“Attaccare le persone è follia”

La mano, quando il petardo lanciato dalle tute nere gli è scoppiato fra le dita, l’ha guardata una sola volta, non l’ha riconosciuta, e non l’ha voluta più vedere: “In ambulanza, mentre gridavo per farmi forza e non svenire, non ho mai abbassato lo sguardo. Ho avuto un brivido solo quando ho sentito il medico che chiamando l’ospedale diceva: ‘È un codice rosso! Ipotizzo l’amputazione delle falangi di quattro dita’”. Ha subito una prima operazione sabato, Enzo Mastrobuoni, il dirigente sindacale e militante di Sinistra e Libertà, ferito in via Cavour mentre cercava con i suoi compagni un tentativo di infiltraggio dei Black bloc. Adesso quel che è stato salvato della sua mano è chiuso in un pallone di garza, e lui muove le dita sotto le bende senza ancora poterle vedere. È ricoverato al Policlinico, reparto chirurgia plastica. “I medici – dice – sono stati bravissimi: hanno fatto un miracolo, alla fine ho perso solo la falange del pollice”.    Sei furibondo?    No, sono addolorato e dispiaciuto. E non solo per quello che è successo alla mia mano, ma per questa manifestazione sfregiata dalla violenza.    Cosa è successo sabato in via Cavour?    Stavamo sfilando normalmente. Abbiamo visto una ventina di ragazzi vestiti di nero che si erano infiltrati tra di noi. Abbiamo visto quello che stavano facendo. Non potevano accettarlo.    Che cosa avete fatto?    Siamo intervenuti subito, e li abbiamo messi fuori dal corteo, costringendoli a raccogliersi sul marciapiede, ai lati della strada.    E loro come hanno reagito?    È proprio quello che mi ha colpito di più. Erano increduli, stupiti, arrabbiati. Ci lanciavano sguardi furenti.    Perché?    Non hanno accettato l’idea che potessimo opporci, impedirgli di fare qualcosa: hanno iniziato a insultarci e a tirare di tutto.    Chi erano?    A me sono sembrati tutti italiani. Militanti dell’area antagonista, nessun infiltrato. Erano a volto coperto, ma si capiva che erano ragazzi, giovanissimi, molto organizzati.    Pensi che volessero operare restando nel corteo?    Sì, è stato evidente a tutti. Avevano un’idea chiara, fin dall’inizio, ma noi non potevamo consentirgli di fare quello che hanno fatto senza reagire.    Hai 50 anni e 30 li hai passati nei cortei. Cosa diresti a quei ragazzi se potessi parlargli?    Che con la violenza l’unica cosa che hanno ottenuto è stato questo risultato. Oscurare la protesta di giovani precari e arrabbiati quanto loro che avrebbero voluto far sentire la loro voce.    Può esistere una via di mezzo fra la violenza e la protesta    pacifica?    No. Io mi ritengo un militante di sinistra rigidamente non violento. E credo che dopo sabato si debba aprire una riflessione sull’uso della violenza. È già inaccettabile quella contro banche, negozi e auto private. Quella contro le persone è solo follia.    C’è stato un salto di qualità fra questa manifestazione e quelle del passato?    Devo dire che io di cortei ne ho fatti tanti, e ne ho visti anche di molto duri. Non avevo mai visto questa ferocia, da parte di persone che manifestano, e mai un’azione così spietata contro altri manifestanti. Credo che questa violenza contro inermi e disarmati segni un punto senza ritorno, che deve far riflettere.    Cosa farai, alla prima manifestazione, quando uscirai dall’ospedale?    (Sorride). Tornerò in piazza, come ho sempre fatto, per testimoniare i valori in cui credo. Questo non ce lo può togliere nessuno. È uno dei diritti più importanti che abbiamo conquistato in sessant’anni di democrazia. Anche con mezzo pollice in meno me lo voglio tenere stretto.

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