Posts tagged ‘Roma’

15 luglio 2012

Scene di caccia a Campo dei Fiori Alcol, droga, schiamazzi e botte

Ore 18 del venerdì, inizia il rito. Rasoio in mano per gli inesperti o i frettolosi, depilatore elettrico per i più rodati. Via i peli, non quelli superflui, “ma proprio tutti. Ce fanno schifo: coprono il muscolo e i tatuaggi. Meglio la pelle liscia”. Inutile chiedere oltre. Nel frattempo hanno già in mano le pinzette per le sopracciglia. Sistemate anche quelle. Si chiamano Luca il Secco, Giuseppe per gli amici Peppe, Gabriele detto Lele o Teschio (“a seconda della confidenza”) e Davide er Moviola. Hanno tra i 16 e i 20 anni, vivono nella borgata romana. “Aspetta, nun me interrompe. Famme finì che è tardi”. Questione di scaletta, di ritmo, di serata che deve partire da lontano. Di adrenalina pronta a salire per conquistare Roma a colpi di alcol, droga, botte o quello che capita. Le conseguenze? “Boh”. Di ciò che capita attorno neanche se ne accorgono, dello stupro di martedì a l’australiana non sanno nulla. “Noi non vogliamo tutta la città, a noi ce basta il centro”. Meglio correggere il tiro: non tutto il centro, a loro interessa un quadrilatero composto da Campo de’ Fiori, Piazza Navona, piazza delle Coppelle e piazza del Fico. L’appuntamento è li. Impreciso. Variabile.

L’OBIETTIVO è vagare, alternare un pub a una sosta improvvisata. Una birra a un cicchetto da due euro. Il complimento a una ragazza a uno sguardo di sfida. “Capita. A noi ‘sti stranieri ce fanno schifo, pensano de fa’ come cazzo je pare”. Non sia mai. I quattro “pischelli” fanno i duri. Ci provano, almeno. Si aiutano con l’abbigliamento, studiato al dettaglio: magliette aderenti, o camicie aperte, pantaloni attillati, scarpe da ginnastica. Ma il fisico segaligno non gli dà grandi chance. Basta camminare per capire chi sono quelli (realmente) pericolosi: hanno il casco a scodella poggiato sull’avambraccio, nell’altra mano una perenne birra in bottiglia di vetro. I ristoratori non possono lasciar-le ai clienti. “No, no le portiamo da casa. Alcune volte le riempiamo con qualche cocktail. Tanto per non spendere soldi e far salire la serata”. Droghe? Ovvio, impossibile farne a meno. Dopo la depilazione scatta anche la “prima cannetta, o una botta di coca. Ultimamente costa de più – spiega Peppe –. Ma dipende sempre che serata voi fa’. Comunque, sì. Dove la troviamo? Ovunque, anche qua dietro se vòi”. Andiamo a vedere. A 80 metri da due pattuglie fisse è possibile acquistare erba, fumo o polvere bianca. Per la marijuana sono 20 euro, e un sacchetto finisce immediatamente in mano.    Dall’alto arriva dell’acqua. Almeno crediamo sia acqua. “Capita spesso – racconta un buttafuori – Qui abitano politici, professionisti, imprenditori. Gente coi soldi. E ogni tanto je rode pe’ ‘sto casino. Ma io a uno gli ho detto: ‘Vòi fa’ a cambio co’ casa mia?’ Non ha risposto…”. Così la ribellione dei piani alti passa da sistole e secchi di liquidi riversati sulla testa di chi schiamazza. Superfluo telefonare alle forze dell’ordine.

POCO DOPO arriva una signora. Sicuramente grande di età, impossibile definire i suoi “anta”. L’approssimazione del rossetto sulle labbra denuncia anche qualche problema supplementare. La conoscono in molti. A una certa ora della notte, quasi ogni notte, improvvisa uno spogliarello in un locale. “Ce fa ride”, dicono. “La prendemo per culo”.    “Perché non ce fai entrà?” ghigna al buttafuori un 25enne a capo di altri quattro. “Perché siete troppi”. “Ma il locale è mezzo vòto!”. “Vatte a fa’ un giro”. Questione di business. “Gli italiani consumano meno e rompono le palle alle ragazze, poi provocano gli stranieri. Quest’ultimi bevono uno sproposito, gli facciamo pagare quello che vogliamo e poi li cacciamo fuori”. Ecco l’arcano. Altro che il pub crawl, il giro a 20 euro per i locali della città. “Iniziano così, ma finiscono in un altro modo”. L’altro modo può anche essere la rissa. Uno sguardo, una mano in faccia, una bottiglia spaccata in testa. Il casco torna utile, agli italiani. Si ricomincia il giro. Gli argomenti sono i tatuaggi (si commentano quelli degli altri), le botte date (sempre date, mai ricevute), le bravate, qualcuno si è fatto un paio di giorni in galera, le ragazze e il calcio. Dietro piazza Navona c’è un gruppo con il pallone tra i piedi: hanno improvvisato un campo da calcio. Le ragazze sono sui gradoni della chiesa. I ragazzi a torso nudo mostrano le loro capacità con i piedi e la lingua (gli insulti sono un obbligo). “So’ quelli de Cento-celle”, ipotizza il Teschio. “Nun me stanno molto simpatici, nun c’hanno le palle come noi de Torbella”. Parte il coro. “Torbella pre-sen-te!”. Non accade nulla. Altre volte è bastato meno per definire i padroni del territorio e magari finire all’ospedale.

Ci andiamo comunque, in ospedale. Santo Spirito, dietro San Pietro. Sei infermieri prendono un po’ di aria. Ascoltano Claudio Lolli che canta “vecchia piccola borghesia, fai più rabbia, schifo o malinconia…”. Attendono il via alla nottata. Per loro parte alle due “quando ci consegnano i primi ragazzi. Attenzione però, non parliamo solo di borgatari. Qui il problema è trasversale e tocca tutte le classi sociali”. Quindi anche i figli della vecchia e piccola borghesia.

di Alessandro Ferrucci, IFQ

7 febbraio 2012

Passami il sale

Siete assiderati in un tir o in un igloo di fortuna sul raccordo anulare di Roma? Su col morale. Non è colpa di nessuno. È la neve, bellezze. “Basta polemiche, è solo colpa dell’inverno”, ammonisce il Giornale di Sallusti. “La caccia al colpevole – scrive Feltri – è in pieno svolgimento benché se ne conosca l’identità: è la neve, che quando è troppa attecchisce e sono cavoli nostri”. Certo, “Alemanno poteva fare di più” e “dispiace per i romani”, ma è “assurdo che i politici si dannino l’anima in un patetico scaricabarile”. Non è colpa di nessuno, “mettetevi il cuore in pace. Sarà così anche in futuro”. In futuro, forse. Ma in passato mica tanto. L’inverno scorso nevicò a Firenze. Il neosindaco Renzi si mostrò impreparato: pochi mezzi, poco sale. Fu giustamente massacrato dai giornali e dal centrodestra, anche se le autorità autostradali e ferroviarie si erano impegnate a peggiorare la situazione, chiudendo i caselli e la stazione e paralizzando la città. “Se Renzi è un rottamatore, cominci a rottamare i responsabili o se stesso”, tuonò l’udc Bosi. Il Pdl, che ora “fa quadrato” intorno al camerata Alemanno, esperto in catene ma quelle sbagliate, sparò su Renzi a palle di neve incatenate. Il berlusconiano Toccafondi strillò: “Saranno molte meno del previsto le persone che stasera verranno alla cena d’auguri del Pdl anche perché Comune, Provincia e Regione non hanno avuto nemmeno la decenza di leggere i bollettini meteo che da giorni segnalavano nevicate”. Il ministro Matteoli, seduto a tavola, rincarò la dose. “Per il mondo Renzi è il sindaco che ha pedonalizzato piazza Duomo, ma ora è riuscito a pedonalizzare la città di Firenze”, sbraitò il capogruppo Galli, ex portiere. Alla fine Renzi ammise: “Anch’io ho sbagliato. Me ne assumo l’intera responsabilità”. Sallusti sul Giornale (“Se la neve è rossa il disastro non ha più padri”) lo fulminò: “Se la neve blocca strade e autostrade della rossa Toscana, i cattivi sono i tecnici. A nessuno viene in mente di mettere sotto processo il sindaco Renzi e il governatore Rossi. Ovvio, sono del Pd e per questo bravi ed efficienti… Renzi passa ore in tv a rottamare Bersani e D’Alema. Il successo mediatico l’ha distratto, è scivolato sul ghiaccio. Per molto meno, due anni fa, Letizia Moratti fu messa in croce da giornali e sinistra. Lui se la caverà con qualche rimbrotto. Se piove, il governo è ladro, ma solo se è di centrodestra”. Proprio in quei giorni, Feltri passava a Libero, che titolava: “Ora Renzi vuole rottamare anche l’Anas”. E ironizzava, per la penna di tal Borgonovo: “Flop da neve, Firenze vuole rottamare Renzi”. Un anno dopo, lo stesso Borgonovo minimizzava il flop da neve del governo B.: “Diluvia, nevica, c’è vento, il clima cambia, fa freddo, fa caldo: tutto a causa del Biscione. Cari compagni, per liberarci dalla pioggia, urge la rivoluzione. Abbattete il Cavaliere, così tornerà a splendere il sole. Quello dell’avvenire, magari”. Quindi funziona così: se nevica sul Pd, è colpa del Pd. Se nevica sul Pdl, è colpa della neve. Che, anzi, è manna dal cielo. “Roma – scrive l’elegiaco Paolo Guzzanti sul Giornale – era magnifica e spettrale. Tutto ciò che è servizio era in tilt, ma non si può pretendere miracoli e ripetere la solita tiritera sulla Capitale in ginocchio. In compenso tutto ciò che è immagine, panorama, emozione, era fantastico, fuori dalla portata della memoria… Abbandono la mia 500 su una strada in salita perché le auto davanti a me danzano la quadriglia. Addio cara macchinetta, ti ritroverò in letargo sotto un calco di marmo friabile. Sono contento di assistere alla nevicata perché mi ero persa l’ultima veramente seria, quella del 1986”. Ecco, se l’era persa. Ma ora ha recuperato. E voi che da venerdì aspettate nel vostro tir o nel vostro igloo, con le gavette di ghiaccio, qualcuno che venga a salvarvi, fatevi leggere al telefono il pezzo di Feltri o di Guzzanti come ultima preghiera. Vi sentirete subito meglio.

di Marco Travaglio, IFQ

27 gennaio 2012

La legge della giungla

Il 2 giugno 2009, festa della Repubblica e giorno del pestaggio di un quindicenne ad opera di una squadretta di picchiatori fascisti, punito per non essersi adeguato al rito dei saluti romani, il Fatto non esisteva ancora. Se fossimo esistiti avremmo naturalmente pubblicato la notizia con la stessa evidenza con cui l’abbiamo pubblicata due anni e mezzo dopo, ma resta da capire per quali misteriosi motivi la stampa italiana al completo decise di ignorare un episodioditale,enormegravitàchefucomecancellato risultando, dunque, come mai avvenuto. Ed ecco Luca, “pestato con ferocia inaudita” dai “teppisti neri” che dopo l’irruzione in un condominio privato “hanno infierito su di lui per mezzo di pugni, calci, colpi di casco mirando prevalentemente alla testa, fino a ridurlo una maschera di sangue” leggiamo nella coraggiosa lettera che Marida Lombardo Pijola, madre di uno degli amici del ragazzo, scrisse tre giorni dopo l’accaduto al sindaco di Roma Gianni Alemanno, invitandolo a un gesto contro la brutalità e che non ricevette mai risposta alcuna. Alemanno, appunto, padre di un altro ragazzo presente alla spedizione selvaggia organizzata per “difendere l’onore” del Blocco Studentesco, movimento di estrema destra nella cui lista Alemanno jr. è stato eletto, nel novembre scorso, rappresentante nel suo liceo. Furono carica e peso politico di cotanto genitore a suggerire l’immediata archiviazione della notizia da parte di tutti i giornali (sull’altra subitanea archiviazione,quellagiudiziaria,sembracheilpmpossa ripensarci dopo l’inchiesta pubblicata sul nostro giornale da Marco Lillo e Ferruccio Sansa)? O è stata la minore età dell’Alemanno rampollo e di altri partecipanti al pestaggio a suggerire alla stampa una cautela che sa di candeggina? A questo proposito è francamente indecente che la famiglia del cosiddetto primo cittadino (con il coro dei Cicchitto e delle Carfagna) si faccia scudo della Carta di Treviso, che giustamente tutela l’identità dei minori nei fatti di cronaca, per attaccare l’inchiesta del Fatto. Essendo evidente a tutti che se non si fosse scritto che quel giorno tra i camerati del blocco nero c’era anche il ragazzo Alemanno non si sarebbe potuto dare conto del silenzio e dell’inattività del padre e della madre. Infine, a parte il Corriere della Sera (e il Messaggero a pag. 37 in cronaca), intorno a questo vergognoso caso che intreccia violenza, omertà, arroganza e disinformazione ancora una volta tutto tace. Così Luca e i suoi amici, bastonati e minacciati impareranno una buona volta che in Italia impera una sola vera legge: la legge della giungla.

di Antonio Padellaro, IFQ

4 novembre 2011

A Roma prove di Stato di polizia. Studenti schedati a scuola.

Cariche contro chi tenta di violare il divieto di manifestare

Sono arrivata a scuola alle otto meno un quarto e ho visto una cosa incredibile. Davanti al marciapiede, dove di solito parcheggiamo i motorini, era tutto pieno di poliziotti. Tre camionette blu e due auto con agenti in borghese. Un mio compagno si è avvicinato e ha chiesto: ma che state facendo? Identifichiamo quelli che vanno alla manifestazione, hanno risposto. Poi è arrivata la preside e li ha cacciati, mica ci potevano stare qui”. Fulvia, ieri mattina, non è andata con gli altri. C’era una lezione di filosofia cui teneva, per quello è rimasta al Liceo Mamiani in viale Delle Milizie, quello della fiction tivù “I Liceali”. “Sennò ci andavo eccome – spiega mostrando sul cellulare le foto scattate al mattino –. Vedi, cinque classi sono andate via in blocco, più altri sparsi, circa 140 ragazzi in tutto. E la Polizia dietro, una scena ridicola: hanno detto che eravamo una scuola a rischio, ma quando mai”.    Identica scena in altri istituti del centro: Tasso, Giulio Cesare, Virgilio, Righi, licei ritenuti pericolosi per aver dichiarato – in anticipo – di voler partecipare al corteo che sfidava l’ordinanza Alemanno contro i raduni in centro dopo il disastro del 15 ottobre. E gli studenti hanno deciso di organizzare una manifestazione proprio contro il divieto, convergendo sulla stazione Tiburtina. Da lì, tutti insieme, si doveva arrivare alla Sapienza passando dal centro.

MA, DAVANTI alla stazione, i circa 300 manifestanti hanno trovato i poliziotti schierati in assetto antisommossa: hanno urlato slogan, mostrato i loro scudi di cartone e gommapiuma, gridato la voglia di futuro oltre le nubi del presente italiano. In risposta, niente autorizzazione al corteo. Gli studenti hanno tentato di forzare il cordone, gli agenti hanno caricato: spinte e manganellate su giovani in gran parte minorenni, del tutto disarmati. Dopo le botte, alcuni si sono spinti in un’area interna al piazzale per sfondare la rete del cantiere e tentare la fuga. Gli agenti hanno attaccato ancora: oltre alla manifestazione non autorizzata, c’era il danneggiamento. Altre manganellate, qualche ragazzino inseguito nelle vie laterali, e poi un cordone tutto intorno alla piazza. “Ci hanno sequestrato, non possiamo uscire di qua senza farci identificare – raccontava un ragazzo al telefono –. Adesso ci sediamo per terra e vediamo che succede”. Dopo una lunga mediazione, cui hanno partecipato diversi genitori e alcuni esponenti dell’opposizione, si è arrivati alla soluzione: si poteva lasciare la zona a gruppi di trenta per raggiungere la Sapienza, ma niente centro. Alla fine tutti si sono riuniti davanti all’università decidendo di riconvocarsi per il 17 novembre: con o senza il consenso di Alemanno.

Che ha commentato così: “Per fortuna non ci sono stati grandi incidenti, e mi dispiace sinceramente che la forza pubblica sia dovuta intervenire. Però ci sono delle regole che tutti devono rispettare. È chiaro che il Questore ha dovuto fare il suo mestiere, così come il sindaco che deve rispettare i diritti degli studenti ma anche quelli dei cittadini romani che non vogliono vedere la propria città messa sempre a dura prova da continue manifestazioni”. Dunque massima sintonia tra le istituzioni cittadine, e una certa soddisfazione per aver evitato noie al traffico. Peccato che la stazione sia rimasta chiusa per ore, i bus dirottati e le vie di accesso chiuse. Giuseppe, papà di uno studente 17enne, è stupito da tanta approssimazione: “Ho assistito a una gestione della piazza ridicola. Centinaia di agenti ed elicotteri per pochi studenti. Impediscono ai ragazzi di uscire dalla piazza. Ma con quale credibilità si agisce così? Perché dovrebbero identificare ragazzini minorenni che non rappresentano nessuna minaccia quando nel Paese ci sono rappresentanti in odore di crimini ben più gravi?”.

SECONDO la Questura, tutto regolare. L’avviso rivolto alla popolazione sui rischi “civili, penali e amministrativi” del partecipare a un corteo non autorizzato era sufficiente a giustificare la richiesta di documenti a tutti quelli che apparivano in procinto di organizzare o seguire l’evento. Flavia scuote la testa: “C’era anche un fotografo davanti alla scuola, la mattina. Faceva strane foto, non credo fossero per i giornali”. Le identificazioni ieri sono state oltre 300, e ora verranno denunciate almeno dieci persone per “invasione di terreno”. Nei confronti degli altri si sta valutando l’ipotesi di resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento.

Insomma Digos e agenti, tutti impegnati a perseguire pericolosi studenti liceali mentre ieri il Tribunale del Riesame ha deciso gli arresti domiciliari per sette tra gli arrestati di San Giovanni. Uno resta in carcere a Roma e un altro a Chieti (Leonardo Vecchiolla). Per altri due romani, tra cui Fabrizio Filippi detto er Pelliccia, si deciderà nei prossimi giorni.

di Chiara Paolin, IFQ

La polizia davanti al liceo Mamiani di Roma. (FOTO ANSA) 

19 ottobre 2011

Retata superstar: arrestato “Er pelliccia”

A Bassano Romano, il paesino del Viterbese dov’è nato e cresciuto, si ricordano ancora di quella volta che Fabrizio Filippi andò a sbattere con la sua macchina contro una fila di auto parcheggiate. “Era un po’ fatto, ma dopo che l’hanno beccato aveva smesso con quella robaccia” dice un amico. Piccoli precedenti per droga, una famiglia tranquilla che ha tentato di fargli mettere la testa a posto iscrivendolo all’università, a Roma. Filippi, 24 anni, ha scelto Scienze e tecniche psicologiche della Guglielmo Marconi, ateneo privato e telematico: non aveva troppa voglia di frequentare. Preferiva starsene al Tuscolano, o al Tufello, zone periferiche e popolose dove bazzicava ambienti anarchici e giovani arrabbiati.    LA DIGOS, dopo averlo arrestato per resistenza pluriaggravata grazie a un fulmineo decreto di perquisizione firmato dal sostituto Procuratore Tescaroli del Pool Antiterrorismo della Procura di Roma, ieri ha girato nei dintorni per capire se ci fossero altri suoi conoscenti tra i manifestanti che sabato scorso hanno devastato la città. Ma anche nella Tuscia i colleghi sono al lavoro, perché a Roma nessuno sembra aver memoria particolare di questo ragazzo soprannominato ‘er Pelliccia’, diventato il simbolo della distruzione per quell’idrante lanciato in aria tra le fiamme. Gli esponenti dei centri sociali dicono di conoscerlo poco o niente: un tipo strambo, uno che non ha la minima esperienza di cortei e contestazioni. Sennò, mai si sarebbe tolto la maglietta per nascondere il viso lasciando scoperto il tatuaggio sul fianco. Quel tatuaggio l’hanno visto anche i genitori di Fabrizio: Roberto, impiegato alle scuole elementari del paese, e mamma Ornella, che lavora per l’Università della Tuscia. “Siamo in coma, non possiamo far niente, non possiamo dire niente, perché più parliamo e più è peggio” ha detto ieri il padre. La madre ha aggiunto: “Mio figlio non ha mai fatto politica né frequenta centri sociali, non so cosa sia successo. So solo che sabato é uscito con jeans e maglietta per andare all’università. Quando abbiamo visto le foto l’abbiamo riconosciuto subito, siamo rimasti senza parole”.

Un agente invece avrebbe detto di averlo riconosciuto benissimo mentre lanciava l’idrante proprio nella sua direzione. Filippi è incastrato? “La situazione è delicata, e l’atteggiamento della Procura molto aggressivo: credo confermeranno l’arresto per tutti i ragazzi fermati fin qui – dice Cesare Antetomaso, avvocato di Giuristi Democratici che difende un’altra giovane, Ilaria Ciancamerla – La mia assistita era assolutamente pacifica ma è stata comunque accusata di resistenza aggravata, come tutti gli altri. Nel video in cui un cittadino ha ripreso dall’alto la fase del suo arresto, si sente chiaramente l’operatore gridare: “Noooo, questi non hanno fatto niente, prendete gli altri!”. Invece Ilaria resta dentro, e i pm hanno preferito non andare per direttissima proprio sperando di far emergere tutti i materiali utili a convalidare i fermi, magari per poter accusare qualcuno di devastazione e incendio. Insomma anche stavolta hanno fatto gli arresti a strascico, e ci andrà di mezzo anche gente che non c’entra nulla”.

DI COSE STRANE, in effetti, ne stanno succedendo in queste prime ore d’indagine. Ieri il sindaco Gianni Alemanno ha chiesto di costituire nel processo il Comune di Roma come persona fisica: “Il fascicolo è stato accettato, fatto inaudito – continua Antetomaso – La resistenza a pubblico ufficiale che c’entra col Comune? La città chiederà di costituirsi parte civile a un eventuale processo, ma adesso che ruolo può avere il sindaco, se non quello di definire sommariamente ‘animali’ i manifestanti fermati?”.    Filippi, che sul portale per cuori solitari Badoo cercava “relazioni passionali con una ragazza” e su fb si definiva “emarginato perché odio lo Stato” citando Hitler, ha ora una fan page interamente dedicata a Er Pelliccia. Commenti, ironici e amari, partendo dalla prima dichiarazione di Filippi fermato dalla Polizia: “Ho lanciato quell’estintore perché volevo spegnere l’incendio”. “Quando lo vedremo a Domenica In a raccontare la sua storia, naturalmente ben pagato?” si chiede Andrea mentre Giorgio ha un suggerimento: “Se va in Parlamento li trova subito 300 che credono alla sua versione e lo salvano dalla galera”.    L’ultimo post sulla bacheca personale di Filippi è della notte precedente gli scontri: “L’unica cosa che ci rimane è la vita. Se sei disperato, non fare lo sbaglio di buttarla via per paura di affrontare una vita da umile”. Ieri, secondo il padre, avrebbe detto così ai poliziotti: “Sono pentito, ma non sono un black-bloc. Probabilmente mi sono lasciato trascinare dagli avvenimenti”.

di Chiara Paolin, IFQ

19 ottobre 2011

“Protestare è un diritto.”

Di Pietro sembra averci ripensato. Lui di legge Reale-bis non ha mai parlato. Anzi, invita a buttare quella proposta “nel cesso”, o nel “cestino”, a seconda delle disponibilità. Un ripensamento, rispetto a quella che a molti è apparsa come una uscita che più infelice non si poteva. Di Pietro è sensibile agli umori che la sua base esprime attraverso il web e i social network. In tanti hanno scritto per mostrare il loro sgomento. La svolta “cossighiana”, poi, non è piaciuta a molti dirigenti del partito. Luigi De Magistris, il sindaco di Napoli, sabato era alla manifestazione.    Sindaco, dopo la guerriglia urbana le leggi speciali, quelle che ci riportano al clima degli anni di piombo.    Provo orrore quando sento parlare di leggi speciali, arresti preventivi, perquisizioni di edifici, sedi politiche e sindacali. Mi vengono i brividi quando si ripropone un modello culturale e politico di quarant’anni fa che portò alla criminalizzazione del dissenso, all’ostracismo del pensiero libero, all’emarginazione di fette importanti di una intera generazione. In molti dimenticano che anche per quelle scelte sbagliate il terrorismo riuscì in alcuni periodi a costruirsi un consenso ampio. Non possiamo consentire a 500 delinquenti, teppisti, violenti che non devono avere alcuna giustificazione, di uccidere tutte le conquiste civili e democratiche di questi anni.    Il ministro dell’Interno Maroni plaude a Di Pietro e si dice pronto ad approvare una legge Reale-bis.    Intanto Di Pietro, basta leggere le dichiarazioni di ieri, ha presentato proposte che vanno in una direzione diversa, ma mi fa specie che il ministro Maroni e il governo, vale a dire gli autori dei tagli drastici alle forze dell’ordine, invochino leggi speciali. Perché con i tagli non si può fare più prevenzione e intelligence, ma lei lo sa che a Roma la polizia non aveva un quadro preciso di quanto poteva accadere? E allora, piuttosto che pensare a un clima in cui siano possibili perquisizioni e arresti di massa, ci si occupi di destinare più risorse a polizia, finanza e carabinieri.    Seguendo il filo del suo ragionamento, possiamo dire che un primo risultato i 500 teppisti di Roma l’hanno già ottenuto: il divieto della Fiom a manifestare nella Capitale.    La Fiom-Cgil è una grande organizzazione e andrebbe ringraziata per il lavoro che fa nelle fabbriche e sul territorio. È un baluardo della democrazia, un soggetto che produce cultura, conoscenza dei diritti, partecipazione. La Fiom è un argine contro la violenza, tutto si poteva fare a una organizzazione così, tranne che impedirle di manifestare. Non è questa la democrazia per la quale stiamo lavorando e in nome della quale centinaia di migliaia di persone sono venute a Roma sabato scorso.    Lei c’era e ha cantato anche “Bella ciao”.    Ero nella parte del corteo gestita dalla Fiom. Ho visto operai, pensionati, tantissimi giovani precari, intellettuali e ricercatori universitari. Insomma, la vera ricchezza di questo Paese. È un movimento che pone domande alla politica, ma che allo stesso tempo si mette in gioco, vuole starci, entrare anche nei meccanismi istituzionali per cambiare l’Italia ed imporre un altro modello di sviluppo. Per questi motivi la piazza di Roma fa paura al sistema castale, questi non rompono vetrine, ma certezze, vogliono scassare poteri consolidati. Il sistema ha paura e li respinge, coglie l’occasione dei teppisti per criminalizzarli. Non dobbiamo permettere a 500 delinquenti di sopraffare una realtà sociale che è grandissima.    Sta lanciando il manifesto politico    del suo “movimento”, quello che in molti temono e che chiamano il    “partito di De Magistris”.    Ma lasciamo stare, questi sono giochetti della politica. Io sono un uomo dello Stato, la mia formazione culturale è quella, ho fatto il magistrato per anni e oggi sono il sindaco della terza città d’Italia, ed è stato importante essere in piazza a Roma col movimento. Dire ci sono, lavoriamo sulle vostre proposte, facciamole diventare politica, scelte che possono cambiare la vita di ognuno di noi. Politiche per il lavoro, per il futuro dei giovani, per i beni comuni, trasformiamo con voi le città e lo Stato. Uniamoci per l’alternativa. In questa direzione intendo lavorare anche per il futuro. Non mi piace fare dietrologia, ma noto il rischio di una sorta di convergenza parallela tra i 500 teppisti che hanno distrutto la manifestazione di Roma e violentato una città, e la parte più reazionaria della politica. Quella che vuole conservare il potere. Sempre e a ogni costo.

di Enrico Fierro, IFQ

Primo cittadino

18 ottobre 2011

“Attaccare le persone è follia”

La mano, quando il petardo lanciato dalle tute nere gli è scoppiato fra le dita, l’ha guardata una sola volta, non l’ha riconosciuta, e non l’ha voluta più vedere: “In ambulanza, mentre gridavo per farmi forza e non svenire, non ho mai abbassato lo sguardo. Ho avuto un brivido solo quando ho sentito il medico che chiamando l’ospedale diceva: ‘È un codice rosso! Ipotizzo l’amputazione delle falangi di quattro dita’”. Ha subito una prima operazione sabato, Enzo Mastrobuoni, il dirigente sindacale e militante di Sinistra e Libertà, ferito in via Cavour mentre cercava con i suoi compagni un tentativo di infiltraggio dei Black bloc. Adesso quel che è stato salvato della sua mano è chiuso in un pallone di garza, e lui muove le dita sotto le bende senza ancora poterle vedere. È ricoverato al Policlinico, reparto chirurgia plastica. “I medici – dice – sono stati bravissimi: hanno fatto un miracolo, alla fine ho perso solo la falange del pollice”.    Sei furibondo?    No, sono addolorato e dispiaciuto. E non solo per quello che è successo alla mia mano, ma per questa manifestazione sfregiata dalla violenza.    Cosa è successo sabato in via Cavour?    Stavamo sfilando normalmente. Abbiamo visto una ventina di ragazzi vestiti di nero che si erano infiltrati tra di noi. Abbiamo visto quello che stavano facendo. Non potevano accettarlo.    Che cosa avete fatto?    Siamo intervenuti subito, e li abbiamo messi fuori dal corteo, costringendoli a raccogliersi sul marciapiede, ai lati della strada.    E loro come hanno reagito?    È proprio quello che mi ha colpito di più. Erano increduli, stupiti, arrabbiati. Ci lanciavano sguardi furenti.    Perché?    Non hanno accettato l’idea che potessimo opporci, impedirgli di fare qualcosa: hanno iniziato a insultarci e a tirare di tutto.    Chi erano?    A me sono sembrati tutti italiani. Militanti dell’area antagonista, nessun infiltrato. Erano a volto coperto, ma si capiva che erano ragazzi, giovanissimi, molto organizzati.    Pensi che volessero operare restando nel corteo?    Sì, è stato evidente a tutti. Avevano un’idea chiara, fin dall’inizio, ma noi non potevamo consentirgli di fare quello che hanno fatto senza reagire.    Hai 50 anni e 30 li hai passati nei cortei. Cosa diresti a quei ragazzi se potessi parlargli?    Che con la violenza l’unica cosa che hanno ottenuto è stato questo risultato. Oscurare la protesta di giovani precari e arrabbiati quanto loro che avrebbero voluto far sentire la loro voce.    Può esistere una via di mezzo fra la violenza e la protesta    pacifica?    No. Io mi ritengo un militante di sinistra rigidamente non violento. E credo che dopo sabato si debba aprire una riflessione sull’uso della violenza. È già inaccettabile quella contro banche, negozi e auto private. Quella contro le persone è solo follia.    C’è stato un salto di qualità fra questa manifestazione e quelle del passato?    Devo dire che io di cortei ne ho fatti tanti, e ne ho visti anche di molto duri. Non avevo mai visto questa ferocia, da parte di persone che manifestano, e mai un’azione così spietata contro altri manifestanti. Credo che questa violenza contro inermi e disarmati segni un punto senza ritorno, che deve far riflettere.    Cosa farai, alla prima manifestazione, quando uscirai dall’ospedale?    (Sorride). Tornerò in piazza, come ho sempre fatto, per testimoniare i valori in cui credo. Questo non ce lo può togliere nessuno. È uno dei diritti più importanti che abbiamo conquistato in sessant’anni di democrazia. Anche con mezzo pollice in meno me lo voglio tenere stretto.

IFQ

26 luglio 2011

Quando la calamità è Trenitalia

Stazione centrale di Milano, domenica pomeriggio. Sul tabellone luminoso c’è uno spazio piccolissimo, dove la parola non ci sta, quindi scorre: “nce…”, “lat…”, “can…”. Gli italiani madrelingua, epistemologicamente normodotati, dopo attenta osservazione intuiscono che il treno è cancellato. I numerosi turisti stranieri non capiscono. Anche perché non sono preparati all’idea che, quando le cose non vanno, Trenitalia non li tratta come preziosi contributori della nostra arrancante economia, ma come italiani qualsiasi. Cioè male.    Nessuna informazione dagli altoparlanti. Solo la litania della cancellazione dei treni diretti verso Sud, “a causa dell’incendio alla stazione di Roma Tiburtina, ci scusiamo per il disagio”. Anche i signori di Trenitalia in fondo non sono abituati a vedere la stazione più nevralgica della rete ferroviaria italiana bruciare come un fiammifero. E affrontano i passeggeri attoniti con l’aria di quelli che non c’entrano niente, che passavano di lì per caso e si chiedono perché debbano passare la domenica pomeriggio a fronteggiare gli effetti nefasti di una calamità naturale. Alla biglietteria si forma una fila a perdita d’occhio, nel vero senso della parola: cercando di calcolare quanto c’è da aspettare l’occhio si perde.    Davanti ai binari c’è il banchetto del servizio Frecciarossa, tutti in fila per farsi dire la stessa cosa dall’esausto addetto, che se gli davano un piccolo megafono poteva fare una volta sola anziché duecento lo stesso discorso. Che suona così: “Alle 20 parte regolarmente il Freccia-rossa per Roma. Però a Firenze lascia la linea veloce, va per Pisa, poi scende lungo la linea tirrenica da Civitavecchia per entrare a Roma da sud anziché da nord, così non passa a Tiburtina. Anziché tre ore e mezza ne impiegherà cinque e mezzo-sei. Da fare forse in piedi”. Perché in piedi? “Non c’è assegnazione di posti, anche quelli che avevano la prenotazione l’hanno persa. Quando vede arrivare il treno sul binario corra e cerchi di salirci, perché ci si avventeranno tutti i passeggeri dei treni cancellati finora”. Quindi devo fare a spintoni? “È evidente”. Il problema, signor ferroviere, è che avrei tre costole fratturate: come la vede? Qui l’onesto lavoratore ha un vero lampo di umanità: “Se ha tre costole fratturate sono cazzi. Se deve andare assolutamente a Roma provi a prendere un aereo”.    Grande idea: l’Alitalia, abbiamo speso quei 4 miliardi di euro pubblici per l’italianità dell’asset strategico, approfittiamone. Solo che l’ultimo volo da Linate a Roma è alle 20, come la tradotta ferroviaria. Troppo tardi. Scusi signore del call center Alitalia, ma vista la catastrofe naturale non avete messo qualche volo in più? “Sa, è domenica, gli aerei sono sempre mezzi vuoti…”.

di Giorgio Meletti, IFQ

29 aprile 2011

La famiglia Buzzanca va in scena all’Acea

L’Acea è un colosso, una società di cui il Comune di Roma detiene il 51 per cento. Il suo core business, per usare un termine finanziario che fa chic, sono acqua ed energia. Eppure andando a spulciare i documenti interni, i nomi dei dipendenti e l’elenco delle sponsorizzazioni si scopre un’altra passione: la cultura. Il cinema, ma anche la pittura e i dibattiti.    Un merito, in un Paese che snobba la cultura. E però, nei corridoi del palazzone dove ha sede la società, più d’uno dall’inizio dell’era di Gianni Alemanno storce il naso. Il motivo? Il ricorrere di nomi noti tra assunti, sponsorizzati e premiati. Uno su tutti, Buzzanca, ma sì, proprio la famiglia del famoso Lando, attore protagonista di pietre miliari del nostro cinema come Il merlo maschio, Homo Eroticus e James Tont. Ma qualcuno ha anche notato i cognomi Scajola e Alemanno.

MALIGNITÀ? Niente di illecito, fino a prova contraria, ma per l’opposizione forse una prova di come “gli amici di Alemanno mettano radici ovunque”. Così qualcuno punta il dito sull’entourage di Giancarlo Cremonesi, presidente Acea vicino ad Alemanno, arrivato dopo l’elezione del sindaco di centrodestra. Cremonesi ha voluto come capo del suo ufficio stampa Salvo Buzzanca. In una nota stampa firmata da Acea si legge: “Buzzanca è stato scelto dal presidente Cremonesi intuitu personae, come ovvia e costante prassi, in base a un consolidato rapporto di fiducia, avendone apprezzato in precedenti esperienze professionali, le capacità e le competenze”. Insomma, non c’è stato nessun concorso, ma succede spesso. Buzzanca ha collaborato con gli uffici stampa di politici soprattutto di centrodestra (Gianni Letta, Giuliano Ferrara e Paolo Guzzanti). Ancora: il dottor Buzzanca è fratello minore dell’attore Lando. Un merito o una colpa? Ai critici cinematografici la sentenza. Di certo Lando, salvo una sbandata per Walter Veltroni, vanta una lunga militanza nella destra. Disse: “Voterò An finché ci sarà quella fiammella sempre più piccola che mi ricorda il grande Giorgio Almirante”.    Un campanello che a qualcuno ha richiamato altre coincidenze: nella segreteria di Cremonesi siede Serena Dell’Aira,    esperta d’arte e (come risulta anche dalle cronache e da Face-book) compagna di Massimiliano Buzzanca. Chi? L’attore, figlio di Lando e nipote di Salvo. Dell’Aira è una professionista stimata: Acea l’ha indicata anche come membro della giuria del premio artistico “Eco Art Contest”. La stessa Dell’Aira risulta tra i membri del Comitato della Camera di Commercio di Roma per la promozione dell’Imprenditoria femminile. È stata designata da Confservizi Lazio, l’associazione che raccoglie i gestori di servizi come appunto Acea (la nomina risale al 2010, in era Cremonesi-Alemanno).    I soliti maligni ricordano anche il corposo capitolo delle sponsorizzazioni Acea. La società, come risulta anche dal sito, è partner del musical “Sotto Er cielo de Roma”. Protagonista Massimiliano Buzzanca.    Ma Acea è nota anche per la sua passione per il cinema: da anni sponsorizza la nota rassegna Ostia Filmfestival. Una telefonata agli organizzatori permette di scoprire chi farà parte della giuria 2011: “Gli stessi giurati dell’anno scorso più alcuni nomi nuovi come Lando Buzzanca”.

BASTA? No. Acea ha sponsorizzato un’iniziativa in memoria di Fiorenzo Fiorentini che ha premiato personaggi che si sono distinti “per il contributo alla cultura e all’arte di Roma”. Tra questi Lando Buzzanca.    Insomma, si può dire che i Buzzanca sono stimati dall’Acea che fa capo al Comune di Roma. Certo, qualcuno dirà che potrebbe averci messo lo zampino la simpatia per il sindaco Alemanno. Ma non è un reato. Così come non è illecito che il responsabile degli Affari Istituzionali Acea sia Ranieri Mamalchi che, come ricorda la società, “è un valido dirigente” oltre a essere stato per “18 mesi capo Segreteria dell’allora ministro dell’Agricoltura, Alemanno”. Lecito anche che il responsabile delle Relazioni Esterne sia Pierguido Cavallina, ex addetto stampa di Francesco Storace (An), allora ministro alla Salute di Berlusconi.    Maldicenze. Come quelle che ricordano la sponsorizzazione di Acea impressa sulle pagine del volume “Basilica di Santa Maria Maggiore, fede e spazio sacro” presentato nell’ambasciata di Spagna presso la Santa Sede alla presenza di Gianni Letta, di Alemanno e dell’autrice Maria Teresa Verda, consorte dell’allora ministro Claudio Scajola. Non mancavano alti prelati. Del resto, ricordano le malelingue, oltre a gare automobilistiche e iniziative di ogni tipo, lontane apparentemente dal business dell’azienda, Acea sponsorizza molte attività culturali curate dalla Chiesa. Incurante del debito da decine di milioni che la Santa Sede ha accumulato con Acea per il mancato pagamento delle forniture idriche.    E qualcuno all’Acea critica: “Viene il dubbio che una società pubblica possa servire, inconsapevolmente, come strumento diplomatico per tenere buoni i rapporti del Campidoglio con ambienti ecclesiastici e politici”. Non è certo così. Acea, lo ripetiamo, sponsorizza decine di appuntamenti. Come Cortina Incontra, apprezzata rassegna di dibattiti nella culla ampezzana. Nel 2010 tra gli ospiti si contavano Gianni Alemanno (4 volte), la sorella Gabriella, e la moglie Isabella Rauti. Tanto che qualcuno aveva sollevato una questione di stile: la famiglia del sindaco ospitata in forze da un festival sponsorizzato da una società del Comune.

di Ferruccio Sansa, IFQ

12 marzo 2011

L’amico dei boss nella segreteria di Alemanno

Pezzi dello Stato che lavoravano duramente per sottrarre i beni alla camorra casertana vedevano vanificato il loro impegno perché altri pezzi dello Stato, di fatto, li restituivano ai clan ai quali erano stati confiscati. Tutto ciò avveniva con la regia di Giorgio Magliocca, avvocato, primo cittadino Pdl di Pignataro Maggiore, paese di 6300 anime del casertano, e fino a ieri componente della segreteria politica del sindaco di Roma, Gianni Alemanno.    All’alba di ieri, la Squadra Mobile di Caserta lo ha arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione camorristica per le collusioni con il clan Lubrano-Ligato. Secondo quanto scritto dal Gip di Napoli Antonella Terzi nell’ordinanza di circa 90 pagine con cui ne ha disposto l’incarcerazione, il 37enne Magliocca era un politico “da anni asservito ai desiderata del clan camorristico locale, grazie al quale ha potuto vincere ripetute competizioni elettorali”. Era diventato sindaco   “per graziosa intercessione del defunto Lello Lubrano, ammazzato dai casalesi, che ne sponsorizzò la candidatura nel 2002, quindi per i buoni auspici di Pietro Ligato (capo della cosca egemone di Pignataro, oggi detenuto al 41 bis, ndr) che lo appoggiò nella successiva competizione amministrativa”. E inoltre “i suoi mandati, nati in odor di camorra, si sono coerentemente caratterizzati per un fiancheggiamento tenace, privo di tentennamenti, ai boss cui l’indagato doveva le sue rapide fortune”.

PAROLE DURISSIME che interrompono l’ascesa dell’ex enfant prodige della destra casertana, già a 23 anni consigliere comunale, a 25 consigliere provinciale, a 27 anni sindaco per la prima volta con la lista “Alleanza Civica”, poi rieletto nel 2006 con   “Alleanza Civica per le libertà”, ed anche capogruppo fino all’anno scorso di An in consiglio provinciale, con solidi agganci nel Pdl casertano dove una figura di spicco è quella del mondragonese Mario Landolfi, vice coordinatore   campano degli azzurri ed ex ministro delle Comunicazioni. Fu lui che nel 2005 lo volle come consulente al ministero e che anche ieri ha diramato con il senatore Gennaro Coronella   un comunicato di solidarietà col quale si dicono “sicurissimi che Magliocca non avrà alcuna difficoltà a evidenziare la sua totale estraneità rispetto alle ipotesi di reato a lui attribuite”.    L’arresto di Magliocca, chiesto dai pm della Dda Liana Esposito, Giovanni Conzo e Alessandro Milita, coordinati dal procuratore aggiunto Federico Cafiero De Raho, arriva al culmine di un’inchiesta alimentata dalle denunce del capogruppo di opposizione Raffaele Cuccaro, sconfitto per appena 7 voti alle ultime comunali, secondo il quale il sindaco era andato a cena col boss Lubrano per stringere accordi elettorali. Ma anche dalle campagne stampa di alcuni coraggiosi giornalisti   del casertano, come Enzo Palmesano, Carlo Pascarella e Davide De Stavola, sulla anomala gestione dei beni confiscati alla camorra.

L’ATTENZIONE degli inquirenti si è concentrata in particolare sulla villa che fu il vessillo di famiglia dei Lubrano-Ligato, in località Conte, ed i terreni che si snodano intorno: i magistrati sottolineano come le vecchie proprietà dei clan “deperiscono nel-l’abbandono, dimostrando ad un paese attonito come il crimine e i biechi interessi che riesce a coagulare intorno a sé sono più forti di ogni legge”.    Magliocca è accusato di aver consentito alla sorella di un boss di   abitare per sette anni la villa già confiscata e poi di averle permesso di smontare gli infissi e ogni altra parte di valore, fino a ridurla un rudere. In un’altra parte dell’inchiesta, la Procura indaga i responsabili di associazioni no-profit a cui il comune di Pignataro ha affidato alcuni terreni confiscati, ipotizzando che i proventi delle coltivazioni siano stati percepiti indebitamente, senza essere reinvestiti in progetti finalizzati a scopi sociali. Per questo, i pm avevano chiesto altri sei arresti (cinque in carcere e uno ai domiciliari). Ma il Gip ha rigettato le istanze. Tra questi, anche quella nei confronti di un ex assessore della giunta comunale di centrosinistra di Caserta. Mentre, nel motivare l’arresto di Magliocca, il Gip scrive: “Ad oggi i beni dei Ligato, confiscati nel 1997, ben quattordici anni fa, lungi dall’essere   restituiti a una funzione sociale che possa mondarli dal sangue che li inquina, continuano a testimoniare la forza della camorra, muti eppure eloquentissimi relitti di un passato glorioso di violenza e arroganza sopraffattrice”.

Nella foto – ripresa dal sito Dagospia – Magliocca con Alemanno e Storace 

10 marzo 2011

L’epopea del Sant’Alessio, che sfratta i non vedenti e accontenta i politici

L’ente regionale si chiama “Sant’Alessio e Margherita di Savoia per i ciechi”, ma, dopo anni di gestione clientelare, potrebbe benissimo chiamarsi “Sant’Alessio e Margherita di Savoia per i ciechi, i dipendenti, gli amici, e gli amici degli amici”. Con l’enorme patrimonio immobiliare che dal 1848 in poi è confluito ad ingrandirne i possedimenti, infatti l’Ipab (tecnicamente una Istituzione Pubblica di Assistenza e Beneficenza dipendente dalla Regione Lazio) sembra aver aiutato più gli “amici” che i non vedenti. E la citazione rimediata dalla reprimenda della Corte dei Conti del Lazio in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario poche settimane fa è solo l’esempio più visibile.   Basta vedere la diversa collocazione degli “ospiti” all’interno della città per capire di cosa parliamo. I non vedenti sono collocati in stragrande maggioranza nei palazzoni della periferia: tra le quattro scale da sette piani di via Stilicone 186, negli stabili di via Tuscolana 875, via Vittorio Fiorini 15/a, via Emilio Lepido 38, via Nova-cella 5. Vengono spinti verso le propaggini esterne della città da affitti capestro di tremila, quattromila, cinquemila euro al mese. I ricchi, i dipendenti e alcuni fortunati amici (per lo più vicini all’ex ministro Mario Baccini), popolano invece alcuni degli stabili di lusso che si estendono nel cuore della Capitale, da via Margutta a piazza Campitelli 10. E spendono cifre lontane da quelle che il mercato detterebbe.

LA SCORSA settimana la Guardia di Finanza ha sequestrato i registri degli affitti per indagare su alcuni contratti sottoscritti dall’Ente: tra questi quello dell’assessore alla Casa del Comune di Roma Alfredo Antoniozzi che, giusto in piazza Campitelli 10, ha in fitto uno studio di circa 100 metri quadri a poco più di 2000 euro al mese. L’assessore si difende, con qualche ragione: quell’ufficio lo ha in fitto dal ‘98 (prima dell’ingresso   dell’euro) e la pigione, con il nuovo contratto, si è più che raddoppiata. Certo resta ancora meno della metà del prezzo di mercato, ma al quarto piano dello stesso stabile, con un contratto che scade nel lontano 2021, c’è una inquilina meno nota che per 88 metri quadri di casa, incastonata tra il Ghetto, il Campidoglio, e piazza Venezia, ha la ventura di pagare circa 550 euro al mese. Il contratto, rinnovato nel 2005, è intestato a Patrizia Pagliara, segretaria dell’allora commissario dell’ente Rodolfo Giannelli Savastano.    Entrambi, nel 2005, provarono a sottrarre ai beni dell’ente dodici appartamenti di via Margutta 51/A per farli confluire in una fantomatica Fondazione “Alessio e Margherita onlus” volta a “promuovere e gestire iniziative, progetti e programmi per l’alta formazione e la ricerca universitaria”. La fondazione, in cui comparivano sia   Giannelli Savastano che Pagliara (il primo come presidente, la seconda come consigliera), legava mani e piedi al Sant’Alessio. La fondazione avrebbe “acquisito il diritto di servirsi dell’immobile”, e “di concedere a terzi il godimento dell’immobile, sia a titolo gratuito che a titolo oneroso e di percepire i fitti”. Insomma, un affare. Come quello che stava per andare in porto l’anno prima: lo stesso   Commissario voluto da Storace ma vicino a Baccini (Savastano si sarebbe poi candidato con l’Udc, il partito dove allora militava l’ex ministro) concesse alla Clovis International srl di Vittorio Paoletti 820 ettari di terreni di Prisciano, nel senese.

PAOLETTI, imprenditore vicino a Baccini, avrebbe ottenuto la concessione dell’area e dei 60 casali costruiti nella zona alla cifra ridicola di 250mila euro l’anno (il contratto scadeva nel 2044). Questa operazione fu bloccata prima dal nuovo presidente dell’Ente dell’epoca Marrazzo, Mario Dany De Luca, poi dalla magistratura amministrativa e contabile.    Sembra una storia vecchia, ma le storie del Sant’Alessio non invecchiano mai. Finito nel ciclone di “affittopoli” con cadenza regolare, l’ente continua a tenere in fitto a prezzi fuori mercato alcuni dei gioielli di famiglia   . Nel 2008, in un articolo del Tempo, si tiravano fuori i nomi di Antoniozzi in piazza Campitelli, di Flavio De Luca (già nella segreteria del ministro Baccini) che godeva di un bell’appartamento in via Vittoria 15 (tra via del Babuino e via del Corso, a un passo da piazza del Popolo), di Francesco Sanseverino (portavoce di Baccini) in via Urbana 20, a Monti, tra il Colosseo e l’Esquilino, di Luca di Giulio, già assessore ai Lavori Pubblici a Fiumicino (anche lui all’epoca uddiccino di rito “bacciniano”), di Enrico Carone, già segretario di Achille Occhetto in via Margutta come Michele Lo Foco, consigliere di Cinecittà Holding, lo scenografo Gaetano Castelli (che però pagava un po’ di più) e la segretaria di Arturo Parisi Sandra Cecchini. C’erano anche Bruno Lazzaro, ex senatore Dc, che per 1100 euro al mese risiedeva in via della Colonna Antonina 41, tra piazza Colonna e la Camera dei deputati. A tre anni di distanza   nulla sembra cambiato. Gli ultimi dati messi in rete dal San-t’Alessio, aggiornati al giugno 2010, ci dicono che quelle persone abitano sempre lì: con contratti che scadono tra uno, due, cinque anni. Nessuno ha avuto l’idea di mollare il privilegio. Nessuno ha visto moltiplicarsi il canone d’affitto.    Nemmeno i dipendenti (che possono ottenere in fitto gli apparamenti per statuto). Il direttore amministrativo Gianfranco Rinaldi, al civico 178 di via Lanza, zona Cavour, tra Termini e il Colosseo, occupa l’attico (intestato alla moglie): circa cento metri quadri: 1700 euro al mese. Un discreto affare.

di Eduardo Di Blasi – IFQ

23 febbraio 2011

Gli Stati generali del nulla 550mila euro per la propaganda

Alemanno lancia il piano (impossibile) per Roma

Un finanziere dorme col viso appoggiato al finestrino del furgone, i suoi colleghi chiacchierano vicino alle transenne, lo stesso fanno carabinieri e poliziotti. La situazione è, ovviamente, tranquilla: eppure la sensazione che si ha arrivando al Palazzo dei Congressi dell’Eur, a Roma, è quella di un’intera zona blindata, con tanto di bidoni dei rifiuti sigillati e strade di accesso inagibili se non alle (troppe) auto blu. La propaganda capitolina, in quasi tre anni, non è mai stata così   tronfia. “Stati generali della città”, li ha chiamati Alemanno, che in due giorni fa sfilare a Roma ministri, assessori, uomini di potere e di lobby, imprenditori e persino (pare) il premier Berlusconi, che dovrebbe chiudere stasera la kermesse. Ufficialmente si presenta il piano strategico di sviluppo della Capitale, per la prima volta nella storia di Roma, fa sapere il sindaco. Peccato che già nel piazzale antistante il Palazzo ci sia qualcuno che non la pensa così: sono i nove presidenti di municipio di centrosinistra, avvelenati col primo cittadino che non li ha interpellati né voluti   ricevere. “Polemiche ideologiche”, le definisce lui: “Si tratta solo di una presentazione del piano, che poi dovrà essere approvato anche dall’assemblea dei presidenti”. Che invece magari avrebbero potuto dare, in fase di stesura, il contributo di chi in città e nelle periferie vive davvero le difficoltà dei cittadini.

PER ENTRARE, occorre passare i controlli di un imponente cordone di polizia, con tanto di metal detector e ispezione nelle borse. Eseguono gli ordini, questi ragazzi, e hanno la faccia stanca: “È dalle 6 di stamattina che siamo qua – ci racconta uno di loro – dobbiamo arrivare a mezzanotte. E domani sarà uguale”. I giornalisti si devono accreditare e le hostess non si fidano delle parole, pretendono il tesserino. Viene il sospetto che da un momento all’altro possa atterrare l’Air Force One di Obama. Col pass si è finalmente liberi di girare e lo spettacolo è da fine impero. Padiglioni   dedicati al futuro di Roma, plastici di costruzioni e video che proiettano la città che verrà. Ovunque, hostess modello gheddafine accompagnano gli ospiti in sala e consegnano cartelline e penne marchiate. Il sorriso ce l’hanno per contratto. Alle forze dell’ordine in borghese si affiancano uomini della sicurezza privata, che poi si scoprono, nella vita reale, studenti delle Belle arti. La platea è stracolma: volti noti e meno noti della Roma che conta, le prime file riservate alla giunta capitolina e alla moglie del sindaco. C’è persino una signora con un neonato in braccio. I riflettori sono tutti su di lui, su Gianni Alemanno. È il suo palcoscenico, quello che è riuscito a costruirsi con 550 mila euro. Tanto è costato questo giochino: 382 mila euro per la kermesse, gli altri per due mostre che – lui promette – arriveranno   anche nelle scuole di periferia. Ripartiti così: 100 mila dalla Camera di Commercio, 300 mila dalle banche tesoriere, 100 mila da Acea, 30 mila da Poste italiane, 20 mila dalla Fondazione   Roma 2020 di Aurelio Regina. Uno spreco di denaro che si commenta da solo.

ALEMANNO parla di una Roma che non esiste e non esisterà mai: una città che potrà raggiungere il 3 per cento del Pil “diventando il traino per l’Italia intera”, che garantirà 30 mila posti di lavoro in più all’anno, che avrà un “secondo polo turistico” (con la riqualificazione del lungomare di Ostia e la creazione di Fiumicino 2, questione dirimente per la candidatura alle Olimpiadi 2020). Una Capitale che ha visto il calo dei reati del 26 per cento, “dati della Prefettura”, che forse ha omesso di raccontare al sindaco che le denunce sono drasticamente diminuite, che sono aumentati i furti e le rapine e che spesso gli stessi reati vengono derubricati per il favore delle statistiche. Cose che il sindacato di polizia Silp-Cgil del Lazio denuncia   da anni. In quello che appare un comizio elettorale, invece, il primo cittadino continua ad addossare al passato tutte le responsabilità: i 12 miliardi e 238 milioni di euro ereditati dalla giunta Veltroni, le poche risorse europee sfruttate da Marrazzo. “Il decreto del ministero dell’Economia certifica l’esistenza di 12,9 miliardi di debiti e di 5,6 miliardi di crediti. Il netto è quindi pari a 7,3 miliardi”, gli risponde Marco Causi, deputato Pd ed ex assessore al Bilancio. Ma è un gioco al rialzo: il piano strategico necessita di 21,9 miliardi di euro, la metà dei quali (10,6) a carico dei privati, che dovranno decidere di investire su Roma. E chissà se mai lo faranno.    Quando Alemanno finisce di parlare la platea si spella le mani, poi i suoi assessori si concedono alle telecamere in curiosi siparietti laterali: la propaganda, si sa, fa proseliti.

di Silvia D’Onghia – IFQ

16 febbraio 2011

Il deputato Maria Rosaria Rossi ha organizzato le feste a Tor Crescenza, anche ad Arcore era di casa

L’ispirazione arrivò tra i fornelli e il lavabo. La casertana Maria Rosaria Rossi, imprenditrice, radunò i suoi dipendenti e disse: “Ieri sera, mentre lavavo i piatti, ho sentito che volevo dare qualcosa al Paese. Per me, per voi, per tutti. Mi candido al decimo Municipio di Roma”. E così la Rossi nel 2006 fu eletta consigliere municipale   del Quadraro. Oggi l’avvenente Rossi è deputata e componente di ben cinque Commissioni, amica di Emilio Fede, apprezzata da Lele Mora, ospite di Silvio Berlusconi a villa San Martino e pierre al Castello di Tor Crescenza, colonna romana di Arcore. Fine. Ma il segreto   di una carriera veloce e forse precoce, per decifrare la sua biografia, va cercato all’inizio. In quel palazzo di cinque piani ai confini di Roma, all’annuncio ai cento ragazzi che per poche centinaia di euro, al telefono, recuperano crediti e chiudono contenziosi. Com’era il motto? “Mi candido per me, per voi, per tutti”. E ai lavoratori distribuiva le magliette di Forza Italia in onore dei politici in visita. Lei raccoglieva le firme, presidiava le sezioni: movimentista e fortunata. L’incontro con il Cavaliere è fiabesco: lui in viaggio per Milano, lei ai gazebo per la libertà. E il Tg1 che   chiede le immagini con Berlusconi sorridente tra i militanti del partito. I due s’incrociano tra il cemento e l’asfalto di Roma Sud. Lei distribuisce volantini, lui ammicca, lei arrossisce, lui non dimentica. Un minuto che cambia la vita: da quel giorno la Rossi sarà la Madonna di Cinecittà. E tra parentesi: eletta in Parlamento con il Popolo della libertà. Non passa inosservata tra i banchi di Montecitorio, beccata   dai fotografi con i suoi vestiti monocolore e l’ampia scollatura. La Rossi, classe ’72, è il punto di riferimento per le colleghe più giovani e deputata di fiducia di Berlusconi. Il Cavaliere le concede un posto nella società Pdl – Al servizio degli italiani, costituita un mese fa per un’imprecisata operazione di propaganda. Il Fatto segnala la sua presenza a Palazzo Grazioli, marzo 2010: cena, musica, ballerine e il solito Apicella. Lei smentisce. Il copione è riesumato per le serate di Tor Crescenza, il castello di Sofia Borghese Ferrari, figlia del principe Scipione Borghese discendente di papa   Paolo V, in affitto al Cavaliere per le serate romane. Non più Madonna di Cinecittà, la Rossi è nominata Zarina di Tor Crescenza. Nessuno conosce l’inchiesta di Milano, la minorenne Ruby e il Bunga Bunga, e lei va fiera del successo di Tor Crescenza: “Niente balli, due cene politiche con le deputate. Tutto è nato nelle ore – dice il 5 agosto scorso – della rottura con Gianfranco Fini. Eravamo nella sala del governo e il premier   aveva la faccia scura. Così ho radunato un gruppone di venti deputate e siamo andate a tirarlo su di morale. Gli abbiamo detto che siamo con lui, qualunque cosa succeda”. Ma al telefono con Emilio Fede, due settimane più tardi, evoca il Bunga e Bunga: “Ma tu stai venendo qui? Alle nove, nove e un quarto, fai nove e mezza. Vieni, vieni”. Siamo a villa San Martino, Arcore, anche in Brianza la casertana-romana   Rossi è di casa, gestisce orari e servitù. Il direttore del Tg4 parla di due amiche. E lei: “Ah che palle che sei, due amiche, quindi Bunga Bunga, due de mattina, io ve saluto eh?”. La Rossi prepara la festa in trasferta: “Ok allora avverto la cucina, dai… Allora mi devo vestire da femmina pure stasera?”. Fede: “Stai bene anche com’eri ieri sera…”. Apprezzamenti a parte, la Rossi è preoccupata per il bioritmo del Cavaliere   , già precettato all’indomani per impegni politici: “Ma lui domani credo vada… C’è Schifani, Letta, Ghedini, un po’ di gente, però non può fare mattina. Cioè cerchiamo di capirci…”. Un esterrefatto Lele Mora racconta a Fede l’ordine di una papi girl sussurrato al deputato Rossi: “Allora per farmi disfare il bagaglio e sistemare la mia biancheria ci pensi tu?”. I miracoli di una Madonna-Zarina.

di Carlo Tecce – IFQ

La deputata Maria Rosaria Rossi (FOTO MILESTONEMEDIA)

20 gennaio 2011

Sempre più misterioso il buco nei conti di Alemanno

Il debito del comune di Roma adesso è gestito da un uomo di Tremonti, perché il Tesoro non si fida più del Sindaco.

Qualcuno ricorda il famoso buco nei conti del Comune di Roma? Presumibilmente, è ancora lì. Si deve dire “presumibilmente” perché la gestione del debito storico della Capitale da due anni e mezzo è stata sottratta al controllo dell’opinione pubblica attraverso la nomina di un commissario straordinario che si guarda bene dal pubblicare i suoi conti. Anzi, al segretario romano dei Radicali Riccardo Magi, che glieli ha chiesti di recente, ha risposto in sostanza: e che ci dovete fare?

ISTITUZIONI e blocchi di potere coinvolti, invece, sanno tutto benissimo e attorno al famigerato buco si confrontano da trenta mesi in una lotta di numeri e potere che ha bruciato due commissari, altrettanti   assessori al Bilancio e portato in sostanza Gianni Alemanno – che quel buco tentò di cavalcare politicamente– a essere un sindaco dimezzato. Oggi, il primo cittadino, si ritrova infatti stretto in una tenaglia tra il nuovo commissario al debito Massimo Varazzani, ex   Cassa depositi e prestiti, uomo vicino a Giulio Tremonti, e il neoassessore al Bilancio Carmine Lamanda, ex di Bankitalia e a lungo uomo di Cesare Geronzi a Capitalia, arrivato nell’ultimo rimpasto della giunta.    A sottolineare il problema, martedì ci ha pensato il declassamento del rating su una parte del debito da parte dell’agenzia Ficht. Su tutto, infine, aleggia la rata annua per il ripianamento del pregresso che peserà circa 500 milioni di euro per oltre un trentennio (300 milioni del Tesoro e 200 del Comune grazie al recente aumento dell’Irpef e delle tasse turistiche). Per capire   , però, bisogna riepilogare i fatti.    Del famoso buco si cominciò a parlare all’indomani della vittoria di Alemanno contro Francesco Rutelli: “Il debito di Roma arriva a 7 miliardi”, titola il Sole 24 Ore a maggio 2008. Messa così non sarebbe una novità: 7 miliardi è più o meno la cifra messa a bilancio da Veltroni, eppure nel pezzo si dice che “nel centrodestra la misurazione è molto più cupa”, tra i 9 e i 10 miliardi. Il problema vero, in realtà, era la liquidità, i soldi in cassa per far fronte ai pagamenti. Un’ipotesi plausibile, a norma di Testo unico sugli enti locali, sarebbe   stata quella di deliberare il “dissesto finanziario” del Comune, una bancarotta che avrebbe però azzerato gli spazi di manovra della Giunta.    La soluzione sarebbe stata trovata in un incontro di giugno 2008 nello studio di Gianfranco Fini: presenti il neosindaco Alemanno, Roberto Calderoli e Tremonti. L’idea era la creazione di una bad company: si nomina un commissario – Alemanno – che dovrà accertare l’entità del debito al 24 aprile 2008 e programmarne l’estinzione (con cospicui finanziamenti statali, a cominciare da un anticipo di 500 milioni dalla Cassa depositi e prestiti), separando la gestione ordinaria. Finché c’è il commissario, dice il decreto, si agisce in deroga alla legge: solo che il commissario non ha una data di scadenza, e infatti è ancora lì, anche se non è più Alemanno. A fine settembre 2008 il sindaco si presenta in Campidoglio e il buco totale del Comune   , dice sulla scorta di una relazione della Ragioneria generale, ammonta a 8,6 miliardi: quasi sette di debito strutturale e 1,8 di “extra-debito” (contenzioso urbanistico, ricapitalizzazione   delle controllate e altro). Oltre ai fondi che si aspetta (generosi) dal Tesoro, il “piano di rientro” del sindaco prevede più entrate, razionalizzazioni nelle controllate e lo stop ad un piano di assunzioni già approvato: punto, quest’ultimo, che pare smentito dai 70 milioni spesi nella cosiddetta “Parentopoli”.

L’EX ASSESSORE veltroniano Marco Causi contesta l’esistenza di un “extra-debito”. Causi (oggi deputato Pd) riconosce solo lo stock storico: “Il debito era 6,2 miliardi nel 2001 ed era arrivato a 6,86 quando sono andato via a febbraio 2008”. Tutto il resto, sostiene, è roba che può essere gestita facendo “manutenzione delle entrate” e attivando forme di autofinanziamento già indicate da lui tipo la vendita di pezzi di patrimonio. Nel frattempo anche Alemanno aveva cambiato idea: il buco è di 9,6 miliardi sostenne l’allora assessore Castiglione nel dicembre   2008.    Nel 2010, invece, il suo sostituto Maurizio Leo (che nel frattempo, pure lui, ha perso il posto) lo quantifica addirittura   in 12,3 miliardi. Come ci arriva? Non si sa, visto che il commissario non fa vedere i suoi conti a nessuno nonostante il Parlamento gli abbia imposto di allegarli al bilancio ordinario. Quel che risulta al Fatto Quotidiano, invece, è che al Tesoro hanno cominciato a sentire puzza di bruciato da fine 2008: da allora, in sostanza, si combatte attorno all’entità della cifra visto che in larga parte dovrà essere pagata dallo Stato.    Per questo a guidare la struttura commissariale è arrivato il tremontiano Varazzani (dopo l’interregno di pochi mesi del magistrato contabile Domenico Oriani), per questo ora arriva in giunta il tecnico La-manda. Dopo due anni e mezzo nessuno sa ancora a quanto ammonti il famoso buco: nel decreto Milleproroghe, infatti, ora in discussione in Parlamento, si legge che “il commissario deve procedere all’accertamento definitivo del debito”.   Infine ci sarebbero i “derivati” di Veltroni, stroncati dalla Corte dei conti e sotto inchiesta della Procura di Roma, ma così non si finirebbe più di rifare i calcoli.

di Marco Paolmbi – IFQ

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20 dicembre 2010

Muccassassina: un muggito vi seppellirà

Da nicchia di cultura omosessuale a fenomeno di costume:   compie vent’anni la più trasgressiva delle serate romane (e non solo).

Muccassassina, tutto attaccato, tutto d’un fiato. Eppure, sono già passati 20 anni, 20 anni di movimento e cultura glbt, gay-lesbo-bisex-trans, galassia di orgoglio, dignità e solidarietà a geometrie variabili. In principio, fu il centro sociale Villaggio Globale, l’ex mattatoio capitolino che diede alla serata più trasgressiva dell’Urbe e – forse – dell’Italia tutta, un titolo da B-movie, da horror animalista: la vittima sacrificale si ribella al suo aguzzino, la vacca si fa killer, muccassassina. Ma a spargersi non è il sangue, bensì il divertimento, sorretto da una testa   pensante: il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, che – siamo a fine ’90 – abbina alla lotta per i pari diritti di omo e transessuali, all’elaborazione politica e all’assistenza sanitaria il “governo” della notte. Dal Grigionotte di Trastevere alla Centrale del Latte di Piazza Vittorio fino, appunto, al Villaggio Globale, dove la serata ha l’imprimatur di Luciano Parisi e il logo ludico-ferale (creato da Francesco Simonetti e Rossano Marchi) di una mucca con la falce. Il “vaccino” funziona: sulla pista si balla il vogueing lanciato da Madonna, la creatività richiama, tra gli altri, Roberto D’Agostino, Nichi Vendola e Amanda Lear. Ma è solo l’inizio, e l’evoluzione è dietro l’angolo: nel ’93 la direzione artistica passa al giovane transgender pugliese Vladimir Luxuria, che apre la   nicchia glbt a fenomeno di costume, con l’odierna sala stampa vaticana (l’ex cinema Castello) per location e l’effetto flou per parola d’ordine: “I gay cercavano visibilità, io ho cercato fosforescenza”. Sull’elettro-refrain degli Snap, Rhythm is a Dancer, Muccassassina richiama   Moana Pozzi, Laura Betti e Aldo Busi, sostenendo il Circolo Mieli e la prevenzione dell’HIV, che già si era portata via uno dei nostri meglio scrittori, Pier Vittorio Tondelli.

MA, PER DIRLA con Derek Walcott, ora e sempre è feast on your life. Come party comanda: Halloween, Capodanno, Sanremo Drag e il primo Gay Pride italiano (’94). In cattedra sempre Luxuria, Muccassassina gioca tra trash e underground, mixa extravaganza e politica, approdando nella stagione ’96-’97 all’attuale   Qube di Portonaccio: c’è chi muore (Versace e Lady D) e chi festeggia l’opera prima (Ferzan Ozpetek con Il bagno turco), chi si spoglia (Centocelle Nightmare) e chi se la dà a gambe (le Spice Girls Baby e Sporty, vittime di troppo affetto), mentre 3 è il numero perfetto dei differenti sound per ogni piano. Sembra ieri, ma è già domani: ricordi e speranze, dancefloor e backstage, dragqueen e gogo-boys, e folla, folle, indifferenziate ma non indifferenti, perché ogni venerdì sera il Circolo si autofinanzia così, insieme a 4000 persone chiamate   amici. Ce n’è da riempire un album di famiglia, ovviamente allargata, e qualcuno c’ha pensato: torsi nudi e scolpiti, perle e slip, due danzatori campeggiano nel blu dipinto di blu della copertina, sopra una scritta rosa shocking, MUCASSASSINA. Edito da Postcart (40 , con un ingresso omaggio al venerdì del Qube), è “un viaggio fotografico nel venerdì notte più trasgressivo d’Italia”, con l’odierno art director Diego Longobardi e la presidente del Mario Mieli Rossana Praitano a fare le presentazioni e 21 fotografi – da Giorgia Alba a Renato   Vitelli, passando per Philippe Antonello, Giovanni Cocco e Gambalvo&Napolitano – a scrutare gratuitamente volti, emozioni e make-up di questa XX stagione. “Almeno una volta nella vita bisogna esserci stati a Muccassassina. Meglio spesso…”, dice la Praitano, e gli scatti che seguono spiegano perché: tra palco e retropalco, pubblico e artisti, il party che muggisce si fa sentire, eccome, nelle coreografie e nei chiaroscuri, le espressioni carpite e le pose esibite, i muscoli gonfiati e l’ironia maliziosa.

INSOMMA, nell’anno del coming out di Ricky Martin e della professione di fede eterosessuale di Renato Zero, Muccassassina celebra i due decenni su carta (il volume è bello e patinato) e su pista, con il dj Peter Rahuofer gueststar dell’anniversario, nuove macchine sceniche, il solito entusiasmo e una dedica: “A coloro che l’hanno ideata, a tutti quelli che vi hanno lavorato e ancora vi lavorano, e a tutti quelli che la amano – scrive Longobardi   – non solo come luogo d’intrattenimento, ma come oasi di libertà. La libertà di essere se stessi, senza condizionamenti e senza paure”. Perché se quest’anno il Qube è stato bersagliato dalle bombe molotov dell’omofobia, l’ambizione e la missione rimangono quelle delle origini: Villaggio Globale. E allora un muggito vi seppellirà.

di Federico Pontiggia – IFQ

Una foto da “Mucassassina” edito da Postcart

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