Posts tagged ‘Napoli’

13 dicembre 2011

“Più facile incastrare un camorrista che un politico”

È più difficile indagare su un politico che incastrare un camorrista”. Giandomenico Lepore sorride, mentre rientra da una manifestazione anti-camorra, la prima da quando ha lasciato la procura di Napoli. Ora è in pensione. E ha soltanto un cruccio: “Sono stati sette anni splendidi, qui a Napoli, il rammarico è che mi sento ancora in grado di poter dirigere un ufficio”.    Dice che è più difficile indagare su politico che incastrare un camorrista. Intanto i suoi sostituti e la polizia giudiziaria hanno arrestato l’ultimo grande latitante dei casalesi, Michele Zagaria.    Me l’avevano promesso. Ed è stata mantenuta: l’hanno catturato prima dellamiapensione.Unadimostrazione ulteriore della professionalità dei nostri magistrati e della nostra polizia giudiziaria: il completamento di un’attività che ci ha portato ad arrestare un gran numero di latitanti, come Giuseppe Setola e Antonio Iovine.    Non siete riusciti ad arrestare il coordinatore regionale del Pdl, Nicola Cosentino, secondo voi colluso proprio con i casalesi.    Non ci siamo riusciti perché il Parlamento s’è opposto, e io non posso che rispettarne la volontà. Resto convinto che doveva essere arrestato. E ora c’è una seconda richiesta: vedremo cosa deciderà il Parlamento.    Perché è più difficile colpire un politico che un camorrista? Soltanto per i dinieghi del Parlamento?    Contro un camorrista si possono usare mezzi investigativi , come le intercettazioni, che è difficile utilizzare per un parlamentare. Ma è soltanto un esempio. Diciamo che nelle indagini sulla politica è molto più complicato raccogliere prove.    Il suo ufficio ha convocato Berlusconi, da presidente del Consiglio, per essere interrogato come parte lesa nel procedimento contro Lavitola. Il premier non s’è mai presentato e, nel frattempo, il fascicolo è stato trasferito a Bari e a Roma. Se tornasse indietro lo convocherebbe ugualmente?    Certo. Nessuno aveva intenzione di contrastare Berlusconi. Doveva essere ascoltato come parte offesa e come persona a conoscenza dei fatti: la legge non esenta Berlusconi dal testimoniare. Se il fascicolo fosse rimasto a Napoli avremmo insistito fino alla richiesta del suo accompagnamento in Procura. Che il Parlamento, immagino, avrebbe negato. Ma noi l’avremmo richiesto. Abbiamo sempre avuto la schiena dritta: per Berlusconi non abbiamo fatto eccezioni.    E le pressioni della politica, in quei mesi, si sono sentite?    Eravamo sereni. Avevamo fatto il nostro dovere. Diciamo che alcuni articoli di giornale, e alcune interrogazioni parlamentari del centrodestra, mi hanno costretto a dover ribattere punto su punto. Era tempo che dovevamo dedicare all’inchiesta su Lavitola e Gianpi Tarantini. Tempo impiegato, invece, a difenderci dall’accusa di alcuni politici del centrodestra.    L’arresto di Zagaria, l’indagine su Lavitola, poi la P4 di Luigi Bisignani e Alfonso Papa, l’inchiesta su Finmeccanica e sul braccio destro di Tremonti, Marco Milanese: in questi ultimi anni – e ne citiamo soltanto alcune – la procura di Napoli è stata davvero in prima linea. E siete stati vulnerabili all’attacco di qualche talpa eccellente: nel caso della P4, s’è scoperto che Bisignani era stato avvertito d’essere sotto inchiesta…    …e i suoi telefoni hanno finito di parlare, come si dice in gergo. Per l’indagine è stato un danno gravissimo.    Però avevate centrato un grosso obiettivo.    Le fughe di notizie sono un sistema per contrastare il nostro lavoro. Siamo stati sotto attacco più volte. E mai le fughe di notizie sono state imputabili al nostro ufficio, che ci ha soltanto rimesso. Lavitola è latitante da quando Panorama ha svelato che c’era un’indagine su di lui, per esempio, e anche su quella fuga di notizie abbiamo aperto un fascicolo. In questo caso, come per Bisignani, le conseguenze sul nostro lavoro sono state gravissime. Ma abbiamo raggiunto i nostri risultati. Bisignani ha patteggiato e Alfonso Papa, ancora ai domiciliari, è sotto processo.

di Antonio Massari, IFQ

9 novembre 2011

La Napoli civile

Bisogna fare la rivoluzione, ha ricordato Michele Santoro, citando l’ultimo Monicelli. Civile, certo. Ma sul tema non si può non ricordare l’altra, quella per antonomasia, che apre una nuova pagina della storia e che forse non ebbe veramente inizio il 14 luglio 1789, con la presa della Bastiglia, ma solo tre anni più tardi. Quando il generale Kellermann arringò i suoi soldati e guidò personalmente un temerario assalto alla baionetta nei pressi di Valmy, contro i più numerosi e meglio equipaggiati avversari austro-prussiani. Nell’attonito esercito in ritirata militava Goethe, che ricorderà quel giorno memorabile: “Finì il vecchio mondo e iniziò una nuova era”.

Agli straccioni di Valmy e al loro generale, lanciati disperatamente contro il nemico da respingere, si pensa suggestivamente nel vedere all’opera Raphael Rossi, un giovane dirigente, che avendo detto no a una tangente di centomila euro si è guadagnato i galloni di incorruttibile – e la perdita del lavoro – ed è sceso giù dal Piemonte per contrastare un problema ancor più insidioso delle armate austro-prussiane: l’immondizia di Napoli. Uno di quei nodi inestricabili che oggi si usa classificare come “sistemici”, per dire che non ci si può far niente e bisogna solo abituarsi a conviverci. Dalla camorra in giù tutto è “sistema” a Napoli. E per ribaltarne il circuito vizioso, come insegnano gli studiosi della complessità, non c’è altro da fare, per l’appunto, che una rivoluzione. È quanto sta accadendo a Napoli in questi mesi (“Report”, Rai 3, lunedì, 21.30). Da quando il sindaco De Magistris ha chiamato Rossi, a giugno, a presiedere l’Asia, l’azienda che si occupa dello smaltimento dei rifiuti nella città partenopea. L’impresa è subito apparsa disperata. Il bilancio aveva l’obiettivo di chiudere con 17 milioni di perdite. Funzionavano tre mezzi su dieci e quelli rotti non venivano aggiustati per mancanza di fondi.

Il novello generale Kellermann ha talento, onestà e competenze, qualità rarissime, soprattutto fra i politici, ma intorno a lui c’è una desolata realtà, frutto di quarant’anni di inefficienze e corruzione . I nuovi “straccioni di Valmy” sono il suo piccolo esercito di operai demotiva-ti, stanchi, ammalati, reduci di mille sconfitte: “Qui il più giovane ha sessant’anni: chi ha le costole rotte, chi ha le gambe scassate, chi ha la meningite…”, ai quali va offerta una prospettiva, perché la battaglia è di quelle decisive. Napoli rinasce nell’impegno umile di questi lavoratori un po’ malandati, oppure affonda definitivamente nei cumuli della monnezza, che sembra sparire per qualche tempo, e che all’improvviso ricompare, come una sommersa isola ferdinandea, a intasare strade e marciapiedi. Piccoli eroi di tutti i giorni, che si ingegnano con soluzioni creative, affiancati da associazioni spontanee di ragazzi, come i “Friarielli ribelli”. Intanto, anche se in ritardo rispetto alle iniziali aspettative, inizia la raccolta porta a porta, proprio nel quartiere più duro: Scampia. Ed è quasi miracoloso: sembra che funzioni. E i cittadini alla finestra hanno l’espressione incredula e la speranza in fondo al cuore di potercela fare. Di potersi salvare e vincere: “Anche noi – sussurrano con ritrovato orgoglio – siamo persone civili”.

di Luigi Galella, IFQ

31 maggio 2011

Referendum avanti tutta

Il nuovo sindaco di Cagliari, Massimo Zedda sembra un ragazzino ma al suo avversario, una vecchia volpe, non ha lasciato scampo. A Milano, Pisapia ha spazzato via la Moratti senza mai alzare la voce. E forse neppure De Magistris pensava che a Napoli gli sarebbe arrivata addosso quella grandinata di voti. Da domani affronteranno problemi giganteschi (e non solo la spazzatura). Oggi, fanno pensare le loro facce e le loro parole così diverse, così distanti dai volti e dalle parole dei vincitori di ieri. La sconfitta di Berlusconi appare irrimediabile perché irrimediabilmente sconfitta è la contraffazione che ha dominato la politica dell’ultimo ventennio. C’è un momento in cui non le ideologie o gli schieramenti, ma il puro e semplice senso comune si ribella. E dice basta, non se ne può più del cerone, dei capelli tinti, dei fondali di cartapesta e degli slogan ripetuti a pappagallo (e che palle “meno male che Silvio c’è”). B. ha stufato persino i suoi per il semplice motivo che non intendono affondare con lui. C’è un momento in cui persino un Paese che sembrava lobotomizzato dal pensiero unico proprietario riscopre che si può parlare senza aggredire, insultare, senza la bava alla bocca. Lui resisterà ancora, aggrappato all’illusione che tutto sia rimediabile, come sempre ha fatto. Promettendo, minacciando, comprando questo o quello. Ma lo sa anche lui che è finita. Tra due settimane i referendum possono mettere fine a questa inutile agonia. Con una voglia di cambiamento così impetuosa, raggiungere il quorum non sarà impossibile. Un ultimo sforzo ed è fatta.

di Antonio Padellaro, IFQ

29 maggio 2011

Vota e fai votare

Le vittorie di Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli non sono scontate. I berluscones recuperano terreno con ogni mezzo, anche economico. Oggi e domani non bisogna sprecare neppure una scheda.

A Milano gli astenuti al primo turno delle elezioni del sindaco sono stati 339.021. Alla Moratti, nel voto del 13 e 14 maggio, sono mancati circa 80.000 voti ma, secondo il suo staff ne basterebbero 40.000 per superare Pisapia sul filo di lana del secondo turno. Non appare, purtroppo, un’impresa impossibile. Al di là delle risse e divisioni, Lega e Berluscones non hanno perso affatto il controllo sul terriotorio ambrosiano, quasi militarizzato dalla destra dopo un ventennio di egemonia “padana”. Anche a Napoli la partita non è affatto vinta dovendo recuperare De Magistris circa 8 punti al suo avversario Lettieri.    E allora non si capiscono proprio le ragioni dell’ottimismo diffuso a piene mani negli ambienti del centro sinistra come se i giochi fossero gia fatti a favore del candidato Giuliano e del candidato Luigi.    Che nelle 2 città (come nel resto del Paese) il vento sia cambiato, è fuor di dubbio. Che Berlusconi si stia picconando con le sue stesse mani e sotto gli occhi di tutti.    Che l’opposizione abbia rialzato la testa anche. Ma che senso ha riempire questa importante vigilia di speranzosi pronostici, affidati a quegli stessi sondaggi (per di più clandestini) che solo 2 settimane fa hanno illuso la destra con i risultati che sappiamo? Dai leader della sinistra ci saremmo aspettati in queste ore un appello chiaro e forte a non sprecare una sola scheda. Invece di perdersi in elucubrazioni su quel che sarà o sull’alleanza con il Terzo polo, questi politici di lungo corso avrebbero dovuto impiegare (il poco) tempo a loro destinato nei tg e nei salotti tv invitando i propri elettori a non disertare le urne essendo la situazione assolutamente in bilico.    “Vota e fai votare”, martellava la propaganda del vecchio Pci. Non era uno slogan ma una chiamata alle armi. Gli eredi di quella tradizione farebbero bene a ricordare che fine fece la gloriosa macchina da guerra di Occhetto nel ‘94. Indimenticabili furono poi i 24.000 voti che nel 2006 separarono Prodi da Berlusconi dopo che l’Unione aveva sperperato in litigi un patrimonio di consensi dando per scontata la vittoria. Lunedì prossimo speriamo di poter festeggiare la svolta tanto attesa. Non dimenticando mai, però, che liberarsi di Berlusconi non sarà nè una passeggiata nè un pranzo di gala. Se non fosse stato troppe volte dato per finito dalla sinistra, forse B. non avrebbe imperversato per quasi un ventennio. La lezione dovremmo tutti quanti averla imparata.

di Antonio Padellaro, IFQ

27 maggio 2011

B. in concerto, ultima ammuina a Napoli

Silvio Berlusconi con Gianni Lettieri e Gigi D’Alessio. Luigi De Magistris con il rap napoletano dei 99 Posse e degli ‘A 67, Enzo Gragnaniello e Teresa De Sio. Piazza Plebiscito e via Caracciolo. Serate e piazze di fuoco e musica per chiudere la campagna elettorale. Napoli canta e il suo ventre ribolle: chi scegliere tra il rappresentante del Cavaliere sotto il Vesuvio, e il giovane ex magistrato che promette la rinascita della città nella giustizia e nel rigore? Gianni Lettieri, l’uomo che garantisce da un lato la continuità col vecchio sistema di potere, affaristico e bipartisan, predatorio ed equamente spartitorio, e dall’altro ha già spalancato le porte agli uomini di Nicola Cosentino, il suo protettore, l’uomo che lo ha voluto a tutti i costi candidato e che in questa partita si gioca tutto. Luigi De Magistris, l’outsider che nessuno voleva e che ha sbaragliato il vecchio centrosinistra, mettendo alle corde il Pd, umiliando i suoi potentati cittadini, ed imponendo temi e modi della campagna elettorale. È il candidato che “ha scassato”, come dicono i suoi, per dire con efficace espressione partenopea, che ha rotto tutti gli schemi della politica. E ha convinto la Napoli che vuole cambiare. La città è spaccata in due (i sondaggi delle ultime ore valgono zero: alcuni lo danno sopra il 60%, altri appaiato con Lettieri, altri ancora vogliono il candidato Pdl in notevole vantaggio), come mai è stata nella sua storia recente. Divisi gli industriali, i commercianti, la borghesia cittadina. Gianni Punzo, numero uno del Cis di Nola e azionista di maggioranza di Ntv (le ferrovie private di lusso) sta con Lettieri, Antonio D’Amato, ex leader di Confindustria, con De Magistris. Enzo Per-rotta, leader del Centro commercianti vomeresi (1867 aziende, 10 mila dipendenti), non si schiera apertamente ma dice che “i miracoli non ci servono, né tantomeno le leggi speciali”, pronunciando un chiaro no alla legge speciale per Napoli, cavallo di battaglia di Lettieri e Berlusconi. Divisi gli intellettuali. Una parte di questi (molti ex del sistema di potere bassoliniano) hanno firmato un appello per Lettieri sollecitato dallo spin-doctor Claudio Velardi, tantissimi altri, attori, registi, docenti universitari, hanno sottoscritto per De Magistris già nelle settimane passate. E ieri dalle colonne di “Repubblica” è arrivato l’endorsement di Roberto Savia-no. Tra le ultimissime adesioni un appello che vede tra i primi firmatari due figure storiche della sinistra cittadina: Abdon Alinovi, parlamentare del Pci e già Presidente della Commissione antimafia , e Antonio Amoretti, “scugnizzo” della Quattro giornate di Napoli. Mondi opposti, due Napoli che si scontrano, due città nella città. I nobili e i lazzari, la borghesia colta e quella affaristica e predatoria, gli intellettuali e gli operai dell’Italsider, il ceto politico delle clientele e il sottoproletariato delle sterminate periferie. Città che parlano linguaggi diversi e nella capitale mondiale della musica si emozionano per melodie diverse. Questa sera il Cavaliere, messo da parte il posteggiatore Apicella, sarà sul palco con Gigi D’Alessio, l’ex pianista di Mario Merola, che dalla gavetta e dalle amicizie con Luigi Giuliano, ‘o Lione, l’ex re di Forcella, ha salito tutti i gradini del successo fino a diventare una icona del pop italiano. Prometterà miracoli e canterà con lui “Ho bisogno di parlarti adesso ascoltami, c’è un silenzio che nasconde ambiguità che non litighiamo più mi sembra un secolo solo indifferenza è quello che si dà. Si sta asciugando il mare…”. Gigi De Magistris ritmerà il rap degli ‘A67 e la loro hit “’a camorra song io” che si conclude con un auspicio: “E se ‘a paura fa nuvanta ‘a dignità fa Cientuttanta tanta tanta tanta tanta voglia ‘e cagnà voglia ‘e cagnà”. Voglia di cambiare. Anche con una canzone.

di Enrico Fierro, IFQ

13 maggio 2011

La legalità di B. per Napoli: “Stop alle demolizioni di case abusive”

Napoli va al voto soffocata da due emergenze. Quella, visibile e odorabile, di oltre 2000 tonnellate di spazzatura sparpagliata tra le piazze e le strade del centro e delle periferie, che nemmeno il rutilante intervento dell’esercito è riuscita a risolvere. E quella, invisibile ma comunque percepibile, di una camorra che si infiltra nelle liste, fa pressioni sugli elettori, sta tentando e tenterà in tutti i modi di condizionare le elezioni e la futura amministrazione. Nei giorni scorsi l’edizione napoletana di Repubblica ha rivelato che la Digos sta indagando su 1300 candidati ritenuti in qualche modo contigui, per parentele o precedenti di polizia, agli ambienti dei clan. Un numero enorme sul totale dei candidati, circa 7000. In pratica uno su cinque. Di questi, il 70% concorre alle municipalità, ‘primo passo’ per conquistare le istituzioni e fare carriera, per poi essere promossi in una tornata successiva al consiglio comunale. Cinque candidati sono stati già esclusi dalle liste per le elezioni comunali, a causa di condanne passate in giudicato. Mentre per le municipalità l’informativa non è ancora arrivata. Di fronte a una situazione simile, il premier Berlusconi che fa? Atteso oggi a Napoli per tirare la volata a Gianni Lettieri, annuncia ai microfoni della napoletana Radio Kiss un imminente provvedimento per fermare gli abbattimenti delle case abusive. L’ennesimo premio per chi viola le leggi – ma la Lega Nord si è messa di traverso, annunciando che non sosterrà il decreto – che segue la firma sul reintegro in consiglio regionale di due condannati per reati gravi, di cui uno per camorra. “Ecco cosa intende la destra quando parla di legalità” commenta il candidato sindaco di Pd e Sel Mario Morcone a proposito dello stop agli abbattimenti. “In una città invasa dai rifiuti e con problemi di inquinamento , invece di pensare a tutelare l’ambiente e sostenere il nostro territorio con iniziative che mirino alla qualità della vita, dell’aria e dell’acqua, il premier annuncia l’ennesima legge ad hoc”. Ancora più duro Luigi De Magistris, candidato sindaco di Idv e della Federazione della Sinistra: “In un territorio in cui la camorra controlla il settore dell’edilizia e perfino il mercato della produzione di cemento di scarsa qualità, lo stop alle demolizioni è una benedizione verso l’illegalità più totale, un assist ai boss e ai loro interessi economici. Niente di nuovo, in pieno stile berlusconiano: dopo decenni di leggi criminogene, francamente non c’è da stupirsi”.

Claudio Baglioni    cantautore

Ho firmato l’appello a favore di Mario Morcone perché se vivessi a Napoli non avrei esitazione a votarlo. Ha grandi capacità amministrative e sa gestire le situazioni complesse, qualità che ha dimostrato in lunghi anni trascorsi come integro servitore dello Stato. Con Mario ho avuto bellissime occasioni di collaborazione per progetti sociali e sono tuttora un suo grande amico. Credo che Napoli debba affidarsi a qualcuno come lui, che sia capace di andare oltre la rassegnazione e la delusione, che sia in grado di creare le condizioni di una rinata fiducia nel cambiamento di cui questa città ha bisogno. E per fare questo bisogna farla finita con la demagogia che caratterizza certi approcci ai problemi della città o con trasversalismi equivoci, che garantiscono i loro interpreti vecchi e nuovi, senza guardare al futuro della città.

Rosaria Di Cicco    attrice

Voto De Magistris perché tra tutti i candidati è il più adatto a combattere la camorra e il malaffare che hanno inquinato Napoli. Perché non gira con il codazzo come tutti i politici. Perché non parla in politichese. Si emoziona e mi emoziona. Ha voglia di portare aria pulita. Mi ricorda la meravigliosa stagione dei girotondi, il più bel periodo di impegno civile e politico degli ultimi anni. Mi piace il fatto che il suo staff sia composto interamente da giovani. Come mi ha colpito la costante presenza della madre al suo fianco in campagna elettorale, la interpreto come un segnale di trasparenza. Luigi è un Masaniello in senso positivo, gli auguro di avere la stessa gloria senza fare la stessa fine. Masaniello venne abbandonato da tutti. Ma noi non abbandoneremo De Magistris.

Gianfelice Imparato    attore

L’attore di Gomorra, di origini stabiesi si schiera con l’ex pm di Why Not. “Avrei voglia di puntare su una figura nuova come De Magistris, che si presenta con una forza politica che chiede il rispetto delle regole. Basterebbe far rispettare quelle che già ci sono, non c’è bisogno di nuove leggi. Lo voterei anche perché il Pd a Napoli ha gestito la cosa pubblica e la cultura in modo lobbistico. Sul versante della legalità però è bene dire che sarà difficile per chiunque, nessuno ha in tasca la ricetta sicura per affrontare una questione ricca di componenti non facilmente gestibili. Io non ho dubbi sull’onestà e buona fede di Bassolino e dei suoi. Credo però che la sua vicenda di gestione del potere assomigli al detto napoletano del carbone: ‘Appicciato ti brucia, astutato ti tigne (sporca, ndr)’.

di Luca Telese, IFQ

22 aprile 2011

Lettieri, l’imprenditore che piace alla P3

È il 26 dicembre 2009 quando Nicola Cosentino dice al telefono: “Stiamo puntando tutto su (…) Lettieri”. Si riferisce a Gianni Lettieri, oggi candidato sindaco di Napoli, all’epoca papabile candidato alle elezioni regionali. E ne sta parlando con Pasqualino Lombardi, giudice tributario, accusato di appartenere alla “P3”.    Lettieri fu scelto dalla “P3” in contrasto alla nomina di Stefano Caldoro sul quale, invece, si costruivano dossier infamanti. Lettieri risulta estraneo alla “P3” e ai dossier contro Caldoro. Quelle intercettazioni però restano un biglietto da visita: la “P3” puntava su di lui. E non solo la “P3”. Tra i suoi sponsor – sempre stando alle intercettazioni – comparivano Marcello Dell’Utri (condannato a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa) che incontra a Palazzo Pecci Blunt, la residenza romana di Denis Verdini, il 26 novembre 2009. La stessa casa dove la “P3”, appena due mesi prima, secondo l’accusa, organizzava le strategia per intervenire sulla Corte costituzionale per il lodo Alfano. Tra i suoi sponsor, come abbiamo visto, c’è Cosentino (sottosegretario di governo, sul quale pende una richiesta d’arresto per il suo rapporto con il clan camorristico dei Casalesi). C’è anche questo, nel biglietto da visita di Lettieri, sul cui sfondo pesa parecchio la stima di Gianni Letta.

È UNA FIGURA complessa, quella di Lettieri, indagato per concorso in falso e truffa dalla Procura di Salerno con il sindaco Vincenzo De Luca (Pd). L’inchiesta riguarda la realizzazione d’un centro commerciale polifunzionale e il trasferimento d’un ramo d’azienda. Secondo le accuse, Lettieri avrebbe goduto – grazie alla delocalizzazione – di un “ingiusto profitto”. La delocalizzazione fu sostenuta da De Luca. Lo stesso De Luca che si candiderà alla Regione per il centrosinistra e al quale, Lettieri, strizzerà l’occhio. Quando capisce che non può più aspirare a diventare governatore. Negli atti della P3 si legge che “Arcangelo definisce il gruppo di Caldoro una banda di mariuoli e non li voterà. (…). Dice che farà un pensiero su De Luca. Lettieri gli dice che effettuerà la presentazione di De Luca e provvederà a presentarglielo e così parleranno dieci minuti in disparte”. Era il 12 febbraio 2010, ma già nel 2006, quando De Luca è a caccia d’un terzo mandato, dopo aver guidato Salerno dal 1993 al 2001. Lettieri gli offre una mano. I Ds negano a De Luca il simbolo, per i presunti reati commessi durante le precedenti amministrazioni, ma arriva comunque al ballottaggio, contro il candidato ufficiale del centrosinistra, Alfonso Andria. La Casa delle libertà è fuori gioco e Cosentino invita a votare De Luca. Il cronista Gianni Colucci, in un articolo di 13 mesi fa su Il Mattino, scrisse che fu Lettieri a mediare questo anomalo accordo: spalancò le porte della sua azienda, la Mcm, per ospitare l’incontro tra Cosentino e De Luca, al quale era presente.    Lettieri si muove in maniera trasversale, ruotando sul perno degli affari, dell’imprenditoria, del suo ruolo di capo dell’Unione degli industriali di Napoli. Eppure l’ex leader di Confindustria Antonio D’Amato dichiara a La Repubblica: “Lettieri non è capace, né idoneo a concorrere alla sindacatura di Napoli”. Nemici tra gli industriali e tra i lavoratori, nonostante, sul suo stesso profilo Facebook, Lettieri vanti il curriculum del grande imprenditore: “Presidente e amministratore delegato di Atitech, è presidente della MCM Holding SpA, cui fanno capo otto società controllate o collegate che occupano complessivamente circa 800 addetti”.

I LAVORATORI della “Cdi Surl”, pochi giorni fa, gli hanno scritto per ricordargli che dal 5 maggio rischiano di diventare disoccupati. E in tanti gli ricordano che molti dei suoi dipendenti, sin dagli anni Novanta, vivono grazie alla Cassa integrazione. È lo stesso Cosentino, nel dicembre 2009, a lanciare sospetti sulla sua capacità imprenditoriale. Negli atti della “P3” compare un articolo di Caserta c’è del 20 dicembre 2009. Si parla di un comizio di Cosentino: “Solo una battuta maliziosetta, che potrebbe serbare una stoccata a Lettieri”, scrive il cronista. Ed ecco la battuta riservata a Lettieri: “Faremo un mix tra politica e società civile, ma non di quella società civile che si è ingrassata con i soldi della Regione e con i soldi pubblici”. È una stroncatura alla candidatura di Lettieri per la Regione. “Già in passato – conclude il cronista Gianluigi Guarino – Cosentino aveva evidenziato le operazioni messe in campo dal Lettieri imprenditore grazie alle provviste pubbliche ricevute da Bassolino o dal sindaco di Salerno”.    Cosentino cambierà idea sulla candidatura, ma questo pensava di Lettieri che nel frattempo fa il salto in Borsa, con la sua finanziaria “Meridie” nella quale, scrive l’Espresso, compare anche un fiduciario della ‘ndrangheta e, come socio, l’ex ad di Unipol Giovanni Consorte, indagato a Milano per la scalata alla a Bnl. Per Meridie la situazione non è florida, ma Lettieri incassa la fiducia di Letta e Finmeccanica, che sostengono la sua Atitech, società di manutenzione aeroportuale. Società che valgono decine di milioni di euro. Ora vuole la poltrona di primo cittadino. E non si può dimenticare la sua telefonata con Martino, il 28 gennaio 2010, quando la Cassazione stronca ogni possibilità di candidatura di Cosentino. “Quella cosa di Nicola – dice Martino – non è andata bene, lo sai? Per cui (…) diventa più o meno unilaterale l’investitura su di te (…)”. “Sì, ma se si toglie questo di mezzo…”, risponde Lettieri, riferendosi a Caldoro.

di Vincenzo Iurillo e Antonio Massar, IFQ

22 aprile 2011

Elezioni a Napoli: la corsa dei voltagabbana

Napoli città dell’arrevuoto, caos totale, disordine completo. Dove può succedere e succede di tutto. Un salto a via Toledo per capire. Mattinata di martedì. Fermo, a tormentare con i denti un “Antico Toscano” spento, un galantuomo prestato all’impossibile governo della città. Paolo Giacomelli, un romano catapultato sotto il Vesuvio da Rosetta Iervolino per occuparsi di rifiuti. “Assessore che fa?”. “Guardo la munnezza”. Un cumulo nero che la notte precedente qualcuno ha bruciato. “Le fiamme hanno distrutto le telecamere di sorveglianza del Banco di Napoli e danneggiato la facciata. Ora la banca vuole i danni dal Comune”. “Assessore, si ricandida?”. “Ma la prego”.

DUE PASSI ai Quartieri Spagnoli. In un teatro stretto fra bassi e bancarelle con falsi d’autore, Mario Savio parla del suo nuovo progetto di vita: “Strappare i guagliuni di malavita dalla strada, grazie alla tv e al cinema”. In sala ci sono donne dalla bellezza sfrontata, ragazzi dalla vita violenta e anziani reduci delle mille guerre di camorra. Mario è stato un boss vero negli anni Ottanta, prima cutoliano, poi “indipendente”, sul groppone ha 35 anni di carcere già fatti, un ergastolo da scontare e un tumore che gli mangia la vita. Con il giornalista romano Fabio Venditti ha messo su il progetto “Socialmente pericolosi”. “Guagliù – dice ai suoi – noi siamo la Napoli che ce la vuole fare”. Eccola la città dell’arrevuoto, dove tutto si capovolge, tutto è possibile, anche l’impossibile. A maggio si vota, la stagione di Antonio & Rosetta è finita, preistoria, il Pdl di Silvio e Nick ‘o mericano (Berlusconi e Cosentino ) già governa Regione e Provincia. Potevano fare cappotto, conquistare anche il Comune. Quattro mesi fa avevano in tasca la vittoria netta, sicura al primo turno. Ora no. Gianni Lettieri, industriale accusato di aver collezionato più fallimenti che successi, non piace neppure ai suoi. Non al re delle cravatte Marinella, né ad Antonio D’Amato, l’ex leader di Confindustria. “Lettieri è un prenditore, la sua specialità sono le aziende decotte, altro che industriale moderno”. Luigi De Magistris è con Mario Savio. L’ex boss aveva invitato tutti i candidati sindaco della città, non si sono visti. Sopra ai Quartieri c’è solo l’ex magistrato. E la gente di Vicolo Speranzella e Largo Baracche capisce. “Sindaco mangiatevi un panzarotto”. Si vota a Napoli e il Pd è scosso dall’incubo di non arrivare al ballottaggio. “Sarebbe la certificazione ultima e definitiva che per i napoletani non siamo buoni né per il governo, né per l’opposizione. Che siamo semplicemente inutili”, dice un anziano militante.

ANDREA ORLANDO ed Enzo Amendola, i due “stranieri”, venuti a raccogliere i cocci dello “sgarrupato” partito di Bersani, ovviamente negano e fanno gli ottimisti. Anche di fronte alla sala mezza vuota dell’hotel cittadino dove si presenta la lista del partito a sostegno del prefetto Mario Morcone. Il disastro delle primarie dei brogli pesa ancora. Capo di una lista che non ha saputo rinnovarsi (13 sono i consiglieri comunali uscenti), è Umberto De Gregorio, un intellettuale da sempre critico con la gestione Bassolino-Iervolino. “Molti mi chiedono chi me lo ha fatto fare”, ammette. E ha ragione. Perché anche la sua candidatura non piace alla nomenklatura napoletana del Pd. Leonardo Impegno, supervotato alle ultime elezioni, subito mette le cose in chiaro: “Io sono il capolista politico”. I seguaci di Andrea Cozzolino, vincitore delle primarie col trucco, erede di Bassolino e detentore di un forte pacchetto di voti in città, bollano pubblicamente la lista come “debolissima”. Cresce così l’altro incubo del Pd: il trasversalismo.

IL PREFETTO Morcone non piace ai veri azionisti del partito, la base semplicemente non sa chi sia. La campagna elettorale è iniziata e Antonio Bassolino tace. Claudio Velardi, che nel partito napoletano è cresciuto, sta lavorando ai fianchi e raccoglie adesioni a sinistra per Gianni Lettieri. Ha già incassato l’appoggio di Vincenzo De Luca, l’eterno sindaco Pd di Salerno, e ora ha fatto scendere in campo diciotto ex che hanno firmato un manifesto a sostegno dell’industriale “prestanome ” di Nicola Cosentino. Sono di sinistra, e lo giurano, voterebbero pure Pd, ma Lettieri li ha fulminati sulla via di Palazzo San Giacomo. Nomi pesanti, come Felice Laudadio, ex assessore della giunta Iervolino, Antonio Napoli, già assessore con Bassolino sindaco e socio in affari di Velardi, e Sandro Pulcrano, ex comunista e consigliere al Comune dal 1997 al 2001. Capo della più grande agenzia di tutto il Sud di Ina-Assitalia, anche lui parla di lavoro e modernità, nel frattempo si appresta a licenziare la metà dei suoi dipendenti. “Si tratta di monnezza e basta”, dice Morcone. “Trasformisti, cinici”, li bollano in coro Amendola e Orlando. “La verità è che Lettieri è stato sempre organico sia al centrodestra che al sistema di potere bassoliniano”, analizza De Magistris, “e ora non fa altro che continuare per quella strada”. “Gente così è stata la rovina della sinistra a Napoli”. Elena Coccia, avvocato, è capolista della federazione della sinistra in appoggio a De Magistris. “Noi siamo i traditi, quelli che nel ’93 buttarono il sangue per il rinascimento della città, poi è venuto il sistema d’affari, con la monnezza e le consulenze d’oro. Con Gigi possiamo ricostruire quella speranza”.

TRASVERSALISMO, gioco delle tre carte. Ciriaco De Mita, padrone dell’Udc, ufficialmente sostiene il rettore Raimondo Pasquino e il Terzo polo. Ma un suo fedelissimo, Angelo Montemarano, ex assessore bassoliniano alla sanità, punta su Lettieri assieme al figlio Emilio, una valanga di voti alle ultime elezioni comunali. Napoli dell’arrevuoto: ottanta liste, 8 mila aspiranti consiglieri tra Comune e Municipi, e la certezza di brogli e voto di scambio. A Secondigliano si grida al miracolo per il rapidissimo rientro di 700 persone che vivono fuori Napoli, il 20% ha fissato la residenza presso parenti e amici. I boss cercano voti da vendere a pacchetti. Arrevuoto, con l’impresentabile Achille De Simone (ex Pdci), sotto processo per i suoi rapporti con un clan di camorra, che si candida con il partito di Pionati per Lettieri sindaco. “Non lascio, la mia coscienza è adamantina”. Linda anche quella di Marco Nonno, candidato con Lettieri: è sotto processo per concorso in devastazione per la guerriglia di Pianura del 2008.

di Enrico Fierro, IFQ

15 febbraio 2011

Il capo dell’Asl in carcere (per stare sicuro)

Achille Coppola, presidente dell’ordine dei commercialisti di Napoli e, soprattutto, Commissario dell’Asl Napoli 1, la più importante del Mezzogiorno con i suoi diecimila dipendenti (e 500 milioni di debito), lavora da alcune settimane nel carcere di Poggioreale: il posto più sicuro per lui, dopo le minacce subite per aver scoperchiato il vaso di Pandora dei conti della sanità cittadina. Lavoro cominciato con la scoperta di un giro di sovrafatturazioni, ossia debiti pagati due volte, su cui ora indaga la magistratura, costato alla Asl 28 milioni di euro. E molto di più all’utenza. Basti pensare ai 18 centri di dialisi (evidentemente appaltata anche questa ai privati). Che servono 800 pazienti e che aspettano un arretrato di 27 mesi di prestazioni, pari a una cinquantina di milioni di euro: la finanziaria ha però bloccato i decreti ingiuntivi che avrebbero costretto le Asl a pagare e i centri minacciano di chiudere.

Di Sonia Oranges

24 novembre 2010

Così B. uccide il Sud

Smantellata la struttura che aveva gestito l’emergenza del 2008, ora il governo riversa soldi a pioggia e senza gare d’appalto. Arricchendo i sottopoteri che da queste crisi traggono il massimo vantaggio.

L’eruzione dei rifiuti, la desolazione di Pompei. Oggi come tre anni fa, in un agghiacciante deja vu che a Napoli mostra tutti i difetti dell’Italia e la sua incapacità di cambiare. E un unico punto di riferimento, che senza forzare i toni di una politica dove le urla sostituiscono i fatti cerca di salvare la credibilità delle istituzioni: il capo dello Stato.

Giorgio Napolitano ha imposto di intervenire sulla questione della spazzatura che invade le strade della terza città del Paese, la capitale di un Sud sempre più lontano dall’Europa. Ed è stato sempre il Quirinale a denunciare le condizioni della più grande area archeologica del mondo, un tesoro che non ha pari e che – come dimostra la videoinchiesta di Claudio Pappaianni per ‘L’espresso’ – continua a essere gestito in modo indecente: «È una vergogna, servono spiegazioni», ha dichiarato il presidente dopo il crollo della Domus dei Gladiatori.

Ma tre settimane dopo non ci sono state spiegazioni su come sia stato possibile arrivare a tanto degrado, né davanti alle Camere il ministro Bondi ha saputo indicare le responsabilità del disastro.

In compenso, le inchieste de ‘L’espresso’ hanno dimostrato come il commissariamento degli scavi abbia seguito il solito copione allegro della Protezione civile, con milioni di euro sprecati per iniziative effimere, per creare un’immagine di successo che occultasse la realtà, per elargire contratti a società di amici dei potenti.

Mentre Pompei va alla deriva, nelle strade di Napoli la spazzatura continua ad accumularsi. E quali sono le soluzioni del governo del fare? Evocare l’intervento dell’Esercito, come ha fatto il ministro della Difesa Ignazio La Russa.

I militari hanno avuto un ruolo chiave nella soluzione della grande crisi del 2008, quella che ferì la credibilità dell’esecutivo di Romano Prodi, e si sono occupati della regia della struttura creata da Guido Bertolaso in Campania: la struttura smantellata la scorsa primavera quando Silvio Berlusconi ha decretato il ritorno alla normalità e il passaggio di consegne alle Province, organismi amministrati da politici di centrodestra. Personaggi come Luigino Cesaro, che in gioventù frequentava i boss cutoliani; Cosimo Sibilia, figlio del discusso patron dell’Avellino Calcio; Edmondo Cirielli, che ha dato il nome a quella legge spesso chiamata “salva Previti”.

L’effetto si è visto: la normalità non esiste, i termovalorizzatori annunciati nel 2008 rimangono sulla carta, le discariche sono piene, nessuna regione sembra disposta ad accettare rifiuti campani che potrebbero nascondere qualunque genere di sostanza tossica. I no più decisi vengono proprio dai governatori di centrodestra, mentre solo la “rossa” Toscana ha mostrato un’apertura di solidarietà.

A Napoli martedì 23 novembre si stimava che 3200 tonnellate di rifiuti fossero sparse per le strade. Ma il ministro della Salute Fazio tranquillizza: la situazione è critica, ma non c’è il rischio di epidemia. Epidemia: uno spettro che oggi riguarda solo Haiti, paese tra i più poveri del globo, distrutto da uno dei terremoti più violenti mai visti. Epidemia, un termine che sembrava cancellato dai dizionari europei e che invece continua a essere evocato nel timore che l’onda della spazzatura non venga fermata.

Il decreto finalmente varato dal governo, dopo l’esplosione di una faida interna al Pdl che dalla Campania ha minacciato la stabilità dell’intero esecutivo con la sortita di Mara Carfagna, non sembra garantire soluzioni definitive. L’unico elemento concreto sono i soldi, l’ennesima pioggia di milioni assegnati senza gare che permetteranno di trovare nuovi buchi dove accumulare munnezza ed ecoballe. Denaro che andrà ad arricchire anche la camorra, protagonista di queste emergenze come dimostrano le accuse confermate dalla Cassazione a Nicola Cosentino, l’ex sottosegretario che resta il numero uno del partito di maggioranza in Campania.

Ventitre novembre. Una data che tutti dovrebbero ricordare. Trent’anni fa il terremoto devastò quattro province, uccise quasi tremila persone, ne ferì più di ottomila e ne lasciò 280 mila senza una casa. Nonostante gli scandali successivi, quella – come ricorda Antonello Caporale in uno splendido volume, ‘Terremoti Spa’ – fu una tragedia che unì l’Italia: dal Friuli al Piemonte, ci fu una gara per sostenere Napoli, Avellino, Potenza.

Oggi il disastro quotidiano della Campania invece incentiva solo le spinte verso il federalismo più esasperato, ribadite con forza in questi giorni. Colpa anche di una classe politica che – come recita sempre il libro di Caporale – dall’Irpinia all’Aquila sfrutta le disgrazie e divide il Paese.

di Gianluca De Feo – L’espresso

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