Posts tagged ‘Sicilia’

18 gennaio 2013

Ponte, un miliardo buttato

Quasi 500 milioni per i contratti non rispettati. Più i soldi per i terreni su cui doveva essere costruito, per i monitoraggi, per gli stipendi e le consulenze. Ecco l’incredibile conto della grande opera (mancata) sullo Stretto

Messina che aspetta chi le paghi la passeggiata a mare nuova di zecca. Il neo governatore siciliano Rosario Crocetta che promette l’alta velocità ferroviaria fino a Palermo. I NoPonte che si scaldano per una manifestazione a metà febbraio. Gli ambientalisti in ansia per l’ombra proiettata nello stretto sui delfini e per il transito degli uccelli. Quelli che vedono nell’opera un grande sacco per mafie e cosche. I 50 e più esperti internazionali – ingegneri, architetti, tecnici di gallerie del vento e di fondazioni , di aerodinamica e di geologia – che hanno lavorato dieci anni al progetto della campata unica da record mondiale, più di tre chilometri di lunghezza. Si rendono conto, tutti coloro che a vario titolo hanno prosperato o buttato sangue sul progetto Ponte, che tra un po’ saranno disoccupati, che dovranno cambiare obiettivi e agenda delle priorità? E gli italiani tutti, mentre inizia una campagna elettorale che vuol essere nuova di zecca ma che tiene la bocca chiusa sulla sorte dell’unica grande opera del Sud, lo sanno che c’è una tassa da un miliardo che il governo che uscirà dalle urne a fine febbraio finirà per farci pagare? Non la chiamerà forse la tassa del Ponte, ma a tanto ammonta il conto finale per fermare una volta per tutte la macchina che ha portato avanti il progetto, e mandarla a rottamare.

Il primo marzo scade l’out out del governo Monti per trovare una nuova intesa tra il general contractor Eurolink e la Stretto di Messina, società concessionaria dell’opera, alle condizioni imposte dalle legge. Unica via d’uscita che scongiurerebbe la fermata definitiva. Ma l’aria che tira non promette niente di buono: anche perché Eurolink, dove al 42 per cento conta la società Impregilo da poco conquistata dalla famiglia Salini, interessata dunque a un pronto rientro di capitali, ha già portato il governo italiano di fronte alla Corte di giustizia europea e di fronte al Tar per violazione dei vigenti impegni contrattuali. E si appresta a batter cassa con una salatissima richiesta di penali per 450 milioni. Che non sono solo una bella cifra, ma soprattutto superano il guadagno che l’impresa avrebbe realizzato facendo il Ponte. A portata di mano senza piantare neanche un chiodo.

L’impresa di costruzioni non è l’unica a sperare nel colpo grosso chiamando la società Stretto di Messina – e lo Stato di cui è emanazione – di fronte ai tribunali per non avere rispettato i tempi di approvazione del progetto. Perché le pretese che scatterebbero all’indomani del requiem del Ponte sono parecchie. Quando hanno visto i conti, e tirato le somme per chiudere la partita, al ministero dell’Economia hanno capito che si trovavano di fronte a un trappolone. Ci sono da pagare i proprietari dei terreni che sono stati vincolati per dieci anni alla costruzione del Ponte, più o meno mille soggetti che chiederanno i danni per essere stati bloccati inutilmente; ci sono i 300 milioni investiti nel capitale della società Stretto da Anas, Rfi, Regione Siciliana e Calabria, che di fatto diventano carta straccia, senza contare la trentina di milioni spesi per il monitoraggio ambientale dell’area che non serve più. Insomma, un miliardo o giù di lì a carico della collettività.

Metterci il timbro del governo dei tecnici? Bella medaglia al valore. Usare la spada e prendersi la responsabilità di recidere una volta per tutte il sogno del Ponte? Sai che gazzarra. Meglio spazzarlo sotto il tappeto, come ha fatto il governo Prodi in passato, tre anni di blocco costati sui 700 milioni quando sono stati riavviati i motori con il successivo governo Berlusconi. Così, tra Salomone e Don Abbondio, Monti ha scelto i panni del secondo: uno il coraggio non se lo può dare. E ha congelato tutta la partita d’imperio, contratti, rivalutazioni e indennizzi compresi – con un decreto che alimenterà le parcelle di parecchi studi legali ?€“ imponendo un’intesa tra le parti entro il primo marzo.

In caso contrario, riconoscerà al costruttore solo una mancetta di una decina di milioni (salvo avere accantonato per la bisogna una somma di 300 milioni nella legge di stabilità). Viceversa, per allettare l’impresa ad accordarsi, le prospetta altri due anni di purgatorio – a prezzi del lavoro invariati – in attesa che qualche privato sia disposto a puntare i suoi soldi sul Ponte. Prospettiva che per un costruttore sano di mente è un bell’azzardo, visto che finora di privati disposti a integrare il 40 per cento messo dal governo non se ne sono visti, e che adesso persino quel 40 si è dissolto, dopo che proprio Monti a inizio 2012 ha definitivamente cancellato i 2,1 miliardi destinati al Ponte e il suo ministro Corrado Passera ha dichiarato all’Europa (disponibile a finanziare opere importanti) che il collegamento stabile tra Calabria e Sicilia non è una priorità.

di Paola Pilati, L’Espresso

5 ottobre 2012

Fiera sicula degli impresentabili

A voler fare un paragone azzardato, l’avvocato Salvo Grillo, catanese, percorre a modo suo la via tracciata dal più famoso Beppe; sebbene il suo raggio d’azione sia legato ai confini siciliani, Salvo Grillo è fustigatore di quei politici che in barba al loro passato fatto di guai giudiziari – che non prevedono per forza la condanna definitiva al terzo grado – si ripropongono all’elettorato come se nulla fosse. L’avvocato Grillo procede così: fotografa il cartellone con il viso del candidato ed il suo slogan, poi fa una ricerca sulle “passate gesta” dell’uomo politico, infine trascrive tutto su un profilo face-book che si chiama Pecore Sicule. Lo stesso Grillo descrive questa attività di ricerca come “un progetto a tempo, un tentativo di raccontare la vita politica dei candidati alla Regione. Una sorta di wikipedia”. Dai comunicati di Pecore Sicule escono particolari tragicomici, e se non fosse che si tratta di elezioni vere, ci sarebbe da pensare ad un ritorno di Albanese con il personaggio di Cetto La Qualunque. Vediamo qualche esempio; Ma-rio Briguglio (Grande Sud) era sindaco di Scaletta Zanclea, il Comune messinese, assieme a quello di Giampilieri, devastato dall’alluvione che fece decine di vittime: il 2 maggio scorso la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio nei confronti di 18 persone, fra cui lo stesso Briguglio, per disastro colposo e omicidio colposo plurimo: sul manifesto elettorale di Briguglio campeggia la scritta: “La sicurezza del territorio”. Pecore Sicule numero 14 è stato dedicato a Santino Catalano: Grillo riporta che il candidato, il 30 aprile 2001 è stato condannato ad un anno e undici mesi con la condizionale, pena patteggiata su sua richiesta davanti alla Corte d’appello di Messina: l’accusa, abusivismo edilizio e abuso d’ufficio in concorso. In primo grado l’onorevole Catalano aveva rimediato tre anni e sei mesi e l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Ebbene, a queste imminenti elezioni Catalano si presenta con la lista “Cantiere popolare”. Sempre di edilizia si parla, dunque. Aggiunge Grillo: “Sono parecchi i siciliani indignati nel vedere che certi personaggi, nonostante i loro trascorsi, ambiscono ad un posto nel Parlamento regionale. Le visite alla pagina sono state 220.340 ”. Pure Claudio Fava, candidato sostenuto da Sel, Idv, Verdi e Fds, è finito su Pecore Sicule dopo essere stato escluso dalla corsa alla presidenza: il suo manifesto elettorale riporta in evidenza un “bocciato”. Una menzione la merita pure, nelle Pecore Sicule numero 17, l’onorevole Giuseppe Gianni (anche lui con Cantiere Popolare), conosciuto come Pippo: secondo la ricerca dell’avvocato Grillo, nel 2000 la Corte di Cassazione ha confermato una condanna a 3 anni per concussione. Alcuni sostenitori di Gianni però hanno spedito un certificato di carichi pendenti nel quale si evidenzia che Gianni non è imputato in alcun procedimento: e Grillo ha “aggiornato” la pagina pubblicando la documentazione. Nel curriculum di Pippo Gianni anche qualcosa che non ha avuto a che fare con le aule di tribunale ma che può essere indicativo sull’indole dell’uomo politico: lo scontro verbale con l’onorevole Stefania Prestigiacomo durante un dibattito, in parlamento, sulle quote rosa; Gianni se ne uscì lapidario: “Le donne non ci devono scassare la minchia”. Nel suo manifesto elettorale si presenta con il motto: “Lunga esperienza, giovani idee”. Al confronto Cetto La Qualunque è un dilettante.

di Valerio Cattano, IFQ

2 ottobre 2012

Sicilia tutti ricandidati

Un operaio Gesip brucia la scheda elettorale davanti alla sede dell’Ars Ansa

Hanno superato persino il Gattopardo, che proponeva di “cambiare tutto per non cambiare nulla”. Loro non cambiano, non mollano, anzi rilanciano: nei manifesti “6×6” promettono di “governare con onestà”, ci informano di costituire “un punto di riferimento per le persone per bene”. E si ricandidano in massa. Nella Sicilia sull’orlo del default, sono 76 i deputati uscenti tornati in lista per un seggio a palazzo dei Normanni.    L’istantanea più chiara di una casta che si autoperpetua, lautamente finanziata dai centri di spesa istituzionali. Sui social network impazzano i proclami che invitano a non votare coloro che “senza alcun pudore e con un’incredibile faccia tosta, si ripropongono all’elettorato siciliano”: la pagina su Face-book ha raccolto in breve tempo 3000 adesioni. Rinnovare è difficile, d’altra parte, quando il cordone della spesa pubblica lo tengono gli stessi onorevoli che occupano i seggi dell’Ars. Risultato? È lo stesso sistema delle leggi in vigore a favorire gli uscenti, spalancando loro la porta per un veloce rientro, grazie alla possibilità di destinare alla campagna elettorale i fondi regionali. E se il Pd è il partito che ha cercato di rinnovarsi di più (7 dei 14 esclusi sono suoi iscritti), Grande Sud di Micciché non ha lasciato fuori neppure Franco Mineo, recidivo nonostante sia accusato di relazioni pericolose con i boss mafiosi dell’Acquasanta. Anche il Pdl ha preferito “l’usato sicuro’’ ai giovani: su Twitter fioccano le proteste dei baby iscritti per l’esclusione di Carolina Varchi, leader del movimento giovanile.    Così il plotone degli aspiranti deputati (1.629 candidati distribuiti in diciannove liste) è affollato in larga parte da volti più che noti. Anche ai casellari giudiziari. Tra i veterani, in questi giorni torna a sorridere sui manifesti elettorali il faccione di Giuseppe Drago (Cantiere Popolare), che fu presidente della Regione negli anni Novanta e concluse il suo mandato con una condanna a tre anni di carcere per peculato, per essersi appropriato dei “fondi riservati”. Nessun problema per Saverio Romano (Pid, ex ministro imputato per mafia), che pure aveva sostenuto l’esigenza di un rinnovamento etico in vista delle elezioni: “Drago – dice – è perfettamente candidabile in quanto ha già esaurito il periodo di interdizione”. L’appello per le “liste pulite”, nonostante le adesioni di facciata, sembra insomma caduto nel vuoto. Così come il codice etico approvato dalla Commissione regionale antimafia. Proprio nel pattuglione dei recidivi, infatti, si annidano gli inquisiti, compresi i quattro ex deputati che nel corso dell’ultima legislatura sono finiti in carcere: Cateno De Luca (oggi a capo della nuova formazione Rivoluzione siciliana), Roberto Corona e Fabio Mancuso (entrambi Pdl) e Riccardo Minardo (Grande Sud). Restituiti al contesto civile, i quattro ci riprovano ancora una volta senza complessi. Corona, cui solo tre mesi fa è stato revocato l’obbligo di dimora, chiede il voto in nome di una “buona politica”. Ma il record di surrealtà è di Mario Briguglio, sindaco di Scaletta Zanglea (comune del messinese colpito dall’alluvione che causò 37 morti e per quella calamità è indagato per disastro e omicidio plurimo colposo). Il suo slogan elettorale recita: “Prima la sicurezza del tuo territorio”. E sull’ “impegno che continua” ha centrato la candidatura anche Marco Forzese (Udc), condannato dalla Corte dei conti a risarcire quasi cinquemila euro al comune di Catania dove era assessore della giunta Scapagnini.    Sì, perchè per afferrare una poltrona all’Ars arrivano a frotte da tutta la Sicilia, lasciando le meno appetibili poltrone occupate nei municipi e nei consigli provinciali. A Messina, ci riprova Giuseppe Buzzanca (Pdl) prima sindaco, poi deputato, poi entrambe le cose, rimasto aggrappato al doppio ruolo grazie a una leggina ad personam dell’Ars e, in passato, condannato a sei mesi per peculato. E dalla sua poltrona di sindaco di Alcamo tenta il grande salto a Palazzo dei Normanni anche Giacomo Scala (Pd), sponsorizzato, come giura Vittorio Sgarbi, da Pino Giammarinaro, storico andreottiano, già condannato a 4 anni di sorveglianza speciale perché indiziato per mafia.    E Raffaele Lombardo? Lui lascia la mano al figlio Toti, 23enne di grandi speranze.    Poco rappresentata, in questa tornata elettorale, l’antimafia sociale, specialmente dopo l’esclusione per un incidente burocratico di Claudio Fava. Fds-Sel e Verdi si consolano con Ninni Bruschetta, di professione attore, che ha fatto parte della Squadra Antimafia, anche se solo sul teleschermo.

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, IFQ

11 giugno 2012

La mafia brucia le arance, non la speranza

E adesso ditelo, ditelo ancora che queste cooperative sono la retorica dell’antimafia. Ditelo ai giovani della “Beppe Montana”, che hanno scelto di lanciare la sfida della loro vita da Belpasso, alle pendici dell’Etna, comune circondato a sud da Paternò, Mascalucia e Misterbianco. Tra sabato e domenica qualche sgherro mafioso ha ricordato loro in che razza di avventura si sono ficcati. E ha fatto la sorpresa che da sempre la mafia fa ai suoi nemici che coltivano la terra. L’incendio vigliacco protetto dalla notte, hanno trovato un foro nella rete del terreno adiacente. Oltre duemila piante di aranci bruciate, annichilite, polvere di carbone. Sei ettari di agrumeto danneggiati. E altri cento alberi di ulivo in fumo. Più di centomila euro di danni. Frugate sui siti di Libera Terra e troverete l’istantanea di due ragazzi in jeans e felpa su un sentiero. Li vedrete chini su cinque cassette, colme dell’oro delle arance. Felici davanti al primo raccolto della cooperativa, nata nel 2010. Poi riandate su quei siti a vedere la foto di ciò che è rimasto. Lo stesso sentiero della prima foto vi sbatte in faccia un’immagine di desolazione, rami inscheletriti e terra annerita, non un segno di vita, con il cielo azzurro terso sullo sfondo che sembra una beffa suprema della natura. Così gli straccioni dell’antimafia imparano a prendersi in gestione i beni che lo Stato confiscò, in contrada Casablanca , al clan della famiglia Riela. “Fino a due giorni fa sembravamo cani bastonati, io ero distrutto. Vedi, non hanno incendiato quando era tutta sterpaglia, e nemmeno quando stavamo facendo i lavori di rimessa a nuovo; che so, dopo la potatura. Ci hanno fatto arrivare in fondo al nostro lavoro, ci hanno dato la possibilità di vederlo, di gioirne, e poi hanno incendiato tutto. Per infliggerci il massimo danno economico, per colpirci nel modo più duro sul piano morale”.    ALFIO CURCIO ha quarant’anni, dice di essere un “diversamente giovane” e porta la storia di questo ennesimo attentato al pubblico riunito a Castel Volturno, all’assemblea dell’agenzia “Cooperare con Libera Terra”, nei terreni dedicati a don Peppino Diana, là dove Michele Zaza il capocamorra teneva a lucido i suoi cavalli di razza. Parla come direttore della “Beppe Montana”, che ha avuto in gestione anche i beni confiscati alla famiglia Nardo nel comune di Lentini, provincia di Siracusa. In tutto cento ettari circa. La cooperativa l’ha messa su lui insieme ad Andrea, ventiquattro anni, il giovanissimo presidente, ad Antonella, a Diego e Giuseppe, tutti selezionati con bando pubblico. Alfio ha un bel cranio lucido alla Vialli (o alla Ruggeri), una maglietta color amarena e gli occhi azzurri scintillanti come ogni tanto se ne trovano solo in Sicilia.    “Certo che ero abbattuto. Ci siamo fatti in quattro quasi senza soldi e con pochi mezzi manuali, usando i falcetti per il taglio delle erbe infestanti, e semplici seghetti e forbici per la potatura degli ulivi. Non ti dico cosa è stato. Tu pensa solo che dal momento della confisca a quello della assegnazione erano passati dodici anni, dunque immagina che cosa abbiamo trovato. Eppure ce l’avevamo fatta. Dagli agrumeti avevamo tirato fuori una quantità di frutta sufficiente a realizzare il progetto della produzione di marmellata di arance rosse; una bellissima etichetta, la scritta ‘Gusto di Sicilia’ con la ‘i’ intrecciata alla ‘u a formare la parola ‘giusto’. Gli ulivi hanno consentito una piccola produzione di olio extravergine. E anche dal seminativo è arrivata una discreta produzione di grano. Era troppo bello”. L’homepage del sito comunica il clima dell’euforia primaverile: acquista le arance, acquista i prodotti, campi di volontariato, il progetto. Pronta l’idea di far partire l’attività di turismo sociale. Di aprire nuove opportunità ai giovani svantaggiati, come è nello spirito di queste cooperative. Tutti pronti, con l’aiuto di qualche amico, ad accogliere i trecento giovani, specialmente    scout, che si sono prenotati da qui a settembre, dalla Toscana e dal Trentino, dall’Umbria e dal Veneto, per venire a offrire il proprio lavoro volontario. A loro, nei momenti di formazione, faranno ascoltare le parole di Ivan Lo Bello, il simbolo della nuova imprenditoria siciliana, e di suor Lucia, che si batte in nome del Vangelo nel difficilissimo quartiere catanese di Librino. A loro, che non ne hanno mai sentito parlare, racconteranno chi era Beppe Montana, d’altronde lo hanno scritto sull’etichetta delle loro bottiglie “Frutti rossi di Sicilia”: “impavido commissario di Polizia posto a capo della squadra Catturandi di Palermo, vigliaccamente ucciso in un agguato mafioso”.

di Nando dalla Chiesa, IFQ

11 giugno 2012

Fava & gli altri, la faida nel Pd siciliano

Mi candido e basta”. Claudio Fava, giornalista, scrittore e sceneggiatore, getta il sasso nelle acque stagnanti del centrosinistra siciliano e annuncia la sua candidatura alla presidenza della Regione. Lo fa, dice in una conferenza stampa, spinto dalla voglia di rinnovamento degli elettori e motivato da un documento firmato da intellettuali siciliani e non solo che nei giorni scorsi gli hanno chiesto pubblicamente di metterci la faccia per il dopo Lombardo. “Le prossime elezioni regionali in Sicilia rappresentano l’occasione per un riscatto civile e politico dell’isola. Dopo l’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto il presidente Lombardo e la condanna definitiva del suo predecessore Cuffaro, le siciliane e i siciliani hanno il dovere e l’opportunità di voltare pagina restituendo limpidezza alla politica e buon governo alle istituzioni regionali. La Sicilia merita un’altra politica e un altro futuro.

CON QUESTO spirito noi chiediamo a Claudio Fava, per la sua storia personale, l’impegno civile e la lunga militanza nella lotta contro la mafia, di candidarsi alla presidenza della Regione Sicilia”. Firmato da attori come Beppe Fiorello, Ninni Bruschetta e Nino Frassica, da Franco Battiato, dalla scrittrice Dacia Maraini, ma anche da intellettuali non siciliani come il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, Moni Ovadia e Nando dalla Chiesa. “La gente è annoiata dai bizantinismi dei partiti”, dice Fa-va, “io non sto offrendo la mia candidatura a meccanismi astrusi tra segreterie. Le primarie? Difficile farle con i partiti che hanno appoggiato Lombardo”. È il nodo intricatissimo della politica siciliana: il sostegno del Pd al governo Lombardo fino all’ultimo minuto utile, fino a ieri pomeriggio, quando la direzione regionale del partito ha finalmente deciso di presentare una mozione di sfiducia contro il presidente della Regione. Una scelta forzata dagli eventi, Lombardo non regge più, e dalle inchieste, una su voto di scambio elettorale con i boss, l’altra per concorso esterno mafioso, che hanno travolto il governatore leader del Mpa. “Il suo è un autonomismo straccione”, accusa Fava, ricordando al Pd la sconfitta di Palermo e le divisioni interne.    Quasi certamente si voterà a ottobre, ma da subito un dato è certo: ancora una volta Pd e centrosinistra sono spaccati. Si rompe, come già nei mesi scorsi nella città capoluogo, il fronte dell’antimafia. Rosario Crocetta, ex sindaco di Gela ed europarlamentare del Pd, ha annunciato la sua candidatura attaccando frontalmente Fava. “Lo batterò, elettoralmente conta poco, pensate che alle ultime elezioni di Catania prese solo 173 voti. Lui è l’unto del signore, io sono popolarissimo”.

UN INIZIO pessimo nella Regione squassata da scandali e devastata da crisi economica e disoccupazione. Il governo Lombardo è agli sgoccioli e a Palazzo dei Normanni c’è un clima di “tutti a casa”, senza mai perdere di vista favori e clientele.    L’ultimo scandalo è la nomina del vertice della società pubblica “Italia lavoro Sicilia”. Lombardo aveva scelto Tony Rizzotto, mastodontico ex parlamentare regionale del Mpa, che però era incompatibile. Poco male: il presidente ha cambiato cavallo e ha scelto la fidanzata di Rizzotto, una psicologa quarantenne. Per il resto, tra consulenze e incarichi, è il festival dei segretari particolari e degli amici carissimi. Il Pd accoglie con fastidio la candidatura di Fava, perché in Sicilia si gioca una partita nazionale. Bersani, infatti, vuole cominciare a strappare la foto di Vasto proprio qui, sperimentando l’alleanza con l’Udc e i moderati. Tanto che già circola il nome del futuro candidato, l’ex sottosegretario agli Interni Gianpiero D’Alia, fedelissimo di Casini. Una sorta di continuità nella Regione che ha visto il suo penultimo presidente, Totò Cuffaro, in galera per mafia, e l’ultimo, Lombardo, dentro fino al collo in inchieste per i suoi rapporti con i boss. Ma nel Pd le acque sono agitatissime, perché, oltre Crocetta, si affaccia un’altra candidatura, quella di Mirello Crisafulli. Senatore e re di Enna, Crisafulli è noto perché nel 2001 le telecamere nascoste dalla Dia in un albergo lo filmarono in affettuosa compagnia con Raffaele Bevilacqua, capomafia di Enna e fedelissimo di Binnu Provenza-no. Nessun reato, nessuna imputazione, ma i due parlavano cuore a cuore di politica, nomine e appalti.

di Enrico Fierro, IFQ

Claudio Fava (FOTO ANSA)

21 aprile 2012

Sicilia, Tribeart rischia di chiudere Artisti regalano opere per raccogliere fondi

L’unico freepress indipendente che si occupa di arti visive sull’isola non riesce né a sostenere i costi né a diventare una vera realtà imprenditoriale. Mobilitazione per mantenere in vita il progetto

Logo Artisti per Tribeart – Catania

Da tre giorni al Palazzo della Cultura di Catania è in corso una mostra di arte contemporanea che ospita le opere di cento artisti siciliani. Non si tratta di una estemporanea Biennale locale, ma di un appuntamento di autofinanziamento, Artisti per Tribeart. L’evento è iniziato il 14 aprile e si concluderà il 1° maggio. Ogni lavoro ha una base d’asta di 300 euro, alla fine si faranno i conti, ma pare che siano già arrivate offerte da 5.000 euro per alcuni pezzi.

Il 29 marzo la redazione di Tribeart, giornale che si definisce “la guida mensile agli eventi d’arte in Sicilia”, ha annunciato l’imminente interruzione delle pubblicazioni. La rivista si occupa di arte contemporanea. Nata nel 1999 come sito internet, nel 2003 è diventata anche un cartaceo: distribuito gratuitamente nei così detti Tribeart corner sparsi per la Sicilia e spedito agli abbonati in giro per l’Italia.

Al Fattoquotidiano.it Vanessa Viscogliosi, fondatrice e coordinatrice del progetto, spiega le ragioni della probabile chiusura: “Il giornalismo è il cane da guardia del potere, la critica e l’informazione sull’arte devono essere il pungolo di questo altro mondo culturale – racconta Viscogliosi – All’inizio Tribeart era poco più di un foglio A3. Poi lavorando anche di notte, facendo coincidere la crescita del nostro giornale con altri lavori siamo riusciti a farlo diventare una realtà conosciuta e autorevole. I costi sono stati coperti dagli inserzionisti (per lo più galleristi e operatori culturali) e dalla nostra volontà – prosegue – Ogni numero ci costa circa 2.500 euro. Ma non riusciamo più a coprire le spese. Inoltre vorremmo fare un salto di qualità, dare da vivere anche a chi collabora con noi, poterci permettere le trasferte per fare un lavoro di maggiore qualità”.

Nel caso in cui la campagna di autofinanziamento non dovesse funzionare i coordinatori del progetto sono pronti a riportare la loro avventura solo in rete. Ma questo vorrebbe dire rinunciare a una parte importante dei loro ideali: “In Sicilia l’uso di internet non è ancora così diffuso come in altre parti d’Italia. Un cartaceo grautito e indipendente è importante per avvicinare le persone al mondo dell’arte e non limitarsi al panorama degli addetti ai lavori”.

L’evento ha suscitato l’interesse delle altre realtà provinciali sicilane, gli organizzatori hanno ricevuto offerte dalle altre province per organizzare appuntamenti analoghi. “Sarebbe bello, ma occorrerebbe investire ulteriori risorse”, aggiunge la giornalista e prosegue: “L’attenzione – che ovviamente speriamo diventi anche economica – dimostra che abbiamo fatto bene a investire sul territorio. E’ ora necessario un intervento di imprenditori locali, collezionisti e galleristi. E’ necessario che, dagli attestati di stima si passi ai contributi: siamo una rete, siamo tutti collegati, se cresce l’informazione e la critica sull’arte crescono anche il livello culturale e il benessere di questo luogo. Gli artisti lo hanno già capito”.

Dalle ultime parole di Vanessa Viscogliosi sembra di capire che a non cogliere il valore del progetto siano state invece le istituzioni: “Abbiamo fatto dei tentativi per rientrare nella programmazione degli investimenti pubblicitari di Comune, Provincia e Regione. Ma non avendo “santi in paradiso” è piuttosto difficile anche solo essere presi in considerazione”. E per quanto riguarda i fondi europei per la cultura? La risposta suona come un paradosso: “per seguire l’uscita dei bandi e la stesura dei progetti servono le risorse economiche per pagare qualcuno che lo faccia in maniera professionale. Se non ci sono i soldi non si riesce a lavorare su questo aspetto. E poi la trasparenza…”

IFQ

19 gennaio 2012

La polveriera dei “Forconi”: estrema destra, mafia e massoneria dietro la rivolta dei Tir

Il porto di Palermo bloccato da decine di tir, gli scaffali dei supermercati vuoti e i distributori a secco da tre giorni: la protesta dei Forconi arriva a Palermo, cresce l’emergenza e sale la tensione sul fronte dell’ordine pubblico, dopo le parole del presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello, che ha denunciato “evidenti strumentalizzazioni politiche di demagoghi in servizio permanente effettivo” e la presenza di “realtà criminali organizzate che mirano a far saltare tutto”. Stamane a palazzo d’Orleans, sede della presidenza della Regione, è convocata una riunione di prefetti per un esame complessivo della situazione.    E se il Codacons denuncia il rischio speculazioni “con possibili aumenti dal 10 al 50%” dei generi alimentari e la benzina schizzata fino alla soglia di 1,8 euro, chiedendo la vigilanza della Guardia di finanza e la mediazione del ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri “affinché si possa trovare una soluzione valida al problema”, l’allarme di inquinamenti politico-mafiosi è stato lanciato da un cartello di associazioni produttive, da Confartigianato a Confcommercio che in una lettera a Monti hanno scritto: “Le ragioni delle imprese rischiano di essere strumentalizzate dalla peggiore politica, e di sfociare in un ribellismo inconcludente aperto anche alle infiltrazioni della criminalità, organizzata e non”. Posizione condivisa da Lo Bello, secondo cui il problema della Sicilia “è la sua classe dirigente, pronta a cavalcare la ribellione con pelose strumentalizzazioni: stupisce che domani (oggi, ndr) Lombardo riceverà i protagonisti della protesta, noi attendiamo ancora una convocazione”.    E anche lo storico Giuseppe Casarrubea invita a non sottovalutare la protesta: “In momenti di crisi in Sicilia affiora sempre il ribellismo incontrollato, che ha modalità e finalità di destra, a volte estrema – dice – i forconi richiamano le forche, strumenti di giustizia reazionaria e spesso eversiva”. Non a caso i riflettori della Digos si accendono dietro le quinte della protesta, tuttora abbastanza pacifica, dove si agitano gli esponenti di Forza Nuova accanto ai volti vecchi della peggiore politica siciliana delle clientele e degli scambi di voto. Ormai non è più solo un’adesione “di sostegno”, ma una vera partecipazione diretta, quella del movimento di Roberto Fiore: a Modica, dove i manifestanti hanno il sostegno dell’Mpa e di Grande Sud, a coordinare la protesta è Angelo Sannito, aderente a Forza Nuova, assieme a Concetta Spadaro, moglie di Angelo Zappia, direttore di un giornale che si chiama Terzo Occhio, di ispirazione esoterica.    E in quella zona vengono denunciate minacce ai commercianti che non aderiscono alla protesta, con intimazioni ad abbassare le saracinesche. E Forza Nuova piace molto anche a un altro leader della rivolta dei “Forconi”, che ieri hanno bloccato gli accessi del porto di Palermo: Martino Morsello, assessore a Marsala negli anni ‘80 per il Psi, candidato alle elezioni regionali del 2008 per una lista collegata a Raffaele Lombardo. Era il titolare di un’azienda di prodotti ittici poi chiusa, nel maggio dello scorso anno è stato tra i relatori al convegno di Forza Nuova a Terni sull’usura bancaria. In quell’occasione schierò i Forconi con Forza Nuova dichiarando: “Noi non partecipiamo ai convegni degli altri partiti, perché pensano di spartirsi, come si dice in Sicilia, il porco, continuando a dominare la scena politica. Il mio augurio è che con Forza Nuova si possa fare un passo avanti in questo sistema di politica corrotta”. Un’adesione convinta anche della figlia Antonella, che è dipendente della sezione di Terni di Forza Nuova. E se l’apartiticità del movimento si sta lentamente frantumando dietro regie più o meno occulte che soffiano sul fuoco della disperazione di migliaia di agricoltori e autotrasportatori siciliani ridotti allo stremo, tra gli improvvisati leader della protesta c’è persino un nobile, il duca Onofrio Carruba Toscano presidente dell’Aiase (Accademia Italiana Alta Scuola Equestre), che ieri ha marciato a cavallo assieme ad altri cavalieri su Palermo, da Villafrati, un paese a 30 chilometri circa dal capoluogo, dicendosi pronto ad andare a Roma sul proprio destriero. Nel 2002 la sua società, la Wonder, organizzò due concorsi equestri a Palermo, ma i vincitori non vennero mai pagati: “Per la pessima gestione del budget”, dissero all’assessorato regionale al Turismo.

di Giuseppe Lo Bianco, IFQ

18 gennaio 2012

I “vespri” del nuovo millennio. La Sicilia bloccata dai camionisti.

Le avevano annunciate come le “cinque giornate” di Sicilia: alle porte di Palermo hanno bloccato i binari rischiando di finire sotto le ruote di un treno, a Catania hanno paralizzato la tangenziale, a Gela in migliaia hanno chiuso le strade di accesso attorno al petrolchimico e a Lentini un venditore ambulante esasperato ha accoltellato uno dei manifestanti. I “Vespri formato 2000”, come si sono auto-definiti, bloccano la Sicilia e al secondo giorno di protesta costringono il governo Monti a fare i conti con i problemi di ordine pubblico nell’isola. Il leader è un ex Mpa deluso da Lombardo, “Forza d’urto” piace molto a Grande Sud di Gianfranco Micciché e a Marcello Dell’Utri, ma sui Forconi siciliani ha messo il cappello anche Roberto Fiore, il capo di Forza Nuova, che su Internet ha espresso “pieno sostegno” al maxi-sciopero.    A PROTESTARE sono in prevalenza autotrasportatori e agricoltori, furibondi contro l’aumento del costo dei carburanti, gli incassi esigui a valle delle filiere ortofrutticole, i prezzi proibitivi delle compagnie assicurative, l’assenza di una rete infrastrutturale per la distribuzione. E se l’isola si è svegliata ieri tra blocchi stradali e cortei di tir, la temperatura sale di ora in ora e i presidi urlanti di gente sempre più numerosa ed esasperata minacciano entro venerdi di bloccare porti e ferrovie: a Termini Imerese, nel deserto industriale lasciato dalla Fiat, il porto è stato preso d’assalto dagli operai marittimi, da mesi senza lavoro. Sorto apparentemente in modo spontaneo, lontano ufficialmente da ogni partito o gruppo politico, il movimento che porta in piazza migliaia di persone fa gola a più d’una forza politica e sono in molti a soffiare sul fuoco dell’indignazione di piazza. Il leader dei Forconi, il cuore movimentista della protesta, che nasce nella Sicilia orientale, è Mariano Ferro, ex agricoltore con un passato nell’Mpa di Raffaele Lombardo, ma proprio del governatore ieri i manifestanti hanno chiesto le dimissioni: “Lombardo ha tradito i siciliani, li ha imbrogliati promettendo loro la defiscalizzazione della benzina”. Slogan che non ha impedito al deputato regionale Pippo Gennuso (Mpa), di girare tra i negozi di Rosolini (Siracusa) chiedendo, come scrive il giornale web Il Clandestino “in maniera più o meno gentile, di chiudere le saracinesche per aderire alla protesta”, assumendo le vesti di “capopopolo” e improvvisando un comizio”. Comizi tenuti nella zona anche dagli uomini di Grande Sud di Micciché, che ieri pomeriggio hanno espresso il sostegno aperto ai manifestanti: “Non possiamo non condividere le motivazioni che hanno indotto gli autotrasportatori siciliani in sciopero da oggi perché fortemente penalizzati rispetto ai colleghi del nord che godono delle infrastrutture, quali porti e autostrade, inesistenti o quanto meno carenti al Sud”, ha detto Titti Bufardeci, presidente del gruppo Grande Sud all’Assemblea regionale siciliana.

GRIDANDO “a morte questa classe politica, come si è fatto con i francesi, con il Vespro”, e chiamando “a raccolta tutti i siciliani per liberare la regione dalla schiavitù di questa classe politica”, come gridano in coro i manifestanti di “Forza d’urto”, la protesta oggi è attesa a Palermo, dove già da ieri quaranta mezzi pesanti hanno bloccato l’accesso alla statale per Sciacca. “È partita la carovana dei forconi – ha commentato lo storico della Sicilia Giuseppe Casarrubea – sappiamo dove vanno, ma non conosciamo chi li spinge’’.

di Giuseppe Lo Bianco, IFQ

14 giugno 2011

È cambiato il vento anche in Sicilia

ll vento del cambiamento soffia anche in Sicilia. Con i risultati del turno di ballottaggi alle elezioni amministrative nell’isola arriva l’ultima sberla al centrodestra. Nei seggi elettorali gli scrutini sono cominciati solamente dopo lo spoglio delle schede dei quattro referendum, ma già nella prima serata i leader del centrosinistra, e soprattutto di Udc e terzo Polo, festeggiavano. “Adesso è un cappotto” ha detto Antonello Cracolici, presidente del gruppo Pd all’Ars.

NEGLI 11 COMUNI coinvolti nel ballottaggio per l’elezione dei sindaci hanno votato il 63% degli aventi diritto, segnando un calo complessivo del 7,5% rispetto al primo turno. “Il risultato che si delinea non lascia spazio a dubbi – ha aggiunto Cracolici – a Bagheria il nostro candidato sindaco stacca il candidato del Pid di Saverio Romano, così come a Lentini, Noto, Vittoria e Ramacca i cittadini premiano i candidati sostenuti dal Pd e dalle altre forze che si oppongono al Pdl e al Pid. Ci troviamo di fronte a un voto che, se pur in presenza di liste civiche, indica chiaramente la volontà dei siciliani di voltare pagina rispetto al peggiore centro-destra del Paese”.    Attorno alle venti è arrivato il primo risultato ufficiale: Francesco Zappalà è il nuovo sindaco di Ramacca, in provincia di Catania. Zappalà, appoggiato dal Pd, ha ottenuto il 62,3% delle preferenze contro l’avversario Musumeci, sostenuto dall’Mpa di Lombardo, in vantaggio al primo turno.    A Bagheria, centro alle porte di Palermo, l’Udc Vincenzo Lo Meo, appoggiato anche dai democratici e dal terzo Polo, vince contro Bartolo Di Salvo, il candidato sostenuto dal ministro dell’Agricoltura Saverio Romano. L’alleanza tra democratici e terzo-polisti conquista anche Noto, in provincia di Siracusa, dove Corrado Bonfanti supera Raffaele Leone. Un’ampia alleanza, che comprendeva Udc e Sinistra Ecologia e Libertà, supportava a Vittoria, in provincia di Ragusa, il candidato vincente Giuseppe Nicosia del Pd. Mentre a Lentini, in provincia di Siracusa, il candidato del Pd Alfio Mangiameli, sostenuto anche da Federazione della sinistra e terzo Polo ha conquistato la poltrona di primo cittadino contro l’uscente Nello Neri, ex deputato di Alleanza nazionale. A Campobello di Mazara, invece, l’alleanza tra Pd e Mpa ha portato alla conferma di Ciro Caravà.    “Questi risultati – ha dichiarato Giuseppe Lupo, segretario regionale del Partito democratico – confermano che anche in Sicilia soffia forte il vento nuovo che ha spazzato la destra dal Paese come dimostra anche lo straordinario risultato dei referendum”. Già, ma soprattutto pone il terzo Polo come ago della bilancia nella politica siciliana ed evidenzia ancora una volta l’incognita del rapporto tra il Pd siciliano e l’Mpa del governatore Lombardo: uniti al parlamento regionale e spesso avversari nelle diverse realtà comunali.

UNA SORTA di stallo al rilancio del centro sinistra siciliano ricordato anche da Antonio Marotta, segretario del Partito della Rifondazione Comunista, commentando l’esito referendario: “Il centrodestra e Berlusconi vengono travolti, e oggi spetta alla sinistra siciliana raccogliere questa spinta dal basso per tracciare insieme e unita un cambiamento, a partire da un progetto e una proposta di alternativa che superi le sabbie mobili del politicismo e dell’esperienza fallimentare del governo Lombardo”. “Senza l’appoggio del terzo Polo e Udc il Pd non potrebbe certo dichiararsi vincitore – ha dichiarato Erasmo Palazzotto, segretario regionale di Sinistra Ecologia e Libertà – quindi se in Sicilia il Pd non decide di uscire dall’ambiguità in cui è sprofondato non sarà possibile la rinascita del centro sinistra e quel cambiamento che tanti siciliani sognano di vedere come sta accadendo nel resto d’Italia”.

di Michele De Gennar, IFQ

26 gennaio 2011

Il reinserimento sociale degli ex detenuti? Ci pensa lo spirito santo

In Sicilia un’Agenzia riconducibile a un movimento religioso ha avuto dal governo quasi cinque milioni per aiutare chi esce dal carcere a trovare un lavoro. Ma c’è chi contesta la scelta.

Salvatore Martinez

Il nuovo corso del reinserimento sociale dei detenuti passa dalla preghiera. E dai soldi pubblici della Cassa delle ammende, che raccoglie le multe comminate a seguito di una sentenza di condanna. Un fondo che dovrebbe essere speso per i detenuti e le loro famiglie. Un tesoretto, che si aggira intorno ai 150 milioni di euro, ma che nessuno è mai riuscito a spendere, tanto da finire al centro, ogni anno (pure nel 2010), dei rilievi della Corte dei conti. All’epoca di Roberto Castelli mancava un regolamento, con Mastella fu elaborato un piano che non andò mai in porto. Con Angelino Alfano, nuove norme hanno di fatto scippato un bel po’ delle somme disponibili per dirottarle sull’edilizia penitenziaria. Solo quel che è rimasto è stato investito per le finalità originarie del fondo: poco più di 17 milioni di euro per venti progetti che hanno come capofila il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

Quasi la metà della somma è andata a due soli progetti, entrambi nella Sicilia di Alfano. E il finanziamento più corposo è stato per l’Agenzia nazionale reinserimento al lavoro (anrel), promossa dalla Fondazione Monsignor Francesco di Vincenzo di Enna, finanziata con 4.804.000 euro e gestita dal Movimento del rinnovamento nello Spirito santo. Un soggetto che, sulla carta, prevede – tra l’altro – una banca dati con seimila soggetti, l’orientamento per 1500, l’avviamento al lavoro dipendente di altre 4550, all’impresa di ulteriori 150 e in forma cooperativistica di 1100. Di fatto, però, l’ultimo rapporto della Onlus Antigone, attiva nelle carcere da tempo, definisce  Anrel sconosciuta in ambito penitenziario : “Ad oggi ha al proprio attivo l’inserimento di soli dodici detenuti”.

Il Movimento di rinnovamento dello spirito (che è radicato nella parrocchie e si proclama molto vicino al Vaticano di Benedetto XVI) aveva già avviato un progetto finanziato dalla Ucria e realizzato in terreni confiscati alla mafia e gestiti dalla Fondazione Don Sturzo. Per accedere ai fondi della Cassa, il Movimento cattolico ha fatto ricorso alla Fondazione di Vincenzo (entrambe le organizzazioni presiedute dall’ennese Salvatore Martinez), attorno alla quale si sono riuniti partner come il Comitato nazionale per il Microcredito guidato dall’onorevole pdl Mario Baccini, l’agenzia per i beni confiscati, Caritas, Col diretti, Acli e Prison Fellowship Italia.

Quest’ultima  sigla è la neonata costola italiana (al cui vertice c’è Marcella Reni, già direttrice del Movimento per il rinnovamento) dell’omonima associazione statunitense fondata da Charles W.Colon, consigliere speciale di Richard Nixon, fulminato dalla fede evangelica dopo aver sperimentato il carcere con il Watergate, tanto da dedicarsi alla “redenzione dei detenuti vittime del peccato”, la cui riabilitazione può avvenire “solo attraverso la fede”, diventando uno dei riferimenti dei teocon dell’era di Gorge W.Bush. “Le pedagogie educative e rieducative di rinnovamento spirituale dell’umano…sono la missione carismatica che la Pf Italia si prefigge di realizzare” ha spiegato Martinez, battezzando la nascita dell’organizzazione. Che, però, risulta finanziata dallo Stato come un’agenzia per trovare lavoro ai detenuti. E che, come gli altri progetti finanziati, non è mai stata soggetta a un bando di gara.

di Sonia Oranges – Il Venerdì

È  messa in risalto all’interno del sito del governo, in quello del ministero della giustizia e in quello personale del ministro, appena sotto il ritratto di Angelino che esibisce i suoi dentoni in un suadente sorriso. C’è persino su Facebook. E’ l’ultima invenzione del ministro della giustizia Alfano, l’Anrel (Agenzia Nazionale Reinserimento e Lavoro), un’agenzia di collocamento per i detenuti, con l’obiettivo di non farli tornar dentro, di trovar loro lavoro e di collocarli nella società.

Il progetto, varato, oltre che dal Ministro della Giustizia, dal Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (Dap), Franco Ionta, riceverà dalla Cassa delle Ammende del
Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria la somma di 4,8 milioni di euro e sarà gestito dalla Fondazione “Monsignor Di Vincenzo”, ente morale con personalità giuridica di diritto civile ed ecclesiastico, nato nell’ambito del “Rinnovamento nello Spirito Santo”. La scelta non è piaciuta affatto nè al mondo del volontariato, nè ai Garanti dei diritti dei detenuti: “Sono degli sconosciuti, il ministro ha scelto secondo amicizie, non secondo criteri di competenza”.

La sperimentazione riguarda intanto cinque regioni, tra le quali , naturalmente, la nostra, la Sicilia.
I propositi sono ottimi: dare un’alternativa a circa 1.800 ex-detenuti: di questi avviati al lavoro, 1100 dovrebbe essere collocati in cooperative sociali, 550 come dipendenti e 150 avvieranno nuove imprese o si aggregheranno a progetti esistenti. Cento in totale le imprese che – stimano i promotori – potranno essere costituite dai detenuti. Sarà creata una banca dati dove inserire i curricula (circa seimila) dalla quale i datori di lavoro possano attingere informazioni e, eventualmente, risorse. Tra gli obiettivi, la presa in carico delle famiglie dei detenuti con la creazione di Cittadelle su territori confiscati alle mafie.

Chi guiderà il progetto di recupero è il Movimento Ecclesiale “Rinnovamento nello Spirito Santo”, di cui è presidente Salvatore Martinez, in collaborazione con altre realtà, tra cui Caritas Italiana, le Acli, Coldiretti e Prison Fellowship International. Ma questi ultimi sarebbero solo dei comprimari, a detta di Livio Ferrari, già fondatore della Conferenza Nazionale Volontariato e Giustizia e attualmente Presidente del Centro Francescano d’ascolto e Garante dei diritti dei detenuti di Rovigo. ”Prison Fellowship Italia – spiega Ferrari – è una diramazione di Prison Fellowship International, un’organizzazione fondata e diretta da Charles Colson (ex segretario di Richard Nixon), coinvolto nello scandalo Watergate. Quel che emerge dalla loro attività è un’enorme gestione economica. Il punto è che non sappiamo altro”. Patrizio Gonnella, dell’associazione Antigone, si augura il monitoraggio di una tale somma assegnata con criteri non trasparenti. Da sottolineare, poi, che sono migliaia i volontari delle carceri italiane che non hanno mai sentito parlare dei 200.000 fedeli di “Rinnovamento Nello Spirito Santo”, nè tantomeno li hanno visti in carcere.

Questo per quanto riguarda il metodo. Nel merito entra poi Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti, una delle realtà di volontariato più significative in Italia. “In un mondo complesso come quello penitenziario questi automatismi non funzionano, è noto da tempo che vanno pensati percorsi differenziati. Certe proiezioni sono irrealistiche”.

E infine una notazione a margine , il richiamo allo Spirito santo e alle sue ali ci suggerisce immagini non rassicuranti di quattrini che prendano il volo. Ma queste sono solo libere associazioni. Nulla a che vedere con la realtà. Almeno così ci auguriamo.

Argo.Catania.it

 

Il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta; del ministro della Giustizia, Angelino Alfano; del capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Franco Ionta; del presidente del Rinnovamento nello Spirito Santo (RnS) e della Fondazione Istituto di Promozione Umana “Mons. Francesco Di Vincenzo”, Salvatore Martinez; in cui è stato annunciato il varo dell’Agenzia Nazionale Reinserimento e Lavoro per detenuti ed ex detenuti (ANReL)

15 novembre 2010

Thoni Sorano – Vitti ‘na crozza

8 novembre 2010

Bersani, ora stacca la spina a Lombardo

Fa bene Pierluigi Bersani a chiedere a Fini di staccare la spina al governo Berlusconi. Vorremmo chiedere a Bersani di far lo stesso con il governo di Raffaele Lombardo, presidente della Regione Sicilia, indagato formalmente di concorso in associazione mafiosa e tenuto ben più che in vita dai ventisette consiglieri regionali del Partito Democratico, parte generosa e organica dell’attuale maggioranza di centrodestra. Non ci diverte tornare su questo tema: ma se non lo facessimo il giorno dopo le notizie arrivate da Catania («Lombardo fu eletto con l’aiuto di Cosa Nostra»), ci sembrerebbe un atto di pura omertà intellettuale e giornalistica. Anche perché nelle 583 pagine dell’inchiesta catanese, pubblicate ieri per stralci da molti quotidiani, ci sono molti spunti di riflessione per Bersani e per il suo partito. Scrivono i giudici che l’elezione di Raffaele Lombardo alla presidenza della Regione fu salutata dalle famiglie mafiose Santapaola ed Ercolano con un a festa simile «alla celebre riunione di Appalacchin con il ghota della mafia americana». Si brindò con il fratello del governatore Angelo Lombardo, incaricato da Raffaele, scrivono i giudici, di essere «il tramite operativo per i rapporti con l’organizzazione criminale». Nella loro ordinanza i magistrati parlano diffusamente di incontri tra i Lombardo e gli emissari di Cosa Nostra, di finanziamenti pubblici convogliati nelle tasche della mafia e del leale appoggio elettorale che i Santapaola garantirono a Raffaele Lombardo. Scrivono, concludendo, che «risulta provata l’esistenza di risalenti rapporti diretti e indiretti degli esponenti di Cosa Nostra con Raffaele e Angelo Lombardo. Rapporto non occasionale né marginale ma cospicuo, diretto e continuativo grazia al quale Lombardo poteva avvalersi del costante e consistente appoggio elettorale della criminalità organizzata di stampo mafioso a lui vicina». Amen.
A corredo ci sono testimonianze, intercettazioni ambientali, riscontri documentali. Ma i giudici vanno oltre, e danno una lettura maliziosa anche dell’inserimento di due noti magistrati all’interno della giunta regionale: «Una strategia che mirava a presentarsi come soggetto politico che, godendo della fiducia di due noti magistrati siciliani, non era per ciò stesso sospettabile di contiguità alcuna». Una furbizia, insomma. Come l’improvviso ricovero di Lombardo in un ospedale di Catania, poche ore dopo la diffusione della notizia di un suo imminente arresto, con una diagnosi di grave scompenso cardiaco che il primario dell’ospedale ritenne talmente falsa da rifiutarsi di firmarla preferendo spedirla alla Procura.
Ora, Bersani e i suoi possono decidere di restare in maggioranza e di mantenere politicamente in vita Lombardo fino alla fine della legislatura: fatti loro. Fino ad oggi hanno scelto questa via facendosi carico di molte contraddizioni: Lombardo, sostenuto dal Pd in Sicilia, sostiene con i voti dei propri parlamentari nazionali il governo Berlusconi a Roma; Lombardo, fieramente nemico a chiacchiere di ogni politica centralista e statalista, ha colonizzato il sottogoverno siciliano con vassalli, famigli e iscritti al suo partito (l’elenco dei nomi e delle prebende è su tutti i quotidiani siciliani). Ma adesso c’è un fatto nuovo (nuovo?) che spazza via come torsoli di frutta tutte le vecchie chiacchiere d’opportunità politica su questo governo. Perché adesso Lombardo è formalmente indagato del reato più grave che si possa immaginare per la più alta carica istituzionale della Sicilia: essersi legato a Cosa Nostra.
Quando, da questo giornale, dubitammo sulla lungimiranza dell’inciucio siciliano e sulla limpidezza delle motivazioni che animavano i dirigenti locali del Pd, qualcuno se ne ebbe a male. «Nella lotta alla mafia non si possono fare sconti», ci spiegò Lumia. «La politica deve fare la sua parte e valutare se esistono sistemi di relazioni che, al di là del giudizio penale, possano avere un risvolto negativo sulla figura del Presidente della Regione. Se dai fatti emergeranno rapporti consapevoli con esponenti di Cosa nostra non c’e’ dubbio che i siciliani dovranno avere la possibilità di scegliersi, con elezioni anticipate, il futuro Presidente della Regione. Appena le carte saranno disponibili bisognerà leggerle e valutarle con attenzione per trarne le debite conseguenze».
Le carte sono disponibili, onorevole Lumia. Carte, fatti, prove. Ciascuno ne tragga le debite conseguenze. Anche sui propri errori.

di Claudio Fava – L’Unità

 

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