Posts tagged ‘Rai’

11 giugno 2012

Ecco la spending review: dalla vendita degli immobili fino a quella di una rete. I berluscones gongolano

Qualcuno sospetta che Luigi Gubitosi e Anna Maria Tarantola siano sprovvisti di televisore. Non fa curriculum: non interessava a Mario Monti. Per decifrare le ragioni di un mandato tecnico-cattolico va riascoltato il professore che bacchetta la Rai. Quella che pensa ai programmi e ignora la finanza: “Non era un concorso di abilità giornalistica o di direzione di canali”, tanto per liquidare le aspirazioni di Carlo Freccero e Michele Santoro. Un sottosegretario che ha seguito le trattative accanto a Monti, complesse operazioni diplomatiche con i partiti di maggioranza, conosce le regole d’ingaggio per Tarantola e Gubitosi: “Ora vedrete la spending review in viale Mazzini, la revisione di spesa che mozza gli sprechi e corregge la gestione”. Il campo d’azione è vastissimo: “Proprietà immobiliare inutilizzate, società satelliti mastodontiche, eccessiva offerta editoriale con 13 canali più uno in alta definizione. Vendere una rete – spiega la fonte interna al governo – è l’ultima frontiera, ma potremmo arrivarci”. Il sottosegretario suggerisce un tassello sconosciuto per intuire l’agenda: “Avete sottovalutato Marco Pinto, il consigliere d’amministrazione. È un uomo durissimo, il funzionario del Tesoro che terrà i conti con grande severità”. Il progetto per privatizzare la tv pubblica non darebbe fastidio ai berlusconiani né avrebbe troppi ostacoli in Parlamento per una legge su misura. Lo stato comatoso di Rai2 può indurre a tagliare i rami secchi. Anche se Rai1 è l’atollo più florido e appetibile.

LA GIORNALISTA Lucia Annunziata, ex presidente di viale Mazzini e conduttrice di In mezz’ora, avverte il pericolo: “Da tempo in Rai c’è una preparazione strisciante a privatizzare perché le risorse vengono riservate al solito canale, cioè Rai1. Bisogna vedere se è un obiettivo di questi tecnici. Mi chiedo: faranno un intervento su quello che offriamo ai telespettatori, che siccome è scadente causa la crisi economica interna, oppure si limiteranno a sistemare i conti?”. Se non ora, quando? Se non loro, chi? Isabella Bertolini (Pdl), infatti , porta chiarissimo un messaggio: “Serve privatizzare”. Il primo fascicolo che aspetta i commissari di Monti è firmato dal viceministro Vittorio Grilli (Tesoro) e riprende un vecchio tormentone che appassionava l’ex ministro Tremonti e l’ex direttore generale Masi: la dismissione di Raiway, un’arteria di viale Mazzini che possiede le torri di trasmissioni e garantisce la manutenzione, dunque tralicci, antenne e ingegneri. Un disordine perfettamente controllato che, però, andrebbe spezzato per fare cassa: il Tesoro potrebbe cedere i piloni e i terreni alla Cassa depositi e prestiti per una cifra stimata intorno ai 300 milioni di euro, mentre i dipendenti e le frequenze restano in viale Mazzini. Quei 300 milioni, che persino il dg Lorenza Lei inseguiva, sono necessari per correggere la deriva economica. Non ci crederete: eppure quattro anni fa la televisione pubblica era un’azienda sanissima, non doveva nemmeno un euro a banche e creditori. Ora cammina barcollante verso un debito consolidato che – già a fine anno – potrebbe sfiorare i 400 milioni di euro.

LORENZA LEI aveva ipotizzato una voragine di 320 milioni – come scritto nei documenti contabili di previsione – soltanto che il suolo è talmente franoso che i calcoli vanno aggiornati. La manovra correttiva di 40 milioni ha suscitato un leggero solletico. Nulla più. L’andamento fa intuire che la struttura soffra un collasso irreversibile: 90 milioni nel 2009, 150 nel 2010, 274 nel 2011, 400 nel 2012. Anche la raccolta pubblicitaria, in drammatica depressione, contribuisce a forare il forziere di viale Mazzini. La concessionaria Sipra, nonostante l’anno ricco di eventi sportivi fra Europei di calcio e Olimpiadi di Londra, aveva preferito farsi maledire senza giudizi ulteriori: a inizio anno avevano promesso 950 milioni di euro, un malloppo già sfoltito rispetto ai 965 del 2011. Il primo trimestre 2012 s’è chiuso a -16%, il secondo va ugualmente male: impossibile raggiungere quota 950, un’impresa fermare il paracadute a 900. Nei prossimi giorni, sondati gli investitori tradizionali, la Sipra comunicherà al duo Tarantola-Gubitosi che i palinsesti varati senza modifiche (né novità ) non eccitano neppure i produttori di dentiere. Quando l’azienda di viale Mazzini dovrà rinegoziare il contratto di servizio – il patto scritto che giustifica il versamento del canone – con il ministro Corrado Passera (Sviluppo economico), i bilanci saranno già in sala operatoria: la Rai claudicante dovrà subire il governo che vuole vincoli più forti per ridurre l’autonomia del Cda. Il potere sarà già concentrato fra la presidenza e la direzione generale che, estromessi i consiglieri di partito, potranno tagliare e avviare a piacere appalti sino a 10 milioni di euro. Trovata tecnica: a voi l’austerità, a noi il portafoglio.

di Carlo Tecce, IFQ

Illustrazione di Emanuele Fucecchi

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11 giugno 2012

Grande lettitudine

Dunque, per la gran parte dei giornali, con la nomina di madama Tarantola alla presidenza della “nuova” Rai e l’indicazione di Gubitosi alla direzione generale, Monti avrebbe scelto “due alieni”, compiuto “un salto di qualità”, percorso “una strada diversa” e “inedita”, “non contaminata dalla lottizzazione”, con “un pacchetto a prova di interferenze politiche”, lanciando “una sfida ai partiti alleati” per “piegarne la resistenza” e “metterli davanti alle loro responsabilità” (Corriere della Sera), “voltando pagina” con la “rivoluzione dei tecnici” (Repubblica), addirittura “cercando l’incidente” coi partiti ignari, scavalcati e dunque furibondi (il Giornale). Seguono ritratti-soffietto dei due prescelti: la Tarantola sarebbe “la Thatcher di Bankitalia” (il Giornale), “una lady di ferro” (Repubblica), tutta “disciplina e rigore” (La Stampa), “la signora della vigilanza bancaria” (Corriere); e Gubitosi “il super manager che ama gli scacchi”, “di fede romanista” (Corriere), “schivo” e di “stile sobrio”, visto che “preferisce il volontariato ai salotti” (La Stampa). Curiosamente, in questo festival della saliva e dell’incenso, è sfuggito a tutti (fuorché al nostro giornale) che la vigilante di Bankitalia s’era lasciata sfuggire sotto il naso le prime imprese truffalde di Gianpiero Fiorani, anche perché legatissima allo sgovernatore Fazio. Ed è pure sfuggito a tutti (fuorché al Fatto) ciò che scrisse Giovanni Pons un anno fa su Repubblica, e cioè che Gubitosi, vicino all’Opus Dei, “si è fatto presentare al potente sottosegretario Gianni Letta da Luigi Bisignani”, noto piduista e pregiudicato per la maxitangente Enimont da lui riciclata allo Ior, di lì a poco coinvolto nello scandalo P4 per il quale patteggerà 1 anno e 7 mesi di reclusione. Ed è pure sfuggita l’indagine della Procura di Roma che ipotizzava una mega-mazzetta per la vendita di Wind dall’Enel al magnate egiziano Sawiris, operazione in cui si fece il nome di Bisignani in cabina di regia e che fruttò a Gubitosi, all’epoca direttore finanziario di Wind, un’accusa di corruzione poi archiviata perché nessun paese straniero rispose alle rogatorie entro i termini massimi consentiti per indagare. Lasciamo stare gli eventuali reati, che qui non interessano, e concentriamoci sulle amicizie: in un paese normale chi fosse accostato al nome di Bisignani si affretterebbe a smentire, oppure diverrebbe un appestato. In Italia invece la bisignanitudine, così come la lettitudine, fa curriculum. Basta contare i ministri e alti papaveri nominati o conservati al loro posto che hanno avuto e/o hanno rapporti con Letta e Bisignani. Altro che “alieni”, altro che “tecnici”, altro che “meritocrazia”, altro che “sfida” all’establishment. Tutto continua ad avvenire nelle segrete stanze, all’ombra dei grembiulini e delle tonache color porpora. Fanno quasi tenerezza Santoro e Freccero, che avevano inviato a Monti i loro curricula grondanti di medaglie e di esperienze in fatto di tv: l’aver ideato e condotto programmi di grande successo e diretto reti televisive in Italia e all’estero con risultati eccellenti, lungi dall’essere un merito, è una colpa. Sotto i governi politici come sotto quelli tecnici, che ne sono la prosecuzione con altri mezzi, anzi con gli stessi. Perché qui, prim’ancora che di nomi, è questione di metodo. La miss Marple uscita dai caveau di Bankitalia e il manager sbucato da quelli di Bank of America-Merrill Lynch, oltre a non distinguere un televisore da un paracarro, sono stati calati dall’alto, fatti scegliere – si dice – a una società inglese di cacciatori di teste (di cavolo) che mai li avrebbe messi a dirigere la Bbc, o France 2 o l’Rtf francese. Perché nel mondo civile prima viene il curriculum con le competenze specifiche, poi arriva la nomina. Qui invece prima arriva la nomina e poi il curriculum, peraltro privo di competenze specifiche. Un foglio bianco, con in calce una scritta in piccolo: “Mi manda l’Opus”, “Mi manda Bisi”, “Mi manda Gianni”.

di Marco Travaglio, IFQ

23 aprile 2012

Qui Radio Minsk

È con viva costernazione che apprendiamo dell’intenzione di Rai1 di spostare “Qui Radio Londra” di Giuliano Ferrara dalle 20.30, dopo il Tg1 di cena, alle 14, dopo il Tg1 di pranzo. Per carità, è apprezzabile il riguardo mostratogli dalla Rai, che lo associa comunque all’ora del desinare. Ma è inaccettabile che lo voglia degradare sul campo con la scusa del crollo degli ascolti (passati dal 20% delle primissime puntate all’attuale 15 e qualcosa). Intanto perchè, se si dovesse punire chi fa perdere ascolti alla Rai, bisognerebbe cacciare quasi tutti i direttori di rete e di tg, cosa impossibile, sia perchè sono troppi, sia perchè sono stati assunti apposta. Qualcuno, per dire, ha mai obiettato alcunchè a Bruno Vespa, che nelle recenti prime serate di “Porta a Porta” con quel che resta dei leader di partito ha desertificato Rai1, portandola al 13 e poi addirittura al 10%? Un’azienda normale licenzierebbe in tronco per scarso rendimento e giusta causa sia lui sia chi ha avuto la bella idea di mandarlo in prima serata (fra l’altro, pagato extracontratto). Invece c’è pure il caso che gli arrivi il cestino a Natale. Ma che s’aspettavano i dirigenti Rai quando affidarono a Ferrara il posto che fu di Enzo Biagi? Che facesse ascolti? Basta esaminare il successo delle sue numerose imprese editoriali, televisive e politiche: una serie di fiaschi mai visti neppure in una cantina sociale. Fonda il Foglio e non lo legge nessuno (ma lo paghiamo tutti). Fonda il partito No Aborto e non lo vota nessuno. Si candida al Mugello e porta Forza Italia al minimo storico di tutti i tempi. Inventa “Otto e mezzo” e fa scappare la gente, poi arriva la Gruber e triplica gli ascolti. Lo sapevano tutti, compresi i suoi mandanti in Viale Mazzini e soprattutto a Palazzo Grazioli, che Ferrara su Rai1 avrebbe messo in fuga milioni di spettatori: addirittura più di quelli che Minzolingua e il suo degno erede Maccari, noti sfollagente, sono riusciti a far perdere in quattro anni al Tg1. In fondo, com’è noto, le reti berlusconiane han sempre sofferto gli ottimi ascolti di “Affari tuoi”: bastava sostituire al traino del Tg1 la palla al piede di Ferrara e il gioco era fatto. Al debutto, il 14 marzo 2011, “Qui Radio Londra” fece registrare il 20,63%. Il tempo di accorgersi che roba era, e due settimane dopo era già precipitata al 17. In settembre scese ancora: 16,5. Ora, nell’ultima settimana, è finita sotto il 16 per la gioia delle reti concorrenti (si fa per dire). Più in basso di così, a quell’ora e su Rai, è umanamente impossibile per via dell’effetto zapping: il riflesso condizionato del telespettatore medio, che lascia accesa la tv sul primo canale dopo il tg in attesa dei pacchi di “Affari tuoi” (che, nonostante la palla al piede che lo precede, registra ancora un ottimo 20%). Se, al posto di Ferrara, mandassero in onda il fermo immagine di un paracarro o di un radiatore spento, farebbe comunque il 15-16%. Insomma Ferrara ha svolto egregiamente il suo compito di buttafuori del pubblico. Missione compiuta. Rimproverarglielo e punirlo per questo, quando gli altri buttafuori vengono regolarmente premiati e i buttadentro vengono cacciati, sarebbe ingiusto, umiliante e impietoso. Infatti lui rifiuta la panchina pomeridiana e rilancia: “Ho controproposto al direttore di Rai1 Mazza di fare un commento di 2 minuti e mezzo in coda al Tg1”. Chissà se Mazza e gli altri papaveri Rai leggono Internazionale: qui di John Hooper del Guardian ricorda che Ferrara è un ex ministro e un impiegato di B., dunque “è grottesco che abbia dato al programma il nome della trasmissione della Bbc rivolta alla resistenza antinazista, come a dire che dà voce alle vittime di una dittatura”. Ed è “difficile immaginare un altro paese europeo, eccetto forse la Bielorussia, in cui un giornalista così sfacciatamente di parte possa ‘chiarire’ il senso delle notizie” sulla tv pubblica. Si attende ad horas una protesta ufficiale del governo di Minsk.

di Marco Travaglio, IFQ

3 aprile 2012

TG1, noia e pastoni. Maccari va peggio di Minzo

Squadroni di inviati in viaggio con il Papa, instancabili cronisti al seguito di Mario Monti, pastoni faticosi da masticare (cioè dichiarazioni in fila indiana) con le solite battute che iniziano con i partiti di destra e finiscono con i partiti di sinistra, e intervalli costanti fra dipiestristi e bossiani e presidenti di Camera e Senato. Non ci sono più le previsioni del meteo e le rubriche per punzecchiare i colleghi giornalisti, e nemmeno i servizi che svelano le mutande antiscippo, ma il Tg1 di Alberto Maccari, democristiano convertito al berlusconismo, va peggio di un illustre successore che nessuno rimpiange, Augusto Minzolini. Forse c’è nostalgia per l’editoriale con la coreografica libreria e i pezzi talmente sfacciati che superavano la satira, eppure al pubblico di Maccari, media del 23 per cento di share in 4 mesi, mancano 400 mila telespettatori e 2,3 punti di share rispetto al direttorissimo che esagerava con la propaganda di centro-destra e la carta di credito aziendale.

MACCARI non poteva recuperare la credibilità smarrita in tre anni di epurazioni e censure, e non poteva neanche – nel ruolo di pensionato che vola per l’ultimo giro – rinnovare la struttura ereditata. Ovvio il risultato: Rai1 trasmette un telegiornale stile Minzolini senza Minzolini, molto più sobrio, molto più noioso, molto più equilibrato. I due vicedirettori Fabrizio Ferragni (teoricamente vicino al Pd) e Gennaro Sangiuliano (praticamente aderente agli ex di An nel Pdl), grandi collaboratori di Minzolini, cucinano il giornale (pastone incluso), che poi Filippo Gaudenzi, caporedattore in odore di promozione, corregge con mani sapienti. Mai esagerare con L’Aquila e la ricostruzione dimenticata, in onore all’amico Bertolaso; mai creare imbarazzi in Vaticano, sepolta l’inchiesta del Fatto con le lettera fra cardinali; ottimo riportare il testo in cui Obama cita Monti, a margine di un incontro ufficiale però, per giustificare le beatificazioni sui giornali. Alberto Giorgino, invece, attraversa un momento complicato: fallito l’ammaraggio sui berlusconiani e freddino il rapporto con l’Udc di Pier Ferdinando Casini, resta in mezzo aspettando che il maltempo passi come quando si vedeva costretto a indicare l’anticiclone delle azzorre in agguato al Brennero. Sempre presente e vigile, Maccari si gode la gloria che arriva in ritardo, proprio mentre stava per andare in pensione. A dicembre fu richiamato in sella per accontentare il centrodestra e salvare le mediazioni del direttore generale Lorenza Lei.

ORAMAI i due sono uniti da un destino incontrollabile: appena il governo Monti nominerà il nuovo Consiglio di amministrazione, lasceranno le rispettive poltrone. Maccari ha un contratto di dodici mesi che scadrà il prossimo 31 dicembre, ma incombe la clausola infilata dal dg Lei per raccattare i voti in Cda: l’azienda può sostituire il direttore senza rischiare ricorsi. Siccome l’ha scelto Silvio Berlusconi insieme con la Lega Nord, e in viale Mazzini le repliche vanno spesso in onda, l’ex vice di Clemente Mimun ha debuttato a una cena del Pdl con il Cavaliere ospite del deputato Melania Rizzoli. Il Tg1 di Maccari ha un sapore neutro. Quando scorrono i titoli di coda è come se non fosse mai cominciato. Ci vuole coraggio a riavvolgere il nastro di una decina di edizioni e scoprire che esiste un unico messaggio per i telespettatori, fra decine di microfoni che ruotano per soddisfare l’intero arco istituzionale e parlamentare: viviamo “una parentesi di pace”. E come la racconta Maccari, questa pace? “Partiti dimostrano responsabilità” oppure “La Cina è interessata al nostro Paese” e ancora “Vasco Rossi incanta la Scala”. In piedi.

di Carlo Tecce, IFQ

Alberto Maccari direttore del Tg1 (FOTO EMBLEMA)

8 marzo 2012

Da Saccà a Ben Ammar fiction per i soliti amici

Chi supera fisicamente i cancelli neri di viale Mazzini entra letteralmente nell’enclave Rai: non si sentono nemmeno gli avvisi di sfratto che il governo di Mario Monti spedisce, e rispedisce ancora, attraverso colloqui formali e casuali. Dietro quei paramenti di ferro, che circondano l’ultima alleanza Bossi-Berlusconi, i nuovi affari si fanno con le vecchie regole. L’ultimo contrattone milionario sarà distribuito nel Consiglio di amministrazione per l’approvazione: 180 milioni di euro per il piano Fiction 2012, l’appalto che tiene insieme destra e sinistra. L’intramontabile Fabrizio Del Noce (Rai Fiction) e il dg Lorenza Lei vantano un merito enorme: i milioncini dispensate qua e là, che sfondano una cifra pazzesca di produzioni esterne in tempi di tagli e cuci, accontentato amici di amici. E segnano il debutto ufficiale di Agostino Saccà, ex massimo dirigente di viale Mazzini e frequente interlocutore di Silvio Berlusconi, in veste di imprenditore cinematografico: la sua Pepito, interamente a conduzione familiare, avrà 1,9 milioni di euro per Stirpe di Vipere e 4 milioni per Eleonora D’Arborea. Il poliedrico Luca Barbareschi disse che la politica è un piatto vuoto per mangiare tanto, e dunque – dimenticata l’emigrazione da Berlusconi a Fini per poi tornare dal Cavaliere – può festeggiare i successi (almeno economici, aspettando gli ascolti) di Casanova: 10 milioni di euro per la seconda serie di Nero Wolf, in attesa di vedere completamente la prima e l’evoluzione di un investigatore in bianco e nero e soprattutto letterario; 3,6 milioni di euro per il racconto di Adriano Olivetti in due sbrigative serate. Perché in viale Mazzini, dove il futuro s’incarta nel presente, subiscono il fascino di un passato che si può ancora descrivere o manipolare: anni 70 più tremendamente rossi o neri? Maurizio Gasparri sarà felice di sapere che la Trilogia anni 70 sarà un’opera di Albatross (9,8 milioni di euro), la società del suo caro amico Lorenzo Jacchia e di Maurizio Momi. Via libera per le repliche di Paura di amare, 7,8 milioni di euro per la Titania di Ida Di Benedetto, l’ex attrice napoletana e compagna di Giuliano Urbani. Anche il fondatore di Forza Italia fu beccato al telefono con Saccà, all’epoca direttore di Rai Fiction: “Ti lanciavo un Sos per Ida, lei è in una situazione delicatissima per via della Sicilia, però ha tre spade di Damocle sulla testa, l’importante è che non diventino negative. Come sai, lei non ha mai avuto il contratto. Il regista è in Senegal”. Le chiamate non finiscono mai. Anche Guido De Angelis, proprietario di Dap Italy, parlava e viaggiava col Cavaliere preoccupato per le sue attrici-amiche a spasso: consumati imbarazzi e curiosità, dovrà girare Una buona stagione per 8 milioni di euro. Tutte le strade portano a Mediaset: non è mica un’ossessione, purtroppo è colpa di uno stradario di viale Mazzini mai aggiornato. Scrivi di Carlo Macchitella e ti ricordi che lasciò Rai Cinema per un fugace coinvolgimento nell’inchiesta sui fondi neri Media-set . Macchitella non lavora per la Rai, però l’azienda ha preacquistato per un milione di euro Il ritorno, una pellicola di Beta Film, una società tedesca. Che c’entra Macchitella? Ferdinand Dohna, presidente di Beta Film, è socio di Macchitella in Dog’s Film. Alberto Tarallo, uomo Mediaset, non poteva partecipare a una commessa Rai col marchio del Biscione, e quindi l’appalto di 4 milioni di euro per le Memorie di Adriano (protagonista Gabriel Garko) sarà gestito da Notorious, la società di Teodosio Losito, il suo sceneggiatore di fiducia, in particolare per le serie di Canale5. I 2 miliardi di debiti di Endemol sono un peso per Mediaset (che controlla una quota del 30% che ora vale meno), ma Endemol in Rai va benissimo: 10 milioni euro, pronti, per Provaci ancora prof.    Ma il colosso per cartoni animati o biografie impegnate resta la Lux Vide che Ettore Bernabei fondò vent’anni fa e che la figlia Matilde fra crescere a dismisura con l’aiuto di un socio influente, Tarak Ben Ammar (che detiene il 18,53%), l’imprenditore francotunisino da sempre legato a Berlusconi. La Lux è una macchina perfetta: 8,8 milioni di euro per Che dio ci aiuti; 10 milioni per Un passo dal cielo; 4,5 milioni per Anna Karenina; 4,5 milioni per Aladino. I leghisti infilano nei progetti 3,8 milioni di euro per Casa e Bottega di Alto Verbano, la società di Re-nato Pozzetto e famiglia. E l’Udc tira verso la quinta edizione di Un caso di coscienza (7,5 milioni) di Red Film.

di Carlo Tecce, IFQ

1 marzo 2012

The Ballist

L’unica volta che incontrai Marcello Veneziani fu circa 15 anni fa all’Università di Castellanza, dove seguivo un convegno organizzato da Di Pietro. Veneziani, relatore, si aggirava scodinzolante in zona buffet. Poi naturalmente, nella migliore tradizione italica, da manipulitista divenne antimanipulitista appena girò il vento. Domenica, nella sua ultima reincarnazione di editorialista del Giornale, commentava a “Prima pagina” su Radio Rai la sentenza Mills, tutto giulivo per la prescrizione del suo spirito guida. Un signore da Venezia domandava il perché di tanta gaiezza, visto che la prescrizione non è un’assoluzione, anzi il contrario. Veneziani sfoggiava la sua scienza giuridica, sostenendo che la prescrizione svolge le funzioni dell’estintore e il giudice che la applica quelle del pompiere per “rasserenare il clima, disinnescare una situazione manichea che avrebbe capovolto il governo e salvare le due posizioni opposte: chi sostiene che Berlusconi fosse colpevole e chi l’accanimento giudiziario a fronte di una mancanza di prove”. Insomma “la giustizia si è fermata un attimo prima, per una causa superiore, rappresentata dalla salvezza di un Paese stressato”. Ecco: se nel Medioevo i Longobardi ricorrevano al giudizio di Dio, ora i giudici lombardi usano una nuova forma di ordalia: la prescrizione di Dio. A quel punto, sventuratamente, agguantava la linea uno competente: Francesco Messina, giudice a Trani, che tentava pazientemente di spiegare la prescrizione al ricciuto giureconsulto: “Non è vero che il giudice, con la prescrizione, si ferma un attimo prima. Lo scopo del processo penale è accertare i fatti, non condannare o assolvere. Se io le rubo la bicicletta e il giudice accerta il mio furto oltre il termine di prescrizione, non è che la bicicletta torna indietro. La motivazione (e qui invito gli ascoltatori, quindi anche i giornalisti, a leggere le motivazioni della sentenza dei colleghi di Milano), dirà che la bicicletta l’ho rubata, ma il tempo è decorso. I provvedimenti sono motivati, il giudice accerta i fatti. Poi, visto che il processo è pubblico, i fatti saranno noti alla pubblica opinione, che potrà valutare quanto accaduto e le persone coinvolte. Questo è il meccanismo giuridico”. Veneziani, che aveva detto esattamente il contrario, si affrettava a ingranare una penosa retromarcia, fingendo di aver detto le stesse cose: “Il meccanismo lei lo ha descritto perfettamente e non c’è nulla da aggiungere. Io mi limitavo a leggere la implicazione, come dire, politica e civile, non il dispositivo giuridico che poi verrà reso noto. Cioè il fatto che la prescrizione consente oggi di chiudere questa partita, evitando una frattura lacerante, insostenibile, per il nostro Paese. Una considerazione totalmente extragiuridica sulla governabilità, il clima del nostro Paese. Poi naturalmente ci sarà il dispositivo della sentenza…”. Ne avesse azzeccata una: il dispositivo è stato letto sabato, quello che manca è la motivazione. Vedremo, se questa dirà che B. è un corruttore impunito, come (e soprattutto se) la commenterà Veneziani. Intanto un altro giurista per caso, il poveretto mèchato di Libero, definisce “spettacolare cazzata” quel che anche noi abbiamo scritto, e cioè che il primo scopo del processo penale è accertare i fatti. A suo autorevole avviso, “i processi servono proprio a condannare o ad assolvere: i fatti appartengono agli storici, non ai magistrati”. Non sa, il tapino, che da anni la Corte costituzionale (sentenze n. 24 del 31.1.1992, n. 254-255 del 3.6.1992, n.60 del 24.2.1995, n. 361 del 2.11.1998) ripete che il processo serve all’accertamento della verità: altrimenti non si saprebbe chi è colpevole e chi è innocente, l’art. 533 del Codice di procedura non prevederebbe la condanna “se l’imputato risulta colpevole… al di là di ogni ragionevole dubbio” e non occorrerebbe motivare le sentenze. Ma è comprensibile che gli impiegati di Craxi e poi di B. i fatti non li vogliano conoscere: dev’essere seccante lavorare per i ladri.

di Marco Travaglio, IFQ

27 gennaio 2012

Passeraset

Casomai qualcuno pensasse che le frequenze televisive le porta la cicogna, è bene rinfrescarci la memoria. Nel 1990, con 15 anni di ritardo sul resto d’Europa, anche l’Italia ha la sua legge sull’emittenza: la Mammì, detta anche “Polaroid” perché fotografa lo status quo (tre reti Rai, tre Fininvest) e lo santifica. Il piano di assegnazione delle frequenze lo scrive il portaborse del ministro delle Poste Oscar Mammì, Davide Giacalone, che incassa pure le tangenti dalle aziende che lavorano al ministero (lo confesserà lui stesso, salvandosi per prescrizione). Degli aspetti tecnici del piano si occupa una mini-ditta che fa capo a Remo Toigo, sempre in cambio di mazzette. Ma la Fininvest non gradisce come lavora Toigo: Galliani lo convoca nel suo ufficio e lo prende a male parole, sostenendo che il ministero non è d’accordo col suo lavoro. Toigo trasecola: che c’entra la Fininvest col ministero? Galliani telefona a Letta, vicepresidente Fininvest, e lo prega di organizzare un incontro al ministero. Detto, fatto. Galliani carica Toigo su un aereo privato della Fininvest e vola da Milano a Roma. Al ministero Galliani e Toigo trovano non il ministro, ma Giacalone e Letta. I quali dicono a Toigo di fare come dice la Fininvest. Toigo capisce che Fininvest e ministero sono la stessa cosa e obbedisce. La Procura di Roma indaga Letta, Galliani e Giacalone per concussione e corruzione, ma poi il gip li assolve: i fatti sono “pressoché indiscussi”, ma non costituiscono reato, perché il ministero era libero di dar ragione alla Fininvest e le minacce a Toigo non erano poi così minacciose. Nel ‘94 però la Consulta boccia la Mammì: nessun privato può possedere più di due reti. Dunque Rete4 va spenta o trasferita su satellite. Nel ‘97 la legge Maccanico (Ulivo), anziché eseguire la sentenza, concede una proroga. Ma nel ‘99 Rete4 perde la concessione, vinta da Europa7. Il governo D’Alema, col nuovo piano frequenze, le lascia a Rete4 e le nega a Europa7. Nel 2002 la Consulta boccia anche la Maccanico: Rete4 ha un anno di vita. Ma nel 2003 B. sistema la faccenda col decreto salva-Rete4 e con la Gasparri. La scusa è che il digitale terrestre moltiplicherà i canali e priverà Mediaset della posizione dominante. Oggi i canali sono tanti, ma il duopolio Raiset si pappa l’80% della pubblicità (24% Rai, 56 Mediaset) e gli altri non hanno i mezzi per fare concorrenza. Nel 2009 B. fa la legge “beauty contest”, che regala a Rai e Mediaset le frequenze liberate dal passaggio al digitale. I gestori telefonici invece le pagano care: 4 miliardi. Solo che queste non sono libere: bisogna espropriarle alle tv. Al duopolio Raiset? No, alle tv locali, che saranno risarcite con 175 milioni a pioggia, senza distinguere le grandi dalle piccole (o finte). Due mesi fa la patata bollente passa al governo Monti. Il ministro Passera tentenna fino al 21 gennaio, poi sospende per tre mesi il beauty contest, dicendo che così gli ha suggerito l’Agcom. Ma l’Agcom fa sapere di aver suggerito di abrogare la legge beauty contest, non di congelarla. Solo così si evita l’annunciato ricorso di Mediaset e si liberano le frequenze per darne alcune alle tv locali espropriate e mettere le altre all’asta. Chi mente? Passera o l’Agcom? Il Fatto è in possesso di una lettera del 12 gennaio 2012, indirizzata al gabinetto di Passera e firmata dal capo di gabinetto dell’Agcom Guido Stazi: “L’argomento è importante, complesso e delicato e merita… un colloquio diretto tra il vertice dell’Autorità e, personalmente, il ministro” (dunque Passera non ha parlato con l’Agcom). Conclusione: “Occorrerebbe un intervento legislativo chirurgico che non tocchi le altre parti della delibera 181” dell’Agcom, quelle che han “reso disponibili le frequenze assegnate alle telecomunicazioni con l’asta recentemente conclusa”. Cioè: la legge beauty contest va abolita. Perché Passera ha detto di aver seguito l’indicazione dell’Agcom, mentre ha fatto il contrario? Chi comanda al ministero dello Sviluppo e Comunicazioni? Gli stessi che nel ‘92 facevano il bello e il brutto tempo al ministero delle Poste? È cambiato qualcosa, in questi vent’anni?

di Marco Travaglio, IFQ

10 gennaio 2012

Fazio, conduttore interruptus

Il Domandante senza domande non cambia. Guai a farlo. Funziona il format, funzionano gli ascolti (6 milioni e 100 mila spettatori). Fabio Fazio, domenica con Mario Monti, non ha certo mutato il suo approccio. Il suo talento nel mascherare la pavidità in cifra stilistica era e resta encomiabile. Ogni cosa deve apparire disinnescata, dai modi rassicuranti alla studiatissima pseudo-balbuzie. Fazio ha da tempo codificato il “Monologo qua e là interrotto”, che sta all’intervista come Cristina D’Avena all’heavy metal. Il cinguettio Fa-zio-Monti non poteva che essere deliberatamente noioso: catatonico, autoassolutorio. Sobrietà al quadrato, sbadigli al cubo. Da una parte l’abbecedario della banalità (“La sua manovra – la domanda è questa – ha messo in sicurezza l’Italia? Cioè siamo tranquilli o prevedibilmente ce ne sarà un’altra secondo lei?”), dall’altro un uomo che – per dirla con Crozza – “sprizza umanità da tutti i microchip”. I più ottimisti potevano aspettarsi qualche affondo. Magari sul caso Malinconico, sui conflitti di Passera, sulla casa di Patroni Griffi o sulla riforma pensionistica. Macché: Fazio non era pasionario quando c’era (c’era?) Berlusconi, figurarsi adesso che il trend giornalistico è l’Annacquamento. Don Fabio giocava più che mai in casa e, per questo, ha avuto modo di srotolare con agio i salamelecchi delle grandi occasioni. A uso e consumo del premier salvatore della patria, che ha pure abbozzato battute di spirito (con esiti raggelanti). Da Fazio sono tutti miti e perfino il peggiore dei politici serba in fondo un gran cuore. In primo piano c’è il Bene che trionfa sul Male, sullo sfondo il buonismo: grande assente la seconda domanda. La prima, a volte, c’è: così, per confondere le acque e reiterare il rito democratico. Anche con Monti, il martire immaginario Fazio ha incarnato la figura del Conduttore Interruptus: nel senso che, quando sei lì che speri nel cambio di marcia, lui disinnesca. Sparge miele sulla meringa. Rallenta, senza avere mai accelerato prima. Se c’è da colpire, Fazio evapora. Se c’è da ammansire, alza il ditino e risponde “Siorsì”. Il clima attuale, gli ascolti straordinari e il ricatto furbino, secondo cui se critichi Fazio “sei contro la tivù di qualità”, lo rendono intoccabile. Resta però la convinzione, ribadita dal cicaleccio soporifero con Garibaldi Monti, che il suo programma sia spesso piacevole e a volte commovente. Un’oasi preziosa, Che tempo che fa. Nonostante il pompiere mai stato incendiario che la conduce.

di Andrea Scanzi, IFQ

20 dicembre 2011

Il nuovo vecchio Fabio

Domenica sera, per la prima volta nella vita, Fabio Fazio mi ha fatto tenerezza. L’ho visto invecchiato, d’improvviso, anzi, di colpo. Stava lì, nel suo studiolo di “Che tempo che fa” (Rai3), stava lì di profilo a scrutare l’ospite, un po’ provato. Sappiamo, invecchiare, in molti casi, significa mostrarsi più umani, meno convinti, e devo dire che nell’esatto momento in cui ho avuto modo di intuire sul suo volto le rughe, e perfino un certo grugno bruegheliano da creatura definitivamente adulta, ho provato un senso di soddisfazione. Per lui, solo per lui. Insomma, mi è sembrato che il nostro “buttadentro” nella stanza dei luoghi comuni culturali di sinistra avesse finalmente detto a se stesso un bel “mo’ basta”. Intendiamoci, si tratta di sfumature, eppure è bastato nulla, l’increspatura lieve fra naso e guancia, per comprendere che ci troviamo a un punto di svolta. Da qui a poco la retorica “civile” che Fazio ha propalato insieme ai suoi ospiti speciali, anime belle garantite fra molto altro dagli uffici stampa editoriali, dovrà lasciare il posto al disincanto, all’abbiamo già dato. (E anche ottenuto, perfino economicamente parlando). Non è però ancora tutto. Poco dopo, volati via i convenevoli d’inizio (insieme all’ormai intollerabile stacco sonoro rubato a De André), Filippa Lageback, l’oggetto più misterioso della seconda repubblica televisiva, ha introdotto appunto l’ospite, Corrado Passera.    Non è proprio necessario conoscerlo, e tuttavia, per amor di completezza, diremo che si tratta di un banchiere-manager divenuto ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e Trasporti del governo da poche settimane in carica. Uno dei nuovi padroni della cosa pubblica, insomma.    Adesso, i più implacabili immagineranno un conduttore prono, al meglio del suo animo “doroteo”, elegantemente timoroso di sembrare troppo esigente dal punto di vista della completezza giornalistica, perché come ha ben insegnato Walter Veltroni a un’intera generazione di ambiziosi di sinistra, l’ipocrisia con prenotazione obbligatoria, sebbene sia un delitto sanzionato perfino nelle Sacre Scritture, paga più della soddisfazione di non tenere conto del quinto comandamento, cioè non uccidere. Tu mi credi se aggiungo che quando ho visto Fabio incalzare Corrado sulla questione della vendita delle frequenze televisive mi sono cacato sotto al posto suo? Sulle prime il ministro ha cercato di svicolare, e allora Fazio gli è andato addosso con la stessa tenacia dei bull-terrier, a pretendere una parola netta, dirimente. Al punto da ottenere una risposta verosimilmente netta: “Di fronte ai sacrifici chiesti agli italiani, pensare che un bene di Stato possa esser dato gratuitamente non è tollerabile e, verosimilmente, non lo tollereremo”. A quel punto il conduttore, eroico, ha chiesto se c’è da ipotizzare un’asta, e quell’altro: “Può essere una cosa un po’ diversa, dobbiamo trovare nuovi modi”.    Fossi nei panni di Fazio mi farei dono di questo finale di carriera. Un ultimo fotogramma all’insegna del riscatto, quasi come l’Alberto Sordi di “Una vita difficile”, un ultimo schiaffo al principale, e via verso il paese di Dignità. Sai che soddisfazione?

di Fulvio Abbate, IFQ

7 dicembre 2011

“Frequenze gratis, patto tra Monti e B.?”

Antonio Di Pietro ormai ha deciso: è ora di pensare a una contromanovra. Sul suo blog ieri il leader Idv ha messo giù numeri e ipotesi, a partire dalla tormentosa vicenda delle nuove frequenze televisive regalate agli operatori già in campo: “Fare cassa a spese dei poveracci sì, ma un’asta per far pagare i diritti televisivi, che per Mediaset sono gratuiti, no. E sì che qualche soldino sarebbe entrato! In Germania l’asta ha portato allo Stato 4,4 miliardi di euro, negli Usa 20 miliardi di dollari. Non è per pensare male, ma non vorrei che questa distrazione non fosse casuale e rispondesse invece a un patto con Berlusconi: io vi faccio fare il governo e voi mi continuate a regalare le frequenze. Tanto poi ci sono sempre i pensionati da spremere”. Al telefono Di Pietro conferma tutto: “Ma è chiaro che su questo punto c’è stata una trattativa. Tu, caro Monti, non tocchi la questione delle televisioni. E io ti darò l’appoggio in aula. Solo che così va a finire come al solito: i privilegi ai potenti, e la povera gente a pagare. Non va bene, per questo abbiamo presentato mozioni, interrogazioni, interpellanze, tutto quel che serve in questi 60 giorni per migliorare la manovra. Si può, si deve”. Ma se Monti dovesse toccare le frequenze che scottano, come potrebbe poi trovare la maggioranza in aula? “Eh ho capito io – continua di Pietro -, ma mica potremo fare quel che piace a Berlusconi anche dopo che Berlusconi se n’è andato. O no? Se Monti non ha una sua linea utile al Paese andiamo subito a elezioni, come l’Idv sostiene da sempre. Speriamo che pure il Pd si convinca. Dalle pensioni a ‘sto beauty con-test dovranno vedere pure loro che i conti non tornano”.    Un bel sasso lanciato nello stagno delle polemiche, che il senatore Idv Pacho Pardi raccoglie volentieri e mette sul tavolo con un’interrogazione al ministro Passera: “Vorrei tanto sapere perché la questione del beauty contest non sia stata esaminata per inserirla in manovra – spiega Pardi -. Già quell’annuncio fatto in conferenza stampa, “non ne abbiamo discusso”, mi suona come un’ammissione chiarissima: non vogliamo parlarne. Sennò, per gente che deve andare a caccia di miliardi, era proprio quello il primo passo. Il più banale: basterebbe che Passera facesse una telefonata al presidente della commissione messa lì a decidere sulla gara dicendo “scusate, cambio di programma, le frequenze ce le vendiamo anziché regalarle”. Tutto qua, e miliardi di euro in bilancio da subito: perché rinunciarci se non per aver preso un impegno preciso sul punto?”.

IN EFFETTI i – parecchi – miliardi in arrivo da un’asta delle frequenze farebbero comodo. “Ma vogliamo parlare delle spese per gli armamenti? Da qui al 2026 abbiamo messo in pista 50 miliardi di euro per un settore che non ha alcun senso – spiega Massimo Donadi -. Altro che Iva e pensioni, questi sì sono soldi da ridare alla gente, alla scuola, alle famiglie. Cominciando dai 131 cacciabombardieri F35 che abbiamo ordinato, totalmente inutili visto che per fortuna non abbiamo intenzione di dichiarare guerra a nessuno. Solo quelli costano 19 miliardi. E poi ci sono i 100 caccia Eurofighter Typhoon, per qualcosa come 10 miliardi di euro”. Dettagliato il rapporto del senatore Idv Augusto di Stanislao, che ha preparato una mozione da inserire in manovra: “Vogliamo la cancellazione dei finanziamenti previsti per il 2012 per la produzione di 4 sommergibili, dei cacciabombardieri F35 e delle due fregate Orizzonte. Oltre al blocco della mini naja ‘ViVi le forze armate’ con un risparmio immediato di circa 8,5 milioni di euro”. Certo molti contratti sono già attivi e non sarebbe semplice sganciarsi. Soprattutto perché l’attuale ministro in carica, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, ebbe un ruolo centrale nel firmare l’accordo tra Italia e Usa per la produzione degli F35. Troppo tardi ormai? “No. Tutto si può fare. Basta rinegoziare, decidere, dare un’impronta più forte a questa manovra che finisce addosso ai cittadini e lascia intatti i grandi interessi – insiste Donadi -. Infatti tra qualche giorno presenteremo un progetto organico di lotta all’evasione fiscale, punto su cui Monti si è dimostrato poco aggressivo. Insomma bisogna fare di più e molto meglio su diversi fronti. Se questa manovra resterà così com’è, noi non la voteremo di sicuro”.

di Chiara Paolin, IFQ

Antonio Di Pietro (ELABORAZIONE FABIO CORSI) 

18 novembre 2011

Si salvi chi può

Il segnale proviene dai bagni maschili di Saxa Rubra. Il 9 novembre tirano raffiche di vento sul Cavaliere, i voltagabbana Rai fermano le ultime (e deboli) resistenze. Il Tg1 convoca Pier Ferdinando Casini, centro di gravità per il Quirinale, per 4 minuti tondi tondi in diretta. Il capo Udc rimprovera Minzolini fra i lavandini e i cessi di redazione: “Direttore, sbagli. Non puoi fare l’editoriale stasera. Hai capito? Fai quel cazzo che vuoi”. L’accento bolognese è inconfondibile, anche lievemente furioso, ma il fedelissimo Augusto dedica il monologo a Berlusconi.    In viale Mazzini c’è confusione, impacciati cambi di ruolo e di posizioni. Il governo tecnico di Mario Monti crea traffico di ferragosto: tutti rinnegano, tutti giurano, tutti spergiurano. Addio riunioni e caminetti con l’ex ministro Paolo Romani (Sviluppo Economico), il dg Lorenza Lei, benedetta in Vaticano, cerca disperatamente appigli. Un po’ a destra, un po’ a sinistra, ovunque. Manca soltanto un annuncio su Portaportese. Colpo di genio: il direttore generale si ricorda di un vecchio amico. Quelli che chiami per l’emergenza. Non bastano un paio di appuntamenti con Lorenzo Ce-sa, segretario Udc, per riallacciare i rapporti ormai distrutti con Casini. Era granitica e trionfante in quei giorni di nomina condivisa: “Io nuovo direttore generale, mai in politica, mai Udc”. Il mandato di Lorenza Lei scade il 28 marzo prossimo assieme al Consiglio di amministrazione, già disperso fra ambizioni politiche e conferme senili. Antonio Verro, ex deputato di Forza Italia e amico di famiglia di B, inspira le riforme di Monti, e poi espira: “Io non tradisco il Cavaliere. Io non torno a Montecitorio. Io vorrei restare tre anni qui, così andrò in pensione più tardi…”. E invece Lorenza Lei dovrà convincere il governo Monti, e soprattutto il ministro di riferimento, Corra-do Passera. Grossi guai. Speriamo che Claudio Cappon, ex direttore generale Rai attualmente parcheggiato a Rai World, sia di poche parole con l’amico Passera. Non sia mai Cappon confidi a Passera i trattamenti di riguardo firmati Lorenza Lei: lunghe anticamere, telefonate re-spinte, proposte bocciate. E non sia mai che Mario Marazziti, portavoce di Sant’Egidio, racconti al fondatore e ministro Andrea Riccardi l’interim a Marco Simeon per Rai Vaticano; nonostante Marazziti sia il più esperto dirigente di viale Mazzini per la Chiesa. Non resta che Casini, anzi: non resta che piangere. Adesso che tornano i moderati come il caschetto di Caterina Caselli, i cacicchi Rai si truccano per un profilo istituzionale: che vuol dire tutto, che può dire niente. Ma che significa: arrivederci Augusto Minzolini.    IL PRESIDENTE Paolo Garimberti ha stretto un patto con Lorenza Lei: inchiesta carta di credito aziendale, se arriva il rinvio a giudizio per il direttorissimo, l’udienza è prevista il 6 dicembre, un calcio io e un calcio tu, cioè un calcione collettivo, mandiamo fuori l’ex Squalo. Minzolini finge sicurezza: “Ancora con i miei viaggi, le mie note spese: basta! Il mio destino in Rai va oltre le questioni giudiziarie. Forse ho commesso un errore”. Silenzio. Errore? “Sì. Ho presentato le ricevute senza specificare chi mangiava con me. Sa perché?”. Vacanze? “No, erano mie fonti. Non posso svelare fonti riservate”. Un giorno Minzolini disse: “Quando Berlusconi lascia palazzo Chigi, io vado via”. E adesso, direttore? “Sono ancora qui. Non mi preoccupa sapere per quanto tempo. Il mio era un discorso profondo: è chiaro che le maggioranze in Parlamento influiscono sul servizio pubblico”. Lei, però, nei secoli fedele? “Non mi riposiziono. Dice che il Tg1 sembra pluralista?”. Avete mandato un minuto del commiato di Berlusconi, il discorso registrato a palazzo Chigi: “No, erano due minuti. Forse ha ragione, potevamo fare di più”. L’episodio descrive bene le identità smarrite al Tg1. Domenica scorsa, battuto e sbattuto, il Cavaliere registra un video. Al giornalista Mario Prignano, che bastonava i giornali con la rubrica Media, spetta l’ingrato compito di tagliare il verbo berlusconiano. Più realista del re, Prignano tosa il discorso di Berlusconi, e Minzolini s’incazza di brutto. Per rimediare, il direttorissimo ordina ai colleghi di Speciale Tg1 di fare uno sforzo: male, malissimo, Monica Maggioni manda il servizio sui titoli di coda, quando il pubblico notturno di Gigi Marzullo è ormai crollato sul letto. Francesco Ruttelli, a distanza di tre anni, ritrova un’inviata del telegiornale: “Ti hanno scongelato?”. Al Tg1 passano Di Pietro che sotterra il Cavaliere e il pm Ingroia che elogia le intercettazioni: sacrilegio. Oppure coincidenze, dice Antonio Di Bella (Rai3): “Ho chiesto e ottenuto l’Annunziata ogni sera. Impossibile un anno fa”.    Corradino Mineo (Rainews) si sfoga: “Il Consiglio ha nominato sotto dettatura di Marina Berlusconi”. E il Cda di centrodestra, a guida Mauro Masi, che sputò sui 350 milioni di Sky, spinge la Lei nell’angolo: “Riprendiamo i contatti con il gruppo di Murdoch”. Il debito fa paura, la disoccupazione ancora di più.

di Carlo Tecce, IFQ

20 ottobre 2011

Star Academy, cronaca di un disastro annunciato

Cronaca di un flop annunciato. L’ennesimo. Sostituire Santoro con Star Academy era un po’ come chiedere a Renzo Bossi di interpretare Jake La Motta nel remake di “Toro scatenato” e lo stesso format, nove anni fa, era stato bocciato su Mediaset col nome iettatorio di Operazione trionfo. Eppure, almeno all’inizio, Rai e soprattutto Endemol ci credevano. Chi scrive ha partecipato alle 3 puntate di Sabato Academy, l’appendice processuale, e ha visto cose che voi umani eccetera. Contratti all’ultimo momento, defezioni e scelta sconsiderata di andare in onda il giovedì sera. I 16 concorrenti erano bravi (ma non si è capito). La prima puntata è un dramma. Problemi tecnici, stecche come se piovesse e Biagio Antonacci – di per sé non Demetrio Stratos – che esegue una cover di Bruno Lauzi affascinante quanto può esserlo uno strip di Borghezio. Si capirà poi il problema: il service che ha vinto la gara d’appalto per il supporto audio era quello (pare) più economico. La mattanza è accentuata da un regolamento oltremodo farraginoso: voti da 1 a 20 (perché?), duetti su duetti. Facchinetti sembra ancora dentro X Factor (“Popolo italiano”, “Push the button”, “Anche Santoro ci sta guardando”. Come no). Anche i giurati non convincono: Lorella Cuccarini, Roy Paci, Nicola Savino e Ornella Vanoni. L’unica a non dare valutazioni non buoniste. La sua refrattarietà ai ritmi tivù – innumerevoli i “Mi scappa la pipì” fuori onda (ma era in onda) – la rende per contrasto funzionante. Tra i tutor piace Ron; gli altri, boh. Passi Syria, sinceramente retorica, ma sfugge cosa possa insegnare il buon Grignani a un giovane (a parte rasare l’aiuola ). Ficcante l’apporto di Mietta, che esorta ad avere “presunzione sul palco”: evidentemente il “trottolino amoroso dududadada”, senza alterigia, non avrebbe funzionato. Gli ascolti sono un calvario: 6,5 di share, derisi e disgregati da Don Matteo (mica niente). La Rai fa però sapere che non chiuderà Star Academy perché crede nel progetto. Al sabato, anzi venerdì sera perché il “processo” va in differita, l’umore è nero. È triste persino il buffet, mesto come una Quaresima. C’è però la convinzione che, con qualche accortezza, la seconda puntata spaccherà. Il superospite è Claudio Baglioni, che gorgheggia sontuosamente ma non risolleva l’audience: 5,5. Nek è Nek e Jarabe de Palo, che in vita sua    ha beccato a fatica mezzo hit, manda in nomination tutti i concorrenti con cui duetta:    più che un cantante, un meteorite. Venerdì fanno sapere che il programma andrà avanti altre due puntate, ma i ragazzi non devono saperlo. É scomparso il buffet e l’allegrezza si fende con un grissino. Autori (bravi) e Daniele Battaglia (garbato conduttore del sabato) ironizzano: “Stiamo inventando l’auditel-capodanno . Sei, cinque, quattro”. Sono profetici, la terza puntata fa poco più del 4. L’ospitone è Luca Carboni (uh), Grignani sbaglia i nomi (Scia-scia diventa “Sasha”) e Facchinetti ha il cipiglio della gioiosa macchina da guerra di Occhetto. Vengono eliminati 5 cantanti, per simulare una semifinale. I microfoni mal funzionano, Roy Paci sembra una comparsa muta dei Sopranos e la Cuccarini si è pettinata contromano dentro la galleria del vento. La Rai, constatata la Waterloo, decide – venerdì scorso – di non fare la quarta puntata serale, allestendo un finale raffazzonato al sabato pomeriggio : senza orchestra e senza giuria. É tornato il buffet, saturo di zucchine depresse e farro scondito. I concorrenti paiono dead (wo)men walking. Qualcuna, come la giovine Julia, polemizza perché “non somiglio mica a Giusy Ferreri”: forse la presunzione di cui parlava Mietta era quella. Commossa più del solito, Syria abbraccia i ragazzi urlando che “meritavate di più”. A tarda notte i cantanti vengono informati delle novità. Scatta l’ammutinamento. Rai ed Endemol minimizzano. Poi, lunedì, vincono ragazzi e tutor: niente epilogo farsa. Con un comunicato stampa, la Rai solleva Facchinetti – incontenibile su Twitter – da ogni responsabilità. E stasera parte X Factor su Sky. Star Academy chiude dopo tre puntate e senza vincitori. Strozzato nella culla. C’era di meglio, ma anche di peggio. Viva la Rai, quanti geni lavorano per noi.

di Andrea Scanzi, IFQ

Il conduttore Francesco Facchinetti    (FOTO LAPRESSE)

7 ottobre 2011

Balla + balla = verità

Liberatasi finalmente di Santoro, Dandini e Saviano, la Rai ha perso 1 milione e mezzo di telespettatori in un mese grazie anche al contributo straordinario di sfollagente da competizione come Minzolingua, Vespa e Ferrara. L’unica rete che guadagna qualcosa è Rai3, che si ostina a puntare su Fazio, Gabanelli, Iacona e Floris. Ma, a neutralizzare anche queste pericolose macchine da share, che tanto fastidio danno a Mediaset, provvede da par suo la commissione di Vigilanza, che l’altroieri ha partorito un’altra genialata: quella del doppio conduttore. L’idea è venuta, in esclusiva mondiale, al pizzuto camerata Alessio Butti. Il suo atto di indirizzo, anziché suscitare l’immediato arrivo dell’autoambulanza, ha raccolto vasti consensi nella maggioranza e non solo: il Pd, dopo una strenua “mediazione” che ha coraggiosamente strappato il rinvio della fucilazione dei conduttori sgraditi, alla fine si è astenuto, esausto. Dunque, recita l’art. 7 dell’atto impuro, “la Rai dovrà studiare e sperimentare format di talk show che prevedano la presenza di due conduttori di diversa formazione culturale, a garanzia del pluralismo”. E già il fatto che sia richiesta una formazione culturale purchessia ha comprensibilmente gettato nel panico Minzolingua. Ma era tutto un equivoco: la diversa formazione culturale dei due conduttori significa che uno sa leggere e l’altro sa scrivere, oppure uno deve esibire la laurea, mentre per l’altro basta la licenza elementare. Il passo successivo della sperimentazione dovrà seguire una serie di linee guida ancora top secret, che il Fatto è in grado di rivelare. Qui Radio Londra. Anche Ferrara verrà affiancato da un sosia all’incontrario: un tipo smilzo, simpatico, sbarbato, equilibrato, mai stato comunista né spia della Cia né craxiano né berlusconiano né ratzingeriano né bushista, ma soprattutto sano di mente, capace di posizioni diverse da quella genuflessa e possibilmente non allergico allo shampoo e al dentifricio. Porta a Porta. Se Vespa dice che B. è stato assolto, un antiVespa dovrà dire che è stato condannato. Il fatto che sia stato prescritto non importa: conta garantire il pluralismo fra le bugie. Cambierà anche il titolo, “Balla a Balla”. L’ideale sarebbe affiancare all’insetto un altro insetto uguale e contrario: tipo il conduttore de La Zanzara, che del resto scrive su Panorama come Vespa. Previsioni del tempo. A ogni annuncio di alte pressioni in arrivo, dovrà seguirne uno sulle basse pressioni in agguato; se il colonnello del Servizio meteorologico dell’Aeronautica dice che fa sole, qualcuno di diversa formazione culturale (tipo un chirurgo plastico) dovrà dire che piove. E così via. Estrazioni del Lotto. “Bari 7, 23, 42…”, ma anche “Bari 12, 56, 74…”, a piacere. Domenica sportiva. Se il moviolista sostiene che il rigore o il fuorigioco non c’era, un altro moviolista farà di tutto per dimostrare che c’era. Se un ospite in studio dice che un giocatore è una pippa, occorrerà trovarne un altro per sostenere a stretto giro che è un fuoriclasse. Se proprio nessuno se la sente, si prende il primo che passa per la strada e lo si prega di leggere il copione. Tg1. Ogni qualvolta il conduttore berlusconiano racconterà una balla, cioè sempre, un giornalista vero (pare ne esistano ancora, persino alla Rai) spunterà da sotto la scrivania per scandire: “Non è vero niente”. Il giornalista in questione potrà essere sostituito da un annuncio audio preregistrato e preceduto da un plin-plon, come ai grandi magazzini. Quando poi Minzolingua terrà i suoi celebri editoriali, una controfigura uguale e contraria (capelluta, informata, senza zeppola e dotata possibilmente di una lingua di dimensioni normali) siederà al suo fianco e ripeterà frase per frase sostituendo i “sempre” con i “mai”, i “sì” con i “no”, le leccate con i fischi. Se infine il premier dice “forza gnocca”, si fa come si è sempre fatto: si censura la notizia. Oppure si annuncia che ha detto anche “forza pisello”.

di Marco Travaglio, IFQ

15 settembre 2011

Ego nos absolvo

L’altra sera al Tg1 una minzolina bionda presentata come “nostra inviata” nel senso che la paghiamo noi, interrogava severamente il procuratore di Napoli, Lepore, come se fosse lui l’imputato. Il tono era quello del “come si permette di convocare il premier?”. L’alto magistrato tentava di difendersi come poteva, ma l’impressione che i telespettatori ne ricavavano era che fosse (lui) reticente. Non si batteva il petto, non si discolpava, non chiedeva scusa per aver osato tanto. Intanto, dalle nuove intercettazioni, oltre alla conferma che aveva ragione l’Espresso sulla telefonata in cui B. istiga Lavitola alla latitanza, si scopre che gli ha pure garantito l’assoluzione: “Vi scagiono tutti”. Ecco, oltre all’imputato, al testimone e al pagatore dei medesimi, ora fa pure il giudice (a quando il cancelliere?). Tanto la cosiddetta informazione l’ha già assolto, dando per scontato che la legge è uguale per tutti fuorché per lui. Il caso ultimo è da manuale: non la solita indagine per uno dei tanti reati commessi da B., ma l’evenienza del tutto inedita di un’inchiesta su un reato commesso ai suoi danni. Dunque lui, com’è sempre avvenuto in tutto il mondo, dev’essere sentito come testimone-parte offesa: obbligato a presentarsi, a parlare e dire la verità. E, siccome non deve difendersi da nulla, senz’avvocato. La legge parla chiaro: se il testimone non si presenta la prima volta per un impedimento (che dev’essere legittimo, non una missione all’estero inventata apposta per l’occasione), può rinviare di qualche giorno. Ma poi, se continua a scappare, lo vanno a prendere i carabinieri. Siccome però è un parlamentare, per l’accompagnamento coatto occorre il permesso della Camera. E la maggioranza, essendo roba sua nel senso che se l’è mezza nominata e mezza comprata, lo negherà. A quel punto, ai giudici non resterà che rivolgersi alla Consulta per sollevare conflitto di attribuzione contro il Parlamento della (ultima) vergogna. Intanto in carcere c’è un signore, Tarantini, che attende di sapere se i giudici che l’hanno arrestato sono competenti: per saperlo occorre sentire B. su modalità, ragioni e luoghi dei pagamenti. Ma questo, ai garantisti all’italiana, non interessa. Infatti, anziché chiamare le cose con il loro nome, si son messi a strologare sull’ennesimo “scontro fra giustizia e politica”. Come se un pm che convoca un teste per rispondere alle domande potesse esser messo sullo stesso piano di quel teste che, avendo la coscienza lurida, sfugge alla Giustizia al punto da piegare non solo il Parlamento, ma anche le massime istituzioni europee ai suoi porci comodi. L’altroieri i siti del Corriere e di Repubblica titolavano sul presunto “scontro”. Ieri il Pompiere, per cambiare un po’, titolava a tutta prima pagina “Sfida tra i pm e Berlusconi”, mentre il pompierino Massimo Franco deplorava la “nuova guerra”. Sugli house organ, scontro e guerra diventavano comicamente “Silvio prigioniero politico”, “Il ricatto dei pm”, “L’ultima minaccia dei pm” (il Giornale), “Vogliono arrestare Silvio” (Libero). Secondo Belpietro, “i pm durante l’interrogatorio tenteranno di far scattare le manette per falsa testimonianza” (non sa, il pover’uomo, che l’arresto in flagranza per false dichiarazioni, voluto da Falcone contro l’omertà delle vittime di mafia, fu abolito da destra e sinistra nell’estate ‘95). Il Corriere ipotizza addirittura che, per evitare l’inesistente “conflitto istituzionale”, il testimone B. venga sentito con la badante Ghedini al fianco. Unico caso al mondo di teste interrogato col difensore. Il cronista scrive giustamente che, “senza il sostegno del difensore”, l’interrogatorio avrebbe “conseguenze imprevedibili”. Oh bella, e quali? Forse il Corriere vuole comunicarci che un mentitore professionale non potrà che mentire ai pm? E allora perché non lo scrive in prima pagina, invece di farfugliare di “scontri”? Chi pensa che, caduto B., l’Italia tornerà alla normalità è un povero illuso: B. prima o poi passa. Ma questa informazione indecente resta.

di Marco Travaglio, IFQ

5 agosto 2011

La Rai va indietro, tutta

“Il panorama è desolante, ma il servizio pubblico si chiama così perché deve garantire qualcosa di buono”

Il fattaccio accade ogni mattina alle ore 7 precise. Su Rai2 l’esodo è massiccio: dall’8% di share si precipita al 3. E la giornata comincia con un sottile dolore per una piccola ma tenace comunità: gli arboriani duri e puri.    Caro Renzo, è tutta colpa sua.    Ebbene sì, lo confesso. Stanno mandando in onda le repliche di Indietro tutta e c’è un sacco di gente che mi ferma per strada raccontandomi la puntata del giorno. Dicono: mi alzo apposta per guardare lei e Frassica, poi quando finisce il programma spengo la tivù.    Gruppo d’ascolto retrò.    Mi fa molto piacere, ma anche un po’ di tristezza. Perché sono un accanito telespettatore e mi ostino a guardare la tivù: il panorama è desolante.    Parla della Rai?    La tv commerciale può fare ciò che vuole, deve badare agli interessi economici, per carità. Ma il servizio pubblico si chiama così perché ha il compito di garantire a tutti qualcosa di buono.    Invece?    La Rai era una corrazzata, sta diventando una bagnarola. Ci sono entrato nel 1964 per concorso, ero maestro programmatore musicale. Ho fatto tutta la gavetta necessaria, lì dentro c’era tanta gente in gamba e le idee diventavano progetti con grande divertimento di tutti.    Che succede oggi?    La politica ha preso il sopravvento, nessuno più s’interessa davvero al prodotto, a quello che la gente vede la sera a casa. L’ultima stagione buona che ricordo è stata quella di Cattaneo, da lì è andato tutto in picchiata.    Quest’anno tanti addii e incertezze, da Annozero alla Dandini, dalla Gabanelli a Saviano, sembra una gara a scaricare chi garantisce ascolti. E identità.    Ho seguito tutte queste vicende sui giornali, trovo incredibile la deriva che ha preso la gestione del patrimonio Rai. A me sta benissimo vedere in onda Pierluigi Paragone, ma voglio che ci sia pure Santoro. Stesso discorso per gli altri talenti che andrebbero valorizzati e non messi all’angolo. Si sono persi anche la Ventura, non so chi resterà a reggere l’immagine Rai.    Repliche mattutine a parte, le hanno chiesto di pensare a qualcosa di nuovo?    No.    Eppure due risate ci starebbero bene, visto il momento.    Lo so, ma consideri che l’ultimo lavoro l’ho fatto gratis. Presentavo l’ottimo programma musicale Doc assieme all’amico Elio e relativa compagnia. Quindi anch’io mi sono offerto a costo zero, come Benigni e Santoro, ma per un progetto serio serve la volontà di tutte le parti. Certe cose si fanno in due.    Lorenza Lei, attuale direttore generale Rai, fu una sua scoperta. La ragazza ha fatto carriera.    È vero, Lorenza iniziò con me, ma ormai per combinare qualcosa in Rai occorre incastrare mille variabili complesse. Il problema vero è che il tuo passato, ciò che hai in curriculum, conta meno di tutto il resto.    S’è offeso perché a capo di Rai5 hanno messo il leghi-sta Massimo Ferrario anziché promuovere lei?    Quando mai, quella era una voce assurda. È vero che la rete mi ospita da qualche tempo, ma non ho mai pensato di poter aspirare a quel posto. Basti dire che Oggi qui, domani là, il programma ora in palinsesto, ha la messa in onda alle ore 20. Cioè in contemporanea ai tg. Direi che le mie chance di avere un ruolo lì dentro sono lampanti.    Pensare che Rai5 sarà la rete ufficiale dell’Expo 2015, la vetrina dell’Italia nel mondo, una sua vecchia passione. Cosa si potrebbe fare per rilanciare l’azienda (e magari l’idea che ha di noi il mondo) in questo frangente?    È dura, perché gli uomini-macchina, come li chiamava Guglielmi, sono stati fatti fuori tutti: chi in pensione, chi liquidato con un po’ di soldi, chi messo a passar carte. È difficile ricominciare.    Ha mai pensato di andare altrove? Passare alla concorrenza è stata la soluzione per molti.    Non se ne parla. Continuo a guardare dall’alto in basso chiunque quando mi ricordo che io lavoro per la Radio Televisione Italiana. Compresi quelli che adesso sono là senza esserne all’altezza.    Testardo.    Voglio finire così, fedele alla missione. Anche se non mi fanno sparare le ultime cartucce fa niente. E comunque continuo a godermi i miei concerti, le mie cosucce. Sono a Capri in questi giorni a ri-presentare Il Pap’occhio, vecchio film tuttora divertente. Mi butto sul cult, che altro devo fare? Voi avete notizie su quel che succede in Rai a settembre?    Ci si prova, ma è un’arte divinatoria.    Vabbè, tanto continuo a leggervi ogni giorno, resto aggiornato.    Ma allora lei non vuole proprio mettere la testa a posto, queste sono dichiarazioni pesanti.    Il viziaccio di dire la verità non me lo tolgo. Ormai è troppo tardi.

di Chiara Paolin, IFQ

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