Archive for dicembre, 2011

22 dicembre 2011

Il Presidente Teletubbies

La cosa più divertente – o irritante, a seconda dei punti di vista – è il sorrisino compiaciuto, come a dire: “Sono proprio un mattacchione, vero?”. Roberto Formigoni sa che la comunicazione in politica può essere tutto. Questa volta, però, qualcuno si è divertito alle sue spalle. Il video “Tutti i miei videoclip” sembra uno scherzo fatto da chi gli vuole male. Cinque minuti e 34 secondi (ma sembrano un’ora) per comunicare al mondo che il presidente è uno al passo con i tempi che maneggia con disinvoltura smartphone e tablet. Il set è di un bianco accecante, Formigoni entra in campo con un fioretto in mano, sorriso da mattacchione ed ecco che la spada disegna una “F” sullo schermo, a mo’ di Zorro. Poi cammina a lungo avanti e indietro, si ferma, ammicca, stringe i pugni, alza il pollice, fuori campo scatta un applauso modello sit-com. Seguono altre scenette: Formigoni che sfoglia un finto giornale, che passa in rassegna “le mie interviste” in tre tomi, che compila la sua agenda-lavagna (e di nuovo l’applauso). Quindi, riecco il sorrisetto modello “adesso ti gioco un bel tiro mancino ” e oplà: un gesto dell’avambraccio e compaiono i loghi di Facebook, Twitter e Flikr. Il gran finale dopo 4 minuti: indossa un paio di cuffie, accenna qualche passo di danza con l’aria di chi si diverte un mondo, quindi l’invito (ma sembra una minaccia): “Scarica le mie suonerie!”. Esistono davvero, su formigoni.it  : “Sono Roberto Formigoni, saremo tutti insieme amici!” è l’incipit comune a tutte le dieci varianti di “Insieme per…”. La base musicale si adatta al tema: grunge per i giovani, folk per gli anziani, rock per il lavoro e così via. Formiogoni e il suo staff sembrano andare fieri del prodotto, ma su Youtube i commenti sono spesso irripetibili. Il premio per l’analisi più acutava all’utente gurugugnola: “Sembra un teletubbies!”.

di Stefano Caselli, IFQ

Annunci
22 dicembre 2011

Dalla Bce 116 miliardi agli istituti italiani Tanto, se le cose vanno male, paga lo Stato

Una valanga di denaro esce dalla Banca centrale europea e si riversa sulle banche europee che ne fanno richiesta, come se fosse un bancomat: 523 istituti ottengono 489 miliardi di euro, un prestito a tre anni a un tasso di interesse molto più basso di quelli di mercato, l’1 per cento. Dei 489 miliardi, le banche italiane ne hanno avuti, stando alle stime che circolavano ieri, 116. Quasi un quarto, offrendo come garanzia 40 miliardi di titoli. E qui si arriva alla parte interessante: le nostre banche sono state le uniche a offrire garanzie così volatili e al contempo pesantissime. Hanno emesso 40 miliardi di obbligazioni, le hanno sottoscritte (cioè hanno promesso di pagarle loro stesse, sembra astruso ma è così) e le hanno consegnate alla Bce in cambio di 116 miliardi di prestiti.    IL TUTTO GRAZIE alla garanzia pubblica offerta dal governo nella manovra che ha chiesto sacrifici a tutti tranne alle banche cui ha offerto uno scudo totale: se una banca emette obbligazioni e non riesce a rimborsarle, ci pensa lo Stato, cioè i contribuenti. Ma le regole contabili consentono di non registrare questo potenziale salasso nel conto del debito pubblico. Non solo: nelle intenzioni, i soldi ottenuti dai banchieri dovrebbero essere reinvestiti in parte nel debito pubblico (un ottimo affare, visto che rende oltre il 6 per cento) e nel credito alle imprese e alle famiglie (più rischioso in tempi di recessione, e infatti snobbato dalle banche). “Decideranno loro come impiegarli al meglio”, ha detto tre giorni fa Mario Draghi, presidente della Bce, al Financial Times, ammettendo che l’istituto di Franco-forte non ha alcun potere di costringere le banche a usare quei capitali per sostenere il sistema e non, per esempio, per pagare dividendi agli azionisti o stipendi ai top manager.

Guido Tabellini, rettore della Bocconi, è stato uno dei più scettici sull’esito di questa misura di emergenza: “La buona notizia è che le banche hanno preso a prestito più di quello che ci si aspettava, si stanno almeno finanziando in maniera superiore al debito bancario in scadenza quindi stanno evitando il deleveraging, cioè la riduzione dei bilanci. E questo dovrebbe aiutare a finanziare l’economia reale”. In pratica: se hanno i soldi della Bce, non dovranno chiudere i rubinetti a imprese e famiglie. “La cattiva notizia – aggiunge Tabellini – è che il differenziale tra debito pubblico italiano e tedesco resta molto alto”. Il temuto spread ieri è addirittura cresciuto, assestandosi a quota 485 punti. É il segno che i mercati non credono che i 116 miliardi vadano tutti a sostenere il debito pubblico italiano. Anche perché sarebbe un circolo perverso: uno Stato a rischio crac impegna la sua credibilità per garantire banche a rischio crac che investono i prestiti nei debiti pubblici. É la stessa illusione che ha dato inizio alla crisi dei mutui subprime: l’idea che basta immettere nell’economia abbastanza moneta e il rischio, di qualunque tipo, svanirà. Da tre anni stiamo pagando il conto di questo errore. E non è finita.

La Borsa, che nei giorni scorsi aveva premiato le banche italiane, ieri ha reagito male, penalizzandole più dei concorrenti spesso altrettanto fragili degli altri Paesi: Unicredit ha perso il 4,39 per cento, Monte Paschi il 3,92. Tra gli investitori, ma ormai anche tra i risparmiatori, c’è l’impressione diffusa che alle banche la liquidità serva perché non hanno soldi per l’ordinaria amministrazione, tipo fornire banconote a chi prova a ritirare i risparmi o concedere mutui immobiliari anche a chi ha buone garanzie. Il costo del denaro è molto basso, 1 per cento, ma i mutui restano inaffrontabili, anche sopra il 5 per cento. Un po’ perché si cerca di mungere i pochi in grado di affrontarli un po’ perché, lo ammettono anche i bancari, diversi istituti non possono permettersi di impegnare risorse. Cioè di fare il loro mestiere.

LO AMMETTE perfino l’A-bi, l’associazione delle banche italiane, in un documento diffuso ieri: nel 2012 il Roe, cioè la misura di quanto sono in grado di generare profitti, “dovrebbe segnare un nuovo minimo storico con lo 0,3 per cento”. Federico Ghizzoni, amministratore delegato di Unicredit, ammette perfino che scaricherà sui costi dei conti correnti gli oneri dovuti alle nuove procedure di lotta all’evasione decise dal governo, “il nostro sforzo sarà massimo dal punto di vista organizzativo, ma qualche impatto ci sarà”. E agli investitori promette nuove espansioni in Europa, come quelle che sono appena costate al gruppo oltre 9 miliardi di perdite.

A febbraio si replica con un’altra “asta” illimitata. Per allora si capirà se quella di ieri è servita a qualcosa. Di certo si è capito che per salvare gli Stati, dando loro magari anche le risorse per nazionalizzare le banche decotte, i soldi non ci sono. Ma per aiutare direttamente le banche e i banchieri, invece, si trovano sempre. L’operazione di ieri vale circa come il Fondo Salva Stati Efsf che, finora, non è riuscito a salvare nessuno.

di Stefano Feltri, IFQ

22 dicembre 2011

Agenzia Sticazzi

In un film di Woody Allen, credo Il dormiglione, lui e un altro personaggio fuggono dall’ospedale travestiti da medici e, per rendere più credibile il camuffamento, a chiunque incontrino nei corridoi ripetono: “Non siamo impostori, siamo dottori”. Il quarto o il quinto che li sente dire così, insospettito da quell’insistenza, comincia a inseguirli. La scena tornava in mente ieri mattina, alla lettura dei maggiori quotidiani italiani che aprivano tutti con lo stesso titolo sulla stessa presunta notizia: l’ultimo monito in ordine di tempo del presidente Napolitano che si congratula molto con se stesso per aver inventato il governo Monti e nega recisamente di aver sospeso la democrazia e violato la Costituzione. Corriere: “‘Nessuno strappo costituzionale’. Per il Presidente la democrazia ‘non è sospesa’”. Repubblica invece titola: “La democrazia non è sospesa”. E La Stampa, al contrario: “La democrazia non è sospesa”. E il Messaggero, però: “La democrazia non è sospesa”. Cioè: il capo dello Stato smentisce di aver fatto un colpo di Stato. E ci mancherebbe pure che l’avesse ammesso: quella sì sarebbe stata una notizia. Ora, i casi sono due. O è vero che la democrazia non è sospesa, e allora la notizia d’apertura dei giornali non è una notizia e non merita l’apertura (al massimo un trafiletto dal titolo “Agenzia Sticazzi: il capo dello Stato nega di aver fatto il colpo di Stato”, assieme agli altri eventi che appassionano giornali e tg: caldo d’estate, freddo d’inverno, pioggia bagnata, siccità asciutta). Oppure la democrazia è davvero sospesa da quando gli italiani, volenti o nolenti, si sono ritrovati al governo una trentina di personaggi in cerca d’autore, competentissimi, autorevolissimi, sobrissimi, ma ignoti agli elettori. Nel qual caso quella del capo dello Stato si chiama tecnicamente “excusatio non petita”, cioè “accusatio manifesta”. Del resto, se la democrazia non fosse sospesa, che bisogno ci sarebbe di ricordarci ogni giorno che non lo è? Se uno va in giro a dire a tutti: “Sto bene, scoppio di salute, mi sento da dio, sono in forma smagliante”, a qualcuno prima o poi viene il dubbio che si senta poco bene. Se uno ripete a chiunque incontri: “Tranquillo, non ti ho fregato il portafogli”, la prima cosa che faranno gli altri sarà tastarsi le tasche per verificare che il portafogli sia ancora al posto suo. Curiosamente, mentre ripete a ogni piè sospinto che un governo nato all’insaputa degli elettori (ma non delle banche) è assolutamente normale, Napolitano se la prende con quei pochi che hanno qualcosa da obiettare perché – spiega il Corriere – “mettono in pericolo la prova di compattezza che il Paese ha saputo offrire nelle ultime settimane”. Un’idea di democrazia davvero curiosa: dell’opposizione, un tempo indispensabile per controllare i governi, si fa volentieri a meno. Resta da capire in quale democrazia il governo ha l’appoggio del 100% del Parlamento, con i banchi dell’opposizione vuoti. Una cosa vera però Napolitano l’ha detta: “Con Berlusconi la nostra sostenibilità internazionale era al limite”. E, mentre la diceva, B. gli sedeva di fronte, dopo aver sfilato da imbucato con le quattro alte cariche dello Stato (pur senza essere né carica né alta). Forse si era già appisolato e non ha sentito. Infatti ha commentato: “Ottimo intervento, completamente e assolutamente condivisibile”. Eppure era stato proprio lui a parlare di “democrazia sospesa”. Fino a tre mesi fa avrebbe risposto con la barzelletta della mela double-face. Ora invece, contagiato dalla sobrietà generale, arrota pure lui la boccuccia a culo di gallina e mònita: “Quando parliamo alle nostre platee usiamo espressioni colorite. Però siamo in una situazione anomala rispetto al normale svolgimento di una legislatura”. Oddio, non bastava la sobrietà di Napolitano, di Monti, dei ministri di Monti, della signora Monti, del cane di Monti, del loden di Monti, del Frecciarossa di Monti e persino del Don Giovanni sotto lo sguardo di Napolitano e Monti. Se ci diventa sobrio pure il Patonza, siamo perduti.

di Marco Travaglio, IFQ

21 dicembre 2011

Il blabla della Tecnica sobrietà

Gli ultimi arrivati, sulla pista del blabla della sobrietà, sono i ministri Paola Severino e Giampaolo Di Paola. La prima, Guardasigilli di stampo casiniano, ha rilasciato ieri due interviste, ovviamente al Corriere della Sera e a Repubblica (che il Secolo d’Italia, nell’era Monti, chiama Repubblichiere della Sera), per annunciare soprattutto una legge più incisiva contro la corruzione. Parole che secondo un deputato futurista, Nino Lo Presti, segnano una svolta epocale pari a quelle della Presa della Bastiglia o del Palazzo d’Inverno: “È entusiasmante apprendere che il ministro Paola Severino intende affrontare questa tema con un approccio rivoluzionario che estende lo spettro della repressione del fenomeno della corruzione” . Da incorniciare, a fu-tura memoria. Sinora, al governo Monti, rivoluzionario non l’aveva detto nessuno.    L’altra sera, invece, l’ammiraglio Di Paola, ministro della Difesa, è stato ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7. Di Paola ha fatto una sobria lezione di sommergibilismo (“ho imparato il senso di coesione a bordo dei sommergibili”) e ha difeso l’acquisto di 19 Maserati fatte dal suo predecessore La Russa, impartendo finanche una lezione di giornalismo: “Bisogna distinguere la demagogia da una seria e corretta informazione”. Ieri sera, ancora un altro ministro dalla Gruber: il titolare dell’Istruzione Francesco Profumo. Severino, Di Paola, lo stesso Monti, Fornero (Lavoro), Passera (Sviluppo Economico), Giarda (Rapporti con il Parlamento), Catricalà (sottosegretario a Palazzo Chigi), Catania (Politiche agricole), Balduzzi (Salute), Clini (Ambiente, Barca (Coesione territoriale ), Riccardi (Cooperazione internazionale), Terzi di Sant’Agata (Esteri) ormai parlano e straparlano quotidianamente, per non citare viceministri e sottosegretari. Un’immagine che gli esperti di comunicazione definirebbero come “eccesso di berlusconismo”. La sobrietà del silenzio e quel “rigor montis” (copy Dagospia) che aveva scolorito il quasi ventennio del Cavaliere, e fatto sperare in un esecutivo di trappisti, sono durati meno di un mese. Uno dopo l’altro, tutti i Professori hanno ceduto alla tentazione della parola.    In origine fu proprio Monti a varare la strategia del silenzio, che raccomandò alla sua squadra di non parlare con la stampa. Una scelta declinata dai giornali con altre fantastiche definizioni: “Parsimonia lessicale”, “dieta linguistica”, “governo muto”, “sapienza comunicativa”, “fretta, silenzio e collegialità”. Dai quotidiani del montismo arrivò un liberatorio sospiro di sollievo: “Finalmente non li vedremo più nei talk-show”. Sembrava il sequel del bellissimo film di Philip Groening sui monaci: “Il grande silenzio”. Il cattolico Riccardi, in materia di comunicazione, profetizzava e prometteva: “Dal Carnevale si passerà alla Quaresima”.    Alla fine, l’esecutivo quaresimale non è arrivato neanche a Natale. Un obbrobrio di sobrietà. Un “sobbrobrio”. In fondo, a dirla tutta, la dittatura del “rigor montis” è stata rovesciata da subito . Primo protagonista, due giorni dopo il giuramento, il ciarliero ministro dell’Ambiente Corrado Clini che sceglie Un giorno da pecora su Radiodue per dirsi a favore, nell’ordine, di nucleare, Tav e Ogm. Il punto di non ritorno del finto silenzio è stato il 6 dicembre scorso. Quel giorno, nel parcheggio della sede Rai in via Teulada a Roma, è un andirivieni di auto blu. Monti si fa intervistare da Bruno Vespa in prima serata dopo il Tguno, poi a Porta a Porta si materializzano Corrado Passera, superministro dello Sviluppo economico, e Vittorio Grilli, vice di Monti all’Economia. Contemporaneamente, su Raitre, a Ballarò di Giovanni Floris, vanno Elsa Fornero e Antonio Catricalà. Un’invasione, uno sbarco del governo marziano nei talk-show del teatrino della politica. La normalizzazione è completa. Il “governo muto” è in perfetta continuità con il berlusconismo televisivo. Non è cambiato nulla. Adesso il teatrino dei tecnici impazza su tv e giornali ogni giorno. E su tutti svetta, il presunto uomo nuovo della Terza Repubblica: il banchiere Passera, domenica scorsa pellegrino nello studio di Fabio Fazio. Che il collega di governo Di Paola, sempre dalla Gruber, ha chiamato “Grande ministro, grande uomo di finanza, grande industriale”. Un santo. Ma parlante, ovviamente.

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

Il presidente del Consiglio, Mario Monti, nello studio di Porta a Porta con Bruno Vespa

21 dicembre 2011

Berlusconi si imbuca al Colle

Difficile perdere la sana abitudine alla brutta figura. E ancor più riuscire ad avere la meglio su quella endemica cafoneria che è sempre stata, d’altra parte, la sua cifra nel mondo. Insomma, anche ieri il Cavaliere ci ha stupito. Al Quirinale, era appena cominciata la tradizionale cerimonia per gli auguri del presidente della Repubblica alle alte cariche dello Stato e ormai tutti avevano preso posto alla spicciolata. Così, mentre in sala i tanti politici e le varie autorità attendevano pazienti l’arrivo di Giorgio Napolitano, il posto in prima fila riservato a Silvio Berlusconi appariva vuoto. Fino all’ultimo minuto. Che cos’era successo? Sorpresa: a pochi minuti dall’ingresso in sala del capo dello Stato, Berlusconi ha fatto capolino dalla porta d’ingresso delle più alte cariche dello Stato e non dalle porte laterali da cui entravano tutti gli altri, dai segretari di partito in giù, insomma, da dove doveva entrare anche lui. Ma il bello è venuto poco dopo. Quando si è aperta la porta vicina al podio degli oratori e hanno fatto ingresso Napolitano, i presidenti delle Camere Fini e Schifani e il premier Mario Monti. E Berlusconi. Scenetta: i quattro (presidenti delle Camere più Monti) che si dirigono verso il podio, il Cavaliere, come sempre con un bel sorrisone stampato in faccia, è entrato piano, ha stretto alcune mani, ha scambiato due battute e poi, finalmente, ha preso posto in prima fila. E dove è parso e piaciuto a lui, ovvero non vicino al ministro Corrado Passera, come assegnato, ma accanto al titolare dell’Agricoltura Mario Catania. Quindi, mentre Napolitano pronunciava parole gravi anche nei suoi confronti (“con Berlusconi la sostenibilità, anche internazionale era al limite…”) lo si poteva ammirare non certo assorto o pensieroso, bensì profondamente addormentato come da tradizione negli appuntamenti ufficiali sotto lo sguardo imbarazzato dell’intero arco costituzionale. Capo dello Stato compreso, ovviamente.

di Sara Nicoli, IFQ

Silvio Berlusconi al Quirinale (LAPRESSE)

21 dicembre 2011

“RE GIORGIO” L’inciucio e la questione morale

Era il 1981: Berlinguer lanciava la questione morale e nel Pci il suo principale avversario fu Giorgio Napolitano. Uno stralcio del racconto di quegli anni, tratto da “Re Giorgio” di Fabrizio d’Esposito, in libreria da oggi.    Berlinguer rilancia la questione morale con un’intervista destinata a pesare per decenni nel campo della sinistra italiana: quella rilasciata a Eugenio Scalfari che compare nel numero di Repubblica del 28 luglio 1981. Il segretario del Pci denuncia i partiti come “macchine di potere e di clientela”. Quel giorno Napolitano si trova in Sicilia, e la sua prima reazione è di telefonare al suo compagno e amico Gerardo Chiaromonte: “Eravamo entrambi sbigottiti – ricorda Napolitano – perché in quella clamorosa esternazione di Berlinguer coglievamo un’esasperazione pericolosa come non mai, una sorta di rinuncia a fare politica visto che non riconoscevamo più alcun interlocutore valido e negavamo che gli altri partiti, ridotti a ‘macchine di potere e di clientela’, esprimessero posizioni e programmi con cui potessimo e dovessimo confrontarci”. Napolitano decide di dare una risposta pubblica a Berlinguer, ma solamente un mese più tardi, approfittando dell’anniversario della morte di Togliatti. La risposta di Napolitano, dunque, esce sull’Unità del 21 agosto. Il leader della destra migliorista, per attaccare Berlinguer, usa appunto la lezione di Togliatti all’epoca della nascita del centrosinistra tra Dc e Psi negli anni Sessanta: “‘Saper scendere e muoversi sul terreno riformistico’ anziché pretendere di combattere il riformismo con ‘pure contrapposizioni verbali’ o ‘vuote invettive’”. Per Napolitano , gli scandali e la corruzione della Dc di Antonio Gava e Salvo Lima o del Psi di Bettino Craxi non sono un ostacolo al riformismo dialogante. È la stessa logica con cui anni più tardi, da esponente del Pds e poi dei Ds, propugna la linea dell’inciucio e della collaborazione sulle riforme con il berlusconismo del Caimano, fatto anche dai vari Previti e Dell’Utri.

LE REAZIONI all’articolo di Napolitano arrivano nella direzione del Pci del 10 settembre, dopo la pausa estiva. “Nella relazione introduttiva – racconta il Capo dello Stato – mi si accusò di aver favorito, con l’espressione di dissensi ‘cifrati’, la campagna avversaria su una contrapposizione nel gruppo dirigente del partito e l’attacco al suo segretario, di avere impoverito e forzato il pensiero di Togliatti, di avere indicato il terreno riformistico quando di riformistico non c’era più nulla nel Psi”. Con Napolitano si schierano Bufalini, il sindaco di Roma Luigi Petroselli, Chiaro-monte. Per i miglioristi inizia a maturare l’infamante etichetta non solo di essere platealmente filosocialisti, ma soprattutto filocraxiani: una specie di male assoluto. Ma la sponda del Psi, per Napolitano, non è proprio solida. Ne è la prova, dieci giorni dopo, il 19 settembre, la positiva ma sarcastica intervista di Claudio Martelli, vicesegretario del Psi di Craxi, al settimanale l’Espresso. I difetti dell’indole di Napolitano sono analizzati alla perfezione: “Napolitano è l’uomo dell’eurocomunismo,  del dialogo con la Dc, poi con il capitalismo illuminato, poi col Psi. Se egli – diceva Martelli – sia una sorta di ‘passator cortese’ del comunismo italiano o la punta di iceberg di elettori, quadri, amministratori, sindacalisti comunisti in transizione verso la socialdemocrazia europea è quanto cercheremo di capire con tutta la simpatia che merita chi porge la mano aperta e non il pugno chiuso”. Sempre nel 1981, l’ossessione di Napolitano per il dramma della sinistra divisa si trasferisce da Botteghe Oscure a Montecitorio: lascia l’organizzazione del partito e viene eletto capogruppo del Pci alla Camera. Viene sospettato, ancora una volta, di favorire i socialisti. In un articolo sull’Unità del 4 gennaio 1984 si difende: “La funzione di una grande forza nazionale come la nostra non può di norma consistere nel non far passare i provvedimenti del governo, per quanto da noi negativamente giudicati; non può essere questo il modo di far valere il nostro potere contrattuale”.

LA QUESTIONE diventa devastante con il decreto legge per la riforma della scala mobile: Napolitano lavora per migliorarlo, ma il 7 giugno il suo amico Chiaromonte, che è capogruppo al Senato, annuncia il ricorso al referendum (che nel 1985 il Pci perderà). Quella sera Berlinguer parla in un comizio a Padova e si sente male. Muore quattro giorni dopo. Ricorda Emanuele Macaluso sul Riformista nel 2005: “Napolitano allora era capogruppo alla Camera e con Formica, capogruppo dei socialisti, aveva trovato un’intesa per rendere il testo accettabile anche per i comunisti. Intesa che poi venne mandata all’aria da entrambe le parti. Ma in quel momento Berlinguer comincia a vedere di cattivo occhio sia Napolitano sia Nilde Iotti, allora presidente della Camera. A Nilde Iotti sembra rimproverare di tutelare più il governo che il suo partito, mentre su Napolitano pesa il sospetto di morbidezza per via della sua nota contrarietà alla linea scelta in quella fase dal Pci, durante la dura battaglia parlamentare che precedette il referendum. Da lì in avanti i rapporti si inasprirono a tal punto che quando Berlinguer morì Napolitano aveva già in tasca la lettera di dimissioni da capogruppo. Una lettera mai recapitata, in quel funesto 7 giugno 1984.

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

Enrico Berlinguer e Giorgio Napolitano (FOTO OLYCOM)

21 dicembre 2011

Inutili manager

E se i supermanager facessero solo danni? Il dubbio è venuto prima al movimento di Occupy Wall Street, poi alla Harvard Business Review, la rivista più autorevole di management, dell’omonima università. “Primo, licenziare tutti i manager”, si intitola l’articolo Gary Hamel, un professore della London Business School che osa scrivere: “Il management è la meno efficiente attività dell’attività meno efficiente della tua organizzazione”. Poi usa argomenti che, ai ragazzi che in Zucotti Park rivendicano di essere il 99 per cento, suonano familiari: più barocca la gerarchia, maggiore il rischio che l’azienda prenda decisioni disastrose “perché i manager più potenti sono quelli più distanti dalla prima linea della realtà”. Nel 2010 tra stipendi e premi i top manager delle 25 principali imprese finanziarie di Wall Street hanno incassato 135 miliardi di dollari, secondo il Wall Street Journal. Quest’anno si prevede un crollo del 30 per cento dei bonus, ma l’impressione generale è che sia un po’ poco, visto come sta andando il settore finanziario globale e quante centinaia di miliardi di dollari ha pagato il contribuente americano per salvare Wall Street.    Di solito si pensa che il problema sia che gli stipendi non sono allineati alle performance, cioè in molti guadagnano troppo anche quando non lo meritano. Generazioni di consulenti hanno fatto le proprie fortune proponendo schemi di retribuzione innovativi, che facessero coincidere gli interessi del manager con quelli dell’azionista. “Com’è possibile che tanta gente che sa così poco faccia così tanti soldi dicendo ad altra gente come fare il lavoro che è pagata per saper fare”, si chiede Matthew Stewart in Twilight manager (Fazi). E infatti non ha funzionato. Stefano D’Addona e Axel Kind, due economisti, hanno studiato 2.376 cambi di allenatore negli ultimi 50 anni di calcio inglese e sono giunti alla conclusione che più aumenta la competizione e l’importanza economica dello sport, più frequenti diventano i cambi di panchina. Come dire: quando le cose si fanno serie, si deve licenziare più spesso. Cosa che ai top manager non sportivi succede assai di rado.    Sulla Harvard Business Review Gary Hamel propone quindi di imitare il modello della Morning Star, una società leader della lavorazione del pomodoro dove non ci sono manager: in ogni reparto i lavoratori si organizzano da soli, niente gerarchie, gli stipendi sono diversi soltanto in base ai diversi risultati ottenuti. Così la competizione è per essere più bravi, non per compiacere il capo. Nelle etichette da business school si chiama “self management”: ogni anno ciascun dipendente spiega in un documento quali colleghi sono toccati dal suo lavoro, così si definiscono gruppi spontanei. Che, pare, funzionino: Morning Star ha avuto un fatturato di 700 milioni nel 2010.    Utopia o incubo? Chissà. Viste le performance dei manager italiani raccontate qui sotto, però, forse una lattina di pomodoro Morning Star potrebbe essere il regalo di Natale giusto per molti di loro.

di Stefano Feltri, IFQ

21 dicembre 2011

Severino, sia severa

Pensavamo, ingenuamente, che il governo tecnico fosse lì per “salvare l’Italia” con poche misure di pronto soccorso. Invece, a sentire gli annunci e le interviste del premier e dei suoi ministri sui giornali e nei talk show (a proposito: non avevano detto che non avrebbero fatto annunci né dato interviste né frequentato talk show?), pare che vogliano riformare tutto il riformabile: welfare, pensioni, stipendi, statuto dei lavoratori, grandi opere, fisco, giustizia, carceri, sanità, università, scuole, asili, anche nidi. Una delle più loquaci è la Guardasigilli Paola Severino, che annuncia a Repubblica addirittura una legge anticorruzione. Non prima di una “revisione delle procedure decisionali e di gestione”, affidata all’immancabile “tavolo di confronto per la semplificazione dei rapporti tra Pubblica amministrazione e impresa”. Roba che, a fare presto, richiede almeno un piano quinquennale. Senza contare che quella della legge anticorruzione è diventata una gag, meglio del Sarchiapone, visto che tutti i governi che Dio manda in terra, da che mondo è mondo, ne annunciano una e poi se ne guardano bene. Noi comunque prendiamo in parola la Severino e diamo per scontato che lo stesso Parlamento che fino all’altroieri dichiarava Ruby nipote di Mubarak, salvava Cosentino, Milanese, Romano e votava leggi pro-corrotti, si convertirà in articulo mortis e con agile piroetta voterà leggi anti-corrotti. La sola proposta che la ministra anticipa è “una nuova fattispecie di corruzione, quella ‘privata’ all’interno delle imprese”. Non vorremmo deluderla, ma il reato di corruzione fra privati è già previsto dalla Convenzione internazionale sulla corruzione che tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa firmarono a Strasburgo nel lontano 1999: dopodiché tutti gli Stati membri la ratificarono, tranne l’Italia. Per informazioni, la Severino può rivolgersi ad Augusta Iannini in Vespa, che staziona al ministero di via Arenula dal 2001, sopravvissuta a Castelli, Mastella, Alfano e Palma senza mai sfiorare quella convenzione con un dito. L’altro giorno s’era sparsa la voce che la Severino l’avrebbe sostituita. Magari. Invece l’ha puntualmente confermata a capo dell’ufficio legislativo. Ottima scelta per un ministro che dice di voler “uscire dalla logica delle leggi ad personam”: proprio quelle che la signora Iannini ha contribuito a scrivere senza mai un conato di vomito: falso in bilancio, rogatorie, Cirami, ex Cirielli, senza contare quelle incostituzionali fulminate dalla Consulta (Schifani, Alfano, Pecorella, anti-Caselli). Convertirla dalla pro-corruzione all’anti-corruzione sarà dura, ma la Severino ha il piglio giusto per riuscirci. Nel qual caso le basterà prendere la Convenzione di Strasburgo e copiarla paro paro: essa già punisce – come avviene in tutto il mondo civile – non solo la corruzione fra privati (per esempio, quando il capoufficio acquisti di un’azienda prende la stecca dal fornitore per servirsi da lui, a prezzi più alti di quelli di mercato), ma anche l’autoriciclaggio (l’Italia è l’unico paese occidentale in cui chi ricicla soldi sporchi in proprio non commette alcun reato) e il traffico d’influenze illecite (quando uno si fa pagare in cambio della promessa di spendere le proprie entrature per risolvere il suo problema). Se poi la Severino volesse risparmiare tempo, l’anno scorso il Fatto preparò con l’aiuto di giudici e giuristi un articolato di legge che prevede anche di unificare corruzione e concussione e cancellare catastrofi come la Cirielli (la legge del 2005 che dimezza la prescrizione creando la figura del colpevole incensurato a vita, mentre intasa le carceri allungando inutilmente le pene ai recidivi), la salva-evasori (1999) e la depenalizzazione di fatto del falso in bilancio (2002). È una riforma a costo zero, anzi a introito sicuro, visto che intaccherebbe quell’enorme serbatoio di nero che ammonta ogni anno a 70-80 miliardi per la corruzione e a 150 miliardi per l’evasione. Poi farebbe crollare i costi delle opere pubbliche e incentiverebbe le imprese straniere a investire in Italia. Se vuol fare sul serio, signora ministra, sa dove trovarci.

di Marco Travaglio, IFQ

20 dicembre 2011

Il nuovo vecchio Fabio

Domenica sera, per la prima volta nella vita, Fabio Fazio mi ha fatto tenerezza. L’ho visto invecchiato, d’improvviso, anzi, di colpo. Stava lì, nel suo studiolo di “Che tempo che fa” (Rai3), stava lì di profilo a scrutare l’ospite, un po’ provato. Sappiamo, invecchiare, in molti casi, significa mostrarsi più umani, meno convinti, e devo dire che nell’esatto momento in cui ho avuto modo di intuire sul suo volto le rughe, e perfino un certo grugno bruegheliano da creatura definitivamente adulta, ho provato un senso di soddisfazione. Per lui, solo per lui. Insomma, mi è sembrato che il nostro “buttadentro” nella stanza dei luoghi comuni culturali di sinistra avesse finalmente detto a se stesso un bel “mo’ basta”. Intendiamoci, si tratta di sfumature, eppure è bastato nulla, l’increspatura lieve fra naso e guancia, per comprendere che ci troviamo a un punto di svolta. Da qui a poco la retorica “civile” che Fazio ha propalato insieme ai suoi ospiti speciali, anime belle garantite fra molto altro dagli uffici stampa editoriali, dovrà lasciare il posto al disincanto, all’abbiamo già dato. (E anche ottenuto, perfino economicamente parlando). Non è però ancora tutto. Poco dopo, volati via i convenevoli d’inizio (insieme all’ormai intollerabile stacco sonoro rubato a De André), Filippa Lageback, l’oggetto più misterioso della seconda repubblica televisiva, ha introdotto appunto l’ospite, Corrado Passera.    Non è proprio necessario conoscerlo, e tuttavia, per amor di completezza, diremo che si tratta di un banchiere-manager divenuto ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e Trasporti del governo da poche settimane in carica. Uno dei nuovi padroni della cosa pubblica, insomma.    Adesso, i più implacabili immagineranno un conduttore prono, al meglio del suo animo “doroteo”, elegantemente timoroso di sembrare troppo esigente dal punto di vista della completezza giornalistica, perché come ha ben insegnato Walter Veltroni a un’intera generazione di ambiziosi di sinistra, l’ipocrisia con prenotazione obbligatoria, sebbene sia un delitto sanzionato perfino nelle Sacre Scritture, paga più della soddisfazione di non tenere conto del quinto comandamento, cioè non uccidere. Tu mi credi se aggiungo che quando ho visto Fabio incalzare Corrado sulla questione della vendita delle frequenze televisive mi sono cacato sotto al posto suo? Sulle prime il ministro ha cercato di svicolare, e allora Fazio gli è andato addosso con la stessa tenacia dei bull-terrier, a pretendere una parola netta, dirimente. Al punto da ottenere una risposta verosimilmente netta: “Di fronte ai sacrifici chiesti agli italiani, pensare che un bene di Stato possa esser dato gratuitamente non è tollerabile e, verosimilmente, non lo tollereremo”. A quel punto il conduttore, eroico, ha chiesto se c’è da ipotizzare un’asta, e quell’altro: “Può essere una cosa un po’ diversa, dobbiamo trovare nuovi modi”.    Fossi nei panni di Fazio mi farei dono di questo finale di carriera. Un ultimo fotogramma all’insegna del riscatto, quasi come l’Alberto Sordi di “Una vita difficile”, un ultimo schiaffo al principale, e via verso il paese di Dignità. Sai che soddisfazione?

di Fulvio Abbate, IFQ

20 dicembre 2011

Storie dall’Italia che odia l’uomo nero

Un paio di settimane fa sul Fatto raccontavamo una storia di Bologna, dove i ragazzi del liceo Copernico erano riusciti a evitare che attorno alla loro scuola si costruisse una cancellata per tener fuori i clochard che di notte si rifugiano lì. “Droga, senza tetto, gang urbane: un cancello non potrà niente contro queste realtà, realtà di cui dobbiamo prendere atto. È facile rinchiudersi in sè stessi relegando all’esterno il male che non si vuole riconoscere e affrontare”: così gli studenti, in una bellissima lettera, avevano convinto la Giunta provinciale. Due giorni fa, sempre a Bologna, cinque ragazzi hanno pensato bene di non far durare troppo a lungo la buona notizia. Con grande coraggio e umanità, una notte si sono avvicinati a un clochard di 74 anni che dormiva, l’hanno preso a calci e pugni e gli hanno portato via tutto quello che possedeva: duecento euro. Se la viltà ha una faccia, assomiglia tanto a quella di questi ragazzi. O al gruppetto di Verona che venerdì ha picchiato e insultato un tredicenne cingalese. “Che cazzo guardi negro di merda?”: questa la gentile domanda rivolta al piccolo immigrato da un ragazzo sull’autobus. Ma non finisce qui. Il giorno dopo il 13enne ha la sfrontatezza di farsi vedere ancora in giro e incontra di nuovo il ragazzi del bus. Uno di loro – racconta il quotidiano l’Arena – ha una bottiglia di birra in mano e la versa sulla faccia del ragazzino, che viene buttato a terra. “Poi i quattro delinquenti cercano di farlo rotolare sotto un’auto in transito, ma per fortuna non ci riescono”. Lo picchiano, forse con una spranga: cinque segnalati, tre denunciati (uno solo è maggiorenne) per lesioni con l’aggravante dell’odio razziale. La stessa del rogo al campo rom di Torino, per cui sono finite in cella due persone. Risultato: il 13enne è terrorizzato e non vuole uscire di casa. Come ugualmente impauriti sono molti neri che vivono nel nostro paese, dopo la strage di Firenze. On line il sito razzismoitalia.blogspot.com   tiene una rassegna stampa piuttosto interessante, un elenco delle quotidiane vergogne d’Italia. Alcune storie sono molto note, come l’aggressione alla cestista di colore Abiola Wabara, destinataria di insulti e sputi durante un incontro di Serie A. Altre sono meno conosciute, ma raccontano un clima.

DENUNCIANO gli studenti universitari dell’Emilia Romagna che la Regione avrebbe escluso gli immigrati dalle borse di studio: “Nell’anno accademico 2011/2012 sono risultati idonei 17.505 studenti – si legge in un comunicato diffuso da Sinistra Universitaria – ma l’azienda regionale per il diritto allo studio riesce a erogare solo 16.822 borse. Gli esclusi? Tutti gli studenti extra-comunitari immatricolati. Solo 40 ragazzi stranieri, cioè il numero minimo garantito dal bando, hanno avuto accesso alla sovvenzione”. A Segrate, un imprenditore di 38 anni è stato condannato a due anni e mezzo di carcere: costringeva uno dei suoi operai, un cingalese di 47 anni, a tenere sul carrello di lavoro la seguente scritta “Negro non capace di lavorare ma capace di prendere soldi”. A lui si rivolgeva consuetamente con l’epiteto “sporco negro”. C’è un video che mostra un episodio accaduto a bordo di un treno delle Ferrovie Appulo Lucane: il controllore aggredisce un tranquillo gruppo di immigrati spiegando loro: “Speriamo che venga Hitler, vi tagli la testa e vi spedisca al forno crematorio”. A Pordenone, sempre quest’anno, un cartello avvertiva senza mezzi termini: “Si affitta solo a italiani”. La propietaria si è giustificata così: “Abbiamo avuto una brutta esperienza con quella casa. Una coppia di stranieri ci ha vissuto lo scorso anno. Lei una brava ragazza, ma lui l’ha lasciata e lei si è trovata in difficoltà. Non ce la faceva a starci dietro. Così abbiamo detto basta. Tanto più che nel palazzo vivono dei professionisti. Vogliamo che qui abitino brave persone”.

MONTESACRO, Roma: un manifesto affisso fuori da un bar spiega che è “vietato l’ingresso agli animali e agli immigrati”. Ci sarà stata una rissa? Massì, per ogni discriminazione si trova sempre una giustificazione. In Italia, secondo i dati Istat, gli stranieri residenti sono oltre 4 milioni e mezzo: chi tra loro è occupato in media guadagna trecento euro in meno di un lavoratore italiano (dati della Cgia di Mestre). E dove dovrebbero abitare? Sotto i ponti no, è troppo pericoloso. Si rischia che qualche Borghezio – europarlamentare della Lega Nord – passi e dia fuoco ai materassi (il per nulla onorevole nel 2002 è stato condannato a cinque mesi di carcere con la sospensione condiziona-le insieme ad altri sette militanti del Carroccio). Appunto, la Lega: il sindaco di Verona, Flavio Tosi, ha pubblicamente condannato l’aggressione al ragazzino cingalese. Ma si può dimenticare la petizione “Firma per mandare via gli zingari dalla nostra città” per cui Tosi è stato condannato in via definitiva, insieme ad altri leghisti veronesi? Oppure – se c’è un peggio in questo peggio – che quando era consigliere comunale d’opposizione, propose un ingresso differenziato sugli autobus per gli immigrati? Forse no, se non altro per far sentire diverso chi se la prende con qualunque diverso, nero o rom che sia.

di Silvia Truzzi, IFQ

(FOTO EMBLEMA)

20 dicembre 2011

Il diritto alla vivacità

Noi, sia chiaro, preferiamo una maggioranza forte e robusta che governi e un’opposizione combattiva e vigile che la controlli (l’esatto contrario della situazione attuale). Meglio qualche intemperanza e qualche scintilla di troppo che la morta gora del tutto va ben madama la marchesa. Dunque saremmo pronti a dare ragione a Bobo Maroni, che in una lettera al Corriere risponde al monito di Massimo Franco, l’estintore-capo del Quirinale, contro la gazzarra inscenata dai leghisti in Parlamento contro Monti, Fini e Schifani, e rivendica il “diritto a una protesta vivace”. Ma a due condizioni. Primo: Maroni ci dica chi gli ha scritto la lettera, pregna di dotte citazioni da Whitman, Brecht, Hobbes e Gramsci, dunque molto probabilmente non sua. Secondo: Maroni rinneghi tutto quel che lui e gli altri leghisti hanno predicato per 17 anni contro chiunque osasse protestare anche molto meno “vivacemente” di loro contro i loro governi. Siccome Maroni cita Gianfranco Miglio come padre della Padania, ricorderà di certo il suo giudizio sul primo governo B: “Programma demenziale, roba da restaurazione”. E la risposta di Bossi in rime baciate: “poveraccio”, “vecchio fuori di testa che fa un putiferio perché non gli han dato la poltrona”, “me ne fotto delle sue minchiate”, “arteriosclerotico, traditore, panchinaro”, “una scoreggia nello spazio”. Forse, 17 anni dopo, è il caso di difendere il diritto alla protesta vivace del professore, nel frattempo scomparso. Nel 2002, al Palavobis, 50 mila cittadini protestarono pacificamente contro le prime leggi vergogna. Il Guardasigilli leghista Castelli commentò: “Questi discorsi li ho già sentiti da molti cattivi maestri dopo il ’68. Poi vennero gli anni di piombo”. L’anno scorso, alla festa del Pd a Torino, un gruppo di giovani contestò il presidente del Senato Schifani per le sue amicizie mafiose. La pasionaria padana Rosi Mauro tuonò: “Inconcepibile. E queste sarebbero le persone che professano la democrazia nel Paese?”. Cioè: urlare a Schifani – peraltro noto insultatore – “buffone”,“vaffanculo”,“va’ a cagare”, “faccia di merda” è indice di “vivacità”, mentre ricordare i suoi soci e clienti mafiosi è eversione? L’altro giorno Gian Antonio Stella, sul Corriere, s’è divertito a ricordare quel che dicevano i leghisti quando le proteste vivaci la faceva il centrosinistra contro le leggi-porcata del loro governo. Tipo Calderoli: “L’ostruzionismo parlamentare è una tecnica legittima. Ma i sit-in in aula, le intimidazioni alla presidenza, la volontà di creare incidenti o risse no”. Ancora il 6 settembre il capogruppo Bricolo bacchettava gl’“irresponsabili” oppositori della seconda manovra Tremonti: “I mercati ci guardano e chiedono l’approvazione veloce della manovra, ma Di Pietro annuncia ostruzionismo duro. Bene fa il governo a porre la fiducia per evitare la fine della Grecia, che forse l’opposizione ci augura”. Chissà se Maroni lo ripeterebbe oggi per la manovra Monti, che lui e i suoi chiamano “rapina”. Altrimenti qualcuno sospetterà che la Lega sia così “irresponsabile” da augurarci “la fine della Grecia”. Ps. Nella lettera al Corriere, il vivace Bobo ricorda “i lusinghieri risultati ottenuti” come ministro dell’Interno sulla sicurezza. E si compiace perché “le pretestuose azioni giudiziarie contro le camicie verdi si sono risolte tutte nel nulla”. Forse ricorda male: il processo di Verona ai vertici leghisti per le camicie verdi è finito nel nulla perché i tre reati contestati – attentato alla Costituzione, attentato all’unità e all’integrità dello Stato, costituzione di struttura paramilitare fuorilegge – furono depenalizzati dal centrodestra, Lega compresa, nel 2005 e nel 2010. All’insegna, si capisce, della sicurezza. Purtroppo non ci furono “proteste vivaci”, e nemmeno assonnate, dell’opposizione. Ma, volendo, Maroni può sempre rimediare, battendosi per ripristinare quei reati. Contiamo sulla sua proverbiale vivacità.

di Marco Travaglio, IFQ

16 dicembre 2011

Piccoli nazisti crescono (sul web)

I corpi inerti di Samb e Diop giacevano ancora a terra tra le bancarelle del mercato di piazza Dalmazia a Firenze, nel mezzogiorno di sangue dello scorso martedì, che era già partita online una catena di sdegno e commozione. Ma non solo. Quasi subito è cominciato a tracimare anche esplicito supporto al gesto di Casseri.    Questa volta, a differenza di altre esplosioni di rabbia digitale, non si è assistito a violenza verbale estemporanea. Invece, dai fondali del web profondo, è emerso un fronte rinchiuso nella sua bolla di rancore e razzismo. In questi giorni è stato passato al setaccio dai media stor  mfront.org  , un forum italiano vera e propria miniera d’odio: in home page si fregia di una croce celtica su cui è scolpita la frase “Orgoglio bianco mondiale”. Poca attenzione, invece, hanno avuto le “dichiarazioni programmatiche” dei nazisti.

Non ci sono documenti ufficiali, programmi articolati: il repertorio di immagini, citazioni, libri e film è quello classico della propaganda fascio-nazista. Ci sono però scambi di idee: “Se qualcuno di voi riuscisse in un golpe, come ri-scriverebbe la legge?” chiede Nuovo Gladiatore. “In caso di pesanti sanzioni economiche dalla (giudaica) comunità internazionale: accelerare la produzione militare, armarsi di armi nucleari, armarsi segretamente di armi biologiche in grado di intaccare solo certe etnie” risponde Dagren che sfoggia l’icona di Hitler nell’immagine di profilo.

SUMMA del populismo nero si trova nella sezione “Le migliori discussioni di Stormfront Italia”. È un prontuario dell’odio. Per gli argomenti di “politica”: le discussioni segnalate si intitolano “Giudeo-bolscevismo”; “L’internazionale ebraica”; “Nelson Mandela e il giudeo-bolscevismo”. Con dichiarazioni anche molto contorte: “Vi rendete conto di come gli ebrei costituiscano un ‘Israele’ in qualunque paese siano insediati? Questa tendenza richiede delle leggi di emancipazione per i non-ebrei vittime di questa apartheid ebraica” è convinto Complotto giudaico. Non mancano le ipotesi millenaristiche: “Oggi la razza bianca sta sparendo a causa del multiculturalismo, dell’aborto e di altre politiche ben orchestrate dal giudaismo per eliminare la nostra razza”.    Tante le citazioni (da Goebbles a Lenin, da Churchill a Evola), sembrano rimaste al secondo conflitto mondiale con un’ossessione per i bolscevichi e l’“ebraismo” dell’Urss comunista. Non mancano gli spari nel mucchio: “Per quanto riguarda la situazione in Russia, c’è da dire che dopo il crollo dell’Urss, con Putin la situazione è migliorata: il miliardario giudeo Khodorkovsky che aveva avuto in prestito 250 mln per fare finire la Gazprom nelle mani anglo-americane della Texaco è finito in galera”. E chi se ne frega se il miliardario nemico di Putin è cristiano-ortodosso. Tra i “topics” non può mancare “Il pericolo Islam”; “Contro il filoislamismo”; “Il Progetto del Grande Califfato” ma un post a parte lo merita anche “Il pericolo giallo”. Altro nazismo si manifesta nelle discussioni “Sugli africani”, probabilmente anche Casseri avrà abbeverato la sua follia a questa fonte. Tra le discussioni calde anche “Negrolandia”, foto di donne bianche con in braccio bimbi africani, e la didascalia: “Grazie a queste troie di merda e agli stronzi ovviamente, gli europei e le europee di domani saranno queste loro scimmiette del cazzo”.

QUANTO STUPISCE di forum come questi (oltre al fatto che non siano ancora stati chiusi) è il solipsismo in cui sono rinchiusi i membri: non ci sono scambi di opinioni diverse, nessun dato o statistica che metta in discussione i loro dogmi. Non a caso che una ricerca Demos su “Il nuovo populismo digitale di estrema destra” dimostra proprio come l’appartenenza a un gruppo di affini sia la motivazione maggiore che spinge ad abbracciare le formazioni estremistiche. Una bolla di odio dove vale tutto e il contrario di tutto: “La Bibbia, una cospirazione ebrea e inganno per i gentili” o il “supporto al nazionalismo israeliano che altro non è che autodifesa contro il jihad”. Un web che fa paura, ma che non può essere ignorato.

di Federico Mello, IFQ

16 dicembre 2011

Su Ligresti ora le autorità si svegliano

Si stringe il cerchio attorno ai Ligresti. Mentre il titolo Fondiaria-Sai sprofonda in Borsa (ieri nuovo minimo storico a 0,72 euro, con un crollo del 75 per cento in sei mesi), anche gli organi di controllo entrano a gamba tesa sulla compagnia in grave crisi. Si muove l’Isvap, l’autorità che vigila sulle assicurazioni. E va all’attacco anche la Consob, la Commissione di controllo sui mercati finanziari.

MEGLIO tardi che mai, vien da dire, perché i fatti su cui si indaga in questi giorni sono da anni al centro di dubbi e sospetti. Eppure, i due organi di vigilanza si sono sempre mossi con i piedi di piombo, per usare un eufemismo. Salvo partire alla carica adesso che il gruppo Ligresti rischia il tracollo. Del resto fino a un anno fa la Consob si trovava in una situazione a dir poco imbarazzante, visto che Marco Cardia, figlio dell’allora presidente Lamberto, aveva ottenuto ben retribuiti incarichi professionali da società del gruppo Ligresti. Le cose cambiano: Fonsai, assediata da debiti e perdite, è disperatamente a corto di liquidità ed ecco che le Authority, fin qui più che prudenti, si danno improvvisamente una mossa. Come se la coperta che in passato ha nascosto guai e problemi fosse improvvisamente diventata troppo corta.

La notizia più clamorosa riguarda l’Isvap. In sostanza, l’Authority ha chiesto a Jonella, Giulia e Paolo Ligresti di fare un passo indietro dai consigli di amministrazione di Fonsai e delle società controllate. Lo scrive il Sole 24 Ore, in un articolo pubblicato mercoledì scorso. La richiesta non ha precedenti nella storia della finanza nazionale e si spiegherebbe, secondo quanto scrive il quotidiano, con l’esigenza di dare un taglio al potenziale conflitto d’interessi tra gli incarichi di amministratore dei tre figli di Salvatore Ligresti nella holding di famiglia Premafin (quotata in Borsa) e quelli nella controllata Fonsai. Insomma, “o di qua o di là”, intima l’Authority con l’obiettivo (si suppone) di tutelare al meglio i piccoli azionisti e i clienti della compagnia.    Tutto bene. Come non essere d’accordo? Certo, stupisce un po’ che la regola contro i doppi incarichi venga applicata adesso ai Ligresti mentre, per esempio, John Elkann può restare tranquillamente presidente di Fiat e anche della holding Exor. In effetti, l’Isvap ha competenza solo sulle società assicurative, ma come spiegare ai piccoli azionisti la disparità di trattamento tra due grandi gruppi entrambi quotati in Borsa come la Fiat degli Agnelli e la Fon-sai dei Ligresti? L’affondo dell’Isvap ha stupito più di un osservatore. Negli anni scorsi l’organo di controllo non ha mai ritenuto di intervenire (salvo in un caso) quando gli azionisti di maggioranza, cioè i Ligresti, hanno    venduto    a Fonsai palazzi, terreni e società dai conti in rosso. Tutte operazioni in conflitto d’interessi che hanno favorito l’azionista di maggioranza provocando perdite milionarie nei conti della compagnia. Poi, circa un anno fa, l’Isvap è scesa in campo inviando i suoi ispettori a verificare numeri e criteri di gestione di Fonsai.

Di lì a qualche mese, l’Authority ha imposto un giro di vite nell’organizzazione del gruppo assicurativo. E così, nell’agosto scorso la compagnia presieduta da Jonella Ligresti ha sostituito i responsabili delle funzioni di controllo interno, che adesso dipendono dall’intero consiglio di amministrazione e non dall’amministratore delegato, come invece    succedeva prima dell’intervento dell’Isvap. Funzionava così: i manager addetti ai    controlli facevano capo al numero uno dell’azienda, lo stesso di cui avrebbero dovuto sorvegliare l’attività. Così non va, ha fatto sapere l’Authority e Fonsai si è messa in riga. Adesso, a quanto pare, l’Isvap torna alla carica. Gli eredi di Salvatore Ligresti, in passato beneficiati da stipendi compresi tra i 3 e 4 milioni di euro l’anno, entro Natale dovranno scegliere se mantenere gli incarichi in Premafin o quelli nel gruppo assicurativo.

POCO MALE, tutto sommato, perché se Fonsai, come chiedono i grandi creditori Mediobanca e Unicredit, dovesse varare un aumento di capitale da almeno 600 milioni per tappare i buchi in bilancio, i Ligresti potrebbero essere costretti a uscire definitivamente di scena. Al momento, infatti, nessuno è disposto a scommettere che la famiglia sia in grado di far fronte alla propria parte dell’aumento, circa 200 milioni di euro.

A dire il vero la nebbia è sempre più fitta anche attorno alla holding Premafin che per il 51 per cento circa è controllata da Ligresti e figli. Ebbene, nel giro di pochi giorni si è scoperto che circa il 20 per cento del capitale di Premafin è intestato a una miriade di società off shore (si va dalle anstalt del Liechtenstein alle anonime panamensi). Chi c’è dietro? Mistero. Giancarlo de Filippo, che amministra parte di quelle azioni per conto altrui, ha negato che quei pacchetti di titoli siano riconducibili al suo ventennale amico Salvatore Ligresti.

Del resto quel tipo di veicoli societari viene utilizzato proprio per schermare il reale proprietario. Il fatto sconcertante è un altro. Gran parte dei titoli parcheggiati ai Caraibi era amministrato a titolo fiduciario dal Crédit Agricole di Ginevra. Un fatto noto a tutti da almeno dieci anni. La Consob, però, ha cominciato a chiedere chiarimenti soltanto alla fine del 2010.

di Vittorio Malagutti, IFQ

16 dicembre 2011

Evasori? No, pacifisti

Intesa San Paolo, la prima banca italiana, ha appena versato al fisco 270 milioni di euro più interessi: a tanto ammontavano le imposte evase contestate dall’Agenzia delle Entrate fra il 2005 e il 2007. Lo stesso han fatto di recente i principali istituti di credito: Montepaschi (260 milioni), Bpm (170), Credem (53,4), Unicredit (99, che però non chiudono il contenzioso, visto che il fisco le contesta altri 444,6 milioni). In totale nel 2011 i banchieri evasori hanno scucito 1 miliardo di tasse non pagate, ovviamente dopo essere stati beccati. La notizia è clamorosa, in qualunque altro paese campeggerebbe sulle prime pagine dei giornali e nei titoli dei tg. Tanto più che Intesa San Paolo è al governo, con tre suoi papaveri ministri (Corrado Passera, ex-Ad, ed Elsa Fornero, ex vicepresidente del Consiglio di sorveglianza) o viceministri (Mario Ciaccia, ex Ad e Dg di Biis, gruppo Intesa). Invece il Corriere l’ha confinata a pagina 47, con un titolo alla vaselina (“Intesa fa pace con il Fisco per 270 milioni”) che solo un decrittatore di codici segreti riuscirebbe a collegare all’evasione, parola proibita e mai pronunciata. Le parole, diceva Moretti, sono importanti: se l’Agenzia delle Entrate contesta una somma evasa a un contribuente, non è detto che abbia ragione lei: potrebbe avere ragione lui. Ma se lui paga una somma a sei zeri, non c’è dubbio che aveva torto lui. Soprattutto se lui è una banca quotata in Borsa, con un preciso obbligo verso clienti e azionisti: non gettare centinaia di milioni. Specie in tempi di scarsa liquidità che hanno appena costretto lo Stato, tramite il governo di Larga Intesa, a garantire per le banche in caso di insolvenza. Fa sorridere la nota di Intesa che rivendica “la correttezza del proprio operato” e spiega di aver pagato “solo in ragione dell’inopportunità di contenziosi lunghi e onerosi”. Non scherziamo: se uno ritiene di aver pagato tutte le tasse, non scuce 270 milioni per evitare un contenzioso che, per lungo e oneroso che sia, sarà sempre meno pesante di un quarto di miliardo. La nota di Intesa ricorda quella degli imputati che patteggiano anni di galera per corruzione o stupro e poi dicono: sono innocente, ma ho preferito evitare un lungo processo. Se sai di essere innocente, non patteggi: ti difendi. Anche perché, quando la notizia esce, nessuno crederà mai alla barzelletta dell’innocente che concorda col giudice 3-4 anni di galera. Per le grandi evasioni, invece, la notizia di solito non esce. E, se esce, si fa in modo che non si capisca (anche perché di solito l’evasore è editore di giornali o amico loro: Intesa possiede il 5% del Corriere). L’evasore potente e famoso non “restituisce il maltolto”: “Fa pace col fisco”. Come se scoprire che uno evade significasse dichiarargli guerra. Basta digitare su google le paroline in dolce stilnovo “pace col fisco” per trovare decine di Vip feriti sul fronte bellico del Fisco guerrafondaio e costretti, povere animucce candide, a “fare la pace”. “Mps fa pace con il Fisco per 260 milioni”, “Coppola fa pace col Fisco: verserà 200 milioni”, “Valentino Rossi e il fisco, pace da 20 milioni”, “Capirossi fa pace col fisco per 12 milioni”, “Fisichella fa pace col fisco. Accertamento per 17,2 milioni, il campione di F1 ne verserà 3,8”. Già, perché questi bei tomi ottengono pure forti sconti sulle tasse evase. Come se uno prendesse una multa da 100 euro e dicesse al vigile: “Facciamo la pace, gliene do 20 e ossequi alla signora”. O uno rapinasse 100 milioni in banca e, una volta beccato, tornasse indietro: “Facciamo la pace, oggi mi sento buono, ve ne restituisco 20 e un bacio sopra” e i giornali titolassero “Rapinatore fa pace con la banca”. Ecco perché nessun governo fa mai una seria lotta all’evasione, né potrà farla il governo dei tecnici, cioè dei banchieri: l’evasione è nel Dna delle nostre classi dirigenti e intellettuali. In America chi evade 100 dollari finisce dentro e quando esce diventa un paria. Da noi vige la regola classista di Trilussa: “La serva è ladra, la padrona è cleptomane”. Il poveraccio che evade è un evasore, il Vip è un pacifista.

di Marco Travaglio, IFQ

16 dicembre 2011

Il mio vicino ha il Suv ma non paga le tasse e nessuno lo disturba.

È più facile che un cammello passi attraverso la cruna dell’ago, piuttosto che un ricco italiano riceva la visita della Guardia  di finanza. Si è già capito che neppure un governo di tecnici e stimati professori, senza alcun vincolo elettorale e quindi di consenso, è in grado nel nostro Paese di lanciare una seria lotta all’evasione fiscale. Nella prima manovra del governo Monti di equità ce n’è poca, ma di lotta all’evasione proprio non si vede traccia. E in Italia, come nella povera Grecia. La frode ai danni dell’erario è la prima e più importante causa del debito pubblico. La tracciabilità delle cifre sopra i mille euro era il minimo sindacale, per il resto nulla di nulla. Non uno delle decine di provvedimenti efficaci nella lotta all’evasione che funzionano nel resto nel resto dell’Occidente. Nessuna sanzione seria e certa contro gli evasori, non uno strumento dei tanti a disposizione per accertare i redditi reali dei cittadini. Non parliamo della pagliacciata delle “manette agli evasori”, strombazzata dal precedente governo, che non ha portato in galera un solo evasore. In Italia truffare il fisco rimane un peccato veniale, con i rischi minimi, se non inesistenti. Siamo un Paese fatto così, dove nei fatti è più grave non pagare il bollo dell’auto che evadere un milione di euro, dove non aggiornare un documento comporta più pericoli che ammazzare un poveraccio per strada.

È abbastanza ridicola anche la misura della tassazione (minima) dei capitali scudati, che secondo la Corte dei conti peraltro è quasi impossibile. Non si è fatto l’accordo con la Svizzera per rintracciare i capitali italiani all’estero, come hanno fatto Germania e Gran Bretagna. E a questo punto forse non si farà mai, perché sarebbe in ogni caso tardi e i capitali si muovono alla velocità dei neutrini. Quanto all’evasione fiscale legalizzata della Chiesa, è cambiata soltanto in questo: prima non pagava l’Ici  e ora non pagherà l’Imu.

Dicono tutti che bisogna aver pazienza e aspettare le prossime mosse del governo. Da cittadino paziente, aspetto da vent’anni che i miei vicini di quartiere con la Porche e il Suv, le ville, la barca in Sardegna, siano costretti a denunciare almeno la metà di quanto dichiaro io al fisco. La questione è che ormai in molte famiglie i soldi finiscono prima della pazienza. Ma il grande patto elettorale fra gli evasori e i partiti di governo non finisce mai, neppure quando la politica manda avanti i tecnici.

Cari professori, c’è poco da piangere e pochissimo da aspettare. Se non si fa subito una seria lotta all’evasione, l’Italia fallirà comunque, dopo aver distrutto milioni di famiglie con inutili sacrifici. Lo sapete voi, lo sanno loro, lo sappiamo tutti. Se poi vogliamo continuare a prenderci in giro, sia pure con più stile rispetto all’epoca di Berlusconi, evitiamo almeno la retorica.

di Curzio Maltese, Il Venerdì

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: