Archive for ottobre, 2010

29 ottobre 2010

“Processate la Saras”

Omicidio colposo: i pm chiedono il processo per i vertici della raffineria dei Moratti.

Omicidio colposo plurimo, per essersi resi responsabili, con i proprio comportamenti omissivi, della morte di tre operai, Daniele Melis di 29 anni, Bruno Muntoni di 58, Gigi Solinas di 27. Con questa accusa la Procura della Repubblica di Cagliari ha chiesto il rinvio a giudizio dei vertici della Saras, la società quotata in Borsa controllata da Gian Marco Moratti (marito del sindaco di Milano) e da suo fratello Massimo, più noto come munifico presidente dell’Inter. L’incidente è accaduto il 26 maggio 2009 a Sarroch, in provincia di Cagliari, all’interno della più grande raffineria del Mediterraneo.

Dal direttore alla    ditta in appalto

IN PARTICOLARE, i pubblici ministeri Emanuele Secci e Maria Chiara Manganiello chiedono il processo per il il direttore generale della Saras, Dario Scaffardi, per il direttore delle operazioni industriali Antioco Mario Gregu, per il direttore della raffineria Guido Grosso e per il dirigente responsabile dell’area dove sono morti gli operai, Antonello Atzori. I magistrati, guidati dal procuratore della Repubblica di Cagliari, Mauro Mura, chiedono il processo anche per Francesco Ledda, legale rappresentantedellaComesa,laditta appaltatrice delle manutenzioniperlaqualelavoravanoitre operai morti, due dei quali (Melis e Solinas, i più giovani) erano precari.    In più è chiamato all’udienza preliminare per il rinvio a giudizio anche Gian Marco Moratti,   presidente e legale rappresentante della Saras, in quanto anche la società in quanto tale è coinvolta nel processo, per la legge 231 sulla responsabilità delle persone giuridiche nei fatti penali. La lista delle richieste di rinvio a giudizio sintetizza il percorso dell’inchiesta, che ha visto spostarsi verso l’alto, con il passare dei mesi, le responsabilità. Giannino Melis, il caposquadra della Comesa cui faceva capo Solinas, è stato indagato per un anno ed è uscito dall’inchiesta alla fine dello scorso giugno. Alla stretta finale è stata archiviata anche la posizione del capocantiere della ComesaVincenzo Meloni.      Per capire le ragioni che hanno indotto la procura di Cagliari a chiedere il processo per due dei massimi dirigenti Saras, che lavorano negli uffici di Milano, a un migliaio di chilometri dalla raffineria, bisogna ripercorrere la dinamica dell’incidente. Il 26 maggio2009,alle13,50,GigiSolinas, che era stato incaricato di entrare dentro la cisterna D-106   (ferma per manutenzione) per pulirla, si è affacciato alla via d’accesso senza potersi rendere conto che la cisterna stessa era satura di azoto: non c’era neppure un cartello. Respirando azoto puro, Solinas è morto in pochi secondi. Muntoni primae Melis poi sono morti entrando nella cisterna per soccorrere il compagno. Non c’era nessun avviso di nessun genere per avvertire che quella cisterna era satura di azoto, un gas inodore e incolore. Secondo i risultati dell’inchiesta, i tre non erano dotati neppure del rilevatore di ossigeno (decisivo nei lavori di questotipo)perchénoneraprevisto nel capitolato dell’appalto dato alla Comesa dagli uffici milanesi della Saras.      I pubblici ministeri hanno scritto nell’avviso di conclusione delle indagini che i vertici dell’azienda hanno omesso “di esplicare i doverosi compiti di pianificazione, di presidio e di accurata vigilanza resi necessari dalla natura non ordinaria dell’operazione di bonifica   dell’accumulatore”, e hanno anche trascurato le “adeguate azioni di cooperazione, di informazione e di coordinamento”.

Le misure    non adottate

DALLA PUNTIGLIOSA, dettagliatissima relazione del consulentedellaprocuradiCagliari, Salvatore Gianino, i magistrati dell’accusa hanno tratta la convinzione che proprio i massimi vertici della società petrolifera “non adottavano tutte le misure idonee a prevenire gli incidenti rilevanti e a limitarne le conseguenze”.LarelazionediGianino fa risalire la morte dei tre operai, tutti originari del piccolo comune di Villa San Pietro, a pochi chilometri dalla raffineria, a ben dieci violazioni contemporanee della legge 81 del 2008 sulla sicurezza del lavoro. Secondo i pubbliciministerièinevitabileil sospetto, o comunque l’ipotesi, cheunacondottacosìdisinvolta sia stata seguita dai vertici della   Saras perché “così procedendo, riducevano i tempi – e conseguentemente i costi – della fermata dell’impianto”. L’udienza preliminare si terrà nei primi mesi del 2011.    Nel frattempo i fratelli Gian Marco e Massimo Moratti, azionisti di controllo della Saras, dopo aver assegnato alle tre famiglie colpite una rendita di 2.500 euro al mese per vent’anni, hanno chiesto alle stesse famiglie di avanzare una richiesta di risarcimento.

di Giorgio Meletti IFQ

29 ottobre 2010

Quanto ci costa davvero Bruno Vespa

Il conduttore nega le cifre del “Fatto” Ma i documenti lo smentiscono

Caro Direttore, apprezzo alcune inchieste del Fatto Quotidiano quando sono ben fatte e documentate, ma non posso accettare il cumulo di menzogne e di provocazioni pubblicate ieri sotto il titolo “Santoro mantiene Vespa”. Vespa si è sempre mantenuto da solo, sia quando da direttore del Tg1 ha battuto costantemente la concorrenza, sia da quando conduce Porta a porta.

I COMPENSI. Cominciamo dai compensi. Dal mese scorso il mio lordo annuo è salito a 1.500.000 per 116 trasmissioni   (e non per 100) dopo che per dieci anni era rimasto bloccato a 1.187.000 per 100 puntate, controvalore in lire del compenso del 2001. Ad evitare che i tuoi lettori pensino a un trattamento privilegiato, mi permetto di ricordare che l’ultima stagione televisiva del grande Enzo Biagi prevedeva per lui un compenso per puntata di trentamila euro, nonostante uno share piuttosto modesto.

GLI ASCOLTI. Per quanto riguarda i nostri ascolti, in questa stagione, Porta a Porta ha finora realizzato il 18,36 per cento di share e non il 16,44 di cui parla il Fatto Quotidiano. E’ del tutto ridicolo da un punto di vista   tecnico sostenere che questo dato è inferiore alla media di RaiUno. L’analisi va fatta per fasce orarie e nel Vietnam della seconda serata è assolutamente eccezionale (magari durasse così!), tenendo conto anche della penalizzazione subita il lunedì per opera del Grande Fratello contro il quale i nostri concorrenti non vanno in onda. Quel che conta, infatti,è il paragone con le altre trasmissioni.    Con Matrix abbiamo vinto 12 confronti su 13 e nella sovrapposizione il nostro share è del 20,68 per cento contro il 14.32. Questo distacco diventa di 8 punti su Parla con me e di 5 su Chiambretti Night: due trasmissioni   di genere diverso dal nostro che costano molto più di Porta a porta.

I COSTI. Questi ascolti sono realizzati da una squadra che lavora a costi bassissimi. I 70mila euro per puntata sono una inedita invenzione del Fatto. Nel 2010 il nostro costo per puntata è di 47.700 euro, in linea con quello degli ultimi anni e superiore di solo il 5 per cento a quello della stagione 2001-2002. Nonostante questo budget, prendendo per buoni i dati forniti dal Fatto, rendiamo in pubblicità oltre 100mila euro per sera (360 secondi per 28mila). A noi risultava di rendere il triplo del costo. Bene, ci accontentiamo del doppio.

SANTORO. Per quanto riguarda infine Santoro, dal quale mi divide tutto tranne la stima professionale, per capire realmente il costo del suo programma, bisogna sommare allo stipendio lordo annuo percepito da lui i contributi dovuti a un direttore giornalistico dipendente (mentre io sono un professionista a partita Iva) e sommare il costo dei suoi più stretti collaboratori assunti (giustamente) con contratto giornalistico a tempo indeterminato. Contratto sempre negato ai miei che, infatti, ogni volta che fanno causa la vincono.    Per il futuro, dunque, caro Direttore, ti prego di criticare i miei programmi senza bisogno di pubblicare dati sbagliati.    Grazie e cordialità.

di Bruno Vespa IFQ

 

 

 

 

 

 

 

Un Tesoretto di Bonus e Speciali

Bruno Vespa ha ragione: abbiamo sbagliato. Infatti gli abbiamo applicato uno sconto non richiesto. Il costo di Porta a Porta in seconda serata non è di 70 mila euro a puntata, come abbiamo scritto. E nemmeno di 47 mila, come dice lui. Ma di 77 mila, per uno speciale in prima serata, diventa 84 mila. Il Fatto ha consultato il documento ufficiale Rai sul “costo ascolto settimanale” e ne ha tratto i costi anche per Annozero, Report, In Mezz’ora, Ballarò e l’Ultima Parola. Difatti nessun altro conduttore ha avuto nulla da smentire o replicare.    Vespa sostiene che lo share medio di Porta a Porta, in questa stagione, è del 18,36 per cento. Ma il nostro dato del 16,44 (fonte Auditel) si riferisce all’ultima stagione completa, cioè al 2009-10: 4,71 punti sotto la media di Raiuno (21,15).

IL CONTRATTO. Arriviamo al contratto. Scrive Vespa: “Dal mese scorso il mio lordo annuo è salito a 1.500.000 per 116 trasmissioni (e non per 100) dopo che per dieci anni era rimasto bloccato a 1.187.000 per 100 puntate, controvalore in lire del compenso del 2001”.    Sorvoliamo sul fatto che Vespa è l’unico collaboratore Rai premiato con un aumento di stipendio, calcolato con un’inflazione da Paese in bancarotta (più 20 per cento). E facciamo un po’ di conti. La scorsa stagione di Porta a Porta s’è chiusa con 124 puntate in seconda serata (per le prime 100 Vespa percepisce 13 mila euro e 12 mila per le restanti 24), 5 in prima serata (30 mila euro) e 13 speciali estivi (15 mila). Ora, basta fare un’operazione aritmetica da terza elementare: moltiplicazione e somma finale. Totale: 1 milione 933 mila euro lordi. Come arriviamo ai 2,124 milioni rivelati dal Fatto? Con un’opzione unica prevista dal principesco   contratto di Vespa: i gettoni per le “ospitate” in altri programmi Rai, come Quelli che il calcio e Domenica in. Vediamo il suo prezzario: 8 mila euro per fare l’ospite in una trasmissione in prima serata, 5 mila in seconda serata, 2,5 mila per un’altra collocazione in palinsesto e, udite udite, 10mila per i programmi in cui è “l’attrazione principale”. Forse, dunque, abbiamo sbagliato anche per lo stipendio: ma sempre per difetto.

ENZO BIAGI. Molto elegantemente, Vespa tira in ballo un giornalista che non può più replicare: Enzo Biagi, che a suo dire “prendeva un compenso a puntata di 30mila euro nonostante uno share piuttosto modesto”. Tralasciamo il fatto che Biagi tornò in tv dopo cinque anni di esilio bulgaro e andiamo al sodo: Vespa scrive il falso.      Per il suo ultimo programma, RT Rotocalco Televisivo trasmesso in orari notturni da Rai3, Biagi percepì 120mila euro lordi per otto puntate più uno speciale. Infatti andò in onda per la metà del tempo previsto e guadagnò metà dei 250mila euro previsti (per due anni), perchè nel frattempo morì. Quindi lo stipendio di Biagi fu di 13mila euro lordi a puntata: meno della metà di quanto scrive Vespa, che in due anni porta a casa 4,2 milioni di euro. Un po’ più (16 volte) dei 250mila di Biagi.

ANNOZERO. Poi Vespa cita Michele Santoro e Annozero: “Bisogna sommare allo stipendio lordo annuo i contributi dovuti al direttore giornalistico dipendente e sommare i costi dei collaboratori più stretti con contratto a tempo indeterminato”. Vespa dovrebbe sapere che lo stipendio, detto appunto “lordo”, già comprende i contribuiti e che i costi di Annozero – pari a 194 mila euro a puntata – sono indicati proprio nel documento ufficiale che il Fatto ha consultato.    Ps. Due fra i più stretti collaboratori di Santoro, Vauro e Travaglio, il contratto non l’hanno nemmeno visto.

di Beatrice Borromeo e Carlo Tecce IFQ

 

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29 ottobre 2010

Il termovalorizzatore di Acerra ha già una crepa

Il termovalorizzatore di Acerra finito di costruire l’anno scorso? Ha già una crepa. Le bonifiche nei territori della Campania che negli anni passati sono stati fatti oggetto di discarica? Non ci sono i soldi per farle e quindi non sono state fatte. E perchè non ci sono i soldi? Perchè sono stati usati per pagare gli oltre 2000 dipendenti che lavorano al “ciclo” dei rifiuti, persone che non prendono lo stipendio da mesi e che nelle prossime settimane   saranno anche in parte licenziate (creando ulteriori problemi nella gestione dell’ordinario).    Il disastro dell’emergenza campana, che secondo la propaganda doveva essere già risolta mesi addietro, si è manifestato intatto solo due settimane fa, il 14 ottobre, davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti. A scandirlo, il generale di divisione Mario Morelli, che è responsabile dell’Unità della struttura di governo per l’emergenza   rifiuti in Campania, braccio operativo del governo nel caos rifiuti campano. Dopo aver infatti spiegato che la Campania continua a produrre, a regime, 7200 tonnellate di rifiuti l’anno, il generale afferma che ad Acerra ne dovrebbero essere bruciati 1800, che però la media della spazzatura combusta si aggira sui 1400 l’anno (comunque alta), e che però, a distanza di un annetto dall’inaugurazione, una delle due linee ha mostrato “creapature”, per cui si è deciso di bloccarla e metterla in   manutenzione. Quindi, del magnifico impianto, per adesso funziona una sola linea, che brucia 600 tonnellate di rifiuti, un dodicesimo di quanto prodotto quotidianamente. Il deputato Pd Alessandro Bratti domanda: “Scusi, siete proprio sicuri che quello sia un impianto che non avrà dei problemi neanche in futuro?”. E il generale: “Non posso giurarglielo”. E come potrebbe fare visto che l’inconveniente “capitato alla seconda linea ha lasciato perplessi molti tecnici all’interno” e che “se   si dovesse riverificare lo stesso inconveniente delle crepature sulle pareti nell’altra linea, allora probabilmente c’è un problema costruttivo”?    Il problema maggiore è però quello dei soldi. Le Province non ne hanno per fare la raccolta. Il Consorzio che dovrebbe garantirla è nella stessa condizione. Così come i comuni. Afferma il generale: “Nel mese di settembre il personale non è stato pagato e non sarà pagato neanche in ottobre, novembre e dicembre”. Insomma, buone feste.

di Eduardo Di Blasi IFQ

29 ottobre 2010

Ilaria e Martina, compagne nel dolore

La battaglia comune per i due fratelli morti in carcere. I sindacati degli agenti presentano un piano

Due donne e un lutto in comune, pesante come una montagna. Due persone che si guardano negli occhi e vedono lo stesso dramma, assieme alla voglia di superarlo. Quella voglia di reagire che è la spinta di Ilaria Cucchi e Martina De Penna, sorelle rispettivamente di Stefano e Simone. Ragazzi entrati in carcere per uscirne morti, tra un rosario di ombre e di risposte mai avute. “Questa è la cosa peggiore, alle tue domande non risponde nessuno” ricorda Ilaria al telefono.

POCHI GIORNI FA è stato il primo anniversario della morte di Stefano, spirato il 22 ottobre 2009 sotto un lenzuolo dell’ospedale Pertini. Il sudario per un corpo colmo di lividi. Simone La Penna invece è morto il 22 novembre 2009, nel centro clinico di Regina Coeli. Aveva perso 30 chili. La sorella ha saputo per caso della sua morte. Era andata   a portargli dei soldi, si è sentita rispondere che suo fratello aveva già smesso di respirare. Il dramma di Martina si specchia in quello di Ilaria. Inevitabile che si sentissero. “Ho chiamato Martina qualche giorno fa per darle il mio appoggio, morale e pratico”   spiega Ilaria. Anche lei colpita da una tragedia che non ti aspetti: “Certi dolori li devi provare per comprenderli. Quando ci passi, non sai a chi rivolgerti, non sai a chi aggrapparti. Vai in ospedale a chiedere che è successo con le gambe che ti tremano, e ti rispondono che i documenti sono a posto”. Ilaria si è offerta come un sostegno, a una compagna nel dolore. Ma vuole costruire un puntello più grande: “Con Patrizia, la   mamma di Federico Aldrovandi, e Lucia, la sorella di Giuseppe Uva, stiamo creando un’associazione proprio per aiutare tutte quelle persone che hanno vissuto il nostro dramma”.

ASSIEME , per provare a intaccare il muro della burocrazia e dell’omertà. Per non sentirsi abbandonate. Ilaria continua: “In Martina vedo la mia stessa difficoltà nell’elaborare il lutto, e gli stessi ostacoli nell’arrivare a delle risposte”. Una parola che Ilaria ripete di continuo, come fosse un’isola a cui prima o poi dovrà approdare. Lei e Martina si risentiranno presto: “Andremo avanti, dobbiamo farlo. Tante famiglie di detenuti mi ringraziano per questa battaglia e per i risultati. Con l’aiuto di Ignazio Marino, abbiamo cancellato il protocollo che obbligava i medici a chiedere permesso al magistrato per dare notizie ai familiari dei detenuti”. Ieri Il Fatto ha cercato   Martina, che però era impegnata con le sue bimbe. E allora ha parlato Massimo La Penna, il padre di Simone: “L’impegno dei Cucchi è stato fondamentale, perché ha fatto sapere alla gente cosa accade in certi posti”. La Penna parla a voce alta, chiara. Il dolore non l’ha abbattuto. Ora è   più forte la voglia di lottare in nome di Simone: “Voglio giustizia, non vendette o risarcimenti, di quelle cose non me ne frega niente”. Quel figlio ormai non c’è più “e purtroppo nessuno me lo potrà ridare indietro”. Massimo ha un altro imperativo: “Non voglio che altre famiglie passino attraverso tutto questo. Hanno riempito mio figlio di farmaci per rincoglionirlo, poi l’hanno lasciato spegnere come una candela. Non deve succedere   più a nessuno”. Parla senza fermarsi, La Penna. S’intenerisce per Stefano Cucchi: “A lui è andata peggio che a Simone, se possibile. Mio figlio è morto con 30 chili di meno, ma Stefano era pieno di lividi. Possono pure raccontare che è caduto per le scale, ma la verità è che queste cose accadevano solo ai tempi del fascismo”. Massimo saluta, e invita a chiamarlo ancora “perché dobbiamo portare avanti questa lotta”. Il dramma delle carceri però lo vive anche chi vi lavora, e ogni giorno vede una macchina che arranca.

IERI i poliziotti che aderiscono alla Fp-Cgil hanno montato tre celle in piazza Montecitorio, per ricordare con un simbolo fragoroso l’emergenza del sovraffollamento carcerario. “Le carceri esplodono e noi le portiamo in piazza” lo slogan. Assieme alle celle, possibili soluzioni: ovvero dieci proposte del sindacato per alleggerire di 25mila unità i penitenziari, ormai a un passo dagli 80mila reclusi secondo le stime del ministro della Giustizia Alfano. “Forse saranno ancora di più” teme la Fp, che propone percorsi riabilitativi alternativi al carcere e invoca l’assunzione di 6000 agenti penitenziari.

di Luca de Carolis IFQ

29 ottobre 2010

Lodo Al Bunga

E’ venuto il momento di fondare un comitato di solidarietà per Angelino Al Fano e Niccolò Ghedini. Due giorni fa, già molto provati dalle ottanta versioni del processo breve e dalle novantacinque della legge bavaglio (peraltro finite nel cesso), erano usciti esausti ma felici dalle segrete di Palazzo Grazioli, dopo mesi di duro lavoro, con l’ultima formula magica del cosiddetto Lodo: un algoritmo complicatissimo che non si capiva bene se fosse reiterabile ma non retroattivo, o retroattivo ma non reiterabile, o reiattivo e retroterabile, tenendo presenti la variante Mills, l’equazione Mediaset, la prescrizione Mediatrade, la radice quadra di Fini costruita sull’ipotenusa di Napolitano che produce una spinta dal basso verso Casini diviso Cuffaro moltiplicato Bersani fratto Di Pietro meno Bossi. I due poveracci stavano per esultare con il classico “eureka!”, ma l’urlo liberatorio gli s’è strozzato in gola. Mentre quelli lavoravano, l’Utilizzatore Finale ci era ricascato con una minorenne, riuscendo a infilarsi in una storia di prostituzione e abusi di potere (vedi telefonata alla questura per far rilasciare la ragazza fermata per furto senza documenti). Tutto da rifare. Ogni volta che gli fabbricano uno scudo su misura e glielo provano addosso, quello si sposta di lato e ne combina un’altra delle sue. Provate voi a scudare un nano in movimento. Aveva ragione B.: non è lui a volere lo scudo, sono Alfano e Ghedini che, non potendone più, sono disposti a tutto pur di tornare a uno   straccio di vita normale. Che so, rivedere ogni tanto la luce del sole, riabbracciare i familiari un paio di volte l’anno e soprattutto evitare che mogli e figli li guardino con due occhi così: “Caro, ma davvero hai detto che la storia di Ruby è assolutamente infondata, quando l’ha confermata persino Fede? Sicuro di star bene?”. Ora Angelino Jolie e Niccolò Pitagorico sono ripiombati in laboratorio per apportare alcuni emendamenti al Lodo Al Nano: la maggiore età è abbassata retroattivamente a 12 anni; proibito ex post trattenere in questura le ladre carine nel raggio di 100 km da Arcore; depenalizzato lo sfruttamento della prostituzione quando appaia chiaro, come nel caso B., che non è lui a sfruttare la prostituzione: è la prostituzione a sfruttare lui. L’importante è che lui si cucia la bocca, altrimenti poi persino Minzolini capisce che non è perseguitato. Ieri invece lo sventurato ha spiegato la telefonata in questura con un meraviglioso “lo sanno tutti che sono una persona di cuore e mi muovo sempre per aiutare chi ne ha bisogno”. Ecco, è fatto così: come possono testimoniare migliaia di ladri, non appena ne finisce uno in questura, B. chiama da Palazzo Chigi per farlo rilasciare. Soprattutto se è di origini marocchine e balla sul cubo. E’ un uomo di cuore e farebbe di tutto pur di agevolare l’integrazione degli immigrati: li inviterebbe persino in una sua villa per un Bunga Bunga, li coprirebbe d’oro e li spaccerebbe per nipoti di Mubarak perchè nessuno li infastidisca più.   Massima solidarietà anche agli agenti delle scorte di Fede e B.: forse, quando entrarono in polizia o nei carabinieri, non immaginavano che sarebbero finiti a reggere il moccolo a un anziano latrin lover. Massima solidarietà soprattutto al ministro degli Esteri Frattini Dry, impegnatissimo in queste ore a rassicurare le ambasciate egiziana e libica sul fatto che quella storia della nipote di Mubarak era solo una battuta, così come quella sui bunga bunga di gruppo attribuiti all’amico Gheddafi. Ieri, per alcune ore, si è temuta la terza guerra mondiale: non bastando gli elogi del Foglio ai vignettisti anti-Islam e le magliette di Calderoli con insulti a Maometto, si rischiavano nuovi assalti ai consolati italiani in tutto il Nordafrica, con rappresaglie Nato ed escalation militari in tutto il Mediterraneo. Solidarietà anche a Bruno Vespa che, sempre sulla notizia, sta precipitosamente allestendo il plastico della piscina coperta di Arcore con dentro le donnine nude, per una puntata speciale di “Porta a Bunga”.

di Marco Travaglio IFQ

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28 ottobre 2010

“Per il bene dello Ior spero lo mandino a casa”

Il banchiere del Vaticano Gotti Tedeschi lo ha invitato al “suicidio”, Giovanni Sartori risponde.

“Sono spesso sotto tiro ma mai mi sono imbattuto in un interlocutore così maleducato, in un simile villanzone. Ho espresso le mie opinioni in maniera garbata. Non c’è ragione di un conflitto” Il professor Giovanni Sartori, politologo di reputazione internazionale, accoglie con stupore e amarezza il nobile augurio rivoltogli dal presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, nel corso della presentazione a Fermo dell’Enciclica Caritas Veritate come riportato da Il Fatto. “Sartori, ogni volta che parla di me lo fa rasentando l’isteria quasi si volesse suicidare. Certo che se lo facesse l’umanità ne trarrebbe giovamento, uno in meno a dire fesserie   ” ha detto il banchiere cattolico facendo diventare violaceo il volto del vescovo Luigi Conti seduto accanto a lui sul palco, assieme al presidente della Compagnia delle Opere Valentini e facendo calare in sala un silenzio imbarazzato.    Professor Sartori, forse il banchiere cattolico, indagato   per violazione delle norme anti-riciclaggio (il Tribunale del Riesame ha confermato il sequestro di 23 milioni di euro, versamento effettuato dallo Ior su un conto del Credito Artigiano, ndr) è in un momento di difficoltà. Tant’è che parlando della sua situazione ha delineato l’esistenza di un complotto: “Si sta minando la credibilità della Chiesa con gli attacchi alla persona del Papa con le accuse di pedofilia fino alle vicende che mi vedono coinvolto”. Si può considerare una giustificazione?      Visto che si dà tanta importanza, tanto da paragonarsi al Papa, immagino che non abbia nulla da temere: verrà protetto dalla Chiesa. Ma non vedo cosa c’entro io, anche se avesse fatto il banchiere alla Marcinkus (presidente dello Ior coinvolto nello scandalo del crac del Banco Ambrosiano che ha evitato di finire in carcere grazie al passaporto diplomatico vaticano, ndr) perché dovrebbe scaricare su di me tanta volgarità?    Magari non le ha perdonato di avergli riconosciuto, come dire, il ruolo di banchiere   , ma non quello di economista.    Io all’indomani del suo intervento al Meeting di Comunione e liberazione di Rimini, sul Corriere ho scritto testualmente che la sua qualifica di gran lunga più importante è di essere presidente dello Ior, Istituto per le opere di religione, che è poi, tanto per capirsi, la potentissima banca della Santa Sede e, pertanto, immaginavo che il professor Gotti Tedeschi fosse un bravo banchiere. Ma se parla da economista allora non mi pare bravo. Perché la sua tesi è che il calo demografico sia il fattore principale della crisi economica   dell’Occidente, dal che ricava che se riprendiamo a fare più figli l’economia ripartirà. Non vi è alcuna correlazione tra l’aumento della popolazione e l’arricchimento. Dunque questo non solo non è vero ma è vero il contrario. Se non ci crede vada in Africa. L’aumento della popolazione aggrava il problema. Avremo un altro miliardo in più di essere umani da sfamare.    Crede che questa teoria economica nasconda un altro passo della campagna contro l’aborto, cavallo di battaglia del Vaticano?    Quel che io penso è che se la vita non è stata concepita non può esservi assassinio. Chi ha stabilito che l’embrione, cioè una capocchia di spillo senza nessuna sensibilità nervosa, è già vita umana? Ho chiesto alla Chiesa di darmi una qualsiasi definizione di vita umana. Mai risposto. E come mai la Chiesa ci consente, per esempio, di mangiare i vitelli?   Non sono anche loro esseri viventi? La Chiesa pratica l’etica dell’irresponsabilità, questo è il punto.    Cosa intende quando dice che la Chiesa pratica l’etica   dell’irresponsabilità?    Quella della Chiesa è l’etica delle buone intenzioni, quale che ne sia l’esito. Questa è la tesi di Max Weber che invece raccomanda il suo opposto, cioè l’etica della responsabilità che tiene conto delle conseguenze delle nostre azioni.    Gotti Tedeschi ha anche detto: “A causa di scelte politiche sbagliate siamo arrivati a una situazione economica di merda”. Parole   che, comprese quelle rivolte a lei, secondo il sito Dagospia, sono state definite dalle guardie svizzere e dal ministro Tremonti poco istituzionali tanto da far ipotizzare le sue dimissioni. Considera le dimissioni dalla presidenza della banca della Santa Sede una ipotesi credibile?    Non so. Ma, per il bene dello Ior, spero che venga lesta-mente rispedito a casa.

di Sandra Amurri IFQ

28 ottobre 2010

Santoro mantiene Vespa

Porta a Porta costa il doppio di Annozero, ma Bruno guadagna 5 volte Michele: 2,1 milioni contro 662mila euro.

Sarà anche un’azienda pubblica, ma è pur sempre una società per azioni. Eppure scoprire quali sono i prodotti di successo della Rai e quali i bidoni è impresa da agenti segreti, perché i costi (e le perdite) dei singoli programmi sono tra i segreti meglio custoditi del Paese. Ma incrociando i dati ufficiali, si riesce comunque a rompere il muro di riservatezza che circonda viale Mazzini.    Se consideriamo il 2009, ognuna delle 29 puntate annue di Annozero costa 194 mila euro e viene vista in media da quasi cinque milioni di persone (4.942.370) con uno share del 20,08 per cento. I costi vengono interamente coperti dai ricavi pubblicitari, che sono più del triplo: consultando il listino prezzi della Sipra, la concessionaria per la pubblicità della Rai, vediamo che ogni spot di Anno-zero della durata di 30 secondi, nell’autunno 2009, è stato venduto a prezzi oscillanti tra i 59 mila e i 66 mila euro. Annozero vende di media 20 spot per un totale di 600 secondi a serata.

Il listino prezzi degli spot

SU RAI1 Porta a Porta, il programma di Bruno Vespa, va in onda 110 volte all’anno più speciali estivi. Il costo della trasmissione è 70 mila euro a puntata, che lievitano a 84 mila quando passa in prima serata. L’ascolto medio è del 16,44 per cento di share con 1 milione e mezzo di telespettatori (1.410.314). Porta a porta riesce a vendere in media soltanto 360 secondi di pubblicità a serata al prezzo (dati Sipra dell’autunno 2009) di 28 mila euroogni30secondi.28milaeuro contro circa 60 mila: ma il confronto tra la “redditività” di Santoro e quella di Vespa deve tener conto del fatto che vanno in onda in orari e su reti diverse, Rai1 è più forte di Rai2, ma la seconda serata per gli inserzionisti vale molto meno del prime time . Si può però calcolare quanto devono pagare i telespettatori che pagano il canone per ciascuna delle due trasmissioni. I costi diAnnozero, spalmati sui contribuenti, sono di 30 centesimi di euro ogni mille ascoltatori, per Porta a porta si spendono invece 50centesimi.SoloL’Ultimaparola, la trasmissione settimanale diGianluigiParagoneinseconda serata su Rai2, costa più di quella di Vespa tra i programmi di informazione: 70 centesimi ogni mille ascoltatori se consideriamo i dati forniti dal conduttore stesso, 98 centesimi secondo quanto risulta al Fatto Quotidiano. Le altre principali trasmissioni d’informazione della Rai sono, in proporzione, meno care: Report di Milena Gabanelli costa 40 centesimi ogni mille ascoltatori   (e 139 mila euro a puntata) e Ballarò di Giovanni Floris 27 centesimi(e110milaapuntata). Eccogliascolti:quasi4milioniin mediacol15,54percentodishare per Ballarò, e quasi tre milioni per Report (12,22 per cento di share), entrambi su Rai3.    Nonostante la Sipra si rifiuti di fornire i dati complessivi e dettagliati, sappiamo che Report, a novembre dell’anno scorso, ha venduto 720 secondi di pubblicità per ogni puntata. Prezzo: 55mila euro ogni 30 secondi. Ballarò ha venduto 360 secondi, proprio come Porta a porta, con la differenza però che gli inserzionisti hanno pagato per Floris   54milaeuroogni30secondi,circa il doppio che per Vespa.    C’è però una variabile cruciale, e dunque riservatissima, per valutare nel concreto se un programma per la Rai è un affare o una palla al piede.

Lo sconto top secret

QUANDO l’azienda vende gli spazi pubblicitari agli inserzionisti, infatti, concede sconti del 40 o 50, persino 60 per cento. Si possono solo fare ipotesi: il pubblico di Santoro, per esempio, è più pregiato perché più giovane (nella fascia 43-53 anni), in quello di Vespa abbondano invece i pensionati, a basso reddito e dunque target secondario per la pubblicità.E’fisiologico,quindi, che la Rai cerchi di incoraggiare l’acquisto di blocchi pubblicitari là dove sono meno redditizi, con vendite in blocco a prezzi scontati (possibili perché Porta a Porta va in onda molto spesso). Infatti al contrario di tutti gli altri programmi,chesonosettimanali, Vespa occupa quattro sere a settimana (quando hanno cercato di ridurle a tre, Vespa ha risposto   “lascio la Rai”). Un monopolio dell’informazione di Rai1, che non lascia spazio ad altre iniziative, nonostante gli ascolti inferiori agli standard della rete: se la media di Rai1 è del 21,15 per cento di share, Vespa col suo 16,44 per cento di ascolti va sotto quasi di cinque punti.    Anche l’Ultima parola abbassa la media di rete (di 1,1 punti di share) portando a casa 759 mila spettatori a fronte della media di 976 mila che ha Rai2 in seconda serata. Perde anche Lucia Annunziata su Rai3: il suo In mezz’ora, in onda nella fascia difficile della domenica pomeriggio (su Rai1 e Canale 5 ci sono i contenitori di varietà) , viene seguitodal7,77percentodishare rispetto a una media di rete dell’8,54 per cento. Ma la trasmissione dell’Annunziata non viene interrotta da break pubblicitari, inizia subito dopo il tg e viene seguita solo da promo di altri programmi di Rai3, dunque non pagati. Questo significa che i 25 mila euro lordi, cioè il costo   di ogni puntata, non vengono coperti da alcun ricavo.    Gli stipendi non sono però proporzionati ai risultati di ascolto: in testa c’è infatti Bruno Vespa, con i suoi 2,12 milioni di euro all’anno. Vespa ha aumentano il suo stipendio base da 1,2 a 1,6 milioni di euro per 100 puntate, a cui aggiungere gli extra per le prime serate. Nella classifica seguono Santoro (662 mila euro) e Floris (500 mila euro di media). Anche se ha raccontato in direttadiguadagnare“solomilleeuro lordi a puntate”, Paragone somma il gettone per la conduzione all’ingaggio da 160 mila euro lorde per la vicedirezione di Raidue. Lucia Annunziata incassa invece 8 mila euro lordi a puntata, la Gabanelli soltanto 150 mila all’anno, sempre lordi.

di Beatrice Borromeo e Carlo Tecce IFQ

28 ottobre 2010

Il silenzio è d’oro

Fosse per noi, il gossip sarebbe vietato da un pezzo. Non si vede perché uno non possa andare a cena o a letto con chi gli pare senza ritrovarsi “giornalisti” e paparazzi alle calcagna e finire in edicola. Lo stesso vale per i politici, salvo per quelli che sfilano al Family Day e poi hanno tre o quattro famiglie o fanno le leggi per arrestare prostitute e clienti e poi frequentano prostitute. Dunque, all’alba del nuovo sexy-scandalo di B., precisiamo subito che il gossip non interessa né deve interessare a nessuno: B. è libero di ricevere a casa sua tutte le ragazze che vuole e farci quello che vuole, purché le interessate siano d’accordo. E, ovviamente, a patto che non vengano commessi reati e che B. non si renda ricattabile. Le due faccende, fra l’altro, sono collegate: se uno commette reati, ma anche comportamenti moralmente o politicamente indecenti, chi li conosce lo tiene sotto scacco e può chiedergli di tutto per monetizzare il proprio silenzio. È proprio questo il caso di B., e non solo per le rivelazioni della minorenne marocchina Ruby. Sono almeno trent’anni che B. è ricattato. In principio, per cose di mafia. Nel 1998, intercettato al telefono con l’immobiliarista Renato Della Valle, B. confida: “Devo mandare i miei figli in America, perché mi han fatto estorsioni… in maniera brutta… Mi è capitato altre volte, dieci anni fa e… sono ritornati fuori… mi han detto che, se entro una certa data non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me ed espongono il corpo in piazza del Duomo… Se fossi sicuro di togliermi questa roba dalle palle, pagherei tranquillo, così almeno non rompono più i coglioni”. Nel marzo ’94,   mentre lui diventa presidente del Consiglio, il consulente Ezio Cartotto assiste a uno sfogo di Dell’Utri: “Silvio non capisce che deve ringraziarmi, perché se dovessi aprire bocca io…”. Poi il pizzino attribuito a Provenzano e rielaborato da Vito Ciancimino, che minacciava di “uscire dal mio riserbo che dura da anni” e cominciare a parlare, se non fossero stati risolti i problemi giudiziari suoi e degli amici degli amici e se B. non avesse “messo a disposizione una delle sue reti tv” per la bisogna. Negli ultimi anni, oltre ai messaggi di radio-carcere (“Iddu pensa solo a Iddu…”) e dal clan Graviano (“se non si muove nulla per noi, dobbiamo iniziare a parlare”), c’è l’avvocato Mills che incassa 600 mila dollari per non dire tutto quel che sa su “Mr. B”. E poi le ragazze. Orde di signorine che han fatto e visto qualcosa che riguarda B. e potrebbero raccontarlo al migliore offerente. B. chiama disperato Saccà perché ne sistemi una mezza dozzina a Raifiction: una in particolare, “Antonella Troise, sta diventando pericolosa”. S’è messa a parlare. Quando escono le prime intercettazioni, due estati fa, B. prepara addirittura un decreto urgentissimo pur di bloccare le altre, poi distrutte dai giudici di Roma. E ancora il ricatto minacciato da un agente del Sisde, marito di Virginia Sanjust, la giovane annunciatrice tv che, secondo i giudici di Roma, aveva “intrecciato una stretta relazione” sentimentale con B. E la strana familiarità di B. con i genitori della minorenne Noemi Letizia, che lo convocano alla festa per i 18 anni della ragazza e lui vola immantinente a Casoria. Avrebbe potuto ricattarlo pure la D’Addario, con tutto quel che sa e ha registrato sulle   notti brave a Palazzo Grazioli, ma per sua fortuna non lo fece e raccontò tutto ai giudici. E il sindaco di Pontecagnano, Ernesto Sica, che minaccia di raccontare la compravendita di senatori del 2007 per far cadere Prodi, ma si cuce la bocca e, come per incanto, diventa assessore regionale. E Fabrizio Favata, che porta l’intercettatore Raffaelli da Paolo e Silvio B. col pacco dono della telefonata Fassino-Consorte, poi tenta di spillare soldi ai due fratelli in cambio del suo silenzio. La domanda, che non c’entra nulla col gossip e molto con la politica, è semplice: quante altre persone sono in grado di ricattare B.? E fino a quando ci faremo governare da un premier ricattabile?

di Marco Travaglio IFQ

27 ottobre 2010

Turchia: nuova democrazia?

Sì per me No per voi

Il vento del referendum è appena soffiato sulla Turchia. Nell’anniversario dell’ultimo Colpo di Stato è stato fissato un referendum che ha avviato diversi cambiamenti nella Costituzione della Repubblica Turca.

Il partito del governo (l’AKP – Partito per la giustizia e lo sviluppo), nel 2007, ha presentato al Parlamento la proposta di una serie di trenta modifiche da apportare alla Costituzione. La Corte Costituzionale ha respinto questo pacchetto di proposte attraverso il voto della maggioranza assoluta. In seguito a ciò, verso il mese di Maggio, dopo lunghe discussioni, questi 30 punti sono stati nuovamente sottoposti al voto dei Parlamentari e, poiché la Costituzione turca prevede che la Corte Costituzionale non possa respingere una proposta di modifiche alla Costituzione per più di una volta, si è deciso di chiedere il parere del popolo. La data del referendum, stata stabilita dalla Commissione Elettorale Suprema (il CEA), oltre a coincidere con l’anniversario dell’ultimo colpo di stato militare (12 Settembre 1980), corrispondeva, quest’anno, al primo giorno dopo la Festa conclusiva del Ramadan.

Immediatamente dopo la decisione della CEA, il Vice del Presidente del Consiglio, Bulent Arinc, aveva definito questa “coincidenza” come “un gioco del destino ed un’occasione che arriva, insieme al Ramadan, per cessare il periodo delle giunte e dei colpi”. Il referendum si è concluso con il 58% dei Sì, contro il 42% dei No. Su 68 città governate dal partito di maggioranza, l’AKP, in 56 ha vinto il “Sì” ed in dodici il “No”; nelle cinque città governate dal partito di opposizione principale di centro-sinistra, il CHP (Partitorepubblicano del popolo), ha vinto il “No”; in una delle due città governate dal partito nazionalista MHP(Partito del movimento nazionalista) gli abitanti hanno deciso di accettare i cambiamenti sulla Costituzione mentre nell’altra hanno dato parere negativo. Nelle restanti sei città non interamente governate dal BDP(Partito democratico della pace), ma con una presenza massiccia curda, grazie alle campagne di boicottaggio messe in atto dallo stesso BDP, la popolazione ha quasi interamente disertato le urne. I pochi voti raccolti in queste città sono stati attribuiti al “Sì”.

Questo è il bilancio statistico del referendum. Purtroppo, però, esiste anche un bilancio che definirei etico ed umano, legato a questo evento: un morto e più di dieci feriti, le vittime delle campagne propagandistiche organizzate da vari partiti, piccoli e grandi, in quasi tutte le città della Turchia; inoltre, secondo gli osservatori del Partito Comunista Turco, in vari seggi sono stati identificati poliziotti che hanno votato per più di 1 volta; in diverse occasioni, poi, gli amministratori locali appartenenti all’AKP hanno accelerato la costruzione di parchi, strade, acquedotti ed hanno distribuito aiuti tramite i servizi sociali poco prima del voto; In alcune città, infine, le manifestazioni propagandistiche a favore del voto “no” sono state vietate oppure semplicemente ostacolate, impedite.

Scontri verbali, insulti vicendevoli, ed un’aria molto fortemente romantica. Forse spolverare il ricordo degli errori ed orrori passati ha costituito un momento storico per la Turchia, concentrata quasi completamente ed esclusivamente sulle proposte di cambiamento che avrebbero potuto influire sull’ultimo Colpo di Stato e sulle sue conseguenze nel Paese.

C’era chi parlava del disagio che ha subito in quel periodo (negli anni ’80), c’era chi commemorava orgogliosamente l’intervento dei militari, chi svelava segreti sui legami tra militari e governi statunitensi, chi sperava nella possibilità di processare i militari coinvolti per poter curare, anche parzialmente, le proprie ferite.

Le discussioni ruotavano anche intorno alla cosiddetta “questione” curda, alla parità dei sessi e all’indipendenza tra giustizia ed organi di esecuzione. Sulla questione curda c’era chi si pentiva di non aver detto di sì all’impiccagione di Abdullah Ocalan e c’era chi aveva deciso di boicottare il referendum. Poiché l’AKP, il partito di governo, ha sottoposto questo referendum al giudizio del popolo promettendo un futuro più democratico e di parità, anche le associazioni LGBTTQ ed i movimenti per i diritti delle donne hanno espresso i propri pareri in merito. Insomma un crogiolo di temi e sensazioni: rivelazioni, pentimenti, diversissimi punti di vista e tanta ma tanta bugia.

Vedere le piazze maggiori del paese piene di gente ingannata ed osservare i media nazionali ed internazionali riportare informazioni quasi totalmente superficiali ed errate ha fatto sì che vedessi oscurarsi un po’ la mia speranza di vivere in un mondo fatto di informazioni trasparenti e puntuali e uomini e donne consapevoli.

Ma, tornando al referendum, quali erano le proposte e perché votare sì o perché votare no?

Secondo il Presidente del Consiglio Recep Tayyip Erdogan ed il suo partito AKP i principali cambiamenti sottoposti al voto del popolo riguardano: la composizione del Consiglio Superiore dei Giudici e dei Pubblici Ministeri (CSGPM), l’elezione dei suoi membri, pari opportunità per favorire la presenza delle donne nel mondo del lavoro, riduzione delle

limitazioni per l’espatrio, il diritto alla privacy, l’abolizione dell’articolo 15 che non permette l’apertura di processi nei confronti dei militari coinvolti nell’ultimo Colpo di Stato e l’articolo 125 che riguarda la limitazione del potere giudiziario nei confronti delle esecuzioni ed azioni amministrative.

Per più di 3 mesi, il Presidente, i suoi Ministri, gli iscritti al partito e migliaia di volontari e non solo hanno girato di città in città, di quartiere in quartiere per convincere la gente che questi cambiamenti avrebbero aperto una nuova epoca verso un futuro “democratico e libero” per il Paese. Ovviamente le cene per spezzare il digiuno nel periodo del Ramadan spesso offerte dai parlamentari del governo o dai sindaci dell’AKP si sono facilmente trasformati in momenti ipocriti, opportunità per fare propaganda politica in previsione del referendum. In questo frangente è doveroso anche sottolineare l’appoggio politico e personale fornito da Fettullah Guven, leader storico del movimento fondamentalista dal quale prende forza l’AKP, che vive da più di 7 anni negli USA per i motivi di salute, mentre in Turchia è già stato emesso un mandato d’arresto. Guven, pochi giorni prima delle elezioni aveva affermato: “Questa è una grande occasione per il futuro della Turchia…magari pure i morti potessero votare e dire di sì!”.

Secondo la Costituzione del 1982 cioè sottoscritta dalla giunta militare, per l’articolo 140/6, il Consiglio Superiore dei Giudici e dei Pubblici Ministeri (CSGPM) è un organo del Ministero della Giustizia. Tra i punti del referendum non compare nessuna proposta volta a cambiare questa relazione, cosa che, ovviamente, è stata fortemente voluta dalla giunta militare al fine di continuare a limitare l’autonomia del CSGPM in tutti i sensi.

Sempre secondo la Costituzione, il Presidente del CSGPM è il Ministro della Giustizia. Il referendum, in merito, enuncia “la gestione e la rappresentanza del Consiglio sono compiti che deve assolvere totalmente il Presidente del CSGPM”.

Quale Ministro della Giustizia si comporterebbe diversamente dal suo Presidente e dalle politiche del suo partito?

Un altro punto del pacchetto di modifiche messo al voto del popolo enuncia: “Secondo la decisione e la volontà del Ministero della Giustizia, un giudice o un ispettore oppure un pubblico ministero può essere perseguitato”. Quindi il potere di giustizia anche nel mondo della giustizia passa quasi totalmente nelle mani del partito del governo.

Il referendum prevede anche la creazione di una segreteria all’interno del CSGPM, fermo restando che il Segretario Generale venga scelto e nominato dal Ministro della Giustizia.

Oltre a ciò, è anche il potere per convocare una riunione del CSGPM ad essere nelle mani del Ministro della Giustizia e affinché si possa convocare effettivamente una riunione del CSGPM è necessaria la presenza di tutti i membri (tra i membri del CSGPM, oltre al Ministro della Giustizia, compare anche il sottosegretario del Ministro).

Il CSGPM, prima del referendum, era costituito da 7 membri principali e 4 membri di riserva. La modifica della Costituzione alzerebbe il numero dei membri a 22 principali e 12 di riserva. Quattro dei membri principali sarebbero eletti dal Presidente della Repubblica tra i Docenti o gli Amministratori delle Facoltà di Giustizia, Economia e Scienze Politiche delle Università turche, tre membri principali e tre di riserva dalla Corte Suprema, due membri principali e due di riserva dal Consiglio di Stato, un membro principale ed un membro di riserva dall’Assemblea Generale dell’Accademia della Giustizia (AGAG), sette membri principali e quattro di riserva tra i giudici e pubblici ministeri giudiziari, tre membri principali e due di riserva tra i Giudici ed i Pubblici Ministeri della giurisdizione amministrativa, in carica quattro anni. Questo significa che saranno sei i membri molto probabilmente vicini al punto di vista delle politiche del Governo: quelli eletti dal Presidente della Repubblica (che è attualmente l’ex leader dell’AKP e, secondo la Costituzione, ha ancora il diritto di scegliere e cambiare i Rettori delle Università), e quelli eletti dall’AGAG (che è anche un organo del Ministero della Giustizia). Anche in questo caso, quindi, la politica invade l’autonomia della giustizia.

Un punto del referendum riguarda anche la Corte Costituzionale che sarà ormai costituita da diciassette membri, tre dei quali saranno eletti dal Parlamento con la maggioranza assoluta, quattro tra i restanti quattordici saranno eletti direttamente e liberamente dal Presidente della Repubblica ed altri tre saranno eletti dai candidati della Commissione dell’Istruzione Suprema (il CIS è un organo creato dalla giunta militare che assegna gli incarichi ai Decani, decide i piani di studio, regolarizza gli esami d’ammissione, i sistemi di voti ed ha il diritto di aprire delle inchieste sulle attività politiche degli studenti e dei Professori). Va da sé che almeno dieci tra questi diciassette membri saranno scelti dal Partito del Governo. Una grossa differenza rispetto a quanto accade nella gran parte dei Parlamenti europei ove, per eleggere i membri della Corte Costituzionale, sono necessari i due terzi dei consensi ed i candidati devono obbligatoriamente essere avvocati.

I militanti del partito di Governo AKP ed il Presidente Erdogan hanno promosso in modo piuttosto equivoco un altro aspetto di questo pacchetto di modifiche, quello riguardante la cosiddetta “discriminazione positiva”. Il punto cita: “ Le misure prese per favorire i bambini, gli anziani, i disabili, le vedove e gli orfani dei caduti di missione di guerra non possono  essere considerate contrarie al principio di uguaglianza”. Secondo la Professoressa di giurisprudenza Neval Ogan Balkiz il punto in questione non porterebbe a nessun miglioramento. Balkiz asserisce: “I divieti continuano ad esserci, sono solo i modi di dire a cambiare. Le proposte sono totalmente astratte e non creano le circostanze adatte ai cittadini per assicurare i loro diritti fondamentali e per permettere che essi avanzino ulteriori pretese. I cambiamenti, principalmente, devono essere fatti nel diritto penale e devono riguardare il diritto al lavoro”. Secondo Balkiz, la Costituzione dovrebbe in primis enunciare: “La parità davanti alla legge prevede il diritto di essere trattati ugualmente e di essere tutelati dalle leggi in modo eguale e senza alcuna forma di discriminazione” e continua: “Non si fa nessun tipo di riferimento alle convenzioni internazionali delle quali fa parte lo Stato turco e non si fa parola in nessun punto del fatto che lo Stato turco abbia la responsabilità di sorvegliare e garantire, rispettando queste convenzioni internazionali, i diritti di parità di tutti i cittadini.”

Durante la propaganda per il referendum, il Presidente Erdogan ha spesso espresso la propria soddisfazione per la proposta di cambiamento riguardo alle limitazioni per uscire fuori dal Paese. Ovviamente il fulcro di questo punto sta nella volontà di creare più “libertà” per i cittadini e meno “muri per ostacolare libera circolazione e viaggi”. Pochi mesi prima del referendum, sono stati firmati patti di abrogazione del visto di ingresso con Libano, Giordania, Siria, Grecia e Russia, una mossa che è diventata chiaramente focale nella campagna a favore del referendum quando si promuoveva questa voce del pacchetto;  ovviamente, però, il Governo non ha mai ammesso pubblicamente che queste libertà di circolazione riguarderanno, per la maggior parte, gli uomini e le donne d’affari, in trasferta per motivi lavorativi. Secondo il Presidente quanto enuncia questo punto permetterebbe al cittadino di ottenere più libertà: “La limitazione della libertà di uscire fuori dal Paese può  essere indotta solo da un’indagine oppure da un’azione penale per decisione di un giudice”. Come si nota, la dichiarazione cerca di creare una specie di nuova “libertà”. Alcune, però, tra le limitazioni all’espatrio, sollevano qualche dubbio: ovviamente esiste una lunga lista di motivi amministrativi, penali e di reati, internazionalmente condivisi, tuttavia, in Turchia, esistono ancora due leggi che riguardano l’obbligo del servizio militare:  l’obiezione di coscienza non è assolutamente riconosciuta dalla legge né dallo Stato.

Attualmente, in Turchia, esistono 150 obiettori di coscienza condannati per questo a diversi anni di prigione attraverso i tribunali militari (Amnesty International ha rilevato vari casi di tortura e maltrattamento ai danni degli obiettori di coscienza presso carceri e caserme). Esiste, infatti, il “reato di demotivazione del popolo ad assolvere l’obbligo del servizio militare”. Ogni obiettore di coscienza viene condannato non tanto perché si rifiuti ad andare a fare il servizio militare, quanto perché “demotiva altri cittadini maschi ad eseguire il servizio militare”. Il referendum non prevede nessuna modifica a questa legge, per questo, essere obiettore di coscienza continuerà a causare l’impedimento ad allontanarsi dal Paese e i cosiddetti disertori dovranno continuare a marcire nelle prigioni e subire atti di violenza solo per una scelta politica, umana ed antimilitarista. Un altro punto del referendum riguarda la privacy dei cittadini. La proposta di cambiamento cita: “I dati personali possono essere trattati solamente secondo le condizioni previste dalla legge oppure dietro chiaro consenso personale del cittadino. Le condizioni per salvaguardare i dati personali sono regolamentate dalla legge”. Una delle prime cose che il governo dell’AKP ha approvato al Parlamento dopo l’ultima vittoria elettorale è il pacchetto sicurezza che dà alle forze dell’ordine permessi straordinari partendo dal regolamento delle intercettazioni arrivando alla perquisizione delle abitazioni senza necessità del permesso del giudice e senza l’obbligo di avere un processo in atto. Dunque, è evidente che in Turchia, in diverse circostanze, la legge permette e prevede che le forze dell’ordine salvaguardino i diritti e la sicurezza dei cittadini ed applichino le leggi, spesso senza il consenso dei cittadini. A riprova di ciò, si ricordino a titolo esemplificativo, i cambiamenti forzati dei nomi curdi attuati dalle forze dell’ordine tramite suoi agenti presso le anagrafi oppure le inchieste spesso affossate sugli omicidi causati dall’odio nei confronti di membri LGBTTQ commessi dalle stesse forze dell’ordine. A questo punto è chiaro che sarebbe necessario apportare una modifica all’articolo 20 della Costituzione che, secondo la Balkiz dovrebbe enunciare: “Il trattamento dei dati personali è concesso esclusivamente nei casi previsti dalla legge, dietro specifici consenso e richiesta del cittadino, oppure per decisione dell’autorità giudiziaria o amministrativa. Questi dati non possono assolutamente essere utilizzati al di fuori degli scopi previsti dal trattamento. Nel caso in cui accadesse il contrario, sono previste sanzioni giuridiche, penali ed amministrative stabilite secondo la legge…”

Il punto che è stato maggiormente discusso e promosso dal Governo dell’AKP e che, conseguentemente, ha attirato l’attenzione di tutti i media internazionali di un certo schiarimento e del main stream è stata l’abrogazione dell’articolo 15 della Costituzione, voluto e creato appositamente dai militari e dai loro collaboratori negli anni in cui la giunta possedeva il potere politico, giuridico, esecutivo ed addirittura economico nel Paese.

L’articolo 15 impedisce l’apertura di ogni tipo di indagine e persecuzione nei confronti dei militari coinvolti nell’ultimo Colpo di Stato sopratutto riferendosi al fatto che abbiano preso in mano il controllo del potere con i metodi militaristi. L’articolo, oltre a garantire l’immunità ai militari per tutti gli atti considerati come reati per i civili, “protegge” anche tutti i cittadini che hanno ricoperto il ruolo di Parlamentare, Ministro ed altre alte cariche durante la giunta militare. Di primo acchito, questa modifica sembra costituire una svolta fondamentale per poter avviare processi contro tutti i colpevoli di questo atto militarista ed ispirato a movimenti fascisti e nazisti che è costato la vita a tanti cittadini. Purtroppo la realtà è diversa, perché? Innanzitutto una parte dei personaggi coinvolti non è in vita (Alparslan Turkes, ad esempio, uno dei colonnelli maggiormente coinvolti, fondatore del Movimento Nazionalista Turco) per i superstiti, invece, come l’ex Presidente della Repubblica Kenan Evren, non sussiste effettivamente la possibilità di avviare un processo poiché la proposta del Governo dell’AKP non prevede l’introduzione di un articolo che impedisca l’amnistia per coloro che sono stati coinvolti nel Colpo di Stato e non esiste una voce che blocchi la caduta in prescrizione per gli stessi reati. Sarebbe necessario, in effetti, introdurre un comma che specifichi che i reati commessi contro l’umanità non possono in alcun caso cadere in prescrizione e che devono altresì essere presi in considerazione, all’atto del processo, i reati commessi durante il periodo nel quale gli imputati godevano dell’immunità come previsto dall’articolo 15 della Costituzione.

Durante la propaganda del Governo volta a promuovere il pacchetto di proposte di modifica di alcuni punti della Costituzione, soprattutto per ciò che concerneva il suddetto articolo 15, i partiti all’opposizione (soprattutto il CHP ed il BDP) avevano cercato di proporre un cambiamento più radicale per poter eludere la possibilità che cavilli legali permettessero l’amnistia oppure la caduta dei reati in prescrizione. Il partito AKP, in particolare il Presidente Erdogan, continuava ad incolpare questi due partiti tacciandoli di lavorare allo scopo di impedire cambiamenti che avrebbero portato la Turchia ad essere un Paese più “democratico e libero”. L’Avvocato Noyan Ozkan (ex Presidente dell’Albo dei Giudici e degli Avvocati di Smirne) ricorda che lo Stato turco è uno dei firmatari della Convenzione ONU contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti e che i Giudici della Repubblica avrebbero avuto, in virtù di ciò, il permesso di aprire, in qualsiasi momento, un indagine a scopo processuale.

L’ultimo punto, promosso fortemente dal Presidente Erdogan, promuove una limitazione ai poteri degli organi giudiziari (come il Consiglio di Stato) nei confronti di decisioni ed azioni commesse dagli organi amministrativi e riduce questi poteri al solo diritto di verifica. La modifica all’articolo recita: “Questo potere non può assolutamente essere utilizzato per verificare la perfetta fedeltà delle azioni e delle decisioni rispetto ai regolamenti ed alle leggi”. Quindi, un organo giudiziario così autoritario ed importante come il Consiglio di Stato non avrà più il potere di aprire un’indagine o consigliare ad altri organi giudiziari di avviare una persecuzione nei confronti di enti amministrativi che eseguono azioni oppure prendono decisioni in conflitto con le leggi ed i regolamenti. L’articolo è perfettamente  coerente con le intenzioni del Presidente Erdogan e del suo Governo nei confronti del potere giudiziario ed economico di questo Paese. Sono circa 7 anni che l’onda delle privatizzazioni violente stravolge la Turchia ed i risultati delle privatizzazioni sono ingenti macigni per la cassa dello Stato e per i lavoratori. Più di una volta, il Consiglio di Stato ha bloccato le privatizzazioni o ha aperto indagini che si sono trasformate in processi nei confronti di individui o aziende che non sono rimasti fedeli ai regolamenti stilati dalla Presidenza Amministrativa delle Privatizzazioni. La produzione degli alcolici della Tekel (l’ente statale di alcool e tabacchi) è stata ceduta al consorzio Mey Içki il 24 Febbraio 2004 per 292 milioni di dollari. Dopo soli due anni, senza che la Mey Içki avesse fatto nessun tipo di investimento a causa della crisi economica, il 92% dell’azienda viene venduto all’American Texas Pacific Group per 810 milioni di dollari. In pochi anni un ente statale è passato quindi da un consorzio nazionale ad un gruppo straniero ricavando un profitto incredibile ed inspiegabile. Durante il periodo amministrativo della Mey Içki sono state chiuse più di 10 fabbriche della Tekel e migliaia di lavoratori sono rimasti senza impiego. Il Consiglio di Stato ha seguito le due fasi di vendita della Tekel sino ad ora, ma con questi cambiamenti non avrà più diritto ad effettuare l’indagine.

Nel 2009 anche la produzione del tabacco della Tekel viene venduta per 1.72 miliardi di dollari alla British American Tobacco (BAT). L’anno successivo, il Governo decide di rimuovere la tassa di importazione del tabacco, fissata in 3 mila dollari a tonnellata. Questo agevola incredibilmente le aziende che comprano il tabacco dall’estero, compreso il nuovo proprietario parziale della Tekel, BAT, ma causa altresì molte difficoltà per chi acquista il tabacco dal mercato interno. Secondo Oktay Celik (Presidente dell’Associazione degli Esperti del Tabacco) questo cambiamento ha abbassato il prezzo del tabacco d’importazione a 60 centesimi mentre il prezzo di tabacco nazionale resta superiore ai 75 centesimi. Durante la privatizzazione della Tekel diversi terreni dell’ente,  sopratutto ad Istanbul, sono stati concessi gratuitamente al Ministro della Finanza per la costruzione di Università e di ospedali privati. Ovviamente anche la causa aperta dal Consiglio di Stato nei confronti del Governo in merito non avrà ormai nessun seguito.

Secondo la ricerca sulle privatizzazioni realizzate nel campo delle energie La Turchia non rimanga al buio, realizzata dall’Albo Nazionale degli Ingegneri Elettrici, lo Stato turco ha, fino ad oggi, perso 7 miliardi 51 milioni e 315 mila dollari. Anche in questo caso, un’eventuale indagine da parte di un organo giudiziario non avrà alcun seguito.

La Türk Telekom (per il 55%) ed il Tupras (l’ente statale per la produzione e la distribuzione del gas) sono state svendute dal Governo dell’AKP a privati: Oger Telecoms (senza partecipare ad aste o bandi di concorso) ha rilevato la Türk Telekom per 6 miliardi e 550 milioni di dollari ottenendo un profitto, dopo l’acquisto, tra il 2006 ed il 2009, di 8 miliardi e 79 milioni di dollari. Il consorzio Koc-Shell, l’acquirente del Tupras, ha ottenuto  un profitto superiore al prezzo d’acquisto in soli 2 anni. I profitti ottenuti dai privati dimostrano l’incapacità di gestione degli enti statali, ma non escludono che ci sia stata una reale svalutazione all’atto della vendita, avvenuta dietro cifre molto inferiori rispetto alle possibilità di guadagno per le casse statali a favore di cittadini. Non si dimentichino, inoltre, le migliaia di lavoratori licenziati dopo le privatizzazioni con il pretesto della crisi economica (dopo la privatizzazione della Telekom più di 20 mila persone hanno perso il posto di lavoro e con la privatizzazione del Tupras invece il 15% dei lavoratori sono stati obbligati alla   pensione anticipata ed i posti di lavoro sono diminuiti del 20%). Le indagini aperte dalla Corte Suprema e da alcuni membri della Presidenza Amministrativa delle Privatizzazioni sono ormai senza scopo.

Mentre la Corte Costituzionale si occupava prevalentemente delle privatizzazioni, il Consiglio Superiore dei Giudici e dei Pubblici Ministeri e, soprattutto, la Corte Suprema, sono gli organi giudiziari che hanno cercato di combattere i fondamentalismi e le corruzioni perpetrate e sostenute dal Governo dell’AKP. La costruzione di una centrale nucleare nelle aree protette dall’Unesco sulla costa del Mar Nero, l’introduzione del contratto 4-C (simile al Co.Co.Pro) per alcuni tipi di impiegati statali e la distruzione totale del sito archeologico Allaniou per realizzare di una diga ad uso di un’azienda privata sono soltanto alcuni esempi che dimostrano quanto sia importante prendere in mano il controllo totale della Giustizia per il governo dell’AKP per realizzare precisamente un piano economico e politico a favore del capitale nazionale e straniero ed a discapito dei lavoratori.

L’aumento del controllo da parte del Governo nel Consiglio Superiore dei Giudici e dei Pubblici Ministeri ha ovviamente lo scopo di controllare l’andamento (e l’esito) delle indagini aperte dai Pubblici Ministeri contro organizzazioni religiose clandestine. Per esempio, nella città di Erzincan il PM Ilhan Cihaner, dopo 2 anni di indagini in collaborazione con gli amministratori locali e le forze dell’ordine, ha intentato una causa per chiarire il rapporto tra il Governo centrale (ad Ankara) ed alcuni gruppi locali clandestini fondamentalisti in città. Il PM, poche ore dopo questa decisione, ha provocato la reazione di Tayyip Erdogan che l’ha definito come “un uomo di politica che si comporta secondo le proprie ideologie” e l’ha accusato di deviare gli scopi principali del proprio lavoro. Pochi giorni dopo questa dichiarazione il PM di Erzurum, Osman Sansal, con un mandato straordinario ha fatto evacuare e perquisire la casa di Ilhan Cihaner dalle forze dell’ordine e ha fatto condurre Cihaner in carcere per un interrogatorio. Di conseguenza il  CSGPM ha deciso di rimuovere dal proprio incarico il PM Sansal per abuso di potere. Un giorno dopo la decisione del CSGPM all’uscita della riunione avvenuta tra il Ministro della Giustizia Sadullah Ergin e Tayyip Erdogan, il Ministro ha rivolto le sue accuse al CSGPM ed il vice presidente del CSGPM Kadir Ozbek ha dichiarato in merito che queste dichiarazioni avessero l’intenzione di distruggere il CSGPM. Secondo le indagini fattedurante il processo a Cihaner, risultava che egli stesse lavorando a documenti che svelano il rapporto tra Fettullah Gulen (leader sprituale dell’AKP) ed il gruppo clandestino fondamentalista Ismailaga che, oltre avere il controllo economico di diverse associazioni che servono a raccogliere finanziamenti e donazioni in vari punti della Turchia, è anche una delle fortezze del fondamentalismo del quartiere di Fatih che ospita noti gruppi clandestini fondamentalisti conosciuti per il proprio sostegno ideologico all’AKP. Cihaner progettava operazioni in 16 diverse città turche. La sua teoria consisteva nel ritenere che questi gruppi clandestini, oltre a possedere armi, costituissero una minaccia alla Costituzione. Oggi il Ministero della Giustizia chiede 26 anni di carcere per Cihaner mentre, d’altro canto, ogni indagine nei confronti del gruppo clandestino Ismailaga è stata sospesa.

La dichiarazione pubblica del presidente dell’AKP in realtà riassume perfettamente la situazione: “In Turchia sia il potere Legislativo che il potere Esecutivo sono nelle mani del potere Giudiziario. Ci fanno sputare sangue. Come potrebbe un comune lavorare in queste condizioni considerando le realtà economiche? Se volesse la Corte Suprema

potrebbe venire a gestire un comune… potremmo vedere come lo fa!”. Una dichiarazione  forte poiché compito della Corte Suprema era prendere decisioni a favore dei cittadini nei casi necessari, basandosi sul principio del bene pubblico garantito dalla Costituzione. È evidente che da molto tempo il Governo fosse in conflitto con il CSGPM, la Corte Suprema e, ovviamente anche con la Corte Costituzionale.

Non si dovrebbe inoltre dimenticare che, nonostante i molti cambiamenti proposti, permarranno limitazioni alla libertà di usare, studiare ed esprimersi in madre lingua per alcuni popoli; lo sbarramento elettorale resterà fissato al 10 percento; gli articoli 28 e 29, ereditati dal regime militare, che limitano la libertà di stampa non verranno abrogati né modificati (secondo Giornalisti senza Frontiere, la Turchia rimane un Paese dalle forti limitazioni sulla libertà di stampa); tutte le persone legate alla Repubblica Turca per cittadinanza verranno ancora considerate etnicamente turche; l’istruzione religiosa rimarrà esclusivamente islamica ed obbligatoria per la scuola dell’obbligo che dura ben 11 anni; la Presidenza degli Affari Religiosi (un organizzazione statale ed indipendente) e l’articolo 89 della Costituzione che può causare la chiusura di un partito politico che esprime la sua contrarietà all’esistenza del Ministero degli Affari Religiosi continueranno ad essere presenti ed in vigore; l’articolo 81 della legge elettorale tutelato dalla Costituzione che vieta l’uso di un’altra lingua oltre a quella turca durante le propagande elettorali non è stato messo in discussione con questo referendum; l’articolo 53 della Costituzione che non permette agli impiegati statali di avere un contratto nazionale resterà in vigore e gli impiegati statali continueranno a non avere il diritto allo sciopero (articolo 128); con il mantenimento dell’articolo 51 si continuerà a vietare sia ai pensionati che ai dipendenti pubblici di potersi iscrivere al sindacato; l’Alto Consiglio Arbitrario (creato dalla giunta militare) composto dai Parlamentari del Governo e dai rappresentanti delle associazioni dei datori di lavoro resterà il più potente organo statale con il potere decisionale sui contratti nazionali per i lavoratori e per i dipendenti statali; il mantenimento dell’articolo 125, che garantisce l’immunità all’Alto Commissariato Militare (il cui Presidente è il Presidente della Repubblica) continuerà a rendere impossibile la verifica delle sue decisioni da parte degli organi giudiziari.

Il 6 settembre, sei giorni prima del referendum, gli U2 sono giunti in Turchia, ad Istanbul, per una tappa della loro tournée mondiale. Da anni, il gruppo irlandese aveva arbitrariamente deciso di non includere la Turchia tra i Paesi nei quali tenere concerti per protestare contro le condizioni dei diritti umani dei cittadini turchi di origini curde. Bono Vox, voce del gruppo, dopo aver spettacolarmente attraversato uno dei ponti sul Bosforo  accompagnato da diversi uomini ricoprenti alte cariche dello Stato (bloccando il traffico per ore) è andato ad incontrare pubblicamente Erdogan. Durante il suo incontro, Bono ha espresso la sua totale solidarietà al Presidente per i suoi impegni nell’affrontare il passato di golpe della Turchia. La decisione degli U2 di fissare una tappa del concerto dopo anni di “boicottaggio” proprio in questo periodo stride con il fatto che nel sud est del paese, da alcuni mesi, sono in consistente aumento le oppressioni verso i cittadini turchi di origine curde. Ancor più bizzarro l’incontro con il Presidente che, stranamente, cade pochi giorni prima del referendum e le continue dichiarazioni di apprezzamento di Bono nei confronti di Erdogan durante la performance ampiamente fischiate dai fan del gruppo che, in centinaia, hanno abbandonato lo stadio.

Proprio il giorno del referendum la squadra nazionale di pallacanestro è arrivata alle finali del Campionato Mondiale che si è disputato in Turchia. La nazionale turca non è riuscita a battere gli Statunitensi ma la serata è stata una grande opportunità mediatica per il Presidente. Erdogan, con i suoi Parlamentari ed i Ministri era in tribuna sin dall’inizio della partita e, nelle interviste televisive, lanciava messaggi sull’importanza sia dell’evento  sportivo che del referendum. Un momento di imbarazzo quando il Presidente è salito sul palco per assegnare le medaglie ai giocatori dopo la partita: in quel momento, un nutrito gruppo di spettatori ha iniziato a protestare. I manifestanti sono stati subito allontanati dalla palestra dalle forze dell’ordine e, il giorno seguente, sono stati identificati tramite le telecamere di sicurezza e si sono state aperte delle inchieste.

La chimera di una nuova epoca più democratica e libera per la Turchia ha già iniziato a mostrare i suoi frutti: il Presidente dell’Amministrazione per la Costruzione delle Case Popolari, Erdogan Bayraktar (uno dei più grandi collaboratori a livello internazionale della Nasa Constructions&Trade Inc che costruisce in Iraq, Afghanistan e Turchia le basi militari degli USA), in un’intervista rilasciata pochi giorni fa al quotidianoS o l riguardo a vari dubbi sulla qualità e legittimità delle sue opere edilizie ad Istanbul afferma: “Questo è il periodo migliore per costruire le case ad Istanbul. È difficile trovare delle aree libere per costruire dei nuovi palazzi, quindi la cosa migliore è distruggere quelli già esistenti. Abbiamo dato case pure agli zingari. Il nostro lavoro non può essere più ostacolato da nessuno anche perché noi abbiamo l’appoggio del nostro Presidente del Consiglio, Recep Tayyip Erdogan”.

di Murat Cinar – muratcinar.net

27 ottobre 2010

Simone, lasciato morire di anoressia (in cella)

Per mesi rigettate le istanze di scarcerazione Scontava un residuo di pena. Indagati medici e infermieri.

“Ma quale vendetta? Simone non ce lo ridà più nessuno. Vogliamo solo giustizia. Vogliamo che non accada più a nessuno”. Massimo La Penna non è abituato al clamore mediatico. Per un anno ha combattuto, assieme alla moglie e alla figlia Martina, una battaglia silenziosa. Si è affidato a un avvocato, Roberto Randazzo, perché i responsabili della morte di suo figlio Simone venissero individuati e pagassero per ciò che hanno, o meglio non hanno, fatto. Ma ancora oggi, undici mesi dopo, attende che l’inchiesta della Procura di Roma si chiuda.

SIMONE La Penna era un ragazzo di 32 anni. Già in passato aveva avuto qualche problema con la giustizia, qualche precedente. “Come tanti ragazzi faceva uso di droga, hashish e cocaina – racconta il padre –. Era stato già in cura al Sert, speravamo ne fosse uscito”. E invece un’indagine della Procura di Viterbo, durata due anni, lo aveva visto nuovamente coinvolto. “A gennaio dello scorso anno era agli   arresti domiciliari, in casa della sua compagna a Nepi, nel viterbese. Spesso io gli facevo la spesa o lo aiutavo economicamente per sostenere l’affitto”. Simone aveva anche una bimba, che oggi ha un anno e mezzo. “Gli hanno notificato un residuo di pena da scontare in carcere – spiega l’avvocato Randazzo – per un’altra vicenda”. Per Simone si sono aperte le porte del penitenziario di Viterbo. E lì è cominciato il   suo calvario. Perché, oltre alla droga, il ragazzo aveva un’altra bestia nera, l’anoressia nervosa. Ne aveva sofferto in passato, ha ricominciato a soffrirne una volta in cella. “Ce ne siamo accorti subito – prosegue Massimo – durante i colloqui gli dicevamo: ‘Mangia, non ti preoccupare, risolviamo tutto’. Lui ci rispondeva: ‘Non vi preoccupate voi’, ma continuava a dimagrire. Ha perso venti chili in due mesi”. È a   quel punto che è partita la prima istanza di scarcerazione: “Nel maggio 2009, una consulenza del professor Ferraguti – racconta il legale – ha evidenziato l’incompatibilità col sistema carcerario e messo in luce la possibilità che Simone fosse in pericolo di vita”. Non è bastato, così come non sono bastate le altre cinque richieste (e le altre due consulenze) presentate dopo. “Vi era un’opinione diversa dell’equipe medica che lo gestiva in carcere e così il Tribunale di sorveglianza ha dato parere negativo”, afferma ancora Randazzo.

“IL GIUDICE ha risposto che faceva i capricci”, ci mette il carico il padre. All’inizio di novembre 2009, dopo l’ennesima istanza, è stata disposta una perizia da affidare a terzi e l’udienza è stata aggiornata a dicembre. Troppo tempo per Simone, arrivato a pesare 49 chili. La mattina del 26 novembre due infermieri di Regina Coeli hanno tentato invano di rianimarlo. Arresto cardiocircolatorio   , la sentenza di morte. L’inchiesta sul decesso di Simone è affidata al pm Eugenio Albamonte, che ha iscritto nel registro degli indagati – con l’ipotesi   di reato di omicidio colposo – sette tra medici e infermieri: Andrea Franceschini, Antonio Console, Francesco Paci, Domenico Salerno, Giuseppe Tiziano, Paolo Pirollo e Andrea Silvano. “Il sostituto ha fatto fare una consulenza complessa, con psicologi e internisti – conclude Randazzo – che escluderebbe alcune responsabilità. Quindi il numero degli indagati potrebbe cambiare. Abbiamo fornito alla Procura tutte le istanze e le relazioni dei consulenti, confidiamo nel lavoro del magistrato”. Intanto, già nel dicembre scorso, i Radicali hanno presentato un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia. L’associazione radicale “Il detenuto ignoto” è stata vicina alla famiglia La Penna, indicandole all’inizio il nome di un legale. La sorella di Simone, Martina, è in contatto con Ilaria Cucchi.

“SI È TRATTATO di un mostruoso accanimento giudiziario – conclude il padre – lo hanno trattato come se fosse un trafficante colombiano. Lo Stato pretende giustizia, e anche noi. Chi ha sbagliato deve pagare. Mio figlio ha già pagato con la vita”.

di Silvia D’Onghia IFQ

27 ottobre 2010

Un uomo ricattabile

Sica e D’Addario: al grande mercato di Palazzo Grazioli tutti i silenzi hanno un prezzo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Io racconto tutto dall’agosto 2007 in poi. E non faccio la fine della puttana di Bari”. In questa battuta, intercettata al telefono tra Ernesto Sica e Arcangelo Martino nel 2009, c’è tutta la storia recente di Silvio Berlusconi: c’è la sua ricattabilità, c’è la sua reputazione. E tutto ciò che comporta per la politica del Paese, costretta a districarsi tra le profumate lenzuola del “lettone di Putin”, nelle calde notti a Palazzo Grazioli e i miasmi occulti della P3. Sica e Martino sono stati indagati e arrestati dalla Procura di Roma nell’inchiesta sull’associazione occulta di stampo massonico: la P3 interferiva sull’attività della Corte costituzionale, agganciava magistrati nell’interesse del premier, confezionava dossier infamanti sui candidati sgraditi. E di tanto in tanto pensava di ricattarlo. È proprio il politico socialista a rivelarlo: “Berlusconi – dice Martino al pm – riteneva Sica un ricattatore”. Il punto è che Sica   sarebbe intervenuto per far cadere il governo Prodi: “Più volte – continua Martino – Sica mi annunciò la presentazione di una denuncia sulla vicenda della corruzione dei senatori per votare contro Prodi. Ma non l’ha mai presentata”. Quella denuncia poteva rappresentare l’asso nella manica. Il “ricatto” ventilato da Martino nell’interrogatorio. E può spiegare il senso di quell’intercettazione: “Io racconto tutto dall’agosto 2007 in poi. E non faccio la fine della puttana di Bari”. In quel periodo   , infatti, Sica era infuriato: intendeva essere candidato dal Pdl nelle elezioni regionali campane.

Un amico influente

QUELLA candidatura non arrivò, ma Sica divenne comunque assessore regionale. Il riferimento alla “puttana di Bari” è chiaro: allude a Patrizia D’Addario, che registrò la notte trascorsa con il premier a Palazzo Grazioli e fu interrogata dalla Procura di Bari quando venne scoperto il collegamento tra Giampaolo Tarantini e Berlusconi: Giampi era solito – per sua stessa ammissione – presentare donne compiacenti al premier. Il punto non è il ricatto: è la ricattabilità. Queste due storie esemplari – i casi Sica e D’Addario – sono emerse dagli atti d’indagine. Sono ormai fatti notie–proprioperquesto:perla loro pubblicità – il loro potenziale ricatto viene meno. Nel 2009, però, mentre era intercettato, Sicapotevaancoracontaresullasegretezza   dei suoi rapporti con il premier. E infatti, stando agli atti d’indagine, ecco cosa pensava di Berlusconi: che “lo teneva per le palle”. E ci teneva a farlo saperei n giro. Soprattutto a persone come Marcello dell’Utri, o al coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini.MaperchéSicaeraconvinto di “tenere per le palle” Berlusconi? Il 19 agosto Martino racconta: “Sica disse che Berlusconi doveva a lui la caduta del governo Prodi, in quanto si era adoperato con l’aiuto di un imprenditore amico di Sica e ben conosciuto da Berlusconi a convincere, previo esborso d’ingenti somme di denaro, alcuni senatori del centrosinistra a votare contro Prodi. (…). Mi fece vedere anche dei fogli sui quali, a suo dire, erano segnati gli estremi dei bonifici al senatore Scalera e di altri parlamentari di cui non mi disse il nome”.   È per questo, quindi, che Sica riteneva congrua, come contropartita, la sua candidatura alle elezioni regionali: “Mi disse che aveva il diritto a ottenere la candidatura a presidente della Campania – continua Martino – perché   Berlusconi gli doveva molto”. Sica diverrà assessore regionale – quando si scopre che ha confezionatofalsidossiersulpresidente della Regione Caldoro, però, lascia il posto. È lui stesso a dirlo ai magistrati: “La mia nomina fu fatta da Caldoro ma su indicazione personale di Berlusconi”.

Un posto al sole

PER QUANTO riguarda Patrizia D’Addario – che fu candidata alle elezioni amministrative di Bari nel partito del ministro Raffaele Fitto – non risultano tentativi di ricatto. Ma la ricattabilità del premier, anche in questo caso, resta intatta: la D’Addario registrò la notte trascorsa con Berlusconi e, in cambio del suo silenzio, avrebbe potuto chiedergli una contropartita. Qualcosa, in effetti, Patrizia D’Addario l’aveva chiesta: voleva che Berlusconi l’aiutasse a sbloccare una pratica edilizia. Resta il fatto che il premier non la aiutò, che la D’Addario ha denunciato strani furti in casa e che questa   storia ha fatto il giro del mondo. Dimostrando un fatto inequivocabile: il presidente del Consiglio, l’uomo che governa il Paese, finisce periodicamente sull’orlo d’un ricatto. E con lui, rischia tutto il Paese. Sica era convinto di tenere Berlusconi “per le palle”. Il problema è che non è stato l’unico a pensarlo.

di Antonio Massari IFQ

27 ottobre 2010

Balla che ti passa

Al posto di B. cominceremmo seriamente a preoccuparci. Da qualche settimana stanno crollando l’una dopo l’altra tutte le fondamenta del suo strepitoso successo: le balle. Nel dorato mondo berlusconiano, le bugie hanno sempre avuto gambe lunghissime. Ultimamente invece durano lo spazio di un mattino. Anche perché lui stesso, complice l’arteriosclerosi, contribuisce a strozzarle sul nascere, nella culla. Non riesce più a coordinarsi con se stesso. Aveva appena convinto i suoi fans che non è lui a volere lo scudo Alfano, ma i suoi alleati che glielo impongono a sua insaputa. Intanto che ti fa? Rilascia un’intervista per il nuovo (si fa per dire) libro (si fa per dire) di Vespa e dice l’esatto contrario: lo scudo “è indispensabile contro certi pm”, quindi è lui che lo vuole. Come dice Vergassola, “mente sapendo di smentire”. Il bello delle sue autosmentite è che è falsa sia la prima affermazione, sia la seconda che la contraddice. Infatti lo scudo non riguarda i pm: non blocca le indagini, ma i processi dopo il rinvio a giudizio, quindi gli serve contro “certi giudici”, non contro “certi pm”, che con o senza scudo continueranno a fare quel che fanno oggi. A proposito di pm: quelli di Roma, che avevano generosamente aperto un’inchiesta per truffa a gentile richiesta di Storace (loro affezionato cliente) sulla casetta di Montecarlo, hanno chiesto l’archiviazione per Fini e Pontone in quanto non è emersa alcuna truffa. Chiunque abbia letto anche distrattamente il codice penale, lo sapeva fin dall’inizio: la vicenda investe al massimo il costume, o il malcostume, di favorire un parente acquisito vendendo a   prezzi modici un alloggio a una società estera da lui segnalata e chiudendo poi un occhio sul fatto che lui l’ha presa in affitto. L’idea di trasformarla in un reato poteva venire solo al Giornale e a Libero, che comprensibilmente non possono sottilizzare sulla questione morale in casa Fini, avendo sempre sorvolato su quelle criminali in casa B. Così ora l’affaire Montecarlo è un caso chiuso. Se ne dovranno inventare un altro, ma non faticheranno a trovarlo. E, se non lo trovano, lo inventeranno. Perché le balle di B. e famiglia hanno questo di bello: morta una, se ne fa subito un’altra. Muore tra le puzze la balla del miracolo della monnezza, che non riemerge solo a Napoli, ma pure a Palermo. Defunge la balla dei brogli della sinistra, fra liste fasulle nel Piemonte di Cota e firme false nella Lombardia di Firmigoni. Viene a mancare all’affetto dei suoi cari la superballa del “meno tasse per tutti”, visto che le tasse non fanno che aumentare e, col federalismo fiscale, vedrete che festa. Crollano miseramente le balle sulla “missione di pace”, quella degli italiani-brava-gente che sbarcano in Iraq e in Afghanistan per costruire ponti, scuole, ospedali, piantare fiori, innaffiare le aiuole, baciare bambini: sparavano anche i nostri, persino contro le ambulanze e, ogni tanto, qualcuno rispondeva al fuoco (ci vuole un certo impegno per riuscire a sparare sulla Croce rossa).   Chiamasi guerra, non pace. Evaporano le balle sulla privacy difesa dai “garantisti” del Pdl contro la sinistra e la stampa “giustizialiste”: finanzieri arrestati perché spiano i redditi dei nemici di B. e li passano a Panorama, dossier accumulati o minacciati dal Giornale contro chi dà noia a B., foss’anche la presidente di Confindustria. Svanisce la balla delle intercettazioni e delle fughe di notizie pilotate dal “partito delle procure” per screditare l’inerme centrodestra: il dvd con le telefonate segrete Fassino-Consorte veniva graziosamente portato in dono a B. perché lui o chi per lui ne facesse buon uso. Ora potrebbe sfarinarsi anche la balla del ministro Maroni impavido difensore della polizia contro i violenti che le oppongono resistenza, se solo qualcuno osasse raccontare che Maroni ha una condanna definitiva per resistenza a pubblico ufficiale avendo fatto violenza alla polizia. Ma sarebbe troppo. Vorrebbe dire che l’informazione informa. Un lusso che non possiamo permetterci.

di Marco Travaglio IFQ

26 ottobre 2010

Don Vito e il prestito per l’azienda di Berlusconi

L’ex direttore della B. Popolare: “Nell’86 Ciancimino e Dell’Utri mi chiesero 20 miliardi”.

“Dell’Utri mi disse: ‘Abbiamo problemi al Nord con il sistema bancario’ e ‘con l’amico Ciancimino’ volevamo ‘sentire cosa si può ottenere dalle piccole banche siciliane’.
Così inizia l’intervista, pubblicata oggi su ‘Il Fatto Quotidiano’, a Giovanni Scilabra l’ex direttore generale della Banca Popolare di Palermo che nel 1986 si attivò, dopo una richiesta avanzata da Vito Ciancimino al conte Arturo Cassina, azionista di quell’istituto di credito, per fornire a Marcello Dell’Utri un finanziamento multimiliardario a favore delle aziende di Silvio Berlusconi. Questa volta a parlare dei rapporti fra l’ex Sindaco di Palermo e le imprese di Berlusconi non è Massimo Ciancimino ma un manager settantaduenne, oramai in pensione che rievoca: “Nel 1985 era stata inaugurata la nuova sede della Banca Popolare di Palermo di fianco al Teatro Massimo, ricordo che l’incontro avvenne in quella sede”.
I tempi sono quelli della metà degli anni ’80, Vito Ciancimino era stato appena arrestato da Giovanni Falcone e un provvedimento del Tribunale di Palermo lo aveva costretto all’obbligo di soggiorno a Rotello, un piccolo comune del Molise. Nonostante le misure restrittive, l’ex sindaco trovava sempre il modo di tornare in città e con la scusa di incontrarsi con i suoi legali si vedeva con Bernardo Provenzano. Fu probabilmente durante una di quelle trasferte che andò a trovare il direttore della Popolare di Palermo, Giovanni Scilabra per richiedere un prestito per Dell’Utri.
“Nei primi mesi del 1986 – racconta oggi Scilabra – il Cavaliere Arturo Cassina, mi disse: ‘Dottore Scilabra, vengo sollecitato da Vito Ciancimino per un finanziamento a un grande gruppo del Nord. Io vorrei che lei lo riceva e ascolti le sue richieste’. Dopo alcuni giorni  – afferma l’ex manager – Vito Ciancimino è venuto insieme al signor Marcello Dell’Utri. Mentre Ciancimino lo conoscevo bene, era stato già assessore e sindaco, Dell’Utri per me era uno sconosciuto. Per accreditarsi mi disse che era palermitano, aggiunse che aveva un fratello gemello. Poi entrò nel vivo. Veniva a chiedere un finanziamento per il Cavaliere Berlusconi”. La somma era di 20 miliardi di vecchie lire, una cifra enorme per quei tempi. “Dell’Utri mi disse: ‘Abbiamo problemi al Nord con il sistema bancario e allora abbiamo tentato con l’amico Ciancimino di sentire cosa si può ottenere dalle piccole banche siciliane’. Così, continua Scilabra, “Marcello Dell’Utri disse che il gruppo Fininvest avrebbe ripagato con gli interessi l’operazione. Voleva restituire tutto dopo 3 anni, in un’unica soluzione. Solo gli interessi sarebbero stati pagati durante i 36 mesi”. “Non capii – ammette l’ex direttore della banca – se dovevano servire per la Edilnord, per la Fininvest o per la Standa”. “Comunque il gruppo Fininvest allora era indebitato per migliaia di miliardi”. Così l’ex manager prima di esporsi decise di chiedere consiglio a tutti i direttori generali più anziani delle altre banche popolari della Regione. “Contattai Francesco Garsia, direttore della Banca Popolare di Augusta, il barone Carlo La Lumia e il direttore Giuseppe Di Fede della Banca di Canicattì, l’avvocato Gaetano Trigilia della Banca di Siracusa, il barone Gangitano della Banca dell’Agricoltura, sempre di Canicattì e Francesco Romano della Popolare di Carini”. All’epoca “erano le banche più rappresentative della Sicilia, con tanti sportelli e attivi congrui”. Dopo un consulto con ognuno di loro il giudizio però fu negativo, l’operazione era troppo rischiosa per le loro piccole banche e “la centrale rischi bancari indicava per il Gruppo Berlusconi un’esposizione per migliaia di miliardi di lire”, “avremmo rischiato di perdere tutti i soldi”, ammette l’alto funzionario. Inutile dire che Vito Ciancimino ci rimase “molto male”. Secondo Scilabra anche lui si sarebbe ritagliato una fetta per la mediazione, come di sua consuetudine. La sfuriata di don Vito “fu sgradevole ” racconta l’ex dirigente. “Mi disse che eravamo una bancarella, che eravamo tirchi, che avevamo fatto male e che dovevamo dare questi soldi a Berlusconi, un grosso imprenditore che avrebbe pagato congrui interessi”. L’ex Sindaco in effetti non amava essere contrastato. D’altra parte è grazie a lui che il conte Cassina, (personaggio influente in città probabilmente per via della sua appartenenza all’Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro), poteva contare su una pluridecennale gestione della manutenzione di strade e fogne. Lecito pensare dunque che Don Vito fosse irritato da quel diniego, per il quale gli era stata sottratta soprattutto l’opportunità di concludere un affare. Delusioni di don Vito a parte, con le dichiarazioni di Scilabra si aggiungono ulteriori indizi alla natura dei rapporti fra l’ex Sindaco di Palermo e l’entourage del Gruppo Berlusconi. Così, mentre l’avvocato del Premier, Nicolò Ghedini, si appresta a smentire nuovamente tali relazioni “mai avvenute” sia a livello “diretto” che “indiretto”, l’ex direttore generale della Banca Popolare di Palermo, sempre nella sua intervista, offre il suo personalissimo parere e una riflessione finale: “Per me al 99 per cento Massimo Ciancimino dice la verità. Sono stufo delle bugie. Per capire l’Italia di oggi bisogna partire dalle storie come quella di Cassina e per costruire un Paese migliore bisogna cominciare a raccontare tutta la verità”.

di Silvia CordellaAntimafiaduemila.it

26 ottobre 2010

Fabio Fazio e Sergio Marchionne, se l’intervista non è patinata

E necessario riflettere sul ruolo di Fabio Fazio nell’intervista di domenica sera a Sergio Marchionne sul servizio pubblico. Abituato a commuoversi nel vedere in studio Michail Gorbaciov o Bill Gates e vendere libri e dischi presentando sempre i suoi ospiti come se fossero John Lennon o Alessandro Manzoni, nonché a ringraziare condiscendente tutti i suoi invitati come fossero il Mahatma Gandhi, Fabio Fazio è risultato totalmente inadeguato a fronteggiare un intervistato che usava quello spazio come un atto di guerriglia.

 

Non doveva forse Fazio ricordare che c’è una sentenza che dà torto a Marchionne rispetto ai tre operai di Melfi e che quello che è stato in trasmissione presentato come un dogma di fede (che i tre abbiano surrettiziamente bloccato migliaia di colleghi che volevano lavorare) è smentito da una sentenza della magistratura?

Non doveva forse chiedere da dove avesse preso quella statistica sulla produttività che mette l’Italia agli ultimi posti al mondo, presumibilmente dopo la Birmania e la Corea del Nord, e, quantunque questa fosse stata credibile, se tutto potesse ridursi a quel solo parametro?

Non doveva aver studiato Fazio per collocare adeguatamente affermazioni di Marchionne come quella sulle 29 auto per anno prodotte dai lavoratori italiani (contro 100 dei brasiliani) dimenticando che tale dato omette che la FIAT in Italia fa un uso massiccio a propria convenienza della cassa integrazione pagata dallo Stato impedendo ai lavoratori di produrre tutte le auto che potrebbero?

No, Fazio non doveva fare la controparte di Marchionne, né invitare Maurizio Landini della FIOM per contraddittorio e nemmeno può essere criticata la sua cortesia verso gli ospiti di “che tempo che fa”. Ma non poteva limitarsi a fare da spalla a Marchionne e non si può realizzare un’intervista a un capitano d’impresa così conflittivo facendo condurre a lui le danze dal primo all’ultimo momento e dimostrandosi impreparato a verificare, porre in prospettiva dialettica, precisare le affermazioni più importanti di questo. Mentre Marchionne era durissimo e lucidissimo, a momenti Fazio ha ricordato le interviste a Bettino Craxi del TG2 anni ‘80. Mentre Marchionne era “cattivo” nell’usarlo per fare i propri interessi, il buonismo veltroniano di Fabio Fazio si scioglieva come neve al sole.

Forse ha ragione Luciana Littizzetto a descriverlo come precocemente invecchiato e il suo genere dovrebbe essere l’intrattenimento leggero senza incursioni nella drammaticità della crisi italiana. Ma soprattutto, ancora una volta si conferma che non può essere appaltata la libertà di stampa ad una sparuta pattuglia di professionisti, per quanto bravi siano, che siano Fazio, Santoro, Floris o chi vi pare e che è necessario un modello che smantelli i monopoli mediatici, sia quelli che non ci piacciono sia quelli “buoni”. Come per Bruno Vespa, non abbiamo sposato Fabio Fazio finché morte non ci separi e non è detto che per i secoli dei secoli non ci sia nessuno meglio di lui per la prima serata di Rai3 nel fine settimana. Fabio Fazio era all’avanguardia quando nella Sampdoria giocavano Vialli e Mancini. Oggi che Vialli e Mancini hanno cambiato mestiere, Fabio Fazio continua a fare le stesse cose, ma questo modello televisivo ingessato non può prescindere dalla sua icona.

GennaroCarotenuto.it

26 ottobre 2010

Il riposizionamento della Bielorussia

Le fasi cruciali di Minsk tra Bruxelles e Mosca

Aleksander Lukashenko (nella foto) rivede e aggiorna le priorità geostrategiche della Bielorussia annunciando una rivoluzione nei meccanismi della sicurezza nazionale per affrontare le nuove sfide e minacce globali. Parlando al Consiglio di Sicurezza nazionale, Lukashenko ha parlato per la prima volta di estremismo e terrorismo, ma anche di nuovi scenari disegnati dagli sviluppi in campo tecnologico e dalla corsa al rifornimento delle risorse energetiche, e di nuovi centri di potere che hanno stravolto i vecchi assetti della Guerra Fredda.

Il presidente-padrone bielorusso, per la prima volta nella sua vita politica, vede minacciato il proprio potere. Sebbene analisti e osservatori lo vedano favorito nelle prossime elezioni di dicembre (che, come al solito, si prevede non saranno prive di brogli e atti repressivi), Lukashenko dovrà resistere alle incursioni del Cremlino: i segnali che a Mosca siano stanchi del vecchio alleato Aleksej ci sono già da molto tempo e l’ultimo episodio, in ordine temporale, riguarda il videomessaggio lanciato dal presidente Dimitri Medvedev per ammonire l’atteggiamento antirusso adottato da Lukashenko. Il signore di Minsk, sentendosi venire meno l’appoggio russo orientato piuttosto su alcuni leaders dell’opposizione, aveva attaccato la Russia definendola  “il nostro peggior nemico”. Lukashenko deve aver provato sulla sua pelle gli effetti della comunicazione di propaganda televisiva (strumento di cui si è sempre servito dal lato attivo) tanto da fargli affermare che “i metodi moderni per influenzare le coscienze delle masse producono effetti più devastanti dell’uso delle armi”. Il videomessaggio di Medvedev ha difatti infuso coraggio e speranze nella frammentata opposizione.

A primo acchito, un’opposizione disorganica potrebbe apparire debole e inefficace concedendo un margine a Lukashenko di cui, certo, quest’ultimo non avrebbe bisogno. Ma a ben leggere le opinioni degli analisti, questa diversificazione potrebbe essere il punto di forza per contrastare la potente macchina di cui dispone “l’ultimo dittatore d’Europa”: mettere fuori gioco un fronte d’opposizione unitario sarebbe uno scherzo per la Commissione Centrale Elettorale (controllata dal governo); cosa più difficile da giustificare sarebbe l’eliminazione di più partiti. La strategia comune potrebbe invece scattare una volta verificato il numero di liste ammesse alle elezioni. È da tenere presente, inoltre, che le opposizioni non hanno accesso alle televisioni e la campagna elettorale sarà limitata ai comizi di piazza.

Qualsiasi risultato verrà fuori dalle urne, il riposizionamento bielorusso sembra scontato: Lukashenko ha già, di fatto, effettuato lo strappo con la Russia che difficilmente sarà ricucibile; mentre, nella remota eventualità di un cambio al vertice, le opposizioni – con sfumature diverse – mirano a un avvicinamento all’Unione europea e alla Nato, pur mantenendo rapporti amichevoli con la Russia.

L’Europa resta a guardare, essendo consapevole che le prossime elezioni potrebbero rappresentare il punto di svolta nelle relazioni con Minsk. Il Consiglio d’Europa ha ripetutamente lamentato la mancanza di progressi in campo di diritti umani, libertà d’espressione e di associazione. La repressione – anche fisica – è un fenomeno ancora molto ricorrente come strumento di controllo governativo. Nell’ultimo pacchetto di sanzioni è stata esclusa la possibilità di dichiarare il presidente bielorusso ‘persona non grata’ che potrà quindi muoversi all’interno dell’Unione europea. La lista degli unici cinque non ammessi (tutti dell’entourage del presidente) comprende Lidiya Yermoshina – presidente della Commissione Elettorale Centrale – e Viktor Sheiman ex procuratore generale che sarebbe direttamente responsabile della sparizione di quattro dissidenti tra il 1999 e il 2004. In una relazione della Commissione affari legali e diritti umani del Parlamento europeo, si legge – III, 6, 49 che il presidente Lukashenko avrebbe personalmente dato l’ordine di liquidare i quattro oppositori. Ma l’Ue ha bisogno di un referente e pare che non siano in grado di trovare qualcun altro che non sia Aleksander Lukashenko.

di Nicola Sessa PeaceReporter.net

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