Su Ligresti ora le autorità si svegliano

Si stringe il cerchio attorno ai Ligresti. Mentre il titolo Fondiaria-Sai sprofonda in Borsa (ieri nuovo minimo storico a 0,72 euro, con un crollo del 75 per cento in sei mesi), anche gli organi di controllo entrano a gamba tesa sulla compagnia in grave crisi. Si muove l’Isvap, l’autorità che vigila sulle assicurazioni. E va all’attacco anche la Consob, la Commissione di controllo sui mercati finanziari.

MEGLIO tardi che mai, vien da dire, perché i fatti su cui si indaga in questi giorni sono da anni al centro di dubbi e sospetti. Eppure, i due organi di vigilanza si sono sempre mossi con i piedi di piombo, per usare un eufemismo. Salvo partire alla carica adesso che il gruppo Ligresti rischia il tracollo. Del resto fino a un anno fa la Consob si trovava in una situazione a dir poco imbarazzante, visto che Marco Cardia, figlio dell’allora presidente Lamberto, aveva ottenuto ben retribuiti incarichi professionali da società del gruppo Ligresti. Le cose cambiano: Fonsai, assediata da debiti e perdite, è disperatamente a corto di liquidità ed ecco che le Authority, fin qui più che prudenti, si danno improvvisamente una mossa. Come se la coperta che in passato ha nascosto guai e problemi fosse improvvisamente diventata troppo corta.

La notizia più clamorosa riguarda l’Isvap. In sostanza, l’Authority ha chiesto a Jonella, Giulia e Paolo Ligresti di fare un passo indietro dai consigli di amministrazione di Fonsai e delle società controllate. Lo scrive il Sole 24 Ore, in un articolo pubblicato mercoledì scorso. La richiesta non ha precedenti nella storia della finanza nazionale e si spiegherebbe, secondo quanto scrive il quotidiano, con l’esigenza di dare un taglio al potenziale conflitto d’interessi tra gli incarichi di amministratore dei tre figli di Salvatore Ligresti nella holding di famiglia Premafin (quotata in Borsa) e quelli nella controllata Fonsai. Insomma, “o di qua o di là”, intima l’Authority con l’obiettivo (si suppone) di tutelare al meglio i piccoli azionisti e i clienti della compagnia.    Tutto bene. Come non essere d’accordo? Certo, stupisce un po’ che la regola contro i doppi incarichi venga applicata adesso ai Ligresti mentre, per esempio, John Elkann può restare tranquillamente presidente di Fiat e anche della holding Exor. In effetti, l’Isvap ha competenza solo sulle società assicurative, ma come spiegare ai piccoli azionisti la disparità di trattamento tra due grandi gruppi entrambi quotati in Borsa come la Fiat degli Agnelli e la Fon-sai dei Ligresti? L’affondo dell’Isvap ha stupito più di un osservatore. Negli anni scorsi l’organo di controllo non ha mai ritenuto di intervenire (salvo in un caso) quando gli azionisti di maggioranza, cioè i Ligresti, hanno    venduto    a Fonsai palazzi, terreni e società dai conti in rosso. Tutte operazioni in conflitto d’interessi che hanno favorito l’azionista di maggioranza provocando perdite milionarie nei conti della compagnia. Poi, circa un anno fa, l’Isvap è scesa in campo inviando i suoi ispettori a verificare numeri e criteri di gestione di Fonsai.

Di lì a qualche mese, l’Authority ha imposto un giro di vite nell’organizzazione del gruppo assicurativo. E così, nell’agosto scorso la compagnia presieduta da Jonella Ligresti ha sostituito i responsabili delle funzioni di controllo interno, che adesso dipendono dall’intero consiglio di amministrazione e non dall’amministratore delegato, come invece    succedeva prima dell’intervento dell’Isvap. Funzionava così: i manager addetti ai    controlli facevano capo al numero uno dell’azienda, lo stesso di cui avrebbero dovuto sorvegliare l’attività. Così non va, ha fatto sapere l’Authority e Fonsai si è messa in riga. Adesso, a quanto pare, l’Isvap torna alla carica. Gli eredi di Salvatore Ligresti, in passato beneficiati da stipendi compresi tra i 3 e 4 milioni di euro l’anno, entro Natale dovranno scegliere se mantenere gli incarichi in Premafin o quelli nel gruppo assicurativo.

POCO MALE, tutto sommato, perché se Fonsai, come chiedono i grandi creditori Mediobanca e Unicredit, dovesse varare un aumento di capitale da almeno 600 milioni per tappare i buchi in bilancio, i Ligresti potrebbero essere costretti a uscire definitivamente di scena. Al momento, infatti, nessuno è disposto a scommettere che la famiglia sia in grado di far fronte alla propria parte dell’aumento, circa 200 milioni di euro.

A dire il vero la nebbia è sempre più fitta anche attorno alla holding Premafin che per il 51 per cento circa è controllata da Ligresti e figli. Ebbene, nel giro di pochi giorni si è scoperto che circa il 20 per cento del capitale di Premafin è intestato a una miriade di società off shore (si va dalle anstalt del Liechtenstein alle anonime panamensi). Chi c’è dietro? Mistero. Giancarlo de Filippo, che amministra parte di quelle azioni per conto altrui, ha negato che quei pacchetti di titoli siano riconducibili al suo ventennale amico Salvatore Ligresti.

Del resto quel tipo di veicoli societari viene utilizzato proprio per schermare il reale proprietario. Il fatto sconcertante è un altro. Gran parte dei titoli parcheggiati ai Caraibi era amministrato a titolo fiduciario dal Crédit Agricole di Ginevra. Un fatto noto a tutti da almeno dieci anni. La Consob, però, ha cominciato a chiedere chiarimenti soltanto alla fine del 2010.

di Vittorio Malagutti, IFQ

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