The Ballist

L’unica volta che incontrai Marcello Veneziani fu circa 15 anni fa all’Università di Castellanza, dove seguivo un convegno organizzato da Di Pietro. Veneziani, relatore, si aggirava scodinzolante in zona buffet. Poi naturalmente, nella migliore tradizione italica, da manipulitista divenne antimanipulitista appena girò il vento. Domenica, nella sua ultima reincarnazione di editorialista del Giornale, commentava a “Prima pagina” su Radio Rai la sentenza Mills, tutto giulivo per la prescrizione del suo spirito guida. Un signore da Venezia domandava il perché di tanta gaiezza, visto che la prescrizione non è un’assoluzione, anzi il contrario. Veneziani sfoggiava la sua scienza giuridica, sostenendo che la prescrizione svolge le funzioni dell’estintore e il giudice che la applica quelle del pompiere per “rasserenare il clima, disinnescare una situazione manichea che avrebbe capovolto il governo e salvare le due posizioni opposte: chi sostiene che Berlusconi fosse colpevole e chi l’accanimento giudiziario a fronte di una mancanza di prove”. Insomma “la giustizia si è fermata un attimo prima, per una causa superiore, rappresentata dalla salvezza di un Paese stressato”. Ecco: se nel Medioevo i Longobardi ricorrevano al giudizio di Dio, ora i giudici lombardi usano una nuova forma di ordalia: la prescrizione di Dio. A quel punto, sventuratamente, agguantava la linea uno competente: Francesco Messina, giudice a Trani, che tentava pazientemente di spiegare la prescrizione al ricciuto giureconsulto: “Non è vero che il giudice, con la prescrizione, si ferma un attimo prima. Lo scopo del processo penale è accertare i fatti, non condannare o assolvere. Se io le rubo la bicicletta e il giudice accerta il mio furto oltre il termine di prescrizione, non è che la bicicletta torna indietro. La motivazione (e qui invito gli ascoltatori, quindi anche i giornalisti, a leggere le motivazioni della sentenza dei colleghi di Milano), dirà che la bicicletta l’ho rubata, ma il tempo è decorso. I provvedimenti sono motivati, il giudice accerta i fatti. Poi, visto che il processo è pubblico, i fatti saranno noti alla pubblica opinione, che potrà valutare quanto accaduto e le persone coinvolte. Questo è il meccanismo giuridico”. Veneziani, che aveva detto esattamente il contrario, si affrettava a ingranare una penosa retromarcia, fingendo di aver detto le stesse cose: “Il meccanismo lei lo ha descritto perfettamente e non c’è nulla da aggiungere. Io mi limitavo a leggere la implicazione, come dire, politica e civile, non il dispositivo giuridico che poi verrà reso noto. Cioè il fatto che la prescrizione consente oggi di chiudere questa partita, evitando una frattura lacerante, insostenibile, per il nostro Paese. Una considerazione totalmente extragiuridica sulla governabilità, il clima del nostro Paese. Poi naturalmente ci sarà il dispositivo della sentenza…”. Ne avesse azzeccata una: il dispositivo è stato letto sabato, quello che manca è la motivazione. Vedremo, se questa dirà che B. è un corruttore impunito, come (e soprattutto se) la commenterà Veneziani. Intanto un altro giurista per caso, il poveretto mèchato di Libero, definisce “spettacolare cazzata” quel che anche noi abbiamo scritto, e cioè che il primo scopo del processo penale è accertare i fatti. A suo autorevole avviso, “i processi servono proprio a condannare o ad assolvere: i fatti appartengono agli storici, non ai magistrati”. Non sa, il tapino, che da anni la Corte costituzionale (sentenze n. 24 del 31.1.1992, n. 254-255 del 3.6.1992, n.60 del 24.2.1995, n. 361 del 2.11.1998) ripete che il processo serve all’accertamento della verità: altrimenti non si saprebbe chi è colpevole e chi è innocente, l’art. 533 del Codice di procedura non prevederebbe la condanna “se l’imputato risulta colpevole… al di là di ogni ragionevole dubbio” e non occorrerebbe motivare le sentenze. Ma è comprensibile che gli impiegati di Craxi e poi di B. i fatti non li vogliano conoscere: dev’essere seccante lavorare per i ladri.

di Marco Travaglio, IFQ

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