Posts tagged ‘Formigoni’

5 ottobre 2012

Palazzo Lombardia, 400 milioni buttati per grandeur celeste

L’eliporto di Palazzo Lombardia funziona regolarmente. Almeno quattro atterraggi (e decolli) al giorno. Sarebbero vietati: il Tar, a fine luglio, ha accolto il ricorso dei residenti della zona e deciso lo stop ai velivoli per il “troppo rumore”. Ma siamo nell’efficientissima Lombardia formigoniana e sono bastati pochi giorni per individuare l’escamotage. “La sentenza del Tar si riferisce all’uso del palazzo come elisuperficie, ma noi abbiamo anche il certificato di eliporto. Per questo gli elicotteri possono regolarmente alzarsi in volo”, ha dottamente spiegato Antonio Rognoni, direttore generale di Infrastrutture Lombarde, la società (voluta e creata dal Celeste) che gestisce la nuova sede.

IL RUMORE è lo stesso, ovviamente. Ma tant’è, questa è la cattedrale del potere formigoniano, quella creata radendo al suo-lo il Bosco di Gioia: un polmone verde di diecimila metri quadri di alberi sostituito con 30 mila metri quadri di cemento e vetri in verticale, con un grattacielo di 39 piani da cui il Celeste, che si è riservato il 35esimo, domina indiscusso. Dopo sedici anni di egemonia al governo della Regione, Formigoni è riuscito a coronare uno dei suoi sogni: realizzare “un’opera straordinaria che ci invida il mondo, avveniristica”. Sublime, unica: “Dai tempi degli Sforza è il primo palazzo milanese pensato con funzioni di governo”, disse inaugurandolo a marzo al fianco di Giorgio Napolitano. Un gigante di 161 metri d’ altezza, progettato da Henry Cobb di Boston, realizzato in tempi record per gli standard italiani (4 anni) e costato 400 milioni di euro. Una cifra enorme. “Ma ce ne fa risparmiare 25 all’anno di affitti che pagavamo per ospitare i nostri uffici che ora porteremo qui”, garantì lo Sforza da Lecco. Di fatto, nella nuova sede, sono stati trasferiti 2850 dipendenti: ma oltre un terzo della struttura è ancora vuota. Quasi deserti invece gli uffici che ospitavano il consiglio regionale in via Fabio Filzi spostati nel Pirellone (la vecchia sede realizzata da Giò Ponti) quando Formigoni ha “aperto” Palazzo Lombardia, pur conservando il suo vecchio ufficio in caso di eventuali interventi in aula. I palazzi distano appena ottocento metri, ma il Pirelli non ha l’eliporto. Il passaggio di consegne è avvenuto a fine febbraio. Prima ha tentato di affibbiare la vecchia sede al governo, proponendo di portare qui i famosi ministeri al Nord di Roberto Calderoli. Inascoltato ha deciso di consegnare le chiavi al presidente del consiglio Davide Boni. Dopo dieci giorni indagato per corruzione: secondo i pm ha ricevuto tangenti per oltre un milione di euro.

AFFIDATO il Pirelli in buone mani, Formigoni ha attraversato due strade, raggiunto il suo castello e si è attivato per popolarlo. Ai piedi del grattacielo, sulla piazza centrale coperta (creativamente battezzata piazza Città lombarde) sono affacciate decine di vetrine di negozi: fino a pochi mesi fa vuote. Ancora prima dell’estate c’erano appena due bar, ma la piazza si sta animando. Ora c’è anche una palestra, un paio di negozi, una tavola calda. E la piazza, spesso, si riempie: la protesta degli agricoltori non è andata sold out, grande successo ha invece avuto il “libera la sedia”, la manifestazione organizzata per invitare Formigoni ad andarsene.

Il Celeste qui ha ospitato anche The apprentice, il programma condotto da Flavio Briatore, e la finale del Grande Fratello. Criticato, si difese piccato, paragonando l’evento con i concerti organizzati da Obama alla Casa Bianca e il festival della musica promosso da Sarkozy all’Eliseo. Per coinvolgere la popolazione e portarla nel castello, Formigoni ha anche aperto il belvedere e la terrazza al 39esimo piano. In occasione di San Valentino, ad esempio, invitò tutti gli innamorati: “Ditevi di sì nel cielo di Milano”. Accorse in massa la comunità gay, desiderosa di baciarsi nel tempio ciellino più che nel cielo meneghino. Perché anche su questo Formigoni è stato smentito dai fatti: “Abbiamo realizzato il grattacielo più alto d’Italia”, ha orgogliosamente dichiarato. In realtà è stato superato dal vicino palazzo di Cesar Pelli: 230 metri dal suolo alla cima della guglia. Formigoni ha dato battaglia: “Non vale, avete la guglia”. Il battibecco è andato avanti per settimane.    È intervenuta anche Daniela Volpi, presidente dell’ordine degli architetti lombardi. “È una querelle buffa, gli americani giocano da un secolo con le antenne per realizzare il grattacielo più alto, dall’Empire al Chrysler Building”, ha detto. Ma se non basta il Tar a fermare il Celeste, figurarsi un architetto.

di davide Vecchi, IFQ

23 aprile 2012

Politica, affari ed esercizi spirituali: i tronisti del Meeting di Cl

Che la politica fosse una delle strade maestre del movimento di Cl lo predicava già Don Giussani. Che forse però non ne aveva previsto la deriva a 5 stelle di yacht, aragoste e consulenze a troppi zeri che l’affaire Formigoni sta scoperchiando. Il governatore lombardo sta partecipando agli annuali esercizi spirituali di Comunione e Liberazione a Rimini, forse per cercare di ricordarsi delle ricevute delle vacanze extralusso alle Antille: “C’è un attacco politico e mediatico senza fondamento, quando ti tirano vagonate di fango ti sale l’adrenalina”. Rimini è Rimini, la passione tra Cl e la politica è un tratto che accomuna deputati, senatori e ministri di destra e sinistra che agitano la foglia di fico degli universali valori cristiani. Del resto, ai funerali del fondatore, nel 2005, si presentò mezzo parlamento: Berlusconi, Bersani, Mastella, Casini, Pera, Letta jr. Palco d’onore di questi reciproci corteggiamenti, il Meeting di Rimini. Un posto dove Dio e Mammona si danno affettuosamente la mano, davanti a un passeggio misto di famiglie con prole numerosa al seguito e uomini d’affari con occhiali scuri e affamati portafogli. Basta dare uno sguardo alla sezione “il Meeting e la politica” sul sito ufficiale: quasi nessuno s’è sottratto all’evangelica passerella. A partire, naturalmente , dagli storici leader della Dc: Forlani, Fanfani, Rognoni, Goria, Gava e molti altri negli anni 80-90, Giulio Andreotti nel 2006. Negli anni della Seconda Repubblica, all’appello non manca nessuno. Certo non il generoso Berlusconi, i cui rapporti con Cl risalgono alla fine degli anni ‘70 quando il cavaliere rampante finanziò il settimanale d’area “Il sabato”.

   Il periodo coincide con la fase piduista di B, ma agli ecumenici ciellini la circostanza non dava fastidio. Al Meeting fu invitato quattro volte: nell’87, nel 2000 e nel 2006 da capo dell’opposizione e nel 2002 con le effigie di presidente del Consiglio. Nessuna meraviglia: don Giussani l’aveva benedetto e investito con un imprimatur importante: “L’uomo della provvidenza”. E infatti, all’alba del nuovo millennio, folle di ciellini accolgono entusiaste B, tanto che l’Ansa batte un lancio intitolato “Berlusconi conquista Cl”, al netto dei consueti insulti alla magistratura che animano il discorso. Ma i guai giudiziari non sono mai stati pregiudiziali per i ciellini: invitarono anche Totò Cuffaro nel 2006, presidente della Regione Sicilia (allora imputato per mafia).

   Con la Lega, che in questi giorni condivide con Cl le grane giudiziarie, i rapporti sono più tempestosi. Il primo Bossi, quello dell’era rivoluzionaria, disse nel 1996: “Dovremo stare molto attenti a come si muovono questi sporcaccioni”. Poi le cose si appianarono e nel 2009, a Rimini sfilano Calderoli, Tosi, Zaia e Cota. Cl appoggerà i candidati padani alle Regionali del marzo successivo. Cota e Zaia restituiranno il favore – come ricorda Ferruccio Pinotti in “La lobby di Dio” – con dichiarazioni pubbliche contro la pillola abortiva. E i compagni? I ciellini non hanno mai amato i comunisti, ma dopo le mille svolte democratiche ci hanno un po’ ripensato. Tant’è che Bersani è stato ospite assiduo della kermesse agostana: da governatore del-l’Emilia Romagna, da ministro dell’Industria e da capo dell’opposizione. Una volta fu invitato perfino alla conferenza stampa di presentazione a Roma, in qualità di testimonial: “Il Meeting è l’occasione per tornare a casa con qualcosa di nuovo a cui pensare”. Tipo gli affari delle coop rosse, sempre presenti al PalaFiera con imponenti stand, per nulla infastidite (anzi) dai vicini della Compagnia delle opere, con cui spartiscono gli affari del Nord. Nel 2003 Bersani e Letta si aggregarono a Lupi, Alfano e Volonté dell’Udc, formando l’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà, l’abracadabra del “modello Formigoni”. E nel 2009, mentre incombevano le primarie per la segreteria del Pd, Bersani si fece un lungo giro di padiglioni ciellini, sorrisi e strette di mano per una giornata di campagna elettorale extra-territoriale. Lo accolse il compagno di intergruppo Lupi: “Ecco il mio candidato”. Ma siccome il Meeting è uno dei luoghi delle grandi decisioni, ci sono sempre andati più che volentieri anche i tecnici governativi. Mario Monti, come commissario europeo, soprattutto Corrado Passera, negli anni di Intesa era un habitué. Vedremo se quest’anno (il tema è il rapporto con l’infinito) si concederanno di nuovo.

di Silvia Truzzi, IFQ

Roberto Formigoni sul palco del Meeting di Rimini (FOTO ANSA)

14 aprile 2012

Sanità e fondi neri, la Lombardia fa il bis

É finito in carcere a Milano un uomo di punta di Comunione e liberazione, molto vicino a Roberto Formigoni. É Antonio Simone, ex assessore regionale alla Sanità, democristiano. L’inchiesta della procura milanese è una costola di quella sul quasi crac dell’ospedale San Raffaele. Riguarda fondi neri per 56 milioni, 11 volte superiori a quelli contestati agli ex vertici della fondazione di don Luigi Verzè. Un flusso di denaro “trasferito indebitamente all’estero”, finito a Daccò e a Simone e proveniente dalla Fondazione Umberto Maugeri, un colosso della sanità.    Simone è accusato di “associazione per delinquere aggravata dal carattere trasnazionale e finalizzata al riciclaggio, appropriazione indebita pluriaggravata, frode fiscale ed emissione di fatture per operazioni inesistenti” insieme al mediatore Piegangelo Daccò (in carcere da novembre per l’inchiesta San Raffaele), Umberto Maugeri, presidente dell’omonima fondazione, Costantino Passerino direttore amministrativo della Fondazione, Gianfranco Mozzali e Claudio Massimo, rispettivamente consulente e commercialista della Fondazione.

ECCETTO Umberto Maugeri, per cui sono stati disposti gli arresti domiciliari per motivi di età, ma che fino alle 21 di eri sera non erano stati eseguiti perché si trova all’estero, gli altri indagati sono stati arrestati dalle sezioni della polizia giudiziaria della procura di Milano. Nell’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip Vincenzo Tutinelli, si fa il nome di Formigoni. Nei mesi scorsi, quando i pm Orsi-Pedio-Pastore-Ruta hanno chiesto all’amministratore Passerino, allora non ancora indagato, come mai la Fondazione Maugeri aveva rapporti con Daccò, il manager ha risposto: perché Daccò ha solidi legami con il presidente Formigoni, legami utili per la Fondazione che aveva bisogno di convenzioni e rimborsi dalla regione Lombardia. Oltre agli arrestati ci sono altri cinque indagati, tra i quali l’ex direttore amministrativo del San Raffaele, Mario Valsecchi, per la gestione di un immobile. La Fondazione Maugeri, secondo la ricostruzione della procura, avrebbe creato fondi neri per 56 milioni di euro a partire dal 2004, grazie a quella che un investigatore definisce “una lavatrice di società estere”. Dal 2004 al 2009 attraverso un sistema di intestazione fittizia di beni e false fatturazioni sarebbero stati creati fondi neri per 30 milioni di euro finiti a società di Daccò. Quei soldi, Daccò li ha divisi con Simone. Sempre secondo l’accusa, dal 2009 al 2011 c’è un altro flusso di denaro “nero” verso Daccò e Simone, che ammonta a 26 milioni di euro. Questo filone d’inchiesta nasce quando i pm, che stanno indagando sul San Raffaele, si imbattono in un’operazione che vede coinvolto l’imprenditore Pierino Zammarchi (indagato). È lui che vende alla Fondazione Maugeri, nel luglio 2011, la Fondazione Ombretta, una casa di riposo che aveva avuto una concessione dalla Regione Lombardia per l’assistenza ad anziani. Per questa operazione Simone, secondo l’analisi della polizia giudiziaria, avrebbe incassato 5 milioni di euro che finiscono prima in Irlanda, poi in Canada e infine arrivano alla società di Daccò, Mtb. La stessa società alla quale, secondo la procura, arrivano decine di milioni di euro anche da altre Fondazioni.

A DARE UNA SPINTA    102alle indagini è stato Giancarlo Grenci, fiduciario svizzero di Daccò, anche lui indagato per il buco milionario del San Raffaele. È Grenci che spiega il giro dei soldi tra i conti di Lussemburgo, Madeira, Malta, Svizzera, Austria e Stati Uniti con fatture fittizie. Per esempio, a un certi punto la Fondazione Maugeri, avrebbe fatturato a Daccò 200 mila euro, invece dei reali 20 milioni per una serie di contratti di ricerca fasulli. Tra questi, anche uno studio sulla presenza di vita su Marte. Questo enorme flusso di denaro, 56 milioni, a cosa è servito? Al momento i magistrati non lo sanno. La cosa che avevano già verificato con l’inchiesta sul San Raffaele, è che Daccò ha molti interessi in Sudamerica (Cile, e Argentina in particolare ); in Italia possiede case in Sardegna e yacht. Su uno di questi, fu fotografato Formigoni. Non si sa neppure se i soldi finiti a Simone si fermano all’ex assessore oppure vanno altrove. Anche Simone è coinvolto nell’indagine sul San Raffaele. Nel dicembre scorso, Grenci spiega ai pm quali sono le società offshore riconducibili a Daccò. E viene fuori il suo nome “… Harmann fu costituita nel 2007 per svolgere consulenze in favore della Fondazione San Raffaele (…). In realtà l’unica fattura fu quella di 510 mila euro… Quasi tutto di questo importo (500 mila euro) Harman l’ha girato a Euro Worlwide (società nordamericana)… Mi ricordo che Daccò ci indicò di trasferire quella somma su un conto nominativo di Antonio Simone”. L’esponente di Comunione e liberazione e Formigoni erano stati citati, nel settembre 2011, anche dalla testimone Stefania Galli, segretaria di Mario Cal, ex vicepresidente del San Raffaele: “Daccò ha usato l’aereo del San Raffaele (…) Ciò è avvenuto di recente in un viaggio in Brasile a cui hanno preso parte anche il dottor Cal (…) e Antonio Simone molto legato a Daccò. (…) Ricordo che una volta mi fu chiesto dal dottor Cal di prenotare un volo per San Marteen a bordo del quale ci sarebbero stati Daccò e Formigoni oltre ad altri passeggeri di cui non ho avuto contezza dell’identità”.

di Antonella Mascali, IFQ

Illustrazione di Emanuele Fucecchi

22 dicembre 2011

Il Presidente Teletubbies

La cosa più divertente – o irritante, a seconda dei punti di vista – è il sorrisino compiaciuto, come a dire: “Sono proprio un mattacchione, vero?”. Roberto Formigoni sa che la comunicazione in politica può essere tutto. Questa volta, però, qualcuno si è divertito alle sue spalle. Il video “Tutti i miei videoclip” sembra uno scherzo fatto da chi gli vuole male. Cinque minuti e 34 secondi (ma sembrano un’ora) per comunicare al mondo che il presidente è uno al passo con i tempi che maneggia con disinvoltura smartphone e tablet. Il set è di un bianco accecante, Formigoni entra in campo con un fioretto in mano, sorriso da mattacchione ed ecco che la spada disegna una “F” sullo schermo, a mo’ di Zorro. Poi cammina a lungo avanti e indietro, si ferma, ammicca, stringe i pugni, alza il pollice, fuori campo scatta un applauso modello sit-com. Seguono altre scenette: Formigoni che sfoglia un finto giornale, che passa in rassegna “le mie interviste” in tre tomi, che compila la sua agenda-lavagna (e di nuovo l’applauso). Quindi, riecco il sorrisetto modello “adesso ti gioco un bel tiro mancino ” e oplà: un gesto dell’avambraccio e compaiono i loghi di Facebook, Twitter e Flikr. Il gran finale dopo 4 minuti: indossa un paio di cuffie, accenna qualche passo di danza con l’aria di chi si diverte un mondo, quindi l’invito (ma sembra una minaccia): “Scarica le mie suonerie!”. Esistono davvero, su formigoni.it  : “Sono Roberto Formigoni, saremo tutti insieme amici!” è l’incipit comune a tutte le dieci varianti di “Insieme per…”. La base musicale si adatta al tema: grunge per i giovani, folk per gli anziani, rock per il lavoro e così via. Formiogoni e il suo staff sembrano andare fieri del prodotto, ma su Youtube i commenti sono spesso irripetibili. Il premio per l’analisi più acutava all’utente gurugugnola: “Sembra un teletubbies!”.

di Stefano Caselli, IFQ

12 ottobre 2011

Quel vanitoso che si crede leader

Ora fa il pretendente al trono di Silvio Berlusconi. Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia e leader dell’ala ciellina del Pdl, per dare l’avviso di sfratto al presidente del Consiglio e mettere in mora il segretario del partito Angelino Alfano, ha scelto una testata “nemica”, Repubblica: Silvio deve annunciare subito che mai più si ricandiderà premier e Angelino deve aprire una trattativa con Pierferdinando Casini per allargare la maggioranza. Queste le condizioni dettate in un’intervista pirotecnica. Gli risponde a muso duro, sul Giornale, Alessandro Sallusti: “Come successe a Fini, anche Formigoni è destinato a prendere una facciata sul muso indipendentemente dal fatto che il governo riuscirà a stare in piedi. Perché è ovvio che il leader di una minoranza dei cattolici (Cl) che sono a loro volta una minoranza del Pdl non potrà mai essere il punto di sintesi di un grande partito laico. Ma l’uomo è vanitoso e in queste ore non resiste alla corte e alle promesse di matrimonio del furbo Casini, che ovviamente gli farà fare la stessa fine riservata a Fini”.    Uomo avvisato… Ma il Celeste non fa una piega e prosegue la sua corsa. Ha difeso Silvio fino a ieri, proteggendo dagli attacchi perfino Nicole Minetti, la Preferita del re del bunga-bunga candidata ed eletta consigliera regionale nel suo listino bloccato. Però ora l’aria è proprio cambiata: se anche Formigoni ha mollato Silvio, vuol dire che anche il mondo politico cattolico da sempre più corrivo con Berlusconi lo dà ormai per spacciato. Formigoni detto il Celeste da anni aspetta che venga il suo momento, per espugnare il partito e succedere a Silvio. Nell’attesa, ha attraversato (indenne) una tale serie di indagini giudiziarie da eguagliare quasi Berlusconi. L’ultima disavventura ha a che fare con le firme raccolte (in modo irregolare, secondo la procura di Milano) per la presentazione della lista Formigoni alle ultime elezioni regionali, proprio quelle in cui Minetti fu imposta in lista. Poi, per parare il colpo e cercare di addomesticare i controlli dei magistrati sulle firme, sono scesi in campo anche gli uomini della P3: senza risultati, in verità, ma ci hanno provato.

NESSUN effetto ha avuto anche la brutta storia del petrolio di Saddam Hussein: sì, Formigoni, grazie al suo rapporto con il braccio destro del dittatore iracheno, il cattolico Tareq Aziz, ha ricevuto dall’Iraq di Saddam la più massiccia tra le assegnazioni di petrolio fatte a italiani, nell’ambito del programma Oil for food. A gestire il business, con misteriose tangenti pagate anche a soggetti italiani, era il suo braccio destro, Marco Mazarino De Petro, poi processato, condannato, ma salvato in appello dalla prescrizione. Solo chi ha memoria lunga ricorda la disavventura capitata nel 2001, quando il Celeste, per compiacere la Lega, fece giurare i suoi assessori “alla Lombardia e al suo popolo”. Era, oltretutto, una data dal sapore patriottico: il 24 maggio. Il Piave non mormorò, in compenso quel giorno arrivò un avviso di garanzia al più potente dei suoi assessori, quel Giancarlo Abelli, uomo forte della sanità lombarda, poi processato per aver ricevuto 70 milioni di lire come “consulenza” dal dottor Giuseppe Poggi Longostrevi, l’uomo delle ricette d’oro che riuscì a sottrarre alla Regione Lombardia molti miliardi di lire, al ritmo di 700 milioni al mese. Ci vuole memoria lunga anche per ricordare che Formigoni, a chi gli faceva presente che un suo assessore, Massimo Guarischi, era in conflitto d’interessi perché era anche imprenditore, rispose: “Abbiamo controllato, tutte le imprese appartengono al padre”.

FINÌ CON UNA bella inchiesta sul Guarischi politico che affidava i lavori al Guarischi imprenditore. Quando poi era arrivata l’alluvione che nell’ottobre 2000 aveva fiaccato la Lombardia, il governatore aveva perso una bella occasione per stare zitto: “Avete visto? Le opere sotto inchiesta hanno resistito, dunque sono fatte a regola d’arte”: il giorno dopo, una delle opere incautamente evocate (l’argine di Crotta d’Adda) crollò. Ma il Celeste prosegue dritto come un treno. A mostrare il loro mal di pancia, di tanto in tanto, sono quelli della corrente “laica” del Pdl, stufi dello strapotere della lobby di Comunione e liberazione, attiva attraverso il braccio secolare della Compagnia delle Opere e forte di una corrente che, partito nel partito, ha conquistato una bella fetta di potere dentro il Popolo della libertà in Lombardia e regola gran parte dei rapporti tra politica e affari in Regione. Da tutte le indagini è uscito indenne. Quella sulla discarica di Cerro. Quella sulla gestione della società regionale Lombardia Risorse (un fallimento da 22 mila miliardi). Quella sulla Fondazione Bussolera-Branca (spolpato un patrimonio di ben 170 miliardi di lire). Quando il Celeste fu raggiunto da un avviso di garanzia per abuso d’ufficio, per la discarica di Cerro Maggiore (proprietà di Paolo Berlusconi) in cui la Regione aveva buttato un mucchio di soldi, la risposta fu durissima: “L’attacco contro di me è tutto e solo politico. È il vergognoso colpo di coda di un sistema politico-giudiziario agonizzante, un tentativo estremo del giustizialismo comunista e centralista”. Sembra di sentire Berlusconi e Bossi insieme. Formigoni non ce li farà rimpiangere.

di Gianni Barbacetto, IFQ

23 agosto 2011

Dal SuperEnalotto alle grandi aziende. La “Las Vegas” di Comunione & fatturazione

Se vuole, posso scattarle una foto vicino al presidente”. Anche no, grazie. Il presidente in questione non è né B. (ci voleva coraggio a invitarlo nell’anno del bunga bunga), né Napolitano, acclamato domenica all’inaugurazione come un messia. Un’ancora di salvezza. Anzi un venerato maestro (cfr Repubblica di ieri, dove Massimo Giannini con precipitoso metus ribattezzava il discorso presidenziale “Lezione di Rimini”). Il presidente che figura in cartonato a dimensione reale all’ingresso del Meeting di Comunione & Fatturazione (definizione coniata da Dagospia) è Roberto Formigoni, governatore della Lombardia. Appena entri ti offrono il suo braccialetto che sembra una gelatina tricolore. E un’avvertenza: il presidente sta raccogliendo “buone idee per l’Italia”, in caso si può lasciare la propria.    A spasso tra Dio e Mammona, nel Vangelo degli sponsor, l’equilibrio è traballante. Ma sono coscienze liberate: i soldi non sono un peccato capitale. Del resto anche i nipotini del Capitale (quello di Marx) hanno ampiamente superato il complesso della ricchezza. E qui c’è anche la Coop – quella che sei tu, chi può darti di più – a far sfoggio dell’educazione al “consumo consapevole”. L’unica cosa “rivoluzionaria” è la merendina naturale anti-obesità. Di rosso c’è pure la Regione Emilia-Romagna, in buona compagnia di molte colleghe: tra Regioni ed Enti per il turismo al Meeting dei ciellini arriva, quest’anno, circa un milione e mezzo di euro.

C’È ANCHE il Lazio (naturalmente Gianni Alemanno è invitato a parlare di Federalismo fiscale, giovedì, con Fassino e Calderoli): “Roma Capitale” attira gli avventori con il solito centurione addobbato alla bene e meglio, scudo e spada di plastica. Dentro ti spiegano “come cambia la mobilità di Roma”. Naturalmente nessuno ti dice che in questi giorni entrare nella metro a Termini è un grand tour nell’inferno. Lì vicino uno stand ti esorta a “scoprire Oasi, la rivista promossa dal cardinale Scola”. Una signora molto mite si avvicina e chiede: “Posso lasciarle un messalino? È gratuito”. Letture per la Messa “commentate per vivere la parola di Dio”. Dentro, tra un passo di Luca e uno di Matteo, c’è il bollettino postale per abbonarsi: l’efficienza non fa difetto. E nemmeno l’organizzazione.

GLI SPAZI per i bambini sono immensi e tutti sponsorizzati. Così Intesa San Paolo (la beatitudine nel nome) ha allestito un enorme tris da pavimento e il Superenalotto trionfa nello Sport village dove centinaia di ragazzini giocano a calcio, basket, pallavolo, biglie. Un grande oratorio arancione dove quando chiedi se si può giocare una schedina ti guardano scandalizzati: “Ma no, qui si fa sport per i giovani”. Infatti, si può giocare al Superenalotto in tabaccheria, qualche padiglione più in là. Scriveva Camillo Langone su Libero che il Meeting sembra Las Vegas senza lap dance. Ma San Marino c’è e lotta insieme a loro con una bella roulette, fiche e croupier inclusi . Non si punta denaro, è “solo per provare”. I mercanti non fanno paura al Tempio e nel gran bazar dell’anima non manca nulla: dal sempreverde Folletto Worker a quelli che ti vendono il cuscino massaggiante. “Ma il giro d’affari è nullo quest’anno, non si vende più. Oggi ho incassato 200 euro, due o tre anni fa ne facevo 1500. Gente ce n’è, ma i soldi no”.

LA CRISI, la manovra, la patrimoniale: non si parla d’altro qui. Con le solite, vuote e insopportabili formule tipo “sistema Paese”, “tavolo per lo sviluppo” o “patto sociale”: la gente non le capisce, capisce solo che siamo più poveri, alla fine del mese mancano soldi e non c’è lavoro. A questo proposito in mattinata l’amministratore delegato di Fin-meccanica, Giuseppe Orsi, si segnala per un’imperdibile paternale contro i neet (acronimo di Not Employed, Education or Training) , ovvero quelli che non lavorano, non studiano e non fanno niente. Secondo lui l’impatto sociale di queste persone è pari chi delinque o si droga, bisogna che questi ragazzi siano disposti a fare lavori transitori, “anche manuali”. E poi con un bel sistema di crediti come all’università si crea il lavoro a punti. Il problema, udite udite, è che “bisogna recuperare l’etica del lavoro”: perché “lavoro ergo sum” (per la serie vaccate cartesiane). Tra i molti applausi di una platea composta quasi esclusivamente di imprenditori paonazzi in blazer blu, qualcuno gli urla: “Ma lei ha provato a cercare lavoro in questo Paese?”.

Il dibattito continua con gli altri manager di Dio: il più civile e presentabile Corrado Passera (ad Intesa San Paolo), Fulvio Conti (ad di Enel che ieri ha incontrato i lavoratori di Porto Tolle), Bernhard Scholz (presidente della Compagnia delle Opere, che sembra un Rudy Voeller arrabbiato). Con loro c’è anche il ministro Paolo Romani, autore della più classica gaffe berlusconiana: prima sostiene che nel Pdl, il “partito del carisma”, bisognerà affrontare il problema della leadership e due ore dopo smentisce (tiratina d’orecchi da Palazzo Grazioli?). Più tardi arriverà anche il compagno di Titanic Maurizio Sacconi. E dopo la visita del lungimirante manager con il maglioncino (spiace per Marchionne ma allo stand della Fiat non c’era un’anima), ieri si è fatto vedere anche Mauro Moretti, trionfante ad di Trenitalia (“trasportiamo 2,5 milioni di passeggeri ogni weekend”). È indagato nell’inchiesta di Napoli sulla P4. Ma non c’è da stupirsi della sua presenza qui: secondo i pm deve qualche favore a Papa Alfonso.

di Silvia Truzzi, IFQ

Il meeting di Cl a Rimini è arrivato all’edizione numero 32 (FOTO ANSA)

5 agosto 2011

Caccia al tesoro di Cl

A giudizio due membri del gruppo di Formigoni. Hanno mentito su “Memalfa”, la cassaforte segreta.

Gli uomini del nucleo d’acciaio di Comunione e Liberazione, i Memores Domini, fanno voto d’obbedienza, castità e povertà. Ma due di loro andranno a giudizio per aver mentito sui soldi che maneggiavano. Sono Alberto Perego e Alberto Villa, appartenenti al medesimo gruppo di cui fa parte Roberto Formigoni, il più noto dei Memores Domini. Gli ingredienti di questa complicata storia da “Codice Da Vinci” sono contratti petroliferi e tangenti internazionali, società di diritto irlandese e una misteriosa fondazione di Vaduz, una barca a vela (“Obelix”) usata da Formigoni e amici, conti svizzeri cifra-ti e soldi in contanti stipati in una scatola nascosta sotto il letto. Perego e Villa dovranno presentarsi davanti ai giudici della settima sezione del Tribunale di Milano – l’udienza è stata fissata per il 22 novembre – per rispondere dell’accusa di aver fatto “dichiarazioni mendaci” al pm che li stava interrogando come persone informate sui fatti nell’ambito dell’inchiesta Oil for food. Hanno mentito, secondo la procura di Milano, sui soldi dei Memores Domini, il supergruppo di Cl. Per questo il processo che inizierà in autunno sarà l’occasione per capire qualcosa di più delle misteriosissime e segretissime strutture finanziarie manovrate dai confratelli di Formigoni.

TUTTO PARTE dallo scandalo internazionale Oil for food. Un’indagine americana scopre che durante l’embargo all’Iraq, Saddam Hussein, all’ombra del programma Onu che permetteva di scambiare petrolio con cibo e medicine, assegnava contratti petroliferi a prezzi di favore in cambio di robuste mazzette impiegate per sostenere il regime (e poi, dopo l’invasione Usa, per finanziare la guerriglia e il terrorismo). La costola italiana dell’indagine Oil for food è stata portata a termine dal pm Alfredo Robledo e da una squadretta di investigatori che hanno avuto elogi ed encomi internazionali e hanno incassato le prime condanne al mondo per questo scandalo internazionale. Il personaggio che ha avuto le più massicce assegnazioni petrolifere fatte a soggetti italiani (ben 24,5 milioni di barili) è Roberto Formigoni, forte della sua amicizia con il cristiano Tareq Aziz, allora braccio destro di Saddam. Le forniture di petrolio sono gestite da aziende suggerite dal governatore, come la Cogep della famiglia Catanese (tra i fondatori della Compagnia delle Opere) che in cambio, secondo l’accusa, paga tangenti per 942 mila dollari in Iraq e 700 mila a mediatori italiani. Per questa vicenda è stato condannato in primo grado e in appello, ma poi salvato dalla prescrizione, anche Marco Giulio Mazarino De Petro, amico e collaboratore di Formigoni, nonché intermediario con l’Iraq. Nella sua indagine, Robledo solleva il velo sul “Codice De Petro”, le attività finanziarie dei Memores Domini, che ruotano attorno a tre società estere chiamate Candonly e a una fondazione di Vaduz di nome Memalfa. Gli uomini che le manovrano sono, oltre a De Petro, tutti Memores del gruppo di Formigoni: Alberto Perego, Alberto Villa, Fabrizio Rota, Mario Villa, Mario Saporiti. Perego, commercialista nato a Brugherio, è stato anche l’organizzatore e il tesoriere di una campagna elettorale di Formigoni. La prima Candonly Ltd nasce nel 1991 a Dublino. “Mandante Sig. Alberto Perego”, dice un memo riservato interno della fiduciaria svizzera Fidinam. Nel 1995 (anno in cui Roberto Formigoni viene eletto per la prima volta presidente della Regione Lombardia), a spartire a metà con Perego il controllo di Candonly arriva il segretario di Formigoni, Fabrizio Rota e subito nei conti della società cominciano ad affluire i soldi (829 mila dollari) di Alenia, gruppo Finmeccanica, interessata agli appalti nell’Iraq di Saddam.

NEL 1997, Candonly passa nelle mani di De Petro. Parte il business petrolifero: la piccola Cogep “ringrazia” Formigoni versando a Candonly oltre 700 mila dollari. Come li giustifica De Petro? “Sono il compenso per la mia consulenza”. Tre paginette dalla sintassi difficile in cui strologa di un “accordo petroil for food”. La Candonly nel 1999 rinasce a Londra, nel 2001 in Olanda. Ma continuano ad affluire i soldi di Alenia e della Cogep. Arrivano anche misteriosissimi soldi da Cuba e dall’Angola, oltre a 50 mila euro dall’italiana Agusta. Il denaro entrato nelle Candonly va in parte su un conto cifrato presso l’Ubs di Chiasso intestato a De Petro; in parte finisce sul conto “Paiolo” presso la Bsi di Chiasso; il resto affluisce su un paio di conti della banca Falck & Cie di Lucerna e di Chiasso, intestati alla Fondazione Memalfa. E qui siamo al cuore del “Codice De Petro”, al sancta sanctorum dei Memores Domini. Memalfa nasce nel 1992 a Vaduz, in Liechtenstein. Beneficiari economici: Alberto Perego e Fabrizio Rota. Che si tratti di uno strumento finanziario dei Memores è dimostrato dallo statuto: prevede che alla morte di uno dei due beneficiari il patrimonio venga assegnato interamente all’altro e, alla morte di entrambi, alla Associazione Memores di Massagno, la filiale svizzera dell’associazione. Sui conti Memalfa di Lucerna e di Chiasso entrano i soldi affluiti alla Candonly. In uscita, Memalfa bonifica denaro al conto “Paiolo” di Chiasso e, dopo il 1997, a un altro conto acceso presso la Bsi di Zurigo. Il beneficiario è sempre Alberto Perego. Lui nega, e per questo sarà processato. Dei Memores è anche la barca usata da Formigoni, “Obelix”, 15 metri. Pagata 670 milioni di lire, 470 dichiarati e 200 in nero. Versati in parte da Formigoni in assegni, in parte in contanti e assegni da De Petro e dai Memores. Tra cui Alberto Villa, che versa 10 mila euro (benché non risulti tra i proprietari della barca). Memalfa, la sofisticata cassa comune offshore dei Memores Domini, è stata chiusa nel 2001. I suoi fondi sono finiti sul conto “Paiolo” di Perego.

di Gianni Barbacetto, IFQ

Roberto Formigoni in vacanza in Sardegna (FOTO OLYCOM)

10 giugno 2011

Expo 2015: Giuliano Pisapia come Letizia Moratti?

La luna di miele è durata soltanto dieci giorni. Poi sono arrivati i problemi reali a rompere l’incanto. Da una parte Giuliano Pisapia, neo-sindaco di Milano. Dall’altra Stefano Boeri, eletto in Consiglio comunale nelle liste del Pd con record di preferenze. Il nodo da sciogliere: l’Expo, naturalmente. Boeri aveva chiesto una moratoria: un mese di tempo per discutere come procedere. Pisapia si è invece incontrato mercoledì scorso con il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, per preparare l’appuntamento già fissato il 14 giugno a Parigi.    Un vertice pieno di sorrisi e strette di mano, quello tra il governatore e il sindaco, pienamente d’accordo sull’andare a Parigi a dire che le aree tra Milano e Rho dove realizzare l’esposizione universale del 2015 (due terzi della Fondazione Fiera, un terzo del gruppo Cabassi) saranno acquistate da una nuova società (newco) formata da Comune e Regione. Avanti tutta, dunque: il 14 sbarcherà nella sede parigina del Bie (il Bureau international des expositions) uno strano trio, composto da Pisa-pia, Formigoni e Letizia Moratti, non più sindaco di Milano, ma pur sempre commissario straordinario per l’Expo.

A MILANO resterà Boeri. Lui l’ha fatto, il progetto dell’Expo, quando era solo un architetto. Chiamato come consulente da Letizia Moratti, ha escogitato, insieme a Carlin Petrini di Slowfood e a un gruppo internazionale di colleghi archistar, il master plan dell’orto planetario, delle biodiversità, delle filiere agroalimentari, dove mostrare come le diversità agronomiche della Terra si sposano con l’intelligenza degli uomini per trasformarsi in cibo. Su quest’idea ci ha giocato la faccia e poi costruito la campagna elettorale. Dicendo che l’alternativa era l’Expo di Moratti-Formigoni, l’Expo del cemento. E ora? Si trova davanti un asse Pisapia-Formigoni che procede all’acquisto delle aree, come deciso prima della vittoria di Pisapia.    Boeri non parla. Non vuole e non può rompere con il sindaco. Ma è chiaro che se le aree (oggi ancora agricole) saranno comprate dalla newco, con un esborso di circa 120 milioni di euro (80 alla Fondazione Fiera, 40 a Cabassi), è chiaro che poi la newco, dopo il 2016, quando tornerà in possesso delle aree, dovrà rientrare dell’investimento. Come? Costruendo. Almeno 600 mila metri quadri, secondo la convenzione firmata già nel 2007, concentrati sul 54 per cento di un’area di circa 1 milione di metri quadri.

L’EXPO delle biodiversità si trasforma così in un’operazione immobiliare. Con il Comune che ci investe 38 milioni, (per avere il 51 per cento della newco), la Regione che ce ne mette 9,5 (per il suo 12,7) e la Fondazione Fiera (controllata dalla Regione di Formigoni) che paga il suo 34,9 per cento conferendo le sue aree (Provincia di Milano e Comune di Rho hanno poi due piccole quote dello 0,7 per cento).    È netto Basilio Rizzo, capolista della Sinistra e candidato a presiedere il Consiglio comunale: “Evidentemente il sindaco è stato male informato e mal consigliato. Se il progetto è lo stesso di Letizia Moratti, non cambio idea: resto convinto che non sia una bella operazione”.    Ma Pisapia ha detto sì. E ha garantito a Formigoni che entro il 14 giugno chiuderà l’accordo, con qualche eventuale piccolo ritocco. È convinto di non avere alternative: o così, oppure l’Expo non si farà, con conseguente figuraccia planetaria di Milano. Al ministro Giulio Tremonti, da sempre expo-scettico (come la Lega), in fondo non dispiacerebbe affatto chiudere quello che ritiene un inutile baraccone. Così il centrodestra potrebbe dire: vedete che cosa vuol dire dare Milano in mano alla sinistra?    Stefano Boeri aspetta. Aspetta di vedere quali deleghe gli saranno concesse (niente poltrona di vicesindaco, come pensava gli spettasse dopo il suo successo nelle urne, forse gli resterà l’assessorato alla Cultura: molta visibilità, poco potere). Aspetta di vedere se ci sono spazi per recuperare almeno in parte il suo progetto dell’orto planetario, seppure in un contesto di operazione immobiliare. Male che vada, tornerà a fare l’archistar.

di Gianni Barbacett, IFQ

15 marzo 2011

Milano da bere: boss, voti e movida

Appalti, discoteche  e gazebo per le regionali: “È venuto anche Formigoni”

Al telefono i boss alla milanese pianificano la campagna elettorale. In Lombardia le Regionali sono vicine. È il gennaio 2010 ed è tempo di piazzare qualche gazebo. Sì, perché i voti raccolti tra la Comasina e Bruzzano, regno del clan Flachi da oltre trent’anni, andranno ad Antonella Maiolo, già sottosegretario alla Presidenza della Regione Lombardia. Così è stato deciso dalla ‘ndrangheta. Anche perché, si legge nei brogliacci, “qua nella zona è facile che prendiamo tanti voti”. E del resto l’Antonella, sorella   della più famosa Tiziana, quei padrini in doppio petto li vedrà per due volte. Saranno strette di mano decisive per squadernare il progetto politico-mafioso. Le intercettazioni completano il quadro: “L’altro giorno è venuto pure Formigoni, e altri politici sempre del Popolo della Libertà”.

SÌ PERCHÉ quello è il fronte su cui puntare. Contatti e incontri sono poi delegati a Massimiliano Buonocore, figlio di Luciano, fra i cento fondatori di Forza Italia e segretario nazionale di Destra libertaria. Tra le varie cose, Max è anche presidente di un   centro sportivo di proprietà comunale “nella completa disponibilità della ‘ndrangheta”. Un particolare importante per il gip, che annota: “Il comune di Milano, senza averne consapevolezza, finanzia il gruppo Flachi”. Come sempre nulla si fa a caso. E così, nel disegno rientrano sponsorizzazioni politiche in cambio, ad esempio, della promessa   di gestire negozi e bar della metropolitana milanese. Questo raccontano le settecento pagine di ordinanza di custodia cautelare firmate ieri dal gip Giuseppe Gennari. Trentacinque arresti e una vicenda nerissima sulla ‘ndrangheta padana capace di gestire pacchetti di voti, di avere contatti privilegiati con la sanità lombarda o ancora      di giocare sui tavoli della logistica infiltrandosi nei lavori della Tnt global service, azienda leader nel settore. In altre parole: business.

È MAFIA SPA sotto al Duomo. La cornice è nota. Meno i pericolosi incroci con il Ruby gate e personaggi vicini al Cavaliere come Lele Mora e l’avvocato Luca Giuliante, ex legale della giovane marocchina. Entrambi, pur non indagati, sono risultati in stretti rapporti con il boss della ‘ndrangheta Paolo Martino, anche lui finito nella rete degli investigatori. Il padrino calabrese è in contatto con Vito Cardinale, uno dei titolari della discoteca   “Hollywood”, per anni covo dell’impresario televisivo.    L’ordinanza di ieri così tiene assieme due indagini che, pur distinte, hanno trovato col tempo decisivi punti di contatto. La prima, condotta dal Gico, riguarda il clan Flachi e suoi interessi nel settore della movida notturna. Qui, boss e comprimari gestiscono oltre allo spaccio nelle più note discoteche meneghine, anche tutto il comparto della security, i parcheggi e addirittura i cosiddetti paninari, ovvero i baracchini ambulanti, costretti a pagare il pizzo ai pretoriani del boss. Il pallino dell’altra inchiesta invece sta nelle mani del Ros, i quali, indagando sull’imprenditore   Peppe Romeo agganciano la figura di Paolo Martino, classe ’55, organico alla cosca De Stefano. Lui è uno dei protagonisti di questa storia. Ed è sempre lui a chiamare la sorella perché si informi su eventuali indagini a suo carico. C’è, però, un particolare: Rosa Martino è una religiosa dell’Ordine Paolino e vicedirettore sanitario dell’Ospedale “Regina Apostolorum” di Albano Laziale in provincia di Roma. Al telefono con il fratello dirà: “Il personaggio sta a cantà, meglio non muoversi”. Atteggiamento definito dal gip “sorprendente in una persona che ha votato la propria vita alla Fede”.    L’altro protagonista di questa storia è Giuseppe Flachi, vecchia conoscenza delle cronache milanesi per aver diretto assieme al compare Franco Coco Trovato un’organizzazione in grado di commerciare quintali di droga ogni anno. Quelli erano gli anni Ottanta. Oggi, don Pepè, svestiti stivali a punta e giacche a   quadrettoni, è diventato un boss con il pallino per la politica e gli affari. Il tutto pianificato nelle stanze del Galeazzi. Qui, grazie alla compiacenza di due funzionari calabresi don Pepè, assieme al figlio Davide, ha incontrato più volte Martino. “Riducendo – scrive il gip – l’ospedale a luogo d’incontro a servizio delle ‘ndrine”. Stesso discorso per il Niguarda, dove, dal 2009, è ricoverato Francesco Pelle, influente boss di San Luca.    Il comparto della sanità comprende anche il Pio Albergo Trivulzio, i cui vertici sono stati travolti dallo scandalo di “affitto-poli”   . È qui che la storia intreccia la vicenda di Ruby e dei festini ad Arcore. L’interlocutore privilegiato di Martino è, infatti, Luca Giuliante, ex legale della giovane marocchina e avvocato di Lele Mora nel processo per il crac della LM Management. Che fa Giuliante? In quanto membro della commissione aggiudicatrice, sostiene lui, parla al telefono con Martino e gli riferisce di un appalto al Pat di Milano. Valore: 19 milioni di euro. La gara alla fine andrà al Consorzio di cooperative ravennate. Al bando, però, partecipa anche la Mucciola spa, impresa calabrese i cui titolari (non indagati) sono in contatto con Martino. Un anno prima, nel 2008, la stessa Mucciola, sempre al Pat, si era aggiudicata l’appalto per la ristrutturazione della ex Casa albergo.   Una torta da cinque milioni.

DI NUOVO Milano, dunque. E di nuovo, la ‘ndrangheta. Con l’immancabile presenza di Expò sul quale convergono gli interessi del duo Flachi-Martino. La logistica e l’edilizia. Tradotto: da un lato, le infiltrazioni nei subappalti della Tnt attraverso cooperative vicine ai boss. Dall’altro, l’edilizia con società schermo che permettono di lavorare nei più importanti cantieri pubblici. Questo il quadro della ‘ndrangheta che in riva al Naviglio si fa impresa e stringe rapporti con la Pubblica amministrazione. Tanto che, nonostante il plauso ai magistrati del sindaco Moratti, il gip scrive di come questa penetrazione avvenga “nella sostanziale indifferenza dei vertici politici”.

di Davide Milosa – IFQ

Operazione Redux-Caposaldo    Un nuovo colpo alle ‘ndrine lombarde;

3 marzo 2011

Cl, affari con la ‘ndrangheta

L’indagine sui clan calabresi nel nord Italia svela gli impressionanti legami tra la macchina di potere di Comunione e Liberazione e la malavita organizzata. Dalla sanità fino ai cantieri edili.

C’è il revisore dei conti della fiera di Milano che “divide i soldi in nero” con il capo della ‘ndrangheta. Il direttore sanitario arrestato per mafia che svende appalti in cambio di “un sacco di voti” per un parlamentare “legato a doppio filo a Formigoni”. C’è il nuovo manager degli ospedali lombardi che è tanto amico dei boss calabresi da farsi definire “il nostro collaboratore”. C’è il vicepresidente del consiglio regionale, già indagato per bancarotta e corruzione, che si vede inserire dai giudici nel “capitale sociale della ‘ndrangheta”. E poi ci sono gli imprenditori mafiosi, che continuano ad avvelenare terre e acque della Lombardia. Mentre la politica reagisce vietando ai tecnici regionali di aiutare le inchieste della magistratura.

Gli atti d’accusa della direzione antimafia di Milano svelano il lato oscuro di Comunione e liberazione. Alla base di Cl c’è un movimento forte di migliaia di persone oneste, laboriose, profondamente cattoliche. Al vertice però, attorno a Roberto Formigoni, governatore-padrone della Lombardia dal 1995, si è creata una macchina di potere con agganci spaventosi. A documentarli è la requisitoria dei pm (3.286 pagine, in gran parte inedite) che nel luglio 2010 ha portato in carcere più di 300 imputati di mafia. Tra tanti reati, i giudici delle indagini hanno ritenuto provati molti fatti al limite della legalità: relazioni di “contiguità e vicinanza”, che non raggiungono gli estremi della complicità penale, ma consentono ai capimafia di “beneficiare di rapporti continuativi con altri poteri, economici e politici”.

Il campionario delle contiguità si apre con la Fondazione che controlla il gruppo Fiera di Milano, storicamente il primo feudo ciellino. Sulla poltrona di presidente del collegio sindacale, che è l’unico organo di controllo interno, siede un commercialista di Palmi, Pietro Pilello. Già intercettato nel 2007 mentre aiutava Berlusconi a reclutare parlamentari per far cadere Prodi, il revisore calabrese è tornato alla ribalta quando si è scoperto che nel 2009 organizzava “cene elettorali con i boss” a favore di Guido Podestà, il presidente della Provincia di Milano. Ora “l’Espresso” può svelare come è nato il suo rapporto con un capomafia del calibro di Pino Neri, un avvocato massone nominato “reggente” delle cosche lombarde direttamente dalla cupola calabrese, per chiudere una guerra di mafia esplosa nel 2008. Tra Neri e Pilello, secondo i magistrati, c’era un patto occulto: “Una compartecipazione ufficiosa alle cause civili, di cui si dividevano i guadagni in nero”. Il problema è che “compare Pino” era uscito dal carcere nel 2007, dopo una condanna definitiva a 13 anni per un colossale traffico di droga, per cui non poteva più comparire come avvocato. Di qui l’accordo tra i due fiscalisti che hanno fatto fortuna al Nord: le parcelle vengono “intestate allo studio di Pilello, presenziato da suo figlio”, ma “il boss Neri incassa il 50 per cento”. Il capomafia intercettato si lamenta perfino che Pilello gli avrebbe “fottuto soldi in nero” e “rubato clienti”, citando “una pratica da un milione di euro” per un centro commerciale. Ora Neri è in cella, mentre Pilello continua a collezionare poltrone, mettendo d’accordo formigoniani e berlusconiani: è revisore dei conti di 28 società, tra cui Finlombarda, Mm, Asm Pavia e Raiway.

Queste e altre rivelazioni dei boss sono state registrate dalle microspie nascoste dai carabinieri sull’auto di Carlo Antonio Chiriaco, un super manager della sanità lombarda arrestato come “mafioso da più di vent’anni”. Rievocando estorsioni, riciclaggi nell’edilizia e tentati omicidi, lo stesso Chiriaco si è autodefinito “fondatore della ‘ndrangheta a Pavia”. Nel 2008, dopo vent’anni di promozioni, la giunta Formigoni lo ha nominato direttore sanitario dell’Asl di Pavia, una delle più importanti d’Italia, con 780 milioni di fatturato. Qui Chiriaco, concludono i giudici, ha “costantemente operato nell’interesse della ‘ndrangheta”. “Questo è il centro di potere più grosso della provincia”, spiegava lui ai boss, “perché da noi dipendono tutti gli ospedali, i medici, i cantieri, la veterinaria… Siamo noi che diamo i soldi e noi che controlliamo… Ho una squadra che funziona che è una meraviglia”. E Neri confermava: “Ha tutta la provincia sotto di lui, ci fa centomila favori… Lui è molto vicino a me, da anni siamo tutt’uno”.

di Paolo Biondani – L’Espresso


1 marzo 2011

L’anniversario di “Firmigoni”

A un anno dalla “truffa Firmigoni”, oggi alle 12 davanti al Consiglio regionale lombardo chiederemo giustizia.    Un anno fa, i rappresentanti di Pdl e Lega depositarono alla Corte d’appello di Milano 3.900 firme per la candidatura di Formigoni al quarto mandato come presidente della Lombardia. La lista Bonino-Pannella non riuscì a raggiungere la soglia delle 3.500 e fu esclusa dalla competizione. Il giorno stesso, grazie a un “accesso agli atti”, scoprimmo che molte firme di Pdl e Lega non erano valide: mancavano timbri e date. I giudici ricontarono: Formigoni fu escluso dalla competizione elettorale.   Non avevamo solo scoperto vizi di forma: 2.000 firme erano state autenticate illegalmente quando le liste ancora non esistevano, essendo state poi modificate a poche ore dalla consegna per far entrare Nicole Minetti. La stessa autenticità delle firme pareva dubbia. Presentammo una denuncia penale, sulla quale l’allora sostituto procuratore Bruti Liberati chiese archiviazione senza indagini.    Escluso dalle elezioni Formigoni reagì – come lui stesso disse – da “disperato”: disse che i Radicali avevano manomesso i moduli nell’ambito di un complotto; chiese aiuto a faccendieri della P3 che andarono a fare visita al presidente della Corte d’appello Marra (poi dimessosi);   chiese ad Alfano di mandare gli ispettori contro i giudici. La Russa irruppe in Tribunale con proclami minacciosi. Anche il prefetto di Milano – quel Lombardi che si attiva per far avere il permesso di soggiorno alle amiche di Berlusconi o per farsi togliere   le multe – contattò Marra.    Per riammettere Formigoni vi volle il Tar. Per provare a sanare con una leggina gli illeciti amministrativi ci volle il consenso del Pd, che ci negò anche la copia dei moduli di “Firmigoni”. Per dichiarare inesistente il limite di legge dei due mandati consecutivi ci volle il Tribunale civile di Milano. Il ricorso di Grillo era stato assegnato a una giudice che per 18 anni aveva presieduto un’associazione nata nell’ambito della Compagnia delle Opere e finanziata dalla Regione Lombardia. Il Tribunale è presieduto da Livia Pomodoro, la quale vive in un’abitazione in convenzione con “Infrastrutture lombarde”, la holding della Regione creata da Formigoni.    A settembre, i Radicali ottengono copia dei moduli e li consegnano a un perito: quasi 600 firme sono false. Repubblica chiama i firmatari: ignari di aver firmato. Il Tar dichiara il ricorso della lista Bonino-Pannella irricevibile. La Procura di Milano,   archivia il primo ricorso ma apre un’inchiesta, ancora in corso, assegnata al procuratore aggiunto Robledo (lo stesso che indagò sullo scandalo di corruzione internazionale “Oil for food”, finito in prescrizione in Appello). La sera dopo della scoperta dei falsi F. è invitato da San-toro, in studio Bersani: non una domanda, non una vignetta. Sarà sempre così, in tutte le innumerevoli interviste, televisive, radiofoniche o stampate che Firmigoni ha concesso da allora. Sulla truffa, silenzio anche da parte degli “oppositori”, inclusi Di Pietro, Vendola e Grillo. Il casto Firmigoni entra nella rosa dei successori del meno casto premier.    Una storia italiana: di quella peste italiana che cancella la legalità da sessant’anni. Ci si può rassegnare, tanto così fan quasi tutti.    Oppure si sceglie il “quasi”. Oppure scegliete di raggiungerci, con Staderini e De Lucia, oggi primo marzo alle 12 in via Fabio Filzi 22, nella Milano da legalizzare.

m.cappato@radicali.it

Il Pirellone, sede del consiglio regionale lombardo (FOTO EMBLEMA) 

3 febbraio 2011

Tra Asl e ’ndrangheta

I personaggi di questa storia sono un paio di manager della sanità, un prefetto della Repubblica, un attore minacciato dalla ’Ndrangheta. Sullo sfondo, i boss calabresi. A Milano e in Brianza, Pietrogino Pezzano è una potenza. È uno degli uomini che controllano la sanità lombarda, all’ombra del presidentissimo della Regione Roberto Formigoni. Nel dicembre 2010 è stato nominato direttore generale dell’Asl Milano 1 (la più grande d’Italia). Peccato però che il suo nome sia comparso nella grande inchiesta di Ilda Boccassini sulla ’Ndrangheta al Nord, per le sue incaute frequentazioni con qualche boss. C’è anche qualche bella foto che lo ritrae in compagnia di Candeloro Polimeno e Saverio Moscato, considerati affiliati della cosca di Desio. E sentite come ne parla (intercettato) Pino Neri, considerato il reggente della ’Ndrangheta in Lombardia: “Tu lo conosci a Gino Pezzano? È un pezzo grosso della Brianza, della sanità… Fa favori a tutti… È uno che si muove bene, con Abelli sono grandi amici, l’ho presentato io a Gino”. Il citato Giancarlo Abelli è il deputato Pdl già braccio destro di Formigoni per la sanità e, a quanto dice il mammasantissima, ottimamente introdotto con gli uomini della ’Ndrangheta. Giulio Cavalli – attore, regista, consigliere regionale dell’Italia dei Valori, da anni sotto scorta perché minacciato dalle cosche – chiede che Pezzano sia cacciato. Non ottiene soddisfazione. Anzi. A gennaio 2011 Pezzano indica il suo direttore sanitario: una nomina di garanzia, secondo Formigoni. Ma chi è il fortunato? Giovanni Materia. Dalla padella alla brace: su Materia pende dall’ottobre scorso una richiesta di rinvio a giudizio per un concorso truccato al Policlinico di Messina, da cui il manager   proviene. Avrebbe garantito un posto da medico del lavoro a un politico che aveva perso la poltrona: Umberto Bonanno, ex presidente del consiglio comunale di Messina. Dopo questa bella esperienza a Messina (il concorso che i giudici ritengono truccato è del 2006), Materia svolge la sua attività manageriale come direttore sanitario nelle aziende ospedaliere di Desio e Vimercate. Territori dove esercitano il loro potere uomini come Massimo Ponzoni e Rosario Perri, altri politici con i nomi dentro le inchieste, per i loro contatti con i boss. L’opposizione insorge contro Materia, che è costretto a dimettersi. Due giorni fa, da Messina arriva la notizia che Materia è stato rinviato a giudizio per abuso d’ufficio. È ufficialmente un imputato che dovrà difendersi nel   processo che comincerà a maggio. Ma non basta, perché intanto parte anche una vendetta trasversale: il prefetto di Lodi chiede che a Cavalli sia revocata la scorta. Chi è il prefetto di Lodi? Peg Strano, moglie di Giovanni Materia. Famiglia potente, quella del manager. Suo fratello è Italo Materia, che nel 2009 si è dimesso da procuratore della Repubblica di Reggio Emilia dopo che erano circolate voci, animate anche da Sonia Alfano, su suoi presunti rapporti con ambienti criminali. Cavalli resta un paio di giorni senza scorta, poi la protezione gli viene riassegnata. Materia è sospeso. Ma Pezzano resta al suo posto. “Crediamo che debba lasciare”, ripete Giuseppe Civati, consigliere regionale del Pd, “non solo perché è stato fotografato insieme a noti boss della ’Ndrangheta, ma anche perché tra i suoi primi atti nomina una persona rinviata a giudizio. Cose che non dovrebbero capitare ma che in Lombardia, purtroppo, capitano ogni giorno”.

di Gianni Barbacetto – IFQ

6 ottobre 2010

Lombardia, firme false: la prova

I Radicali mostrano i documenti e denunciano Formigoni. Marco Pannella: “Ora vada in galera”.

“Formigoni si deve dimettere”. Ne è convinto l’eurodeputato dei Radicali, Marco Cappato, che presenterà una denuncia contro il presidente della Lombardia per falso nella raccolta firme per le elezioni regionali del marzo   2010. Elezioni che, secondo Cappato, sono da rifare perché “i dodici milioni di elettori lombardi hanno diritto al rispetto della legalità. E il governatore si è macchiato di quanto di più grave si possa fare in politica: mancare alla parola data ai cittadini”. I Radicali hanno ottenuto copia degli elenchi di firme per la presentazione dei candidati   della lista di Formigoni “Per la Lombardia”. E le hanno fatte controllare. “Un perito calligrafo ha accertato che almeno 374 sono false”. Secondo Cappato le stime sono da considerarsi al ribasso: sui moduli ci sono gruppi di tre, quattro, dieci firme con la stessa grafia. “Magari una è vera e nove sono false, magari tutte e dieci sono state scritte da   una terza persona”. In conferenza stampa è stato presentato il caso più eclatante scoperto dal perito: un modulo in cui su 23 firme, ben 22 risultavano vergate dalla stessa mano. La data del documento è 25 febbraio 2010, penultimo giorno disponibile per presentare le liste. Il foglio in questione è stato autenticato da Franco Binaghi, consigliere provinciale del Pdl a Varese che, secondo la prassi, in qualità di pubblico ufficiale, ha certificato l’autenticità delle firme procedendo all’identificazione degli elettori tramite   un documento d’identità. Per Binaghi le firme incriminate non sono state scritte dalla stessa mano: “Di tutte le cose che si possono dire sul Pdl, mi sembra una forzatura sostenere che il partito abbia avuto problemi a trovare della gente pronta a firmare a sostegno dei nostri candidati”, ha detto il consigliere che ha sottolineato come le adesioni siano state raccolte e vidimate a Busto Arsizio e Gallarate, in provincia di Varese, oltre che nella sede locale del Popolo delle libertà. Però, scorrendo la fotocopia, anche ad occhio nudo e senza essere periti calligrafici, pare evidente che le 22 firme abbiano lo stesso tratto. Al rilievo, Binaghi ha concesso che la somiglianza poteva attribuirsi al fatto che tutti i supporter azzurri “hanno usato la stessa penna” e che solo da questo dipende l’imbarazzante somiglianza.      LA RISPOSTA di Formigoni, poche ore dopo la conferenza stampa dei Radicali, ha bollato le accuse come “la solita iniziativa propagandistica” a cui il governatore non intende fornire alcuna eco. “Le loro affermazioni – ha detto – sono del tutto false, offensive e infondate. Gli elettori si sono pronunciati chiaramente, dando la vittoria a me e alla mia coalizione e nessuno riuscirà a rovesciare la loro volontà”. A stretto giro sono arrivate le dichiarazioni di Emma Bonino: “In democrazia ci sono delle regole e in Paesi dove lo stato di diritto   non è ancora ridotto a putrescenza chi non le rispetta ne paga le conseguenze”. Insomma, i Radicali hanno annunciato che sulla vicenda vogliono andare fino in fondo. Del resto la portano avanti dallo scorso febbraio, quando presentarono ricorso proprio sull’irregolarità delle firme e il tribunale gli diede ragione, escludendo la lista di Formigoni. È stato poi il Tar, cui si era appellato il governatore lombardo, a riammetterla. “Siamo entrati in possesso dei tabulati solo oggi – ha spiegato Cappato – solo perché abbiamo fatto ricorso come cittadini e non più come appartenenti alla lista Bonino-Pannella. Se non l’avessimo fatto, tutto sarebbe stato insabbiato”   . Formigoni gridò al complotto ma secondo Cappato il governatore non poteva non sapere: “Anche se avessero falsificato centinaia di firme a sua insaputa, in quel momento tutta l’Italia stava parlando della questione”. Tanto che, ha ricordato Cappato, Formigoni si interessò personal-mente alla vicenda e finì intercettato nell’ambito dell’inchiesta sulla P3. Anche per questo, il leader dei Radicali, Marco Pannella, ne invoca “l’arresto almeno per un po’”. E aggiunge: “Formigoni, nella sua replica alle documentate affermazioni di Cappato, dà la misura della sua arrogante quanto ormai disperata disonestà intellettuale e operativa”.

di Lorenzo Galeazzi IFQ

La calligrafia Un modulo in cui su 23 firme, ben 22 risultano vergate dalla stessa mano. La data del documento è 25 febbraio 2010, penultimo giorno disponibile per presentare le liste

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: