Archive for luglio, 2009

17 luglio 2009

La legge sulle intercettazioni: un errore e un orrore voluto.

Tra un paio di mesi anche la legge sulle intercettazioni e sul bavaglio alla stampa sarà un delitto consumato.

La concertazione tra il Presidente della Repubblica e il Ministro della Giustizia servirà (forse) solo a smussare i profili più discutibili della legge; ma ciò che non cambierà sarà l’impostazione complessiva; che è fatta apposta per impedire alla giustizia di accertare il malaffare della classe politica.

A dimostrazione di ciò pongo alcune domande e suggerisco le relative risposte.

Le intercettazioni sono un mezzo per accertare le responsabilità penali: servono per individuare gli autori di un reato e trovare le prove della loro colpevolezza (o della loro innocenza). Siccome questo fatto è incontrovertibile, la domanda diventa: ma perché questa ricerca della responsabilità penale deve essere consentita solo per alcuni reati e per altri no? Ricordiamo che l’impianto originario della legge era fondato proprio sull’esclusione dei reati societari, finanziari, contro la Pubblica Amministrazione e in genere i reati commessi dai colletti bianchi. E Berlusconi, stando a molti organi di stampa, non è soddisfatto di questa nuova legge proprio perché essa permette – in teoria – ancora le intercettazioni per i reati di corruzione e in genere per i reati contro la Pubblica Amministrazione.

Per quale motivo dunque questo mezzo di ricerca della prova non deve essere consentito per la dichiarazione fiscale infedele, per il falso in bilancio, per l’infedeltà patrimoniale degli amministratori di società, insomma per tutti i reati per cui sarebbe utilissima? Allora è evidente che escludere alcuni reati dall’elenco di quelli per cui le intercettazioni telefoniche sono possibili significa che si vuole rendere difficile accertarne la sussistenza e le responsabilità di chi li ha commessi. E siccome questi reati non li commette né l’extracomunitario né il delinquente comune, ecco che abbiamo la prova che la classe dirigente del Paese vuole impedire le intercettazioni perché vuole tutelare se stessa.

Con la stessa premessa (le intercettazioni servono per scoprire chi sono gli autori di un reato e per trovare le prove della loro colpevolezza), per quale motivo la nuova legge prevede che, nei casi in cui queste sono consentite, si possono tuttavia adottare solo in presenza di “evidenti (o gravi, non cambia nulla) indizi di colpevolezza”? Tenete conto del fatto che, al momento, le intercettazioni si fanno quando vi sono “gravi indizi di reato”; servono cioè, come ho detto, per scoprire chi ha commesso il reato. Se vi sono indizi di colpevolezza, vuol dire che l’autore del reato è già stato individuato e allora è assai probabile che le intercettazioni non serviranno a nulla. Dunque per quale motivo una stupidata tecnica come questa? Di nuovo per limitare l’uso delle intercettazioni. E chi mai può desiderare di impedire che si scoprano i reati (perché questo significa impedire le intercettazioni)? Ovviamente chi li commette, che è alla ricerca dell’impunità. Dunque ancora una volta diventa evidente che chi vuole impedire le intercettazioni lo fa a tutela di se stesso.

Perché il contenuto delle intercettazioni disposte in un processo non deve servire in un altro processo dove magari torna utile? Quale straccio di motivo può mai giustificare logicamente un’idiozia del genere? Non sto a riproporre la risposta, ché tanto sempre quella è.

Perché non si può richiedere una intercettazione portando come prova della sua necessità il contenuto di un’altra intercettazione? E se il Pubblico Ministero solo quella ha, ma riguarda un reato gravissimo che si potrebbe impedire se si disponesse la nuova intercettazione sulla nuova utenza? Niente, non si intercetta e il reato si commette.

Perché è previsto un budget per le intercettazioni; e, quando i soldi sono finiti, non se ne possono più fare? E cosa diciamo alla famiglia del figlio rapito, che non facciamo più intercettazioni perché non abbiamo soldi? Oppure economizziamo, diciamo alle donne molestate e perseguitate, alle famiglie che hanno gravi sospetti contro un maestro che forse abusa dei loro bambini che, no, non possiamo fare intercettazioni perché dobbiamo conservarci i soldi, non si sa mai capita qualcosa di più grave? Vero che si può chiedere uno stanziamento supplementare; ma, e quando arriva? E se poi non lo danno? E intanto il reato continua o viene irreparabilmente commesso.

Ma quale logica può essere invocata a sostegno di queste stupidaggini? Se non quella etc. etc. etc.

Per far capire bene cosa succederà, vi propongo parte di una relazione preparata dalla Giunta Distrettuale dell’Associazione Nazionale Magistrati di Catania. Leggete e … preoccupatevi.

Alcune ricadute pratiche (tratte da indagini realmente condotte nel distretto di Catania)

Caso 1 – Tentato omicidio di Tizio
– in data 1.1.01 giunge in ospedale Tizio con ferita da taglio all’addome;
– Tizio dichiara di essere caduto in casa e di essersi ferito con una forbice;
– Caia, moglie di Tizio, dichiara di essere stata presente al fatto, ma di non aver visto con esattezza la dinamica dell’incidente;
– Mevio, chirurgo che opera Tizio, rappresenta al magistrato che la ferita è molto profonda ed è difficilmente riconducibile ad un colpo accidentale;
– il magistrato apre dunque un procedimento nei confronti di ignoti per il reato di tentato omicidio e riascolta Tizio e Caia che confermano la versione già fornita (incidente domestico).

Caso 1 –  Sviluppo dell’indagine con l’attuale sistema
– Viene disposta perquisizione nell’abitazione di Tizio e Caia: si rinvengono tracce di sangue.
– Viene disposto il sequestro della forbice con la quale Tizio riferisce di essersi ferito, ma la stessa è incompatibile con la ferita riscontrata.
– Le incongruenze nel racconto di Tizio e le indicazioni del chirurgo Mevio integrano gravi indizi del reato di tentato omicidio e si dispone l’intercettazione sulle utenze telefoniche in uso a Tizio e Caia nonché l’intercettazione tra presenti nella stanza di ospedale (indispensabili stante la mancata collaborazione della persona offesa);
– Dalle intercettazioni emerge un vero e proprio stato di soggezione di Tizio a Caia e le lamentele di Caia nei confronti di Tizio per non aver “raccontato” una storia più verosimile dell’accaduto. In una conversazione con Caietta (figlia della coppia) Tizio le confida di essere stato colpito proprio da Caia con un coltello
– Caia viene pertanto sottoposta a misura cautelare (va in prigione) e rende piena confessione.
SENTENZA DI CONDANNA.

Caso 1 – Sviluppo dell’indagine con la nuova legge
– Viene disposta perquisizione nell’abitazione di Tizio e Caia: si rinvengono tracce di sangue.
– Viene disposto il sequestro della forbice con la quale Tizio riferisce di essersi ferito, ma la stessa è incompatibile con la ferita riscontrata.
IN ASSENZA DI COLLABORAZIONE DI TIZIO (Parte Offesa) NESSUN ALTRO ACCERTAMENTO E’ POSSIBILE
ARCHIVIAZIONE PROCEDIMENTO

Caso 2 – violenza sessuale su Mevia
Mevia, bambina di 5 anni, mostra durante la permanenza all’asilo comportamenti eccessivamente sessualizzati. La maestra contatta i servizi sociali che trasmettono alla Procura e al Tribunale dei Minori una prima relazione evidenziando la verosimile sottoposizione della bambina a molestie sessuali in ambito familiare e la situazione di estremo degrado in cui vive la minore. Il Tribunale dei minori dispone l’immediato collocamento in comunità della bambina.
La Procura iscrive un procedimento contro ignoti per il reato di cui all’art. 609 bis c.p. ed affida una consulenza sulla minore che riscontra le tracce di abuso.

Caso 2 –  Sviluppo dell’indagine con l’attuale sistema
Il magistrato convoca innanzi a se padre e madre di Mevia (Tizio e Caia);
Contestualmente alla convocazione, sussistendo gravi indizi del reato di violenza sessuale, il PM dispone l’intercettazione sulle utenze telefoniche in uso a Tizio e Caia nonché l’intercettazione tra presenti nella vettura (luogo NON di privata dimora) con la quale gli stessi si recheranno in Procura;
Tizio e Caia, davanti al PM, negano di aver mai notato nulla di strano in Mevia e ne chiedono l’immediato rientro in casa;
Uscendo dagli uffici di Procura, all’interno della macchina sottoposta ad intercettazione, Caia si lascia andare ad un violentissimo sfogo verso Tizio accusandolo di aver molestato la figlia;  
Caia viene riconvocata in Procura e, davanti ai risultati delle intercettazioni, crolla ammettendo di essersi accorta delle molestie poste in essere dal marito nei confronti di Mevia.
Tizio viene pertanto sottoposto a misura cautelare (va in prigione).
SENTENZA DI CONDANNA.

Caso 2 – Sviluppo dell’indagine con la nuova legge
Il magistrato convoca innanzi a se padre e madre di Mevia;
Tizio e Caia davanti al PM negano di aver mai notato nulla di strano in Mevia e ne chiedono l’immediato rientro in casa;
Il PM non è convinto e riascolta più volte Caia che tuttavia mantiene inalterata la sua versione.
ARCHIVIAZIONE PROCEDIMENTO
(stante l’archiviazione del procedimento, dopo pochi mesi, Mevia viene ricollocata in famiglia)

Caso 3 – Furti in abitazione
In una determinata zona residenziale si riscontrano nell’arco di poche settimane un rilevante numero di furti in abitazione. In un caso si è trattato di vera e propria rapina in quanto il proprietario, presente in casa, è stato legato ed imbavagliato.
In occasione di uno dei furti viene notata una vettura in sosta non appartenente a residente e intestata a pregiudicato (Sempronio).

Caso 3 –  Sviluppo dell’indagine con l’attuale sistema
Vengono richiesti ed ottenuti i tabulati delle celle telefoniche della zona dei furti per riscontrare la presenza dell’utenza in uso a Sempronio, ma l’accertamento dà esito negativo.
Sussistendo gravi indizi di reato (i furti sono già stati perpetrati) e ricorrendone l’indispensabilità (l’esibizione dei tabulati non ha fornito riscontri) vengono attivate intercettazioni telefoniche sull’utenza di Sempronio ed ambientali sulla vettura dello stesso Sempronio.
L’intercettazione ambientale sulla vettura consente di seguire in tempo reale l’organizzazione del successivo furto e di arrestare Sempronio in flagranza di reato.
SENTENZA DI CONDANNA.

Caso 3 – Sviluppo dell’indagine con la nuova legge
Vengono richiesti ed ottenuti i tabulati delle celle telefoniche della zona dei furti per riscontrare la presenza dell’utenza in uso a Sempronio, ma l’accertamento dà esito negativo (tale accertamento è consentito anche dalla nuova normativa).
Non vi sono pertanto gravi indizi di reato nei confronti di Sempronio e si decide di intensificare la sorveglianza nella zona.
I furti nella zona non si ripetono, ma cominciano a verificarsi in un quartiere contiguo ora meno sorvegliato.  
Dopo diversi mesi Sempronio viene arrestato in flagranza durante un colpo “sfortunato”.
SENTENZA DI CONDANNA
(…ma solo dopo la commissione di un numero rilevante di reati che non si sarebbero verificati)

Caso 4 – Le intercettazioni come garanzia per l’indagato innocente
Viene rinvenuto nella cella di un carcere il corpo esanime di un detenuto all’interno del proprio letto.
L’autopsia consente solo di individuare le cause della morte: asfissia acuta (non chiarendo se l’asfissia è stata provocata da circostanze naturali o violente).
Alcuni elementi di fatto lasciano supporre che la morte non è avvenuta per cause naturali (in particolare desta sospetto la posizione del cadavere prono, con il viso rivolto innaturalmente contro il materasso).
La morte risulta avvenuta nelle prime ore del mattino, ma i compagni di cella (principali indagati) hanno dato l’allarme solo in tarda sera: sostengono di avere pensato che il morto aveva dormito tutta la giornata.

Caso 4 – Sviluppo dell’indagine con l’attuale sistema
Vengono interrogati più volte i compagni di cella che riferiscono di un litigio intervenuto il giorno precedente tra il morto ed uno di loro (Mevio);
Sussistono gravi indizi di reato (omicidio) e vengono pertanto attivate intercettazioni all’interno della cella (che non è considerata luogo di privata dimora);
L’intercettazione ambientale consente, tuttavia di appurare la buona fede dei detenuti (compreso Mevio) e di ricondurre la morte a cause naturali.
ARCHIVIAZIONE PROCEDIMENTO

Caso 4 – Sviluppo dell’indagine con la nuova legge
Vengono interrogati più volte i compagni di cella che riferiscono di una litigio intervenuto il giorno precedente tra il morto ed uno di loro (Mevio);
Sussistono a carico di tutti i compagni di cella del morto gravi indizi di reato, ma, siccome il reato è già stato commesso, non possono essere attivate intercettazioni ambientali in cella (che, infatti presuppongono che ivi si stia ancora svolgendo l’attività criminosa);
Il PM esercita l’azione penale nei confronti di Mevio. (plausibile)
SENTENZA DI CONDANNA

Ecco le previsioni. Mi viene in mente il monologo di Antonio sul cadavere di Cesare: "Anime gentili, come? piangete quando non vedete ferita che la veste di Cesare? Guardate qui, eccolo lui stesso, straziato come vedete, dai traditori".

Sicché, se ci preoccupiamo (e ci arrabbiamo, diciamo così) adesso; che faremo quando queste cose succederanno davvero?

 
Quasi tutti i cittadini (beh, quelli che si preoccupano di questo genere di cose) sanno ormai che le intercettazioni telefoniche, quando arriverà la nuova legge, saranno impossibili perché, per farle, occorrerà già aver individuato il colpevole; e siccome, per i reati più gravi ed importanti (tra cui la corruzione, il peculato, la frode fiscale, il falso in bilancio e gli altri reati tipici della classe dirigente italiana) senza intercettazioni il colpevole non si individua, ecco che appunto le intercettazioni non si potranno fare.
Probabilmente poche persone sanno che c’è anche un altro motivo per cui le intercettazioni diventano impossibili. Dice infatti la nuova legge che le intercettazioni devono “essere fondate su elementi espressamente e analiticamente indicati nel provvedimento, non limitati ai soli contenuti di conversazioni telefoniche intercettate nel medesimo procedimento”.

Che vuol dire? Si fa prima a capirlo con un esempio.

Tizio ha violentato Caia insieme a due altre persone che però non sono state identificate. Caia lo ha riconosciuto in fotografia ma non ha trovato nessuna foto degli altri due. Il PM chiede al giudice di intercettare il telefono di Tizio nei confronti del quale il riconoscimento di Caia costituisce “evidente indizio di colpevolezza”; spera così di identificare i suoi due complici con cui, forse, Tizio parlerà servendosi del suo telefono.

In realtà, questo tipo di riconoscimenti in genere non viene ritenuto idoneo per i provvedimenti che richiedono “gravi indizi di reato” (per esempio per mettere in prigione una persona con la cosiddetta misura cautelare): troppi riconoscimenti fotografici si rivelano poi sbagliati. E il punto è che gli “evidenti” indizi richiesti per un’intercettazione sono la stessa cosa dei “gravi” indizi richiesti per mettere un indagato in prigione; sicché niente prigione, niente intercettazione.

Ma supponiamo che invece il giudice ritenga questo indizio abbastanza “evidente” o “grave” o quello che volete; magari, come nel caso a cui mi riferisco (che sfortunatamente è reale), perché il riconoscimento è stato facilitato da una particolare cicatrice che Tizio aveva sulla faccia. Il telefono di Tizio finisce dunque sotto controllo. A un certo punto, Tizio parla con Sempronio e, ignaro di essere indagato e intercettato, commenta con lui la violenza carnale commessa ai danni di Caia; e lo fa in termini tali da rendere evidente che Sempronio è uno degli altri due che hanno partecipato allo stupro: “Certo che meno male che quell’amico tuo, Mevio, te l’ha tenuta perché tu non ce la facevi” (Tizio) e “Si, ma io non l’ho dovuta pestare come hai fatto tu e me la sono goduta” (Sempronio). L’ho detto che si trattava di una violenza reale vera, queste erano più o meno le frasi pronunciate.

Che fece la Procura? Chiese ed ottenne di intercettare Sempronio. Poco dopo questi si mise a parlare con Mevio, amico suo ma non di Tizio, commentando lo stupro (erano delinquenti violenti e bestiali e anche particolarmente stupidi).

Bene, tutti identificati, “gravi indizi” in quantità, misura cautelare e tutti in prigione.

Caia non riconobbe né Sempronio né Mevio perché le percosse di Tizio l’avevano resa quasi incosciente; però, con le intercettazioni, la condanna fu facile. E, notate, il DNA di Mevio non venne trovato e nessuno confessò. Però, tutti si presero circa 9 anni.

Che succederebbe in un processo come questo con la nuova legge?

Beh, il telefono di Tizio lo metteremmo sotto controllo e identificheremmo Sempronio. Però …, eh però non potremmo mettere sotto controllo il telefono di Sempronio, perché tutto quello che abbiamo nei suoi confronti è “il contenuto di una conversazione telefonica intercettata nel medesimo procedimento”. E, come ho detto prima, questo non è sufficiente per disporre un’intercettazione. Solo che, siccome Tizio non conosce Mevio e non gli parla per telefono, senza intercettare Sempronio non identificheremo mai Mevio. I due delinquenti non confesseranno mai e men che meno riveleranno chi è Mevio (di cui non abbiamo nemmeno il DNA). Conclusione: Mevio resta impunito e violenterà qualcun’altra.

Possiamo utilizzare questo esempio per descrivere un’altra chicca di questa legge che, in verità, parrebbe proprio progettata dagli abituali frequentatori di aule giudiziarie messi in difficoltà dalle intercettazioni. Beh, ora che ci penso….

Supponiamo che il telefono di Tizio resti muto per parecchi giorni, nel senso che le sue conversazioni non rivelano niente di importante. Però non lo possiamo mollare, non sappiamo quando parlerà con gli altri due partecipi dello stupro. E che ci parlerà, prima o poi, è sicuro: dall’intercettazione sappiamo che continua a frequentare il suo ambiente di degenerati, drogati e violenti; e che spesso e volentieri parla di donne in termini aggressivi e spregiativi. In effetti, a un certo punto, ecco la telefonata giusta: Tizio parla con Sempronio (che non è intercettato perché, come ho detto, la nuova legge non lo consente), gli racconta che ha incontrato una donna particolarmente appetibile, che l’ha pedinata, che sa dove abita e che ha già identificato un posto giusto per “farle la festa” (ho già detto che faccio riferimento a un fatto vero). Gli dice anche di parlarne con Mevio e che gli telefonerà tra un paio di giorni per prendere gli ultimi accordi.

La Procura ascolta palpitando per tutto il giorno seguente e poi… Poi più niente, perché sono scaduti i 60 giorni e l’intercettazione deve essere terminata per legge e non può più essere prorogata. Così non si sa chi sia la vittima designata, non si sa chi sia Mevio, non si sa dove e come i tre si incontreranno.

Certo, come ci ripetono fino alla nausea gli ideatori della nuova legge, si può far ricorso “ai buoni vecchi metodi di indagine”; e infatti si può pedinare Tizio e cercare di capire dove va, chi sono quelli che incontra e quando si riunirà con i due complici per commettere il nuovo stupro; e poi seguirli tutti e tre, salvando all’ultimo momento la poveretta; che in verità poteva essere salvata subito senza subire un tentativo di aggressione.

Certo che, se tutto va bene, abbiamo visto un bel film. Se invece ci si perde Tizio, oppure Tizio si accorge di essere seguito, oppure se ne accorgono Sempronio o Mevio e i tre vanno a bersi una birra e intanto progettano un nuovo appuntamento in un altro posto; oppure succede qualcosa d’altro per cui arriviamo tardi quando lo stupro è già bello che finito. Ecco, allora, avremmo la straordinaria soddisfazione di aver condotto un’indagine nel rispetto di una legge che ci mette al passo dei Paesi più progrediti, come si suol dire.

Per concludere, una riflessione: tra le tante sciocchezze dette per giustificare questa nuova legge, c’è stata anche quella secondo cui le intercettazioni vanno “ridotte” perché costano troppo: di questo si può riparlare in un’altra analisi. Ma la domanda è: quanto costa “il buon vecchio metodo di indagine”? Quanto la macchina, la benzina, i… quanti? 10, 20, 30 poliziotti necessari per pedinare Tizio, Sempronio e Mevio per 2, 3, 4, X giorni? E anche: quanto controllo del territorio non è stato possibile mentre i 10, 20, 30 poliziotti seguivano i 3 delinquenti? Quanti altri reati sono stati commessi? Quanti danni sono stati arrecati ai cittadini? Quanti ci hanno lasciato la pelle o hanno subito esperienze drammatiche? E non si sarebbe evitato tutto questo con un’intercettazione dei telefoni di Tizio e Sempronio fatta comodamente da 4 poliziotti (si chiama h. 24, un poliziotto per un turno di 6 ore)? Ma certo che si sarebbe evitato.

Serve altro per rendersi conto che la nuova legge sulle intercettazioni è stata inventata all’unico scopo di assicurare l’impunità a quelli che l’hanno inventata?

 
Se proseguiamo nell’analisi della legge sulle intercettazioni (certo che chiamarla “legge” fa un po’ senso), dopo le questioni sugli evidenti indizi di colpevolezza  e dopo quelle sulla durata delle intercettazioni e la loro utilizzabilità in altri procedimenti, veniamo ad altre perle di sicura efficacia per la procurata inefficacia (stilisticamente discutibile ma assai utile per esprimere il concetto) del processo penale.

Dice la nuova legge che, “nei procedimenti contro ignoti, l’autorizzazione a disporre le intercettazioni è data, su richiesta della persona offesa, relativamente alle utenze e ai luoghi nella disponibilità della stessa, al solo fine di identificare l’autore del reato”.

Proviamo a calare questa norma in un esempio che ci farà capire bene come funzionano le cose.
Allora: l’autosalone di Giovanni, titolare di un’avviata concessionaria, viene distrutto da un incendio. Intervengono i pompieri e scoprono i resti di una tanica di benzina e di alcuni stracci semi carbonizzati: incendio doloso.

Che fa il Pubblico Ministero, allo stato attuale della legislazione, con la nuova legge sulle intercettazioni non ancora in vigore?
Manda a chiamare Giovanni e lo interroga: hai avuto richieste estorsive (cioè: ti è stato chiesto di pagare il pizzo)? No, dice Giovanni. Hai qualche nemico che ce l’ha con te per qualche ragione? No, dice Giovanni. Ma chi può essere stato ad appiccare l’incendio? Quale motivo può aver avuto? Boh, dice Giovanni.

Il PM naturalmente non crede a una parola di quelle (poche) dette da Giovanni e gli mette sotto controllo i telefoni; quelli suoi, quelli dell’azienda, quelli della moglie, quelli dei suoi soci, quelli dei dipendenti, se magari scopre che ne ha una, quelli dell’amante, Giuditta. Dopo un po’ scopre che Giuditta riceve una telefonata da un telefono intestato a uno sconosciuto (Giuseppe detto Pippo, che si scoprirà essere un altro suo amante). E, nel corso di questa telefonata, i due parlano dell’incendio, della bella lezione data a quel cornuto, del fatto che adesso vedremo se non pagherà, e concordano che Giuditta andrà a spiegargli che il milione di euro, che già gli avevano chiesto, adesso è diventato uno e mezzo e che sarà bene darlo a lei, Giuditta, in tutta fretta, ad evitare altri problemi.

Il PM riflette tra sé sulla perfidia delle donne, abbandona immediatamente le intercettazioni nei confronti di tutti gli altri e “mette sotto” il telefono di Pippo. Scopre così che Pippo è un associato al clan di Calogero, mafioso pericolosissimo se mai ce ne è stato uno; e che Calogero è il beneficiario finale del milione e mezzo di euro e del pizzo futuro che Giovanni certamente da quel momento pagherà. A questo punto l’indagine è avviata, altre intercettazioni, pedinamenti, arresti, si scoprono altre vittime e altri “pizzi”; e insomma tutto quello che si fa in un procedimento di questo tipo. Calogero, Pippo, Giuditta e altri mafiosi vengono processati e condannati e i cittadini vivono un po’ più tranquilli.

Che succederà con la nuova legge?
Prima di tutto non si mette sotto controllo nemmeno un telefono; perché, come ho detto, per farlo occorre la richiesta della persona offesa, cioè Giovanni. E siccome Giovanni sta ancora tremando per la paura, continua a dire che nessuno gli ha chiesto niente, nessuno lo ha minacciato, nessuno ce l’ha con lui, l’ultima cosa che fa è quella di chiedere al PM di mettergli sotto controllo i telefoni. “Ma no, dottore, è inutile, non si scoprirebbe niente, è certamente uno sbaglio, io poi ci tengo alla mia privacy”. Sicché l’indagine si ferma prima ancora di cominciare.

E’ anche vero che, per i reati di mafia (e terrorismo, sequestri di persona) le intercettazioni si possono disporre “quando vi sono sufficienti indizi di reato” (e in questo caso ci sono, l’incendio è doloso); il che vuol dire che il PM della richiesta di Giovanni potrebbe pure fare a meno; senza dire niente a nessuno, potrebbe mettere sotto controllo i telefoni di tutte quelle persone che ho elencato prima.

Ma il punto è: e chi lo dice che questo incendio è stato appiccato dai mafiosi a scopo estorsivo? Mica c’è la firma “clan di Calogero – mafia S.p.A.” sulla tanica di benzina. E se l’estorsione l’ha fatta un dipendente licenziato? O Giuditta (vi ricordate, l’amante di Giovanni) cui Giovanni ha appena detto che la vuole lasciare per tornare in seno alla famiglia? O uno dei soci che ha contrasti con Giovanni nella gestione della società? O un concorrente che vuole far fuori l’azienda di Giovanni dal mercato? Come si fa a dire che si tratta di un reato di mafia? Eh, infatti non si fa: prove o anche solo indizi che si tratta di reato di mafia non ce n’è; a meno di non stabilire che tutte le estorsioni che avvengono in Sicilia, Calabria, Campania e Puglia (sapete, le famose 4 Regioni in cui lo Stato ha perso il controllo del territorio) sono di natura mafiosa. Ma questo è un principio di diritto un po’ azzardato ….; e sono sicuro che, le Pro Loco, i Governatori, i Sindaci, gli Assessori e i cittadini tutti di queste Regioni avrebbero qualcosa da ridire; per non parlare della Corte di Cassazione chiamata a pronunciarsi su un principio di diritto come questo. E poi, che si fa se l’incendio capita in Friuli Venezia Giulia?

Quindi no mafia, no intercettazioni; no richiesta di Giovanni, no intercettazioni; no intercettazioni, no scoperta di Giuditta, Pippo, Calogero e tutti gli altri; no scoperta di Giuditta etc., no processo; no processo, no prigione per i mafiosi; no prigione per i mafiosi, no sicurezza per i cittadini; no sicurezza, sì pizzo. Grande successo per la legalità.

Ma supponiamo che Giovanni, vuoi perché è coraggioso, vuoi perché è stufo, vuoi perché si fida della Giustizia e dello Stato (???), dica al PM che da qualche tempo qualcuno gli chiede soldi; non sa chi è e non sa a chi fa capo; però basta, mettimi sotto controllo i telefoni; e il PM, che non crede alle sue orecchie, lo fa. Si va avanti per un po’ ma nessun risultato. Perché? Perché vi ricordate che la telefonata che dà il via alle indagini è quella tra Giuditta e Pippo, i cui telefoni non sono tra “le utenze” nella disponibilità di Giovanni; sicché il PM, anche se sa che esiste Giuditta, non può “metterle sotto” il telefono. No intercettazione telefono Giuditta, no identificazione di Pippo; no identificazione di Pippo, no identificazione di Calogero etc. etc.

E comunque, la rete può restare tesa per i soliti 60 giorni perché, alla scadenza, si molla tutto. Sicché magari Pippo fa una telefonata a Giovanni al giorno 61, sarebbe il momento buono per identificare il telefono di Pippo e quindi lui; però niente da fare, i telefoni di Giovanni non sono più sotto controllo. E, alla sfiga non c’è limite, ovviamente Giovanni non sa che Giuditta ha un altro amante e quindi non conosce Pippo; sicché non può dare indicazioni che portino alla sua identificazione.
No identificazione Pippo, no identificazione Calogero etc. etc.

Ma perché non chiediamo a George Cloneey (che sempre cittadino americano è; lì, con buona pace del ministro Alfano, le intercettazioni le fanno, altro che se le fanno) che cosa ne pensa? Magari facciamo una sottoscrizione per fargli fare un altro spot.

di Bruno Tinti (nella foto) Procuratore Aggiunto di Torino

 
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17 luglio 2009

Il pacchetto sulla sicurezza.

 

Approvato il pacchetto sicurezza
E’ legge il ddl sicurezza che criminalizza gli immigrati. Dopo l’approvazione della Camera dei Deputati, il 2 luglio 2009 anche il Senato ha approvato, in via definitiva, il disegno di legge in materia di sicurezza pubblica che diventa, perciò, legge dello Stato.

Fra le più gravi novità in materia di immigrazione troviamo l’introduzione del reato di ingresso e/o soggiorno illegale, l’obbligo di dimostrazione della regolarità del soggiorno ai fini dell’accesso ai servizi pubblici (matrimonio, registrazione della nascita, riconoscimento del figlio naturale, registrazione della morte), l’obbligo di denuncia da parte dei pubblici ufficiali degli immigrati in situazione irregolare che si presentano agli sportelli, l’introduzione di un contributo tra 80 e 200 euro per ogni rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno, il prolungamento fino a 180 giorni (invece dei 60 giorni precedenti) dei termini di trattenimento nei centri di identificazione ed espulsione e la punibilità (fino a 15 anni di carcere) di chi favorisce l’ingresso irregolare di immigrati e di chi affitta appartamenti agli immigrati irregolari (fino a 3 anni di carcere).

Con la nuova normativa gli stranieri che entrano (anche i possibili richiedenti asilo!) o soggiornano (anche quegli immigrati che, pur risiedendo e lavorando da anni in Italia, quando perdono il lavoro e non ne trovano un altro in sei mesi) in maniera irregolare (senza i dovuti permessi) nel territorio dello Stato commettono il reato di "immigrazione clandestina", punito con un’ammenda da 5 a 10 mila euro. Non è previsto l’arresto, ma i "clandestini" (vale a dire gli stranieri che commettono l’abominevole crimine di non aver documenti in ordine) sono sottoposti a processo immediato davanti al giudice di pace con espulsione per direttissima. L’introduzione del reato di "immigrazione clandestina", nell’intenzione del governo, dovrebbe perciò rendere più facile l’espulsione degli immigrati "non desiderati" perché senza documenti.

Per politica e società gli immigrati in situazione irregolare sono tutti delinquenti.


 
Le conseguenze delle nuove norme

 

Si tratta di un pacchetto di misure che ignora, di fatto, i diritti umani, i trattati internazionali e la dignità della persona umana. Una legge che produrrà sofferenze e difficoltà agli immigrati che, già per il fatto di essere irregolari, si trovano in una situazione di precarietà. E con il reato di immigrazione irregolare si legittima, a livello istituzionale, una ormai diffusa e accettata criminalizzazione dei migranti: di tutti i migranti, non solo di quelli senza documenti. Con la nuova legge, i bambini stranieri nati da genitori non regolarmente soggiornanti sul territorio e i bambini italiani nati da un genitore straniero non regolarmente soggiornante sul territorio non potranno più essere riconosciuti dal proprio genitore; una persona senza permesso di soggiorno non potrà più contrarre matrimonio nel territorio dello Stato, neanche in presenza di figli con cittadinanza italiana; gli adolescenti soli che provengono da altri Paesi non potranno più avere la sicurezza di continuare il percorso di vita iniziato in Italia, una volta divenuti maggiorenni. Inoltre, l’obbligo di denuncia dei migranti in situazione irregolare da parte dei pubblici ufficiali, sarà carico di nefaste conseguenze: i migranti ed i loro familiari, per timore di essere denunciati, si sottrarranno al contatto con tutti i servizi pubblici, tra cui l’accesso alle cure mediche e all’istruzione, la possibilità di registrare i figli alla nascita, di contrarre matrimonio, di denunciare alla polizia i reati subiti. Ora, anche se il 76% dei partecipanti al sondaggio quotidiano di Sky Tg24 considera "a pelle" il reato di clandestinità come la norma più utile della nuova legge (probabilmente è questa l’unica voce ascoltata dal governo in tema d’immigrazione), non si può tacere il fatto che l’introduzione del reato di immigrazione clandestina è una misura sproporzionata che finirà per ingolfare il sistema giudiziario e carcerario e spingerà sempre più gli immigrati senza permessi a delinquere. In una società civile, è normale che gli immigrati (come ogni persona) che delinquono siano puniti in maniera proporzionale ai loro delitti, ma non si può, però, sostenere (anche a campagna elettorale finita) che il problema della sicurezza dipende solo dall’immigrazione irregolare. In Italia ci sono numerosi immigrati irregolari (di cui 400 mila badanti) che lavorano nelle famiglie come colf, badanti, nell’agricoltura, nell’edilizia e nelle piccole e medie imprese che non possiamo chiamare delinquenti, ma che lo diventeranno con l’introduzione del reato di clandestinità. Più del 70% delle 31.200 domande d’asilo presentate nel 2008 in Italia provengono da persone sbarcate, in maniera irregolare, sulle coste meridionali del Paese; circa il 75% dei 36.952 migranti sbarcati irregolarmente sulle coste italiane nel 2008 ha presentato domanda d’asilo; il tasso di riconoscimento di protezione (status di rifugiato o protezione sussidiaria/umanitaria) delle persone arrivate irregolarmente via mare è stato del 50% nel 2008. Sono questi una buona parte d’immigrati irregolari ritenuti pericolosi delinquenti di cui sbarazzarsi sia con i respingimenti in mare che con le espulsioni immediate. Inoltre, con il reato d’immigrazione clandestina, dovrebbero finire in carcere per favoreggiamento anche centinaia di migliaia di cittadini, italiani e non, che hanno badanti o lavoratori immigrati non regolari.

 
Il reato di “immigrazione clandestina”
 

Il "generico" reato di immigrazione clandestina non è sostenibile giuridicamente. Infatti, con il reato di immigrazione clandestina si fa diventare reato la semplice condizione personale di essere straniero, in contrasto con quanto la Costituzione stabilisce in materia di eguaglianza. La Corte costituzionale ha già ribadito che solo una condotta che lede beni costituzionalmente garantiti può giustificare il ricorso alla sanzione penale. E’ reato, infatti, non la mera clandestinità dello straniero, ma una clandestinità accompagnata da elementi oggettivi, accertati dal giudice, da cui risulti una pericolosità sociale, senza dimenticare, però che la sola povertà non è sinonimo di criminalità. Chi è l’immigrato "clandestino"? Non è un criminale a-priori, come si sostiene spudoratamente. Le persone che la nuova normativa sulla "sicurezza" si vogliono tenere lontane dall’Italia fuggono, nella maggior parte dei casi, dalla povertà, da guerre e persecuzioni. E non sarà certo il reato di "immigrazione clandestina" a fermarle. Migrare non è un crimine. E’ invece criminale un sistema economico-finanziario mondiale (l’11% della popolazione mondiale consuma l’88% delle risorse) che forza la gente a fuggire dalla propria terra per sopravvivere per criminalizzarla una volta arrivata a destinazione. La povertà non è reato. La logica della legge sulla "sicurezza" trasforma, invece, il diverso (il povero) in nemico e pone sullo stesso piano chi fugge dalla fame, dalla miseria e dalla guerra e chi, invece, viene in Italia per delinquere. Molti (anche cristiani) invocano leggi speciali contro gli immigrati per avere maggiore sicurezza. Assecondare, però, tali istinti primari che si fondano sulla convinzione per cui "mors tua, vita mea" significa spesso minimizzare o giustificare atteggiamenti razzisti e xenofobi. C’è, invece, bisogno di capacità di mediazione e di educazione alla convivenza da parte di sindaci, istituzioni, organizzazioni sociali, chiese. Infatti, quando si limitano o negano i diritti e le garanzie di alcuni, minore è la libertà e la sicurezza per tutti. E nel lungo e faticoso cammino di difesa dei diritti umani, non è un buon segnale, né per le comunità cristiane né per gli immigrati, assistere al gioco di smarcamento tra i diversi organismi ecclesiali: se le dichiarazioni in favore dei migranti e contro una certa politica repressiva da parte dei responsabili del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e Itineranti sono sistematicamente smentite dal portavoce della Santa Sede, ci si chiede a cosa servano tali organismi se non a fare sorridere ironicamente i politici del centro-destra.
di Lorenzo Principe Presidente del CSER 
© neodemos.it

16 luglio 2009

Mafia: le case del “miracolo” in Abruzzo, le scatole vuote per i grandi appalti, gli immobili, i saldi e la concorrenza sleale. Il Paese muore mentre la mafia prospera.

 
L’Aquila, le amicizie pericolose all’ombra della prima new town
 
Nel primo cantiere aperto per ricostruire L’Aquila c’è un’impronta siciliana. L’ha lasciata un socio di soci poco rispettabili, uno che era in affari con personaggi finiti in indagini di alta mafia.

I primi lavori del dopo terremoto sono andati a un imprenditore abruzzese in collegamento con prestanome che riciclavano, qui a Tagliacozzo, il "tesoro" di Vito Ciancimino.

Comincia da questa traccia e con questa ombra la "rinascita" dell’Abruzzo devastato dalla grande scossa del 6 aprile 2009. Comincia ufficialmente con un caso da manuale, una vicenda di subappalti e di movimento terra, di incastri societari sospetti. Tutto quello che leggerete di seguito è diventato da qualche giorno "materia d’indagine" – un’informativa è stata trasmessa dalla polizia giudiziaria alla procura nazionale antimafia – ma l’intreccio era già rivelato in ogni suo dettaglio da carte e atti di pubblico accesso.

Partiamo dall’inizio. Dai fatti, dai luoghi e dai nomi di tutti i protagonisti e dei comprimari di questo primo lavoro per il terremoto d’Abruzzo. Partiamo dalla statale 17, la strada tortuosa e alberata che dall’Aquila passa per Onna, il paese che non c’è più, il paese spazzato via alle 3,32 di quasi ottanta notti fa. È qui, sotto la collina di Bazzano, dove sorgerà la prima delle venti "piccole città" promesse da Berlusconi agli aquilani per la fine di novembre – sono le famose casette, i 4500 alloggi per ospitare fra i 13 mila e i 15 mila sfollati – che è stato dato il via in pompa magna alla grande ricostruzione. È qui che sarà costruita la prima "new town". È qui che hanno alzato il primo cartello: "Lavori relativi agli scavi e ai movimenti di terra lotto Ts". Ed è qui che l’imprenditore Dante Di Marco, alla fine di maggio, ha cominciato a spianare la collina con le sue ruspe e i suoi bulldozer. Così si chiama l’amico degli amici siciliani che nascondevano in Abruzzo i soldi di don Vito, l’ex sindaco mafioso di Palermo.

Dante Di Marco ha 70 anni, ha amicizie importanti in tutto l’Abruzzo, è residente a Carsoli che è un piccolo paese fra l’Aquila e Roma. L’appalto per rosicchiare la collina di Bazzano e sistemare una grande piattaforma di cemento – è là sopra che costruiranno quelle casette sostenute dai pilastri antisismici – è stato aggiudicato da un’"associazione temporanea di imprese". La capogruppo era la "Prs, produzione e servizi srl" di Avezzano, la seconda ditta era la "Idio Ridolfi e figli srl" (anch’essa di Avezzano, sta partecipando anche ai lavori per la ristrutturazione per il G 8 dell’aeroporto di Preturo), la terza era la "Codisab" di Carsoli, la quarta era l’impresa "Ing. Emilio e Paolo Salsiccia srl" di Tagliacozzo e la quinta l’"Impresa Di Marco srl" con sede a Carsoli, in via Tiburtina Valeria km 70.

L’impresa Di Marco è stata costituita nel 1993, ha una ventina di dipendenti e un capitale sociale di 130 mila euro, l’amministratore unico è Dante Di Marco (gli altri soci sono il figlio Gennarino e la figlia Eleana), la ditta non è mai stata coinvolta direttamente in indagini antimafia ma il suo amministratore unico – Dante – risulta come socio fondatore della "Marsica Plastica srl" con sede a Carsoli, sempre in via Tiburtina Valeria km 70. È questo il punto centrale della storia sul primo appalto del terremoto: un socio della "Marsica Plastica srl" ha praticamente inaugurato la ricostruzione.

Quest’impresa, la "Marsica Plastica srl", è molto nota agli investigatori dell’Aquila e anche a quelli di Palermo. È nata il 22 settembre del 2006 nello studio del notaio Filippo Rauccio di Avezzano. Tra i soci di Dante Di Marco c’era l’abruzzese Achille Ricci, arrestato tre settimane prima del terremoto per avere occultato i soldi di Vito Ciancimino in un villaggio turistico a Tagliacozzo. C’era Giuseppe Italiano (il nome di suo fratello Luigi è stato trovato in uno dei "pizzini" del boss Antonino Giuffrè quando era ancora latitante), che è un ingegnere palermitano in affari di gas con Massimo Ciancimino. C’era anche Ermelinda Di Stefano, la moglie del commercialista siciliano Gianni Lapis, il regista degli investimenti del "tesoro" di Ciancimino fuori dalla Sicilia.

Il 22 settembre del 2006, nello studio dello stesso notaio di Avezzano Filippo Rauccio, era stata costituita anche un’altra società, l’"Ecologica Abruzzi srl". Fra i suoi soci ci sono ancora alcuni della "Marsica Plastica srl" (la moglie di Lapis e il palermitano Giuseppe Italiano per esempio) e poi anche Nino Zangari, un altro imprenditore abruzzese arrestato il 16 marzo del 2009 per il riciclaggio del famigerato "tesoro" di don Vito. Erano due società, la "Marsica Plastica" e l’"Ecologica Abruzzo", che con la "Ricci e Zangari srl" – se non ci fosse stata un’inchiesta del Gico della finanza e i successivi arresti – avrebbero dovuto operare per la produzione di energia, lo smaltimento rifiuti, nel settore della metanizzazione. Un labirinto di sigle, patti, commerci, incroci. Tutto era stata pianificato qualche anno fa. E tutto alla luce del sole.

Ecco come ricostruisce le cose Dante Di Marco, l’imprenditore che ha vinto il primo sub appalto per la ricostrizione dell’Aquila: "Ho presentato una regolare domanda per accreditarmi ai lavori di Bazzano e sono entrato nel consorzio di imprese, che cosa c’è di tanto strano?". A proposito dei suoi vecchi soci siciliani ricorda: "Quella gente io nemmeno la conoscevo, mi ci sono ritrovato in società così, per fare il mio lavoro di movimento terra". E consiglia: "Chiedete in giro chi è Dante Di Marco, tutti diranno la stessa cosa: uno che pensa solo a lavorare con tutti quelli che vogliono lavorare con lui".

Proprio con tutti. Dante Di Marco ha una piccola impresa, tanti lavori e tantissimi amici in Abruzzo. È entrato in società non soltanto con i siciliani amici di Ciancimino ma anche con Ermanno Piccone, padre di Filippo, senatore della repubblica e coordinatore regionale del Pdl. Sono insieme dal 2006 – e con loro c’è pure il parlamentare del Pdl Sabatino Aracu, sotto inchiesta a Pescara, accusato di avere intascato tangenti per appalti sanitari – nella "Rivalutazione Trara srl", quella ha comprato alla periferia di Avezzano 26 ettari di terreno e un antico zuccherificio per trasformarlo in un termovalorizzatore. Fili che si mescolano, finanziamenti, compartecipazioni, una ragnatela. E appalti. Come quello di Bazzano, l’opera prima della ricostruzione. Per il governo Berlusconi è la splendente vetrina del dopo terremoto in Abruzzo. Per Dante Di Marco da Carsoli, socio dei soci dei Ciancimino, era un’occasione da non perdere.

di Attilio Bolzoni
 
La mafia all’assalto dell’Italia sana.
 
Nel 1929, durante la Grande crisi che colpì l’America, la stella di Al Capone, il più famoso mafioso di tutti i tempi, non si eclissò, anzi. Dal suo quartier generale, l’hotel Lexington di Chicago, vide crescere i suoi affari e la sua fama: da una parte offriva, nei propri ristoranti, pasti caldi ai bisognosi, impoveriti dalla recessione, dall’altra incrementava gli affari illeciti. Ottant’anni dopo tocca ai suoi eredi, le mafie di tutto il mondo, arricchirsi entrando con valigie colme di denaro nei mercati sull’orlo del crac. In particolare nel mondo dell’impresa e nel settore creditizio. Un problema che non risparmia l’Italia.

Nelle scorse settimane il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha inviato una relazione al Parlamento, intitolata “L’infiltrazione mafiosa nell’economia legale e l’attuale fase di recessione economica”. Per il magistrato l’espansione degli affari della criminalità organizzara prende il via dalla sua “permanente, enorme, illimitata liquidità finanziaria”. Un patrimonio accumulato in gran parte grazie al narcotraffico, un business che non conosce crisi. A questi denari vanno aggiunti quelli derivanti dalle estorsioni, molti milioni di euro che ogni giorno, ricorda la Confesercenti, passano dalle tasche di commercianti e imprenditori a quelle dei boss. Ben diversa la realtà dell’economia legale, dove, sottolinea la Direzione nazionale antimafia (Dna), le banche “non sono disponibili a concedere mutui né alle imprese né ai privati”.
Conseguenza? “Il ricorso a prestiti usurari”, al sistema creditizio abusivo gestito dalla criminalità organizzata. Nel 2008, in Italia, ci sono stati 956 procedimenti per usura con 4.809 indagati. In una recente relazione dello Scico (il Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata della Guardia di finanza) si legge che “per le associazioni mafiose l’interesse usurario (…) è quasi sempre strumentale all’acquisizione delle imprese e si configura come canale di riciclaggio di proventi di altre attività illegali”.

Saldi e concorrenza sleale
La recessione favorisce il ricorso a denaro di dubbia provenienza. Anche al Nord. “Certe aziende” denuncia Gian Gaetano Bellavia, consulente di numerose procure e responsabile del servizio antiriciclaggio dell’ordine dei commercialisti di Milano, “non si preoccupano di chi si nasconda dietro le finanziarie lussemburghesi, olandesi o inglesi, possedute da holding domiciliate nei paradisi dove è garantito l’anonimato societario, e che, attraverso banche svizzere, immettono denaro fresco nelle loro casse”. Aumenti di capitale che permettono alle cosche, come evidenzia anche la Dna, di diventare, con il tempo, soci di maggioranza di aziende “pulite”.
Che l’imprenditoria mafiosa sia in espansione lo confermano i dati dell’ufficio del commissario straordinario del governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati: in Italia nel 2008 sono passate definitivamente allo Stato 1.139 imprese (161 in Lombardia, superata in questa classifica solo da Sicilia e Campania). Un dato che racconta l’infiltrazione della criminalità organizzata nel libero mercato. “Purtroppo, quando vengono sequestrate e riemergono dall’illegalità gran parte di queste aziende non sono in grado di camminare sulle loro gambe” nota Antonio Maruccia, magistrato e commissario per i beni confiscati. Infatti le cosche non sottostanno alle regole dei concorrenti. Non pagano tasse e ritenute, né contributi per la manodopera, per lo più straniera, intimidita e vessata. Una gestione che prevede quasi solo utili. Anche se difficilmente i boss imprenditori presentano bilanci.
Chi lo fa, magari per partecipare a gare pubbliche, in realtà continua a evadere il fisco. “Il problema è che in Italia i controlli non funzionano e i padrini lo sanno” sottolinea Bellavia. Per questo tengono in piedi le società per 3 o 4 anni, prima di essere scoperti dall’anagrafe tributaria. A quel punto hanno già trasferito le commesse a imprese collegate e messo in liquidazione le proprie.

“Le sedi legali vengono trasferite al Sud, i liquidatori solitamente sono vecchietti o pregiudicati, persone per cui un’accusa di bancarotta è meno traumatica. La documentazione contabile viene fatta sparire e le esecuzioni fallimentari sono praticamente impossibili o inutili”. Non basta. Per far crescere i profitti le imprese delle cosche ricorrono alle false fatturazioni, mettendo in conto uscite inesistenti. Carte intestate fasulle, partite iva di soggetti ignari, consulenti e collaboratori fantasma, un labirinto di documenti falsi in cui spesso la burocrazia non si addentra. Il tutto indicando importi inferiori a quelli che farebbero scattare i controlli antimafia.
Oltre a questi sistemi i padrini utilizzano pure tradizionali metodi come l’intimidazione, anche al Nord. L’ultimo esempio arriva da Cologno Monzese (Milano): qui il calabrese Marcello Paparo, 45 anni, arrestato nei giorni scorsi, era riuscito a entrare con il suo consorzio di cooperative (trasporti, movimento terra e facchinaggio le principali attività) nei cantieri dell’alta velocità e della A4. Un obiettivo raggiunto a colpi di pistola, per ammorbidire sindacalisti e concorrenti. Motivo per cui il pm milanese Mario Venditti lo ha accusato anche di concorrenza sleale. Un reato che sta piegando gli imprenditori onesti.

Scatole vuote per grandi appalti
L’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture ha stilato una mappa sull’assegnazione degli appalti. Al Sud il 90 per cento delle aziende che si aggiudica le gare è meridionale. Praticamente impossibile, per usare un termine calcistico, vincere fuori casa. Il coefficiente di impermeabilità del mercato scende nel Nord-Est (85 per cento), Isole (80,5) e Nord-Ovest (78,1). Il Centro, dalla Toscana al Lazio, è più aperto: qui “solo” il 71 per cento degli appalti finisce a imprese locali. Chi vince la classifica degli affari in trasferta? Ancora una volta le aziende del Mezzogiorno, che ottengono commesse soprattutto in Centro Italia (20,5 per cento). Uno scenario che rischia di essere superato da un mercato sempre più magmatico e intossicato.

“Le ultime indagini rivelano che aumentano le aziende del Nord che vanno a lavorare al Sud” sottolinea il tenente colonnello Daniele Galimberti del servizio centrale del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei carabinieri. “Ma se una volta la spiegazione era la specializzazione, ora è la cooptazione da parte di gruppi meridionali”. Il fenomeno, molto diffuso, spesso riguarda società per azioni. “Un’emergenza che stiamo registrando soprattutto nel settore edile e in quello dello smaltimento dei rifiuti” continua Galimberti. In questo quadro la Direzione investigativa antimafia (Dia) sta aumentando i controlli nei grandi cantieri: nella seconda metà del 2008 sono passati da 22 a 25. Le imprese subappaltanti esaminate sono aumentate da 310 a 370, i lavoratori da 1.227 a 1.900. Numeri che possono sembrare insufficienti. “Si tratta di verifiche particolarmente impegnative e per cui servono le autorizzazioni delle prefetture” spiegano alla Dia.
Il mercato in fibrillazione non aiuta i controlli antimafia: variano assetti societari, nomi, ragioni sociali. “Senza contare che è sempre più facile trovare prestanome” continuano alla Dia. In Italia nel 2008 sono nate 410 mila nuove imprese, molte in settori delicati come le costruzioni (65 mila, 12.600 solo in Lombardia, 7 mila in Piemonte, 6.600 in Emilia-Romagna), l’immobiliare (32.600, più di metà nel Settentrione), l’intermediazione monetaria e finanziaria (7.900, quasi un terzo in Lombardia e Lazio). Un mare magnum in cui è facile mimetizzarsi. Anche perché molte di queste società possono restare in sonno per anni. Così, quando serviranno, saranno già radicate nel territorio da conquistare. In particolare al Nord.
Per esempio, nell’inchiesta milanese su Paparo gli inquirenti hanno scoperto un reticolo di cooperative, di cui molte inattive. “Quello delle scatole vuote è un sistema che dobbiamo monitorare” conferma Alberto Cisterna, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. “È facile ipotizzare che molte imprese costituite in questi mesi verranno utilizzate per partecipare alle gare delle grandi opere, dalla costruzione del ponte sullo Stretto all’Expo del 2015. Per non parlare dei progetti che le cosche conoscono in anticipo grazie a un capillare lavoro di insider trading”.

Mattone che passione
In tempo di saldi, nello shopping delle cosche non rientrano solo le aziende. In Italia nel 2008 sono stati confiscati 8.446 immobili, tra cui 1.184 appartamenti, 277 case indipendenti, 93 ville, 207 box, nove alberghi e un campo sportivo. Nella sua relazione Grasso scrive: “Diminuiscono i prezzi delle materie prime, degli immobili, i valori dei titoli e delle azioni. È possibile quindi acquistare tali beni a prezzi di svendita”. Quasi contemporaneamente il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, ha dichiarato: “La mafia si sta mangiando interi quartieri della città”. Per esempio nei caruggi un siciliano incensurato sta facendo incetta di appartamenti, utilizzati poi come alcove per la prostituzione. “’Ndrangheta e mafia stanno comprando nei vicoli e nelle nostre riviere soprattutto attraverso società immobiliari con base a Milano” spiega Christian Abbondanza, presidente dell’associazione La casa della legalità.
Ai nuovi palazzinari i soldi non fanno difetto. “A settembre, in un comune del Ponente ligure, un personaggio molto discusso, a fronte di una richiesta di 1 milione 200 mila euro di oneri di urbanizzazione, per ottenere una concessione ne ha messi sul piatto 5″. Nel monopoli dei boss non ci sono solo le piazze storiche di Milano, Roma o Torino: in Emilia-Romagna il responsabile della direzione distrettuale antimafia (Dda) di Bologna, Silverio Piro, ha confermato l’allarme lanciato da Roberto Saviano sugli affari della camorra a Parma. E nel Triveneto, a quanto risulta a Panorama, in provincia di Gorizia i carabinieri avrebbero intercettato diverse telefonate di familiari dei fratelli Brusca pronti a riciclare denaro nell’acquisto di ristoranti e alberghi padovani. La Dda cittadina avrebbe aperto un fascicolo.

Finanza mafiosa
Tutti questi investimenti sono resi possibili da una classe di colletti bianchi sempre più qualificata. Un esercito di consulenti ed esperti: nel 2008 sono state indagate per riciclaggio 9.261 persone (nell’ambito di 1.627 procedimenti: 270 a Roma, 237 a Milano e 207 a Napoli) e 3.330 sono state iscritte per “impiego di denaro, beni e utilità di provenienza illecita” (533 procedimenti). Lo scorso anno l’Unità di informazione finanziaria Uif) presso la Banca d’Italia ha ricevuto (in particolare dagli istituti di credito) 13.367 segnalazioni di operazioni finanziarie sospette (una ogni sei riguardava versamenti in contanti); 270 sono state prese in carico dalla Dia per indagini.

I casi di malafinanza sono numerosi. A gennaio, su richiesta della Dda di Palermo, è stato arrestato con l’accusa di riciclaggio un noto avvocato bolognese; pochi mesi prima, nell’ambito della stessa inchiesta, era toccato a un banchiere italosvizzero, membro di un’associazione elvetica impegnata nella lotta al riciclaggio. A fine 2008 la Guardia di finanza milanese ha scoperchiato due finanziarie con sede a Zurigo utilizzate come lavanderie di denaro sporco: dietro a due prestanome locali si nascondeva una cosca crotonese ramificata in Lombardia tra Varese e Ponte Tresa. In estate sono finiti in manette padre e figlio siciliani: acquistavano finanziarie in difficoltà o ne costituivano di nuove per emettere fideiussioni e incassare le provvigioni.
“Queste società abusive o prive dei necessari requisiti spesso fanno da garanti per l’erogazione dei finanziamenti pubblici” avverte il tenente colonnello Gianluca Campana, capo ufficio operazioni del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza. Contributi comunitari e nazionali che la criminalità organizzata cerca di intercettare in un momento in cui i governi aprono le borse per contrastare la crisi.
Purtroppo gli enti eroganti (per lo più banche) si accorgono che le fideiussioni sono carta straccia quando ormai i beneficiari sono irrintracciabili. A volte la malafinanza alligna anche dentro ai grandi istituti di credito: a Milano, nel 2008, è stata arrestata la responsabile dell’ufficio fidi di una filiale di una banca italiana accusata di emettere fideiussioni a uomini legati ai clan calabresi senza richiedere le necessarie garanzie. Quello della donna non è certo un caso unico: le indagini, come ha denunciato la Dna, hanno smascherato diversi funzionari di banca infedeli che rifiutano fidi e mutui ai clienti in difficoltà per poi segnalarne i nomi alle cosche.

“In questo momento per gli imprenditori onesti è difficilissimo accedere al credito e non c’è da stupirsi se un’azienda in crisi non guarda la fedina di chi le offre sostegno finanziario” dichiara Claudio De Albertis, presidente dell’Assimpredil Ance, l’associazione territoriale dei costruttori italiani che a settembre ha acquistato diverse pagine sui quotidiani per sollevare la questione. “Il rischio di infiltrazione nel settore edile è acuito sia da motivi contingenti, come i ribassi anomali nelle gare o la lentezza nei pagamenti della pubblica amministrazione, sia da ragioni strutturali, come la frammentazione delle imprese e la loro bassa capitalizzazione”. La possibile soluzione? La propone il pm della Dna Cisterna: “Bisognerebbe istituire una ‘white list’ per le aziende. Chi aderisce deve assicurare di utilizzare metodi legali, una specie di autocertificazione. Ma per chi sgarra punizioni esemplari e la radiazione dal mercato del lavoro legale”.

 

Regione per Regione, gli immobili e le aziende confiscate alle organizzazioni criminali nel 2008. La Lombardia è terza, dopo Sicilia e Campania.

15 luglio 2009

L’Iran che protesta, l’occidente che non informa.

Archiviato anche il G8, con le sue prese di posizione di circostanza, i riflettori sembrano definitivamente spenti su quel che sta accadendo in Iran. L’attenzione, comunque scarsa, ruota attorno alla minaccia atomica, vera o presunta, dell’assai vantato e ostentato sviluppo nucleare . Un silenzio mediatico e politico che pare la smentita migliore ai timori di chi – in consonanza con il regime degli ayatollah- ipotizzava un intervento "occulto" di Usa e Gran Bretagna nell’orchestrazione delle proteste.  Ultimo a smentire ogni possibile pressione il segretario generale della Nato, Scheffer, intervistato dalla tv saudita, al Arabiya, che pur esprimendo «preoccupazioni» per quel che avviene in Iran, ha assicurato che «l’Alleanza atlantica non ha e non avrà alcun ruolo in merito».

Della rabbia degli iraniani in rivolta contro quello che si rivela sempre di più un regime  che nulla ha di democratico il mondo se ne infischia. Invano ai 20 morti "ufficiali" ammessi dal regime i siti riformisti e i dissidenti in esilio oppongono notizie di  «centinaia di persone scomparse», di corpi senza vita accatastati nell’obitorio di Teheran e sottratti alle ricerche di congiunti e amici. 
Secondo la tv satellitare al Arabiya sarebbero almeno 46 i desaparecidos dall’inizio della rivolta dei moderati contro il contestatissimo esito delle presidenziali del 12 giugno scorso. Il sito web di«Musharakat Islami», organizzazione del fronte riformista che appoggia il candidato sconfitto, Mir Hossein Mousavi, i cui capi sono quasi tutti in carcere, sostiene di avere «informazioni certe dell’esistenza di centinaia di cadaveri nella sede diMedicina Legale di Teheran.  Apparterrebbero ai manifestanti uccisi nei giorni scorsi durante gli ultimi scontri a Teherane e sarebbero stati ammassati nell’obitorio usato dai medici legali della capitale iraniana per evitare una immediata restituzione alle famiglie e pericolosi funerali di massa. 

E’ il caso di Suhran Arabi, 19 anni, il giovane riformista ucciso il 15 giugno, ma consegnato alla famiglia solo sabato scorso per essere seppellito domenica nel cimitero dei ’martiri di Teheran. La madre ha denunciato: "Per 26 giorni mi hanno preso in giro e mi mandavano da un carcere ad un altro e non mi dicevano cosa hanno fatto al mio figlio". Sohrab secondo alcuni testimoni è stato ucciso sotto la tortura mentre il regime sostiene che è stato colpito al cuore con una pallottola.

Il modo in cui le autorità iraniane hanno imposto restrizioni all’utilizzo delle tecnologie di comunicazione, comprese le telecomunicazioni, delle trasmissioni satellitari e dell’accesso a Internet; vietato le manifestazioni pacifiche e aggredito e arrestato attivisti politici, giornalisti, studenti e difensori dei diritti umani è oggetto di una denuncia di Amnesty che sottolinea come la libertà di assemblea sia espressamente stabilita dal Patto internazionale sui diritti civili e politici, di cui l’Iran è stato parte e sia inoltre garantita dalla Costituzione iraniana. 
Parole destinate a cadere nelvuoto. Invano da quasi un mese l’associazione chiede alle autorità iraniane di consentire le manifestazioni pacifiche, di assicurare che le forze di polizia agiscano con equilibrio nel mantenimento dell’ordine durante le manifestazioni, di non usare la milizia Basij come forza di polizia contro i manifestanti e sollecita il governo a porre fine alle restrizioni alla libertà di espressione, che comprende la libertà di cercare, ricevere e diffondere informazioni e opinioni, di rilasciare immediatamente e incondizionatamente tutti coloro che sono stati arrestati solo per aver espresso pacificamente il proprio parere sulle irregolarità elettorali, di indagare a fondo su tutte le uccisioni, comprese possibili esecuzioni extragiudiziali, e di portare i responsabili di fronte alla giustizia.
Non ascolta l’Iran. E nemmeno il resto del mondo.

di Carla Reschia, lastampa.it
15 luglio 2009

La mafia ricompra i beni confiscati.

Da associazione per la legalità ad associazione per delinquere. È quello che è accaduto alla cooperativa Acli Terra di Benevento: era sorta per gestire i beni confiscati alla mafia ma l’Agenzia del Demanio le ha revocato l’affidamento dopo che il suo presidente è stato messo ai domiciliari. Dietro la sua attività c’era la longa manus della camorra. Da Benevento ci spostiamo nel Casertano ma la sostanza non cambia. Tre Comuni siciliani poi sono stati sciolti perché con la gestione dei beni confiscati avevano favorito proprio i boss. Cooperative intestate a prestanomi, subentri successivi una volta affidata la gestione di aziende e terreni: sono i metodi che usano i boss per non mollare i propri beni. «Una lotta impari – ci dice il Commissario straordinario del governo per la gestione dei beni confiscati Antonio Maruccia – ma presto il governo avrà uno strumento in più: i beni saranno gestiti dai prefetti».

I mafiosi chiedono mutui, prestiti, finanziamenti. E i loro beni finiscono ipotecati. È così che li trovano, gli investigatori, dopo aver sgominato i clan. Beni appesantiti da ipoteche e pertanto non utilizzabili. A meno di non pagare il conto alle banche. È uno dei trucchi usati dalla malavita per rendere non fruibili i beni. Un trucco non da poco, visto che come ha detto don Luigi Ciotti, presidente di Libera, il 36% degli immobili confiscati è ipotecato. Palazzi, caseggiati e fabbriche restano così indisponibili. Dopo il sequestro l’immobile (o il terreno o l’azienda) finisce allo Stato che al termine del procedimento giudiziario ne Il Commissario dispone la definitiva confisca. Ma non fila tutto così liscio. I mafiosi prima di lasciare un appartamento spesso lo distruggono, oppure lo occupano, e i tempi si allungano. Comunque le vittorie sono lusinghiere, basti sfogliare il sito di Libera. L’ultimo fiore all’occhiello è proprio nelle terre dei Casalesi. Le loro aziende bufaline produrranno mozzarelle legali grazie alla cooperativa Le terre di don Peppe Diana.

 
15 luglio 2009

Appello per il giornale “I siciliani”

Per non far chiudere "I Siciliani" un’altra volta, per non lasciare solo Pippo Fava una seconda volta, per non mortificare un’informazione libera, per non registrare un’altra vittoria della mafia e di quel sistema mafioso che Fava ed i suoi amici e giornalisti hanno continuato a combattere. E tu da che parte stai?
 
Dopo l’assassinio mafioso di Giuseppe Fava, il 5 gennaio 1984, i redattori de I Siciliani scelsero di non sbandarsi, di tenere aperto il giornale e di portare avanti per molti anni la cooperativa giornalistica fondata dal loro direttore, affrontando un tempo di sacrifici durissimi in nome della lotta alla mafia e della libera informazione. Anni di rischi personali, di stipendi (mai) pagati, di solitudine istituzionale (non una pagina di pubblicità per cinque anni!)

Oggi, a un quarto di secolo dalla morte di Fava, alcuni di loro (Graziella Proto, Elena Brancati, Claudio Fava, Rosario Lanza e Lillo Venezia, membri allora del CdA della cooperativa) rischiano di perdere le loro case per il puntiglio di una sentenza di fallimento che si presenta – venticinque anni dopo – a reclamare il dovuto sui poveri debiti della cooperati va. Il precetto di pignoramento è stato già notificato, senza curarsi d’attendere nemmeno la sentenza d’appello. Per paradosso, il creditore principale, l’Ircac, è un ente regionale disciolto da anni.

E’ chiaro che non si tratta di vicende personali: la redazione de I Siciliani in quegli anni rappresentò molto di più che se stessa, in un contesto estremamente difficile e rischioso. Da soli, quei giovani giornalisti diedero voce udibile e forte alla Sicilia onesta, alle decine di migliaia di siciliani che non si rassegnavano a convivere con la mafia. Il loro torto fu quello di non dar spazio al dolore per la morte del direttore, di non chiudere il giornale, di non accettare facili e comodi ripieghi professionali ma di andare avanti. Quel torto di coerenza, per il tribunale fallimentare vale oggi quasi centomila euro, tra interessi, more e spese. Centomila euro che la giustizia catanese, con imbarazzante ostinazione, pretende adesso di incassare per mano degli ufficiali giudiziari.

Ci saranno momenti e luoghi per approfondire questa vicenda, per scrutarne ragioni e meccanismi che a noi sfuggono. Adesso c’è da salvare le nostre case: già pignorate. Una di queste, per la cronaca, è quella in cui nacque Giuseppe Fava e che adesso, ereditata dai figli, è già finita sotto i sigilli. Un modo per affiancare al prezzo della morte anche quello della beffa. La Fondazione Giuseppe Fava ha aperto un conto corrente (che trovate in basso) e una sottoscrizione: vi chiediamo di darci il vostro contribuito e di far girare questa ri chiesta. Altrimenti sarà un’altra malinconica vittoria della mafia su chi i mafiosi e i loro amici ha continuato a combatterli per un quarto di secolo.

I bonifici vanno fatti
sul cc della "Fondazione Giuseppe Fava"
Credito Siciliano
ag. di Cannizzaro
95021 Acicastello (CT)
IBAN
IT22A03019261220
00000557524
causale di ogni bonifico: per I Siciliani

 
14 luglio 2009

Sciopero! Contro il bavaglio del DDL Alfano

 

14 luglio 2009

Milano: L’affondamento della società per le energie alternative controllata dal Comune.

Trasferte in comune
 
Per la giunta di Letizia Moratti ormai Zincar è il marchio di un incubo. Una storiaccia brutta, su cui ora indaga anche la Procura di Milano, scandita da affari sballati, consulenze agli amici, salti mortali contabili. Ma ancora non basta, perché adesso si apre anche un fronte bulgaro
 
LetiSecondo quanto abbiamo potuto accertare, la società comunale milanese appena travolta da un crack da 20 milioni, avrebbe speso decine di migliaia di euro per finanziare i viaggi in Bulgaria del suo presidente Vincenzo Giudice, consigliere comunale del Pdl, accompagnato da una pattuglia (tre o quattro persone) di consulenti o sedicenti tali.

Tutti i costi erano a carico delle disastrate casse della Zincar. Le trasferte, forse una mezza dozzina in tutto, si sono svolte tra la fine del 2007 e i primi mesi del 2008. La meta finale era Plovdiv, seconda città della Bulgaria. Il fatto è che al momento non si capisce bene per quale motivo la delegazione milanese abbia fatto la spola con la Bulgaria. Il sito Internet della Zincar accenna alla “validazione di un progetto” per una centrale eolica da costruire su una montagna del Paese balcanico. Ma sembra difficile che per questo lavoro si sia mosso, e più di una volta, addirittura il presidente della società.

Senza contare che dai primi accertamenti della Procura risulterebbe che anche una delegazione bulgara sarebbe approdata più volte a Milano, con tutte le spese sempre a carico dell’azienda municipale milanese. Al Comune di Milano c’è chi ricorda che nel maggio del 2008 anche il sindaco Moratti ha fatto visita a Plovdiv. Era una viaggio ufficiale e in quell’occasione, si disse all’epoca, vennero siglati accordi di collaborazione tra le due amministrazioni per lo sviluppo di tecnologie destinate alla “messa in sicurezza” della città bulgara.

Tutta questione di diplomazia, allora? Gli uomini di Zincar facevano da apripista al sindaco e alla sua strategia del sorriso verso gli amici balcanici? Può darsi. Certo è che l’operazione Plovdiv, rimasta sin qui un segreto ben custodito, ha contribuito ad affossare i conti dell’azienda comunale. Insieme a Giudice prendeva abitualmente il volo per la Bulgaria un codazzo di consulenti, tutti ben pagati. Il gruppo comprendeva anche un ottantenne sottufficiale in pensione dell’esercito, tale Giuseppe Roselli, che amava presentarsi ai suoi interlocutori come un generale.

Roselli è una vecchia conoscenza di Domenico Scarcella, a sua volta consulente a libro paga di Zincar. Scarcella, 59 anni, ingegnere, è un professionista che vanta agganci importanti nella politica milanese, ramo Pdl. Siede nel consiglio di amministrazione dell’Amsa, l’azienda municipale per la raccolta rifiuti e in passato è stato amministratore della Metropolitana milanese. I documenti all’esame della Procura rivelano che sotto la gestione di Giudice, cominciata a maggio 2007, Zincar ha pagato parcelle per decine di migliaia di euro a Scarcella, che disponeva di un ufficio tutto suo presso la sede della società milanese. Un trattamento simile è stato garantito anche a Calogero Casilli, un altro dei fortunati partecipanti alle trasferte a Plovdiv.

Insomma, ricchi premi per tutti, mentre la Zincar andava a fondo. E i bilanci? No problem, come hanno scoperto i liquidatori Angelo Provasoli e Angelo Casò. Bastava truccare il valore degli appalti in corso di esecuzione, inserendo nei conti valori superiori a quelli reali. Così si nascondevano le perdite e la giostra delle consulenze agli amici degli amici poteva continuare. Eppure, almeno sulla carta, il Comune di Milano avrebbe dovuto vigilare sulla gestione della propria controllata. Ma, a quanto pare, nessuno per anni si è accorto di niente. Fino al crack di fine maggio. E allora addio consulenze d’oro. Addio gite a Plovdiv.

di Vittorio Malagutti spreconi.it

 

 
 

Scoperto il buco nero dei conti Zincar

Un buco da 18 milioni di euro. Niente male per un gioiellino come la Zincar che a fine 2007 vantava un giro di affari di soli 4,96 milioni di euro. Una capacità di moltiplicare le perdite che non lascia alibi agli amministratori e ai soci, tra i quali figurano il Comune di Milano con il 51%, la municipalizzata A2a (27%), l’Unione del commercio del Turismo e dei servizi della provincia di Milano (12%) e la Comelmar Italia (12%).

Che le cose non andassero bene per la Zincar, acronimo per Zero impatto non carbonio, la società attiva in studi di architettura, ingegneria e altre attività tecniche, lo si poteva intuire dal bilancio 2007, l’ultimo depositato in Camera di Commercio. A fronte di ricavi di poco inferiori ai 5 milioni di euro, la società aveva costi della produzione per 5,3 milioni, di cui ben 3,4 milioni destinati ai servizi. Tra le passività, figuravano ben 16,4 milioni di euro di anticipi ricevuti dalla controllante (il Comune di Milano), debiti verso fornitori per 2,2 milioni e verso le banche (la Popolare di Sondrio e dell’Emilia) per altri 1,7 milioni. Le perdite per l’esercizio 2007 sono state di poco superiori ai 400mila euro, ma sei mesi dopo, a fine giugno 2008, erano già salite a 700 mila euro, un’ulteriore esplosione dei costi dovuto alle numerose consulenze esterne, gestite in modo non sempre cristallino.

La poca trasparenza della società, è stata confermata dalla scelta di non rinnovare per il 2007 l’incarico ai revisori della Ernst & Young, che l’anno precedente, non avevano emesso la certificazione del bilancio. Il motivo ufficiale era stata «la mancanza di tempo necessario per un adeguato esame dei documenti», dovuto al cambio di uffici e al passaggio di controllo dalla Aem, società quotata (ora A2a), all’attuale compagine azionaria. E la Zincar si era giustificata dicendo che la certificazione non era un obbligo di legge.
Ora bisognerà decidere come ripartire le perdite tra i soci.

Di certo il Comune non vuole accollarsi tutti gli oneri ed è probabile che si opti per una divisione delle attività e delle perdite che coinvolga maggiormente i soci industriali, ovvero A2a e Comelmar Italia. Il compito della divisione spetterà al liquidatore. Di certo si vogliono preservare gli incarichi e le attività della società e insieme con esse i finanziamenti ottenuti, compreso quelli ricevuti dall’Unione europea.

Per conto del Comune, infatti, Zincar sta realizzando nella periferia di Quarto Oggiaro, anche con fondi europei, un centro di informazione e formazione per i cittadini sui temi della sicurezza. Per questo progetto il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha stanziato addirittura 4,3 milioni di euro, già approvati dalla Corte dei Conti. Lo stesso ministero ha pronti altri 6 milioni per il completamento di un progetto avviato da Zincar per analizzare «i microrischi relativi al trasporto di merci pericolose in ambito urbano». Insomma una marea di soldi, che Zincar sembra aver in parte sperperato in consulenze, e comunque ad alto impatto per il Comune, nonostante il nome della società, Zero impatto non carbonio, indichi l’esatto contrario.

di Walter Galbiati

Nella foto il gestore della Zincar, fino alla richiesta di liquidazione, Vincenzo Giudice, consigliere di Forza Italia.

Dal sito di Vincenzo Giudice:

Il sindaco Letizia Moratti ha voluto nominarmi di recente Presidente del Consiglio di amministrazione di Zincar Srl. ( www.zincar.it).
La Mission della società è quella di progettare e proporre iniziative per una città più vivibile. Dalla infomobilità per i non vedenti alla realizzazione di progetti per una mobilità sostenibile, alla videosorveglianza e il telecontrollo, unitamente allo studio di fonti rinnovabili di energia anche nel campo della mobilità sono una sfida che grazie al contributo di professionisti e ricercatori, la società metterà a disposizione nel prossimo futuro della città di Milano.
Vi rimando alla visione del sito per una più ampia illustrazione dei progetti che stiamo eseguendo con grande impegno per la tutela della salute dei cittadini.
Qualsiasi vostro suggerimento sarà ben accetto.
Potete per questo scrivermi all’indirizzo
vincenzo.giudice@zincar.it

10 luglio 2009

Giacomo Brodolini: la politica dei fatti.

Giacomo Brodolini - foto Archivio Cgil
È un flash della memoria, il chiarore dello schermo, il telegiornale ancora in bianco e nero che mostra l’immagine, mio zio, un poliziotto siciliano sempre accigliato, che mormora con l’intenzione di farsi sentire “a che punto siamo arrivati!”.
È la sera del capodanno 1969, la televisione trasmette il servizio in cui racconta che il ministro del lavoro, il socialista Giacomo Brodolini (nella foto), che è stato fino a qualche anno prima vicesegretario della Cgil, ha trascorso la notte precedente con i lavoratori della fabbrica romana Apollon. Hanno montato una tenda a Piazza Montecitorio e protestano contro la chiusura del loro stabilimento; salutano così, insieme con un politico che si sente parte della loro stessa famiglia, l’arrivo del nuovo anno.


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Brodolini, quarantotto anni e cinque mesi, colpito da un cancro contro cui non è bastata l’operazione subita qualche tempo prima, quella notte sa già di essere arrivato alla dirittura finale della sua vita. E con coraggiosa lucidità affida ad un atto simbolico di solidarietà, che l’opinione pubblica del paese possa comprendere senza equivoci, la prova del cambiamento di orientamenti e di politica che c’è stato con il centrosinistra, all’interno di quella che Pietro Nenni aveva chiamato “la stanza dei bottoni”.

Un atto simbolico e politico
Il gesto di quell’inizio d’anno lo fa diventare il bersaglio polemico della parte più conservatrice del paese che, al pari del mio parente poliziotto, non riesce a vederci null’altro che la conferma della prossima fine di una società, in cui a nessun ministro era passato mai in mente di mischiarsi con dei lavoratori in lotta, indicando clamorosamente da che parte sta. Ma sul paese soffia ormai la ventata delle lotte studentesche e la stagione delle grandi rivendicazioni operaie e sindacali preme alle porte di tutti i palazzi del potere.

Non si tratta, però, solo di atti simbolici. Appena qualche giorno dopo la veglia romana, Brodolini si reca ad Avola a ricordare i due braccianti uccisi dalla polizia, un mese prima, nel corso degli scontri che hanno punteggiato la lotta per il rinnovo del loro contratto provinciale di lavoro. Nella sala del municipio del piccolo paese siciliano, il ministro (dei lavoratori, non del lavoro – come tiene a ripetere) illustra il programma su cui impegnerà la sua attività, nel governo presieduto dal democristiano Mariano Rumor, fresco della fiducia parlamentare ottenuta a metà del dicembre appena passato.

Il “manifesto” di Avola
Tutte le grandi questioni riguardanti il lavoro e la vita del movimento sindacale trovano posto in quel discorso. Statuto del sindacato nell’impresa, giustizia del lavoro e tutela dei diritti individuali, riconoscimento delle “categorie sottoprotette”, adeguamento del sistema della formazione professionale, potenziamento degli ispettorati del lavoro, riforma del collocamento con maggiori poteri e funzioni agli organi collegiali per eliminare il caporalato, che Brodolini stigmatizza come “medievale e inumana pratica dell’ingaggio della manodopera sulla pubblica piazza, quasi che si tratti di bestiame per lavori pesanti e non di lavoratori partecipi di un processo di sviluppo, di rinnovamento e di democratizzazione delle strutture del vecchio stato liberale che vede in loro i protagonisti di questa nuova era dei rapporti sociali e della storia”. Ma ciò che sorprende è che, nei sette mesi del suo breve ministero, tutti quei punti, insieme con altri di analoga rilevanza, vengono affrontati di petto e a ciascuno di essi o viene data la soluzione o si dettano le premesse perché altri successivamente lo possa fare.

Gino Giugni, all’epoca giovane capo della commissione di esperti che Brodolini porta con sè al ministero, racconta nella sua “La memoria di un riformista”: “Sembrava quasi aver fretta di portare a termine il suo compito. Riuscì a realizzare tre importanti obiettivi: la mediazione nella vertenza sulle cosiddette gabbie salariali, che favorì un accordo tra Cgil, Cisl e Uil e Confindustria sull’unificazione progressiva dei salari nel paese; una riforma delle pensioni che ancorando la pensione all’80% delle ultime retribuzioni ebbe effetti duraturi e venne modificata solo con Amato nel 1992”, e, infine, lo Statuto dei lavoratori .

La fretta del “Ministro dei lavoratori”
Nodi enormi, che stringono da sempre la vita sociale del paese, tranciato a metà tra nord e sud e paralizzato da istituti, leggi e consuetudini premoderne, si sciolgono a un ritmo incalzante. Francesco De Martino, il leader sulle cui abilità mediatrici Brodolini più confida negli anni dell’aspra contesa all’interno del Partito socialista tra autonomisti e sinistra (una contrapposizione che attraversa tutto il decennio sessanta, ben più complessa della semplice contrapposizione tra filo e anti governativi, agitata nella polemica del periodo), venti anni dopo avrebbe commentato nell’aula consiliare di Recanati, la città natale del compagno di un tempo: “allora vuol dire che se c’è una volontà politica, se vi sono degli uomini impegnati che credono in certe cose non è detto che il regime parlamentare debba essere lento e inefficiente”.

E, in effetti, è una rapida successione di eventi quella che conduce all’approvazione in Consiglio dei Ministri – il 20 giugno del 1969 – del disegno di legge riguardante lo Statuto dei lavoratori, il provvedimento al quale il nome di Brodolini sarebbe rimasto legato per sempre, nonostante un iter parlamentare concluso un anno dopo, sotto la regia di un altro titolare del dicastero, il democristiano di sinistra Carlo Donat Cattin. Ma il più è stato fatto prima e con una velocità straordinaria, resa possibile da accortezza parlamentare, voglia di lavorare, conoscenza giuridica, capacità di decidere sentendo tutti ma senza rinunciare a una sintesi operata con in testa un’idea precisa di quello che è l’interesse generale; armi delle quali Brodolini e il suo gruppo di giovani collaboratori (capo della segreteria è Enzo Bartocci) sanno far uso con intelligenza e anche con una certa dose di fiducia nei propri argomenti e nella buona fede del prossimo. L’incalzare di quei mesi li racconta Emanuele Stolfi, in un libro uscito a metà degli anni settanta, che varrebbe la pena di ripubblicare. (“Da una parte sola. Storia politica dello Statuto dei lavoratori”)

Lo Statuto dei lavoratori
Parole precise erano state già pronunciate da Mariano Rumor nel discorso programmatico davanti alle Camere riunite per la fiducia al suo governo. “Prioritario – sottolinea in quell’occasione il presidente del Consiglio – il governo considera l’impegno a definire in via legislativa, indipendentemente e nella garanzia della libera attività contrattuale delle organizzazioni sindacali, e con la loro consultazione, una compiuta tutela dei lavoratori nelle aziende produttive di beni e servizi che assicuri dignità, libertà e sicurezza nei luoghi di lavoro, con particolare riferimento ai problemi della libertà di pensiero, della salvaguardia dei lavoratori singoli e della loro rappresentanza nelle aziende e delle riunioni sindacali nell’impresa”. La citazione, per quanto un po’ involuta, va riportata per intero perché sintetizza tutte le questioni in discussione da tempo e sulle quali si sarebbe a più riprese arrivato sull’orlo della rottura, tra le forze politiche ma anche nel sindacato.

La novità della proposta consiste nel fatto che si punta senza reticenze all’approvazione di una legge che sia di sostegno all’attività del sindacato nelle fabbriche. L’idea, ricorda Giugni, era venuta a lui e a un altro suo giovane collega, Federico Mancini, qualche anno prima, durante la lunga chiacchierata di un viaggio in treno di ritorno da un convegno di giuslavoristi. “Ambedue nutriti di una forte impronta newdealista, – racconta Giugni – proprio in quell’occasione incominciammo a pensare a un intervento legislativo che non solo potesse rimuovere gli ostacoli all’attività sindacale, ma che fosse anche in grado di costituire una sorta di strumento promozionale della stessa azione sindacale, ovviamente con particolare attenzione alla condizione operaia nei luoghi di lavoro”.

Non tutti sono d’accordo, anche a sinistra e nel mondo del lavoro. La Cisl, per esempio, per bocca del suo segretario Bruno Storti, sostiene che la regolazione di queste materie debba essere lasciata alla contrattazione. Dentro la Cgil, gli studiosi della Rivista Giuridica del lavoro manifestano altre perplessità, e spingono piuttosto perché il Parlamento approvi principi generali sulla libertà dentro i luoghi di lavoro, senza misure che sembrino ritagliare zone franche per il sindacato, di cui si teme l’irretimento dentro procedure opache e burocratiche. Umberto Terracini, capogruppo parlamentare del Pci, esprime gli stessi concetti; decisi, a favore dei contenuti principali del provvedimento, anche se con entusiasmo diverso, sono invece i partiti di governo, primi fra tutti i socialisti, in quel frangente di tempo unificati con i socialdemocratici.

Il 20 giugno 1969
Lo scontro si consuma nelle riunioni della commissione parlamentare a cui viene demandato il compito di unificare le proposte di legge esistenti. Brodolini, che le ritiene troppo timide o troppo astratte, chiede ai parlamentari di sospendere i tempi di decisione per dar tempo al gruppo di lavoro che ha istituito, affidandone la guida a Gino Giugni, di proporre un testo governativo più convincente. In questo difficile incastro, la richiesta di rinvio per togliere argomenti agli avversari tout court della riforma e l’approfondimento dei contenuti chiave con audizioni di tutte le parti in causa, trova una sponda brillante in Gaetano Mancini, l’avvocato socialista presidente della Commissione lavoro del Senato, quella dove le incertezze e gli ostacoli sembrano più gravi. Alla fine, ha ragione lui. E il 20 giugno 1969 il consiglio dei ministri approva il testo e dà così inizio al cammino parlamentare del disegno di legge “sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro”. Quello che diventerà, dopo un supplemento di modifiche che non ne snaturano però l’impianto, lo Statuto dei lavoratori.

Brodolini muore appena venti giorni dopo, in una clinica svizzera dove i medici tentano qualche cura per alleviargli la sofferenza, di cui collaboratori e famigliari diranno poi che non aveva mai voluto parlare.
Dovranno passare più di dieci anni, perché il principio della libertà sindacale garantito concretamente con la sua legge entri davvero direttamente o con i suoi principi cardine in tutti i luoghi di lavoro: anche nella polizia di stato, facendo diventare i poliziotti lavoratori con gli stessi diritti e doveri di tutti gli altri. Mio zio era andato in pensione da un po’ di tempo, ma so che quel cambiamento non gli era dispiaciuto né lo aveva sorpreso più di tanto. Forse, il nome di Brodolini gli ricordava ancora qualcosa.

di Tarcisio Tarquini www.dirittiglobali.it
10 luglio 2009

Federico Aldovrandi: una sentenza contro la violenza e l’arroganza nell’indifferenza dei mezzi di comunicazione.

Il processo di primo grado per la morte di Federico Aldrovandi (nelle foto), avvenuta a Ferrara il 25 settembre del 2005, è arrivato a conclusione. Il Tribunale ha condannato quattro agenti di polizia a tre anni e sei mesi per “eccesso colposo”: li ha giudicati responsabili di aver infierito sul ragazzo, che avevano ammanettato e steso per terra a faccia in giù. Ma la sentenza deve essere arrivata come una sorta di fulmine a ciel sereno per la gran parte dell’opinione pubblica italiana. Il processo, infatti, è andato avanti per mesi nel quasi totale disinteresse dell’informazione: bastano le dita di una mano per contare i quotidiani, i telegiornali e gli spazi di approfondimento televisivo (“Chi l’ha visto?”) che hanno seguito con continuità la vicenda. Eppure è stato un processo molto interessante, sostengono i pochissimi cronisti che l’hanno frequentato: un processo in cui alcune prove si sono formate proprio in aula, durante il dibattimento. Eppure si dice che di questi tempi la cronaca nera e la giudiziaria “tirino” molto. Eppure la passione dell’informazione per le aule di giustizia e per la ricostruzione dei processi negli studi tv è così accentuata che l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha sollecitato e ottenuto l’adozione di un “Codice di autoregolamentazione in materia di rappresentazione di vicende giudiziarie nelle trasmissioni radiotelevisive”. Come mai, allora, del processo Aldrovandi non ce ne siamo curati? Non si può non mettere a confronto questo silenzio con il clamore mediatico che, da mesi, continua ad esserci intorno al processo di Perugia, seguito udienza per udienza, con professionale scrupolo. Una semplicissima ricerca di parole-chiave sulle principali agenzie di stampa, negli ultimi 30 giorni, dà questo risultato: “Meredith” compare in 156 lanci, “Aldrovandi” in 6 (inclusa la sentenza). Difficile sostenere che a Ferrara si sia esaminato un fatto di minore rilevanza rispetto al delitto Kercher. Anche lì c’è una giovane vita stroncata; anche lì c’è il dolore di una famiglia. Ma ci sono una cosa in più e una cosa in meno, nella storia di Federico. In più c’è il coinvolgimento di agenti di polizia: è una vicenda che spinge ad interrogarsi sul modo in cui alcuni intendono il ruolo di “forze dell’ordine”. Una questione che potenzialmente riguarda noi tutti, visto che tutti beneficiamo ogni giorno – per fortuna – della sicurezza che gli agenti garantiscono. In teoria, dunque, questo elemento avrebbe dovuto accrescere l’interesse per la storia. Oppure proprio il coinvolgimento di agenti di polizia ha funzionato da freno, spingendoci all’autocensura? Ma c’è anche una cosa in meno: a Ferrara non c’è sesso, nella vicenda che ha portato alla morte del giovane Aldrovandi. Nessuna possibilità di “arricchire” il racconto con tracce di Dna, reggiseni, ipotesi sulle relazioni tra i giovani coinvolti. E’ un dubbio consistente: sarà mica per questo che Perugia ci interessa tanto e Ferrara quasi per niente? Ed è un dubbio che fa male, soprattutto in queste settimane in cui il giornalismo italiano sta combattendo una sacrosanta battaglia contro il disegno di legge sulle intercettazioni. La stiamo conducendo in nome del diritto dei cittadini di continuare a conoscere vicende di indubbio rilievo pubblico. Rifiutiamo di essere raffigurati – come invece tendono a fare i sostenitori del provvedimento – alla stregua di una corporazione di guardoni, interessati a pubblicare le intercettazioni soprattutto perché vogliosi di mettere in pagina i particolari più pruriginosi che emergono dalle trascrizioni delle telefonate. Difendiamo un’idea di  cronaca che misura gli eventi in base alla loro rilevanza sociale, più che al loro potenziale erogeno. La difendiamo contro chi, dall’esterno della professione, vuole metterci il bavaglio. Ma forse gli avversari non sono solo fuori di noi.
 
di Roberto Natale Presidente Fnsi articolo21.info
 
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Risposta a Pontani
 

Egre. Signor Pontani ,

ho letto sui giornali di oggi che lei ha dichiarato che dormirà sonni tranquilli, “mentre altri no!” A chi si riferisce sig. Pontani? a noi? Ai nostri avvocati Fabio e Riccardo?? Per quale motivo non dovremmo dormire sonni tranquilli? Forse perché io e mio marito non possiamo più avere con noi il nostro primogenito Federico?

Se è per questo lei ha perfettamente ragione. È dal 25 sett 2005 che  non riusciamo più a dormire “tranquilli” sig.Pontani. E’ da allora e così sarà per sempre! O forse perché dobbiamo temere che ci possa accadere ancora dell’altro, come teme l’isp. Nicola Solito? Non ci avete già fatto abbastanza male, anche negandoci il sacrosanto diritto di sapere? Parli chiaro sig. Pontani, ma forse non ne è proprio capace…lo sa fare solo al telefono quando si vanta di aver pestato di brutto mio figlio per mezz’ora mentre il suo cadavere giace ancora caldo vicino a lei.

Dico a tutti che nessuno ma dico nessuno osi insultare o minacciare i poliziotti condannati!!!! chi lo fa ci darà solo dolore e farà il loro triste gioco, e offenderà noi e Federico…la giustizia farà il suo corso…verità e giustizia per mio figlio, niente altro.

Trascrivo ora il testo della lettera di un altro poliziotto, Nicola Solito appunto, amico che ha visto crescere Federico e che per questo ha dovuto darci la notizia che i suoi superiori non hanno avuto il coraggio, o il senso di responsabilità, di darci.

“Carissimo Federico,

non avrei mai pensato di scriverti una lettera, ma oggi, come non mai, ne sento il bisogno.

Non sono mai stato bravo a scrivere delle lettere, perdonami per qualche strafalcione, per la punteggiatura e, come mi rimprovera qualcuno, per i congiuntivi, ma te la scrivo con le parole che mi escono dal più profondo del cuore. Da quel maledetto 25 settembre non c’è notte e giorno che non ti penso, ho sempre davanti agli occhi quella tremenda immagine del tuo corpo senza vita. Nonostante il lavoro che faccio, non ci si fa mai l’abitudine a certe scene e con te è stato devastante perchè ti conoscevo. Da ragazzo ho sempre sognato di fare il poliziotto e quando finalmente ho indossato quella divisa sono stato l’uomo più felice del mondo. Sai bene quanto amo e come sono orgoglioso del mio lavoro, tant’è che per farlo al meglio ho deciso di farlo lontano dalla mia terra, questo, per non subire condizionamenti e qui a Ferrara mi sono circondato di pochissimi veri amici; sempre al di sopra delle parti, perchè è così che deve essere. Quella mattina mi sono chiesto tante volte: perchè è toccato proprio a me…. e mentre andavo verso casa tua, cercavo di trovare le parole per come dirlo a tuo padre Lino, a tua mamma Patrizia, a tuo fratello Stefano.

Non c’è stato bisogno di parole…. dopo tanti anni di conoscenza e di amicizia… è bastato uno sguardo.

Ho davanti agli occhi lo strazio di tuo padre che, inginocchiatosi davanti mi stringeva forte le gambe urlando: “Dimmi che non è vero Nicola…. dimmi che è uno dei tuoi scherzi…” Sarebbe stato uno scherzo troppo crudele.  Tante volte quella mattina ho pregato Dio di essere ancora nel mio letto, che quello che stavo vivendo era un brutto sogno. Purtroppo era vero.

Con i tuoi genitori abbiamo deciso di non vederci e frequentarci più per motivi di opportunità, perché non volevamo che qualcuno, nel vederci insieme, potesse pensare o credere chissà che cosa.  È stata una decisione sofferta ma opportuna.  Gli amici si vedono nel momento del bisogno e io non ho potuto stargli accanto. Ho seguito l’evolversi della vicenda dalla televisione, da quello che scrivono i giornali, dal blog che ha creato la tua mamma. Il tuo papà una volta mi ha chiesto che cosa avrei fatto se quella mattina ci fossi stato io sul posto. Il tuo, era e doveva essere il più semplice degli interventi che una forza di polizia può affrontare e risolvere. Quella mattina potevi essere chiunque, il figlio di chiunque, la persona più onesta o disonesta di questo mondo. Quando ci si trova di fronte a una persona nelle condizioni in cui ti hanno descritto, la prima cosa da fare è chiamare un’autoambulanza con medico al seguito. Nel frattempo si prova a dialogare con chi ti sta di fronte per cercare di calmarlo, di tranquillizzarlo. Se poi è violento o diventa violento ci si allontana, ci si chiude in macchina chiedendo rinforzi.

Una volta arrivato il medico, con questi si concorda su come intervenire. Di solito si immobilizza il soggetto e il medico pratica un’iniezione con del calmante. C’era solo questo da fare e nient’altro, perche quello che è invece accaduto quella mattina e da quella mattina in poi è un incubo. In tutto questo tempo ho dovuto fare i conti con me stesso e con tutto quello che mi circonda, da una parte l’uomo e dall’altra il poliziotto, perché io ero “l’amico” e per questo ho subito gratuitamente delle minacce, battute e commenti fuori luogo. Quante volte ho dovuto stringere i denti, fare finta di niente, fare finta di non aver sentito. Sono fatti, eventi che ti segnano, ti sconvolgono radicalmente la vita, ti sfiancano, specialmente dopo la mia deposizione, quando qualcuno ti manda a dire: “Purtroppo l’onestà non paga mai!”, come se, nella vita ad un certo punto devi essere obbligato o forzato a fare delle scelte o a schierarti, perchè non hanno ancora capito che non si tratta di andare contro il “Sistema”, di fare il paladino della situazione. Si tratta di essere uomini dalla testa ai piedi, perché io la mattina voglio guardarmi allo specchio e, la sera, quando vado a letto, devo e voglio dormire con la coscienza a posto. Sono arrivato al punto di non avere più fiducia in nessuno, a non sapere più di chi fidarmi. Ho scelto di continuare a essere onesto e sincero come lo sono sempre stato, perchè questo mi permette di camminare sempre a testa alta e a guardare in faccia chi mi sta di fronte, senza peli sulla lingua, a dire spietatamente sempre quello che penso e assumendomi sempre tutte le mie responsabilità. Questo mi ha portato ad allontanare inconsciamente e volutamente le persone a cui voglio bene, le persone che amo, per paura che, quanto mi è accaduto e mi sta accadendo, che le mie scelte, possano di riflesso e in qualche modo arrecargli del danno, del male, che possano subire delle rivalse, delle ripicche.  Gente che è arrivata a fare quello che ha fatto è capace di tutto.

Sai Federico, sono tanto cambiato, non sono più il Nicola di una volta, quello che rideva, che scherzava, sempre pronto a fare delle buone  e sane pazzie, quello che ha sempre detto: “la vita va presa per il c….!”.

Questa mattina, per la sentenza, come quella maledetta mattina del 25 settembre, sono e mi sento solo e da solo ho deciso di essere al fianco di tuo padre Lino, di tua madre Patrizia, di tuo fratello Stefano. La sentenza, non mi interessa, qualunque essa sia.

Da oggi in poi, mi interessa solo tornare a stare al fianco dei tuoi genitori e di Stefano, perché l’AMICIZIA, come l’AMORE e come altri e veri nobili sentimenti che non accettano condizioni, non possono e non verranno mai scalfiti da qualsiasi strategia, disgrazia, da qualsiasi evento. I tuoi genitori sono affamati di verità e giustizia e spero tanto che trovino delle risposte ai loro perché, che trovino un po’ di pace, di tranquillità, perché perdere un figlio è inumano, è contro-natura e come poliziotto ti chiedo perdono per tutto quello che ti hanno fatto. Niente e nessuno potrà riportarti in vita, mi auguro che quanto successo ci serva a migliorare ancora di più, a cambiare il mondo di tutti i giorni, specialmente le coscienze degli uomini che, qualunque cosa essi facciano o dicano, si comportino con umanità, umiltà, coscienza, dignità, lealtà, onestà, rispetto, onore, perché nessuno possa mai più pensare o possa permettersi di dire: “l’onestà non paga mai!”. Sinceramente non so come saranno per me i prossimi giorni, mi auguro e spero di trovare anch’io un po’ di pace, di serenità, di tranquillità, di ritrovare il mio “senso della vita”.

Ti voglio bene.

Un bacio

Nicola (Solito)

http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/

9 luglio 2009

Rapporto ONU sulle droghe: Meno impegno della polizia con gli utenti, più sforzo con i trafficanti

"Meno impegno della polizia con gli utenti, più sforzo con i trafficanti". Con queste parole si apre il rapporto sul mercato delle droghe presentato a Washington dal direttore dell’UNDOC (United Nations Office for Drug and Crimes) Antonio Maria Costa e da Gil Kerlikowske, capo della ONDCP (Office of National Drug Control Policy).

Con il rapporto 2009 l’UNDOC ha aperto interessanti tavoli di discussione affermando a chiare lettere, per la prima volta dalla sua fondazione, la necessità di modificare radicalmente l’approccio dei Governi alla spinosa e quanto mai attuale problematica connessa al mercato delle droghe nonché alla loro diffusione.

La fotografia che emerge dal rapporto registra, rispetto al 2008, un calo del 19% nella produzione dell’oppio (di cui l’Afghanistan detiene il 93% dell’intera produzione mondiale) e del 18% nella coltivazione della coca, dalla quale viene poi sintetizzata la cocaina (prodotta per il 50% dalla Colombia) la cui stima di produzione, relativamente al 2009, è stata di 850 tonnellate ovverosia tra le più basse dell’ultimo lustro. Nessun calo invece per la produzione di Marijuana che risulta ancora essere la droga più coltivata e diffusa in tutto il mondo, soprattutto grazie a nuove tecniche di coltivazione il cui utilizzo permetterebbe di dimezzare i tempi tra semina e raccolta e consentirebbe l’estrazione di una sostanza il cui contenuto di principio attivo (tetraidrocannabionolo o, più semplicemente THC) è addirittura raddoppiato rispetto a soli dieci anni fa. In aumento invece risulta la produzione ed il consumo delle droghe sintetiche, soprattutto nei paesi in via di sviluppo dove la diffusione di Extasi, Ketamina, Crack, anfetamina e derivati sta aumentando di anno in anno (si consideri che nel 2007 le forze di polizia locale, coadiuvate dai servizi di intelligence di vari Stati europei nonché USA, hanno sequestrato nella sola Arabia Saudita circa il 35% dell’intera produzione mondiale di anfetamine).

Alla luce di un tale quadro di riferimento, appare in effetti lecito interrogarsi sulla validità del metodo con il quale i Governi hanno affrontato finora la questione droghe e non stupisce, in ultima analisi, la volontà dell’UNDOC di affrontare la questione da un’altra prospettiva. A scanso di equivoci Costa chiarisce subito che "legalizzare le droghe sarebbe un errore storico" in quanto "la droga continua ad essere una seria minaccia per la salute" ma ammette che uno degli effetti indiretti della politica del proibizionismo sin ora implementata su scala mondiale – con qualche eccezione (si vedano i Paesi Bassi) – favorisca l’aumento costante dei proventi che la criminalità organizzata si accaparra in qualità di "monopolista" del detto mercato. Inoltre, con specifico riferimento alle droghe leggere, è opinione di Costa che un’eccessiva criminalizzazione dei giovani – e meno giovani – consumatori di tali sostanze, spinta fino alla previsione del carcere, possa avere per questi effetti addirittura deleteri.

Proprio alla luce di queste considerazioni, allora, si può comprendere a fondo la frase di apertura del rapporto UNDOC che vorrebbe più sforzo nella lotta ai produttori e meno repressione degli esecutivi ai danni degli utilizzatori, spostando così la trincea della lotta alla droga alla fase embrionale della filiera che va dal produttore al consumatore. Ulteriore aspetto messo in luce dal rapporto è la stretta correlazione tra violenza e variazioni nel mercato della droga, evidenza confermata dai recenti disordini avvenuti in America centrale, causati dalla contrazione del mercato – locale e mondiale – che i cartelli, principalmente colombiani, stanno tentando di ripartirsi a colpi di mitragliatrice e faide sanguinose. Anche l’Africa paga lo scotto per la sua apparentemente insaziabile appetito di cocaina. Per usare le parole di Costa, "se l’Europa vuole davvero aiutare l’Africa, dovrebbe ridurre il suo appetito per la cocaina".

Pare, in ultima analisi, che un nuovo vento stia iniziando a spirare tra i corridoi degli uffici governativi delle grandi potenze mondiali e la speranza di tutti e che la lotta alla droga, presto, inizi ad essere combattuta utilizzando armi nuove indirizzate verso bersagli differenti.

di Pierluigi Marchioni meltinpotonweb.com

8 luglio 2009

Ma agli italiani (quali?) piace anche così…

                                                                 © Times  
7 luglio 2009

Cina: gli Uiguri dello Xinjiang, i motivi delle rivolte.

 
 
Chi sono gli Uiguri dello Xinjiang?
 
Quali sono le cause delle violenze nello Xinjiang?
Lo Xinjiang, 20 milioni di abitanti e una superficie pari a cinque volte l’Italia, è una regione autonoma situata nel nord ovest della Repubblica Popolare cinese. È ricca di petrolio e gas naturale e già nel XIX secolo è stata al centro del «Great Game», la lotta fra la Russia, la Gran Bretagna e il moribondo Impero cinese per il controllo dell’Asia centrale. L’instabilità odierna deriva dai contrasti fra gli uiguri, nativi della regione, che vorrebbero l’indipendenza, e il governo di Pechino, interessato a mantenerne il controllo in chiave strategico-militare e come riserva di materie prime. Lo stesso nome Xinjiang, che in mandarino significa «Nuova frontiera», è ritenuto offensivo dagli uiguri che preferiscono chiamare il loro territorio Turkestan orientale.

Chi sono gli uiguri? Perché vogliono l’indipendenza?
Gli uiguri sono una minoranza di religione musulmana e turcofona che da secoli abita nello Xinjiang vivendo di pastorizia e di commercio lungo l’antica Via della Seta. Oggi rappresentano la maggioranza relativa della popolazione, il 46%, mentre il resto degli abitanti della regione sono cinesi di etnia Han (39%) e kazaki.

Quando iniziarono i contrasti con Pechino?
La cultura indipendentista nacque nei primi decenni del Novecento in opposizione ai signori della guerra che controllavano la regione in assenza di un governo stabile a Pechino. Negli Anni Trenta, durante la guerra civile cinese fra il Kuomintang di Chiank Kai Shek e l’esercito comunista di Mao Tse Tung, gli uiguri riuscirono a creare due stati indipendenti, la Prima (1934) e la Seconda Repubblica del Turkestan orientale (1944). Nel 1949, però, dopo la vittoria comunista costata la vita anche a Mao Tse Tan, fratello minore di Mao, il regime comunista riuscì a conquistare la regione e ad annetterla alla neonata Repubblica Popolare. Fra gli Anni Sessanta e gli Anni Settanta, in piena Rivoluzione culturale, Pechino ha rafforzato la sua politica coloniale favorendo l’insediamento di cinesi Han e provocando la reazione uigura.

Qual è la politica cinese nella regione?
Gli elementi più significativi sono la «sinizzazione» della popolazione attraverso gli incentivi per i cinesi Han che si trasferiscono nello Xinjiang, l’urbanizzazione e il sostegno allo sviluppo economico delle città. Di pari passo il governo mostra i muscoli con gli indipendentisti arrestando o costringendo all’esilio i loro leader. Molte ong accusano Pechino di violare i diritti umani e di reprimere le tradizioni degli uiguri per minare le basi della loro identità. L’ultimo episodio denunciato risale al marzo scorso quando il governo cinese ha annunciato di voler radere al suolo il bazar di Kashgar, luogo simbolo della cultura uigura, e di voler trasferire le 100 mila famiglie che vi abitano nei nuovi palazzi costruiti nella periferia della città. Rispetto alla religione musulmana Pechino ha sperimentato due strategie: di apertura negli anni Ottanta, di maggiore controllo negli anni più recenti.

Chi si batte per l’indipendenza dello Xinjiang?
Nella regione, oltre ai movimenti politici panturchi e al partito transnazionale del Turkestan, sono attivi anche alcuni gruppi estremisti come il Movimento islamico del Turkestan orientale e l’Organizzazione di liberazione del Turkestan orientale (Entrambi nella lista nera delle organizzazioni terroristiche stilata dagli Usa). Queste organizzazioni compiono attacchi contro l’esercito, gli abitanti di etnia Han e gli uffici governativi. Pechino li ritiene responsabili degli attentati che nell’agosto scorso hanno insanguinato la vigilia olimpica.

Ci sono rapporti fra questi gruppi e il terrorismo internazionale?
Un primo legame risale al 1979 quando i miliziani islamici uiguri vennero invitati da Pechino e dagli Usa a combattere contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Negli ultimi anni, invece, Pechino li ha accusati di avere rapporti con la rete di al Qaeda e di formarsi nei campi dei seguaci di Bin Laden. Dal 2002 alcune decine di combattenti uiguri sono stati fermati dai militari Usa impegnati in Afghanistan, e imprigionati a Guantamo. Nei mesi scorsi nove di loro sono stati liberati e trasferiti in Albania e alle Bermuda.

Dopo il 2001 lo scontro si è riacceso. Come mai?
Dopo l’11 settembre 2001 il governo cinese, in modo molto simile a quanto fatto da altri Paesi, ha iscritto lo scontro con i terroristi islamici interni nella narrazione della Guerra globale al terrorismo lanciata dagli Usa di Bush. Da allora gli attacchi degli indipendentisti e la repressione di Pechino si sono intensificati.

Perché si parla tanto dei tibetani e poco degli uiguri?
Sia l’annessione cinese del Tibet che quella dello Xinjiang risalgono al 1949 ed entrambe le regioni sono popolate da minoranze religiose. Ma, mentre i buddisti tibetani godono del sostegno della società civile internazionale e hanno un leader di riferimento come il Dalai Lama, gli uiguri pagano la diffidenza del mondo occidentale verso l’integralismo islamico.

 
di Francesco Moscatelli lastampa.it
 
 
Minoranza musulmana in Cina. La Situazione attuale degli Uiguri
 
“La politica del governo cinese verso gli uiguri è molto simile a quella verso il popolo tibetano. Uiguri e tibetani soffrono sotto la stessa occupazione, entrambi sono repressi e dominati e devono sopportare le stesse umiliazioni”.

È il commento di Urgen Tenzin, direttore esecutivo del centro tibetani per i diritti umani e la democrazia (Tchrd) ad AsiaNews, sulla e la repressione della polizia cinese verso le manifestazioni di Urumqi e in altre città dello Xinjiang.

L’unica differenza – spiega Tenzin – è che “a differenza degli uiguri, il popolo tibetano ha una guida spirituale e morale nel Dalai Lama che di continuo sottolinea e invita tutti i tibetani a risolvere il problema del Tibet in modo non violento”.

Le manifestazioni e gli scontri di questi giorni ricordano molto da vicino quanto è successo lo scorso anno in Tibet. Manifestazioni a Lhasa e in altre aree tibetane si sono trasformate in rivolte e violenze contro l’esercito e la popolazione han. Pechino ha accusato i tibetani di terrorismo e di voler minare le Olimpiadi con la violenza.

“Questo giudizio [sulla violenza ] è una voce della propaganda ufficiale cinese. Nel marzo 2008 vi è stata una protesta generale, ma seguendo le indicazioni del Dalai Lama, ispirate al Mahatma Gandhi, essa doveva essere non violenta. Purtroppo, la macchina della propaganda cinese ha usato ogni manipolazione per mostrare le proteste come violente. Gli incidenti successi il 14 marzo – dove alcuni negozi di cinesi sono stati bruciati e alcuni di etnia han sono morti – sono scoppiati da una aspra provocazione. Ma la propaganda cinese ha mostrato a tutto il mondo “la violenza” dei tibetani. Ma tutto il mondo ha potuto vedere ovunque manifestazioni non violente di tibetani”.

Secondo Tenzin, dalle manifestazioni e dalle violenze a Urumqi la Cina dovrebbe imparare una lezione: “La frustrazione dei tibetani aumentano; diveniamo sempre più stufi davanti alla mancanza di sincerità della Cina nel voler risolvere il problema tibetano. Pechino dovrebbe cercare di negoziare con il Dalai Lama e trovare una soluzione mentre egli è vivo. Nessuno di noi può prevedere cosa succederà alla sua morte. Fino ad ora egli predica e chiede la non violenza, ma in seguito…”.

Asianews

6 luglio 2009

Le macerie del G8 dell’Aquila.

No hoops allowed in the chaos of G8 logistics

Top secret: a mobile basketball hoop specially installed for Barack Obama to enjoy during next week’s Group of Eight summit of world leaders is strictly off-limits to unauthorised personnel, the heavily armed Italian police guards warned.

Such is the chaotic state of preparations for the summit in a police barracks on the edge of the quake-torn city of L’Aquila that scores of reporters were kept penned for hours outside in a temporary press centre waiting for Silvio Berlusconi, prime minister and host, to speak.

Except, that is, for two frustrated correspondents of the Financial Times and The Guardian, who found an unguarded side entrance into the sprawling complex of the Ministry of Finance Police College and spent an hour mingling with workers before finally being captured at the hoop.

"Excuse me. What are you doing?" asked one of two guards, armed with submachineguns and pistols strapped to their thighs. Identities checked and digital photographs of the sensitive hoop deleted, the two reporters were escorted back to the pen.

With an attention to detail that Italy’s billionaire premier also devotes to his lavish private parties, Mr Berlusconi is personally supervising the nearimpossible logistics of hosting 39 heads of government and international organisations at L’Aquila – along with 3,500 journalists, 15,000 guards and thousands of accompanying staff.

"It’s a bit of an ambitious plan but we can do it," assured Mr Berlusconi, anxious that the Silvio Show will trump the media’s attention to judicial investigations into the alleged procuring of prostitutes for his parties by a business acquaintance suspected of corruption in acquiring health sector contracts.

Inside, the complex scaffolding and lighting were being erected, miles of cables laid, pot plants and trees shuttled about and stands erected for the media. Workers asked each other (and the two reporters) for directions, as officials whizzed around in electric cars. Groundsmen watered newly laid lawns in the middle of a thunderstorm.

Monogrammed bathrobes will be ready, and motorway-style food is on the way from Autogrill, the highway caterers. Sidewalks have been carpeted in green.

But officials are probably right to hope that everything will be all right on the night, and in keeping with the sober backdrop of a global financial crisis and a ruined medieval city.

The summit was to be held on a small island off Sardinia, but Mr Berlusconi switched the venue to bring attention to the city after the April 6 quake killed nearly 300 people and made over 50,000 homeless.

In a reminder of the risks, L’Aquila was again rocked by a big tremor yesterday, sending people back into the streets.

The tremor, measuring 4.1 on the Richter scale with an epicenter some eight kilometers from the center of L’Aquila, was moderate compared to the quake that devastated the town on April 6, killing 299 people.

The summit of the world’s leading industrial countries is to take place from July 8-10.

By Guy Dinmore in L’Aquila, Italy  Copyright Financial Times Limited 2009

Quel falò delle vanità che sarà il G8 dell’Aquila.

Non si sentiva proprio il bisogno del G8 all’Aquila. Un’altra passerella di potenti, un altro falò delle vanità, stavolta per giunta in faccia ai terremotati. I grandi vertici di potenti della Terra, in questi ultimi  anni, si sono segnalati soltanto per la miseria dei contenuti. A rileggere ora le dichiarazioni degli uomini che avevano in mano i destini del Pianeta, cascano le braccia. Non c’era un singolo tema sul quale loro non avessero torto e invece ragione i ragazzi che fuori manifestavano e venivano massacrati dalla polizia. L’economia verde, l’allarme ambientale, la lotta allo strapotere della finanza, la crescente distanza fra Paesi ricchi e poveri e all’interno delle stesse società ricche, la follia della guerra in Iraq e della dipendenza dal petrolio. Ecco le ragioni per cui a Seattle o a Genova si finiva sotto i manganelli o direttamente in galera. E sono le stesse ragioni che, con incredibile faccia tosta, gli stessi potenti di allora, con qualche nuovo socio del club, sbandierano ora nei discorsi, al posto degli slogan passati di moda con la crisi: il liberalismo, l’”esportazione della democrazia”.

Non bastasse, questo G8 si tiene nel luogo e con il padrone di casa sbagliati. È gia penoso assistere a questo inutile spreco di scorte e mezzi, sotto lo sguardo della gente che tira a campare nelle tende. Tutto per onorare una pessima trovata demagogica, escogitata mesi fa da Berlusconi per scippare qualche voto in vista delle elezioni. E, poi, c’è appunto lui, Berlusconi. Il più imbarazzante capo di governo dell’Occidente, col suo codazzo di scandali e scaldaletti, l’unanime deplorazione della stampa internazionale. È probabile che Obama, Merkel, Sarkozy e gli altri studieranno qualche modo per prendere le distanze da un simile personaggio, limiteranno al minimo le manifestazioni pubbliche, le fotografie, i pranzi, le sceneggiate pubbliche insomma. Non fosse altro per non finire in un album accanto a escort, aspiranti veline e relativi protettori, che ormai tutto il mondo sfoglia da mesi con un misto di disgusto e irrisione. Ma allora non conveniva lasciar perdere tutto? Non era meglio, signori presidenti, rimanere nei vostri Paesi, declinare l’invito o magari delegare il solo Topolanek, liberando l’anfitrione per un bel fine settimana di bagordi a Villa Certosa? Non si poteva evitare questa mezza buffonata, al cospetto degli aquilani, che avrebbero anche  problemi seri?

 

di Curzio Maltese Il Venerdì

3 luglio 2009

I destini incrociati di Afghanistan e Pakistan.

 

In Afghanistan il 2008 ha segnato un netto inasprimento del conflitto, confermato nei primi mesi del 2009. Tra i soldati della coalizione internazionale il numero di morti è stato il più elevato dall’inizio della guerra nel 2001: 294 morti, di cui 155 statunitensi e 139 di altre nazionalità. Complessivamente, dall’inizio del conflitto al marzo 2009 i militari della coalizione morti in Afghanistan sono stati 1.119, dei quali 671 statunitensi, 152 britannici e 116 canadesi, secondo l’ICCC. Ma naturalmente sono stati soprattutto gli afghani  a pagare il prezzo più elevato in termini di vite umane: almeno 1.500 morti tra soldati e poliziotti afghani  nel 2008, un numero imprecisato di guerriglieri afghani stimato in qualche migliaia e un numero di vittime civili aumentato del 40%, passando da 1.523 del 2007 a 2.118; il 55% circa di queste vittime (1.160 civili) è attribuito alla responsabilità dei guerriglieri, mentre il 39% (829 civili) alle forze NATO, USA e afghane, con un incremento del 31% rispetto all’anno precedente dei civili uccisi da eserciti afghano e stranieri, soprattutto a causa dei raid aerei che nel 2008 hanno ucciso 552 civili afghani. Mentre l’Afghanistan continua a essere uno dei Paesi più poveri del mondo, con un tasso di povertà al 42%, un altro 20% di popolazione appena sopra alla soglia di povertà e 1,2 milioni di bambini con meno di cinque anni a rischio di grave malnutrizione, l’offensiva dei taliban nel 2008 ha aumentato del 18% in un anno il loro controllo del territorio, estesosi al 72% del Paese secondo l’ICOS. Gli USA hanno deciso di aumentare di oltre 20.000 unità il loro contingente di 38.000 militari, ma «l’intervento militare e l’intelligence da sole non bastano per vincere», spiega l’ICOS, sottolineando come ci sia stata finora «un’enorme sottovalutazione nel campo umanitario».

Inoltre, va considerata la dimensione sempre più regionale del conflitto, che porta oltre il confine orientale al Pakistan, dove le aree tribali non sono più solo luoghi di raggruppamento e organizzazione per gruppi taliban, qaedisti e membri delle tribù locali alleate, ma anche campo di battaglia per il nuovo movimento taliban pakistano che ha deciso di intervenire direttamente. Il 2008 ha infatti sancito la saldatura tra il teatro afghano e quello indo-pakistano, trasformando la battaglia per l’Afghanistan in un elemento della più ampia lotta in corso per il controllo del Pakistan e il possesso del suo arsenale atomico. La complessità e l’esplosività del Pakistan è però determinata dai legami tra il suo fronte occidentale, che lo lega alla situazione afghana, con l’altro fronte caldo che attraverso la regione del Kashmir conduce ai difficili rapporti con l’India, come dimostrato dall’attacco di Mumbai attribuito a gruppi islamisti pakistani. Come con i taliban sul fronte occidentale, anche in questo caso a giocare un ruolo chiave è l’ISI, quel servizio segreto considerato da molti osservatori il “vero governo” del Paese e che utilizza i gruppi estremisti nelle sue “guerre per procura” in Afghanistan e in India. «Disegnando una mappa aggiornata del terrorismo e delle armi di distruzione di massa, tutte le strade si intersecherebbero in Pakistan», scriveva nel dicembre 2008 una Commissione del Congresso degli USA, individuando così nel Pakistan la principale minaccia per la stabilità internazionale.
 
 
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