Archive for marzo, 2011

31 marzo 2011

Comunione e cementificazione per Expo 2015

Il trucco dell’Expo si chiama Cascina Merlata. Sì, dicono: facciamo un’Expo 2015 leggero leggero, con tanti orti e poco cemento; ma poi su un’area a fianco ci schiaffano 324 mila metri quadri di residenza, 45 mila di edifici commerciali, 15 mila di alberghi, 10 mila di uffici. Con 3.800 appartamenti, per 8 mila nuovi abitanti previsti. Questa è Cascina Merlata. Un nome bucolico per un’operazione immobiliare che rovescia nuovo cemento in una zona tra il Gallaratese e Quarto Oggiaro che di tutto avrebbe bisogno, tranne che di altro cemento. È proprio un imbroglio. È come se qualcuno ci dicesse: abbiamo un’area A, grande cinque, su cui costruiamo solo tre. Evviva, come siamo verdi. Nascondendoci però che accanto c’è un’altra area più o meno uguale, l’area B, su cui zitti zitti costruiscono dieci. La verità, allora, è che c’è una sola area, A+B, grande dieci, su cui costruiscono tredici. L’imbroglio è lampante: infatti è sulla Cascina Merlata che sarà costruito il villaggio dell’Expo e poi le due aree sono urbanisticamente connesse e saranno servite dai medesimi interventi infrastrutturali, strade, metrò… Ma si guardano bene dal presentarle insieme, come un’unica operazione, come in effetti è. Cascina Merlata è il lato B dell’Expo. Ma non bisogna dirlo: per poter continuare a proclamare che avremo un Expo leggero e poco cementificato. A dir la verità, nelle ultime settimane hanno ripreso a ripetere con maggior insistenza che anche l’Expo in sé, con tutti ’sti orti, con tutte ’ste serre, con ’sto “planetary garden” partorito dalla mente di Stefano Boeri e Carlin Petrini, non riesce a far quadrare i conti, non è “appetibile”, non funziona: bisogna aumentare il cemento anche lì. Anche se, a dirla proprio tutta, andando avanti così – cioè stando fermi – l’Expo proprio non si farà: né quello del giardino planetario, né quello del cemento. Ancora non è stato risolto neppure il problema numero uno: la proprietà delle aree. La società dell’Expo le deve comprare, oppure prendere in comodato temporaneo con restituzione finale ai proprietari? Milano, insomma, forse non realizzerà più il giardino planetario, ma in compenso rischia di fare una figuraccia planetaria. Gli unici pronti per l’Expo, a quanto pare, sono gli ottimi manager della ’Ndrangheta. Meno male che non c’è più il ministro Lunardi, altrimenti avrebbe potuto proporre di affidare direttamente a loro la gestione dell’evento. L’operazione che sta andando avanti, invece, è quella di Cascina Merlata, lato B dell’Expo. Perché su quei 500 mila metri quadri l’accordo d’affari è concluso e bipartisan. La cordata d’investitori è pronta, il socio di maggioranza, Euromilano, ha le idee chiare, Banca Intesa Sanpaolo è della partita, gli operatori si sono divisi il lavoro, coop rosse e coop bianche, eredi della sinistra e rampanti di Comunione e liberazione. “È il ritorno al consociativismo di tanti anni fa, a scapito dei cittadini”, commenta il consigliere della Lista Fo Basilio Rizzo.

di Gianni Barbacetto, IFQ

31 marzo 2011

I sindaci di Milano e Brescia danno i dividendi a nostre spese

Il sindaco di Milano Letizia Moratti può stare tranquilla. E con lei anche il suo collega di Brescia, pure lui berlusconiano, Adriano Paroli. Nel 2011 la società energetica A2A controllata dai due grandi comuni lombardi, darà un’altra volta il suo contributo alla causa. Quella del bilancio municipale. In totale fanno 83 milioni di dividendi per Milano e altrettanti per Brescia.

POCO IMPORTA allora se i conti aziendali sono tutt’altro che floridi, come risulta dal bilancio 2010 approvato ieri dal consiglio di gestione. Poco importa se il gruppo A2A naviga in acque tutt’altro che tranquille, sconta il crollo dei margini sul mercato dell’energia, è oppresso da un indebitamento monstre, deve far fronte agli oneri della sfortunata (eufemismo) avventura in Edison e per riuscire a produrre profitti deve aggrapparsi a operazioni straordinarie. E che sarà mai? I comuni azionisti devono far quadrare i conti. E A2A è una mucca da mungere. In verità, i principi di una gestione oculata suggerirebbero tutt’altro. Per esempio di limitare la distribuzione di dividendi allo stretto indispensabile e usare quei soldi per ridurre i debiti, in calo nel 2010 ma comunque pari a 3,9 miliardi. Macchè, non se ne parla neppure. Ieri i vertici della società energetica hanno promesso che d’ora in poi verrà distribuito solo il 60 per cento dell’utile. Per il futuro si vedrà. Intanto si comincia con uno strappo alla regola. Siccome ci sono proventi straordinari per oltre 200 milioni, allora si fa un bel pacchetto regalo e lo si spedisce ai comuni affamati di soldi. Risultato: quest’anno verrà distribuito il 97 per cento dei profitti aziendali.    Non è una sorpresa. Il presidente Giuliano Zuccoli e gli altri amministratori del gruppo energetico alla politica i loro incarichi. E allora come possono dire di no ai sindaci che li hanno messi lì? Del resto A2A nasce nel 2008 al termine di un’infinita mediazione nelle stanze del potere lombardo. Aem, cioè l’ex azienda municipalizzata di Milano si sposa con la bresciana Asm. La fusione scatena appetiti per quello che all’epoca sembrava un business lucrosissimo. Accontentare tutti è difficile e così si moltiplicano le poltrone. Viene scelto il cosiddetto sistema duale, con un consiglio di gestione a cui si affianca il consiglio di sorveglianza. In totale fanno 23 poltrone da amministratore. Più due direttori generali. I vertici del gruppo sono il risultato dei faticosi accordi raggiunti tra berlusconiani, ciellini e leghisti. A loro volta questi gruppi di potere si suddividono nella fazione milanese e in quella bresciana, spesso e volentieri contrapposte tra loro. Senza dimenticare che nella città della Leonessa sono forti anche i cattolici vicini al presidente di Intesa, Giovanni Bazoli. E infine c’è il presidente Zuccoli, un ingegnere valtellinese legato al ministro Giulio Tremonti. L’effetto principale di questo gigantesco accrocchio è che ogni nomina, ogni decisione deve passare attraverso complesse mediazioni. Non è il massimo per garantire l’efficienza della gestione. Senza contare che spesso gli interessi della società vengono sacrifica-ti a quelli della politica.

MOLTO ISTRUTTIVO, a questo proposito, è lo spettacolo andato in scena nelle ultime settimane. Succede che, come detto, A2A si è imbarcata nell’avventura Edison, la terza società energetica del Paese (dopo Eni ed Enel) in cui i soci più forti sono i francesi di Edf. Edison nel 2010 è andata molto male. Niente dividendi. Per di più A2A ha dovuto farsi carico dei risultati negativi della sua partecipazione, a suo tempo pagata a peso d’oro. Questa voce vale da sola 130 milioni di perdite nel bilancio del gruppo guidato da Zuccoli, che in una recente intervista ha pesantemente attaccato la gestione di Edison, di cui peraltro lo stesso Zuccoli è presidente. Logica vorrebbe che A2A cercasse una via d’uscita. E c’era quasi riuscita con un complesso accordo che lasciava a Edf il controllo di Edison in cambio di altre contropartite tra cui alcune centrali elettriche. L’intesa aveva il difetto di evitare ai francesi l’Opa in Borsa lasciando a bocca asciutta i piccoli azionisti di Edison. Comunque non se n’è fatto niente perchè Tremonti ha bloccato tutto. É questa, e non Parmalat, la vera posta in gioco nella crociata antifrancese del governo di Roma. Ma non finisce qui perchè Edf, con un gesto di sfida a Tremonti, si prepara a silurare l’amministratore delegato di Edison, l’italiano Umberto Quadrino, per sostituirlo con un manager francese. Il cambio della guardia dovrebbe essere ufficializzato entro venerdì, ma l’affondo di Edf ha avuto l’effetto di mandare in fibrillazione il fronte italiano con le varie cordate che hanno cercato di approfittare della situazione per rafforzarsi.    E’ SCESO in campo perfino Berlusconi per convincere il sindaco di Brescia ad appoggiare una candidatura di Gabriele Albertini (già primo cittadino di Milano) alla presidenza di Edison (questa nomina spetta a A2A) al posto di Zuccoli. Il quale ovviamente la presa malissimo. Anche perchè nel frattempo si erano mossi anche ciellini e leghisti. Alla fine Albertini è stato stoppato. E anche i seguaci di Bossi hanno rinunciato a forzare la mano per la nomina in Edison del bresciano Bruno Caparini. La resa dei conti, però, anche con i francesi, è solo rimandata. Nel frattempo A2A farà sempre più fatica a far quadrare i conti. Ma a quanto pare questo è un problema secondario. Prima vengono le poltrone e la presunta crociata antifrancese.

di Vittorio Malagutti, IFQ

L'eleganza del sindaco di Milano

31 marzo 2011

La moglie di Bossi? È una baby pensionata

La notizia è di quelle a cui ci ha abituato questo Paese, afflitto dalla maledizione dei paradossi, degli sprechi, e delle ingiustizie sancite per decreto e controfirmate con i sigilli di ceralacca. La notizia è questa: la moglie del nemico giurato di Roma, la moglie del guerrigliero indomito che si batte contro lo Stato padrone e che fa un vanto di denunciare gli sprechi dello Stato assistenzialista, è una baby pensionata. Proprio così, avete letto bene. La moglie di Umberto Bossi, Manuela Marrone, riceve un trattamento previdenziale dal lontano 1992, da quando, cioè, alla tenera età di 39 anni, decideva di ritirarsi dall’insegnamento. Liberissima di farlo, ovviamente, dal punto di vista legale: un po’ meno da quello dell’opportunità politica, se è vero che suo marito tuona un giorno sì e l’altro pure contro i parassiti di Roma. E si sarebbe tentati quasi di non crederci, a questa storia, a questo ennesimo simbolo di incoerenza tra vizi privati e pubbliche virtù, se a raccontarcela non fosse un giornalista a cui tutto si può rimproverare ma non certo l’ostilità preconcetta alla Lega Nord e al suo leader.    EPPURE, nello scrivere il suo ultimo libro inchiesta (“Sanguisughe”, Mondadori, 18 euro, in uscita martedì prossimo), Mario Giordano deve essersi fatto una discreta collezione di nemici, se è vero che l’indice dei nomi di questo libro contiene personaggi noti e ignoti, di destra e di sinistra, gran commis e piccoli furbi, una vera e propria pletora di persone che a un certo punto della loro vita, anche se molto giovani, hanno deciso di vivere alle spalle della collettività e di chi lavora, approfittando dei tanti spifferi legislativi che il Palazzo ha generosamente concesso in questi anni. Il libro di Giordano (sottotitolo: le pensioni d’oro che ci prosciugano le tasse) però ha un attacco folgorante. Ed è la riproduzione dell’estratto conto di una pensione di 78 centesimi. Una incredibile “busta paga” autentica che nasce così: “Pensione lorda 402,12 euro, trattenute Irpef 106,64 euro, saldo Irpef 272.47, addizionale regionale 23.00, arrotondamento 0.78. Totale: 0.78”. Scrive Giordano: “Quando uno Stato si accanisce su una pensione minima di 402 euro (che è già una miseria) e la riduce a 0.78 centesimi (che è appunto un insulto) mentre lascia inalterati i supervitalizi dei parlamentari, il loro insindacabile diritto al cumulo, o gli assegni regalati a qualche burocrate d’oro, ebbene, noi non possiamo far finta di niente”.    Allora, forse, si può leggere questo libro saltando da un assurdo all’altro. Dalla “pensione centesimale” a quella della signora Marrone in Bossi, che è – in Italia – non un caso isolato, ma una delle 495.000 persone, come racconta il direttore dell’agenzia NewsMediaset, “che ricevono da anni la pensione senza avere i capelli grigi e senza avere compiuto i sessant’anni di età”. Nel 1992, quando la Marrone aveva 39 anni, Bossi attaccava “la palude romana” e chiedeva di cambiare. “Come no? – chiosa Giordano – Il cambiamento, certo. E intanto la baby pensione, però”.

MANUELA MARRONE, seconda moglie di Bossi, siciliana d’appartenenza attraverso il nonno Calogero “che arrivò a Varese come impiegato dell’anagrafe e finì deportato nei lager nazisti, dopo aver aiutato molti ebrei a scappare” custodì Bossi nella convalescenza dopo l’ictus e favorì l’ascesa del figlio Renzo. “Fra le attività che ha seguito con più passione – annota Giordano – la scuola elementare Bosina, da lei medesima fondata nel 1998, ‘la scuola della tua terra’, che educa i bambini attraverso la scoperta delle radici culturali, anche con racconti popolari, leggende, fiabe, filastrocche legate alle tradizioni locali. E sarà un caso che nelle pieghe della Finanziaria 2010, fra tanti tagli e sacrifici, sono stati trovati i soldi per dare un bel finanziamento, (800 mila euro) proprio alla Bosina?”. Tutto sembrerebbe fuorché un caso. La signora Bossi, d’altronde, ha molto tempo libero perché riceve un vitalizio regolarmente. “Aveva diritto a prendere i suoi 766,37 euro al 12 di ogni mese, ha diritto a percepire l’assegno, che in effetti incassa regolarmente da 18 anni, da quando suo figlio Renzo, il Trota, andava in triciclo, anziché andare in carrozza al consiglio regionale” (Già, perché se tra pensione, parlamento e Regione, se non ci fosse lo Stato assistenzialista, il reddito di casa Bossi passerebbe da quasi trecentomila euro a zero). Ma Manuela non è sola: il corposo capitolo sui baby pensionati si apre con la storia di Francesca Z., che si è messa a riposo nel 1983, quando aveva appena 32 anni (“L’ex collaboratrice scolastica ha già ricevuto dallo Stato 280 mila euro, cioè 261 mila euro più di quanto abbia versato in tutta la sua carriera – si fa per dire – lavorativa”). E prosegue con i casi di Carlo De Benedetti (in pensione a 58 anni), Cesare Romiti (2.500 euro a 54: ai tempi della marcia dei quarantamila, nel 1980, era pensionato da tre anni!). Ma non mancano i grandi moralisti. Adriano Celentano è in pensione da quando aveva 50 anni. Oppure le artiste: Raffaella Carrà e Sophia Loren (in pensione da quando avevano 53 anni) e i duri come Carlo Callieri (l’ex uomo forte della Fiat) che prende la bellezza di 5 mila euro al mese da quando aveva 57 anni. Ecco perché, in mezzo a questa selva di nomi il consiglio è di non leggere i capitoli sulle pensioni onorevoli, sulle pensioni d’oro, e sulle pensioni truffa. Vi incazzereste troppo.

di Luca Telese, IFQ

La coppia Il Senatùr con Manuela Marrone a Pontida

31 marzo 2011

Piazzista da sbarco

L’uomo dei miracoli di cartone arriva a Lampedusa con una valigia di sogni. L’isola sarà liberata dalla presenza dei migranti tunisini entro 60 ore e poi ripulita da cima a fondo. Sulle rocce crescerà tanto verde, alberi e palme, case e strade saranno ridipinte grazie a un apposito “piano colore”. Lampedusa, che certamente diventerà premio Nobel per la Pace, avrà il suo campo da golf e il casinò, le case avranno colori sgargianti, l’isola diventerà la nuova Portofino. E si pagheranno meno tasse, la zona diventerà franca e libera da ogni burocrazia, il gasolio per i pescatori costerà di meno e il primo pieno sarà addirittura gratis. Un paradiso in terra, che il Cavaliere non intende abbandonare. “Stanotte – annuncia sulla balconata del Comune di Lampedusa – ho acquistato su Internet una villa proprio qui”. Applausi. È ufficiale: Cetto La Qualunque è un dilettante allo sbaraglio. La realtà, invece, è durissima. Perché a poche ore dall’arrivo sull’isola del presidente del Consiglio, approdano due barconi zeppi di tunisini, un altro arriva nel pomeriggio con 110 disgraziati a bordo e altri sei pescherecci carichi vengono avvistati dagli aerei di ricognizione nel Canale di Sicilia. Mentre delle sei navi annunciate in rada ce ne sono solo tre. La “Excelsior”, destinata a caricare 1500 tunisini, la “Catania” (capienza 850 persone) e la nave militare San Marco. In serata una notizia terribile diffusa dalle agenzie Agi e AdnKronos: un’altra strage nel Canale di Sicilia, l’affondamento di un gommone, 11 morti tra cui anche un bambino. Ci sarebbero 6 superstiti.

QUANDO Berlusconi mette piede sull’isola ci sono centinaia di persone ad attenderlo sotto la sede del Comune. “Silvio salvaci tu”, c’è scritto su uno striscione attaccato a un muro. Un gruppo di lampedusani lo stacca, gli animi sono di fuoco. L’isola è spaccata tra chi crede nelle promesse del Cavaliere e chi no. Sulla balconata del municipio c’è il sindaco Dino De Rubeis ad aspettare il capo del governo insieme al governatore della Sicilia Raffaele Lombardo. Vede alcuni cartelli che non gli piacciono e imbraccia il microfono. “Ma che è? Togliete sta minchia di cosa che se no il presidente non parla”. Tra la folla, un gruppo di Legambiente si vede strappare dalle mani uno striscione, si sfiora la rissa. C’è anche il senatore del Pd Roberto Della Seta. “Andiamo via – ordina ai suoi – basta con questo spettacolo”. Così la piazza è tutta di Silvio. Che arriva e apre la sua valigia dei sogni. Gli accordi con la Tunisia ora ci sono, finalmente, il nuovo governo controllerà le sue coste. I tunisini sbarcati fino ad ora saranno portati indietro perché il governo di Tunisi “si è impegnato alla loro riaccettazione . “Entro due giorni Lampedusa sarà liberata”. La nave San Marco è già in rada, “un’altra in serata porterà via, a Taranto verso Manduria, 1400 persone”. E poi il piano di rinascita. “Ho dato disposizione a Rai e Mediaset – assicura Berlusconi – di preparare spot e programmi sulle vostre fantastiche bellezze, un vero Paradiso”. È un crescendo. Il Cavaliere rispolvera un linguaggio da Prima Repubblica per annunciare “il Piano verde per Lampedusa”. E poi la bellezza. “Suggerisco al sindaco di dotare l’isola di nuovi colori, le strade sono brutte, Lampedusa deve diventare una nuova Portofino”.

STIANO tranquilli i lampedusani che il Cavaliere pensa anche alle tasche. “Ho parlato col ministro Tremonti per una moratoria fiscale, previdenziale e bancaria, i pescatori avranno agevolazioni sul gasolio”. E poi il colpo di teatro, la proposta choc (che Berlusconi ha interamente copiato dal quotidiano cattolico Avvenire): “Proporremo Lampedusa alla candidatura del premio Nobel per la Pace”. Ma chi garantirà gli isolani che le promesse del Cavaliere saranno mantenute? “Diventerò lampedusano – assicura Berlusconi – ho passato la notte su Internet e ho trovato una bella villa qui, sulla costa francese (che sarebbe Cala francese, ma fa lo stesso, ndr) ci verrò per le vacanze”. Lampedusa come Napoli ai tempi dell’emergenza rifiuti (anche allora il Cavaliere promise di acquistare una casa), come L’Aquila della ricostruzione mancata (siamo tutti aquilani), come San Giuliano di Puglia del terremoto degli sprechi. Applausi, tutti contenti, raggiante il sindaco De Rubeis, che veste i panni di Giovanni XXIII. “Tornate nelle vostre case e accarezzate i vostri figli”. Le stesse cose Berlusconi le ripeterà nella conferenza stampa (presenti anche allibiti giornalisti di tutto il mondo), con una aggiunta maturata in poche ore: Lampedusa avrà il casinò. Della vergogna di migranti costretti a vivere per giorni sulla banchina del porto tra i propri escrementi, su quella che è stata ribattezzata la collina del disonore, del pericolo di infezioni e malattie e del dramma dei lampedusani, Berlusconi non vuole parlare.

AL CRONISTA del Fatto Quotidiano che chiede spiegazioni risponde nel solito modo: “Sono menzogne, l’emergenza Lampedusa è stata montata dalla stampa”. Poi una delle sue trite battute da Bagaglino, “quando lei si guarda allo specchio la mattina, capisco che si incazza”. Rintuzzata dal cronista: “Presidente, io mi guardo volentieri allo specchio, non so lei”. Finisce qui, ma la conferenza stampa riserva una novità. Quando i giornalisti chiedono notizie su dove saranno portati gli immigrati, Berlusconi ammette che arriveranno anche nelle regioni del Nord. Quali non lo chiarisce. “Non sono autorizzato a dirlo, perché qui c’è la sindrome del ‘non nel mio giardino’”. Bossi e la Lega si riconfermano azionisti di maggioranza del governo.

di Enrico Fierro, IFQ

31 marzo 2011

La corda spezzata

C’è un limite oltre il quale un paese si sfascia e nella comunità nazionale si arriva al tutti contro tutti. Questa corda, già molto logorata, ha rischiato di spezzarsi ieri a causa dei comportamenti golpisti e provocatori del cosiddetto presidente del Consiglio e dei suoi stipendiati. A Lampedusa gli sproloqui di Berlusconi, metà piazzista e metà clown, stanno facendo il giro del mondo. Come è accaduto con lo scandalo Ruby e le altre mille buffonate che hanno trasformato l’Italia in uno Stato zimbello. Nel mezzo di una guerra che incendia il Mediterraneo e alle prese con l’arrivo sulle nostre coste di masse di profughi abbandonati al proprio destino, il presidente clown non trova di meglio che promettere il premio Nobel ai lampedusani, oltre ad alcune migliorie da apportare all’urbanistica cittadina. Il solito imbroglio parolaio già sperimentato a Napoli (tuttora coperta di rifiuti) e a L’Aquila (tuttora coperta di macerie), per non parlare dell’alluvione nel Messinese. Il presidente piazzista si è poi impegnato a svuotare l’isola dalla presenza dei tunisini entro poche ore. Come se si trattasse di pacchi da scaricare qua e là, e sapendo perfettamente che in giro per l’Italia quei pacchi non li vuole nessuno.    Intanto, mentre la farsa di Lampedusa andava in scena, a Montecitorio una maggioranza di individui che hanno perso anche il rispetto per se stessi imponeva, con un colpo di mano, l’approvazione della più indegna e disastrosa legge ad personam. Il processo breve con annessa prescrizione breve, infatti, oltre a concedere l’ennesimo salvacondotto al premier impunito nei processi in corso Mills e Mediaset, rappresenta un’insperata scorciatoia per migliaia di imputati (tra i quali un numero imprecisato di criminali) che non si farà più in tempo a giudicare. Uno sconcio che ha suscitato la protesta di molti cittadini accorsi davanti alla Camera. Persone che non ne possono più di questa continua violenza alle leggi e alla Costituzione. Poi l’attacco in piena aula del cosiddetto ministro La Russa, ancora una volta fuori controllo, al presidente Fini. E la dura replica del presidente della Camera. Altri fuochi di un incendio ancor più devastante che sta per divampare.

di Antonio Padellaro, IFQ

31 marzo 2011

L’isola del fumoso

L’altro giorno era andato in tribunale senza far nulla per distrarre l’attenzione da Lampedusa. Ieri è andato a Lampedusa per distrarre l’attenzione dal golpetto impunitario di giornata. Non riuscendo più a cambiare le cose, cambia posto alle telecamere. Ieri le ha portate nell’isola invasa dai profughi e si è esibito in una televendita degna della miglior Vanna Marchi. Altro che Mediashopping. Qualche sparuto lampedusano sventolava un paio di cartelli critici (tipo “fuori dalle balle”), ma è stato simpaticamente dissuaso (“mettete via ‘ste minchie di cartelli”) da quel capolavoro di sindaco: un omone talmente corpulento che pare la custodia di Berlusconi. I coreografi del piazzista, del resto, avevano dato ordini precisi: solo ultras, altrimenti lui non fa il numero. È andato tutto bene: lui il numero l’ha fatto, tra cori da stadio “Silvio! Silvio!” scanditi dagli stessi che fino all’altroieri lo maledicevano e ora si bevono qualunque boiata. Una folla selezionata con cura, campione statistico di quel pezzo d’Italia che da 17 anni si offre volontaria per il bunga-bunga. Come dice il candidato Cetto La Qualunque, “ho capito il sistema, tu gli dici quattro cazzate e loro ti votano”. Da notare anche i sorrisi e i battimani compiaciuti dello sgovernatore Lombardo, che ancora due giorni fa minacciava fuoco e fiamme contro il premier e ora gli regge il moccolo tutto eccitato, col riportino in erezione. Unificando in una sola persona le figure, storicamente distinte, del buffone di corte e del sovrano, il Vannomarchi attacca con un aggiornamento degli imbonimenti sulla ricostruzione de L’Aquila “entro sei mesi” e sulla scomparsa della monnezza a Napoli “entro tre giorni, anzi due”: stavolta farà sparire migliaia di migranti “entro 48, massimo 60 ore”. Bravo! Bravo! Lo slogan – nota un lettore del nostro sito – è ispirato ai cartelli di certi bar sport: “Oggi non si fa credito, domani sì”. Dalla piazza, un lampedusano che non s’è bevuto totalmente il cervello domanda: “Scusi, dove vanno le navi coi profughi?”. E lui, lucido: “Lei sa giocare a scopa?”. Qualcuno teme un embolo, altri si domandano se adesso il bunga-bunga si chiami così. Segue una raffica di annunci mirabolanti, tutti accompagnati dal solito “Bravo! Bravo!”. “Stanotte mi sono attaccato a Internet e ho comprato una casa a Lampedusa: diventerò lampedusano anch’io”, moltiplicando così, da solo, il già elevato tasso di devianza nell’isola. “La casa è sulla costa francese, anzi a Cala Francese”. Così Sarkozy impara. “Si chiama Due Palme”. O due palle. “Porteremo qui un casinò…”. Ma forse, visto che verrà ad abitarci, voleva dire casino. “…e un campo da golf”, che insieme al polo è lo sport prediletto dai migranti. Poi “il governo candiderà Lampedusa al premio Nobel per la Pace”, ma anche al premio Oscar per la migliore sceneggiatura. “Attiveremo un piano del colore come quello che ho già realizzato in un paese della Lombardia”, per la precisione Milano 2, perché “vorrei che l’isola avesse i colori di Portofino”. E, siccome “ho visto poco verde”, è “necessario un piano di rimboschimento”. Vernice verde a volontà. Perché lui un tempo aveva sorvolato l’isola in elicottero e l’aveva trovata “verdissima” (forse era Antigua). E, siccome diventa lampedusano, “moratoria fiscale per un anno, ma anche oltre”. Bravo! Bravo! Senza contare che d’ora in poi “Rai e Mediaset trasmetteranno programmi per illustrare le bellezze di Lampedusa”, meglio se minorenni: sui palinsesti li decide lui, che al processo Mediatrade ha appena giurato di non occuparsi più di televisioni dal 1994. Possono fidarsi, i lampedusani? Ma certo che sì: “Come sapete, io sono solo prestato alla politica”. La quale, purtroppo, non l’ha mai restituito. Intanto spedisce il suo socio Tarak Ben Ammar a trattare per l’Italia col governo tunisino, manco fosse il ministro degli Esteri: Frattini, sventuratamente, gliel’hanno rimpatriato col foglio di via.

di Marco Travaglio, IFQ

29 marzo 2011

Clandestini come noi

Le ragazze rom che a Treviso allungavano la mano della carità con un bambino accasciato fra le braccia, venivano portate via dai poliziotti del sindaco Gentilini: sfruttamento di minore a fine di lucro. Bisogna dire che la Lega ha imparato la lezione e la rigioca a Lampedusa col cinismo dei suoi ministri. Ogni giorno, un giorno dopo l’altro, arrivano barche di disperati. L’isola è un fazzoletto, chi la abita soffoca eppure noi popolo di navigatori, traghetti vacanze, ammiraglie da crociera, per settimane non riusciamo a trovare qualcosa che galleggi in modo da trasferire i fuggitivi in un posto decente. Solo annunci per calmare le rabbie: la San Marco parte da Augusta e fra poche ore è lì. Ma la partenza scivola dal mattino al pomeriggio, dal pomeriggio ai giorni dopo. Intanto gli sbarchi continuano. Dormono fra le immondizie mentre le Tv di mezzo mondo accendono le luci per documentare l’atrocità del loro cammino della speranza. Maroni e Frattini non aprono bocca fino a quando l’Europa si arrende alle immagini e apre la borsa, ecco i danè: in un lampo le navi saltan fuori. Otto anni fa la Spagna aveva accolto 160 mila profughi senza battere cassa a Bruxelles e senza piangersi addosso. Insomma, sfruttare i bambini come li sfruttano certi clochard funziona nella politica di certi nostri politici. Noi del G8 abbiamo preso l’isola in ostaggio per la commedia di una solidarietà che i popoli del nord non vogliono pagare. Adesso l’Europa tira fuori i soldi anche per il viaggio di ritorno perché chi scappa è clandestino e i clandestini devono essere rimpatriati, truffaldina dimenticanza d’aver saltato il timbro dei consolati italiani nella fuga da Tripoli: 75 mila tunisini vengono da lì. Criminali per le burocrazie e come criminali giustamente respinti. “È la legge”, sussurrano le capinere del Cavaliere. Legge che esaudisce gli interessi di chi la scrive. Come la legge Mussolini che strappava dai banchi i ragazzi ebrei indegni di studiare assieme ai ragazzi ariani. Nelle carrette che attraccano a Lampedusa i ragazzi sono tanti. Nasce perfino un bambino. Bebè clandestino o bebè come gli altri? La furbizia dei politici brianzoli seppellisce la memoria di quando i lombardo-veneti giravano l’Europa come maghrebini. Figli di frontalieri fino a quindici anni fa clandestini nella Svizzera che proibiva la riunione delle famiglie. 15 mila, 22 mila piccoli italiani nascosti alla perfidia dei vicini di casa e a poliziotti che bussavano alle porte. Gli psicologi di Berna ne hanno studiato l’evoluzione, adulti labili e taciturni: anche l’insegnamento dei volontari che ne proteggevano la clandestinità li ha fatti crescere come razza a parte. Qualche tempo fa ho ricordato la storia di due fratellini italiani trapiantati a Winterthur da genitori bresciani. Nascosti nel portabagagli come cioccolata. Una spiata, scoperti: ordine di “deportazione” in Lombardia, parola implacabile di una lingua che non sfuma. Ecco che arriva la lettera di un signore della Val Camonica. Era uno dei bambini deportati e si commuove ritrovando quel dolore. Ma ringrazia per una cosa più importante; perché non ne ho ricordato il nome. “Sono vice sindaco leghista del mio paese e lei capisce che sarebbe imbarazzante”. Dopo l’imbroglio di Lampedusa ho l’impressione che Bossi and company non si imbarazzano ormai di niente.

di Maurizio Chierici, IFQ

29 marzo 2011

La scuola fa, il mondo disfa

“L’amministrazione    dello Stato, come la tutela privata, deve essere gestita nell’interesse di coloro che le sono stati affidati, non di coloro ai quali è stata affidata”. Sarei certamente inserita tra i professori sessantottini e comunisti, che “inculcano principi” e da cui bisogna guardarsi ricorrendo alle scuole private. Ma non ho proposto la lettura di un sovversivo; è Cicerone, De officiis – Sui doveri, monumento didattico-pedagogico destinato più di 2000 anni fa alla classe dirigente di Roma. Traduciamo, i ragazzi ed io, trovando a ogni passaggio spunti di riflessione sull’oggi; e – temo – alimentando sempre più nei diciottenni l’idea di un mondo schizofrenico, dove la scuola propone e altri dispongono in modo opposto, sconfessando contenuti, modelli, finalità. II ora: Barocco e sentimento del tempo; infinitamente grande e infinitamente piccolo; l’oltre e l’iperrealismo: quanta vicinanza con il ‘900 in un tempo lontano e in linguaggi remoti, come quelli di certi sonettisti. Mi sposto in III: Primo Levi. Il progetto è finalizzato alla riflessione su memoria e diritti umani: i sommersi e i salvati, dicotomia universale. È ancora impossibile, per fortuna, leggere la prosa sobria e asciutta di Levi (nella foto) senza avvertire palpabile l’emozione: nell’aula e nei visi dei ragazzi, così disabituati all’espressione di sentimenti non ripresi da una telecamera e magari mercificati. Giovenale e l’indignatio, musa ispiratrice di fronte all’inarrestabile dilagare del vizio.    Esco da scuola, accendo la radio, Gr1. Il Mediterraneo è una polveriera. La guerra – si chiama così: ancora, sempre, forse? – a un passo da noi e ovunque, senza condizionare le nostre vite, a parte il prezzo della benzina. Negli ultimi 2 mesi coloro che vivono dall’altra parte del mare si sono trasformati, hanno detto basta. A chi, a che cosa, in quale direzione i miei studenti non l’hanno saputo; e forse, non lo so nemmeno io. Il reattore è sempre lì, minaccioso. Andremo a votare un referendum, andranno anche loro, alcuni per la prima volta. Con quale consapevolezza? Ruby e il 6 aprile che si avvicina.    Il nostro lavoro è utile solo piegando le discipline a sapere critico, formazione e valorizzazione di strumenti per interpretare il reale. Rifiuto per lo più tecnicismi o nozionismi e preferisco una didattica basata sulla capacità di mettere in relazione – mediante concetti organizzatori – le espressioni culturali dell’uomo di ieri e di oggi. Cultura come cittadinanza consapevole, l’obiettivo. Oggi non so più: ho l’impressione di vivere una sorta di Arcadia occidentale, in cui parte della scuola – la maggior parte – fa; e una parte del mondo – la maggior parte – disfa. In cui parole, chiavi di interpretazione, raffinatezza e profondità dei percorsi appaiono ridotti alla celebrazione di se stessi, perché non riescono più – contra-stati da altri modelli, sopraffatti da altre necessità e dalla lontananza di spendibilità e utilità immediate da sms – a dire parole incancellabili. Il mondo cambia vertiginosamente e l’impressione è che i nostri linguaggi non siano più efficaci per intercettare quel cambiamento in modo significativo. Mi chiedo se a capire l’oggi e il domani globalizzati sia sufficiente penetrare lo ieri mediterraneo. Se un brano di Seneca, Dora Markus di Montale o anche la visione e il commento di La rabbia di Pasolini possano stimolare domande, fornire risposte, indicare strade. Non si tratta dell’efficacia di quei messaggi, ma dello iato tra ore di scuola e minuti del Gr. Della consapevolezza di appartenere a una comunità educante che si sente priva di mandato; che deve prendere per mano generazioni sempre più smarrite, a cui non è più in grado di garantire interpretazioni del mondo solide ed efficaci. Dubbio moltiplicato, perché delle notizie di quel Gr io per prima capisco il significato, ma mi sfugge il senso. Ogni volta è più dura. Ma ogni volta riemergo più convinta: quelle parole, immagini, formule dicono l’uomo di sempre. Non è l’Arcadia, ma il miracolo laico dell’esercizio della critica e della divergenza. Che non di rado mi pare di intuire negli sguardi dei miei alunni, di leggere nelle loro parole.

di Marina Boscaino, IFQ

29 marzo 2011

Ribellarsi. Ma in nome di chi?

Ribellarsi è giusto? Dipende contro chi, naturalmente. E “in nome di che cosa”, per il raggiungimento di quale obiettivo, perché il “contro” non basta, il “per” per cui ci si batte può perfino essere peggiore. O equivalente. Le persone che per diventare cittadini sono entrate in rivolta in Egitto, in Tunisia, in Libia, ora in Siria e in Giordania, lo hanno fatto contro Mubarak, Ben Alì, Gheddafi, Assad, Abdullah II. Che contro tali dittatori, dal paternalista fino al mostruoso, sia giusto ribellarsi, non credo possa essere materia di discussione o dubbio tra chi frequenta queste pagine.    In nome di cosa, però? Sono davvero rivolte per la democrazia? Se l’obiettivo dei ribelli fosse una teocrazia fondamentalista, perché mai dovremmo sentirci coinvolti e solidali? L’obiezione è sacro-santa, ma questa volta suona davvero speciosa. Quello che ha sorpreso nel vento di rivolta che scuote l’intera Africa del Nord è la mancata egemonia fondamentalista, che tutti davano invece da anni come inevitabile in qualsiasi sommovimento nel mondo arabo. Protagonisti sono stati, in prima fila, i giovani con elevato livello culturale e altrettanto elevato tasso di laicità, e il loro strumento generazionale: Internet. Sia chiaro, questi stessi giovani e i “ceti medi riflessivi” locali costituiscono anche la forza più magmatica e meno organizzata, che dunque ha più difficoltà a giocare immediatamente un ruolo rispetto ai militari, alle fronde – più o meno sincere – dei vecchi regimi , ai “Fratelli musulmani” e altre componenti di ispirazione religiosa.

PER QUESTO le rivolte non sono affatto concluse, neppure in Egitto e Tunisia, e covano ancora (si spera) sotto la cenere di equilibri provvisori in cui le componenti del privilegio e dell’establishment (anche economico, non sottovalutiamolo ) hanno per ora l’egemonia. Rivolte che non hanno mostrato alcun collegamento organizzativo, ma una relazione ancora più profonda proprio perché di contagio spontaneo. Per cui è ragionevole ipotizzare che qualsiasi avanzamento o arretramento, soprattutto se drastico, della lotta in uno di questi paesi continuerà per parecchio tempo ad avere ripercussione sugli altri.

SI È TRATTATO ovunque di sollevazioni spontanee, “a mani nude”, innescate da episodi occasionali, la classica scintilla che tante volte non provoca nulla ma improvvisamente incendia la prateria. Altrettanto ovvio che in qualsiasi situazione di crisi, ben prima che precipiti, agiscono ed eventualmente “pescano nel torbido” potentati internazionali multinazionali e governativi, in primo luogo attraverso i servizi di intelligence. Insomma, qualsiasi rivolta corre il rischio di “lavorare per il re di Prussia”, come diceva il vecchio Marx. Non può certo essere un alibi per non lottare e per non schierarsi.    In Libia, ancora pochi giorni fa, la sollevazione rischiava di essere schiacciata definitivamente. Esplosa in tutto il paese, era già stata repressa a Tripoli in un “venerdì di sangue”, quando le masse uscite dalla preghiera in moschea erano state mitragliate dai corpi speciali gheddafisti. Assicuratosi il controllo della capitale, il rais aveva iniziato con successo la controffensiva e ormai l’assedio si stringeva intorno all’ultima roccaforte di Bengasi. Il centro della rivolta aspettava nell’angoscia il “bagno di sangue” promesso dal colonnello, che su questi temi è sempre di parola. Solo l’aviazione francese ha impedito l’annunciato esito di massacro, e non a caso alla notizia della risoluzione Onu Bengasi insorta è esplosa nella gioia della ritrovata speranza.    Possibile che non sappiate per quali motivi Sarkozy e gli altri leader occidentali bombardino, è la domanda (retorica) del pacifismo “di principio”. Lo sappiamo benissimo: per motivi abbietti. Lo sanno anche i sassi: per danaro e potere, i sempiterni motivi che, soli, commuovono davvero gli establishment, i privilegiati, le destre . Questi motivi abietti hanno avuto però l’effetto collaterale di salvare una insurrezione – variegata e ambigua come le precedenti di Tunisia e Egitto, ma rispetto ad esse con una componente islamica inesistente e una militare più forte – che resta per quel paese unico alambicco di speranza democratica.    A me pare che identificarsi con i giovani laici, acculturati e molto spesso disoccupati, che di questa speranza sono i portatori con le poche armi “straccione” dei disertori e la loro passione di blogger, dovrebbe per un democratico italiano esser quasi un riflesso condizionato. E dunque ad orientarci dovrebbero essere le loro richieste, i loro interessi, la solidarietà nei loro confronti, non l’ovvia ripulsa per le motivazioni dei Sarkozy. Cosa li aiuta, i mirage francesi che vogliono mettere la parola FINE al regime del colonnello (speriamo, visto che già la Nato distingue: una volta protetti i civili, rispetto allo scontro armato bisogna restare neutrali), o un ponziopilatismo occidentale che consentirebbe al macellaio di Tripoli di riprendersi il paese? Cosa ne direbbero i giovani democratici libici che sono insorti?

QUANDO SI SCRIVE, o addirittura si scende in piazza, rivendicando un obiettivo, ci si assume la responsabilità morale di ottenerlo, comprese le conseguenze immediate che porta con sé. Non quelle successive, più lontane: la storia è un affresco di “eterogenesi dei fini”. Ma quelle ovvie e inevitabili sì. E se la rivendicazione che si agita viene raggiunta bisognerebbe essere colmi di gioia. Ma quanti che hanno manifestano per la fine dei raid francesi avrebbero gioito davvero se la richiesta pacifista fosse stata accolta? Nessuno, credo, poiché ciascuno in cuor suo avrebbe saputo che in quarantottore Gheddafi avrebbe concluso a Bengasi quanto interrotto.

di Parolo Flores d’Arcais, IFQ

29 marzo 2011

Tutti gli uomini (inguaiati) del vicepresidente

Il suo assistente nella società Aeroporti di Roma (Adr), Roberto Mercuri, è agli arresti domiciliari da due settimane. Il suo (ex) braccio sinistro nella Global Wood Holding, Aldo Bonaldi, è in una cella del carcere di Kiev. È un momento delicato, per Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit e presidente di Adr, da quando il pm di Crotone Pierpaolo Bruni sta indagando sulla centrale turbogas di Scandale.    Un’indagine che ha già portato a cinque arresti e vede tra gli indagati, per concorso in truffa, l’ex sottosegretario alle Attività produttive Giuseppe Galati (Udc). Adesso nel-l’orbita delle indagini, sebbene non sia indagato, c’è proprio Palenzona: la procura sta accertando la natura dei suoi rapporti con Bonaldi e Mercuri . Il nesso è proprio la Global Wood Holding, della quale Palenzona è stato presidente per un anno, dal 2008 al 2009: uno dei conti esteri di Bonaldi, infatti, porta a quella società.    I pm vogliono capire come mai i signori “quasi sconosciuti”, arrestati per bancarotta nell’inchiesta “Energopoli”, siano così vicini a un uomo chiave del potere finanziario. Bonaldi tra il 1999 e il 2001 non presentò neanche la dichiarazione dei redditi. Di lì a poco però – ed è proprio il cuore dell’inchiesta – riuscì a vendere al colosso spagnolo Endesa l’autorizzazione per costruire una centrale “cogenerativa” a Scandale, provincia di Crotone, al prezzo di 40 milioni di euro.    DAL 2001 lo “sconosciuto” Bonaldi punta sulla Calabria: quando s’inizia a discutere di un “contratto di programma”. Finanziato con soldi pubblici, il progetto dovrebbe sviluppare il settore industriale di un’area depressa, quella di Crotone. La cronologia, in questa storia, è fondamentale. Ma dobbiamo guardarla da due angolazioni diverse. Quella di Bonaldi, prima. Quella di Mercuri, poi.    Il 27 febbraio 2002 Bonaldi costituisce la Eurosviluppo Industriale. Pochi giorni dopo – siamo al 28 marzo – il Cipe approva il contratto di programma nel quale Bonaldi riuscirà, più tardi, a infilarsi. Il Cipe approva il progetto con una rapidità impressionante. E in quel periodo è sotto la guida di Giuseppe Galati, sottosegretario all’Economia dell’Udc, uomo vicinissimo a Roberto Mercuri. La E.I. di Bonaldi inizia ad acquistare quote del consorzio e, in meno di un anno, riesce a controllarlo: nel dicembre 2003 il progetto finanziato dal ministero è nelle sue mani. E la sua E.I., quasi per incanto, inizia a popolarsi di pezzi da novanta: il 18 luglio 2003 nel cda entra Franco Bonferroni, politico di lungo corso.    Nato a Reggio Emilia nel 1938, Bonferroni siede tuttora nel cda di Finmeccanica. In Tangentopoli fu condannato in primo grado e poi assolto, comparve nell’elenco dei massoni iscritti alla Loggia P2, anche se ha sempre negato nega qualsiasi affiliazione. Due settimane dopo il suo ingresso, il primo agosto, alla “E.I.” arriva la prima tranche di soldi pubblici. Secondo l’accusa, però, non servono a finanziare il progetto, ma ad acquisire crediti presso le banche: il vero obiettivo è ottenere l’autorizzazione per costruire la centrale turbogas cogenerativa, far salire il valore di “E.I.”, e rivenderla a prezzi milionari.    Finora abbiamo guardato la storia dal lato di Bonaldi, ex socio di Palenzona nella Global Wood Holding, ma ora bisogna invertire la prospettiva e guardare, tutta questa vicenda, da un altro lato: quello di Roberto Mercuri, assistente di Palenzona nella Aeroporti Roma. Ricordando un dettaglio fondamentale: Bonferroni è presente anche in questo caso, come consigliere della “Pianimpianti”, società che Mercuri inizia a scalare nel 2004: gli anni più attivi, per il contratto di programma approvato, a tempo di record, dal ministero dove siede, come sottosegretario, Galati. Il ministero, nel maggio 2004, autorizza la Eurosviluppo Industriale a realizzare la centrale di Scandale. Ma a una condizione: deve funzionare in assetto “cogenerativo”, assimilabile alla produzione di energia rinnovabile. Il semplice “pezzo di carta” sviluppa un affare da 40 milioni. Senza l’esborso di un centesimo privato. Gli unici euro in circolazione: la prima tranche di soldi pubblici arrivati, alla “E.I.” di Bonaldi, il primo agosto 2003. Ma nel febbraio 2004, ben prima che arrivi l’autorizzazione dal ministero, un intimo amico di Galati si presenta in una banca, la Bibop Carire: è Roberto Mercuri. Nella riservata istruttoria della banca, che il Fatto Quotidiano ha avuto modo di visionare, si legge che Mercuri il 12 febbraio chiede un fido per acquistare il 36 per cento di una società, la “Fin. ind. Int”, con sede in Lussemburgo, per poterla controllare al 100 per cento. L’istruttoria spiega che, a sua volta, la Fin.ind.int “detiene il 66 per cento della Eurosviluppo industriale”. Parliamo della società di Bonaldi: l’affare inizia a passare nelle mani di Mercuri. Ma c’è di più.

IL 12 FEBBRAIO, dell’autorizzazione, non c’è neanche l’ombra. Eppure nell’istruttoria della banca, datata 16 maggio, si legge cosa avrebbe riferito, Mercuri, a partire da quel 12 febbraio: “C’è una trattativa estremamente riservata per la cessione del citato impianto alla Asm Brescia spa e alla Endesa Spa”. Prima ancora che l’impianto venisse autorizzato, quindi, Mercuri sa già a chi sarà venduto. L’informazione è utile per ottenere il fido da 3,7 milioni. Che viene deliberato. Mercuri poi acquista, per pochi soldi, le quote di Eurosviluppo elettrica: il suo valore salirà pochi giorni dopo. Quando arriverà l’autorizzazione per la centrale, la Eurosviluppo sarà venduta per circa 40 milioni di euro. La Bibop Carire, che offre il fido a Mercuri, oggi, è nell’orbita di Unicredit, quindi di Palenzona. Ma all’epoca era di Capitalia, che “teneva in pancia” anche la Cassa di risparmio di Reggio Emilia, terra di Bonferroni. Lo stesso Bonferroni che un testimone, parlando del suo ruolo in Pianimpianti e dei suoi rapporti con Mercuri, definisce in questo modo: “Ritengo che il Mercuri ottenesse capacità finanziarie grazie all’intercessione di Bonferroni presso le banche…”. Bonferroni non è indagato nell’inchiesta in questione, lo stralcio di verbale serve solo a delineare lo scenario, che si colora con un’altra vicenda: un anno dopo, nel 2005, quando il figlio di Bonferroni si sposa a Beirut, al matrimonio partecipano anche Fabrizio Palenzona e il sottosegretario Galati, l’intimo amico di Mercuri. Lo stesso Mercuri che Palenzona, pochi giorni fa, dopo l’arresto, in un’intervista al Corriere della Sera, ha definito un “galantuomo”, sottolineando che nel 2004 non lo conosceva. Conosceva però Galati e Bonferroni.

NEL 2004, comunque, la Eurosviluppo è passata, da circa un anno, nelle mani di Mercuri. A settembre Bonferroni esce dal cda. E Mercuri rivende le proprie quote. Resta lo “sconosciuto” Bonaldi che la vende per circa 40 milioni a Endesa e Asm Brescia. Come Mercuri aveva anticipato in banca. Nel frattempo proprio Mercuri ha scalato una grossa società, la Pianimpianti, dove siedeva il consigliere Bonferroni, che per la vicenda della centrale in Calabria ha fatturato 5 milioni per operazioni inesistenti e oggi s’è trasformata in una piccola srl con sede in Tunisia.    Mercuri è diventato il braccio destro di Palenzona in Aeroporti Roma. Bonaldi è ai vertici di una holding che produce energie a biomasse, la Global Wood, dove Palenzona è stato presidente per un anno. E la Global Wood Holding ha tentato un grosso affare – poi sfumato – con la Alerion, dove ancora una volta sedeva, nel cda, Franco Bonferroni.

di Antonio Massari, IFQ

29 marzo 2011

“Ho fatto i nomi, la mafia mi vuole morto”

“Sai cosa volevo fare da giovane? Il cronista sportivo”. Invece sono quattro anni che vive sotto scorta. La mafia lo vuole uccidere, vuole eliminare Lirio Abbate per quello che ha scritto e continua a scrivere, prima all’Ansa, poi nel libro “I complici” (con Peter Gomez) e ora sull’Espresso. L’ultimo avvertimento l’ha svelato La Stampa su un’indagine della procura di Messina per un progetto di attentato di Cosa nostra e ‘Ndrangheta contro “quel giornalista”. Lirio sfoglia distrattamente il giornale, legge la notizia. Non appare stupito. Se possibile, sembra abituato: “È che in parte già lo sapevo, ero stato avvertito dalle forze dell’ordine: sono bravissime a prevenire e intervenire. E comunque è ‘solo’ l’ennesimo avvertimento-minaccia contro di me, sia a Palemmo (ci tiene a mantenere una lieve inflessione isolana ), sia a Roma…”.    Come è iniziato tutto?    Quando la squadra mobile di Palermo ha scoperto l’intenzione di un gruppo di Brancaccio di farmi fuori.    In quel periodo di cosa ti occupavi?    Di più cose, su più fronti. Come sempre. Però ho capito una cosa…    Quale?    Che in Sicilia gli investigatori sono in grado di svelare le mosse dei mafiosi. Vedi, rispetto al passato quando ci furono giornalisti ammazzati dalle mafie, oggi possiedono gli strumenti e l’esperienza per contrastare.    Quanti e quali segnali di pericolo hai subito?    Ti faccio un esempio: dopo le prime minacce, ritennero opportuno allontanarmi dalla Sicilia. Andai a Roma, ma dopo qualche mese tornai a Palermo. Pochi giorno trovarono un ordigno in un’auto parcheggiata sotto casa.    Poi ci fu l’episodio con Leoluca Bagarella.    Impressionante, quanto inedito. Durante un processo, chiese di poter rilasciare delle dichiarazioni. E mi attaccò personalmente.    Ti ricordi cosa disse?    Eccome, ma non è il caso di ripetere le parole esatte (articolo in calce sull’episodio).    Perché Bagarella ce l’aveva con te?    Avevo svelato l’assetto di Cosa Nostra in quel periodo, gli accordi, le nuove strategie maturate in carcere tra i corleonesi e i catanesi. Ma il problema era un altro: Bagarella, dal 41-bis, sapeva cosa scriveva l’Ansa e chi era l’autore.    Si interessava di informazione?    Eccome. Per loro è molto più importante quello che pubblicano i giornali di un avviso di garanzia o di una condanna, ergastolo escluso. Per Provenzano o Riina non è grave sentirsi definire ‘mafiosi’, anzi è un titolo di orgoglio, di riconoscimento. Il problema nasce quando gli sputtani il consulente o il manager complice con il quale fa affari. Quando tocchi i ‘colletti bianchi’, gli insospettabili. Quando arrivi alla zona grigia, quella inesplorata fino a pochi anni fa. E fai i nomi.    Tra le persone indicate da Brusca    come “eliminabili”, c’è anche il tuo editore, Carlo De Benedetti.    Fa capire ancora di più quanto i boss tengano all’informazione. Immagina cosa potrebbe essere l’Italia senza le notizie che riportano il Fatto, Repubblica o l’Espresso.    Dalla mafia classica, si è passati a denunciare quella in giacca e cravatta. Qual è il prossimo passo?    La politica: dalla pubblica amministrazione al Parlamento. Cosa Nostra ha messo la sicura ai kalashnikov, punta ad altro e di esempi ne abbiamo molti, troppi.    Ma in quest’ultimo periodo la politica celebra la cattura di molti latitanti eccellenti…    Vedo altro.    Cosa?    Che racconto che un politico è in contatto con i mafiosi e questi parlano bene di lui; che anche i collaboratori fanno il suo nome e quindi viene indagato; se racconto le cene, gli incontri con i boss e così via, non succede niente. Anzi, leggo di un presidente del Consiglio che lo chiama e gli dice: ‘Bravo, hai tutti i numeri per diventare ministro’.    Purtroppo non è una favola…    È quello che accade nel nostro Paese in questi giorni. Basta vedere la nomina all’Agricoltura di Romano: un chiaro segnale ai mafiosi.    È possibile abituarsi a una vita sotto scorta?    All’inizio mi vergognavo. A volte mi capita ancora. Poi penso che c’è gente che non conosco, come Bagarella, che può decidere della mia vita. E scopro che, se vogliono, mi possono raggiungere ovunque e comunque. Comunque in alcuni momenti non si può non aver paura.    Ti sei mai pentito della scelta professionale?    Volevo fare il cronista sportivo, come ti ho detto. Poi ho trovato dei bravi maestri che mi hanno insegnato cos’è il giornalismo in Sicilia, e penso a Lucio Galluzzo, ma anche alla lezione di Mario Francese, Pippo Fava, Mauro Rostagno. Colleghi ammazzati dalla mafia.    Chi altro?    La famiglia Impastato, la memoria di Peppino, il rapporto con Giovanni, con la mamma Felicia che ora non c’è più.    Vedi una fine a tutto questo?    Per forza. Non si può vivere in eterno così.

di Alessandro Ferrucci, IFQ

Il 4 ottobre scorso, mentre volgeva al termine l'udienza del processo per l'omicidio di Giuseppe Caravà dinanzi alla prima Corte d'Assise, il boss Leoluca Bagarella ha chiesto la parola per rilasciare una dichiarazione. Il boss era collegato in videoconferenza dal carcere di Parma perché imputato al processo insieme a Giovanni Brusca e Giuseppe Agrigento, anch'essi collegati con l'aula attraverso la videoconferenza. Bagarella in pratica ha smentito la notizia che fosse avvenuto uno scambio di anelli tra lui e Nitto Santapaola a suggello di un patto mafioso nelle carceri. Bagarella non ha citato Santapaola ma la fonte giornalistica sì ed ha esordito dicendo: <<Il 22 luglio 2007 sono stato trasferito da Spoleto a Parma. Il 28, 29, 30 e 31 agosto l'Ansa di Palermo e poi tutte le televisioni, di Stato e private, hanno divulgato false notizie. Hanno detto che sono stato trasferito dall'Aquila a Parma, prima bugia...>>. Il presidente della Corte Salvatore Di Vitale lo ha interrotto prontamente: <<Lei può parlare solo di fatti che riguardano il processo>>. E Bagarella: <<Lei non deve prendere nessuna iniziativa. E' una dichiarazione che faccio io...>> e Di Vitale di rimando: <<Sono qui per prendere iniziative>>. L'avvocato Giovanni Anania è intervenuto assicurando <<adesso arriverà al processo>>. Bagarella, mostrando la mano con la fede al dito, ha proseguito: <<Io volevo smentire i giornali e le televisioni, ma i direttori delle carceri di Spoleto e Parma mi hanno censurato e non hanno fatto uscire la mia lettera... Hanno scritto che mi sono scambiato le fedi con un altro detenuto che non conosco...Hanno detto che volevo fare un patto. Ma quale patto? Io ero a Spoleto e lui a Parma; ma come doveva avvenire, questo scambio?>>. Il proclama di Bagarella ha allarmato tanti perché un boss al 41 bis non dovrebbe conoscere le notizie Ansa e chi le scrive e poi perché conterrebbe una minaccia al giornalista Lirio Abbate, già nel mirino della mafia per una serie di intimidazioni, autore di quella notizia Ansa sullo scambio degli anelli. Per l'avvocato difensore non ci sarebbe nulla di strano nelle parole del suo assistito perché, ha detto, <<Bagarella legge il giornale ogni giorno. Tutti hanno l'abbonamento, sono aggiornati e seguono la vita all'esterno>>. Per Giuseppe Lumia, vicepresidente della Commissione Antimafia, <­<­si tratta dell'ennesimo proclama politico che conferma la pericolosità di Bagarella...siamo di fronte all'ennesima minaccia contro Lirio Abbate e non credo che sia un caso se pochi giorni dopo l'uscita di quella notizia sia stato ritrovato un ordigno sotto l'auto del giornalista. E' davvero ridicolo che uno dei carnefici principali di Cosa Nostra sostenga di non conoscere un altro dei boss al vertice dell'organizzazione come Nitto Santapaola. Siamo di fronte alla conferma di rapporti sotterranei nelle carceri, non ad una smentita e questo deve allarmare tutti>>. Dora Quaranta, Antimafiaduemila

 

29 marzo 2011

PD: Partito Diaspora. Cattolica.

Autoironia?

“Chi se ne va, sbaglia”. Pier Luigi Bersani, aprendo la direzione nazionale del Pd, sceglie di non evitare il tema spinoso dei continui abbandoni del partito. Sì, perché soprattutto a livello locale, e soprattutto a Nord, le uscite sono continue. Soprattutto dall’area cattolica, quella che meno gradisce la sua segreteria, e che più si riconosce nella mionoranza di Veltroni, Fioroni e Gentiloni. Tanto che l’avvertimento del segretario suona più come un’ammissione di timore e debolezza. Non per niente parla di “preoccupazione” e “disagio”.    E in effetti per i Democratici c’è poco da stare allegri. In Veneto, l’ultimo ad andarsene è stato Andrea Causin, consigliere regionale, ex Acli. “Il Pd ha assunto un profilo riformista di sinistra. E ha perso il suo disegno cattolico”. Spiega Causin: “Non siamo noi che abbandoniamo il partito, sono gli elettori che abbandonano noi. Nel 2006 in Veneto avevamo 400mila voti, nel 2008 200mila”. Ora Causin siede nel Gruppo misto. Insieme all’altro consigliere, Diego Bonaccin che l’ha preceduto nel-l’uscire dai Democratici: “Volevo un partito che andasse più al centro. Il Pd, invece, si fa influenzare da Vendola e da Di Pietro”. Bonaccin racconta che però anche “il Pdl sta implodendo”, schiacciato com’è da una Lega che al Nord stravince. E infatti, come Causin, e altri scontenti, è confluito nell’associazione Verso Nord (fondatori Massimo Cacciari e Franco Miracco, lo storico portavoce di Giancarlo Galan), che in Veneto, Lombardia, Piemonte e Friuli Venezia Giulia sta mettendo insieme transfughi del Pd e del Pdl. Portavoce è un altro fuoriuscito democratico, ex consigliere comunale a Venezia, Alessio Via-nello. E dentro ci sta pure il senatore Maurizio Fistarol, ex rutelliano della Margherita, fuoriuscito dal Pd. Due abbandoni di peso i Democratici li hanno avuti pure in Piemonte: l’europarlamentare Gianluca Susta, ex candidato rutelliano alla segreteria regionale, battuto nel 2007 da Gianfranco Morgando e Mariano Rabino, vice di Morgando ed ex consigliere regionale . Che spiega: “Il partito com’è ora tradisce il progetto originario”. Che poi è quello di Veltroni e del Lingotto. “Non ci portiamo dietro un ceto politico – dice – ma i nostri elettori. Susta alle europee ha preso 46mila voti”. Anche loro guardano a Verso Nord. Pronti ad uscire ci sarebbero ancora almeno i consiglieri regionali Angela Motta, Davide Gariglio e Mauro Laus. A trattenerli sarebbe l’imminenza del voto per il sindaco di Torino. E in effetti a sentir parlare molti degli scontenti, le amministrative sembrano un po’ il test definitivo sulla segreteria Bersani. Spiega Gianfranco Moretton, consigliere regionale del Friuli Venezia Giulia: “Per adesso non si esce. Si aspetta una correzione di rotta. A partire dalle alleanze, che devono guardare di più verso il centro”. Gli scontenti insieme a lui nella regione sarebbero molti. A cominciare dai piddini di Pordenone, pronti a candidarsi con le liste civiche e non con il partito. Ma il disagio si allarga a macchia d’olio. Tra le ultime uscite c’è il senatore del Trentino Alto Adige, Claudio Molinari, sempre ex Margherita, confluito nell’Api. Stesso percorso di un’altra transfuga recente, la senatrice Emanuela Baio Dossi, in Lombardia. Altra Regione dove lo scontento resta sotto traccia ma avanza. Nel 2009 è uscito dal Pd (e ora è attivo in Verso Nord) Nicola Pasini, che si definisce “liberale”. Non si sbilancia sui prossimi addii, perché, dice, “dare qualcuno in uscita è sempre rischioso”. Sulla porta però ci sarebbero molti anche in Emilia Romagna: in testa Mauro Bosi, consigliere regionale.    Se al Nord la situazione sembra esplosiva, tra gli indecisi c’è un nutrito drappello di parlamentari. A fotografare la situazione è il senatore Flavio Pertoldi, da Udine, per ora ancora Democratico: “Il Pd non ha rispettato il disegno cattolico moderato. Non è il progetto che pensavamo”. Si va verso una scissione? Nessuno ancora lo dice, ma lui Pertoldi, ammette la speranza che Fioroni prenda in mano la situazione. Fioroni stesso si schernisce, non parla, non vuole commentare. Prima delle amministrative, nessuno si muove. Ma pronti ad andarsene ci sarebbero tra i parlamentari, per citarne solo alcuni, il senatore eletto in Veneto Rodolfo Viola, l’onorevole Gianluca Benamati, eletto in Emilia Romagna, l’onorevole Mario Pepe, eletto in Campania, e il suo collega, Enrico Farinone, eletto in Lombardia. Si andrebbero ad aggiungere ai 21 parlamentari che hanno cambiato partito da inizio legislatura.

di Wanda Marra, IFQ

29 marzo 2011

Da Gheddafi a Ruby: il Caimano flaccido

Dov’è finito il premier? Non l’imputato Berlusconi. O l’insaziabile sultano dell’harem a pagamento. Oppure ancora l’implacabile barzellettiere e gaffeur. Le tragiche emergenze delle ultime settimane consegnano l’immagine di un uomo in fuga dal famigerato ruolo di “presidente del fare”.    Primo scatto: lunedì 21 marzo. Il consiglio dei ministri si riunisce per l’intervento libico. Il Caimano è atteso nella sala stampa di Palazzo Chigi, ma non si presenta. Non vuol mettere la faccia sulla guerra all’ex amico Gheddafi. Coi suoi collaboratori, poi, si sfoga: “In questa vicenda sono stato trascinato da Letta, Frattini, La Russa”.

IL BIS, IERI, sempre di lunedì. A Lampedusa, il dramma degli immigrati è delegato a tre ministri (Maroni, Frattini, Tremonti). B., però, stavolta non è assente dalle cronache. Anzi. Nelle stesse ore occupa la scena con una mossa clamorosa: va in un’aula di tribunale dopo otto anni. Imputato nel processo Mediatrade per i diritti tv. La prima concreta applicazione dell’aggressivo metodo Paniz, in contrasto con la linea Ghedini. Non solo. Il contesto è quello del palazzo di giustizia di Milano, come nell’epilogo del Caimano morettiano. Ci sono anche contestatori e sostenitori azzurri (pochi per la verità).    E qui il Cavaliere risale sul predellino . La prima volta fu nel novembre 2007, per fondare il Pdl con accanto la rossa Brambilla. Il nuovo predellino è ancora più importante, forse. Perché dà il via alla decisiva campagna elettorale delle amministrative con il santino di B. perseguitato dai comunisti. “Sono l’uomo più imputato della storia e dell’universo”. Parole sue. E se il Cavaliere recupera questo evergreen è perché non può più puntare sui “miracoli” del suo governo. L’arma di distrazione di massa, in questo caso, è la persesecuzione giudiziaria. La tanto sbandierata politica del fare è svanita nella retromarcia sul nucleare post-Giappone (la Prestigiacomo: “Non facciamo cazzate che ci sono le elezioni” e anche i referendum). Né tanto-meno la guerra libica e gli sbarchi di immigrati possono essere strumentalmente gestiti come la monnezza alle politiche del 2008. Mica adesso può promettere di riunire il consiglio dei ministri a Lampedusa sul modello della Napoli “liberata” dai rifiuti.

NELLA comunicazione politica, la strategia del Caimano assente dal “fare” e martire di tutto quello che è rosso, dalle toghe all’opposizione, è definita con l’effetto underdog. Ossia, un cane bastonato che deve rincorrere i sondaggi in calo. Berlusconi ricorse all’underdog anche nel 2006, quando, partito perdente, riuscì a pareggiare di fatto con Prodi. In fondo è il ruolo che gli riesce meglio, per ricaricare la pancia del suo elettorato scosso dagli scandali sessuali di Arcore, con tanto di minorenni. La sindrome da cane bastonato in politica rischia però di essere depressione vera in privato. Ormai B. è preso solo dai suoi guai e dalle sue ossessioni, finanche assordato dai fischi che lo seguono ovunque. Negli scorsi giorni è stato avvistato con due liste in mano. Da una parte gli amici, dall’altra i nemici. Tra questi ultimi il primo in cima all’elenco è il capo dello Stato Giorgio Napolitano. Poi i magistrati, i giornali (tranne Il Giornale e Libero, of course) e un traditore: Emilio Fede. Del resto, nell’inner circle del premier la categoria del tradimento è argomento fisso delle discussioni.    Le carte dell’inchiesta del bunga bunga si sono abbattute sul Caimano come uno tsunami emotivo. Per lui non è stato facile leggere le conversazioni tra i procacciatori Mora e Fede, con quelle frasi su soldi prestati e relative creste. Ma soprattutto non è stato facile mandare giù la spietata fotografia scattata dalle “sue” ragazze. Uno scatto devastante , in cui si vede un vecchio di settantaquattro anni con “il culo flaccido”, “uno stronzo” che non risponde più al telefono (l’ex fidanzata Nicole Minetti oggi consigliere regionale in Lombardia e coimputata del processo Ruby). I faldoni milanesi tratteggiano lo psicodramma di un uomo solo, e malato come disse l’ex moglie Veronica Lario. C’è Barbara Faggioli che prende consigli dalla showgirl Elenoire Casalegno: “Sii furba e basta, prenditi quello che ti devi prendere e poi levati dai coglioni, fine”. Ci sono le note gemelle napoletane De Vivo, che lo stroncano a ripetizione. Eleonora a Imma: “L’ho visto un po’ out”. Imma: “Ingrassato capito?, Imbruttito capito?”. Ancora: “Sta più in forma di solito, fino all’anno scorso stava più in forma, adesso sta proprio più di là che di qua. È diventato pure brutto deve solo sganciare”.

POI IMMA E IRIS Berardi. Iris: “Che palle sto vecchio… tra un po’ ci manda affanculo tutte quante… quella è la volta buona che lo uccido… vado io a tirargli la statua in faccia… cazzo… qua… ci vuole mandare affanculo senza un cazzo. Papi qua è la nostra fonte di lucro”.    Per questo chi parla con lui, lo descrive anche “umorale e schizoide”, costretto a non non rispondere più alle olgettine, a rassicurarle comunque e poi a sfogliare le pagine coi loro veleni. Negli ambienti della maggioranza si racconta che “i festini sono ripresi”. Sarà pure. Ma per alleviare la solitudine raccontano che sere fa ha invitato a cena i ragazzi della scorta. Se questo è un premier.

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

29 marzo 2011

Nuove leggi ad personam pronte da giovedì

Nel caos della guerra, degli sbarchi selvaggi e con il terrore nucleare, in un’aula della Camera semi deserta hanno fatto il loro ingresso trionfale il processo breve “salva Silvio” e la legge comunitaria con annessa norma per la responsabilità civile dei giudici. Una giornata, insomma, nel segno delle leggi “ad personam” in un Parlamento che oramai, per dirla con il presidente della Consulta, Ugo De Siervo, “non fa più leggi” tranne, ovviamente, quelle che servono al Caimano. Ma al Pdl non piace che lo si dica.    Infatti, eccole qua. La prima a finire ieri in discussione è stata quella che contiene la responsabilità civile per i giudici (Comunitaria) sulla quale qualche ripensamento, in verità, è ancora in corso e la stessa maggioranza presenterà delle modifiche per renderla solo un po’ meno punitiva per i magistrati. Ma solo un po’: si parla di inserire la previsione che il magistrato sia sempre responsabile “per dolo o colpa grave” o per “la violazione manifesta del diritto”.

SUL FAR PESARE O MENO l’“errata interpretazione della norma” il dibattito è ancora in corso, ma sarà breve: il voto è previsto in settimana. Dove, invece, non c’è davvero più dialogo è sul processo breve con prescrizione breve. La maggioranza vuole arrivare a chiudere i giochi entro giovedì (nonostante i 270 emendamenti presentati dall’opposizione e le pregiudiziale di costituzionalità mandata avanti da Pd, Idv e Udc, oltre alla richiesta di una sospensione per due anni), al massimo entro martedì prossimo, considerando il passaggio al Senato “solo una pura formalità” , sintetizzava ieri proprio il relatore Pdl, Maurizio Paniz. I numeri ci sono – e sono ampi – e appena passerà alla Camera per Berlusconi si spalancheranno di fatto le porte dell’impunità sui processi Mediaset, Mediatrade e, soprattutto, Mills. Per chiarire: il processo Mills chiuderà i battenti entro fine maggio, gli altri due all’alba del 2012; per Ruby ci vorranno, invece, almeno tre anni, ma su quello la macchina del conflitto d’attribuzione è a pieno regime. Oggi la giunta per il regolamento darà il proprio parere (forse negativo) all’ufficio di presidenza della Camera che si esprimerà mercoledì sul voto dell’aula. Nonostante l’opposizione sia in vantaggio numerico (più uno in entrambi gli organismi) è più che probabile che il via libera per il voto di Montecitorio ci sia comunque (Fini non si opporrà). Una volta sollevato il conflitto, tutto sarebbe nelle mani della Corte costituzionale che – sono convinti nel Pdl – entro 8 mesi darà parere positivo al ritorno del processo davanti al Tribunale dei ministri. E anche sul Ruby gate, in sostanza, calerebbe il sipario. Non è scontato, ma il rischio che possa anche andare così c’è.

CONSIDERATI TUTTI questi elementi, non si sbaglia a dire che i prossimi dieci giorni saranno fondamentali per la salvaguardia giudiziaria di B. per gli anni a venire; salvo nuove inchieste, i processi incardinati a Milano hanno la sorte segnata dalle sue nuove leggi ad personam. Certo, l’opposizione darà battaglia, ma i numeri della maggioranza parlano chiaro e i Responsabili, a quanto si apprende, non faranno mancare il loro fondamentale apporto per porter ulteriormente ricattare il Cavaliere sul fronte, a loro caro, dell’allargamento della maggioranza e del rimpasto di governo. Non è un caso se subito dopo l’approvazione del processo breve e della responsabilità civile dei magistrati (per quanto edulcorato), il governo manderà subito avanti una leggina per superare la Bassanini sui numeri dell’Esecutivo. Sarà una norma costituita da due soli articoli che andrà a incidere solo sul numero delle poltrone, spacchettando alcuni ministeri. Con questa prospettiva davanti, chi mai mancherà all’appello per salvare il premier dai giudici? Nessuno, par di capire.

di Sara Nicoli, IFQ

29 marzo 2011

Mediatrade, solo in 100 rispondono all’adunata pro-B. Che non trova nemmeno il microfono

“Ah, lei è quello cattivo!”. Così Silvio Berlusconi si rivolge al magistrato Fabio De Pasquale, esibendo un sorriso a 32 denti che vorrebbe forse fargli dimenticare quel “famigerato” che gli aveva regalato solo cinque mesi fa. È iniziata così, ieri mattina a Milano, l’udienza preliminare (e dunque a porte chiuse) del processo Mediatrade, in un Palazzo di Giustizia blindato da polizia e carabinieri. Fuori i fan si erano dati appuntamento attorno al gazebo dei “Promotori della libertà”. Un flop. Solo un centinaio di persone ha risposto alla chiamata degli organizzatori, ai giri di telefonate, ai 600 sms inviati per raccogliere il popolo di Silvio attorno al capo che è tornato in tribunale, otto anni dopo lo show delle dichiarazioni spontanee al processo Sme del giugno 2003. Ed è tornato sul predellino: prima di allontanarsi dal Palazzo di Giustizia, ha salutato i sostenitori issandosi sulla sua auto blindata.    Berlusconi è arrivato a Palazzo di Giustizia alle 9.46 e assieme ai suoi avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo è salito al settimo piano, per l’occasione reso inaccessibile a giornalisti e curiosi. Là lo attendevano i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro e il giudice dell’udienza preliminare Maria Vicidomini, che dovrà decidere se rinviarlo a giudizio per frode fiscale e appropriazione indebita.

IL PROCESSO Mediatrade-Rti è una costola dell’inchiesta Mediaset. Secondo la procura, l’acquisto in Usa di prodotti tv, film e telefilm, avveniva con una serie di passaggi intermedi che ha gonfiato i costi finali, ha generato illecitamente fondi neri all’estero fino al 2005 e ha realizzato una frode fiscale fino al 2009. Colonna portante di questo meccanismo era il produttore Frank Agrama, amico di Berlusconi e in affari con lui fin dal 1976. Ad Agrama la procura ha sequestrato, nell’ottobre 2005, 100 milioni di dollari (diventati ora, con gli interessi, 127) sui conti in Svizzera della sua Wiltshire Trading di Hong Kong. Il denaro, secondo i pm, sarebbe anche di Berlusconi, perché il produttore è accusato di essere un suo socio occulto. Sono imputati in questo procedimento anche il presidente e il vicepresidente di Mediaset, Fedele Confalonieri e Pier Silvio Berlusconi. Accusati di riciclaggio, invece, il direttore generale di Mediaset, Giovanni Stabilini, e il banchiere della Arner Bank Paolo Del Bue: avrebbero, secondo l’accusa, ripulito i soldi ottenuti con le false fatturazioni di Mediaset, per girarli all’“utilizzatore finale” Berlusconi.    Quella di ieri era un’udienza tecnica, per stilare il calendario dei lavori (accettate le date del 4 aprile e del 2 e 30 maggio). La presenza di Berlusconi non era dunque proprio necessaria. Ma il presidente del Consiglio ha voluto presentarsi: per poter forse essere assente, in futuro, a udienze più operative e processi più imbarazzanti, come quello sul caso Ruby.    Prima di andare in aula, Berlusconi aveva dato le sue spiegazioni al programma La telefonata di Maurizio Belpietro su Canale 5. “È l’ennesimo tentativo per cercare di eliminare il maggiore ostacolo che la sinistra ha nella conquista del potere. Accuse infondate e ridicole. Io non mi sono mai occupato di diritti tv. E dal 1994, quando sono sceso in politica, mi sono allontanato dalle aziende che ho fondato”. Poi Berlusconi ha dato i numeri: “Ho subìto 24 processi che si sono conclusi tutti con archiviazioni e assoluzioni con formula piena per non aver commesso il fatto. Ora me ne restano sei nel penale e uno nel civile, con oltre mille magistrati che si sono occupati di me”.

IN REALTÀ i processi subìti sono 20, i magistrati poche decine e le “assoluzioni” sono cinque per prescrizione, due per amnistia, due per depenalizzazione del falso in bilancio. In più, in un paio di processi hanno pesato anche le testimonianze false e reticenti dell’avvocato David Mills, ripagato con un regalo di 600 mila dollari.    Ma i pochi fan davanti al Palazzo di Giustizia lo hanno acclamato: “Silvio, Silvio!”. E hanno inveito contro i magistrati e la loro “persecuzione politica”. Salito sul predellino della sua Audi, con un giubbotto antiproiettile appoggiato sulle spalle da uno degli uomini della scorta, Berlusconi, visibilmente affaticato e con più fondotinta del solito, ha cercato un microfono per parlare ai suoi. Invano. Nel gazebo del Pdl non l’hanno trovato. Berlusconi ha allora pronunciato poche parole: “È andata bene, sarò in aula la prossima udienza”. Ha glissato le domande dei giornalisti su Ruby: “Questo è un altro processo”. E poi via a tutta velocità. Cupo un consigliere regionale lombardo: “Non è possibile, era incazzato nero, come si fa a non aver pensato al microfono?”.

di Gianni Barbacetto e Antonella Mascali, IFQ

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