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31 marzo 2014

“Il partito della polizia”, il libro sul lato violento delle forze dell’ordine

Torino G8 Università
Il water boarding a Totò Riina. Il capo di Cosa Nostra sottoposto a trattamenti non proprio ortodossi da parte della polizia. Parliamo degli anni ‘60, quando Riina era un picciotto a inizio carriera. Una storia inedita, svelata dal libro Il partito della polizia, edizioni Chiarelettere, in libreria da oggi (vai al sito), scritto da Marco Preve, uno dei migliori giornalisti d’inchiesta di Repubblica. Per rispolverare quella vecchia pagina, il cronista ha scovato un breve passaggio nelle carte di un processo di Perugia. È il 15 ottobre del 2013. Al banco dei testimoni c’è Salvatore Genova, funzionario di polizia in pensione, ma ex commissario della squadra che liberò il generale Dozier rapito dalle Br nei primi anni ‘80. Genova è stanco di portare il peso dei ricordi degli abusi di quel periodo e racconta la sua storia nel processo che si concluderà con una pesante verità: l’ex brigatista Enrico Triaca venne torturato. Genova però aggiunge altro.

Riferendosi a un colloquio sulla pratica del water boarding (versando acqua sul volto del torturato si induce una terribile sensazione di annegamento) con il capo della squadretta di torturatori, il funzionario Nicola Ciocia soprannominato De Tormentis, spiega: “Lui stesso (De Tormentis-Ciocia) diceva ‘non tutti parlano, perché ricordava quando era stato in Sicilia negli anni ’60. Avevano preso Totò Riina e un altro… E a quei tempi si usava proprio da tutte le parti questo sistema’. E allora Ciocia disse: ‘Vedi, le persone quando hanno le palle non parlano, ed era Totò Riina’”. Preve ricostruisce gli anni delle torture. E gli episodi di violenza che costituiscono una delle pagine più nere della storia recente della polizia.

Un filo unisce le vicende: il disprezzo nei confronti di alcune vittime considerate drogati o balordi come Federico Aldrovandi o Giuseppe Uva. Per l’avvocato dei famigliari Fabio Anselmo (assiste anche i Cucchi), è un atteggiamento tenuto con metodo per denigrare chi ha subìto gli abusi e renderlo così “meno vittima” agli occhi dell’opinione pubblica. Ma il cardine del Partito della polizia è rappresentato dalla ricostruzione del gruppo di potere che ruota attorno a Gianni De Gennaro. Molte pagine sono dedicate ai rapporti con la politica e il legame con esponenti della sinistra come Luciano Violante (non è l’unico, però, a coltivare amicizie a prova di condanna con i super poliziotti).

Preve non si ferma qui. Racconta le carriere di poliziotti incappati in clamorosi incidenti professionali. Tratteggia la sorprendente rete di protezione di cui hanno goduto i super poliziotti condannati per la macelleria messicana e le false molotov nella Diaz del G8; gli appalti da centinaia di milioni gestiti da detective con scarsa dimestichezza con la matematica. Fino al capitolo dedicato alle opacità nella scelta dei membri della Direzione investigativa antimafia. Una sentenza inedita rivela un lato nascosto della Dia. È quella che dopo vent’anni riconosce a un commissario dei primi anni ’90 un risarcimento per non essere entrato nei ranghi dell’Fbi italiana nonostante avesse vinto il concorso.

Gli vennero preferiti altri colleghi scelti con un metodo che i giudici del Consiglio di Stato definiscono poco trasparente. Un’inchiesta scomoda, quella di Preve, ma non contro la polizia. Anzi. Il riconoscimento dell’importanza e della delicatezza del suo ruolo esige particolare rispetto, ma anche trasparenza. Un libro che è un contributo per trasformare la polizia e ridare fiducia ai tanti commissari Montalbano che lavorano in tutte le questure d’Italia.

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Police

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5 ottobre 2012

Tunisia, “offesa al pudore”: rischia il carcere dopo lo stupro

Centinaia di persone sono scese in piazza in Tunisia, e non solo, in solidarietà con la giovane tunisina che rischia il carcere dopo aver subito uno stupro da parte della polizia. La ragazza è stata convocata ieri mattina, per la seconda volta, di fronte al giudice presso la procura di Tunisi. L’accusa di “offesa al pudore” e “oscenità premeditata e ostentata” – secondo la quale la ragazza rischierebbe fino a sei mesi di reclusione – è stata per ora confermata. Tra le questioni dibattute in aula anche la quantità di coscia visibile per definire la volontà o meno di ostentare: la misura dell’orlo della gonna sarà dunque il discrimine per comminare la pena, mentre l’altra linea di demarcazione sembra essere la discussa verginità.

La protesta. Davanti al tribunale una folla di almeno trecento persone, tra cui membri dell’Assemblea Costituente, Ong, e associazioni di femministe, ha manifestato durante l’udienza contro la palese ingiustizia. La ragazza, raggiunta anche da un messaggio di solidarietà dal governo francese, si è detta molto incoraggiata dal sostegno che le sta arrivando dal mondo intero. E, rispetto al passato, si sono visti in piazza cartelli molto più assertivi – come “Ministero terrorista, e ministero dello stupro”, “violentate o velate?”, fino a esortazioni più specifiche: “Polizia! Tenetevelo a posto”. Uno slogan che va bene anche per l’imposizione, diretta o indiretta, del velo – pudica barriera imposta alle donne per contenere l’esuberanza sessuale maschile. Ma forse i commenti più pressanti apparsi anche sui social network sono quelli all’insegna del dégage (“vattene”): la parola d’ordine scandita contro la dittatura il 14 gennaio 2011, quando è iniziata la rivoluzione. L’intera vicenda vede ancora una volta il partito islamista maggioritario Ennahdha e il governo attuale al centro delle polemiche, e ha quindi una dimensione tutta politica.

L'”offesa al pudore”: A ispirare il processo è l’articolo 226 del codice penale, retaggio della vecchia dittatura. E’ una norma abbastanza vaga da lasciare ampio margine allo zelo della pubblica accusa. Fornisce infatti a qualsiasi violentatore la scusa per trasformare la vittima in accusata o di mettere questa nelle condizioni di aver paura di denunciare, ed è anche una una sorta di comoda valigia dentro cui infilare ogni pretesto. Con lo stesso capo d’accusa, ancora in attesa di giudizio, si trova anche Sofiane Chourabi, un giornalista blogger non troppo amato dal potere, che è stato trovato a consumare alcol su una spiaggia nel periodo di Ramadan.

La storia della ragazza. I primi di settembre, nel quartiere di Tunisi Aïn Zaghouan la giovane si era appartata in auto con il suo ragazzo, dopo una cena. Un gruppo di poliziotti in borghese li ha visti e ha giudicato il loro atteggiamento indecente. Per rilasciarli però hanno preteso dei soldi. Il ragazzo aveva solo 40 dinari. Uno degli agenti, dopo averlo ammanettato, lo ha portato a cercare un bancomat per prelevare 300 dinari (150 euro). Poiché la ragazza era alla guida dell’auto, la conclusione dei poliziotti è stata che si trattasse di una donna sposata e dunque colpevole di comportamento immorale. Lei, 27 anni, una laurea in scienze delle finanze e un master in management, ha giurato di essere vergine e che si sarebbe sottoposta a un test, se necessario. I due agenti rimasti con lei l’hanno fatta sedere sul sedile posteriore della loro auto, l’hanno portata in un luogo isolato e violentata a turno. Poi hanno raggiunto il terzo poliziotto rimasto col ragazzo alla ricerca – infruttuosa – di un bancomat. Il ragazzo, che si è accorto dell’accaduto, è riuscito a strappare la bomboletta di gas immobilizzante a uno degli agenti, e ha cominciato a gridare. I poliziotti hanno rilasciato i giovani in cambio della bomboletta. Il soccorso ospedaliero non è stato tuttavia immediato. Solo alle 16 del giorno successivo la giovane è riuscita ad avere le cure necessarie e l’accertamento medico che quanto da lei dichiarato nei verbali corrispondeva al vero. Gli agenti stupratori sono stati arrestati, ma al momento del primo confronto la vittima si è trovata a doversi difendere dall’accusa “di offesa al pudore”. Ieri, durante la seconda udienza, l’accusa è stata confermata.

L’episodio ha suscitato grande emozione e un’ondata di proteste da parte delle Ong, e della società civile che si è espressa soprattutto tramite la rete. Si sono così susseguiti flashmob estemporanei, manifestazioni di attiviste e gente comune, prima davanti al ministero degli Interni poi in piazza a Tunisi, e lo scorso sabato con un ponte di solidarietà che è arrivato fino a Parigi. Ieri l’atmosfera era particolarmente surriscaldata davanti al tribunale nella Rue Bab Bnet.

Le reazioni della politica. In questi giorni, esponenti delle istituzioni (ministri degli Interni e Giustizia) hanno continuato a denunciare l’immoralità e l’indecenza dei due ragazzi, perdendosi in grotteschi distinguo: “Gli agenti sono in prigione, ma anche la ragazza ha compiuto un reato ed è quindi perseguibile secondo la legge”. Come se il fatto che responsabili sono stati puniti bastasse a legittimare un altro processo per offesa alla morale ai danni di una donna stuprata – per giunta dalle forze dell’ordine.

Rached Ghannouchi, leader del partito Ennahdha, ha parlato attraverso la figlia Yousma la quale, dopo aver deprecato l’agire della polizia, ha però detto che è colpa dei media nazionali che spostano l’attenzione dai veri problemi del paese e quelli internazionali, che spiegano male la situazione. Così come molto poco credibili sono anche le tardive reazioni di condanna alla polizia del premier Hamadi Jebali in visita a Bruxelles, intervistato dal quotidiano Le Soir. E tardiva e prudente è la condanna di Sihem Badi, ministra della Donne e della Famiglia, che ha però rilevato come la denuncia della ragazza sia un importante segno di discontinuità rispetto al passato. Dall’opposizione, la reazione più significativa è venuta da Karima Souid della sinistra Ettakatol, che con CPR e Ennahdha è il partito della “troika” nell’Assemblea Costituente. La deputata ha detto di dissociarsi da tutti e ha concluso il suo discorso con un “je vous vomis” (vi rigetto con disgusto), domandando al ministro dei Diritti Umani che venga archiviato il caso.

La violenza sulle donne. Se lo stupro da parte della polizia era routine sotto Ben Ali, non essendo stata riformata, la polizia continua a comportarsi nello stesso modo. La questione ovviamente non riguarda solo le forze dell’ordine: il 30% delle donne tunisine afferma di avere subito violenze. L’andamento e l’esito di un processo così iniquo, che trasforma la vittima anche in un’accusata, sottopone la Tunisia a un test fondamentale agli occhi della comunità internazionale per quanto riguarda il suo cammino verso la democrazia e il rispetto dei diritti umani e civili. Si capirà se è vera la denunciata opacità di rapporti tra potere esecutivo e quello giudiziario. Ed è anche il termometro della capacità di riflettere su una serie di tabù sessuali che condannano il paese a un perenne medioevo.

Costituzione e ruolo delle donne. E’ in gioco, tra le altre cose, il ruolo della donna nella società tunisina: una linea di demarcazione di modernità, questa volta non imposta dall’alto come all’epoca di Ben Ali, ma reale espressione di una volontà popolare. Una piccola vittoria sembrava essere arrivata qualche giorno fa, quando l’espressione “la donna complementare all’uomo” era stata eliminata dalle bozze di articoli della futura Costituzione, come avrebbero invece voluto gli islamisti. Ma il caso delle giovane tunisina riporta in primo piano – oltre alla necessità di una profonda revisione Codice di statuto personale del 1956 (in cui si sanciva una parziale parità uomo donna) – questioni sociali e culturali legate al divario tra un’élite progressista e la Tunisia profonda, sulla quale punta invece la visione conservatrice e religiosa di Ennahdha.

di Sabina Ambrogi, Micromega

4 novembre 2011

A Roma prove di Stato di polizia. Studenti schedati a scuola.

Cariche contro chi tenta di violare il divieto di manifestare

Sono arrivata a scuola alle otto meno un quarto e ho visto una cosa incredibile. Davanti al marciapiede, dove di solito parcheggiamo i motorini, era tutto pieno di poliziotti. Tre camionette blu e due auto con agenti in borghese. Un mio compagno si è avvicinato e ha chiesto: ma che state facendo? Identifichiamo quelli che vanno alla manifestazione, hanno risposto. Poi è arrivata la preside e li ha cacciati, mica ci potevano stare qui”. Fulvia, ieri mattina, non è andata con gli altri. C’era una lezione di filosofia cui teneva, per quello è rimasta al Liceo Mamiani in viale Delle Milizie, quello della fiction tivù “I Liceali”. “Sennò ci andavo eccome – spiega mostrando sul cellulare le foto scattate al mattino –. Vedi, cinque classi sono andate via in blocco, più altri sparsi, circa 140 ragazzi in tutto. E la Polizia dietro, una scena ridicola: hanno detto che eravamo una scuola a rischio, ma quando mai”.    Identica scena in altri istituti del centro: Tasso, Giulio Cesare, Virgilio, Righi, licei ritenuti pericolosi per aver dichiarato – in anticipo – di voler partecipare al corteo che sfidava l’ordinanza Alemanno contro i raduni in centro dopo il disastro del 15 ottobre. E gli studenti hanno deciso di organizzare una manifestazione proprio contro il divieto, convergendo sulla stazione Tiburtina. Da lì, tutti insieme, si doveva arrivare alla Sapienza passando dal centro.

MA, DAVANTI alla stazione, i circa 300 manifestanti hanno trovato i poliziotti schierati in assetto antisommossa: hanno urlato slogan, mostrato i loro scudi di cartone e gommapiuma, gridato la voglia di futuro oltre le nubi del presente italiano. In risposta, niente autorizzazione al corteo. Gli studenti hanno tentato di forzare il cordone, gli agenti hanno caricato: spinte e manganellate su giovani in gran parte minorenni, del tutto disarmati. Dopo le botte, alcuni si sono spinti in un’area interna al piazzale per sfondare la rete del cantiere e tentare la fuga. Gli agenti hanno attaccato ancora: oltre alla manifestazione non autorizzata, c’era il danneggiamento. Altre manganellate, qualche ragazzino inseguito nelle vie laterali, e poi un cordone tutto intorno alla piazza. “Ci hanno sequestrato, non possiamo uscire di qua senza farci identificare – raccontava un ragazzo al telefono –. Adesso ci sediamo per terra e vediamo che succede”. Dopo una lunga mediazione, cui hanno partecipato diversi genitori e alcuni esponenti dell’opposizione, si è arrivati alla soluzione: si poteva lasciare la zona a gruppi di trenta per raggiungere la Sapienza, ma niente centro. Alla fine tutti si sono riuniti davanti all’università decidendo di riconvocarsi per il 17 novembre: con o senza il consenso di Alemanno.

Che ha commentato così: “Per fortuna non ci sono stati grandi incidenti, e mi dispiace sinceramente che la forza pubblica sia dovuta intervenire. Però ci sono delle regole che tutti devono rispettare. È chiaro che il Questore ha dovuto fare il suo mestiere, così come il sindaco che deve rispettare i diritti degli studenti ma anche quelli dei cittadini romani che non vogliono vedere la propria città messa sempre a dura prova da continue manifestazioni”. Dunque massima sintonia tra le istituzioni cittadine, e una certa soddisfazione per aver evitato noie al traffico. Peccato che la stazione sia rimasta chiusa per ore, i bus dirottati e le vie di accesso chiuse. Giuseppe, papà di uno studente 17enne, è stupito da tanta approssimazione: “Ho assistito a una gestione della piazza ridicola. Centinaia di agenti ed elicotteri per pochi studenti. Impediscono ai ragazzi di uscire dalla piazza. Ma con quale credibilità si agisce così? Perché dovrebbero identificare ragazzini minorenni che non rappresentano nessuna minaccia quando nel Paese ci sono rappresentanti in odore di crimini ben più gravi?”.

SECONDO la Questura, tutto regolare. L’avviso rivolto alla popolazione sui rischi “civili, penali e amministrativi” del partecipare a un corteo non autorizzato era sufficiente a giustificare la richiesta di documenti a tutti quelli che apparivano in procinto di organizzare o seguire l’evento. Flavia scuote la testa: “C’era anche un fotografo davanti alla scuola, la mattina. Faceva strane foto, non credo fossero per i giornali”. Le identificazioni ieri sono state oltre 300, e ora verranno denunciate almeno dieci persone per “invasione di terreno”. Nei confronti degli altri si sta valutando l’ipotesi di resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento.

Insomma Digos e agenti, tutti impegnati a perseguire pericolosi studenti liceali mentre ieri il Tribunale del Riesame ha deciso gli arresti domiciliari per sette tra gli arrestati di San Giovanni. Uno resta in carcere a Roma e un altro a Chieti (Leonardo Vecchiolla). Per altri due romani, tra cui Fabrizio Filippi detto er Pelliccia, si deciderà nei prossimi giorni.

di Chiara Paolin, IFQ

La polizia davanti al liceo Mamiani di Roma. (FOTO ANSA) 

19 ottobre 2011

“Protestare è un diritto.”

Di Pietro sembra averci ripensato. Lui di legge Reale-bis non ha mai parlato. Anzi, invita a buttare quella proposta “nel cesso”, o nel “cestino”, a seconda delle disponibilità. Un ripensamento, rispetto a quella che a molti è apparsa come una uscita che più infelice non si poteva. Di Pietro è sensibile agli umori che la sua base esprime attraverso il web e i social network. In tanti hanno scritto per mostrare il loro sgomento. La svolta “cossighiana”, poi, non è piaciuta a molti dirigenti del partito. Luigi De Magistris, il sindaco di Napoli, sabato era alla manifestazione.    Sindaco, dopo la guerriglia urbana le leggi speciali, quelle che ci riportano al clima degli anni di piombo.    Provo orrore quando sento parlare di leggi speciali, arresti preventivi, perquisizioni di edifici, sedi politiche e sindacali. Mi vengono i brividi quando si ripropone un modello culturale e politico di quarant’anni fa che portò alla criminalizzazione del dissenso, all’ostracismo del pensiero libero, all’emarginazione di fette importanti di una intera generazione. In molti dimenticano che anche per quelle scelte sbagliate il terrorismo riuscì in alcuni periodi a costruirsi un consenso ampio. Non possiamo consentire a 500 delinquenti, teppisti, violenti che non devono avere alcuna giustificazione, di uccidere tutte le conquiste civili e democratiche di questi anni.    Il ministro dell’Interno Maroni plaude a Di Pietro e si dice pronto ad approvare una legge Reale-bis.    Intanto Di Pietro, basta leggere le dichiarazioni di ieri, ha presentato proposte che vanno in una direzione diversa, ma mi fa specie che il ministro Maroni e il governo, vale a dire gli autori dei tagli drastici alle forze dell’ordine, invochino leggi speciali. Perché con i tagli non si può fare più prevenzione e intelligence, ma lei lo sa che a Roma la polizia non aveva un quadro preciso di quanto poteva accadere? E allora, piuttosto che pensare a un clima in cui siano possibili perquisizioni e arresti di massa, ci si occupi di destinare più risorse a polizia, finanza e carabinieri.    Seguendo il filo del suo ragionamento, possiamo dire che un primo risultato i 500 teppisti di Roma l’hanno già ottenuto: il divieto della Fiom a manifestare nella Capitale.    La Fiom-Cgil è una grande organizzazione e andrebbe ringraziata per il lavoro che fa nelle fabbriche e sul territorio. È un baluardo della democrazia, un soggetto che produce cultura, conoscenza dei diritti, partecipazione. La Fiom è un argine contro la violenza, tutto si poteva fare a una organizzazione così, tranne che impedirle di manifestare. Non è questa la democrazia per la quale stiamo lavorando e in nome della quale centinaia di migliaia di persone sono venute a Roma sabato scorso.    Lei c’era e ha cantato anche “Bella ciao”.    Ero nella parte del corteo gestita dalla Fiom. Ho visto operai, pensionati, tantissimi giovani precari, intellettuali e ricercatori universitari. Insomma, la vera ricchezza di questo Paese. È un movimento che pone domande alla politica, ma che allo stesso tempo si mette in gioco, vuole starci, entrare anche nei meccanismi istituzionali per cambiare l’Italia ed imporre un altro modello di sviluppo. Per questi motivi la piazza di Roma fa paura al sistema castale, questi non rompono vetrine, ma certezze, vogliono scassare poteri consolidati. Il sistema ha paura e li respinge, coglie l’occasione dei teppisti per criminalizzarli. Non dobbiamo permettere a 500 delinquenti di sopraffare una realtà sociale che è grandissima.    Sta lanciando il manifesto politico    del suo “movimento”, quello che in molti temono e che chiamano il    “partito di De Magistris”.    Ma lasciamo stare, questi sono giochetti della politica. Io sono un uomo dello Stato, la mia formazione culturale è quella, ho fatto il magistrato per anni e oggi sono il sindaco della terza città d’Italia, ed è stato importante essere in piazza a Roma col movimento. Dire ci sono, lavoriamo sulle vostre proposte, facciamole diventare politica, scelte che possono cambiare la vita di ognuno di noi. Politiche per il lavoro, per il futuro dei giovani, per i beni comuni, trasformiamo con voi le città e lo Stato. Uniamoci per l’alternativa. In questa direzione intendo lavorare anche per il futuro. Non mi piace fare dietrologia, ma noto il rischio di una sorta di convergenza parallela tra i 500 teppisti che hanno distrutto la manifestazione di Roma e violentato una città, e la parte più reazionaria della politica. Quella che vuole conservare il potere. Sempre e a ogni costo.

di Enrico Fierro, IFQ

Primo cittadino

20 luglio 2011

I giorni di Genova il silenzio impossibile

Da piazza Alimonda alla Diaz: 10 anni dopo il G8 nelle strade del sangue. Ma il grande depistaggio sul movimento non ha vinto.

QUEI NOMI, dieci anni dopo. Via Tolemaide, via Caffa, corso Buenos Aires, Piazza Alimonda. Scendo dal treno, il tempo di lasciare i bagagli all’hotel e poi subito qui, al BarLino, all’angolo fra la piazza e via Caffa, seduto al tavolino di fronte a una targa che non ha più nulla a che vedere con quella dove una mano anonima cancellò Ali-monda sotto a Piazza, e scrisse “Carlo Giuliani, ragazzo”. Ora quella targa ha tutta l’aria di essere qualcosa di simile al marmo, lucida, brillante. Questa era la posizione privilegiata, quando tornavi qui, nei mesi successivi a quel luglio 2001, e te ne stavi a guardare la ringhiera a lato della chiesa di Nostra Signora del Rimedio, diventata subito luogo di pellegrinaggio, di testimonianza, di solidarietà, di indignazione. Quella ringhiera era una sorta di mausoleo spontaneo, pieno di fiori (ricordo tanti girasoli), di quaderni fitti di pensieri, di disegni, di dediche, di poesie (ne ricordo uno dal quale pendeva una bic blu e sul quale anch’io scrissi qualcosa, quando tornai a Genova, dieci giorni dopo. Non ricordo cosa) e poi magliette, foto, oggetti, a mantenere viva la memoria dell’omicidio di un ragazzo di ventitré anni. Non c’è più alcuna traccia di quella memoria. Da anni, ormai. Fu il parroco a farlo smantellare. Distraeva i parrocchiani, diceva. L’unica scritta, spruzzata frettolosa su un muro adiacente, poco più in là, è “Panionios Panthers Club since 1983”, una delle squadre di Atene.

LA PRIMAVERA E IL GELIDO INVERNO

Atene, la Grecia. Il primo paese a dimostrarci, oggi, che un mondo diverso non è più possibile (lo slogan no global del 2001), ma ormai dannatamente necessario. Oggi è lampante: il movimento del 2001 aveva previsto tutto. Aveva ragione. E forse fu proprio per questo che venne annientato. Annientato fisicamente, dieci anni fa, annientato nella memoria collettiva, negli anni successivi. Giri per Genova, passi attraverso i luoghi cruciali di quei giorni, e noti che non c’è più nessuna traccia visibile – istituzionale, intendo – che ricordi ciò che è stato. Certo, magari non proprio il “non lavate questo sangue” scritto all’ingresso della Diaz il mattino dopo “la macelleria messicana” della notte del 21 luglio 2001, ma qualcosa. Come se Genova avesse voluto cancellare, per quanto possibile, quei giorni dal calendario della sua storia.Genova, ma non solo. Lo Stato, soprattutto, che non si è mai pronunciato ufficialmente se non giustificando l’ingiustificabile. Aiutato dai tempi, anche, perché dieci anni, oggi, sono una vita intera, col mondo che corre sempre più in fretta (talmente in fretta da essere entrato in un corto circuito, ormai), e la memoria, anche quella collettiva, è quel che è, come trasferita dai nostri cervelli a degli hard disk esterni. E allora, in questi anni, il ricordo di Genova è stato tenuto vivo da pochi, da tutti quelli che, con l’anima, non hanno mai abbandonato la Genova del 2001, soprattutto Haidi e Giuliano Giuliani, i genitori di Carlo, che dal giorno dopo l’uccisione del figlio, hanno consacrato le loro vite alla ricerca della giustizia – che non hanno ottenuto – e soprattutto al racconto continuo della verità. Da dieci anni stanno scrivendo e narrando al mondo la storia di Genova 2001. E quest’anno, più di tutti gli altri, sono impegnati in mille iniziative, la vecchia Panda rossa di Carlo parcheggiata fuori da Palazzo Ducale e loro dentro, a seguire l’organizzazione di decine di incontri, proiezioni, la mostra Cassandra. Dentro a quello che fu il cuore istituzionale del G8. Il Palazzo Ducale, che il nostro capo del governo (unico politicamente sopravvissuto di quegli otto, a parte Putin) volle rialzato, fuori, uno strato di terreno che rendesse meno impervia la salita verso l’ingresso agli otto G (un po’ quello che avviene, con effetto opposto, dentro alle sue scarpe, ogni giorno). Che volle ricoprire una grigia banca là di fronte da un pannello raffigurante un pacchiano palazzo d’epoca.Finzione,comesempre.Messainscena.Apparenza. Oggi Palazzo Ducale è il cuore degli incontri del decennale. Ed è stato davvero strano partecipare a un reading di scrittori laddove venne scattata, la mattina del 21 luglio 2001, la famosa foto degli otto G che guardano tutti in alto. Con aria ebete, più che smarrita. Hanno l’energia della memoria, Haidi e Giuliano. Un’energia che non tiene in vita solo il ricordo di Carlo, ma Carlo stesso.    I luoghi della Genova di allora. Arrivo davanti alla Diaz in luglio, come dieci anni fa, ed è sabato, comequellanotte.Chiusa,oggi,d’estate.Aperta,nel 2001, per ospitare i manifestanti del social forum. Che vennero massacrati di botte, feriti, picchiati a sangue dalla polizia. Non l’avevo più rivista. Ridi-pinta di un colore più chiaro, oggi, mi sembra. Ripulita dal sangue, ovviamente, ma per sempre marchiata da quel rosso, da quel mattatoio. Indelebilmente. Il cortile vuoto, senza tutti i computer, gli armadi, le sedie, i banchi che i poliziotti gettarono dalle finestre, quella notte. Ricostruita, oggi, quella notte, la scuola, e tutto il resto, in Romania, dove, proprio in questi giorni Daniele Vicari sta girando il film che racconterà la Diaze quel che vi avvenne.

I PROFESSIONISTI E LA SEMPLIFICAZIONE

Un lavoro immane, quello di mantenere viva la memoria, di tenere ordinati tutti i tasselli che formano l’insieme di quei giorni. Perché i teorici del “se la sono cercata” – dieci anni fa, nel 2001 – sono sempre attivi. Professionisti della semplificazione, nell’unico paese al mondo ad avere addirittura un ministero, per la semplificazione. Che è, la semplificazione, la spina dorsale dei nostri telegiornali. Che ci ha abituati a risolvere le complessità con didascalie, con slogan, con frasi fatte. Teorici che hanno ormai una formuletta magica invincibile,formatadadueparoleininglese,black bloc. I reportages di questi giorni, gli speciali dedicati al G8 del 2001, partono sempre dalla violenza dei black bloc per dire, a volte fra le righe, a volte esplicitamente, che fu a causa loro che scattò la repressione. Alcuni altri, invece, a dire che fu un certo linguaggio usato dai Disobbedienti, a scatenare la repressione. Nessuno che ricordi che i black bloc calarono su Genova in un paio di migliaia, quando sia prima che dopo non sono mai stati più di un manipolo, patetico e controllabile. Nessuno che ricordi che quegli “anarchici antagonisti” provenienti, così ci dissero, da tutta Europa, conoscevano Genova meglio di qualunque genovese, che apparivano e scomparivano, riapparivano e riscomparivano con una velocità e una precisione a dir poco sospetta. Io li vidi, quei ragazzini, divisi in piccole squadre di cinque o sei, guidati da signori spesso assai maturi. Nessuno che dica (omissione volontaria o no, chi lo sa) che i black bloc facevano parte di un disegno preordinato.

IL PLASTICO  DEL RIDICOLO

Protagonisti necessari della drammaturgia di Genova 2001. Ancor oggi, nonostante i processi, le testimonianze, le centinaia di ore di immagini, i milioni di foto digitali, c’è chi sostiene che il corteo delle Tute bianche fu attaccato “per errore”. Mi piacerebbe – non fosse l’epoca stessa a impedirmelo, e una questione di statura, anche, letteraria, poetica – poter fare come Pasolini e dire a voce alta “io so”. Io so che cosa è successo a Genova nel luglio del 2001 perché faccio lo scrittore. E invece io so che cosa è successo a Genova, e come è successo, soprattutto perché c’ero, perché il 20 luglio del 2001 sono stato prima testimone delle distruzioni dei black bloc in centro città, con le forze dell’ordine a fare da spettatori, e poi sono stato in testa al corteo delle Tute bianche, accanto a Luca Casarini da dentro lo stadio Carlini fino all’attacco “per errore” di via Tolemaide. Io so che cosa è successo a Genova perché l’ho vissuto, perché ho studiato gli atti dei processi, ascoltato, parlato, condiviso. Io so, perché alla fine di questo percorso ci ho scritto un romanzo. Quello che io non so e che non sapremo mai è chi e perché volle trasformare Genova in un massacro. E so che non furono i black bloc, quei black bloc che oggi, invecchiati di dieci anni, sono – secondo Maroni e gran parte dei media – i delinquenti della Val di Susa. I nuovi terroristi. Rievocati e riutilizzati allo stesso modo di Genova, perché sono perfettamente conformi alla drammaturgia della criminalizzazione di un movimento. Perché mai i media, a proposito delle manifestazioni nel Nord Africa, parlano di movimenti di liberazione democratica, e quando si rievoca Genova o si parla dei cortei in Val di Susa si parla di delinquenti? In un paese dove il consenso è strutturato come il televoto, non può esistere la contestazione, l’indignazione, la rabbia. Los indignados, da noi, ci fossero, occupassero le piazze, urlassero la loro collera al mondo, sarebbero dipinticomedeiblackbloc.Sarebberoliquidatidentro a nuvole di gas CS, vietato in guerra, ma consentito in Italia per questioni di ordine pubblico. Larabbia,dallenostreparti,èmessafuorileggedal linguaggio catodico. E allora in questi giorni, a Genova , in vista di un corteo, fra l’altro, per nulla arrabbiato, si mette in atto il piano antiviolenti. Via i cassonettidalpercorsodelcorteodel23luglio,un modo per sussurrare ai genovesi e all’Italia intera che chi verrà a manifestare dopo dieci anni, a Genova, è un black bloc di allora, un “anarchico antagonista” della Val di Susa. A Piazza San Lorenzo, due passi da Palazzo Ducale, di fronte alla splendida cattedrale, sono già schierati dei blindati di carabinieri e polizia. La gente, seduta all’ora di pranzo sulla scalinata a sbocconcellare focacce genovesi e panini, assistono, guardano, non capiscono. E poliziotti e carabinieri sembrano sentirsi già in un set, come dieci anni fa. Solo che è tutto diverso, stonato, ridicolo. La sensazione, però, è che – così come la maggior parte d’Italia – anche la maggior parte dei genovesi siano indifferenti a questo decennale. Anzi girando per la città si percepisce una certa irritazione. Cerco il luogo ideale dove chiudere questo racconto, dieci anni dopo. Vado verso il mare, arrivo in cima alla ripida scalinata che porta alla chiesa dei Santi Pietro e Bernardo alla Foce. Era il passaggio da Piazzale Kennedy, cuore del Social Forum nel 2001 e la Diaz. Il 21 luglio fu per tanti la via di fuga inevitabile dal campo di battaglia di Viale delle Brigate Partigiane, Piazza Rossetti, Piazzale Kennedy. Da lì lo spettacolo era lancinante, oltre che irrespirabile. Oggi, dieci anni dopo, c’è solo gente che va al mare, in una Genova che sì, sembra non voler ricordare, ma che, nonostante tutti gli sforzi, potrà mai dimenticarlo, il G8 del 2001.

di Roberto Ferrucci, IFQ

Pestaggi in strada: spariti 200 fascicoli Promossi o prescritti i poliziotti violenti

DUECENTO FASCICOLI a carico delle forze dell’ordine finiti nel nulla. Forse mai aperti. Sono i procedimenti per gli abusi commessi durante il G8 di Genova in occasione degli arresti per strada. I magistrati scarcerarono i manifestanti all’udienza di convalida perché i verbali di arresto erano incompleti, pasticciati. Spesso falsi. E ogni volta che un gip rilevava palesi incongruenze trasmetteva gli atti alla Procura. Ma tutti gli indagati sono stati di fatto graziati da una giustizia che ha lasciato morire i fascicoli. C’è anche questo nella storia del G8, oltre all’impegno di pm coraggiosi che hanno rischiato per portare avanti le indagini. Nel Tribunale di Genova qualcuno li chiama “fascicoli fantasma”. Come quello che riguarda due funzionari di polizia e due ufficiali dei carabinieri. Nella sentenza del 14 dicembre del 2007, che condanna i 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio, il dispositivo firmato dal presidente del Tribunale Marco Devoto e dal giudice estensore Emilio Gatti ordinava la “trasmissione degli atti al pubblico ministero per falsa testimonianza”. I quattro erano testi dell’accusa sostenuta dai pm Anna Canepa (oggi alla direzione nazionale antimafia) e Andrea Canciani. Si trattava di Angelo Gaggiano, vicequestore comandante del servizio di ordine pubblico, che guidava i reparti di guardia alla zona rossa in via Tolemaide; Mario Mondelli, attualmente questore di Biella all’epoca uno dei capi della Celere (sostituì Vincenzo Canterini alla guida del Reparto Mobile di Roma); il capitano Antonio Bruno e il tenente Paolo Faedda il primo comandante, il secondo suo collaboratore, del Battaglione Lombardia che fu il primo contingente dell’Arma a partire all’assalto delle Tute Bianche. Secondo i giudici, nel corso delle udienze, nel 2004, i quattro testi avevano mentito. A dirlo sono i giudici del Tribunale che avevano avuto mano pesante con i presunti black bloc. La procura avrebbe dovuto verificare se le ipotesi del tribunale fossero corrette. Ma il tempo passò e il fascicolo è finito in prescrizione senza neppure una convocazione, un atto che potesse interromperla. Un suicidio giudiziario ripetuto forse quasi duecento volte. Genova in questi giorni di prepara a ricordare il G8. Il capo della polizia, Antonio Manganelli, mesi fa sul Secolo XIX ha invitato a chiudere la ferita. Ma è difficile, visti i presupposti. I membri delle forze dell’ordine responsabili delle violenze del G8 non pagheranno. La commissione d’inchiesta parlamentare da tanti invocata non è stata istituita e la quasi totalità dei reati – calunnia, lesioni non gravi, abusi vari – contestati ai poliziotti della Diaz così come agli imputati di Bolzaneto sono stati spazzati dalla prescrizione. Restano in piedi le lesioni gravi, che però vanno in prescrizione dopo dieci anni e sei mesi (gennaio 2012) e i falsi che di anni ne prevedono dodici e mezzo (gennaio 2014). Se si considera che a maggio la sentenza Diaz non era ancora partita per la Cassazione, si ha la certezza che anche le lesioni gravi saranno prescritte mentre per i falsi eventuali in-toppi o ritardi tecnici potrebbero dare il colpo di spugna. Ancora minori le possibilità di evitare la prescrizione per Bolzaneto – i reati contestati dai pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati erano abuso d’ufficio, violenza privata, falso ideologico, abuso di autorità nei confronti di detenuti o arrestati, violazione dell’ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali – visto che quasi tutti sono già estinti e che le motivazioni della sentenza d’appello sono state depositate ad aprile di quest’anno.    Intanto i protagonisti di quei giorni fanno carriera. Ricordate la famosa fotografia del diciassettenne romano con il volto tumefatto e l’occhio ridotto a una fessura? Il “calciatore” era l’ex dirigente della Digos Alessandro Perugini. La vicenda è stata cancellata perché Perugini ha risarcito 30mi-la euro e la denuncia è rientrata. Poi c’è stata un’altra condanna a un anno per falso. Oggi Perugini è un alto funzionario della Questura di Alessandria. Francesco Gratteri, all’epoca direttore dello Sco è diventato prima questore di Bari ed ora è responsabile della Direzione anticrimine centrale, il Dac: la Corte d’Appello di Genova lo ha condannato a quattro anni per falso. Giovanni Luperi all’epoca vice capo dell’Ucigos da cui dipendeva il controllo delle squadre Digos presenti al vertice del G8, è oggi capo del Dipartimento analisi dell’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna), l’ex Sisde: quattro anni per falso. Gilberto Caldarozzi, era il vice di Gratteri, poi ne ha preso il posto di direttore allo Sco, quindi è stato promosso questore per merito straordinario nel 2006 quando partecipò alla cattura di Bernardo Provenzano: tre anni e otto mesi per falso. Spartaco Mortola, era il capo della Digos di Genova, è stato quindi promosso a questore vicario di Torino e proprio poche settimane fa è diventato questore: 3 anni e 8 mesi per falso. Vincenzo Canterini, che nel 2001 guidava i reparti della celere è diventato ufficiale di collegamento con l’Interpol a Bucarest: cinque anni per falso in continuazione con le lesioni gravi.    E non ci sono soltanto i membri delle forze dell’ordine: Giacomo Toccafondi, uno dei dottori chiamati a rispondere civilmente per gli orrori della caserma di Bolzaneto, non ha avuto nessuna sanzione disciplinare. Anzi la sua Asl ha deciso di premiarlo. Difficile chiudere così la ferita ancora infetta del G8.

di Ferruccio Sansa, IFQ

24 marzo 2011

‘Così la polizia mi ha massacrato’

Le cariche dopo una partita. Le manganellate alla testa. Un mese di coma. Poi il risveglio, ma con un’invalidità che durerà tutta la vita. Poi lui trova il coraggio di parlare e un’agente coraggiosa fa scoppiare il caso

Un giovane tifoso del Brescia massacrato a manganellate che finisce in coma. I medici lo danno per spacciato: se ce la farà a sopravvivere, dicono ai genitori, “sarà un vegetale”. Dopo più di un mese di buio, invece, il ragazzo si risveglia. Parla, anche se con molta fatica. E’ ancora intubato quando, alla fine del 2005, comincia a raccontare tutto a una poliziotta, che ha il coraggio di aprire un’inchiesta sui colleghi. La commissaria indaga in solitudine. Scopre verbali truccati. Testimonianze insabbiate. Filmati spariti. Poi altri poliziotti rompono l’omertà e sbugiardano le relazioni ufficiali di un dirigente della questura. Un giudice ordina di procedere. E adesso, a Verona, sta per aprirsi un processo simbolo contro otto celerini del reparto di Bologna. Una squadraccia, secondo l’accusa, capace non solo di usare “violenza immotivata e insensata su persone inermi”, ma anche di inquinare le prove fino a rovesciare le colpe sulle vittime. “L’Espresso” ha ricostruito i retroscena di quella misteriosa giornata di guerriglia tra tifosi e polizia, con testimonianze e filmati inediti, scoprendo un filo nero che collega tanti casi in apparenza separati di degenerazione delle divise. Un viaggio nel male oscuro che contamina e divide le nostre forze di polizia.

“La mia storia è simile a quella di Federico Aldovrandi, Gabriele Sandri, Stefano Cucchi, Carlo Giuliani… La differenza è che io sono ancora vivo e posso parlare”. Paolo Scaroni oggi ha 34 anni e il 100 per cento d’invalidità civile. Cammina per Brescia, la sua città, strascicando un piede rimasto paralizzato. La voce esce spezzata e lui se ne scusa (“Sono i postumi del trauma”): “Sono molto legato ai familiari di Aldovrandi. Suonava il clarinetto come me, nelle nostre vicende ci sono coincidenze incredibili. Io sono stato massacrato alle otto di sera, lui è stato ammazzato la stessa notte, sei ore dopo. Ora vogliamo fondare un’associazione: familiari delle vittime della polizia”. Suo padre, bresciano di Castenedolo, capelli bianchi e mani callose, riassume il problema scuotendo la testa: “Ho sempre avuto rispetto delle forze dell’ordine. Ma adesso, quando vedo un’uniforme, non ho più fiducia”. Quello di Paolo è un dolore speciale: “Oggi la cosa che mi fa più male è che mi hanno cancellato l’infanzia e l’adolescenza. Ho perso tutti i ricordi dei miei primi vent’anni di esistenza”.

La vita del ragazzo senza memoria è cambiata il 24 settembre 2005. Paolo, allevatore di tori, fisico da atleta, è in trasferta a Verona con 800 tifosi. Il suo gruppo, Brescia 1911, è il più popolare e radicato. Hanno un loro codice: botte sì, ma solo a mani nude. “Niente coltelli, no droga”, scrivono sugli striscioni. In quei giorni si sentono scomodi: tifosi di provincia che protestano contro “i padroni del calcio-tv” e “le schedature”. Dopo la partita, i bresciani vengono scortati in stazione. E qui si scatena l’inferno: tre cariche della celere, violentissime. L’inchiesta ha identificato 32 tifosi feriti, quasi tutti colpiti alla schiena. Foto e video recuperati da “l’Espresso” mostrano, tra gli altri, una ragazza con il seno tumefatto e altri due giovani con trauma cranico e mani fratturate. Paolo ha la testa fracassata: salvato dagli amici, si rialza, vomita, sviene. Alle 19,45 entra in coma. L’ambulanza arriva con più di mezz’ora di ritardo.

Secondo la relazione ufficiale firmata da F. M., dirigente della questura di Verona, la colpa è tutta dei tifosi. Il funzionario dichiara che gli ultras bresciani “occupavano il primo binario bloccando la testa del treno”, con la pretesa di “far rilasciare due arrestati”. Appena le divise si avvicinano, giura il pubblico ufficiale, “il fronte dei tifosi assalta i nostri reparti con cinghie, aste di ferro, calci, pugni e scagliando massi presi dai binari”. La celere li carica “solo per prevenire violenze sui viaggiatori”. Paolo non è neppure nominato: una riga nella penultima pagina del rapporto cita solo “un tifoso colto da malore a bordo del treno”. Chi lo ha picchiato? “Scontri con gli ultras veronesi”, è la prima versione, che crolla subito: la stazione era vuota, dentro c’erano solo i bresciani scortati dagli agenti. Quindi un celerino ne racconta un’altra: Paolo sarebbe stato ferito da “uno dei massi lanciati dagli ultras” suoi amici.

di Paolo Biondani, L’Espresso

24 febbraio 2011

Genchi cacciato dalla Polizia: è accusato di aver parlato male di Berlusconi

“Non sono più un poliziotto. S’è avverato il sogno di Silvio Berlusconi che già dal 24 gennaio 2009, riferendosi a me, parlava del più grande scandalo della Repubblica. Se questo provvedimento fosse stato adottato a Milano, invece che a Roma, forse qualcuno avrebbe aperto un fascicolo d’indagine. Mi hanno tolto la divisa ma non possono riuscire a togliermi la dignità”. Dopo 25 anni, da ieri, Gioacchino Genchi, vice questore della Polizia di Stato, è fuori dal servizio: destituito per motivi disciplinari. “È un provvedimento illegittimo”, continua Genchi, “ricorrerò al Tar”.

IL SUPER ESPERTO informatico che ha indagato sulle stragi di via D’Amelio, e ha consentito l’arresto di decine di mafiosi, ricorda che fino   all’ultimo la Polizia di Stato gli ha riservato elogi – “ottimo” è il giudizio ottenuto anche quest’anno – e del capo della Polizia Antonio Manganelli, che ha firmato la sua destituzione, dice: “Bisogna vedere chi gliel’ha fatto firmare”. La pesantissima sanzione arriva a fronte di alcune dichiarazioni,   in qualche occasione infelici, come quando Berlusconi fu ferito dalla statuetta del duomo lanciata da Massimo Tartaglia, per esempio, e Genchi parlò in pubblico di “pantomima”. Nella sua memoria difensiva, però, Genchi spiega che si riferiva alla prognosi certificata dal medico del premier, che l’aveva disposta per 90 giorni, mentre i medici della Procura di Milano la ridimensionarono tra i “venti e i quaranta giorni”.    È per questo che Genchi viene destituito dalla polizia. Le altre frasi incriminate riguardano l’arresto del mafioso Giovanni Nicchi che fu definito da Berlusconi il “numero due della mafia”. Un arresto giunto a poche ore dal “No Berlusconi day” del 5 dicembre e che, secondo Genchi, fu gonfiato apposta per distrarre l’opinione pubblica dal dissenso verso il premier. Un’opinione più che legittima, considerato che lo stesso Genchi   , nella sua difesa, ha prodotto il certificato penale di Nicchi, fino ad allora incensurato e che Nicchi è stato assolto. Per quanto incredibile, Genchi viene punito per aver espresso, su un episodio del 1996, la stessa opinione del ministro dell’Interno Roberto Maroni: l’esperto informatico parlò pubblicamente   di “pantomima” sulla microspia rinvenuta nello studio di Berlusconi nel 1996. Genchi aveva chiamato Maroni a testimoniare, visto che il ministro, nel 1996 aveva dichiarato all’Ansa: “La microspia se l’è messa Berlusconi da solo per fare la vittima”. Testimonianza esclusa . E destituzione disposta. Un caso davvero incredibile, se si considera che – come lo stesso Genchi evidenzia nella sua   memoria difensiva – i suoi colleghi coinvolti e condannati (poi prosciolti per prescrizione) nelle violenze del G8 2001 di Genova non hanno subìto neanche una sospensione. Stessa sorte per i poliziotti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi.

GENCHI AVEVA chiesto di poter acquisire gli atti che li riguardavano, per poterli utilizzare nella propria difesa, ma anche in questo caso ha ricevuto un rifiuto. Resta il fatto, sottolineato da Genchi nella sua difesa, che “già nel settembre 2007” lavorando a un “traffico internazionale di cocaina”, il consulente aveva sviluppato il “traffico telefonico di Perla Genovesi, rilevando numerosi contatti diretti con l’abitazione di Arcore dell’onorevole Silvio Berlusconi”. E da lì arrivava a una delle ragazze che avrebbero intrattenuto Berlusconi nei suoi bunga bunga: Nadia Macrì.   Genchi s’era anche imbattuto – in un procedimento giudiziario calabrese – in “una intercettazione telefonica dell’allora ministro Maurizio Gasparri”. E conclude: “Non appare difficile inquadrare il contesto politico e il movente che può avere ispirato la mia delegittimazione personale e professionale”. “Non è un caso”, conclude Genchi, “che il 13 marzo 2009 Gasparri si era interrogato su ‘quale incarico ricopra attualmente Genchi e come mai il capo della polizia e direttore del dipartimento per la pubblica sicurezza, prefetto Manganelli, non lo abbia ancora sospeso dal servizio’”.    Da ieri Genchi non può più indossare la divisa: viene punito per aver parlato di “pantomima” e per le sue “dichiarazioni dal contenuto lesivo del prestigio di organi e istituzioni dello Stato”.

di Antonio Massari – IFQ

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1 ottobre 2010

“Io, picchiato dai carabinieri” Il caso di Milano finisce in Parlamento

“È stata un’esecuzione a freddo”. Uno dei due manifestanti che mercoledì scorso a Milano si è scontrato con i carabinieri non ha dubbi.

Ha il naso fratturato, martedì prossimo dovrà operarsi. E dire che, stando al suo racconto, la presunta aggressione sarebbe avvenuta a mobilitazione conclusa. Quindi senza neanche la “necessità” dell’ordine pubblico.    MERCOLEDÌ mattina, in via Bagutta, il cuore della città della moda, a pochi passi da via Montenapoleone, i collettivi degli studenti (soprattutto medi, qualche universitario), hanno dato vita a una mobilitazione contro il progetto “Allenati per la vita” siglato dai ministri Gelmini e La Russa per insegnare le tecniche   militari nelle scuole. Lo hanno fatto sotto la sede dell’Unuci, l’Ufficio nazionale ufficiali in congedo d’Italia. Qualche striscione (“Contro ignoranza, razzismo e precarietà ribellati per la vita. Diserta   la scuola della guerra”), qualche cartello (“Stupri, omicidi, torture e bombe al fosforo: questa è la cultura militare”), qualche fumogeno. “Eravamo una cinquantina di persone, una denuncia forte ma pacifica – prosegue il ragazzo ferito –. Qualcuno è salito per consegnare ai militari un questionario, senza ottenere risposta. Poi, una volta finita la manifestazione, ci siamo allontanati”.      A quel punto un piccolo gruppo di loro è entrato nella stazione “Duomo” della metropolitana. È lì che gli studenti hanno incontrato i carabinieri: “Erano una ventina, diversi da quelli che avevamo visto sotto l’Unuci. Ci hanno seguito, poi hanno preso me e un’altra ragazza e ci hanno picchiato. A lei hanno quasi spezzato un braccio, a me è arrivato un pugno che mi ha spaccato il naso. Poi ci hanno identificato e ci   hanno lasciato andare. Naturalmente mi aspetto anche una denuncia”. I collettivi non si lasciano intimidire e rilanciano per l’8 ottobre un’iniziativa   più ampia, “anche in risposta all’aggressione, perché sia garantita a tutti la libertà di parola”.    L’EPISODIO è già sbarcato alla Camera: ieri pomeriggio è stata presentata un’interrogazione parlamentare a firma dei deputati Pd Emanuele Fiano e Furio Colombo, il quale già in mattinata aveva affrontato la questione durante la discussione delle misure urgenti   sui trasporti.    Invece il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, si è già schierato con le forze dell’ordine, invocando l’intervento del ministro dell’Interno Maroni per chiudere i centro sociali. “I bravi ragazzi dei centri sociali – ha scritto in una nota – hanno organizzato l’ennesima pagliacciata sulla scorta dell’ennesimo pretesto e hanno dato prova di sé recitando il solito copione: fumogeni, pretesa di viaggiare gratis in metropolitana, insulti. A dimostrazione che è necessario che il ministro provveda a disattivare questi centri”.

di Silvia D’Onghia IFQ

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