TG1, noia e pastoni. Maccari va peggio di Minzo

Squadroni di inviati in viaggio con il Papa, instancabili cronisti al seguito di Mario Monti, pastoni faticosi da masticare (cioè dichiarazioni in fila indiana) con le solite battute che iniziano con i partiti di destra e finiscono con i partiti di sinistra, e intervalli costanti fra dipiestristi e bossiani e presidenti di Camera e Senato. Non ci sono più le previsioni del meteo e le rubriche per punzecchiare i colleghi giornalisti, e nemmeno i servizi che svelano le mutande antiscippo, ma il Tg1 di Alberto Maccari, democristiano convertito al berlusconismo, va peggio di un illustre successore che nessuno rimpiange, Augusto Minzolini. Forse c’è nostalgia per l’editoriale con la coreografica libreria e i pezzi talmente sfacciati che superavano la satira, eppure al pubblico di Maccari, media del 23 per cento di share in 4 mesi, mancano 400 mila telespettatori e 2,3 punti di share rispetto al direttorissimo che esagerava con la propaganda di centro-destra e la carta di credito aziendale.

MACCARI non poteva recuperare la credibilità smarrita in tre anni di epurazioni e censure, e non poteva neanche – nel ruolo di pensionato che vola per l’ultimo giro – rinnovare la struttura ereditata. Ovvio il risultato: Rai1 trasmette un telegiornale stile Minzolini senza Minzolini, molto più sobrio, molto più noioso, molto più equilibrato. I due vicedirettori Fabrizio Ferragni (teoricamente vicino al Pd) e Gennaro Sangiuliano (praticamente aderente agli ex di An nel Pdl), grandi collaboratori di Minzolini, cucinano il giornale (pastone incluso), che poi Filippo Gaudenzi, caporedattore in odore di promozione, corregge con mani sapienti. Mai esagerare con L’Aquila e la ricostruzione dimenticata, in onore all’amico Bertolaso; mai creare imbarazzi in Vaticano, sepolta l’inchiesta del Fatto con le lettera fra cardinali; ottimo riportare il testo in cui Obama cita Monti, a margine di un incontro ufficiale però, per giustificare le beatificazioni sui giornali. Alberto Giorgino, invece, attraversa un momento complicato: fallito l’ammaraggio sui berlusconiani e freddino il rapporto con l’Udc di Pier Ferdinando Casini, resta in mezzo aspettando che il maltempo passi come quando si vedeva costretto a indicare l’anticiclone delle azzorre in agguato al Brennero. Sempre presente e vigile, Maccari si gode la gloria che arriva in ritardo, proprio mentre stava per andare in pensione. A dicembre fu richiamato in sella per accontentare il centrodestra e salvare le mediazioni del direttore generale Lorenza Lei.

ORAMAI i due sono uniti da un destino incontrollabile: appena il governo Monti nominerà il nuovo Consiglio di amministrazione, lasceranno le rispettive poltrone. Maccari ha un contratto di dodici mesi che scadrà il prossimo 31 dicembre, ma incombe la clausola infilata dal dg Lei per raccattare i voti in Cda: l’azienda può sostituire il direttore senza rischiare ricorsi. Siccome l’ha scelto Silvio Berlusconi insieme con la Lega Nord, e in viale Mazzini le repliche vanno spesso in onda, l’ex vice di Clemente Mimun ha debuttato a una cena del Pdl con il Cavaliere ospite del deputato Melania Rizzoli. Il Tg1 di Maccari ha un sapore neutro. Quando scorrono i titoli di coda è come se non fosse mai cominciato. Ci vuole coraggio a riavvolgere il nastro di una decina di edizioni e scoprire che esiste un unico messaggio per i telespettatori, fra decine di microfoni che ruotano per soddisfare l’intero arco istituzionale e parlamentare: viviamo “una parentesi di pace”. E come la racconta Maccari, questa pace? “Partiti dimostrano responsabilità” oppure “La Cina è interessata al nostro Paese” e ancora “Vasco Rossi incanta la Scala”. In piedi.

di Carlo Tecce, IFQ

Alberto Maccari direttore del Tg1 (FOTO EMBLEMA)

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