Archive for novembre, 2008

28 novembre 2008

Come si misurano i tassi di copertura dei servizi per l’infanzia?

infanzia

Qualche settimana fa è stato pubblicato un rapporto dell’Unione Europea sullo stato di attuazione dei cosidetti obiettivi di Barcellona relativamente all’offerta di servizi formali per i bambini in età prescolare, distinti per due fasce di età: sotto i tre anni e tra i tre anni e l’età di ingresso nella scuola dell’obbligo[1].

 

ingrandisci fig.1_infanzia_saraceno.jpgI dati della Commissione Europea

I paesi membri dovrebbero raggiungere entro il 2010 almeno il 33% di copertura nella prima fascia di età e il 90% nella seconda. Secondo la definizione della Commissione europea, per servizi formali bisogna intendere tutti i servizi di tipo collettivo, inclusi i micronidi, ma anche la cura di uno o più bambini da parte di persone “professionalmente certificate”. L’Italia appare ancora lontana dall’obiettivo per quanto riguarda i bambini più piccoli, ma molto più vicina di quanto non emerga solitamente (fig. 1). I dati della Commissione danno un tasso di copertura del 26% nel 2006, di cui il 10% con servizi a tempo parziale e il 16% con servizi superiori alle 29 ore settimanali. Questo dato indicherebbe un grande miglioramento rispetto al 2000, quando la disponibilità di nidi, pubblici e privati, riguardava solo il 7,4% della popolazione infantile. 

Che cosa si misura esattamente e come?

I dati tuttavia non sono confrontabili nel tempo, per diversi motivi. Il primo è che la definizione adottata dalla Commissione di “servizi formali” include un raggio più ampio di servizi che non il nido. Il secondo, e più importante, è che la Commissione (più precisamente, il Social Protection Committee) non si riferisce al livello di copertura offerto dai servizi disponibili, ma a quello che emerge dal lato degli utilizzatori. Il dato del 26%, infatti, è tratto dall’indagine campionaria EU-SILC (http://www.istat.it/strumenti/rispondenti/indagini/famiglia_societa/eusilc/) sulle condizioni socio-economiche della popolazione.

Sono note le difficoltà che si incontrano ad avere dati attendibili sui servizi quando questi sono organizzati su base e con responsabilità locale e anche in combinazioni istituzionali (pubblico, privato, misto) e organizzative (servizio collettivo, servizio personalizzato e/o a domicilio) diverse. Tuttavia il ricorso a dati campionari sugli utenti avrebbe una parziale giustificazione solo se si trattasse di un’indagine mirata sulla popolazione appunto dei potenziali utenti: in questo caso sulle famiglie con bambini in età pre-scolare. L’indagine EU-SILC riguarda un campione rappresentativo dell’intera popolazione, non delle famiglie con figli piccoli, che costituiscono al suo interno un sottocampione di numerosità ridotta sulla cui rappresentatività si possono nutrire dubbi. Vale la pena di segnalare a questo proposito che l’Istat, sulla base dei dati delle Indagini Multiscopo con un campione più ampio, stimava per il 2004 un tasso di utilizzo dei nidi da parte della popolazione sotto i tre anni dell’11,7%. Nonostante il forte aumento della offerta di mercato in questi anni, non è verosimile che nell’arco di due-tre anni l’utilizzo dei servizi sia più che raddoppiato. 

ingrandisci fig.2_infanzia_saraceno.jpgAlcuni rischi a livello di policy making

Considerando queste difficoltà, l’utilizzo della fonte EU-SILC per verificare il raggiungimento degli obiettivi di Barcellona sembra inopportuno. Un paese come l’Italia, che a livello di politiche pubbliche ha investito pochissimo negli ultimi anni nei servizi per la prima infanzia (fig. 2), può sentirsi giustificato a continuare a non investire, o a investire pochissimo, perché l’obiettivo appare vicino, quando potrebbe essere vero il contrario.

Ma c’è anche un altro motivo per cui l’indicatore utilizzato dalla Commissione europea non appare soddisfacente: la mancata distinzione tra servizi pubblici e privati, oltre che tra servizi collettivi e servizi individuali. Se a Barcellona gli stati hanno preso l’impegno di garantire un determinato livello di copertura, è innanzitutto il loro sforzo che va tenuto sotto osservazione. Tale sforzo può realizzarsi in forma di fornitura diretta, o in forma di convenzione con un soggetto terzo, o ancora di incentivazione al mercato, ma sempre riservandosi il controllo di qualità. Se ci si affida solo o prevalentemente al mercato, non solo la garanzia di copertura per gli utenti può essere più fragile, ma anche non vi è alcuna garanzia né sulla qualità né sul costo.

Tra le righe, questi problemi emergono nel rapporto della Commissione, senza tuttavia diventare elemento critico della scelta dell’indicatore. Ad esempio, il rapporto osserva che in molti paesi, inclusa l’Italia, una quota molto ampia di servizi per la primissima infanzia è a tempo parziale, anche se, stante la fonte, non è chiaro se sia una scelta di utilizzo dei genitori o una caratteristica dell’offerta. Persino nella scuola materna, frequentata dal 90% dei bambini dai tre anni fino all’ingresso nella scuola elementare, solo il 66% ha un orario di 30+ ore settimanali. Il rapporto osserva anche che sia il costo per i genitori sia la qualità dei servizi per la prima infanzia variano non solo da paese a paese, ma anche a seconda che si tratti di servizi pubblici (o sotto controllo pubblico) o privati. Anche il livello di preparazione delle persone che si prendono cura dei bambini varia sia tra paesi sia tra tipologie di servizio (servizi collettivi o singole lavoratrici individuali, tipo “madri di giorno”). Infine il rapporto osserva che la crescente diversificazione dei servizi offerti, talvolta incoraggiata dalle stesse politiche pubbliche, se aumenta la possibilità di scelta dei genitori, rende sempre più difficile il compito di sorveglianza e valutazione della qualità. Questi problemi aumenteranno ulteriormente se, come sta avvenendo in diversi paesi in cui la maggior parte delle mamme lavora, si cercherà di fare fronte ai bisogni di cura della prima infanzia prolungando i congedi remunerati ai genitori, affinché stiano a casa, per prendersi cura dei figli molto piccoli. Tra l’altro, il diffondersi di quest’ultima opzione mette ulteriormente in dubbio l’adeguatezza dell’indicatore utilizzato per quanto riguarda la definizione di “servizio formale”. Al momento esclude baby sitters non certificate (qualsiasi cosa voglia dire essere certificate) e nonni o altri parenti o amici. Ma se una mamma è pagata più o meno generosamente per stare a casa si tratta di servizio formale o no? Rientra o no tra i livelli di copertura?

Vale la pena di osservare che si tratta di elementi dell’offerta – qualità e forma organizzativa – che non incidono solo sulle possibilità di conciliare lavoro e genitorialità, specie per le donne, ovvero sulla principale questione che interessa la Commissione. Essi incidono anche sulla qualità delle cure ricevute dai bambini e sul grado in cui queste si pongono come strumenti di egualizzazione delle condizioni dei bambini o viceversa di conferma delle disuguaglianze. Per quanto riguarda le possibilità di conciliazione, ovviamente, è diverso avere un servizio a tempo parziale o a pieno tempo, più o meno finanziariamente accessibile, oltre che di maggiore o minore qualità. Fa anche differenza se si ricevono servizi o invece denaro, perché tutte le ricerche hanno mostrato come i trasferimenti in denaro abbiano un effetto di conferma se non di incentivazione delle disuguaglianze di genere.

Ma, per quanto riguarda i bambini, la crescente diversificazione dell’offerta senza un intenso controllo della qualità può costituire un potente elemento di conferma delle disuguaglianze sociali. 

di Chiara Saraceno (nella foto) © neodemos.it


[1] Report from the Commission to the European Parliament, the Council, the European Economic and Social Committee and the Committee of the regions. Implementation of the Barcelona objectives concerning childcare facilities for pre-school-age children.

Saraceno

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26 novembre 2008

Birmania, Darfur e Iran. I diritti civili insesistenti.

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Birmania: Pene pesanti agli oppositori del regime
Ventitré oppositori della giunta militare al potere in Birmania, arrestati per aver preso parte alla proteste nell’agosto-settembre del 2007 , sono stati condannati a 65 anni di prigione ciascuno. Lo ha riferito – scrive l’Afp – un familiare di uno dei condannati, parlando in condizione di anonimato.
Il processo si è svolto a porte chiuse all’interno del carcere in cui sono rinchiusi i 23, nella periferia nord di Rangoon.
 
Sempre in riferimento alle proteste contro il regime avvenute lo scorso anno, si è avuta notizia da un portavoce dell’opposizione, della condanna a 20 anni di reclusione del blogger Nay Phone Latt, 28 anni, arrestato in gennaio per aver diffuso in internet una vignetta che aveva come protagonista il leader della giunta militare al potere.
 
Nay Phone Latt è stato giudicato insieme a quattro membri della Lega nazionale per la democrazia della premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi e ad un poeta che è stato condannato a due anni di carcere.
 
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Darfur, ribelli incriminati dalla Corte Penale Internazionale? E’ possibile
I ribelli alla sbarra. Non è mai successo in Darfur, ma adesso una svolta significativa è possibile nel rapporto tra milizie e governo. I capi dei principali movimenti ribelli operanti nella regione sudanese potrebbero venire incriminati dalla Corte Penale Internazionale. A chiedere la messa in stato d’accusa è stato il procuratore della Corte, Luis Moreno Ocampo, che contesta l’accusa di crimini di guerra, ai leader ribelli che, dal febbraio 2003, combattono contro l’esercito sudanese e le milizie Janjaweed una guerra che ha ucciso più di 200mila persone. 
Qualche punto è però ancora da rivedere. Infatti non sono stati resi noti i nomi dei ribelli accusati, né si dovrebbe procedere per l’attacco dello scorso anno alla base dei peacekeepers del’Unione Africana ad Haskanita. Fu una di quelle occasioni di massimo scontro, in cui i berretti verdi dell’Ua resistettero per ore all’assalto dei ribelli, sconfitti solo dalla fine delle munizioni. Restarono uccisi dodici soldati di pace, e altri otto furono feriti. 
La richiesta di Ocampo non è la prima, anzi, si somma a quelle emesse in precedenza contro il presidente sudanese, Hassan Omar al Bashir, e altri esponenti politici del governo di Khartoum e delle milizie Janjaweed, che avevano per tutta risposta più volte accusato la Corte di parzialità. 
Ma la posizione delle autorità sudanesi non dovrebbe comunque cambiare alla luce di questa notizia, anzi, al-Bashir e i suoi hanno già da tempo fatto sapere che non collaboreranno con il Tribunale dell’Aja, la cui giurisdizione non è mai stata riconosciuta da Khartoum, che pur avendo firmato il Trattato di Roma che istituiva la Corte, non l’ha mai ratificato. 
Lo stesso al-Bashir, in realtà, è forte del fatto che difficilmente potrà essere processato per crimini di guerra. Principalmente perché è comunque il "vincitore" di una guerra, e non è un vinto come sono stati in passato altri capi di stato processati (si pensi al liberiano Charles Taylor), e in secondo luogo perché senza di lui la situazione potrebbe diventare ancora più complessa e critica in tutto il Darfur, soprattutto in vista delle elezioni di gennaio. 
Al punto che l’Onu sta studiando la possibilità di ritardare di un anno l’eventuale incriminazione del presidente, che se da un lato è un’eventualità che fa gridare allo scandalo le associazioni dei diritti umani, dall’altro potrebbe essere la soluzione più realista, dal punto di vista della pacificazione. Ma in questo caso è impensabile che i ribelli ricevano un trattamento diverso. 
Le incriminazioni potrebbero però servire come un utile strumento di pressione, soprattutto per i capi ribelli, che non godono della protezione delle autorità sudanesi e la cui incriminazione non ha sollevato aspre critiche nel mondo arabo, come successo in occasione della richiesta riguardante al-Bashir. 
La comunità internazionale naviga perciò a vista, nel tentativo di sbloccare una situazione che rischia di compromettere qualsiasi sforzo per raggiungere la pace. Due settimane fa il presidente sudanese ha proclamato una tregua unilaterale, che è già stata violata giovedì scorso, con nuovi scontri tra l’esercito e i ribelli. Una dimostrazione palese della difficoltà enorme a portare al tavolo delle trattative i protagonisti della guerra.
 
impiccagione
Iran: Teheran, 10 persone impiccate
Teheran, 26 Nov – Dieci persone, fra le quali una donna, tutte accusate di omicidio, sono state impiccate stamane nella prigione di Evin a Teheran. Il magistrato incaricato dell’applicazione delle pene ha detto che la donna condannata a morte aveva ‘ucciso suo marito e tagliato il corpo in piccoli pezzi’. Secondo alcune associazioni di difesa dei diritti umani la donna, Fatemeh Pajouh, aveva ucciso il marito poiche’ l’uomo aveva violentato la figlia di 14 anni.
24 novembre 2008

Ultimi dati Ricerca Eures. Un omicidio su 4 avviene in famiglia. il 70% delle vittime sono donne

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Quasi 130 milioni (rapporto UNICEF 2000) di donne in tutto il mondo vengono sottoposte alla pratica della mutilazione genitale femminile.

Circa 60 milioni di donne sono sparite dalle statistiche demografiche perché vittime delle loro stesse famiglie, uccise deliberatamente o per negligenza, soltanto perché di sesso femminile (rapporto UNICEF 2000)
In base a ricerche condotte nei paesi occidentali industrializzati , dal 20% al 30% delle donne subiscono violenza dal proprio partner o ex-partner.

Dati Eures:

L’ultima ricerca dell’Eures, relativa al 2004, dimostra che un omicidio su quattro in Italia avviene in famiglia, tra le mura domestiche. Il 70% delle vittime sono donne, soprattutto casalinghe, uccise quasi unicamente per ragioni passionali o in seguito a liti e difficoltà in famiglia.

Gli omicidi in famiglia (187 su un totale di 710 nel 2004, con una percentuale del 26,7%) avvengono soprattutto al centro (47,6%) e al nord (38,2), mentre solo il 16% al sud. Il maggior numero di omicidi domestici avviene nel Nord Italia (83, pari al 44,4%) contro i 64 del Sud (34,2%) ed i 40 del Centro (21,4%).

In 7 casi su 10 la vittima è una donna e in 8 su 10 l’autore è un uomo. Il maggior numero di omicidi domestici avviene nel nord Italia (il 44,4%) contro il 34,2 del sud e il 21,4% del Centro. Il numero più alto di vittime si registra oltre i 64 anni e nella fascia 35-44 anni.

Un più elevato rischio risulta peraltro già presente tra le minori, con 16 vittime di sesso femminile rispetto alle 8 di sesso maschile. Nell’80% dei casi a uccidere è l’uomo, ha tra i 25 e i 44 anni (40,8%) e lo fa con la pistola (39,5%). Una volta commesso l’omicidio nel 67,4 dei casi l’assassino si costituisce, nel 24,1 si uccide, nel 7,5 tenta il suicidio e nell’1,1 fugge, ma nella maggior parte dei casi viene poi arrestato. Uccide per ragioni passionali (23%), liti (23%) o disturbi psichici (12,8%).

I dati sono contenuti nel rapporto 2005 " L’omicidio volontario in Italia" curato da Eures ed Ansa.

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In Italia:

A livello nazionale, i dati sul fenomeno sono forniti dall’’Istat, che per la prima volta ha svolto un’indagine sull’intero territorio italiano interamente dedicata al fenomeno delle violenza fisica e sessuale contro le donne.
Il campione comprende 25 mila donne tra i 16 e i 70 anni, intervistate da gennaio a ottobre 2006 con tecnica telefonica.
Vengono misurati tre diversi tipi di violenza:

  • la violenza fisica è graduata dalle forme più lievi a quelle più gravi: la minaccia di essere colpita fisicamente, l’essere spinta, afferrata o strattonata, l’essere colpita con un oggetto, schiaffeggiata, presa a calci, a pugni o a morsi, il tentativo di strangolamento, di soffocamento, ustione e la minaccia con armi

  • per violenza sessuale vengono considerate le situazioni in cui la donna è costretta a fare o a subire contro la propria volontà atti sessuali di diverso tipo: stupro, tentato stupro, molestia fisica sessuale, rapporti sessuali con terzi, rapporti sessuali non desiderati subiti per paura delle conseguenze, attività sessuali degradanti e umilianti

  • le forme di violenza psicologica rilevano le denigrazioni, il controllo dei comportamenti, le strategie di isolamento, le intimidazioni, le forti limitazioni economiche subite da parte del partner.

Da tale indagine risulta che:

  • 6 milioni 743 mila le donne vittime di violenza, pari al 31,9%

  • il 23,7% ha subito violenze sessuali (5 milioni)

  • il 18,8% ha subito violenze fisiche (3 milioni 961 mila)

  • il 4,8% ha subito stupri o tentati stupri (1 milione)

  • il 18,8% ha subito comportamenti persecutori (stalking) (2 milioni 77 mila)

  • 7 milioni 134 mila hanno subito violenza psicologica.

Per il testo integrale dell’indagine Istat rimandiamo al sito web: http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20070221_00/

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Casa delle donne Emilia Romagna:

A livello regionale, il riferimento è alla terza indagine diretta a rilevare i dati dei Centri antiviolenza della Regione Emilia–Romanga. La ricerca è stata promossa dal Coordinamento dei Centri antiviolenza e delle Case delle donne della Regione Emilia Romagna (in totale 10 a cui si sono aggiunti altri 6 soggetti del privato sociale), condotta dalla Casa delle donne per non subire violenza in collaborazione con la Regione Emilia-Romagna.

La raccolta dati riguarda tutte le donne che hanno subito violenza e che si sono rivolte ai soggetti indicati per chiedere aiuto, dal 1° gennaio al 31 dicembre 2005.

  • 1271 dai Centri antiviolenza della regione

  • 148 dagli Altri soggetti

Le donne che sono state ospitate perché si sono trovate in una situazione di pericolo sono state in totale 109, di cui 78 dai Centri antiviolenza, e 31 dagli altri soggetti.

Fra le donne accolte vi sono complessivamente 531 straniere, pari la 37% (di cui 464 accolte dai Centri antiviolenza e 67 dagli altri soggetti). Le donne straniere provengono prevalentemente dai paesi dell’Europa dell’Est, dell’Africa maghrebina e centrale. Fra le donne straniere, 87 hanno chiesto aiuto perché costrette a prostituirsi.

La larga maggioranza delle donne, pari a circa il 60%, è coniugata o convivente; le separate o divorziate sono circa il 17%; la fascia di età prevalente è compresa fra i 30 ei 39 anni;circa l’80% delle donne accolte ha figli/e, in grande maggioranza minorenni.

Le violenze subite dalle donne accolte sono prevalentemente di carattere domestico, cioè maltrattamenti agiti da partner e da ex partner che costituiscono circa l’80% di tutti gli aggressori (gli ex partner da soli sono il 14%). Fra le altre tipologie di autori di violenze abbiamo amici e conoscenti (10%); familiari e parenti (7%); sconosciuti (2%); altri autori (1%). Un dato che si mantiene costante in tutti e tre i rilevamenti effettuati (anni 1997, 2000).

  • Il 12% (114) delle donne che hanno avuto dei figli/e (931) hanno subito violenza dal partner nel corso della gravidanza.

  • Il 25% (46) delle donne separate/divorziate con figli/e (182) ha subito violenza nel corso delle visite del padre.


Molto spesso nel maltrattamento intervengono diverse forme di violenza: circa il 90% delle donne ha subito violenze di carattere psicologico, come insulti denigrazioni e varie forme di limitazione della libertà personale; il 70% ha subito violenze fisiche, come schiaffi, pugni, calci e tentativi di omicidio; il 50% violenze economiche, come controllo del salario e/o impedimento a cercare un lavoro; il 25% ha subito aggressioni o molestie sessuali fino allo stupro.

Rispetto alla precedente ricerca svolta nel 2000, fatta eccezione per la violenza sessuale, tutte le forme di violenza subite dalle donne accolte, sono aumentate di circa 10 punti percentuali.

Secondo quanto risulta dai dati dei Centri antiviolenza i figli/e che subiscono violenza direttamente o che assistono alle violenze agite contro la madre sono in totale 1102, pari al 70% di tutti i figli/e delle donne accolte (in totale 1567).


Dai dati raccolti relativamente alle conseguenze della violenza sulla salute psicofisica delle donne risulta che:

  • 1 donna su 2 vive nella paura (46%)

  • 1 donna su 3 ha subito una perdita significativa di autostima (28%)

  • 1 donna su 3 vive nella disperazione, nell’impotenza (27%)

  • 1 donna su 5ha sofferto ematomi e/o tagli e/o bruciature (21%)

  • 1 donna su 5 vive stati di ansia, fobie (21%)

  • 1 donna su 6 circa vive stati di depressione (16%); e/o ha difficoltà di concentrazione (15%) e/o a gestire i figli/e; e/o soffrono di disturbi del sonno o dell’alimentazione (14%); e/o sono in una situazione di isolamento familiare e sociale (13%)


Le donne che hanno sporto denuncia/querela nel corso del 2005 sono in totale 216, pari al 15%. Di queste 186 sono state accolte dai Centri antiviolenza regionali (15%); 30 donne sono state accolte dagli Altri soggetti (20%). In totale 23 donne che si rivolte ai Centri antiviolenza hanno utilizzato un ordine di protezione, pari al 2%; lo hanno fatto anche 9 che si sono rivolte ad Altri soggetti, pari al 6%. 

www.nondasola.it

Sull’elenco "A mano tesa" ci sono indirizzi utili per trovare un aiuto concreto da parte della donna.

Per saperne di più:

http://fenjus.spaces.live.com/blog/cns!5C5EF726EF39FD6B!2123.entry

http://fenjus.spaces.live.com/default.aspx?_c01_BlogPart=blogentry&_c=BlogPart&handle=cns!5C5EF726EF39FD6B!1070

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21 novembre 2008

Le procès des assassins d’Anna Politkovskaïa

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Le 19 novembre 2008, Reporters sans frontières a appris avec une totale incompréhension et une immense déception que le juge présidant le procès des assassins d’Anna Politkovskaïa, Evgueni Zoubov, était revenu sur sa décision du 17 novembre d’ouvrir les audiences à la presse et au public. L’organisation a recueilli les réactions du fils de la journaliste, Ilya Politkovskiy, et du rédacteur en chef de Novaïa Gazeta, Dmitri Mouratov.

Interrogé par Reporters sans frontières, Ilya Politkovskiy a déclaré qu’il n’entendait pas contester l’exigence des jurés de voir le procès se dérouler à huis clos. “Je suis moi aussi opposé à ce que le procès se déroule dans un grand désordre. Mais un consensus aurait pu être trouvé, en laissant les journalistes accéder à la salle d’audience en plus petit nombre que lundi”, a-t-il précisé.

Dmitri Mouratov a, quant à lui qualifié cette décision de “honteuse”. “Nous nous attendions à cela”, a déclaré le rédacteur en chef du bihebdomadaire pour lequel travaillait Anna Politkovskaïa. Selon lui, la décision d’ouvrir le procès, prise le 17 novembre, était motivée par la présence dans la salle du rapporteur pour les droits de l’homme, Vladimir Loukine. “En seulement deux jours, ils ont trouvé un subterfuge pour fermer le procès. C’est un jeu politique et d‘intrigues”, a poursuivi le journaliste. Il a précisé que le procès serait suivi dans les pages du journal et qu’“ainsi, il serait ouvert”.

“La position des jurés doit être entendue mais le huis clos total n’est pas la solution adaptée. Cette décision ne fait que renforcer les doutes quant à la volonté des autorités de faire toute la lumière sur cette affaire et de lutter contre l’impunité des assassins de journalistes. C’est déplorable”, a déclaré Reporters sans frontières.

Le 19 novembre, alors que l’examen de l’affaire de l’assassinat de la reporter devait débuter devant un tribunal militaire de Moscou, en présence de nombreux journalistes, les jurés ont transmis une note au juge Evgueni Zoubov, dans laquelle ils expliquaient refuser de se rendre dans la salle d’audience tant que la presse serait présente. Le magistrat a alors décidé de la fermeture du procès.

Les avocats des deux parties ont protesté contre cette décision. Selon le site d’informations en ligne Gazeta.ru, Mourad Moussaïev, le défenseur des accusés, a déclaré qu’“il n’y avait aucune base légale pour cette décision. Si les jurés avaient fait l’objet de pression, cela aurait été une autre affaire. Mais là ce sont des appareils photo et des caméras, pas des armes”. Pour sa part, Karina Moskalenko, qui représente les parties civiles, a commenté la décision du juge en ces termes : “Nous avions salué la décision d‘ouvrir le procès et les jurés avaient la possibilité de se récuser ou de faire savoir qu’ils avaient reçu des menaces. Il faudrait leur expliquer qu’ils ne doivent pas craindre la presse ou la population russes”.

Le 20 novembre 2008, l’un des jurés du procès des assassins d’Anna Politkovskaïa a déclaré, dans une interview à la radio indépendante Echo Moskvy, que ceux-ci n’avaient jamais demandé que le procès soit fermé au public et que la secrétaire du tribunal militaire était intervenue pour leur faire signer une déclaration qu’ils n’avaient pas rédigée, a appris Reporters sans frontières auprès de la rédaction de la station.

Selon l’interview diffusée par Echo Moskvy, le juré Evguéni Kolessov a déclaré que, le 19 novembre 2008, vers 11heures 30, heure à laquelle l’audience devait débuter, les jurés s’étaient réunis mais qu’ils avaient dû patienter une heure et demie environ. “Nous ne comprenions pas pourquoi cela traînait autant. Nous croyions que des questions d’organisation devaient sans doute être réglées”, a-t-il déclaré.

“Vers 13heures 30, on nous a informés que nous pouvions aller déjeuner. Avant cela, la secrétaire du tribunal était venue nous voir à plusieurs reprises et nous avait déclaréqu’il y avait beaucoup de journalistes et que cela nous dérangerait peut-être. Elle le disait sans doute parce que certains d’entre nous ne voulaient pas voir de caméra pendant le procès”.

“Après cela”, a continue le juré, “la secrétaire nous a apporté un document pour que nous le signions, sur lequelle était écrit que nous refusions la présence de la presse, car nous avions peur”. Personne ne l’a signé. Nous avons répondu que nous voulions d’abord voir comment l’audience se déroulerait. Elle devait s’ouvrir en présence de la presse. Nous aurions décidé plus tard si nous demandions aux journalistes de quitter la salle. Nous n’avons pas décidé que la presse devait être interdite“.

Les jurés ont ensuite adressé un courrier au tribunal, indiquant que “durant le procès, [ils] n’avaient fait aucune déclaration et qu’[ils] avaient seulement demandé que les caméra vidéos ne soient pas autorisées à filmer, mais qu’[ils] n’étaient pas opposés au fait que la presse écrite assiste au procès.”

Evguéni Kolessov a préparé, en son nom propre, une déclaration à l’attention du tribunal dans laquelle il demande à ne plus figurer parmi les jurés, car il ne souhaite pas prendre à un procès faussé.

La prochaine audience est fixée au 10 décembre.
 

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20 novembre 2008

Certi mestieri di casa nostra

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Col tempo forse si comincia a capire, non solo cosa ci convenga ma anche che la Cosa ci appartiene, tanto quanto la Casa, quella Comune che abitiamo e che è abitata anche da quelli che la Casa-Cosa l’amministrano?
Leggere, scrivere, osservare, prendere parte: “Raffaele Sardo non si è lasciato stringere nella morsa per cui se parli di certe questioni infanghi la tua terra e invece se non ne parli la rispetti. Ha compreso subito la perversione di questa logica omertosa. Custodire la memoria in terra di camorra significa custodire il vaccino contro certi poteri, non dimenticare che le maschere di chi ha dominato queste terre in passato vengono indossate dai potenti di oggi”.
Questa è la prefazione scritta da Roberto Saviano al libro La Bestia, l’ autore casertano che ci ha raccontato come alcuni studenti dello Scientifico di San Cipriano d´Aversa, descrivevano Saviano:”La prossima volta si farà i fatti suoi. Si dice che lo devono uccidere? Sono fatti suoi”. “Ora nessuno sta più tranquillo. A noi la camorra non ha dato alcun fastidio”.
C’è un altra donna a cui Roberto Saviano ha chiesto consulenza e amicizia: Rosaria Capacchione che ha scritto di recente , L’oro della camorra, trent’anni di testimonianza giornalistica tra i debiti e i crediti dei Casalesi, con semplicità stilistica, analizzando gli Affari Illeciti Italiani e di conseguenza, solo di recente, sotto scorta.
Non molti mesi fà, è stato edito anche Il Ritorno del Principe di Roberto Scarpinato che nel 2006 scriveva su una lista di discussione di letteratura e società “Mi piace immaginare che un giorno qualcuno scriva sulle facciate di tutte le chiese di Palermo la stessa frase che un grande vescovo brasiliano scrisse sulla facciata della sua cattedrale: il mondo si divide tra oppressori e oppressi.Tu, cristiano, che stai per entrare, da che parte stai?”
E girò un libro parecchi anni fa, di “uno” che intervistato sulla tentazione dell’abbandono del mestiere, rispose a Marcelle Padovani, coautrice del suo libro, che non avrebbe mai abbandonato la lotta: era Giovanni Falcone, quello che per districare la matassa mafiosa, iniziava con le indagini patrimoniali e bancarie, e si chiamò “Cose di Cosa Nostra”.
Nel ‘90, in merito a queste implicazioni politiche e veleni, tacciate dallo stesso di cinismo, fu proprio Falcone ad affermare in sua difesa, di fronte agli attacchi di Leoluca Orlando, al Csm, che: “non si può investire nella cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo “.
Era già solo, come lui stesso affermò: “Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno”.
Ognuno accampa il suo destino, come Brunetta, sotto scorta da meno di 30 giorni e rivendica le sue origini di figlio di ambulanti e forse capiamo allora, da chi ha imparato l’arte dello strillone che vende al meglio la propria mercanzia e non ha avuto bisogno del “30 politico dei figli di papà”, come ha rivendicato anche questo di non aver mai usato.
E capiamo pure Paolo Guzzanti, che difende i figli comici, dalle ira del Calendario Ecclesiastico Carfagna, bontà sua accomodato nella Casa delle Libertà, che lo hanno lasciato transumare dal Partito Socialista italiano e dal Patto Segni, passando per onorevoli case giornalistiche e conduzioni televisive, fino all’oggi.
Cito il suo nome, tra tanti tantissimi, perchè gli italiani spesso, sembrano avere come capitale, la Dimenticanza e sopratutto oggi, fortemente preoccupati delle loro finanze, sempre più magre, vagano in un cantiere pericolante in cui continuano a fare i muratori e la Squadra viene diretta dai Soliti Noti e da garbate riflessioni come quelle del Divino Andreotti, anch’egli tuttologo della politica: operata, agita, scritta, letta e parlata.
Fu in merito a Tanzi, che dalla sua direzione dei 30 Giorni- “Nella Chiesa e nel mondo mensile internazionale”- scriveva: La Chiesa italiana ha dimostrato di essere vigile e attenta a un fenomeno degenerativo che pesa fortemente sulla vita e sul morale dei cittadini. Riparando anche a qualche incolpevole “distrazione”. C’è stato un tempo in cui il cavalier Tanzi era da tutti, clero compreso, cordialmente riverito. Ma chi poteva sapere, se persino i controllori deputati, lo stesso Tanzi e i suoi più stretti collaboratori dichiarano di non essersi mai resi conto di nulla?.
Col tempo forse si comincia a capire, non solo cosa ci convenga ma anche che la Cosa ci appartiene, tanto quanto la Casa, quella Comune che abitiamo e che è abitata anche da quelli che la Casa-Cosa l’amministrano?
Di fronte alle nuove-vecchie Alleanze, sante o spacciate come tali, ci si ritrova ogni giorno a difenderci dalle accuse, a cercare tra noi parole consolatrici, solidarietà di azioni od eventi, in folle e piccole gruppi in Rete e nella vita, triturando l’esistenza alle fermate, nelle attese, stropicciando giornaletti consunti che invitano a prendere nota, danno gratis informazioni e speranze, prestiti e soluzioni, offerte e domande.
E allora torna alla mente Rosaria Capacchione, che da un giornale “femminile” come Donna Moderna, si racconta : “Non sono sposata, non ho figli. Ma adoro la mia famiglia. Mamma, i miei fratelli e i miei nipoti sono i più esposti e alla fine non c’entrano niente. Ma mai nessuno di loro mi ha detto: Rosaria statti zitta. Mai”.
E aggiunge da scrittrice-giornalista, senza Ordine precostituito, parlando del suo mestiere: “Io non morirò quando mi uccideranno i camorristi, ma se smetterò di avere la curiosità nel mestiere. E la voglia di scoprire la verità”. Una piccola, grande Onda, che frange per natura, in presenza di bassi fondali e anche lei corre. Il mare non è sempre calmo.
 

verità

 
19 novembre 2008

«L’economia va regolata a livello globale lo Stato-nazione non supererà la crisi»

salvadanaio
Nell’introdurre Il caos prossimo venturo. Il capitalismo contemporaneo e la crisi delle nazioni (Neri Pozza) lo storico inglese Eric Hobsbawm parla di un «libro straordinariamente intelligente, lucido e problematico», di «una lettura fondamentale per la prima decade di questo millennio». L’autore del libro che ha suscitato l’entusiasmo di Hobsbawm è l’economista indiano Prem Shankar Jha, già collaboratore delle Nazioni Unite a New York, del primo ministro indiano V. P. Singh ed editorialista tra i più conosciuti del subcontinente indiano, che in questo suo ambizioso lavoro spiega «la nascita di un’epoca economica del tutto nuova», quella del capitalismo globale, collocandola «nella cornice storica dei precedenti cicli di espansione capitalistica», e riconduce ad essa anche il rimodellamento delle relazioni internazionali avvenuto negli ultimi anni, quando l’amministrazione Bush ha cercato di sovvertire l’ordine westfaliano. Abbiamo incontrato Prem Shankar Jha a Riva del Garda, durante il convegno internazionale organizzato da Manitese sul tema "Gli equilibri della fame. La cooperazione è la risposta?". Con lui abbiamo discusso del suo libro e della crisi finanziaria. 
Dovremmo interpretare la crisi finanziaria che sta investendo le nostre economie soltanto come il prodotto degli eccessi o del "malfunzionamento" del sistema finanziario o piuttosto, secondo una prospettiva più ampia – e più allarmante -, come uno dei sintomi di quello che lei definisce "caos sistemico"? 
Si tratta senz’altro di una manifestazione del caos sistemico. Secondo la definizione di Giovanni Arrighi, c’è caos sistemico quando un sistema economico perde improvvisamente la capacità di rispondere con risposte equilibratrici agli shock esterni, che non possono più essere assorbiti e producono un caos sempre maggiore. L’attuale crisi finanziaria è il risultato della sempre minore capacità di regolamentazione del settore finanziario, causata da una deregulation talmente veloce da rendere l’intero settore vulnerabile ai suoi stessi eccessi. Oggi non si è più in grado di trovare soluzioni al collasso del sistema bancario nel suo insieme, ed è lo stato a dover intervenire per impedirne il collasso definitivo. Si tratta di un chiaro esempio di quali siano gli effetti della rimozione delle regole del vecchio capitalismo nazionale. Sin dal suo primo ciclo di espansione, il capitalismo infatti è stato sempre circondato da una rete di regole, politiche ed economiche, che ne costituivano il "contenitore". Nell’attuale fase di espansione, che corrisponde all’esplosione del "contenitore" dello Stato-nazione, quelle regole vengono meno e non c’è ancora niente che le sostituisca. Il caos nasce dal fatto che ci troviamo in una fase di mezzo, in-between, ed è talmente grave da aver sollecitato la risposta combinata e senza precedenti delle banche europee e dei governi, che pronunciano parole altrimenti impronunciabili come "nazionalizzazione" tentando di tornare, grazie alle regole, a un ordine, per quanto precario.
Ne "Il caos prossimo venturo" lei scrive che la descrizione della potente rete di banchieri internazionali dell’haute finance, proposta da Karl Polanyi ne "La Grande Trasformazione", sia «assolutamente attuale». Ritiene che il quadro concettuale elaborato da Polanyi, seppure riferito a un sistema molto diverso da quello attuale, possa aiutarci a comprendere le ragioni della crisi? 
Non credo: la rete di banchieri internazionali di cui parla Polanyi era costituita da persone che politicamente non avevano interesse nella guerra, e che ritenevano piuttosto che i conflitti tra i paesi appartenenti al sistema capitalistico avrebbero prodotto soltanto delle perdite, in primo luogo per loro stessi. Oggi invece le cose stanno diversamente. Credo che dell’analisi di Polanyi vada piuttosto sottolineato un altro aspetto, quello dell’"utopia perversa". Tutte le principali strutture di regolamentazione create dal capitalismo legato allo Stato-nazione (il welfare state, le leggi relative ai salari e alle condizioni di lavoro, l’accettazione dello statuto legale dei sindacati come parte integrante del sistema capitalistico nel suo complesso) sono state realizzate per impedire che gli uomini finissero nell’utopia perversa che si verifica quando l’individuo, solo e isolato, è costretto ad affrontare individualmente il potere del datore di lavoro. L’attuale fase di espansione del capitalismo globale è volta a rendere il lavoratore più vulnerabile, e ci riporta verso l’utopia perversa di Polanyi. Assistiamo però anche alle prime forme di ribellione nei confronti di questo ritorno al passato. 
Se la crisi è espressione del caos sistemico che segna il passaggio dal capitalismo nazionale a quello globale diventa più urgente che mai la creazione di un nuovo "contenitore" politico capace di regolare la transizione. Lei per esempio suggerisce la creazione di un’autorità sovranazionale sul modello del Commonwealth. Cosa intende? 
L’idea del Commonwealth è quella di un’associazione di stati sovrani, che riconoscono la necessità di cedere parte della propria sovranità – in misura uguale per ciascuno Stato – a un’entità sovranazionale, che non si oppone al processo di integrazione globale ma piuttosto lo regola, attraverso il consenso tra gli stati, che dovranno decidere proprio con quale ordine e quando cedere le proprie prerogative. Si tratta di un processo comunque necessario, perché in un mondo inevitabilmente interdipendente emergeranno ad ogni modo dei problemi la cui soluzione rimarrà impossibile a livello individuale o singolo. Il processo di costituzione dell’Unione Europea, pur con tutte le sue debolezze, potrebbe funzionare da modello per costruire un’istituzione di natura globale. 
Nonostante la crisi finanziaria abbia reso meno aggressiva l’ideologia neoliberista, l’idea – che lei riporta criticamente – che alla lunga «il capitalismo porti benessere, che il benessere promuova la democrazia e che la diffusione della democrazia conduca alla pace» sembra avere ancora molti sostenitori. Lei sostiene invece che il capitalismo produce sempre nuovi conflitti, nuovi perdenti e nuovi vincitori. Ci spiega perché ritiene che il capitalismo sia «intrinsecamente asimmetrico»? 
Qual è il principio fondamentale del capitalismo? La competizione, e competizione significa che può sopravvivere solo chi non viene sconfitto. Nel paradigma competitivo, chiunque siano i vincitori, ci sarà sempre qualche perdente, o, in termini economici, qualcuno che va in bancarotta o perde il lavoro, e l’asimmetria sta nel fatto che i profitti di alcuni corrispondono alla bancarotta di altri. E’ dunque inevitabile che ci sia chi perde e chi vince: il capitalismo si basa sulla competizione, che promuove il progresso tecnologico, e questo a sua volta riduce il bisogno di lavoro e la necessità di affidarsi agli esseri umani, che non riescono a capitalizzare la crescente produttività che invece rimane in mano ai capitalisti. Tutto questo crea una profonda insicurezza tra quanti garantiscono la manodopera e rende più vulnerabili i proletari. Ma l’obiettivo del capitalismo odierno è proprio quello di togliere sempre più potere ai proletari, minando alle fondamenta o rendendo inefficaci le istituzioni attraverso le quali in passato questi hanno conquistato potere nel sistema politico. Distruggendo quelle istituzioni, è però inevitabile che l’espansione del capitalismo generi conflitti locali e internazionali. Il capitalismo non è una questione esclusivamente economica, ma anche politica: è il tentativo di creare un’area di sicurezza sempre più ampia all’interno della quale possa funzionare il capitalismo come sistema economico; la sicurezza è richiesta dagli investitori, e quando gli investimenti crescono anche l’area di sicurezza deve crescere in ampiezza, fino a includere l’intero globo, o larga parte di esso, come succede oggi. Oggi dunque al "pericolo marxista" si è sostituito il pericolo nazionalista. Non è un caso che negli ultimi anni i paesi colpiti o minacciati dall’attuale potenza egemonica, gli Stati Uniti, siano quelli fortemente nazionalisti: Iraq, Iran e Corea. 
Il capitalismo sarà pure asimmetrico, potrebbero risponderle i neoliberisti, ma l’economia di mercato globalizzata ha promosso la crescita economica in molti paesi. Lei è solito rispondere a quest’obiezione distinguendo tra globalizzazione e industrializzazione. Ci vuole spiegare meglio? 
Dov’è la prova che la globalizzazione ha reso più povero il mondo? Questo è ciò che obiettano i sostenitori della globalizzazione. Secondo loro, infatti, la globalizzazione avrebbe prodotto una crescita economica in tutti i paesi, compresi quelli in via di sviluppo, che hanno deciso di aprire le loro economie al commercio e agli investimenti internazionali. Quel che sostengo io, invece, è che la crescita a cui si riferiscono i sostenitori della globalizzazione è stata prodotta dall’industrializzazione, non dalla globalizzazione. I benefici di cui si parla non possono dunque essere ascritti alla globalizzazione. Piuttosto, se esaminiamo l’impatto della globalizzazione sulle differenze di reddito tra gli stati, mettendo a confronto – come fa Manuel Castells in una tabella che riporto nel mio libro – i tassi di convergenza del Pil pro capite di 55 paesi con quello degli Stati Uniti in due periodi distinti, risulta che su 22 dei 34 paesi in via di sviluppo presi in esame la differenza di reddito con gli Stati Uniti cresce fortemente dopo l’avvento della globalizzazione, nel periodo tra il 1973 e il 1992, a differenza di quanto avveniva nel periodo precedente, tra il 1950 e il 1973, quando i redditi tendevano a convergere con quello degli Stati Uniti.
 
di Giuliano Battiston per Liberazione
economia2
 
19 novembre 2008

Legge cancella-reati, quasi un´amnistia

legge
Il Guardasigilli Alfano (nella foto) critica da sempre l´indulto, ma mette mano a un ddl sulla certezza della pena con una mezza amnistia per i reati fino a quattro anni. Rispolvera l´istituto pensato dal predecessore Mastella, la "messa in prova", ma raddoppia la massima pena prevista. Chi rischia un processo, prima che cominci (fino al rinvio a giudizio), può chiedere al giudice "d´essere messo alla prova" in cambio di un lavoro socialmente utile. Che alla fine cancellerà tutto, il processo e pure il reato. Peggio dell´indulto dunque, che almeno lascia traccia del delitto sulla fedina penale. Di Pietro, che litigò con Mastella in piena riunione dei ministri (e così gli anni retrocessero da tre a due), denuncia il nuovo «colpo di spugna», una norma che «salva tutti gli incensurati». Il ddl, previsto già oggi a palazzo Chigi, incappa però nelle ire del titolare del Viminale Maroni che pone un secco altolà. Lo ha detto chiaro, a Berlusconi e Ghedini, nella cena di lunedì sera ad Arcore. Al delfino di Bossi non basta il contentino che Alfano, in un empito di federalismo, dà agli enti locali, comuni in testa, nella gestione dei lavori sostitutivi al carcere. Maroni riflette sulla lunghissima lista di reati, dalla corruzione semplice (punita fino a tre anni), ai falsi in bilancio, che rischiano d´essere lavati via senza un giorno di cella, o solo con la potatura d´un albero. E pure quelli sull´immigrazione. Per Maroni poi le drastiche misure del ddl sicurezza si sposano male con la manica larga della messa in prova. Una contraddizione che il popolo leghista non capirebbe. L´Anm, con il presidente Luca Palamara, è cauta: «Siamo favorevoli alle misure alternative al carcere, noi stessi ne avevamo parlato con Alfano, ma con un paletto ben fermo, al massimo reati fino a tre anni». 
Provvedimento bifronte, quello del Guardasigilli. Venduto, pure nella relazione che accompagna gli otto articoli, come un testo che garantisce «una volta per tutti» la certezza della pena e lega la sospensione condizionale all´obbligo dei lavori utili, ma che al contempo apre alla messa in prova. Un cavallo di troia, fuori la mano dura contro i benefici, dentro il permissivismo per chi delinque fino a quattro anni. Quando Mastella portò in consiglio la soglia dei tre anni Di Pietro parlò di «colpo di spugna su reati edilizi, ambientali, fiscali, gli incidenti sul lavoro». Si calò tra tre a due anni, ora si raddoppia. Processi evitati per reati odiosi come frodi in commercio, manovre speculative, ma pure per un attentato ad impianti di pubblica utilità, per furti non aggravati, danneggiamenti, usura impropria, appropriazione indebita, omissione di soccorso, per finire alle violenze private. E dire che, nella relazione, si citano «reati di criminalità medio-piccola» per cui «l´esito della messa in prova estingue il reato». Cos´è, se non un´amnistia? A leggere il dibattito post indulto, il centrodestra l´avrebbe chiamata così. 
Con un mano Alfano allarga, con l´altra inasprisce. Ecco la riforma della sospensione condizionale della pena che, oggi, non fa andare in carcere chi è alla prima grana giudiziaria. Il ddl prevede che, per fruirne, «il condannato assicuri un parziale ristoro alla collettività». Riecco il lavoro socialmente utile. Che diventerà obbligatorio anche per ottenere affidamento in prova e libertà controllata. Messa in soffitta la strada del "piano carceri" con braccialetti elettronici ed espulsioni, Alfano sfoga l´incubo delle carceri piene (a marzo 2009 oltre 62mila detenuti come prima dell´indulto) cercando di svuotarle. A sfruttare al meglio le misure sarà chi, grazie a un lavoro di prestigio o a mezzi economici, potrà pagarsi un famoso avvocato e ottenere da Comuni e Regioni i lavori migliori.
 
di Liana Mirella per La Repubblica
alfano
18 novembre 2008

Accesso pubblico al sapere.

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L’accesso pubblico al sapere e la libera fruizione delle opere dell’ingegno rappresentano un minimo comune denominatore per movimenti tra loro diversi (Open Access [1], Free Content / Open Content [2], Free Software [3] / Open Source [4], Web Accessibility [5], No Trusted Computing [6]), che si occupano di problemi diversi, ma che trovano una base condivisa nello sviluppo "aperto" della Società della Conoscenza.

In armonia con i principi promossi da questi movimenti, vorremmo che le opere dell’ingegno finanziate (a fondo perduto) con soldi pubblici e le opere di pubblico dominio [7] fossero:

  • pubblicamente accessibili (facilmente reperibili su Internet);
  • universalmente accessibili (accessibili anche per i diversamente abili);
  • liberamente fruibili (non occorre pagare per: leggere un testo, vedere un’immagine, ascoltare una musica);
  • legalmente fruibili (l’utente è certo di poter scaricare un file nella piena legalità);
  • ottimamente fruibili (qualità digitale idonea a garantire una buona visualizzazione e/o un buon ascolto).
Inoltre, vorremmo che le opere dell’ingegno finanziate (a fondo perduto) con soldi pubblici fossero:
  • persistentemente non soggette a tutti o ad alcuni diritti di utilizzazione economica [8] (l’autore rilascia la propria opera con licenza free/open content persistente [9] o con licenza libera copyleft [10]: innanzitutto, ciò consente a chiunque di riprodurre l’opera e di metterla in circolazione);
  • persistentemente non soggette a diritti connessi [11] all’esercizio del diritto d’autore (altri diritti esclusivi che impediscono, innanzitutto, di riprodurre l’opera e di metterla in circolazione);
  • persistentemente non soggette a misure tecnologiche di protezione [12] (l’autore rilascia la propria opera con licenza, free/open content persistente o libera copyleft, contenente una clausola anti-TPM o più clausole anti-TPM).
Alcuni esempi:
  • i ricercatori che producono letteratura scientifica grazie a finanziamenti pubblici, anziché cedere gratuitamente i propri diritti di utilizzazione economica alle multinazionali dell’editoria (ed essere costretti a pagare gli alti prezzi delle riviste scientifiche per accedere ai risultati della propria ricerca), dovrebbero rilasciare le proprie opere con licenze free/open content e metterle a disposizione di tutti, in archivi aperti;
  • le pubbliche amministrazioni, anziché spendere i soldi dei contribuenti per pagare licenze alle multinazionali del software (e royalties per eventuali modifiche al software) dovrebbero utilizzare software libero, ottenere il supporto di fornitori locali (attivando un circolo virtuoso di investimenti e valorizzazione delle risorse economiche e culturali locali), promuovere la riusabilità dei programmi e garantire che questi ultimi siano privi di elementi che consentano la trasmissione indesiderata di dati personali a terzi (tale garanzia è possibile solo per sistemi il cui codice sorgente sia liberamente accessibile da parte dello Stato e di tutti i cittadini);
  • gli archivi fotografici dei musei finanziati con soldi pubblici (sono la stragrande maggioranza) dovrebbero essere consultabili per via telematica, e le fotografie delle opere di pubblico dominio presenti nei suddetti archivi dovrebbero essere liberamente riproducibili ed utilizzabili da tutti, senza la necessità di particolari autorizzazioni;
  • gli audiovisivi contenuti negli archivi della RAI, prodotti grazie a finanziamenti pubblici, dovrebbero essere a disposizione di tutti gli abbonati RAI, senza la necessità di adempiere ad alcun ulteriore obbligo pecuniario;
  • le registrazioni dei concerti di musica classica eseguiti al Quirinale (stiamo parlando di opere di pubblico dominio) dovrebbero essere archiviate e messe a disposizione di tutti i cittadini della Repubblica;
  • i dati geografici di proprietà degli enti pubblici dovrebbero essere rilasciati con licenza free/open content, in modo tale da consentire il libero accesso ai dati e la loro libera diffusione.
Infine, riteniamo che nessuna misura tecnologica di protezione dovrebbe mai impedire al legittimo possessore di esemplari di un’opera dell’ingegno di effettuare una copia privata, anche digitale, per uso personale.
 
petizione
17 novembre 2008

25 novembre – Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne

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In occasione del 25 novembre, Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne, Amnesty International (AI) dà un rinnovato impulso alla campagna Mai più violenza sulle donne, promuovendo nuove azioni per garantire a tutte le donne il diritto umano a vivere una vita libera dalla violenza.

La data del 25 novembre è stata scelta dal movimento internazionale delle donne in onore delle sorelle Mirabal, attiviste della Repubblica Dominicana assassinate il 25 novembre del 1961 perché si opponevano al regime dittatoriale del loro paese. Il coraggio e la compassione dimostrati dalle sorelle Mirabal hanno fatto di loro delle eroine internazionali e la loro storia è stata scelta per enfatizzare simbolicamente quanto la violenza contro le donne sia una violazione dei diritti umani. 

L’azione di AI si concentrerà quest’anno sulla connessione tra povertà e violenza per spezzare questo circolo vizioso in cui moltissime donne nel mondo sono costrette a vivere e ha scelto di sostenere la campagna "Say NO to violence against women" lanciata da Unifem alla fine dello scorso anno.

La violenza contro le donne è spesso ignorata e raramente punita. Le donne soffrono enormemente a causa della violenza compiuta nei loro confronti nel corso dei conflitti, all’interno delle loro comunità e delle loro case. Con la campagna Mai più violenza sulle donne AI chiede che siano attuate le leggi che garantiscono l’accesso alla giustizia e ai servizi per le donne vittime di violenza. Chiede inoltre che siano adottate nuove leggi per la protezione dei diritti umani delle donne ed eliminate quelle che le discriminano, che si ponga fine alla violenza sulle donne da parte dei governi e dei loro rappresentanti e si lavori per l’empowerment delle donne.

INSIEME POSSIAMO FARE DEI PASSI AVANTI REALI PER FERMARE LA VIOLENZA E OTTENERE GIUSTIZIA E UGUAGLIANZA!

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Di seguito il Poster censurato, per la Campagna Antistupri di Telefono Donna (www.telefonodonna.it tel.0264443043-44), dal Comune di Milano nella persona dell’assessore al Decoro Urbano Maurizio Cadeo:
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14 novembre 2008

Sentenza G8, il vuoto del diritto

La risposta del tribunale è stata questa: un gruppo di esaltati è andato oltre il lecito, tutto qui .

Il processo ci dice che quando c´è uno Stato che fa il questurino il nemico può essere annientato.

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Come per Bolzaneto, la sentenza del processo per i pestaggi nella scuola Diaz è una sentenza pessima, quali saranno le motivazioni che la sosterranno. È soprattutto una sentenza imprudente e pericolosa. Vengono condannati soltanto i "picchiatori" del Reparto Mobile di Roma, il comandante, il suo vice, i capisquadra. 
Con loro, condannati i due poliziotti che s´inventarono, trasportandole nella scuola, le due bottiglie molotov che avrebbero dovuto giustificare la «perquisizione» diventata massacro di 93 persone sorprese nel sonno. Come per Bolzaneto, questa sentenza avrebbe dovuto spiegare come, perché, con la responsabilità di chi, nasce in una democrazia un «vuoto di diritto» che liquida le regole del diritto penale e le garanzie costituzionali e consegna la nuda vita delle persone, spogliata di ogni dignità e diritto, a una violenza arbitraria, indiscriminata, assassina. La risposta del tribunale è stata, più o meno, questa: c´è stato un gruppo di esaltati che è andato oltre il lecito, tutto qui, e due disgraziati che per metterci una pezza, a frittata fatta, hanno manipolato una prova. L´intera catena di comando, a cominciare dal capo della polizia (nel 2001, Gianni De Gennaro) si è fatta prendere la mano e ingannare come l´ultimo del più sprovveduto dei gonzi. Così il Dipartimento della pubblica sicurezza è stato convinto a stilare un comunicato in cui non c´è una frase che non risulti falsa o controversa. 

E´ fuor di dubbio che la ricostruzione dell´accusa ne esca a pezzi. L´assoluzione dei «vertici apicali» della polizia (Giovanni Luperi e Francesco Gratteri) smentisce il lavoro dei pubblici ministeri. Avevano sostenuto che l´«operazione Diaz» fu «decisa, pianificata e organizzata dal vertice del Dipartimento della pubblica sicurezza»; che «l´iniziativa era diretta al riscatto dell´immagine delle forze di polizia gravemente compromessa dall´inefficace azione di contrasto alle violenze e degenerazioni dell´ordine pubblico durante le manifestazioni di protesta contro il vertice del G8». Al contrario, per il tribunale non c´è stata alcuna pianificazione del Dipartimento e le violenze brutali, i fermi e gli arresti illegali sono farina del sacco di un pugno di subalterni che non sono riusciti a controllare il loro odio. L´esito minimalista del processo non spiega troppe cose (le perquisizioni arbitrarie, la costruzione di false prove, «la totale inosservanza delle regole del diritto», quella notte e nei giorni successivi) e soprattutto non "chiude" lo strappo creato tra le istituzioni e una generazione che, in quei giorni, si riaffacciava sulla scena politica dopo un lungo letargo. 

Quale che siano le motivazioni della discutibile sentenza, è su questo vulnus tra lo Stato e la società che bisogna riflettere perché i pestaggi della Diaz e le torture di Bolzaneto pongono questioni che sarebbe dissennato accantonare o anche soltanto trascurare. Qual è il mestiere delle polizie in questa congiuntura politica? E quali sono le garanzie che venga svolto in modo corretto?

In uno "Stato legislativo", dove quel che conta è la legalità e chi esercita il potere agisce «in nome della legge», le burocrazie sono «neutrali», uno strumento puramente tecnico che serve orientamenti politici diversi e anche opposti, e le polizie hanno una funzione meramente amministrativa di esecuzione del diritto. Questo governo, in carica anche nel 2001, ha inaugurato la sua stagione "riformatrice" con ben altre convinzioni. Non vuole essere l´anonimo esecutore di leggi e norme. Non intende governare in nome della legge, ma in nome della «necessità concreta». Pretende che si muova dietro le "emergenze" (autentiche o artefatte, che siano), dietro le "situazioni" che ritiene prioritarie. Berlusconi s´immagina alla guida di uno «Stato governativo» che si definisce per la qualità decisiva che riconosce al comando concreto, applicabile subito, assolutamente necessario e virtualmente temporaneo, sempre conflittuale perché esclude e differenzia. In questo scorcio di legislatura si sta creando così un paradigma istituzionale "duale" che affianca alla Costituzione una prassi di governo che vive di decreti con immediata forza di legge e trasforma il comando in un ininterrotto "caso d´eccezione" (immigrazione; sicurezza; Alitalia; rifiuti di Napoli; riforma della scuola). 

Nello "stato d´eccezione", le polizie hanno un ruolo essenziale. Berlusconi evoca con regolarità un «diritto di polizia» e un uso della violenza o minaccia poliziesca quando i suoi obiettivi appaiono non condivisi o in pericolo (contro gli immigrati, contro i napoletani incivili, contro le proteste negli aeroporti, contro le manifestazioni degli studenti). Chi, nelle burocrazie, non sta al gioco, va a casa. Come è accaduto ieri al prefetto di Roma, Carlo Mosca, custode di una concezione di burocrazia professionale che, alla decisione politica (impronte per i bambini rom), oppone il rispetto della legge e della Costituzione. Mosca è stato "licenziato" perché Berlusconi chiede ? al contrario ? che le burocrazie condividano la capacità di assumersi il suo stesso rischio politico, come fossero un´élite politica e non istituzionale e non neutrale. E´ una novità di cui bisogna tener conto. E´ quel che esplicitamente chiede alle polizie Francesco Cossiga con la sua «ricetta democratica». 

Cossiga ha spiegato come distruggere l´Onda, il movimento degli studenti: «Bisogna infiltrare gli studenti con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine, mettano a ferro e fuoco le città. Dopodiché, forti del consenso popolare, le forze dell´ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano». 

Cossiga (un uomo che sarebbe sciagurato considerare soltanto uno spericolato irresponsabile) dice quel che altri, nella destra di governo, pensano soltanto. Le polizie, nello «Stato governativo» preteso dalla destra, non dovrebbero più avere soltanto una funzione di mera esecuzione del diritto, ma farsi agenti attivi della sovranità del governo, muoversi in quell´area indifferenziata tra violenza e diritto che sempre definisce, nel caso d´eccezione, il comando del sovrano e il potere delle polizie. 

Ora quel che si paventa per il domani è già accaduto ieri, a Genova, durante i giorni del G8. E´ accaduto proprio nelle forme augurate oggi da Cossiga. Black Bloc che distruggono la città senza alcun contrasto. Black Bloc che si allontanano indisturbati mentre appare la polizia che si avventa contro i manifestanti inermi, pacifici, a braccia alzate e, nella notte, contro i 93 ospiti della scuola Diaz che si preparano al sonno o nel garage Olimpo di Bolzaneto dove vennero ancora umiliati e torturati. Con il risultato che una generazione che, per la prima volta, scopriva la dimensione politica fu consegnata alla paura, alla solitudine, alla disillusione. 

Dopo sette anni, la situazione non è diversa. Il governo è lo stesso, solo più lucido, determinato e coeso intorno alla figura del leader carismatico. Nelle strade c´è un nuovo movimento di giovani che rifiuta un progetto di ordine sociale che annuncia esclusioni e differenze, che si oppone alla caduta di ogni garanzia di eguaglianza. Che cosa faranno le burocrazie dello Stato? Che cosa faranno le polizie sospinte nello spazio stretto tra la politica e il diritto, tra la violenza e la legge? Il processo di Genova ci dice che in uno Stato che si presenta come questurino c´è chi è disponibile a un´illegalità criminale quando il dissidente diventa un «nemico» da annientare. Sono buone ragioni per non accontentarsi di una sentenza, per non chiudere il "caso Genova" nel perimetro di un´aula giudiziaria. In un tempo di aspri conflitti sociali, già inquinati da un estremismo fascista che minaccia l´informazione, il sindacato dei lavoratori, le proteste sociali e le forme di dissenso, il Paese deve sapere se può contare su una polizia fedele alla Costituzione o dovrà fare i conti anche con una burocrazia della sicurezza gregaria di un governo che prevede il rischio assoluto, il conflitto continuo, lo "sfondamento", una polizia sottomessa a un ordine capace di riservare all´interno del Paese la stessa ostilità che si riserva a un minaccioso "nemico" esterno . Anche ora che la sentenza di Genova circoscrive le responsabilità a pochi "fuori di testa", dalle forze dell´ordine dovrebbero giungere all´opinione pubblica limpide e inequivoche rassicurazioni. Chi ha a cuore la Costituzione, nelle istituzioni, nella società, nella politica, dovrebbe invocarle. Perché le sentenze per la Diaz e Bolzaneto più che rasserenare, inquietano. Più che medicare le ferite, le fanno ancora sanguinare.

 

di Giuseppe D’Avanzo

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13 novembre 2008

Cossiga : Istigazione a delinquere e altri misfatti.

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Il Senatore a vita Francesco Cossiga, ex Presidente Emerito della Repubblica Italiana, ha reso noto il testo di una sua lettera aperta al Capo della Polizia Manganelli che riportiamo integralmente nel seguito.
A prima vista sembrano le farneticazioni di un demente e le espressioni facciali sembrano convalidare la legittimità di questa ipotesi.
Ma poi, considerando i trascorsi di quest’uomo che, insieme ad Andreotti, è una delle anime nere della nostra Repubblica, quando mi vengono in mente i nomi di Pier Francesco Lorusso, Giorgiana Masi, Roberto Crescenzio, Fulvio Croce, di tutte le vittime di quella strategia della tensione della quale in queste sue esternazioni, all’apparenza farneticanti, Cossiga non fa altro che ipotizzare, suggerire e sollecitare il ritorno, allora mi rendo conto che non abbiamo a che fare con le dichiarazioni di un demente ma con una vera e propria, lucida, determinata, istigazione a delinquere.
In ogni caso, a fronte delle due ipotesi, non ci sono che due soluzioni, o Cossiga deve essere interdetto e privato, per manifesta indegnità, della sua carica di senatore a vita, o per il reato reiterato di istigazione a delinquere deve essere processato e condannato.
Di seguito il testo integrale della sua indegna lettera aperta:

"Caro Capo, per  alcune dichiarazioni paradossali e provocatorie da me rese sul come gestire l’ordine pubblico in questa ripresa di massicce manifestazioni e come, spengendo tempestivamente i focarelli, si possa evitare che divampino poi gli incendi, mi sono beccato denunzie da molte persone, sacerdoti, frati e suore comprese, e sembra che me sia in arrivo una da parte di S.Em.za il Card. Tettamanzi, firmata anche dai alcuni suoi fedeli adepti dei Centri Sociali, dei No Global e dei Black Bloc.
Ma osando contro l’osabile, caro Capo, vorrei darLe un consiglio. Gli studenti piu’ grandi, anche se in qualche caso facendosi scudo con i bambini, hanno cominciato a sfidare le forze di polizia, a lanciare bombe carta e bottiglie contro di esse e a tentare occupazioni di infrastrutture pubbliche, e ovviamente, ma non saggiamente, hanno reagito con cariche d’alleggerimento, usando anche gli sfollagente e ferendo qualche manifestante. E’ stato, mi creda! un grande errore strategico.
Io ritengo che, data anche la posizione dell’opposizione (non abbiamo piu’ il Partito Comunista e il ferreo servizio d’ordine della CGIL), queste manifestazioni aumenteranno nel numero, in gravita’ e nel consenso dell’opposizione. Un’efficace politica dell’ordine pubblico deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura, non verso le forze di polizia, ma verso i manifestanti. A mio avviso, dato che un lancio di bottiglie contro le forze di polizia, insulti rivolti a poliziotti e carabinieri, a loro madri, figlie e sorelle, l’occupazione di stazioni ferroviarie, qualche automobile bruciata non e’ cosa poi tanto grave, il mio consiglio e’ che in attesa di tempi peggiori, che certamente verranno, Lei disponga che al minimo cenno di violenze di questo tipo, le forze di polizia si ritirino, in modo che qualche commerciante, qualche proprietario di automobili, e anche qualche passante, meglio se donna, vecchio o bambino, siano danneggiati, se fosse possibile la sede dell’arcivescovo di Milano, qualche sede della Caritas o di Pax Christi, da queste manifestazioni,e cresca nella gente comune la paura dei manifestanti e con la paura l’odio verso di essi e i loro mandanti o chi da qualche loft o da qualche redazione, ad esempio quella de L’Unita’, li sorregge.
L’ideale sarebbe che di queste manifestazioni fosse vittima un passante, meglio come ho gia’ detto un vecchio, una donna o un bambino , rimanendo ferito da qualche colpo di arma da fuoco sparato dai dimostranti: basterebbe una ferita lieve, ma meglio sarebbe se fosse grave, ma senza pericolo per la vita.
Io aspetterei ancora un po’, adottando straordinarie misure di protezione nei confronti delle sedi di organizzazioni di sinistra. E solo dopo che la situazione si aggravasse e colonne di studenti con militanti dei centri sociali, al canto di ”Bella ciao”, devastassero strade, negozi, infrastrutture pubbliche e aggredissero forze di polizia in tenuta ordinaria e non antisommossa e ferissero qualcuno di loro, anche uccidendendolo, farei intervenire massicciamente e pesantemente le forze dell’ordine contro i manifestanti, ma senza arrestare nessuno.
E il comunicato del Viminale dovrebbe dire che si e’ intervenuto contro manifestazioni violente del Blocco Studentesco,di Casa Pound e di altri manifestanti di estrema destra, compresi gruppi di naziskin che manifestavano al grido di ”Hitler! Hitler!”. Questo il mio consiglio."

 
di Salvatore Borsellino per antimafiaduemila.it
 
PER CHI NON AVESSE MEMORIA DI QUANTO ACCADUTO NEL MILLENOVECENTOSETTANTASETTE, QUANDO COSSIGA ERA MINISTRO DEGLI INTERNI DEL GOVERNO ANDREOTTI, SEGUE UNO STRALCIO DI QUEL MOMENTO:
 

Riappropriarsi della storia, una storia vissuta in prima persona, è un modo per documentare stati d’animo e pensieri, per informare le generazioni future di un possibile verità su un periodo della nostra giovinezza vissuta con tanto ardore ed entusiasmo soffocati da eventi forse più grandi di noi. Di fronte a tale obiettivo non dobbiamo lasciarci prendere da sentimentalismi o ricordi fini a se stessi, ma prendere atto con scientifica crudezza ciò che veramente sono stati gli anni cosiddetti  di “piombo”, in particolar modo l’anno 1977.

Le istituzioni

In quell’anno ci furono grossi mutamenti in atto nello stato e nei partiti “statalizzati”. La politica era gestita da un governo delle astensioni, cioè il monocolore democristiano a guida Andreotti , sorretto dall’astensione di tutti i partiti di quello che allora si definiva l’arco costituzionale. Un governo nato dalle elezioni del 20 giugno 1976, il primo governo dopo il 1948, con il PCI non all’opposizione. Un sistema di democrazia “conflittuale” controllata, dovuta proprio all’ingresso del PCI nel governo. Cosicché i dirigenti e i singoli militanti del PCI si sono distinti per la difesa di ogni istituzione statale, per la volontà di repressione di molte lotte, per la asfissiante sollecitazione ai “sacrifici” rivolta ai lavoratori. Il culmine del processo involutivo del PCI sarebbe stato rappresentato dalla legislazione di emergenza che nel ’77 diventa la base dell’accordo fra i partiti dell’arco costituzionale ed è stata la condizione per la cooptazione del PCI nell’area democratica e di governo: per la prima volta nella sua storia il PCI si è dichiarato favorevole a un massiccio restringimento delle libertà e delle garanzie costituzionali e si è impegnato in campagne ideologiche – ultima quella del referendum sulla legge Reale – dirette ad alimentare consenso popolare nei confronti del processo di restaurazione autoritaria.

ANDREOTTI G .         Presidente del Consiglio

COSSIGA F .           Ministro degli Interni

FANFANI A .           Presidente del Senato

INGRAO P.             Presidente della Camera

MALFATTI              Ministro Pubblica Istruzione

L’appoggio comunista alla politica del  governo fa si che il conflitto si concentra verso il PCI oltre che verso la DC e lo stato. Tale scontro, nella sua applicazione concreta, ha prodotto centinaia di morti e feriti e nella stragrande maggioranza dei casi decisamente innocenti. E’ chiaro che si da alle forze di polizia l’impressione dell’impunità, si legittima l’uso dispiegato delle armi. La gestione dell’ordine pubblico si fa pressante ed univoco verso la repressione di ogni contrapposizione al sistema. La legge Reale (1975) è la prima legge eccezionale per la tutela dell’ordine pubblico, chiamandola ordine pubblico costituzionale. Ciò significa ordine gerarchico di una società pacificata nelle sue contraddizioni di classe, attraverso militarizzazione e repressione feroce, portando di fatto alla trasformazione dello stato di diritto in stato di polizia. Per i poliziotti e carabinieri che uccidono non solo immunità della pena, ma addirittura immunità dal processo. Ci sono grosse restrizioni contro chi manifesta il dissenso a tale sistema, ad esempio:

articolo 5 riguardante i manifestanti

<<E’ vietato prendere parte a pubbliche manifestazioni svolgentesi in luogo pubblico o aperto al pubblico facendo uso di caschi protettivi o con il volto in tutto o i parte coperto mediante l’impiego di qualunque mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona……..>>.  Legge Reale  firmata da Leone , Moro, Gui.

Nel febbraio del ’76 viene nominato ministro dell’interno Cossiga  dal governo presieduto da Andreotti . A Roma il 2 febbraio ’77 vi è la prima apparizione dei poliziotti in borghese delle squadre speciali di Cossiga .

Cossiga

Il quadro politico istituzionale si complica per effetto di un importante elemento di scontro fra stato e studenti: alla camera la commissione pubblica istruzione impegna Malfatti  a sospendere a tempi indeterminato la circolare sui piani di studio. La circolare vietava agli studenti di fare più esami nella stessa materia, e smantellava di fatto la liberalizzazione dei piani di studio in vigore dal ’68. Il progetto prevedeva l’introduzione di due livelli di laurea; la suddivisione dei docenti in due ruoli distinti (ordinari e associati); la creazione di una gerarchia piramidali di organi di gestione, dove ai professori ordinari era garantita la maggioranza; il controllo rigido sui piani di studio da parte dei docenti, l’abolizione degli appelli mensili e il raggruppamento degli esami in due sessioni estiva e autunnale; l’aumento delle tasse di frequenza, restando inalterato il fondo per gli assegni di studio.

5 febbraio ’77 primo divieto di manifestare.

15 aprile ’77 il progetto di riforma Malfatti  viene approvato dal consiglio dei ministri.

La vita politica e soprattutto sociale si configurava per opposte fazioni le quali necessariamente dovevano entrare in conflitto e quindi non vi era possibilità di crescita se non ad un caro prezzo.

La Piazza

La contestazione studentesca inizia sostanzialmente con il ferimento di Guido Bellachioma , studente del collettivo di Lettere dell’università di Roma, durante un’incursione nella città universitaria da parte dei fascisti del Fuan. A Lettere si discuteva della circolare Malfatti  e delle iniziative da intraprendere fra le quali l’abrogazione della stessa , l’autogestione dei seminari, garanzie per il no intervento della polizia nell’Università e creazione di un servizio d’ordine contro le provocazioni. Intanto si alza il livello di scontro ed aumentano le aggressioni in varie parti della città, vi sono le prime avvisaglie della copertura delle forze dell’ordine in fatti delittuosi da parte dei fascisti.  Un pomeriggio si tiene un presidio antifascista davanti all’istituto Fermi, contro il comizio di Almirante a Monte Mario. Alcuni fascisti della sezione del MSI di via Assarotti sparano contro i militanti di sinistra sotto gli occhi della polizia che presidia la sede missina. Verso le 17,30 alcune centinaia di giovani assaltano la sede del MSI. La polizia spara ed alcuni giovani e dei passanti vengono feriti. Sul posto vengono  ritrovati 200 bossoli di pistola. Intanto la protesta contro la circolare Malfatti  si estende alle scuole medie e molti istituti vengono occupati dagli studenti che praticano l’autogestione. Le autogestioni impongono una presenza costante negli istituti e ciò favorisce la vulnerabilità degli occupanti di fronte alle incursioni dei fascisti. Si registrano i primi assalti alle scuole; davanti al Mamiani due giovani vengono feriti dai colpi di pistola di un commando fascista, uno in modo grave; al liceo Augusto un gruppo di missini della vicina sezione di via Noto aggredisce gli studenti con una fitta sassaiola. Gli studenti di sinistra sono bersaglio continuo da parte dei fascisti anche lontano dalle sedi scolastiche. Infatti a Roma, il 29 marzo, una squadra di fascisti delle sezioni missine di via Ottaviano e Balduina, va all’assalto di un ristorante frequentato da militanti si sinistra, all’arrivo della polizia i fascisti si coprono la fuga sparando raffiche di mitra, provocando il ferimento di un agente e di un giovane di passaggio. Altri intanto trovano riparo in una chiesa di via della Conciliazione, dal tetto sparano raffiche di mitra contro le volanti della polizia. Vengono arrestati undici fascisti, tra cui il figlio del giudice Alibrandi , che saranno rilasciati dopo pochi giorni. Nel frattempo il ministro dell’interno Cossiga  inasprisce i provvedimenti sull’ordine pubblico fino a vietare a Roma le manifestazioni per tutto il mese di maggio.

Il 12 maggio, nella ricorrenza della vittoria referendaria sul divorzio, i radicali indicono una festa a piazza Navona a cui aderisce anche l’assemblea dell’università e i gruppi della nuova sinistra. Scoppiano gravi incidenti tra i partecipanti e la polizia, rinforzata nell’occasione da squadre “speciali” di poliziotti camuffate da manifestanti. La manifestazione viene attaccata a piazza Navona e a Campo di Fiori. A ponte Garibaldi le squadre speciali cossighiane uccidono Giorgiana Masi , studentessa di 19 anni del liceo Pasteur di Monte Mario. Gli scontri durano fino a tarda notte, almeno quattro manifestanti e un carabiniere vengono feriti da colpi di arma da fuoco.

Il 16 maggio Cossiga  rivendica la legittimità delle squadre speciali e nega che i poliziotti abbiano fatto usa delle armi, viene smentito vergognosamente dalle foto e dai filmati che testimoniano l’uso massiccio delle armi da parte sia dei poliziotti in divisa che da quelli in borghese, quest’ultimi significativamente abbigliati come i manifestanti; il questore stesso conferma la presenza di almeno trenta agenti in borghese durante gli scontri.

associazionewalterrossi.it

Perché l’Associazione Walter Rossi?  Molti non sapranno nemmeno chi è il ragazzo cui è intitolata l’Associazione. Per questo motivo facciamo seguire la sua storia e l’introduzione che potete trovare nella prima pagina dell’Associzione, perché è grave che vengano fatte considerazioni come quelle del senatore Cossiga, ma è molto più grave che l’informazione non si dia la giusta prospettiva di quelle parole:

La storia di Walter Rossi, giovane romano di venti anni assassinato in un agguato coordinato tra polizia e fascisti, fa parte del lungo elenco di tragedie politiche che hanno caratterizzato e marcato indelebilmente sessanta anni di "democrazia" repubblicana. Tragici eventi che hanno visto protagonisti servizi segreti civili e militari, forze dell’ordine, fascisti, gruppi stranieri, organizzazioni più o meno segrete, l’Alleanza Atlantica, le basi americane presenti in Italia, il tutto coperto e protetto dalla magistratura e dalla classe politica. Come tutti sanno, di gran parte di questi fatti di sangue non si conoscono mandanti ed esecutori, di molti altri è stata garantita l’impunità. La morte di Walter non è stata ritenuta degna neanche di un processo nonostante siano stati individuati i responsabili materiali, i mandanti e le coperture che questi hanno avuto e ricevono tuttora dalle istituzioni. Il suo assassino, Cristiano Fioravanti, vive libero sotto falso nome, stipendiato dallo Stato, i fascisti che hanno spalleggiato l’assassino non sono mai stati condannati, i poliziotti che erano presenti all’omicidio non sono mai stati giudicati, così come i responsabili delle sedi missine coinvolte nella preparazione e attuazione dell’omicidio, come i dirigenti di polizia presenti da ore sul luogo della tragedia. Un fatto come tanti di giustizia negata che ha marcato ulteriormente la vita di migliaia di cittadini di questo paese subendo oltre allo strazio di una perdita violenta, l’insulto infame della negazione della verità, arrivando oggi all’imposizione del silenzio, dell’oblio, sotto la logica dell’"equidistanza" tra vittime e carnefici, della pari dignità tra valori di libertà, uguaglianza e solidarietà con quelli di oppressione, disprezzo per i deboli, eliminazione del dissenso. Le associazioni che da più di quaranta anni combattono con la sola arma della memoria i crimini di questa repubblica, si sono purtroppo moltiplicate, anche se sempre più isolate, tentano di riportare anno dopo anno la questione della giustizia nelle piazze, nelle scuole, nei quartieri, nelle istituzioni. A lungo si è richiesta giustizia per Walter come per le vittime delle stragi e assassini ai danni di cittadini ignari, di giovani, di operai, di contadini, scontrandosi inevitabilmente con il muro di gomma dello Stato fatto di coperture, insabbiamenti, menzogne, processi farsa e assoluzioni a priori per assassini in divisa, omertà nei confronti di organizzazioni segrete eversive, cosche massoniche e mafiose. Le speranze che alcuni nutrivano che l’avvento della seconda repubblica potesse finalmente chiudere con la vergogna di un passato indegno di una nazione civile, si sono rapidamente trasformate in pura illusione e la "corruzione del potere" come disse qualcuno, si è manifestata in tutta la sua potenza coinvolgendo tutti, cattivi e buoni, confermando nei primi il servilismo e nei secondi, con poche eccezioni, un generale collaborazionismo. Il silenzio istituzionale che accompagnava ieri tutti coloro che richiedevano rispetto per gli impegni scritti e sanciti dalla Costituzione e per le regole dettate dalle leggi è diventato oggi derisione. I valori nati dalla lotta di liberazione sono equiparati a quelli di coloro che hanno collaborato al massacro dei propri concittadini e compaesani, l’ideologia razzista e imperialista a quella della solidarietà e della pace, l’impunità dei potenti alla giustizia sociale, lo Stato totalitario a quello garante dei diritti dei più deboli, il diritto al lavoro alla schiavitù del precariato, la possibilità di integrazione per i cittadini migranti affondata insieme alle loro imbarcazioni nel mare di Sicilia o rinchiusa nei CPT. Per chi ha vissuto la stagione magnifica della speranza del cambiamento, e la feroce e spietata repressione che ne è seguita, non è difficile comprendere a cosa è servito tutto questo sangue e le enormi menzogne che lo hanno accompagnato. Gli scopi di allora sono stati raggiunti, lo sconvolgimento radicale del contratto sociale nato alla fine dell’ultimo conflitto, profondamente vincolato dai valori dalla resistenza antifascista, è stato in gran parte compiuto. Il terrorismo di stato iniziato alla fine degli anni ’60, ha raggiunto il suo scopo, impaurendo i molti dalla coscienza in vendita, ottenebrando la mente degli altri, impedendo di vedere, giudicare, ragionare, ribellarsi. La realtà di oggi conferma la volontà di chi, ieri, ha messo bombe, costituito organizzazioni clandestine per un rafforzamento del controllo sociale, per il passaggio da una democrazia formale repubblicana ad uno stato di polizia dove fossero ridotti al silenzio qualsiasi stimolo innovatore e sociale. Ormai da più parti si denuncia la limitazione crescente della libertà di critica e di pensiero, la limitazione del diritto al voto, l’ignoranza dei diritti costituzionali, l’ineguaglianza delle leggi, l’impoverimento di sempre più ampie fasce di popolazione, la diffusione capillare del controllo sociale. I pochi che tentano di opporsi vengono messi al bando, nelle istituzioni come nei giornali, nelle reti televisive, nei partiti, nei sindacati. L’uso del terrorismo mediatico, la diffusione dell’insicurezza e della paura prosegue l’opera iniziata con le bombe fatte esplodere nelle banche, nelle piazze, sui treni. Lo stato di emergenza è diventato una costante: emergenza contro le stragi, contro il terrorismo, contro la malavita organizzata, contro la corruzione, l’immigrazione, l’islam, l’aids, la droga, internet, arrivando alla criminalizzazione dei lavavetri e di tutti coloro che possono definirsi "diversi" solo perché poveri e emarginati, a giustificazione della blindatura progressiva del sistema dei privilegi e delle ingiustizie. Le recenti prese di posizione di sindaci di "sinistra" sul rafforzamento del controllo poliziesco rende, se necessario, ancor più chiaro la deriva giustizialista dell’ex-sinistra e la continuità storica e politica con il processo reazionario iniziato a suon di bombe, maggior controllo dei conflitti sociali, minor stato sociale, più controllo poliziesco. In sintesi la funzione tradizionale di mediazione dello stato nello scontro tra il conservatorismo dei potenti e il progressismo delle masse, si trasforma in pura struttura di repressione. Per quello che ci riguarda continueremo a denunciare l’omertà perenne di forze politiche, media e magistratura; le responsabilità politiche di ieri e di oggi, l’infamante accordo politico in nome della spartizione bilaterale del potere che calpesta i morti che hanno insanguinato le strade di questo paese per difendere i diritti di tutti. In questo processo repressivo e reazionario il ruolo delle organizzazioni storiche della sinistra non è stato semplicemente subalterno, debole o incapace a reagire, ha contribuito in maniera determinante con le strutture di controllo e repressione istituzionale. Non vogliamo discutere qui della sorte di quella sinistra, attendiamo che la deriva centrista iniziata ai tempi di Berlinguer, quando i partiti si sono fatti stato e i sindacati azienda, si concluda al più presto, demolendo le residue illusioni di chi ancora crede stoicamente nell’alternativa riformista. La continua impunità è stata garantita anche da governi di "sinistra" ai criminali di allora e di oggi, il silenzio continua ad accompagnare lo stravolgimento del Diritto, dove si è imposto il principio inquisitorio, l’applicazione di leggi che puniscono l’intenzione di commettere reati, la corresponsabilità morale, la retroattività delle leggi, il fermo di polizia, la carcerazione preventiva, l’impunibilità dei crimini commessi dalle forze dell’ordine, in pratica la legalizzazione della pena di morte. Niente contrasta il potere enormemente ampliato delle forze di polizia di perquisire, intercettare, limitare i movimenti fino al confino di fascista memoria, oggi chiamato soggiorno obbligato, le perquisizioni personali senza autorizzazioni del magistrato. L’introduzione di reati di opinione come "l’associazione a fini di terrorismo e contro l’ordinamento democratico" che si abbina all’associazione sovversiva già esistente, il reato di "insurrezione contro lo stato", sono tutti reati associativi che puniscono il fine anche in assenza del reato e che violano apertamente il principio sancito dall’art. 27 della Costituzione che recita "La responsabilità è personale".

Non leggiamo ne udiamo voci che si alzano per denunciare la vendetta giudiziaria perpetrata con i regimi speciali di detenzione, la vergogna delle carceri speciali dove i più elementari diritti sono concessi e negati in forma premiale e ricattatoria a totale discrezione dell’amministrazione penitenziaria, concetto che peggiora addirittura l’art. 280 del regolamento Rocco del 1931 che prevedeva la decisione del Magistrato di sorveglianza per i regimi di punizione. Come non abbiamo mai sentito da nessuno sdegno per le torture più volte eseguite su indiziati e fermati nelle caserme, nelle carceri e nei commissariati, sia su detenuti politici che comuni, dagli anni dell’"emergenza terrorismo" a Genova nel 2001. La difesa dell’ordine democratico è la corta coperta con cui si tentano di celare leggi fatte per garantire impunità ai potenti, e quelle che non si faranno mai per garantirne gli interessi personali; l’impunità di responsabili di stragi e di organizzazione clandestine armate; i mille e più nomi dell’organizzazione P2 che ancora vengono tenuti nascosti, i traditori dell’organizzazione segreta Gladio elevati a presidenti della repubblica, i criminali politici e comuni che siedono in parlamento insieme a fascisti e razzisti. Come la cosiddetta "democrazia dell’alternanza" nasconde le truffe elettorali, il voto obbligato senza la scelta dei candidati, il bipolarismo, due facce della stessa medaglia, che celano il futuro partito unico, l’inesistente libertà di stampa, il progressivo impoverimento della maggioranza a favore dell’arricchimento smisurato di pochi, l’interesse economico come valore incontrastato, le guerre pacifiste umanitarie, la non sovranità nazionale con l’occupazione militare di padroni stranieri. In tutto questo non è difficile comprendere che la rivendicazione di Giustizia è lotta di libertà e di indipendenza, per il rispetto dei diritti delle persone, del diritto all’incolumità, del diritto di parola, del diritto alla verità. E’ lotta per la democrazia. Non abbiamo interlocutori, tanto meno abbiamo bisogno di parole di solidarietà o di simpatia, è da tempo che abbiamo rinunciato a chiedere, sappiamo che la giustizia non passa per le aule dei tribunali, che la verità non viene scritta sui giornali, che i partiti rappresentano solo se stessi. Quel che è certo è che facciamo parte dell’altra società, quella di chi non ha rappresentanti politici ne voce sui media, quella a cui vengono negati i diritti fondamentali, quella che non può permettersi un futuro perché emarginata dalla condanna del precariato. Quello che possiamo fare è solo denunciare, anno dopo anno, la deriva reazionaria del sistema politico italiano e sperare nel necessario sovvertimento dell’ordine cosiddetto democratico. L’evidente irreparabile incompatibilità tra potere e diritti ci porta ormai a chiedere di schierarsi, non ci sono più vie di mezzo, chi continua ad affermarlo, in buona o cattiva fede, per noi ha scelto da che parte stare.

Non è la nostra.

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12 novembre 2008

La zingara rapitrice, la storia mai provata.

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L’indagine sulla "Sottrazione di minori gagè" originariamente copriva il ventennio dal 1986 al 2005, ma per i fatti successivamente accaduti si p protratta fino al 2007. I casi sono stati individuati e analizzati partendo dall’archivio Ansa e arrivando alla consultazione dei fascicoli dei Tribunali e adottando, oltre a quella giuridica, altre prospettive: etnografica, dell’antropologia giuridica ed etnometodologica.

La ricerca si è strutturata in tre fasi: individuazione nell’archivio Ansa dei fatti che potevano interesse; studio del corpus ricavato dall’archivio Ansa per individuare i casi; lavoro sui casi: consultazione dei fascicoli processuali, ricostruzione, comparazione. Quest’ultima fase – che partiva, appunto, dalle informazioni contenute nelle notizie Ansa – ha avuto la sua attività principale nel contatto con Forze dell’Ordine, Procure e Tribunali al fine di verificare se il fatto avesse avuto un prosieguo significativo in termini penali. In caso affermativo, si è cercato di ottenere i permessi per la visione dei fascicoli. Alcune volte, è sotto possibile avere un colloquio con il PM e con gli avvocati; in altre, la distanza temporale ha complicato questi passaggi. Per molti è stato possibile anche raccogliere gli articoli apparsi sui giornali e su Internet.

L’analisi prende in considerazione ventinove casi, oltre undici di sparizione di minori (dunque, 40 in tutto), sui quali è da subito opportuno indicare il risultato principale della ricerca, e cioè che non esiste nessun caso in cui sia avvenuta una sottrazione del bambino: nessun esito, infatti, corrisponde ad una sottrazione dell’infante effettivamente avvenuta, ma si è sempre di fronte ad un tentato rapimento, o meglio, ad un racconto di tentato rapimento.

Molto spesso i media denunciano il "fatto" dando come provato e "vero" il tentato rapimento ignorando poi le dichiarazione anche ufficiali che lo smentiscono. Se poi qualche volta tornano sulla vicenda, non è per comunicare che i Rom non c’entrano niente, ma è perché l’esito scioglie in sé altri eventi: truffe, fatti drammatici, situazioni che suscitano ilarità. Si è cercato anche di verificare se, per i casi in cui era stata sporta denuncia, ma in cui i presunti rapitori si erano dati alla fuga, le indagini avessero risolto la vicenda in qualche modo: si tratta di un ulteriore accertamento rispetto al fatto che, se non c’è stata più nessuna notizia in merito, questo ci può far dire che non si era poi svolto nessun arresto. D’altra parte laddove le Forze dell’ordine tramite le proprie indagini verificano che è stato solo une equivoco: una percezione errata della situazione, la stampa ne dà poca o nessuna notizia.

La comparazione dei casi porta poi a individuare un canovaccio comune con poche varianti: ad esempio, nella grande maggioranza, si tratta di "donne contro donne" ossia è la madre ad accusare una donna Rom di aver tentato di prendere il bambino; non ci sono testimoni del fatto, tranne i diretti interessati; gli eventi accadono spesso in luoghi affollati come mercati o vie commerciali, nessuno interviene in soccorso della madre; non di rado appare la paura che vi sia uno "scopo oscuro del rapimento" per cui la presenza di alcuni mezzi e persone nelle vicinanze vengono interpretate dalle madri (o da altre figure) come complici della zingara (ma i controlli lo smentiscono regolarmente).

L’analisi comparativa dei casi, inoltre porta a affermare che laddove vi è la presenza di un infante, l’avvicinamento di una persona rom è subito vissuto come un pericolo per il proprio figlio: lo stereotipo "gli zingari rubano i bambini" risulta essere molto più potente di qualsiasi altro.

di Fondazione Migrantes

11 novembre 2008

Repubblica Ceca: 70% contro le basi USA nel territorio

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Gli Hare Krishna offrono biscottini allo zenzero, i nonviolenti spagnoli ti fermano per venderti una maglietta contro la guerra, la giovane pacifista slovena distribuisce il suo volantino multicolore, mentre l’altoparlante annuncia la riunione del gruppo di lavoro sul disarmo nell’aula 8 e la proiezione del filmato sul “disastro nucleare e la riconciliazione” nell’aula 7. È all’Università Bicocca di Milano, in occasione del Forum umanista europeo, sorta di meeting internazionale dedicato alla non violenza, che incontriamo Jan Tamas, 31 anni, ingegnere informatico.

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È il leader del movimento Ne Zakladnam (No alle basi), che da oltre un anno guida, nella Repubblica Ceca, l’unico grande movimento di protesta dell’Est contro lo scudo stellare e le basi missilistiche che gli Stati Uniti vogliono realizzare nel cuore dell’Europa. Basi che la Russia vive come una gravissima minaccia alla propria sicurezza. “Ci accusano di essere un movimento filo-russo” avverte subito. “Niente di più assurdo. Siamo semplicemente dei pacifisti non-violenti”. E il 10 novembre (ieri), a Praga, per il movimento sarà una data decisiva.

Nel corso di una conferenza internazionale, alla quale ha aderito la lega dei sindaci contro le basi oltre a numerosi parlamentari europei, verrà annunciata una raffica di nuove forme di disobbedienza civile e di proteste a sorpresa contro l’imminente ratifica ufficiale, da parte del governo di centro-destra del conservatore Mirek Topolanek di accettare la costruzione delle basi. Nel bosco di Brdy, sessanta chilometri a sud della capitale, verrà piazzato un gigantesco radar, con la torre di controllo di un sistema integrato che prevede l’installazione di una batteria di missili antimissile nella confinante Polonia. “È il ritorno alla guerra fredda” spiegano i militanti di Ne Zakladnam, senza tanti giri di parole, “in evidente chiave antirussa, vent’anni dopo la caduta del muro di Berlino. La vecchia logica delle guerre stellari”.

Jas Tamas, come è possibile che il parlamento della repubblica Ceca approvi nell’indifferenza generale questo ritorno al riarmo nucleare nel cuore dell’Europa?

“I sondaggi rivelano chiaramente che quasi il 70 per cento della popolazione della Repubblica Ceca è contraria alle nuove basi. Ma il governo ha deciso di concedere ugualmente la loro realizzazione, perché è sottomesso alla volontà degli Stati Uniti. Nel mio Paese c’è un controllo strettissimo dei mezzi di comunicazione di massa. Non si vuole fare trapelare la verità. Ma c’è un immenso business intorno alle basi.  Si parla di almeno quattro miliardi di dollari solo per la loro realizzazione. Gli interessi dell’industria bellica americana sono enormi. Ci aspettiamo la ratifica dell’accordo tra novembre e dicembre. Nel gennaio prossimo, infatti, la Repubblica Ceca assumerà la presidenza dell’Unione Europea. E non vuole per quell’epoca avere il tema dello scudo spaziale sul tappeto”.

Gli americani dicono che due nuove basi, il radar vicino a Praga e la base missilistica in Polonia, sono necessari per difendere l’Europa da possibili attacchi nucleari da parte dell’Iran o della Corea del Nord.

“L’Iran non ha assolutamente le capacità militari di inviare un missile in Europa. Tantomeno le ha la Corea del Nord. Le nuove basi militari sono invece una minaccia evidente alla Russia e la costringeranno, come già si sta osservando, a una nuova corsa al riarmo. È un po’ come se i russi andassero a piazzare dei missili nucleari ai confini degli Usa. Questa è una sorta di crisi di Cuba degli anni Sessanta, capovolta”.

La nuova Amministrazione degli Stati Uniti potrebbe modificare la strategia bellica americana in Europa centrale?

“Certo, abbiamo la speranza che qualcosa possa cambiare. Ma non ci facciamo molte illusioni”.

Cosa teme maggiormente la popolazione della Repubblica Ceca dalla nuova base militare americana? Il pericolo di una guerra nucleare? Il terrorismo? I rischi per la salute?

“Per i cittadini che abitano nei pressi del radar i pericoli per la salute saranno notevoli. Perché questi sistemi funzionano con fasci di microonde nocivi. Ma il timore maggiore, naturalmente, è un altro. E cioè che la corsa al riarmo possa rendere concreto il rischio di un nuovo conflitto mondiale. Dopo l’occupazione tedesca, durante la Seconda guerra mondiale, e ancora dopo l’occupazione sovietica, successiva all’invasione del 1968, lo slogan del ritrovato orgoglio nazionale è diventato: “Mai più truppe straniere sul nostro territorio”. Uno slogan che l’attuale governo di centrodestra, filoamericano, sta di fatto calpestando”.

Colpisce, però, che il vostro sia il solo Paese dell’ex Patto di Varsavia dove si assiste a una grande mobilitazione popolare contro le basi.

“Sì. Forse perché in un primo tempo, a sud di Praga doveva esserci un’unica base, con radar e missili. Poi, a causa dell’opposizione popolare, i nostri governanti hanno proposto di dividere in due il progetto. Solo il radar nella Repubblica Ceca e i missili in Polonia. Ma adesso, anche lì sta sorgendo il movimento antimissili. E siamo solo all’inizio”.

 

di Carlo Brambilla
 
Per saperne di più:
 
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10 novembre 2008

Congresso Mondiale contro lo sfruttamento sessuale di bambini e adolescenti 25/28 novembre 2008

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III Congresso mondiale contro lo sfruttamento sessuale di bambini e adolescenti, Rio de Janeiro, 25-28 novembre 2008. Organizzato da: UNICEF, ECPAT, Governo del Brasile e Gruppo delle ONG per la Convenzione sui diritti dell’infanzia.

Il Governo del Brasile, l’UNICEF, l’ECPAT e il Gruppo ONG per la Convenzione sui diritti dell’infanzia organizzano il III Congresso mondiale contro lo sfruttamento sessuale di bambini e adolescenti, che si svolgerà a Rio de Janeiro i prossimi 25-28 novembre, invitando governi, rappresentanti della società civile, giovani e aziende private a unirsi per porre fine allo sfruttamento sessuale dei bambini. Il congresso costituisce una pietra miliare anche per dare seguito e applicazione a quanto emerso dal recente Studio delle Nazioni Unite sulla violenza contro i bambini.
Il Congresso mondiale intende concentrarsi sul problema sempre crescente dello sfruttamento sessuale dei bambini e degli adolescenti, compresi anche: il traffico di bambini a fini sessuali, le violazioni dei bambini tramite internet e la pornografia minorile, lo sfruttamento sessuale nelle scuole e dei bambini impiegati nei lavori domestici. Saranno create nuove alleanze, per esempio con leader religiosi e parlamentari e con il settore privato.
I più recenti rapporti, compreso lo Studio delle Nazioni Unite sulla violenza contro i bambini, indicano che lo sfruttamento sessuale dei bambini e degli adolescenti è in aumento. Gli impegni per porre fine alla violenza contro i bambini mancano spesso di un piano strategico, di approcci sistematici, di un impegno sostenibile e di risorse, e vengono compromessi dalla mancanza di dati e informazioni.
Il traffico di esseri umani sta diventando una delle maggiori fonti di lucro e uno dei crimini a più rapida crescita a livello transnazionale, con un giro di affari di circa 10 miliardi di dollari l’anno. Gran parte delle vittime del traffico sono bambini, molti dei quali finiscono per essere venduti attraverso il commercio sessuale.
Lo sfruttamento sessuale può essere insieme visibile o sfuggente. Si può vedere nelle spiagge e nelle città del mondo, ma può nascondersi anche dietro le porte dei bordelli, ed essere sotto copertura su internet.
Affrontare questo flagello richiede che tutte le parti della società lavorino insieme. Governi e settore privato e organizzazioni pubbliche devono definire obiettivi chiari e raggiungibili e lavorare con le forze di polizia per assicurare che i criminali vengano catturati e condannati. E’ inoltre cruciale la partecipazione e la collaborazione dei bambini e dei giovani.
Il I Congresso mondiale contro lo sfruttamento sessuale dei bambini a fini commerciali si è tenuto a Stoccolma, in Svezia, nel 1996, concludendosi con la “Dichiarazione di Stoccolma e Agenda d’azione”, adottata da 122 Paesi e firmata da 161. Il II Congresso mondiale contro lo sfruttamento sessuale dei bambini si è tenuto in Giappone, con il documento finale “L’Impegno mondiale di Yokohama-2001”. 5 i temi principali del III Congresso mondiale, che si terrà in Brasile dal 25 al 28 Novembre 2008:
nuove dimensioni dello sfruttamento sessuale a fini commerciali
sistemi legali e loro attuazione
politiche integrate inter-settoriali
ruolo del settore privato e responsabilità sociale delle imprese
strategie per la cooperazione internazionale
E’ prevista a Rio de Janeiro la presenza di oltre 3.000 persone, provenienti dai cinque continenti, compresi 300 ragazzi.
Alcuni dati e cifre sui cui riflettere…
Secondo una recente stima globale, realizzata dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), dei 12,3 milioni di persone che sono vittime di lavoro forzato, 1,39 milioni vengono impiegati nello sfruttamento sessuale forzato a fini commerciali e il 40-50% di loro sono bambini.
Ogni anno 12.000 bambini nepalesi, la maggior parte femmine, cadono vittime del traffico finalizzato allo sfruttamento sessuale per scopi commerciali in Nepal e nei bordelli di India e altri Paesi.
Dai 28.000 ai 30.000 bambini sotto i 18 anni – circa la metà dei quali hanno tra 10 e 14 anni – sono sfruttati nella prostituzione in Sud Africa.
Uno studio del 2002 della Banca Mondiale rivela che il 22% delle adolescenti femmine hanno dichiarato di essere vittime di abusi sessuali in contesti scolastici un Paese dell’America latina.
Una recente indagine condotta in un Paese dell’Africa occidentale ha rilevato che il 6% delle bambine hanno riferito di essere state ricattate dagli insegnanti con la minaccia di dare loro voti più bassi se rifiutavano di avere rapporti sessuali.
Nell’Africa sub-sahariana, il tasso medio di incidenza dell’HIV tra le ragazze di età compresa tra i 15 e 24 anni è tre volte maggiore di quello registrato tra i ragazzi e gli uomini giovani. Come suggeriscono questi esempi, la violenza, lo sfruttamento sessuale e l’abuso frenano l’uguaglianza di genere.
In tutto il mondo, circa 82 milioni di bambine – alcune di loro giovanissime (10 anni) – si sposeranno prima di raggiungere il diciottesimo anno di età e sono a rischio di violenza fisica e sessuale da parte dei loro mariti adulti.
Nota: i dati sulla violenza contro i bambini, compreso lo sfruttamento sessuale, sono spesso sottostimati. In molte parti del mondo non ci sono sistemi per la registrazione o indagini. Dove esistono statistiche ufficiali, queste spesso sottostimano pesantemente la dimensione del problema.
 

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10 novembre 2008

La demografia debole del gigante russo

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I fatti della Georgia – lo scontro tra un nano e un gigante quaranta volte più popoloso – hanno riportato all’attualità qualcosa che si tende a dimenticare: la frammentazione dell’Unione Sovietica genera ancora pericolosi ed inquietanti conflitti. La Federazione Russa è emersa dall’amputazione di quasi 100 dei 250 milioni di abitanti dell’URSS, distribuiti in 13 stati sovrani estesi dal Baltico all’Asia centrale, molti dei quali abitati da consistenti comunità russe. Riacquistata compattezza, valorizzate le grandi ricchezze naturali, la Russia è tornata ad occupare un posto di primo piano sulla scena mondiale. Ma con una debolezza preoccupante: la sua demografia.

Le preoccupazioni di Putin e Medvedev

Ricca di spazio, di terre, di minerali, di fonti energetiche, la Russia è povera di risorse umane: di donne e, soprattutto, di uomini, falcidiati da una mortalità che non ha confronti nel nord del mondo. La demografia è ritornata ad essere un problema prioritario del paese. “Una priorità nazionale”, come hanno più volte ripetuto Putin e Medvedev negli ultimi due anni, “una minaccia per lo sviluppo e per la sicurezza del paese”. I pessimisti possono ritrovare, in queste preoccupazioni, echi delle ideologie di potenza che hanno afflitto il mondo nella prima parte del ‘900.ingrandisci fig.1_russia_mlb.jpg Ma a sguardi più attenti e informati balza evidente il fatto che il paese si sta accorgendo, con grande ritardo, di una situazione di crisi che coinvolge la società intera e che è rispecchiata imparzialmente dalla demografia. A partire dal 1993, le morti hanno superato le nascite per valori compresi tra 700.000 e un milione all’anno; solo l’immigrazione – in gran parte composta da russi rientrati dagli stati emersi dal dissolvimento dell’Unione Sovietica – ha permesso di frenare il declino della popolazione, scesa da 148 (1993) a 142 milioni (2007). Se l’immigrazione cessasse (come è possibile), la discesa continuerebbe: 131 milioni nel 2025, 111 nel 2050. La popolazione, che era la metà di quella degli Stati Uniti alla caduta di Gorbaciov, si ridurrebbe ad un quarto di questa alla metà del secolo (fig. 1).

Crisi demografiche e politiche di popolazione

Le preoccupazioni di Putin e Medvedev hanno, dunque, seri fondamenti e radici profonde nel passato. La Russia del ‘700 promosse il popolamento del Sud del paese, verso il Mar Nero ed il Caucaso, per sbarrare il passo a turchi e tartari, e la Grande Caterina (1762-1796) organizzò la migrazione di contadini prussiani verso le terre fertili e vuote della regione del Volga. Nell’800, l’Impero Zarista favorì l’emigrazione oltre gli Urali e verso la Siberia, e furono milioni gli emigrati dalla Russia europea tra gli anni ’90, quando venne completata la Transiberiana, e il 1914. Negli anni ’30, la catastrofe umana provocata dalla collettivizzazione forzata, dalla “liquidazione” dei kulaki (i proprietari ricchi) e dalla grande carestia del 1931-32, costò dieci milioni di morti, ma fu occultata al mondo. Stalin inaugurò allora una politica natalista, affermò solennemente che “l’uomo è la risorsa più preziosa” e proclamò, alla vigilia del censimento del 1937, che il paese aveva raggiunto i 170 milioni di abitanti. Quando il censimento mostrò che la popolazione era di quasi dieci milioni inferiore, impedì la pubblicazione dei dati e liquidò l’equipe che l’aveva diretto (“spazzò via il nido di vipere dei traditori nell’apparato statistico sovietico” scrisse la Prava nel febbraio del 1937).

La crisi demografica attuale è assai diversa da quelle del passato. E’ vero che c’è anche oggi una preoccupazione strategica: gli insediamenti dell’inospitale grande Nord, non più sostenuti dagli incentivi (come avveniva in epoca sovietica) si desertificano; così avviene in Siberia e nelle estreme terre orientali; l’infiltrazione cinese è forte nelle regioni di confine, poco presidiate da uno sparso popolamento. L’immigrazione dovuta al “rientro” dei russi residenti nei paesi baltici, in Ucraina, nelle repubbliche caucasiche e dell’Asia centrale, si è fortemente ridotta a partire dalla fine degli anni ’90: il serbatoio si sta prosciugando. Verso l’immigrazione di non-russi permangono le forti resistenze opposte da un radicato “nativismo”, dallo spirito nazionalista, dalla crescita della componente islamica.

 

Politiche per la natalità

Il nucleo profondo della crisi ha però due componenti. La prima attiene alla bassa natalità, all’incirca pari a quella italiana, e quindi tra le più basse del continente: rispetto agli anni ‘80 il declino delle nascite è stato superiore a un terzo. La transizione all’economia di mercato, l’impoverimento degli anni ’90, la polverizzazione del sostegno pubblico di epoca sovietica, hanno accresciuto fortemente il costo relativo dell’allevamento dei figli. Il governo tenta di correre ai ripari: nel maggio del 2006 gli assegni familiari sono stati raddoppiati per il primo figlio e quadruplicati per i figli successivi. Dopo la nascita del secondo figlio, c’è un versamento cospicuo (pari a circa 10.000 dollari) a favore della famiglia, che può attingervi quando il figlio compie i 3 anni e solo per determinate finalità di spesa, legate ai costi di allevamento e di istruzione. Si dubita però che questo possa bastare a modificare un bilancio costi-benefici profondamente squilibrato ed una scala di priorità e di preferenze delle famiglie oramai omologata a quella del mondo occidentale.

 

La catastrofe sanitaria

ingrandisci fig.2_russia_mlb.jpgL’altra componente della crisi si chiama salute precaria. La Russia è l’unico paese al mondo privo di analfabetismo, con alto livello scientifico ed un’economia oggi in crescita, nel quale la speranza di vita sia regredita durante l’ultimo mezzo secolo. Solo nell’Africa martoriata dall’AIDS è avvenuto un simile regresso. Nel 1960 la speranza di vita alla nascita era di 62 anni per gli uomini e 72 per le donne; nel 2005 quella degli uomini è scesa a 59 anni (18 anni meno che in Italia) e quella delle donne è rimasta invariata (12 anni meno). Per gli uomini, si tratta di livelli inferiori a quelli dell’India e del mondo in via di sviluppo  (fig. 2).

La crisi del sistema di protezione della salute, delineatasi già nell’era di Breznhev, accelera negli anni ’90. Alcolismo, fumo, inquinamento, cattiva alimentazione, fattori di stress legati alla transizione, inefficienza del sistema sanitario si combinano nel determinare un’altissima mortalità per malattie vascolari e cardiocircolatorie, per incidenti stradali e sul lavoro, per suicidi e omicidi. Una catastrofe, sintomo delle debolezze del sistema, che il paese ha cominciato a percepire con grande ritardo.
 
Massimo Livi Bacci* © neodemos.it
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