanti, nonostante un’inchiesta per le variazioni in corso d’opera (ammesse dagli stessi costruttori) per un enorme capannone portuale. Una situazione paradossale: per autorizzare la costruzione era necessaria una variante dello stesso comune che è proprietario di un terzo della società.Pernondiredell’ipotesi di una condanna: il Comune rischiava di pagare, attraverso la società, una sanzione a se stesso. Alla fine, però, è giunta la contestata richiesta di archiviazione.

  Basta? Neanche per sogno, perché qui si affaccia Balducci. All’inizio del 2008 gli enti pubblici dovevano nominare la Commissione incaricata di verificare la conformità del porticciolo alla concessione demaniale. Bisognava esaminare le opere a mare realizzate, ma soprattutto andavano stabiliti gli oneri che il concessionario doveva pagare allo Stato. Una verifica amministrativa, ma anche contabile, su cui puntavano gli occhi Bellavista Caltagirone e Beatrice Cozzi Parodi (sua compagna e socia, soprannominata “Nostra Signora dei porticcioli”). La prassi, in questi casi, è che si scelga un membro dell’amministrazione. Invece venne designato anche Balducci. Chi lo scelse? Tutti puntano il dito sull’allora sindaco di Imperia, Luigi Sappa (Pdl), vicino a Scajola (è stato poi scelto dal Pdl   come presidente della Provincia di Imperia). Balducci venne nominato presidente della Commissione, ma dopo un paio di mesi si dimise.

   Intanto i lavori procedevano: nel 2009 ecco l’inaugurazione del molo lungo, presenti Scajola eFedeleConfalonieri,presidente di Mediaset. Adesso, però, l’ultima tegola: il parere dei tecnici della Regione Liguria. Che non usano mezzi termini: “Il concessionario non ci ha fornito la documentazione necessaria per svolgere pienamente i propri compiti… nonostante richieste in tal senso siano state espresse e reiterate più volte”. E il documento conclude: “La Commissione ritiene che il comportamento del concessionario costituisca una violazione degli obblighi previsti”. La Commissione così sospende la propria attività chiedendo alle autorità di “valutare l’opportunità di procedere all’avvio del procedimento di decadenza della concessione”. Firmato: ingegner Roberto Boni, il tecnico indicato dalla Giunta Burlando che negli ultimi anni ha mostrato cautele sul progetto.

   La concessione e le accuse 
   Il ritiro della concessione sarebbe un terremoto. La Porto di ImperiaSpareplicaalleaccuse:“Le osservazioni sono incongruenti e fuorvianti, nonché destituite di fondamento. Abbiamo sempre

  fornito tutte le informazioni utili, l’assistenza necessaria e la massima disponibilità per i controlli a cui la Commissione è tenuta per legge”. E i costi cresciuti di 110 milioni? “L’aumento è dovuto a una maggiore qualità, bellezza e durata dell’opera. La spesa resta a carico della Acqua-mare, gli enti pubblici non pagheranno un euro”. Tutti tranquilli? Niente affatto. Giuseppe Zagarella e Paolo Verda, consiglieri comunali del Pd, da anni si oppongono al porticciolo: “Adesso devono essere fornite alla Commissione tutte le carte richieste sulle spese sostenute e la loro fatturazione. La società cui sono rivolte le fatture è partecipata dal Comune. Abbiamo paura che un terzo dei costi aggiuntivi, cioè quasi 40 milioni, possano essere a carico deicittadini”.Anchediquestosi occuperà la Procura.

di Ferruccio Sansa IFQ

 

 
Il porto d’Imperia

29 giugno 2010

TRIBUNALE ELETTORALE: L’avvocato che difende i brogli elettorali.

 
Il presidente Cota porta alcune migliaia di persone a Torino contro i ricorsi al Tar e per la difesa della “volontà popolare”

     Un palazzone color pastello e pietra in corso Stati Uniti: austerità sabauda e rigore della legge. Le elezioni regionali del Piemonte si decideranno qui, nella sede del Tar.    Politologi, commentatori e sociologi avevano perlustrato tutta la regione alla ricerca delle radici del trionfo: dalle periferie operaie di Torino alle cittadine della pianura passate dalla povertà contadina a una ricchezza godereccia. Si era parlato di una Lega “comunista”, capace di reclutare gli operai ex Pci di San Salvario. Di una sinistra vicina alle sale del potere, alla lobby bancaria e culturale. Ma l’ultima parola spetterà a un giudice solo in una stanza di pochi metri, per una terra di 4 milioni e mezzo di abitanti per 25 mila chilometri quadrati. “Un golpe giudiziario”, ha sentenziato il neopresidente Roberto Cota che in tre mesi di governo ha già imparato gli slogan del Capo (non Umberto, ma il   Cavaliere). Lo stesso Cota che nei giorni scorsi sarebbe salito al Quirinale per far presenti i rischi di una soluzione “giudiziaria” del voto, sussurrando di problemi di ordine pubblico se non si fosse rispettata la “volontà popolare”. Un’altra lezione presto imparata dal Capo. Proprio quel Cota che rappresenta lo schieramento sceso ieri in piazza armato di fiaccole e slogan. Forse non un bagno di folla, comunque quasi quattromila persone arrivate da tutto il Piemonte con pullman e auto, riuniti dietro lo striscione “Giù le mani dal voto”. Li vedi sbucare in piazza Arbarello, a due passi dal Duomo, alle nove di sera. C’è Olga, che per darsi un tocco   popolare si definisce casalinga, ma è anche moglie di un imprenditore mica tanto piccolo. Ci sono Mario, Ugo, Attilio, con quei volti scuri e le mani spesse di chi viene dalla campagna. Una volta erano i moderati anche se oggi ascoltandoli stenti a crederci. Gli slogan sono gli stessi del consueto repertorio leghista: “Seccessione! Seccessione!”. Qualcuno osa di più: “Oggi le fiaccole, domani i fucili”. La riservata Torino, affacciata alle finestre, guarda le bandiere che insieme suscitano entusiasmo e inquietudine. E per questo non convincono l’anima più moderata del centrodestra: “Così spaventiamo la gente”.   Elezioni decise dal Tribunale, sembra un assurdo, ma la colpa non è del magistrato. Se c’è un responsabile, sempre che le accuse siano confermate, è piuttosto chi ha presentato candidati e firme degni di un film di Totò.

   Così ecco il rischio concreto che si torni a votare. Del resto non si può andare avanti in questo limbo: “In tre mesi il Consiglio

  Regionale non ha prodotto una legge o una delibera. Sono paralizzati dall’idea che si torni tutti a casa”, racconta Mariano Turigliatto (Verdi). Il Piemonte, di fatto, oggi è una regione commissariata: per smentirlo non bastano l’alluvione di comunicati stampa della Giunta Cota, né gli interventi televisivi del Presidente che già traccia bilanci trionfalistici. Così il Piemonte si ritrova al centro della politica italiana. Non soltanto perché si riaprirebbe la lotta alla presidenza. No, in gioco c’è molto di più. Il centrodestra andrebbe a una verifica dopo gli scandali degli ultimi mesi e il disastro della nomina di Aldo Brancher.   Insomma, è facile indicare chi avrebbe più da perdere. Più difficile è prevedere chi ci guadagnerebbe: “Se si tornasse al voto, non sarebbero neppure pochi i problemi e le contraddizioni nel centrosinistra”, commenta Ettore Boffano di Repubblica. Qui di nuovo il caso Piemonte diventa nazionale perché è la proiezione in scala ridotta di quello che accadrebbe se Berlusconi   cadesse. Il Pd e i suoi alleati (ma quali, poi?) non sono pronti. Basta andare nelle sezioni che tre mesi fa erano affollate di militanti e candidati. Oggi è il deserto: manifesti sbiaditi, bandiere ammainate. È lo specchio di uno schieramento che non esiste più, che il giorno dopo la sconfitta si è sfaldato in preda a lotte intestine, vendette e mea culpa appena sussurrati. Del resto anche il candidato, quella Mercedes Bresso già indicata come campione di un centrosinistra di governo, si è data alla macchia. Prima ha presentato il ricorso, poi, dopo una trattativa con Cota, ha pensato bene di ritirarlo in cambio di una poltrona a Bruxelles. Lei, Mercedes, ha smentito: “Non c’è stato nessun baratto, tanto è   vero che i ricorsi degli altri partiti restano in piedi anche senza di me. E’ una questione politica”, prova a spiegare. Poi racconta: “Cota mi ha spiegato che la questione del ricorso lo delegittimava e rendeva impossibile il dialogo. Poi è arrivata la proposta: io ritiravo la firma e Cota avrebbe dato il via libera alla mia riconferma perché ci teneva che il Piemonte avesse quell’incarico”. Se non è un baratto, ci somiglia.

   Ecco il punto: “La speranza di tornare a votare serve per tenere accesi gli animi del centrosinistra”, spiega Turigliatto, “ma se davvero si andasse alle urne, la decisione metterebbe a nudo il Pd e i suoi alleati”. Una cosa è certa sulle rive del Po: Bresso non sarebbe il candidato del centrosinistra. E allora chi? Ma

  lui, senza dubbio, Sergio Chiamparino, il sindaco di Torino che tra un anno dovrà lasciare la poltrona. L’unica incognita è l’interessato. Bruno Badando – il Roberto D’Agostino di Torino, mai tenero con il sindaco – la spiega così: “Forse in Chiamparino ha fatto breccia la convinzione di riuscire a giocare una partita sulla ribalta del Paese, fatto sta che è tornato a vestire i panni usuali del Temporeggiatore”. E poi: è tutto da vedere se Chiamparino riuscirebbe a vincere alla guida di uno schieramento che si dilania già nella lotta per le primarie per il sindaco, che si divide tra sostenitori e avversari di Piero Fassino. Per non   dire della scelta degli alleati, una coperta troppo corta: da una parte i moderati, dall’altra No-Tav e Lista Cinque Stelle di Beppe Grillo, verso i quali Chiamparino ha avuto, se possibile, posizioni meno dialoganti della Bresso. Davide Bono, consigliere eletto per la lista Grillo, è chiarissimo: “Chiamparino è uguale alla Bresso”. Aggiunge: “Da una parte c’è il centrosinistra: nel 2005 ha vinto e ha taciuto, nonostante ci fossero state le stesse irregolarità. Dall’altra c’è Cota che manifesta contro una sentenza. E’ tutto paradossale. Se si votasse noi aumenteremmo i voti, ma dispiace spendere altri 30 milioni di euro”.   Per non dire delle disquisizioni sull’anima del centrosinistra (piemontese, ma non solo). Vito Toniolo, operaio in pensione che si aggira per corso Unione Sovietica con il quotidiano Libero sotto braccio, le liquida così: “Il centrosinistra ricorda le sue origini operaie a pochi giorni dalle elezioni quando torna ai cancelli di Mirafiori”. E Vito punta lo sguardo su questa strada che sembra non finire mai, grigia anche nei giorni d’estate che lontano vedi le Alpi: “Andate a farvi un giro per le periferie, troverete soltanto sezioni della Lega e di quei quattro gatti dei comunisti”.  

   Ma gli slogan, la luce delle fiaccole non devono andare oltre il portone di legno del Tar. “Qui – per dirla con Diego Novelli, ex sindaco rimasto nella memoria dei torinesi – non si devono fare calcoli di convenienze politiche. Siamo ancora in uno stato di diritto”. Ecco il nodo vero della questione: si deve applicare la legge, che è uguale per tutti. Anche e soprattutto per questo il caso Piemonte riguarda l’Italia. 

 

  di Ferruccio Sansa IFQ

  La testa del corteo di ieri sera a Torino (FOTO FABIO BUCCIARELLI)

29 giugno 2010

PROPAGANDA E BUGIE

Ecco come il Cardinale Sepe accollò ai contribuenti italiani il restauro della sede in Piazza di Spagna
Nel giorno in cui il Vaticano scende in campo per difendere la buona fama di Propaganda Fide, nuove carte dimostrano che la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, al fine di giustificare un finanziamento pubblico da 2,5 milioni elargito nel 2005 ha ripetutamente omesso di raccontare la verità agli italiani. Il Vaticano dichiarò che avrebbe usato i soldi pubblici per lavori finalizzati alla “apertura al pubblico di ambienti di grande rilievo artistico come la Cappella dei Re Magi e la biblioteca lignea del Borromini”. In realtà questi documenti svelano che lo scopo della Curia era accollare ai contribuenti il rifacimento di un palazzo nel quale era vietato l’ingresso. Altro che museo pubblico nelle stanze vaticane: il restauro faraonico per un importo di 12 milioni di euro era stato deciso anni prima a prescindere dalla “pinacoteca fantasma”. Il Fatto Quotidiano è entrato in possesso delle schede di monitoraggio del progetto finanziario del contributo elargito dalla società pubblica Arcus, vigilata dai ministeri dello spettacolo e delle infrastrutture. La scheda è controfirmata di pugno dal cardinale Crescenzio Sepe, allora Prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Il finanziamento era stato accordato   da Arcus sulla base di una convenzione del 23 dicembre del 2005. Ma Sepe, che aveva firmato quell’accordo, invia ad Arcus per giustificare le spese sostenute due fatture precedenti alla stipula della convenzione stessa. In calce alla scheda Sepe dichiara: “Tutte le spese relative ai documenti contabili suindicati sono state impiegate per supportare il fabbisogno finanziario del Progetto”. In realtà la prima fattura, relativa al quarto avanzamento lavori, risale al 6 ottobre del 2005, due mesi e mezzo prima della firma della convenzione per il “Progetto”, e ammonta a 310 mila e 915 euro. La seconda fattura è datata 15 dicembre 2005, otto giorni prima della stipula con Arcus, e ammonta a 305 mila e 250 euro.

Le due fatture sono state respinte al mittente con una nota manoscritta, probabilmente da un impiegato di Arcus, nella quale si legge: “Monitoraggio non andato a buon fine per quarto e quinto stato avanzamento lavori”. Nonostante il suo fallimento, il tentativo di Sepe, sembra dimostrare l’intenzione dell’ex Prefetto di coprire ex post una parte del restauro della sede della Congregazione in piazza di Spagna, considerata zona extra-territoriale. La convenzione del 23 dicembre 2005 prevedeva che i lavori, finalizzati alla realizzazione di una pinacoteca aperta al pubblico, sarebbero dovuti terminare entro il dicembre 2006. Altrimenti il contributo sarebbe stato revocato. Anche perché l’unica ragione del finanziamento di questi lavori, che interessavano solo il Vaticano, era proprio l’apertura agli italiani di una pinacoteca, della quale a distanza di 4 anni e mezzo non si vede traccia.   Per comprendere quanto Propaganda Fide fosse entusiasta di aprire le sue stanze alla cittadinanza italiana è sufficiente vedere come fu trattata la Iena Filippo Roma nel febbraio scorso. Pochi giorni prima dell’esplosione dello scandalo Cricca, l’inviato osò chiedere alla Congregazione di fare un giro nella Pinacoteca realizzata con 2,5 milioni di euro dei cittadini italiani. La Iena fu allontanata in malo modo e – solo dopo un estenuante assedio – fu raggiunta (sul territorio italiano, fuori dal palazzo) dal legale della Curia. Di fronte alle telecamere l’avvocato di Propaganda Fide sostenne che non c’era nessun inadempimento perché il finanziamento ammontava a 2,5 milioni e la pinacoteca sarebbe stata aperta entro ottobre del 2010, prima del pagamento dell’ultima tranche pari a 500 mila euro. Peccato che dai documenti in nostro possesso risulta chiaramente che all’epoca la Curia aveva   già percepito non due ma ben 4,5 milioni di euro. Il contributo infatti ammontava a 5 milioni, divise in due tranche uguali. La prima parte, approvata nel 2005, cioé quella che la Iena contestava al legale del Vaticano, era stata erogata completamente già nel 2007, nonostante l’assenza della Pinacoteca. Propaganda Fide e Arcus in questi anni hanno giocato sull’equivoco e nelle loro risposte pubbliche hanno sempre evitato di dire che il finanziamento pagato solo in parte (2 milioni) era la seconda tranche   approvata con una seconda convenzione nel 2007. Dalla documentazione in possesso del Fatto (e ieri acquisita dalla Procura di Perugia) risulta chiaramente che il restauro dello stabile è stato avviato molto prima di entrambe le convenzioni: il 15 novembre del 2004 con la firma di un contratto da 11 milioni e 780 mila euro tra Propaganda Fide e la società Italiana Costruzioni. Quindi, prima dell’intervento di Arcus, la Curia   aveva già speso 2,2 milioni di euro. Il treno del restauro è partito già da un anno quando Arcus decide di salirci sopra. E il biglietto è molto salato. Nella mail che sabato scorso abbiamo pubblicato (acquisita ieri dalla Procura di Perugia, insieme a tutto il carteggio tra Arcus e Curia) il responsabile amministrativo di Propaganda Fide, monsignor Francesco Di Muzio, indica alla responsabile del progetto di Arcus, Francesca Nannelli, le scadenze dei pagamenti in considerazione “del notevole esborso sino ad ora sostenuto dalla Congregazione per l’avanzato stato dei lavori”.   La Santa Sede ieri ha emanato una nota per resistere “alle notizie che da tempo si continuano a diffondere sul conto della Congregazione”. Nel documento, infarcito di informazioni su alunni, seminaristi e missioni sparse per il mondo, il Vaticano ammette che “la valorizzazione del patrimonio può essere esposto a errori di valutazione e alle fluttuazioni del mercato internazionale”. Oltretevere si prende finalmente atto della svendita a beneficio della famiglia Lunardi di uno stabile di tre piani a due passi dal Parlamento. Il comunicato ricorda il versetto di Marco “andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo” ma non spiega per quale ragione – a causa della svendita ai Lunardi – mancano diversi milioni di euro nelle casse della Congregazione che pure avrebbero agevolato quella missione. Se c’è un legame tra i milioni spesi da Arcus e quelli risparmiati dai Lunardi, sarà la magistratura a stabilirlo.
di Marco Lillo e Marco Occhipinti IFQ

Cardinale con fattura:  Crescenzio Sepe. In basso, la scheda presentata da Propaganda Fide per giustificare il contributo di 2,5 milioni, scheda respinta da Arcus. Sotto il documento la firma del cardinale

29 giugno 2010

UNA RISATA VI SEPPELLIRÀ

    Claudio Scajola                                  Daniela Santanchè
 
Il Quirinale: “Una pagliacciata la vicenda Brancher” Già c’era stato Scajola con la casa pagata “a sua insaputa”. Poi ministri e sottosegretari inesistenti. È un governo tra farsa e tragedia.
 
     “I l governo a sua insaputa” si sta trasformando in qualcosa di più di un episodio grottesco o di una collezione di gaffe personali: è il primo vero, unico reality tragicomico sul potere italiano. Potrebbe diventareunformatdisuccesso,unpre-serale leggero per allietare gli italiani con trovate di vaudeville, comicità involontaria e – ovviamente – belle donnine in carne.

   Il giochino telefonico per i telespettatori, per esempio, è di sicuro appeal: indovina anche tu “chi è la bionda”delgiornovicinoalpremier, chiama il numero verde e vinci fantastici premi. “Il governo a sua insaputa” è una striscia quotidiana con un cast di primordine, in cui è difficile individuare un vincitore perché tutti sono pronti a dare il peggio di sé. Noi eravamo convinti che nessuno avrebbe mai battuto il dominatore incontrastato delle prime puntate, Claudio Scajola, l’uomo che vive a sua insaputa e che aveva gridato a telecamere unificate il suo grido di battaglia: “Se scopro chi mi ha comprato la casa, mi incazzo come una belva!”. È stato eliminato dal gioco, ma subito dopo la scena è stata occupata da Guido Bertolaso. Agevolato   nel compito di essere sia ministrosiacomico,l’uomocheharesoil massaggio anti-cervicale arte di governo.Leduerubrichecuratedalcapo della Protezione civile, “ripassatina” e “sconocchiata con le stelle” vanno in fascia protetta perché vietate ai minori, ma ci hanno regalato grandi picchi di ascolto.

   Quando lo hanno eliminato, per non perdereshare,gliautoridelprogrammahannorichiamatoincampounaltro grande talento comico. L’ex ministro Pietro “Embè?” Lunardi, il qualecihacandidamentespiegatochesì, è vero, ha favorito la nomina di Balducci   , ha ottenuto dalla Cricca una palazzina a 4 milioni di euro invece che 8, si è fatto ristrutturare la casetta da Diego Anemone e lo ha a sua volta aiutato ad acquistare i terreni per costruire il suo Salaria Sport Village. Poi, con un colpo di classe che lo ha portato in cima alla classifica, ha aggiunto: “Ci tengo a precisare che questi favori li ha fatti come persona, e non come ministro!”. Sublime. Si vede che questi ministri sono copionati da autori satirici di primo piano, battute cosìnonsiimprovvisano(noiinvece, ci teniamo a precisare, lo consideriamo un cialtrone sia come persona sia come ministro). Sta di fatto che Lunardi era certo di aver messo al tappeto   Scajola e Bertolaso, quando – esattamente come all’Isola dei famosi – gli autori hanno avuto un’altra trovata. Infilare un nuovo ministro. Così è entrato in scena il nostro baniamino, Aldo Brancher. Il nuovo gioco a punti, “Trova anche tu le deleghe di Aldo”, sta appassionando gli italiani (mentre il ministro Rotondi e la sua sottosegretariaDanielaSantanchèsono ancora in cerca d’autore). Brancher avrebbe voluto che con lui fosse nominato anche Marcello Lippi, al ministro per l’attuazione del punteggio.MaLippihadeclinatol’invitoperché gli è bastato il reality del Sudafrica. Come si diceva un tempo: una risata li seppellirà.  

di Luca Telese IFQ

 

  Aldo Brancher                                   Federica Gagliardi  

28 giugno 2010

Il Cavaliere che tramonta e un Pd che non risorge

Nell’Italia incattivita e impaurita dalla crisi, tormentata dall’incubo della disoccupazione e della bancarotta di Stato, c’è soltanto un’oasi quasi felice, comunque serena, placidamente immersa nel quieto vivere. È il Pd. Per meglio dire, i dirigenti del maggior partito d’opposizione. Nella crisi tutti rischiano molto. Gli operai, gli insegnanti, i giovani, questi più di tutti. Rischiano la disoccupazione, la povertà. Ma anche gli imprenditori rischiano di fallire, e così i commercianti, i professionisti, perfino qualche amministratore e addirittura lui, il Berlusca, che frana nei consensi. Loro soltanto, i dirigenti della sinistra, non rischiano mai nulla. Sono da vent’anni saldi sulla poltrona, nel bene e nel male. Hanno cambiato quattro o cinque volte simboli e sigle, ma non una faccia. Hanno perso quattro milioni di voti in due anni e sono sempre là. L’Italia è l’unico Paese dove l’opposizione non riesce a guadagnare mezzo punto dal crollo di fiducia nel governo. Alle ultime Regionali sono riusciti a perdere tutto quello che si poteva perdere, contro una maggioranza lacerata da divisioni e scandali, e sono sempre là. Dove rimarranno nei secoli dei secoli, amen.

Gli ultimi sondaggi rivelano che, per quanto Berlusconi abbia raggiunto il punto più basso di consenso dalla discesa in campo, il Pd non riesce a schiodarsi dal 27 per cento e forse meno. Secondo un altro recente e sbalorditivo sondaggio, l’intero gruppo dirigente del partito è assai meno popolare fra i suoi elettori rispetto a singoli esponenti locali, come Zingaretti, o addirittura esterni, come Vendola. In qualsiasi partito riformista d’Europa la notizia avrebbe avuto l’effetto di una bomba. Nel Pd se n’è discusso per mezzo pomeriggio, prima di archiviare la pratica nel mucchio dell’”antipolitica”. In Italia  è considerato ormai normale da milioni di persone non aspettarsi alcuna seria opposizione da parte del principale partito di opposizione. Se devono segnalare uno scandalo, si rivolgono a internet o al giornale di fiducia.

I dirigenti del Pd condividono da anni con Berlusconi gli stessi fastidi: Repubblica, Di Pietro, i movimenti e un pugno di magistrati. Ma l’eccessiva debolezza dell’opposizione comincia a essere un problema perfino per il Cavaliere. A destra qualcuno comincia a capire che dopo Berlusconi non ci sarà il diluvio. Contro questa sinistra potrebbe vincere chiunque, Tremonti o Formigoni, Fini o Casini, oppure direttamente il cardinale Bertone, così la facciamo finita anche con la finzione dello Stato laico.

di Curzio Maltese
Nicola Zingaretti
 
28 giugno 2010

Spreconi a palazzo Chigi. Un buco di bilancio da oltre un miliardo di euro.

Il bilancio di previsione è stato sforato di 1,5 miliardi. Presidenza e Protezione civile le meno virtuose
C’è crisi alla presidenza del Consiglio dei ministri. Così, per quest’anno, il bilancio di previsione è stato sforato solo di oltre un miliardo e mezzo di euro. Per la precisione di un miliardo, 592 milioni, 238 mila e 740 euro. Miracoli dell’autonomia di gestione, che, fissato un budget per l’anno in corso, delega poi il Segretariato generale a ripartire le diverse poste tra le cosiddette “missioni” dei dipartimenti e dei ministri “senza portafoglio”.

Per il solo “funzionamento” la stima inizialmente fornita dal Segretario generale di Palazzo Chigi ammontava a poco più di 360 milioni di euro (363.626.572) . Nel conto finale sono poi diventati oltre 615 milioni di euro (616.996.255), con un aggravio di spesa di 253 milioni e spicci. Oltre al caso eclatante della neo-ministro Michela Vittoria Brambilla, che è riuscita a spendere per il turismo circa 24 volte il suo budget, passando da 600 mila a 15 milioni di euro, in termini percentuali sono stati i colleghi Carfagna e Brunetta a sfondare i tetti concordati. La prima ha speso quasi cinque volte il milione e mezzo di euro di cui disponeva (sulla cifra ha pesato l’istituzione dell’osservatorio per la pedofilia). Il secondo quasi otto volte i 737.352 euro destinati a “Innovazione e tecnologie”. In cifra assoluta il funzionamento ha però visto l’aggravio di spesa maggiore per il funzionamento proprio per le spese del segretariato generale della Presidenza: rispetto alla previsione iniziale ha sforato di 142 milioni di euro. Tra questi figurano 15 milioni e mezzo di euro spesi per il raduno degli Alpini a Latina (5 milioni) e i XVI Giochi del Mediterraneo, inseriti, con un certo sforzo di fantasia, nel quadro normativo delle “misure urgenti a sostegno dei settori industriali in crisi”.

L’altro salto tra quanto si prevedeva di spendere e quanto poi si è speso, è alla oramai nota voce “Protezione civile”. La struttura che fa capo a Guido Bertolaso ha speso 141.884.213 euro, contro i 63.006.000 previsti. Si badi bene, però, che non parliamo della spesa complessiva, che, spinta anche dal terremoto, ha raggiunto per il 2009 una cifra ben oltre il miliardo di euro, ma della spesa per il solo “funzionamento”.
Tra i decreti di “variazione” del bilancio relativi alla Protezione Civile si annotano i 100 milioni di euro stanziati per gli “Interventi urgenti di protezione civile diretti a fronteggiare la grave situazione di pericolo in atto nell’area archeologica di Roma e provincia”, le diverse tranche per l’emergenza del sisma abruzzese per una cifra complessiva che supera il miliardo di euro e poi fondi a emergenze passate e presenti, dai 50 milioni di euro per gli “eventi atmosferici avversi dell’ultimo triennio” ai 20 milioni per l’alluvione della provincia di Messina.

Ritornando ai ministri poco virtuosi, ecco spuntare il milione e ottocentomila investito (oltre i 4.117.000 previsti) per le Politiche Antidroga che nel governo sono in capo al sottosegretario Carlo Giovanardi. Sottosegretario che invece non ha “sgarrato” sulle “politiche per la famiglia”: 442.800 euro erano previsti, e tanti ne sono stati spesi. Non tutti, infatti, a Palazzo Chigi, hanno buttato la calcolatrice. La notizia potrà sorprendere, ma diversi sono anche i ministri “virtuosi”. Elio Vito, ad esempio, che ha la delega ai Rapporti con il Parlamento 924.700 euro doveva spendere e 924.700 euro ha speso. Così come anche Raffaele Fitto, agli Affari Regionali, non ha sforato il budget di 2.733.960. Addirittura sulla “semplificazione normativa” il ministro Roberto Calderoli è riuscito a risparmiare un milione di euro. Sui 3 milioni e mezzo previsti, ne ha spesi 2.477.000. Anche sullo Sport si sono tagliati 100mila euro. Ma alla fine il conto finale è quello che è: un miliardo e mezzo oltre la previsione.

di Eduardo Di Blasi IFQ
27 giugno 2010

Caso Atenco: América del Valle ha chiesto asilo politico in Venezuela

América del Valle è una studentessa di pedagogia che vive da quattro anni in clandestinità nel suo paese, il Messico. Suo padre Ignacio, insieme ad altri 11 militanti, è stato condannato a 112 anni di prigione per gli stessi fantasiosi crimini dei quali accusano lei: aver partecipato alla lotta della comunità di San Salvador di Atenco, non lontano da Città del Messico, per impedire una delle più grandi speculazioni edilizie della storia del paese: la costruzione di un nuovo aeroporto internazionale.

Quando alle dieci di mattina di mercoledì scorso América si è presentata nell’Ambasciata del Venezuela a Città del Messico, neanche sua madre e il suo avvocato erano al corrente della decisione della ragazza che potrebbe aprire un nuovo conflitto diplomatico tra il governo di ultradestra messicano e quello bolivariano.

América, militante del “Frente de los Pueblos en Defensa de la Tierra”, ha rilasciato brevi dichiarazioni telefoniche dalla sede diplomatica venezuelana: “Sto bene. Ho preso una decisione esclusivamente mia dopo quattro anni di vita infernale e vittima di una persecuzione politica feroce. Non posso più vivere nascosta e minacciata. Non posso più vivere così. La mia unica speranza per recuperare la libertà è quindi chiedere asilo ad un paese realmente democratico e ad un popolo solidale con la ribellione dei popoli latinoamericani”.

 Appena si è conosciuta la notizia, una sessantina di abitanti di Atenco, una località vicino Texcoco, nello Stato del Messico, che doveva essere spazzata via per costruire un aeroporto internazionale, e che stavano manifestando per la liberazione dei prigionieri politici, sono andati sotto l’ambasciata venezuelana dove hanno manifestato solidarietà ad América e sono stati bloccati dalla polizia.

Nel pomeriggio l’avvocato difensore ha presentato all’Ambasciatore venezuelano la documentazione nella quale si dimostra come tutti i tentativi presso la giustizia messicana sono stati esperiti e falliti e come finora lo stato messicano ha applicato sentenze politiche e pene detentive sproporzionate (tra i 30 e i 112 anni di carcere) per i militanti che resistettero pacificamente alla polizia nell’assalto di quattro anni fa.

Il movimento di resistenza civile dei cittadini di San Salvador di Atenco, in particolare dei fiorai di quella località dello Stato del Messico, aveva ottenuto una vittoria storica: impedire che la colossale speculazione legata alla costruzione di un nuovo aeroporto internazionale cancellasse quella comunità. Il 3 maggio del 2006 la polizia aveva deciso di sgombrare i fiorai che vendevano i loro prodotti nel centro della località. Alla resistenza della comunità intervenne la Polizia Federale.

Quella della Polizia Federale Preventiva fu un vero e proprio assalto selvaggio e una vendetta verso la comunità pacifica dei venditori di fiori di Atenco. Assassinarono un ragazzo di 14 anni e uno studente dell’UNAM di 20 anni che come tanti si era recato ad Atenco per appoggiare la comunità. Entrarono nelle case, picchiarono selvaggiamente, arrestarono 290 persone e ci sono prove che fu lasciata libertà alla soldataglia di stuprare sistematicamente le donne. A dare l’ordine dell’assalto fu il governatore priista dello Stato del Messico, Enrique Peña Nieto, oggi il più solido (e scandaloso) candidato alla successione di Felipe Calderón alla presidenza della Repubblica.

I fatti di Atenco furono uno spartiacque e servirono a rinsaldare l’alleanza non dichiarata tra il PAN e il PRI e avvennero a ridosso delle elezioni fraudolente con le quali fu eletto Felipe Calderón, mostrando la vera faccia della contiguità tra PAN e PRI. In quel periodo di tensioni elettorali Atenco fu anche l’occasione, come successivamente Oaxaca, di mostrare al Messico intero come le élite continuassero ad avere il coltello dalla parte del manico attraverso un uso smisurato della forza nella repressione dei movimenti popolari ad Atenco come a Oaxaca.

di Gennaro Carotenuto

27 giugno 2010

L’Italia è ancora in Europa?

Ruini, Bagnasco, Bertone, Sepe e tutti i loro colleghi vescovi italiani praticamente “sequestrati” per molte ore. Gli uffici della Cei e quelli loro personali perquisiti da cima a fondo per l’intera giornata, senza tanti complimenti. Le tombe di due illustri cardinali del recente passato, Siri e Ottaviani, aperte con l’uso del martello pneumatico, per il sospetto che fossero state usate per nascondere documenti compromettenti.

Tutto questo è accaduto davvero, ma non in  Italia, ovviamente. Nell’altrettanto cattolico Belgio. Dove l’ex primo ministro Yves Leterme (il nuovo governo non è stato ancora formato) non ha battuto ciglio, ha anzi commentato che “chi ha commesso abusi deve essere perseguito e condannato secondo la legge belga” aggiungendo che le investigazioni “sono la prova che in Belgio esistono poteri separati tra Stato e Chiesa”.

Un giustizialista arrabbiato? Un laicista trinariciuto? Yves Leterme è un democristiano. Per il quale evidentemente non conta solo la seconda parte dell’etichetta, ma anche la prima: democratico. E in democrazia la magistratura è indipendente, “soggetta solo alla legge” e non guarda in faccia a nessuno, vescovo che sia. Inevitabile la domanda: se l’Europa laica e democratica è questa, l’Italia è ancora in Europa?

Dalla Germania intanto arriva la notizia che la Corte costituzionale ha pronunciato una sentenza storica: l’eutanasia passiva è un diritto. Un tribunale aveva condannato a nove mesi di carcere un avvocato che aveva consigliato un suo assistito di tagliare una sonda che teneva in “vita” (vegetativa) un suo parente, che aveva invece da vivo ripetuto di non volere sopravvivere in tali condizioni.

La Corte costituzionale dichiara ora solennemente che nessun medico può violare la volontà del paziente. La Chiesa evangelica approva la sentenza, la Chiesa cattolica no. In Italia la legge governativa contro il testamento biologico, che stabilisce il sondino coatto anche per chi lo rifiuta, è sempre in pole position per una prossima approvazione. La vogliono Ruini e Bagnasco, Bertone e Sepe. L’Italia è ancora in Europa?
di Paolo Flores d’Arcais

27 giugno 2010

A Genova “Lo Sbarco” della nave dei diritti

“La nostra terra inghiottita non esiste sotto i piedi. Potete respingere, non riportare indietro, è cenere dispersa la partenza, noi siamo solo andata”. All’una del pomeriggio, quando il sole picchia forte sul ponte di poppa della “Majestic”, Katia legge al megafono le parole di Erri De Luca. Il popolo degli “sbarchini” applaude, c’è anche chi si commuove in questo momento in cui – per la prima volta a metà della navigazione – ci si ritrova tutti insieme. Per commemorare i caduti in mare, per ricordare chi ha tentato invano di sfuggire alla miseria del Maghreb o dell’Africa sub-sahariana cercando fortuna in Europa. Ma anche per denunciare, attraverso un viaggio simbolico di ritorno verso l’Italia che hanno lasciato da anni, il declino di un paese in preda alla corruzione, al malaffare, al clientelismo, all’intolleranza, persino alla xenofobia. Italiani emigrati, non più per pura necessità di sopravvivenza, come avveniva per i nostri padri: ma anche chi è partito inseguendo semplicemente un’occasione professionale, alla fine ammette che la distanza invita alla riflessione, ti spinge a vedere con maggiore distacco le storture del sistema.

Paola Manno vive a Bruxelles da quattro anni. Qui emigrarono i suoi nonni negli anni Cinquanta. Per questo ha deciso di andare a ritroso, di indagare sul passato, cercare di capire. Ha girato un documentario, “Lu core suttaterra”. Storie tragiche di una coppia di minatori, e di una vedova il cui marito morì di silicosi. Esperienze di un passato ormai tramontato, quando “era la donna che seguiva l’uomo, mentre ora va a lavorare nelle istituzioni, ricopre ruoli importanti”. Emigra, ma a volte rientra in patria. “Io, dopo 4 anni, ho deciso di tornare – dice Paola – Sono pugliese, vedo che si stanno muovendo molte cose, voglio provare”. Lei ripone qualche speranza in Vendola, ma poi c’è un piccolo gruppo arrivato dalla Sardegna per dire che le cose sull’isola governata da Cappelacci, vanno male.

Ecco, lo spirito della “nave dei diritti” è proprio questo. Ognuno dei passeggeri – più di quattrocento – che si sono imbarcati venerdì notte a Barcellona su questo traghetto proveniente da Tangeri, può portare la sua esperienza, raccontare un caso, arricchire l’agenda delle rivendicazioni. “All’inizio avevamo individuato cinque pilastri, i temi di riflessione che ci sembravano più importanti – confessa Andrea, uno degli organizzatori de “Lo Sbarco” – Lavoro, casa, istruzione, sanità, cittadinanza”. Ma poco a poco il dossier dei diritti da difendere si è esteso. Ci sono i promotori della campagna referendaria contro la privatizzazione dell’acqua voluta dal governo Berlusconi. C’è chi presenta l’iniziativa “La Rai siamo noi”, lanciata dai lavoratori della sede torinese della tv pubblica, ma che si sta estendendo a tutta Italia per denunciare come si stia progressivamente distruggendo “la più grande azienda culturale” del nostro paese, ormai “preda delle aggressioni della politica”. Migliaia di esuberi dichiarati per affidare la maggior parte delle produzioni all’esterno, ad aziende private. C’è chi denuncia le contraddizioni della politica di immigrazione di un paese che proclama la “tolleranza zero”, ma poi tollera, sempre più spesso, gli atti di xenofobia.

La traversata è lunga, sono quasi venti ore dalla Catalogna alla Liguria, ma il tempo vola, tra mostre, dibattiti, proiezioni di documentari, e momenti musicali, con Tonino Carotone che fa da mattatore, e il tributo a Fabrizio De André. E’ già tarda sera quando le luci del porto di Genova appaiono all’orizzonte. Un popolo pacifico si prepara allo sbarco, armato solo di idee, di fantasia e un po’ di nostalgia. Sul ponte più alto della nave, si canta “Bella ciao” e si piange.

di Alessandro Oppes

“Lo Sbarco”: in arrivo la nave dei diritti

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: